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sabato 24 settembre 2022

Mozambico, la guerra dimenticata di Cabo Delgado nel Nord. Imperversa da 5 anni, 4 mila morti e un milione hanno abbandonato i villaggi

Vita
Cabo Delgado è una provincia dell’estremo nord mozambicano, scenario di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta, che imperversa ormai da 5 anni. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, sono 945 mila le persone che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per scampare dagli attacchi del gruppo terrorista Sunna Wa Jama (ASWJ) chiamata dalla gente del luogo Machababos, “i molti ragazzi”. Gli stessi che hanno tolto la vita a Suor Maria De Coppi, la religiosa italiana uccisa in un agguato nella sua missione di Chipene


I primi attacchi si sono scagliati contro i simboli dell’autorità statale e del governo. Uffici, sedi amministrative, stazioni della polizia. Poi hanno appiccato il fuoco a scuole e ospedali, poi il loro obiettivo sono diventati le donne e gli uomini, aggrediti, uccisi barbaramente nelle loro incursioni notturne, senza badare a distinzioni etniche e religiose.
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La guerriglia è scoppiata nelle remote aree del nord del Mozambico dal 2017, seminando una violenza che a oggi è costata la vita a oltre 4mila persone, secondo i dati raccolti dall’osservatorio Cabo Ligado. E che negli ultimi due mesi si è spinta sempre più a sud, nei distretti di Ancuabe, Chiure e Mecufi. Le strade che si diramano da Metoro sono diventate scenari di potenziali imboscate per le jeep in transito. Fino a superare lo scorso giugno, per la prima volta, il confine del fiume Lurio che divide le province di Cabo Delgado e Nampula e oltre cui si trova la missione di suor Maria, a Chipene.

La situazione è fluida ma sono circa venti i campi profughi allestiti dalle agenzie umanitarie, molti di questi agglutinati intorno a Metuge, a due ore dalla capitale provinciale Pemba. Sono cresciuti a dismisura in distese di tende o capanne di fascine e fango confusamente allineate sui dorsi delle colline, attorno ai piccoli villaggi preesistenti, e dove qualche rifugiato ha iniziato a praticare agricoltura di sussistenza o microscopici commerci fra i sentieri polverosi, lontani dall’ombra degli alberi. E dove si va avanti con le razioni del World Food Program, che arrivano una volta al mese.
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I rifugiati arrivano dalle zone di Mocímboa da Praia, Palma, Macomia e Quissanga, Muidumbi e Nangade dalla parte più settentrionale di Cabo Delgado che ora è avvolta nel buio. Qualcuno dei profughi va e viene anche per badare a quel che resta dei propri villaggi, si entra con pass speciali ma è difficile valutare lo stato attuale delle infrastrutture per chi vi è rimasto a vivere, circa un milione di persone, mentre le autorità stanno spingendo le persone a ritornare a Mocímboa da Praia, considerata relativamente normalizzata.
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Lo sfruttamento delle ricchezze minerarie da parte di persone arrivate da fuori, dalle multinazionali, da funzionari corrotti, sono una formidabile arma di propaganda per i jihadisti tra i giovani delle piccole comunità disseminate nel mato, la foresta, che non vedono futuro davanti a loro. S’intuisce dalle parole di Bernardo, agricoltore e capo villaggio del campo profughi di Ngalane, dove Cuamm gestisce un progetto di supporto antiviolenza per le donne e persone con disagio psichico. Dietro agli attacchi non ci sono problemi etnici, né religiosi. È tutta una questione d’interessi, di affari privati”, racconta. Bernardo delle imprese estrattive di gas nella sua provincia dice di sapere poco, spiega però che i suoi compaesani conoscono molto bene la gigantesca miniera di rubini nel distretto di Montepuez, nel cuore di Cabo Delgado, Ruby Mining, di proprietà d’una holding inglese: “È in mano a persone che vengono da fuori. Noi dei villaggi siamo sempre stati a guardare, nelle miniere non ci lavoriamo, non ci resta mai nulla”. E spalanca le mani in un gesto di frustrazione comune a tanti, che da generazioni si vedono deturpati delle loro risorse e incamerano una rabbia muta.

Marco Benedettelli


sabato 10 aprile 2021

La barbara violenza degli jihadisti ricaccia il Mozambico all'inferno

Andrea Riccardi, Il Blog
Chi sta dietro i terroristi di Ansar al-Sunna in un Paese che ha la terza riserva di gas naturale di tutta l'Africa?

Rifugiati del Nord del Mozambico - Foto OIM/Matteo Theubet

Ho conosciuto il Mozambico negli armi Ottanta, dopo la lotta di liberazione dal colonialismo portoghese. Era appena indipendente (dal 1975), già alle prese con una guerra civile con la Renamo, movimento di guerriglia antimarxista, collegato al Sud Africa. Quello che mi colpì era una miseria diffusa e profonda.

Al grande mercato centrale di Maputo c'era poco altro che pesce secco. La guerra civile ha provocato un milione di morti e tanti sfollati. Si è conclusa con un negoziato tra il Governo e la Renamo nel 1992, a Roma, presso Sant'Egidio. Da allora è cominciata la storia di un Mozambico pluralista, con tanti problemi, che ha conosciuto però lo sviluppo.

Dal 2017, la fame è purtroppo tornata in Mozambico. Ben 670.000 mozambicani hanno lasciato il Nord del Paese sotto gli attacchi dei jihadisti di Ansar al-Sunna, nato da terroristi keniani e tanzaniani, che hanno reclutato giovani marginali e senza lavoro.

La regione, arretrata, ha subìto l'impatto della scoperta della più grande riserva di gas naturale, la terza in Africa, dopo Nigeria e Algeria. Con la presenza di grandi imprese, il clima sociale è molto cambiato. Villaggi sono stati spostati e un mondo, un po' remoto, è stato sconvolto. Ne ha approfittato il jihadismo che, in una proiezione verso Sud, dalla Somalia verso Kenya, Tanzania e Mozambico, segue quasi le tracce dell'antica espansione arabo-musulmana. L'islam del Nord Mozambico, tradizionale, è stato sconvolto.

Se la violenza inumana dei terroristi è attestata da tanti rifugiati (e giunge sino alla decapitazione dei bambini), c'è incertezza su chi ci sia dietro il nuovo movimento jihadista. Si comprendono le cause sociali dell`adesione di parecchi mozambicani: rappresenta l'alternativa alla miseria e allo spaesamento di una generazione dell'area più povera di un Paese povero. Avevamo già segnalato su Famiglia Cristiana come il Jihad globale stia divenendo un'alternativa per i giovani africani marginali in molti Paesi.

Lo Stato mozambicano è fragile: non è riuscito ad arginare l'avanzata terrorista, che si profila quasi come un nuovo Boko Haram, rapisce le persone e ha provocato 2500 morti. Inoltre il centro del Paese è stato sconvolto da vari cicloni. Nella città di Beira, in buona parte distrutta, i lavori per la ricostruzione stentano a avanzare e molti vivono sotto le tende.

Purtroppo è un modello di economia che non dà i suoi frutti. Gli interessi delle grandi imprese internazionali, che operano nelle concessioni mozambicane, non producono in tempi ragionevoli sviluppo nella giovane società. 

Ci sono enormi problemi sociali e giovanili che si incrociano, aggravati dal Covid-19. C'è bisogno di una nuova riflessione sullo sviluppo e di un coinvolgimento della comunità internazionale, fuori dalle modalità di costante concorrenza che spesso caratterizza il suo agire. 

D'altra parte è triste constatare come l'Italia, così attiva e determinante in Mozambico tra gli anni Ottanta e Novanta, sia poco interessata a un Paese decisivo per l'Africa australe e in cui l'Italia ha investito tanto in energie umane e risorse.

Andrea Riccardi

giovedì 19 novembre 2020

Mozambico: il terrorismo jihadista colpisce il nord del Paese - Necessario aiutare il Paese con un intervento internazionale

Vatican News
Il gruppo ispirato allo Stato Islamico da tre anni imperversa nella provincia di Cabo Delgado, una delle più povere. Duemila le vittima e 400 mila gli sfollati, in una situazione difficile da gestire per il governo. Don Angelo Romano di Sant'Egidio: è sempre più chiaro che c'è bisogno di aiuto


La notizia del terribile attacco jihadista, confermato da fonti giornalistiche ma smentito dal governo e dalle autorità locali, che avrebbe portato la scorsa settimana alla decapitazione di cinquanta persone nel campo da calcio del villaggio di Muatide, ha portato nuovamente l’attenzione sulla minaccia islamista in Mozambico, e in particolare nella provincia settentrionale di Cabo Delgado.

L'offensiva dei jihadisti

Dal 2017 infatti un gruppo che si fa chiamare Al-Shabaab – come la milizia somala legata ad Al-Qaeda, ma ispirata allo Stato Islamico – ha cominciato ad attaccare la zona, uccidendo duemila persone, la metà civili, e causando 400 mila sfollati interni che si sono riversati in tutto il resto del Paese. “Ci sono informazioni contradditorie perché alcuni fonti hanno affermato purtroppo l’esistenza di questo massacro terribile, altre lo hanno smentito”

Così al microfono della nostra collega Helène Destombes, don Angelo Romano, missionario della Comunità di Sant’Egidio che, con la sua mediazione, aiutò a porre fine alla guerra civile del 1992, ”ma quello che è sicuro è che purtroppo i terroristi sono all’offensiva in questo momento. Stanno attaccando e stanno coinvolgendo villaggi e aree che prima non erano state mai toccate dalle loro azioni. Sicuramente ci sono vittime, sicuramente ci sono migliaia di persone che stanno fuggendo dalle nuove zone coinvolte nei combattimenti e c’è il rischio che i terroristi possano presto attaccare città e altre zone di Cabo Delgado, quindi è una situazione molto grave”.

Povertà e disugaglianze a Cabo Delgado
Il nord del Mozambico, dove i terroristi vogliono imporre il loro dominio, è una delle zone più povere del Paese, con i più alti tassi di analfabetismo, disuguaglianze e malnutrizione infantile, sebbene sia anche ricca di miniere. Cabo Delgado è anche una delle poche province a maggioranza musulmana, con una tradizione moderata di ispirazione sufi. 

Non sono quindi ancora del tutto chiare le origini di questo gruppo. Secondo gli analisti, spiega ancora don Angelo, “certamente c’è stata una radicalizzazione di alcune parti della provincia di Cabo Delgado in seguito alla presenza di alcuni predicatori stranieri, provenienti dal Kenya e dalla Tanzania, ma questa predicazione estremista ha incontrato il favore di una parte soprattutto dei giovani e soprattutto in aree nelle quali era diffuso un sentimento di frustrazione e di ostilità nei confronti del governo. Aree che si sentivano dimenticate dall’azione del governo e quindi chi era scontento, chi era frustrato, soprattutto giovani hanno trovato nella proposta islamista un modo per esprimere la loro rivolta. Purtroppo armata”.

L'Onu: "situazione disperata"
L’Alto Commissario Onu per i diritti umani ha chiesto poi “misure urgenti” per proteggere i civili della provincia di Cabo Delgado”, che vivono una “situazione disperata” per ‘l’insurrezione jihadista. Le popolazioni rimaste, ha detto l’Alto commissario Michelle Bachelet , “sono state private dei beni di prima necessità e rischiano di essere uccise, di subire abusi sessuali, di essere rapite o reclutate con la forza da questi gruppi armati”. 

Il governo del Mozambico ha provato a reagire ma, spiega ancora don Angelo, deve fronteggiare anche un’altra emergenza nel centro del Paese, “che è provocata da frange ribelli della Renano che non accettano gli ultimi accordi di disarmo firmati poco prima della visita di Papa Francesco (nel settembre 2019, ndr) e che hanno compiuto diverse azioni armate”. È stato anche chiesto “il sostegno dell’Unione Europea, che è stato garantito soprattutto per quanto riguarda l’assistenza umanitaria ai profughi interni, mentre si discute sempre più apertamente di un possibile intervento internazionale, non si sa bene di che tipo però mi sembra che chiaramente ci sia la necessità di aiutare il Mozambico a uscire da questa crisi”.

Michele Raviart

martedì 30 giugno 2020

Mozambico - Il dramma dei profughi che fuggono dai violenti attacchi al nord del paese

www.santegidio.org
Continua il dramma dei profughi del Mozambico che fuggono dagli attacchi violenti al nord del paese. Negli ultimi giorni è stata colpita la città di Mocimboa da Praia. 


Gli abitanti che sono riusciti a sfuggire agli attacchi stanno cercando di mettersi in salvo anche via mare. Ogni mezzo è utilizzato per sfuggire alla violenza anche rischiando la vita su mezzi precari e affollati.


Sant'Egidio, insieme alla diocesi di Pemba, sta distribuendo aiuti agli sfollati che aumentano di giorno in giorno.


domenica 21 aprile 2019

Buona Pasqua a tutti i lettori del Blog Diritti Umani

Blog Diritti Umani - Human Rights

Buona Pasqua 
a tutti i lettori del Blog Diritti Umani 
con nel cuore le persone e i bambini colpiti 
dal ciclone "dimenticato" IDAI a Beira in Mozambico

 

sabato 30 marzo 2019

Mozambico - Ciclone Idai: gara di solidarietà per sostenere la popolazione di Beira. 30 tonnellate di aiuti alimentari arrivati al centro DREAM di Sant'Egidio

santegidio.org

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Sono arrivate questa mattina 30 tonnellate di aiuti alimentari (riso, farina di mais, zucchero, olio e generi di prima necessità) al Centro Polivalente della città di Beira con un camion partito alcuni giorni fa dalla capitale del Mozambico, Maputo. 



Grazie anche a questi aiuti, prosegue la distribuzione del cibo ai bambini e alle famiglie che ogni giorno vengono al centro e che, dopo il ciclone Idai, hanno perso tutto.

giovedì 12 aprile 2018

Donne, carcere, pena di morte: da Mozambico a Costa d’Avorio Sant’Egidio per diritti umani

OnuItalia
Maputo/Abidjan - Due importanti appuntamenti, entrambi all’insegna dei diritti umani e della tutela dei più deboli, hanno scandito il lavoro della Comunità di Sant’Egidio in Africa nell’ultima settimana.

Festa della Donna Mozambicana - 7 aprile
Mozambico – In Mozambico il 7 aprile si è celebrata la Festa della Donna Mozambicana e le attiviste del movimento Eu Dream (un acronimo, che vuol dire: io sogno, ma contiene anche il nome del programma di lotta all’AIDS della Comunità di Sant’Egidio) lo hanno festeggiato con le detenute del carcere femminile di Ndlavela alla periferia di Maputo. 

Centoventi le donne detenute, alcune con bambini piccoli, altre incinte, alcune malate, altre anziane, che hanno accolto la visita con gioia ed entusiasmo. A ciascuna è stata donata una rosa rossa, come segno di affetto e di auguri. 

A questi si sono uniti i ringraziamenti e gli auguri per i 50 anni della Comunità di Sant’Egidio espressi con canti e danze. Poi ad ognuna sono stati consegnati 1 kg di riso, uno di zucchero, uno di fagioli e 1 litro di olio. Molte di loro non ricevono mai visite dai familiari perché provengono da altre città del paese.
Commozione e desiderio di ascoltare parole nuove di amicizia e di futuro hanno concluso la mattinata di festa. ”Uscendo – scrivono alla Comunità – il grande e pesante cancello si è chiuso alle nostre spalle, con noi c’erano anche due ex detenute che da qualche tempo con la Comunità desiderano vivere il sogno di riscattarsi e la saggezza di non dimenticare, aiutando e visitando quelle donne prive di libertà ma non di sogni e di speranza”.

Costa D’avorio – E di diritti umani si è parlato fino a ieri ad Abidjan dove Organizzazioni Internazionali Abolizioniste si sono riunite a congresso tra il 9 e 10 aprile per continuare la battaglia contro la pena di morte. 

Un evento rilevante perchè dall’Africa arriva oggi una voce forte contro la pena capitale: più di 300 i partecipanti a questi giorni di dibattito, incontro e cultura. 

La Comunità di Sant’Egidio ha partecipato alla sessione plenaria presieduta da Annemarie Pieters – vice presidente della WCADP (World Coalition Against the Death Penalty) e con – l’intervento di Firmin, della Comunità di Sant’Egidio di Abidjan. Le due giornate di Abidjan sono state all’insegna del sostegno al processo abolizionista nel grande continente africano, con un’attenzione particolare alle drammatiche condizioni delle carceri africane dove talvolta si può morire per una sentenza di morte non pronunciata.

mercoledì 4 ottobre 2017

25 anni di pace in Mozambico: storia di un paese in uscita dalla guerra e dalla povertà

www.santegidio.org
Sono passati 25 anni dal 4 ottobre 1992, festa di S. Francesco. Quel giorno, a Roma, il presidente mozambicano e segretario del FreLiMo Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, leader della ReNaMo, la guerriglia che lottava dall’indipendenza contro il governo di Maputo, firmavano un Accordo Generale di Pace che metteva fine a 17 anni di guerra civile (centinaia di migliaia di morti; 3-4 milioni di sfollati interni e profughi nei paesi confinanti). 



La firma concludeva un lungo processo negoziale, durato un anno e qualche mese, portato avanti nella sede della Comunità di Sant’Egidio, in locali non grandi, ma accoglienti, in un giardino dove spiccano banani che fanno pensare all’Africa e un grande ulivo che ci ricorda che si puà ricominciare a collaborare dopo il diluvio di fuoco della contrapposizione armata.

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lunedì 9 maggio 2016

Malawi, Burundi, Mozambico,Tanzania: dilagano le violenze contro gli albini

East On Line
L’albinismo è una condizione patologica di carattere ereditario, dovuta ad una mutazione genetica che impedisce di sintetizzare i pigmenti melaninici necessari alla normale colorazione cutanea. Sebbene a livello mondiale si stima che ne sia affetta una persona su 17mila, nell’Africa orientale, soprattutto in Burundi, Mozambico e Tanzania, l’incidenza è molto più elevata arrivando a circa un albino ogni 1.500 abitanti. 



La vita per molti giovani africani nati con questa anomalia metabolica ereditaria è davvero difficile, perché povertà e ignoranza inducono le popolazioni rurali a rifugiarsi nella superstizione, che ritiene gli albini portatori di malocchio o al contrario dotati di poteri magici.

A causa di questa credenza, in alcune zone nell’est del continente gli albini vengono considerati come una punizione divina, mentre in altre aree le parti del corpo sono usate come talismani o ingredienti per creare “miracolose” pozioni in grado di guarire da malattie e far prosperare gli affari.
Tutto ciò comporta che gli albini siano vittime di attacchi, omicidi e mutilazioni. Per esempio, la convinzione che avere un rapporto sessuale con un albino possa curare l’Aids, sfocia spesso in stupri anche nei confronti di bambini.
Nell’ultimo decennio, le aggressioni sono aumentate diffondendosi anche nelle zone urbane e secondo i dati forniti da Under the Same Sun, organizzazione non-profit canadese impegnata nella difesa dei diritti degli albini, almeno 166 persone sono state uccise e 273 aggredite in 25 diverse nazioni africane.

Numerosi episodi di violenza si sono registrati anche in un altro Paese dell’Africa orientale: il Malawi, dove la polizia dall’inizio del 2016 ha registrato 55 attacchi nei confronti di albini. Mentre lo scorso anno nell’ex protettorato britannico sono stati denunciati numerosi rapimenti di persone affette da albinismo, che hanno provocato la morte di almeno undici di loro.

Una crisi inquietante nelle sue proporzioni
Per monitorare la situazione, una squadra di osservatori del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dal 18 al 29 aprile scorso si è recata nel Paese africano. Le conclusioni tratte al termine della missione dalla nigeriana Ikponwosa Ero, esperta indipendente dell’organismo delle Nazioni unite per i problemi legati all’albinismo, sono a dir poco drammatiche.

Secondo la Ero, la situazione attuale costituisce una crisi inquietante nelle sue proporzioni. Lo dimostrano i circa 10mila albini malawiani che rischiano l’estinzione a causa del costante aumento degli omicidi. Omicidi rituali perpetrati per vendere le loro parti del corpo al mercato nero e poi usarle in riti di stregoneria, per le loro presunte qualità magiche.
La signora Ero, lei stessa affetta da albinismo, ha poi aggiunto che anche nella morte gli albini non possono riposare in pace, perché i loro resti vengono razziati dai cimiteri.
L’esperta dell’ONU non ha mancato di sottolineare che alla base delle violenze sugli albini ci sono motivazioni economiche. Lo confermerebbe anche quanto avviene in Malawi, uno dei paesi più poveri del mondo, dove la vendita delle parti del corpo delle persone affette da albinismo è un business spesso considerato molto redditizio.
Negli stessi giorni in cui gli osservatori delle Nazioni Unite si trovavano in Malawi, la polizia ha scoperto nei dintorni della capitale Lilongwe un cadavere di una ragazza di 21 anni, uccisa perché albina. Dal corpo, trovato chiuso in un sacco e seppellito in una fossa, mancavano alcune ossa, probabilmente asportate poiché ritenute utili per compiere riti di magia nera.
Gli agenti hanno arrestato dieci persone accusandole del crudele delitto. Il principale sospettato è lo zio della vittima, un uomo di 38 anni, che insieme ai suoi complici avrebbe trascinato la giovane in una fattoria per poi ucciderla.
Secondo il portavoce della polizia locale, Kondwani Kandiado, probabilmente gli assassini avrebbero agito perché hanno saputo che le ossa degli albini possono procurare molto denaro.

La drammatica realtà della Tanzania
Ma il Paese africano nel quale in assoluto le persone affette da albinismo vivono la situazione più drammatica è la Tanzania, dove sempre Under the Same Sun, ha rilevato che lo scorso anno si sono verificati un totale di 160 atti di violenza contro di loro, tra cui 76 omicidi.
Il Paese insieme al Burundi, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Mozambico, Sudafrica e Swaziland fa parte del circuito “commerciale” dove vengono vendute le parti del corpo mutilate agli albini.
Inoltre, la Tanzania registra una percentuale molto elevata di persone con questa condizione rispetto ai Paesi più sviluppati. La causa principale di questa larga diffusione della patologia sarebbe riconducibile alla consanguineità. Infatti, tutti gli albini dovendo vivere isolati a causa delle persecuzioni, si sposano tra loro e hanno figli.
Anche il cinema ha dedicato attenzione alla tragica situazione di violenza nei confronti degli albini nei Paesi africani. Film come “White Shadow” di Noaz Deshe, vincitore nel 2013 del Premio Opera Prima al Festival di Venezia, o “In the shadow of the sun” di Harry Freeland, miglior documentario al One World Media Awards 2013, hanno sconvolto le giurie e hanno fatto conoscere al grande pubblico questa crudele realtà.

Marco Cochi

sabato 2 novembre 2013

Mozambico - Manifestazioni per la pace da Beira a Maputo

MISNA
Migliaia di persone hanno manifestato oggi a Maputo e nella città di Beira per dire basta ai sequestri e chiedere pace e giustizia: lo dicono alla MISNA missionari che hanno partecipato ai cortei, convocati dopo recenti scontri tra militari ed ex ribelli della Resistenza nazionale del Mozambico (Renamo).

Secondo padre Leonello Bettini, un comboniano che vive a Beira, la seconda città del Mozambico, “migliaia di persone hanno chiesto più sicurezza e più sviluppo in un paese dove 21 anni dopo la fine della guerra civile quasi la metà della popolazione continua a vivere in condizioni di povertà estrema”.

I cortei sono stati convocati da organizzazioni della società civile, laiche e religiose. Una delle richieste di fondo è un maggiore impegno a tutela della pace, messa a rischio da agguati della Renamo e controffensive dell’esercito che si susseguono ormai da settimane. All’origine delle manifestazioni, del resto, c’è un aumento dei casi di sequestro da parte di gruppi criminali. Solo negli ultimi otto giorni ci sono stati dieci rapimenti, a Beira, a Maputo e nella vicina città di Motola.

A colpire in modo particolare l’opinione pubblica è stato il caso di un ragazzino di 13 anni di origini indiane, ucciso dai sequestratori dopo che i genitori avevano informato la polizia di essere pronti a pagare un riscatto. “In molti – dice padre Leonello – sostengono che invece di acquistare 30 navi da guerra, come annunciato di recente, il governo dovrebbe investire di più nel contrasto alla criminalità, negli ospedali e nei servizi sociali”.

Ad accrescere l’allarme sono state anche alcune risultanze giudiziarie. Lunedì in relazione a una serie di sequestri sono stati condannati anche ufficiali di polizia. Uno di questi, Arsenio Chitsotso, era membro di un corpo di élite responsabile della sicurezza del presidente Armando Guebuza.