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venerdì 18 dicembre 2020

Pakistan False accuse di blasfemia: Imran Masih, cristiano assolto dopo 11 anni di carcere

Avvenire
Imran Masih, 38enne di Faisalabad, era stato condannato all'ergastolo. Ora la Corte d'appello ha ribaltato la sentenza del 2010. Un vicino di casa lo accusò di aver bruciato un Corano.
Una manifestazione in Pakistan contro le persecuzioni dei cristiani - Ansa

Imran Masih, 38enne di Faisalabad, condannato all'ergastolo per blasfemia, è stato assolto oggi, 15 dicembre, nel processo di appello davanti all'Alta Corte di Lahore. Il tribunale, secondo quanto riporta l'agenzia Fides, ha ribaltato la sentenza di primo grado che, nel 2010, lo aveva condannato al carcere a vita.

Lo comunica all'Agenzia Fides Khalil Tahir Sindhu, avvocato cattolico che ha preso a cuore il caso e ha difeso Imran, come numerosi altri cristiani pakistani accusati ingiustamente di blasfemia. "E' una buona notizia per la giustizia, per i cristiani, per il paese. Siamo felici per esito positivo del processo che, finalmente, riconosce la libertà a un innocente. Ma d'altro canto c'è amarezza: basti ricordare che il caso ha subito in tribunale oltre 70 rinvii. Imran è rimasto per 11 anni e mezzo in carcere ingiustamente, non ha potuto salutare i suoi genitori, entrambi deceduti durante la sua prigionia, ha perso parte della sua giovinezza recluso per un crimine non commesso", dice a Fides l'avvocato, in un commento a caldo.

Visto il perpetrarsi di casi del genere, l'avvocato Sandhu osserva: “Occorre continuare a lottare, a tutti i livelli, per modificare questa ingiusta legge di blasfemia. Da troppo tempo si abusa di questa legge e spesso i cristiani ne sono vittime innocenti. Va notato che fino al 1986 non c’erano in Pakistan casi di accuse di blasfema. Dal 1986 in poi – quando il generale Zia-ul-Haq promulgò la legge – sono scoppiati i casi di blasfemia un po’ dappertutto. Ma per la maggior parte le accuse sono totalmente false e strumentali”.

Imran Masih è in carcere dal primo luglio 2009. A gennaio del 2010 è stato condannato all'ergastolo. Le accuse a suo carico erano totalmente false e inventate. Un suo vicino di casa lo ha accusato di aver bruciato una copia del Corano. Il giovane è stato vittima di un tranello: ripulendo il suo negozio, voleva infatti disfarsi di alcuni libri scritti in arabo (lingua che non comprende) e, per questo, aveva chiesto aveva un suo vicino di esaminarli, per appurare se i libri non fossero di argomento religioso o di preghiera islamica. Il vicino ha assicurato che non era così, e così Imran Masih li ha bruciati. Poi si è ritrovato vittima di una denuncia per blasfemia, inoltrata dallo stesso vicino, con l’accusa di aver dissacrato e incenerito una copia del Corano.

domenica 22 dicembre 2019

Pakistan - Junaid Hafeez, ricercatore universitario musulmano, attivista dei diritti umani, condannato a morte per blasfemia.

Avvenire
Junaid Hafeez, islamico di 33 anni, era stato arrestato il 13 marzo del 2014 on l'accusa di aver postato su Facebook commenti denigratori nei confronti del profeta Maometto.
Junaid Hafeez
Un tribunale distrettuale pachistano ha condannato a morte in Pakistan Junaid Hafeez, assistente universitario, intellettuale, attivista per i diritti umani e a sua volta simbolo della condanna alla “legge antiblasfemia”, usata spesso in modo pretestuoso e opportunistico.

Accusato di avere apprezzato e diffuso posizioni offensive verso la sua stessa fede musulmana via Facebook e per questo arrestato nel 2013 a 27 anni di età, Junaid Hafeez è vissuto da allora in isolamento nel carcere di Multan, sotto la costante minaccia di uccisione. 

Il suo è diventato un caso emblematico, sia per la virulenza con cui gli estremisti religiosi ne hanno cercato la condanna e la morte, sia per le caratteristiche del giudizio che ha portato oggi i giudici a decidere per la pena capitale. Più volte negli anni, almeno otto, la corte è stata sostituita e ogni richiesta di accelerare il procedimento, come pure di cambiare la prigione in quella meno esposta di Lahore è caduta nel vuoto.

Nel maggio 2014, il suo avvocato, Rashid Rehman, è stato ucciso da due sicari per non avere rinunciato alla difesa di Hafeez, e ogni appello della Commissione pachistana per i Diritti umani, come pure di altre organizzazioni nazionali e straniere è caduta nel vuoto.

Una condanna alla massima peno non è inusuale al primo livello di giudizio e anche per lui l’appello potrebbe risultare in una condanna più mite o nell’assoluzione. Tuttavia, la prima domanda che in molti si fanno è: quanto dovrà ancora attendere? E la seconda, spontanea, se nel frattempo riuscirà a sopravvivere alla dura detenzione e fanatismo omicida.

Stefano Vecchia

domenica 29 settembre 2019

Pakistan. Dopo 18 anni di carcere la Corte suprema assolve Wajih ul Hassan accusato di blasfemia

La Repubblica
Wajih ul Hassan era stato condannato a morte nel 2002. La sentenza è stata poi confermata dall'Alta corte di Lahore. Le prigioni pullulano di innocenti. La Corte suprema del Pakistan - riferisce Asianews - ha assolto un uomo accusato di blasfemia che ha trascorso 18 anni in carcere. 
Wajih ul Hassan, il giorno del suo arresto nel 2002, da allora detenuto nel braccio della morte
Wajih ul Hassan era stato condannato a morte nel 2002 da un tribunale di Lahore per oltraggio al profeta Maometto secondo la sezione 295C del Codice penale pakistano. Alcuni attivisti laici hanno espresso soddisfazione per l'assoluzione e dispiacere per Hassan, rinchiuso per tanti anni per un fatto non commesso. Hamza Arshad, educatore e giornalista, ha detto: "L'omicidio è il crimine più grave, ma è persino peggio detenere una persona innocente dietro le sbarre per 18 anni".

La "prova maestra? Una presunta lettera blasfema. Il 25 settembre il tribunale composto da tre giudici, guidati da Sajjad Ali Shah, ha stabilito che le prove presentate contro il condannato non sono sufficienti per mandarlo al patibolo e ne ha stabilito il rilascio. Al momento l'uomo si trova ancora nel carcere di Kot Lakhpath. I giudici hanno ribadito che in casi così controversi, dove la prova "maestra" era una presunta lettera blasfema, deve prevalere "la presunzione d'innocenza". Hashir Ibne Irshad, direttore di Exist Communications, sottolinea: "Dopo Rimsha Masih e Asia Bibi, Wajih ul Hassan è la terza vittima prosciolta dall'accusa di blasfemia da una corte superiore. Di rado i tribunali di grado inferiore assolvono le vittime. I processi sono molto costosi e i familiari degli accusati arrivano a vendere tutto ciò che hanno, vivendo nell'indigenza e nel dolore costante".

Un sistema giudiziario che fa acqua dappertutto. Lo scrittore lancia una provocazione: "Deve essere riformato il sistema procedurale dei casi di blasfemia e stabilito che entrambi - accusato e accusatore - devono rimanere in carcere durante il processo. A quel punto credo che nessuno più farebbe false denunce". In Pakistan, sottolinea, "il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, dal basso al vertice. I tribunali non sono trasparenti e equi. Le leggi sulla blasfemia sono applicate per risolvere dispute personali. Ci sono decine di esempi che lo provano. Addirittura a volte i tribunali superiori stabiliscono la liberazione dopo vari anni di carcere, senza nemmeno sapere che il presunto colpevole è già morto mentre era in prigione".

Destinati a marcire in galera o linciati a morte. Secondo Bilal Warraich, attivista e difensore d'ufficio, "in Pakistan le leggi sulla blasfemia sono così draconiane nella natura che le folle prendono la legge nelle loro mani e gli accusati sono linciati a morte, oppure costretti a languire in prigione per anni senza poter fare ricorso alla giustizia. Wajih ul Hassan e Asia Bibi sono solo due esempi: ci sono centinaia di cittadini innocenti in prigione, i loro casi sono in sospeso, gli avvocati sono costretti a fuggire per salvarsi la vita, fin dall'omicidio dell'avvocato e attivista Rashid Rehman. Prima di lui, il governatore del Punjab Salman Taseer è stato assassinato dalla sua guardia del corpo perché chiedeva la riforma delle leggi sulla blasfemia". L'avvocato ritiene che sia "interessante sottolineare che la 'spada' della blasfemia non colpisce solo le minoranze, ma anche i musulmani. Controversie sui terreni, i soldi e l"onorè diventano proiettili d'argento per le leggi sulla blasfemia. Come avvocato, ritengo che queste norme siano ripugnanti per il vero spirito della Costituzione che sostiene l'uguaglianza all'art. 10A del capitolo 2".

Prigioni che pullulano di innocenti. L'educatore Hamza Arshad è disilluso: "Potrebbe essere scioccante per il mondo civilizzato, ma nel nostro Paese è la routine. Le nostre prigioni pullulano di innocenti rinchiusi a causa di un sistema giudiziario penoso. La lunga e dolorosa prigionia di Wajih ul Hassan ci ricorda che la legge viene usata per perseguitare i cittadini. Si può solo immaginare l'orrore provato da quest'uomo, ciò che egli deve aver pensato all'ombra del cappio che incombeva, lo spasimo senza fine della famiglia, l'umiliazione e la minaccia provate dalla comunità. 

Ora che la Corte suprema lo ha assolto, chi gli ridarà 18 anni di vita? Gli consentiranno di vivere una vita normale in mezzo alla gente? L'avvocato che ha sporto denuncia sarà arrestato o processato? La società e lo Stato riformuleranno le leggi? La risposta è no. Per questo imploriamo il perdono della famiglia di Wajih ul Hassan, perché lo Stato e la società non faranno nulla per riscattarli".

di Shafique Khokhar

martedì 29 gennaio 2019

Pakistan. Asia Bibi, l'ultima sentenza: è libera di lasciare il Paese - La Corte Suprema respinge ricorso contro la sentenza di assoluzione

Avvenire
Finalmente è del tutto libera. Asia Bibi è libera di lasciare il Pakistan. La Corte Suprema ha respinto il ricorso contro la sentenza che il 31 ottobre scorso l'aveva assolta dal reato di blasfemia. 


«Basandosi sul merito, questa richiesta di revisione è rigettata» ha decretato il presidente del collegio giudicante Asif Saeed Khosa questa mattina. Ora la madre cristiana, che ha trascorso in carcere oltre 9 anni, è libera di lasciare il Paese, ricongiungendosi probabilmente alle figlie che potrebbero essere già all'estero. Nella zona del tribunale, oltre alla polizia, erano state schierate anche truppe paramilitari per contrastare eventuali incidenti di piazza.
Il giudice: non si punisce un innocente
Secondo il giudice il firmatario del ricorso «non è stato in grado di individuare alcun errore nel verdetto della Corte Suprema che ha assolto Asia Bibi». Durante l'udienza, l'avvocato Ghulam Ikram, legale del ricorrente Qari Muhammad Salaam, aveva chiesto che a giudicare la richiesta fosse un tribunale più ampio che includesse anche religiosi islamici e ulema. Dura la risposta del presidente: «Il verdetto è stato emesso sulla base di testimonianze. Secondo l'islam una persona dovrebbe essere punita anche se non è stata giudicata colpevole? Ci dimostri cosa c'è di sbagliato nel verdetto».

Accanto a lei, il marito e l'avvocato
Fino ad oggi, dopo la sentenza di assoluzione, Asia Bibi si trovava sotto protezione in una località segreta in Pakistan. Libera a metà, non più detenuta ma impossibilitata a lasciare il Pakistan dove l'odio di gruppi fondamentalisti islamici avrebbe potuto significare per lei una concreta minaccia di morte. In questi mesi ha sempre avuto accanto il marito Ashiq Masih, mentre le figlie potrebbero essere già in Canada, dove avevano chiesto asilo, anche se le autorità di Ottawa non hanno finora confermato la notizia circolata tra la diaspora pachistana e sui media anglosassoni. Asia Bibi è madre di cinque figli, i maschi Nasim e Imran, e le ragazze Asha, Sidra, ed Esham, colpita da disabilità.

Lo storico avvocato difensore della donna, il musulmano Saiful Malook, era stato fuggito ad Amsterdam il 3 novembre, per il rischio di azioni punitive nei suoi confronti, e da lì era andato nel Regno Unito, ma ha deciso di rientrare in Pakistan proprio per essere presente alla sentenza odierna. Una scelta che Malook ha definito «permanente» ma, ha ammesso, «non immune da rischi», nonostante la richiesta di protezione avanzata al premier Imran Khan.
Gli estremisti sono stati isolati
Dopo l'assoluzione di Asia Bibi, gli estremisti musulmani del Tehreek and Labbaik Pakistan (Tlp) avevano inscenato manifestazioni anche violente, con incidenti e devastazioni, invocando la pena capitale per la cristiana. Le proteste erano rientrate solo dopo l'assicurazione da parte del governo che l'Alta Corte avrebbe riesaminato il caso.

Arrestati a migliaia con i loro leader, è stata fatta terra bruciata attorno a loro, lasciando come unico pretesto la richiesta di sovvertimento della sentenza attraverso l'ultimo appello del "grande accusatore", un imam. Oggi si è chiuso anche quest'ultimo capitolo.

mercoledì 31 ottobre 2018

Corte suprema Pakistan assolve Asia Bibi condannata a morte per blasfemia

ANSA
Islamabad - La Corte suprema del Pakistan ha assolto oggi Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia nel 2010.




Il verdetto accoglie così il ricorso presentato nel 2015 contro la condanna emessa dall'Alta corte di Lahore (Lhc), che nell'ottobre 2014 aveva confermato la decisione di un tribunale di novembre 2010. 

Gli attivisti per i diritti umani e la e comunità cristiana hanno accolto con favore il verdetto finale della Corte suprema. Khadim Hussain Rizvi, a capo del partito islamista Tehreek-e-Labbaik Pakistan (Tlp), sta invece organizzando una protesta nazionale contro l'assoluzione della donna. 

Asia Bibi era stata arrestata nel 2009 dalla polizia nel suo villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, in seguito alla denuncia di altre donne di fede musulmana per blasfemia dopo un presunto reato contro il profeta Maometto durante una discussione.

lunedì 8 ottobre 2018

Pakistan - Pena di morte per blasfemia - Vita o morte per Asia Bibi, fissata per l’8 ottobre l’udienza decisiva

La Stampa
La Corte Suprema del Pakistan esamina il ricorso degli avvocati della donna cristiana condannata a morte per blasfemia. Lei in carcere prega e chiede la vicinanza del Papa.


Il grande giorno è arrivato. È il giorno decisivo per la vita o la morte di Asia Bibi. Lunedì 8 ottobre 2018, alle 13 ora locale (le 10 del mattino ora italiana), la Corte Suprema del Pakistan esamina il ricorso, giunto al terzo e ultimo grado di giudizio, presentato dagli avvocati della donna cristiana condannata a morte per blasfemia e in carcere da quasi un decennio.

Si tratta di un processo-lampo: secondo la procedura penale del Pakistan, a questo punto tutto si svolgerà in un’unica udienza, in cui i giudici ascolteranno le posizioni della difesa e dell’accusa (rappresentata dal Pubblico ministero) e valuteranno se confermare o annullare la sentenza di pena capitale. Il pronunciamento dovrebbe essere emesso lo stesso giorno e, per la pubblicazione, si dovrà attendere ancora due o tre giorni.

«Nel giro di una settimana, dunque, Asia potrebbe essere libera. Speriamo e preghiamo», nota Joseph Nadeem, tutore della famiglia della donna, e presidente della Renaissance Education Foundation che da Lahore copre le spese legali del processo e si occupa del sostentamento della sua famiglia.

Come conferma il documento emesso dalla Cancelleria del Supremo Tribunale di Islamabad e visionato da Vatican Insider, sarà uno speciale collegio giudicante, creato per l’occasione, ad ascoltare le argomentazioni dell’avvocato musulmano Saiful Malook, legale di Asia Bibi, e a decidere sulla sorte della donna.

Secondo Nadeem, le speranze sono fondate. Il collegio, composto da tre alti magistrati - come anticipato da Vatican Insider nel luglio scorso - è presieduto dal presidente della Corte suprema del Pakistan, Mian Saqib Nisar che, a garanzia di imparzialità e trasparenza, ha avocato a sé il caso di Asia Bibi, per sottrarlo a ogni rischio di strumentalizzazione politica e religiosa.

Paolo Affatato

domenica 3 dicembre 2017

Mauritania: introdotta la pena di morte per blasfemia. Pentimento non esonera dalla pena

Ansa
La Mauritania ha deciso di irrigidire le leggi contro la blasfemia e l'apostasia, dopo che un tribunale locale ha deciso di rilasciare una blogger accusata di aver criticato il profeta Maometto.
Un emendamento all'articolo 306 del codice penale del Paese imporra' la pena di morte per "qualunque musulmano, uomo o donna, che ridicolizzi o insulti Allah". Secondo quanto riportato dall'agenzia stampa AMI, il pentimento non esonerera' dalla pena.

venerdì 10 novembre 2017

Mauritania - Commutata la pena di morte in 2 anni di carcere per blogger Mohamed Cheij uld Mjaitir accusato di blasfemia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nouakchott - Un tribunale della Mauritania ha commutato in due anni di carcere la sentenza di morte  che era stata inflitta al blogger Mohamed Cheij uld Mjaitir, autore di un articolo considerato blasfemo verso il profeta Mohammed.
Mohamed Cheij uld Mjaitir
Il caso è iniziato nel gennaio 2014, quando questo giovane, di circa 30 anni anni di età, pubblicò un testo, abbondantemente diffuso dai media del paese, accusando Muhammad di avere sostenuto pratiche discriminatorie contro i non arabi.

Le fonti giudiziarie hanno comunicato che il giovane Mjaitir sarà liberato perché ha già scontato quattro anni nella detenzione, ma per il momento non si hanno notizie della sua liberazione.

Dopo aver pubblicato il suo articolo, che ha provocato una grande mobilitazione popolare che chiedeva la sua esecuzione, il blogger è stato arrestato a Nouadhibou, capitale economica della Mauritania,

Il 24 dicembre 2014, un tribunale militare lo ha condannato a morte per "apostata".

Durante gli ultimi mesi ci sono state manifestazioni nelle strade di Nouakchott e in altre città del paese richiedendo "l'esecuzione dell'apostato".

Le moschee dove si tengono le preghiere del venerdì sono state sovente un punto di partenza per queste dimostrazioni.


La difesa del blogger ha appellato la sentenza e la Corte di Nouadhibou commutato la pena anche con l'accusa contro di lui di essere "infedele", meno dura, considerando il suo pentimento.

Fonte: EFE

lunedì 15 maggio 2017

Indonesia, condannato per blasfemia il governatore cristiano Ahok

Vatican Insider
Una corte di Giacarta infligge due anni di carcere ad Ahok: gli islamisti hanno influenzato sia la campagna politica, sia il verdetto.


Proteste in strada per la condanna dell’ex governatore Ahok

«Il nostro eroe è passato. Il nostro fiore è caduto nel giardino della devozione. La sua fragranza pervade la nostra grande e sacra patria»: sono le parole e melanconiche note di un canto tradizionale giavanese ad accompagnare e consolare oggi i sostenitori dell’ex governatore cristiano di Giacarta, Basuki Tjahaja Purnama, detto “Ahok”, condannato a due anni di carcere per blasfemiada una Corte distrettuale della capitale indonesiana. E mentre cristiani e musulmani pro Ahok intonano inni vagamente nostalgici, incamminandosi verso il carcere distrettuale, gruppi islamisti scendono in strada nella capitale per festeggiare la sentenza di condanna. 

In effetti il giudice che ha emesso il verdetto non ha usato la mano leggera: il pubblico ministero aveva infatti suggerito una condanna più lieve, ritenendo congrua una pena di due anni di libertà vigilata e un eventuale anno di carcere se, in quel periodo, l’imputato si fosse mostrato recidivo di blasfemia. La Corte ha ignorato tale richiesta giudicando Ahok colpevole di vilipendio al Corano, infliggendogli due anni di carcere per un reato che, in Indonesia, prevede la pena massima di cinque anni di prigione.

È questo il parziale epilogo (la difesa ha annunciato ricorso in appello) di una vicenda iniziata a settembre del 2016, quando l’ex governatore di etnia cinese – all’inizio della campagna elettorale per il massimo seggio istituzionale nel distretto della capitale – aveva citato in un discorso la sura Al-Maidah del Corano, contestando la visione data da alcuni leader radicali. Questi avevano invitato gli elettori a votare per un candidato musulmano, sulla base di una presunta indicazione del libro sacro.

Quell’intervento, pur legittimo, è costato caro ad Ahok: un video subito divenuto virale sui social media ha innescato la reazione dei gruppi islamisti e la denuncia per blasfemia. Il governatore è stato rinviato a giudizio e processato nel bel mezzo della stagione che precedeva il voto di febbraio 2017. La vicenda è stata fortemente strumentalizzata da gruppi radicali come l’Islamic Defenders Front e ha costituito una spada di Damocle che ha influenzato l’intera campagna politica.

Ahok ha vinto al primo turno delle elezioni (con il sostegno trasversale di elettori cristiani e non) per poi soccombere al ballottaggio del 19 aprile, quando ha ceduto il passo all’altro candidato, il musulmano moderato Anies Baswedan: su quest’ultimo, candidato indipendente e di solide basi democratiche, si è concentrato l’appoggio di tutti gli oppositori di Ahok, dai maggiori partiti politici (come il Gerindra ) fino ai movimenti islamisti, che pure Baswedan si è guardato bene dal rifiutare.

Va ricordato che Ahok non era giunto al seggio di governatore come candidato eletto, ma subentrandovi da vice quando Joko Widodo, governare uscente, si era tuffato nella corsa per la presidenza dell’Indonesia, raggiunta con successo nel 2014. La prova di governo di Ahok, nel segno della trasparenza e della concretezza, si è rivelata positiva e ha riscosso ampi consensi. Estesosi ben oltre i confini delle comunità cristiane, il suo gradimento popolare ha toccato punte del 70%.

Tutto faceva presagire una rielezione, ma quel cenno al Corano ha cambiato le carte in tavola, rappresentando l’appiglio che ha dato la stura ai movimenti islamici radicali. È pur vero che Ahok, nel frattempo, ha mostrato un carattere giudicato arrogante e spocchioso, attirandosi le antipatie del pubblico, che, in alcuni casi, ha collegato questo atteggiamento alle sue origini cinesi, accusate, a volte, di avere un «complesso di superiorità» rispetto ai cittadini di etnia giavanese. Inoltre alcuni suoi discutibili provvedimenti politici – come lo sgombero di famiglie povere da alcuni insediamenti abusivi a Giacarta, senza provvedere a una ricollocazione – hanno generato ostilità di attivisti della società civile.

In questa cornice, il fattore religioso (Ahok è cristiano protestante) è un elemento che ha contribuito a coagulare gli oppositori dietro la bandiera issata dagli islamisti, abili a guidare e manipolare il malcontento, specialmente tra i giovani. «I gruppi islamici radicali hanno influenzato questo verdetto e la recente campagna elettorale. La difesa ricorrerà in appello, mentre noi cristiani ci rimettiamo alla giustizia di Dio», ha osservato all’agenzia vaticana Fides Agustinus Ulahayanan, segretario della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale dell’Indonesia. I battezzati (l’11% nel distretto di Giacarta) si appellano alla Pancasila, la carta dei cinque principi (fede nell’unico Dio, umanità, unità della nazione, democrazia, giustizia sociale) alla base dell’Indonesia moderna. D’altro canto si prende atto della debolezza del sistema giudiziario e dell’impatto che hanno avuto i gruppi radicali sia nell’agone politico, sia sul giudizio dei magistrati: la strumentalizzazione della fede islamica ai fini elettorali è un fenomeno che potrà ripercuotersi anche sul voto presidenziale, previsto nel 2019.

Paolo Affatato

sabato 29 aprile 2017

Pakistan - Asia Bibi, tempi lunghi per un’udienza. Condannata a morte per blasfemia nel 2010

Vatican Insider
La Corte Suprema respinge l’istanza per accelerare il processo. Studioso musulmano: «La legge sulla blasfemia è contro gli insegnamenti dell’islam»



La Corte Suprema del Pakistan ha respinto la richiesta di un’udienza anticipata per il processo di Asia Bibi, la donna condannata a morte per blasfemia nel 2010 e giunta al terzo e ultimo grado di giudizio. 


Come conferma a Vatican Insider l’avvocato Saiful Malook, due settimane fa la difesa aveva presentato alla Corte un’istanza chiedendo di esaminare il caso nella prima settimana di giugno. La domanda era sostanzialmente motivata da motivi umanitari, dato il lungo periodo di detenzione della donna (otto anni), le sue condizioni di salute, la convinzione della sua innocenza. Il tribunale l’ha rigettata. 

L’avvocato Malook resta fiducioso sulla possibilità di dimostrare l’innocenza di Asia e di ottenere l’assoluzione, ma in primis, rimarca «è necessario che la Corte fissi l’udienza e ci ascolti».

L’ultima volta che il caso della donna cristiana era stato ufficialmente calendarizzato e discusso dal Supremo tribunale era il 13 ottobre 2016, quando uno dei tre magistrati designati si ritirò dal collegio giudicante per una sorta di «conflitto di interessi», avendo già in passato giudicato nel caso di Mumtaz Qadri, assassino del governatore del Punjab Salman Taseer. Questi si era esposto personalmente per proclamare l’innocenza di Asia. I due casi, secondo il magistrato, sono collegati e da qui le sue dimissioni, che però decretarono un rinvio a data da destinarsi.

Non sono per nulla certi, ora, i tempi di una nuova udienza. Secondo alcune fonti interne al tribunale, se non vi sarà un esplicito anticipo del caso, potrebbero passare anche alcuni anni, data la pletora di casi e la rigida cronologia osservata. Per questo la difesa dovrà comunque insistere per ottenere un’udienza anticipata per Asia Bibi, e così sembra si farà: «Esprimiamo grande disappunto perchè oggi la Corte ha respinto la nostra istanza, ma non ci scoraggiamo. Ci organizzeremo per presentarne una nuova», dice a Vatican Insider Joseph Nadeem, tutore della famiglia della donna.

Tecnicamente, lo «stato dell’arte» è fermo al 22 luglio del 2015, quando la Corte Suprema ha sospeso la condanna a morte del verdetto emanato nel 2014 dalla Corte di Appello di Lahore, ammettendo il caso all’esame del terzo grado di giudizio. L’atmosfera generale che attualmente si vive in Pakistan potrebbe essere sfavorevole ad un rapida soluzione della vicenda di Asia Bibi, in quanto è tornato a infiammare l’opinione pubblica e a occupare le prime pagine dei giornali il dibattito sulla famigerata legge di blasfemia, usata per condannare Asia Bibi.

Ha destato scandalo, infatti, l’omicidio di uno studente universitario musulmano, Mashal Khan, giustiziato da suoi colleghi con l’accusa di presunta “blasfemia digitale”, per alcuni post sul social network Facebook. Negli ultimi giorni diverse testimonianze hanno rivelato che l’accusa era del tutto pretestuosa e che esecuzione è stata una vendetta in piena regola, ordita da alcuni leader dell’università che Khan aveva accusato di corruzione. Per colpirlo, costoro hanno usato la legge di blasfemia.

L’indignazione è salita alle stelle. Intervistato dalla Tv privata pakistana Dunya News, Javed Ahmed Ghamidi, noto studioso musulmano, costretto all’esilio, ha dichiarato: «L’intera nazione è responsabile della morte di Mashal». Ghamidi non risparmia i capi religiosi musulmani: «I leader religiosi non insegnano alla gente a comportarsi secondo l’Islam. Tocca agli ulema dire alle persone che le loro azioni, diffondendo l’odio e la violenza, sono contrarie agli insegnamenti del Profeta e di Allah. Nessuno dovrebbe essere autorizzato a farsi giustizia da solo. Lo Stato dovrebbe intervenire immediatamente». Sulla legge di blasfemia, Ghamidi è molto chiaro: «La legge sulla blasfema è contro il Corano, contro gli hadith (i racconti sulla vita del profeta, ndr). Allah non ha mai rivelato questa legge. Questa legge è un tradimento e un insulto anche per l’islam».

Il punto è – spiega l’intellettuale musulmano – che «lo Stato ha paura degli ulema e della reazione emotiva delle masse. È tempo che i leader religiosi e i politici affrontino insieme questo problema. Bisognerebbe insegnare con chiarezza alla gente che la legge di blasfemia è contro gli insegnamenti del Profeta, e che non è il vero messaggio dell’islam».

Interpellato da Vatican Insider, l’avvocato cristiano pakistano Mushtaq Gill, impegnato ad assistere legalmente i fedeli pakistani, in casi di blasfemia e altre violenze, spiega: «In molti casi la violenza di massa è istigata da capi religiosi musulmani. E molti musulmani alimentano la violenza in nome dell’islam sui social media in Pakistan. Ma lo Stato non li controlla e li lascia agire indisturbati. Il circolo dell’odio continua e i frutti sono esecuzioni extragiudiziali come quella Mashal Khan».


Paolo Affatato

mercoledì 18 gennaio 2017

Pakistan. Noreen: io cristiana rischio la pena di morte per blasfemia. Chiedo all'Italia di salvarmi

Avvenire
Un volantino degli integralisti fu recapitato al padre della studentessa: «Tua figlia è blasfema e deve essere uccisa». Ora ha chiesto asilo politico in Italia


«Ho chiesto asilo politico in Italia perché in base alla legge anti-blasfemia, potrei essere condannata a morte», spiega Noreen Yousaf, ragazza pachistana di 28 anni. Dallo scorso autunno vive a Roma, presso dei parenti, e sta perfezionando l’italiano in modo da poter conseguire un dottorato di ricerca.

Laureata in scienze dell’educazione, in un suo scritto si era occupata proprio della legge anti-blasfemia, criticandola aspramente. Ora ha presentato domanda di asilo politico e impiega il suo tempo libero come volontaria nella sede di Aiuto alla Chiesa che soffre, la fondazione pontificia che si occupa dei cristiani perseguitati. «Nel giugno 2016 – racconta Noreen – il pastore Qandeel della Full Gospel Assembly of Pakistan, una chiesa protestante locale, ha convertito al cristianesimo una ragazza musulmana nel quartiere di West Colony a Jhelum, unendola in matrimonio con un cristiano di nome Nadeem».

In Pakistan, in base al diritto islamico, un musulmano può sposare una cristiana ma non è permesso a una ragazza musulmana di sposarsi con un cristiano e quindi cambiare religione. Se questo avviene i leader musulmani integralisti incitano le folle contro i cristiani, e a soffrirne le conseguenze non è solo lo sposo, ma anche la sua famiglia e il suo quartiere. Così la notte del 10 luglio a Jhelum, città di 148mila abitanti nel Punjab, prosegue Noreen «la polizia è entrata nel quartiere cristiano di West Colony, ma non sono riusciti ad arrestare Qandeel. Con la polizia c’erano anche musulmani locali, che hanno rubato e picchiato brutalmente uomini e donne cristiani».

Una ritorsione per il matrimonio, mentre gli estremisti hanno distribuito dei volantini nei quali c’era scritto che avrebbero convertito all’islam tutte le ragazze di West Colony, facendole sposare con i musulmani. Per precauzione Noreen decise di trasferirsi nella casa di una sorella, a 200 chilometri da Jhelum, ma nemmeno questo è bastato. Uno dei volantini distribuiti a West Colony faceva riferimento a uno suo scritto in un’opera che criticava la legge anti-blasfemia. «Tua figlia Noreen Yousaf è blasfema perché ha insultato il profeta scrivendo il libro sulla legge della blasfemia e deve essere uccisa» c’era scritto su un volantino recapitato al padre. Da qui la decisione di venire in Italia. Ora Noreen non può tornare in patria perché «se mi rivolgessi alla polizia e se denunciassi le minacce ricevute sarei subito arrestata e condannata a morte. Per una accusata di blasfemia è sufficiente che sia un musulmano a denunciarmi, anche se l’accusa è falsa».

mercoledì 31 agosto 2016

Pakistan - Asia Bibi, una «speranza» per la libertà. Rischia la pena di morte per blasfemia

Avvenire
Resta confermata per la seconda settimana di ottobre l’udienza della Corte suprema del Pakistan per valutare la condanna a morte per blasfemia di Asia Bibi, cattolica e madre di cinque figli, in carcere a Multan da 2.626 giorni. Dopo la sospensione della pena capitale il 22 luglio 2015, la donna è in attesa di conoscere definitivamente la propria sorte, cosciente che, se i giudici supremi dovessero deliberare la sua libertà, la sua esistenza e quella della sua famiglia costretta alla clandestinità resterebbero comunque esposte alla vendetta degli estremisti.

Asia Bibi
Vi è però una tenue speranza, anche all’interno della Chiesa pachistana, che la donna veda la fine di una vicenda unica per durata e complessità. «Speriamo davvero che possa essere liberata», ha segnalato l’arcivescovo di Lahore, monsignor Sebastian Francis Shaw all’agenzia Uca News . Speranza espressa anche dall’avvocato musulmano Saif-ul-Malook, che ha rilevato la difesa dell’imputata dopo la conferma in appello della sentenza di primo grado. Una sentenza che per Malook è stata influenzata da fattori come la fede cristiana e la scarsa notorietà del suo predecessore. «Ora – prosegue Malook – ho forti speranze che possa essere rilasciata. Anch’io sono stato minacciato, ma sapevo a che cosa andavo incontro quando ho accettato l’incarico».

Meno ottimista padre Jamil Albert, attivista per i diritti umani, che ha parlato di «fede che dà speranza » ma anche di «riserve sulla legge e sui metodi di amministrare la giustizia». A sua volta, Tahir Chaudhry, presidente dell’Alleanza pachistana per le minoranze, ha confermato che la pressione sui giudici da parte degli estremisti sarà enorme, ma che spera che la Corte suprema ordini il rilascio della donna.

Continuano intanto, all’interno e all’estero le pressioni per l’abrogazione o la modifica della “legge antiblasfemia', in base alla quale è stata arrestata e condannata Asia Bibi. Nel rapporto periodico sul Pakistan pubblicato il 26 agosto e ripreso dall’ agenzia Fides, la Commissione Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale ha chiesto a Islamabad di abrogare la legge deplorando «l’elevato numero di casi di blasfemia basati su false accuse e mancanti di relative indagini e azioni penali», mentre «i magistrati che giudicano i casi si trovano a subire intimidazioni e minacce di morte».

martedì 23 agosto 2016

Nigeria - Salva uno studente accusato di blasfemia. Gli bruciano la casa, 8 morti.

Avvenire
Otto persone sono morte ieri nel Nord della Nigeria nell'incendio appiccato da un gruppo di studenti musulmani alla casa di un uomo che aveva cercato di portare in salvo uno studente cristiano accusato di blasfemia. Lo ha reso noto oggi la polizia.


Una chiesa bruciata nel nord della Nigeria
Secondo le prime ricostruzione, lo studente avrebbe fatto commenti offensivi sul profeta Maometto suscitando la rabbia dei suoi compagni di scuola che lo hanno aggredito. Un passante, di fede musulmana, è intervenuto in sua difesa, portandolo in una stazione di poliza, ma gli aggressori hanno appiccato il fuoco alla casa dell'uomo dove c'erano otto persone. "L'uomo che ha salvato lo studente e la moglie non sono tra le vittime", ha detto un portavoce della polizia.

Le autorità hanno imposto il coprifuoco dal tramonto all'alba nella città di Talata Mafara e la scuola è stata chiusa per scongiurare nuove violenze.

venerdì 24 giugno 2016

Pakistan: liberati cinque dei sette cristiani detenuti per blasfemia

Tempi
La vicenda aveva coinvolto 16 persone accusate di aver chiamato un pastore "santo" con un termine, "rasool", che si usa anche per Maometto. Si è in parte risolto il caso di blasfemia che aveva sollevato proteste pubbliche in Pakistan. A manifestare per la liberazione di sette persone arrestate con questa accusa, che prevede la pena di morte, erano state tutte le chiese cattoliche e protestanti di Gujrat, nella provincia di Punjrab.
Nasir Saeed, direttore inglese della Claas
La vicenda, che aveva coinvolto 16 persone, era cominciata nell'agosto del 2015, quando la Chiesa Biblica di Dio aveva dato notizia del funerale del pastore Fazal Masih, fondatore della chiesa. Vista la fama di santità dell'uomo, sui manifesti stampati per la celebrazione delle esequie i fedeli avevano usato la parola "rasool", che in lingua urdu significa "santo" o "messaggero". Secondo l'accusa, però, l'aggettivo attribuito anche a Maometto non doveva essere usato altrimenti. 

A sollevare il caso di fronte all'autorità giudiziaria era stato l'imam locale. Raggiunto dalla notizia, Nasir Saeed, direttore inglese della Claas (un'associazione nata in difesa cristiani pakistani), aveva spiegato: "La parola "rasool" è usata spesso nella Bibbia urdu come traduzione della parola "apostoli" e "discepoli". E i cristiani, laici e religiosi, usano questa parola nei loro sermoni e anche nei loro scritti. Questo non è uno termine islamico ma urdu".

Nonostante ciò al pastore Aftab Gill e a suo fratello minore Unitan, insieme ad altri membri della loro chiesa, non è stato risparmiato il carcere. Arrestato, Unitan dichiarò di essere già da tempo molto inviso ad alcuni imprenditori musulmani locali, gelosi del suo successo in seguito all'apertura di un esercizio commerciale. 

Tanto che la polizia era dovuta persino intervenire per spegnere il fuoco appiccato dai residenti locali nelle proprietà dei cristiani.
Intervistato da Asianews l'avvocato musulmano Imtiaz Shakir aveva definito la vicenda una "pazzia" originata dal "sistema folle" della legge sulla blasfemia: "Gli avvocati con cui lavoro mi hanno minacciato - spiegò Shakir - dicendomi che non dovevo accettare di difendere vittime innocenti". Invece, fu proprio l'avvocato a invitare le chiese a protestare. 

Questa settimana, dopo dieci mesi, cinque dei cristiani ancora detenuti sono stati liberati, mentre Gill e un altro uomo, Hajaj Bin Yousaf, rimarranno in carcere per altri sei mesi. Poteva andare peggio, ma ricordando i casi precedenti, in primis quello di Asia Bibi, restano comunque vere le parole di Saeed: "Da quando esiste, questa legge è stata abusata, la polizia e le autorità devono fare attenzione ed evitare di registrare ogni denuncia contro chiunque per via della pressione civile". Le autorità, infatti, agiscono spesso rispondendo alle spinte dell'islamismo radicale.

di Benedetta Frigerio

sabato 30 aprile 2016

Pakistan, pena di morte per blasfemia per un SMS a una coppia cristiani

Avvenire
A un anno dalla condanna a morte e a quasi due dall’arresto, è stato accolto il ricorso in appello per due coniugi cristiani “colpevoli” di blasfemia in Pakistan. E la prima udienza sarà fissata a maggio. Shafqat Emmanuel e Shagufta Kausar, entrambi 43enni e genitori di quattro figli, erano stati denunciati il 21 luglio 2013 da un leader religioso musulmano, che aveva accusato l’uomo di avergli inviato un Sms ingiurioso per la fede islamica. In realtà, come aveva rilevato l’avvocato Nadeem Hassan che cura la difesa della coppia, il testo sarebbe partito da un telefonino smarrito da tempo.
Circostanza che avvalora la tesi di accuse motivate forse da risentimento verso i due che risiedeva nella città di Gojra, nella provincia del Punjab. Qui, all’inizio di agosto 2009 una folla sobillata da voci di profanazione di una copia del Corano, assalì l’area abitata dai cristiani avviando violenze che costarono la vita a una ventina di persone. 

Nell’incendio appiccato dagli assalitori furono bruciate un’ottantina di abitazioni e tra le fiamme morirono sette membri di una stessa famiglia. Un caso pretestuoso, quello dei coniugi cristiani, come confermato più volte dai legali della Farrukh Said Foundation che li assistono. I messaggi di testo sono stati scritti in inglese, una lingua che nessuno dei due, praticamente analfabeti, conosce. A Shafqat, costretto da anni su una sedia a rotelle, la polizia ha estorto una confessione, minacciando di rifarsi sulla moglie se non avesse acconsentito.

La loro condanna a morte con la sentenza del 4 aprile 2014 è basata sulla dichiarazione della società telefonica che il messaggio è partito dal cellulare di Shagufta, nonostante non esistano una Sim o un telefono registrati a suo nome. Come in altri casi, hanno ribadito gli avvocati citati dall’agenzia Fides, «il giudice in primo grado ha ceduto alle pressioni islamiste e ha emesso la sentenza di morte» alla fine di un procedimento che ha avuto come sede il carcere per timore di azioni violente degli estremisti. Mentre si apre alla speranza la vicenda di Shafqat e Shagufta, una storia d’amore giovanile il 21 aprile è finita in tragedia, con un 18enne cristiano torturato e impiccato a un albero davanti alla propria abitazione nel distretto di Pir Mahal, sempre nel Punjab. Qaisar Masih era colpevole di essersi innamorato, ricambiato, di una musulmana. Il padre della ragazza ha deciso di farsi giustizia da sé coadiuvato da consanguinei. Un fatto brutale motivato anche dal contrasto opposto dai cristiani allo spaccio di droga tra i giovani, che ha avuto anche una chiara valenza discriminatoria.
Accanto al corpo di Qaisar, infatti, è stato lasciato un messaggio in cui si sfida chiunque a porre lo sguardo su donne musulmane. La conferma di questa circostanza, accentuata dalla precedente minaccia di volere cancellare una intera generazione di giovani cristiani dall’area e anche delle difficoltà della famiglia a far aprire un’indagine dalla polizia arrivano da The Voice Society, una Ong pachistana per i diritti umani. Se le donne musulmane sono intoccabili, così non è per quelle delle minoranze.

A conferma che nemmeno una istituzione temuta come l’Esercito riesce a allontanare la discriminazione o a intimidire i più violenti tra gli estremisti, nella notte 20 aprile, la moglie di un dipendente dell’apparato militare che per il suo lavoro vive per lunghi periodi a Peshawar, distante da casa, è stata violentata sotto la minaccia di armi da fuoco dai figli di un notabile locale di fede musulmana che nei giorni successivi ha intimidito testimoni e familiari della donna cercando di evitare una denuncia formale.

martedì 5 aprile 2016

Pakistan - Diventa cupo il clima intorno ad Asia Bibi cristiana condanna alla morte per blasfemia

Vatican Insider
C’è una taglia sulla testa della donna condannata a morte per blasfemia in Pakistan e il governo rafforza le misure di sicurezza in carcere. Anche un fronte di avvocati ne caldeggia l’esecuzione

Il cielo sopra Asia Bibi si fa nero. Si complica e assume contorni inquietanti il tragico caso della donna cristiana condannata a morte per blasfemia sei anni fa e oggi in attesa di verdetto definitivo davanti alla Corte suprema.

L’atmosfera sociale e religiosa in Pakistan è a tinte fosche dopo l’esecuzione capitale di Mumtaz Qadri, il killer del governatore Salman Taseer, giustiziato il 29 febbraio scorso. Qadri era ritenuto dai gruppi estremisti e dai partiti religiosi un «eroe» per aver ucciso nel 2011 Taseer, macchiatosi della colpa di aver dichiarato il suo sostegno ad Asia Bibi, la donna già condannata come «blasfema» e dunque meritevole di morte.
Oggi la spirale di odio e di vendetta, di fanatismo e di intolleranza che avvolge questa vicenda trova nuovamente un capro espiatorio nella madre cristiana rinchiusa in una cella di isolamento nel carcere di Multan. La ritorsione immaginata è uccidere Asia subito. Come confermano a Vatican Insider fonti vicina alla famiglia di Asia Bibi, le stesse autorità di polizia hanno segnalato timori crescenti sulla sicurezza della donna e hanno rafforzato la sorveglianza alla sua cella.

Secondo rapporti dell’intelligence pakistana, gruppi estremisti stanno già cospirando per una esecuzione extragiudiziale di Asia, come le circa 70 già avvenute nel Paese a partire dal 1986 per punire persone solo accusate di blasfemia, ma già considerate irrimediabilmente colpevoli. Alcuni leader islamici hanno chiesto pubblicamente la testa di Asia e, secondo una fonte di polizia citata dai mass media pakistani, una nuova poderosa taglia sarebbe stata messa sulla testa della donna: 50 milioni di rupie, circa 470mila dollari.

La situazione è incandescente e Asia versa in grave pericolo, così come lo sono i suoi familiari e le persone che lavorano per lei. A partire dal suo avvocato, il musulmano Saiful Malook, la cui storia professionale si lega a doppio nodo con quella di Taseer e Qadri: Malook, prima di dimettersi dalla Procura di Lahore, è stato il pubblico ministero che ha messo sotto inchiesta Qadri, avviandone la condanna in primo grado.

Spetta alle autorità di polizia oggi proteggere Asia Bibi. Secondo le nuove misure restrittive, solo al marito è permesso di incontrarla in carcere, mentre la donna cucina da sola il proprio cibo per prevenire qualsiasi tentativo di avvelenamento. Inoltre le guardie schierate per la sua sicurezza sono state accuratamente controllate e selezionate per garantire la loro fedeltà allo stato: basti pensare, infatti, che Qadri, prima di diventare il killer di Taseer, era la sua guardia del corpo.

È una battaglia decisiva per lo stato di diritto e legalità che oggi la nazione sta affrontando, per non soccombere alle pressioni degli islamisti e di quanti intendono manovrare l’amministrazione della giustizia in Pakistan, proprio mentre Asia è in attesa di udienza davanti alla Corte suprema, ultimo grado di giudizio.

E anche sul fonte della legalità si coagula un fronte anti-Asia Bibi: un’alleanza di centinaia di avvocati è responsabile dell’aumento dei procedimenti giudiziari per blasfemia, che solo nell’anno 2014 hanno toccato quota 1.400. Si tratta della rete «Tehreek-e-Khatam-e-Nabuvat» («Movimento per la finalità della Profezia»), che offre rappresentanza legale gratuita a quanti denunciano un caso di blasfemia.

La missione dichiarata del forum e del suo leader Ghulam Mustafa Chaudhry, avvocato difensore di Qadri, è garantire che chiunque commetta vilipendio all’islam sia processato e giustiziato. Da quando la rete è stata fondata, 15 anni fa, le denunce di blasfemia depositate in Punjab sono triplicate. Un avvocato del gruppo ha rappresentato l’accusa nel caso di Asia Bibi e cercherà di farla condannare in via definitiva.

Le pressioni e le campagne rilanciate dopo la morte di Qadri potrebbero inficiare il faticoso tentativo del governo di ritoccare la legge di blasfemia: dato che abrogare la normativa – introdotta trent’anni fa dal dittatore Zia ul-Haq senza alcuna approvazione del Parlamento – sembra oggi irrealistico, il fronte moderato della politica, della società civile e dei leader religiosi propone una modifica che ne eviti l’uso improprio, punendo per esempio, chi formula false accuse.

Quello che il fronte pro-blasfemia continua a ignorare bellamente è l’accurata ricerca storica che ha svelato – in una serie di interventi comparsi sul quotidiano pakistano Dawn – come tutte le maggiori scuole di pensiero islamiche concordino nel considerare la blasfemia un peccato che, secondo la stessa sharia (la legge coranica), può essere perdonato, specialmente quando è commesso senza alcuna intenzionalità.

Paolo Affatato

mercoledì 11 novembre 2015

Pakistan: cinque anni fa la condanna per blasfemia, Asia Bibi aspetta ancora giustizia

Avvenire
"A morte per impiccagione". Sono trascorsi esattamente cinque anni da quando la Corte del distretto di Nankana pronunciò questa drammatica sentenza. Quattro parole che sembravano indicare in modo ineludibile il destino dell'imputata, la contadina "blasfema" di Ittanwali.

Asia Bibi, una mamma minuta quanto determinata, l'11 novembre 2010 ascoltò la decisione dei giudici in dignitoso silenzio. Ignara del fatto che, da quel momento, si sarebbe trasformata nell'emblema della lotta per la libertà di religione in Pakistan. "E in una lezione per l'intera società e le sue differenti componenti: cristiani, musulmani, indù, credenti di ogni fede, agnostici, atei - dice ad Avvenire Paul Bhatti, ex ministro per le Minoranze di Islamabad.

Asia ha mostrato come la legge anti-blasfemia possa essere manipolata per fini che niente hanno a che fare con la fede. E che, anzi, sono in aperto contrasto con l'islam. Tale consapevolezza sta facendo maturare la coscienza del Paese". L'esecuzione di Asia Bibi non si è finora compiuta. Dopo un estenuante iter giudiziario, la Corte Suprema, il 22 luglio 2015, ha "congelato" la condanna. Eppure, la donna, palesemente innocente, rimane in cella, dove si trova ormai da2.332 giorni.

"Siamo, tuttavia, ottimisti sulla conclusione della vicenda. Ci sono concreti spiragli di speranza. L'ultimo pronunciamento dei giudici supremi ha rifiuto le prove presentate dall'accusa e le testimonianze secondo cui Asia avrebbe offeso l'islam. Il che apre alla possibilità di cauzione per l'imputata. Finora quest'eventualità non è stata esplorata per ragioni di sicurezza: i fondamentalisti hanno emesso una fatwa contro la donna - sottolinea Bhatti. La sentenza rappresenta, comunque, una pietra miliare". Un segnale che il Pakistan sta cambiando. In modo lento, a volte quasi impercettibile, non lineare. Ma comunque reale.

"I gruppi fondamentalisti risultano indeboliti - aggiunge Bhatti. In estate è stata sgominata un'importante cellula di Laskar Jhangvi, un'organizzazione jihadista pachistana affiliata allo Stato islamico (Is). Tra gli arrestati ci sono stati anche due terroristi, implicati nell'omicidio di mio fratello Shahbaz". Sempre in tale direzione, la recente decisione della Corte Suprema a proposito di quanti difendono gli accusati di blasfemia.

"Prima erano considerati essi stessi blasfemi. Ora i giudici hanno esplicitato che ognuno ha diritto a una tutela legale. Perché il sistema giudiziario è fatto da uomini e, come tale, soggetto a errori. Tanti innocenti possono essere imprigionati. E gli avvocati hanno, dunque, il dovere di contribuire a impedire eventuali ingiustizie". Asia Bibi, nel frattempo, resiste e attende. Senza perdere la speranza. Le sue condizioni di salute sono precarie, come denunciato dalla famiglia. I medici del carcere di Multan, dove si trova dal giugno 2013, le stanno garantendo le cure necessarie, anche grazie alla pressione internazionale. Una delegazione del Parlamento Europeo - composta dall'olandese Petervan Dalen, dalla tedesca Arne Gericke e dal polacco Marek Jurek- è appena stata in Pakistan dove ha incontrato il marito di Asia, Ashiq Masih, a cui hanno consegnato una lettera di solidarietà per rinnovare l'interesse della Ue nei confronti della vicenda.

Lucia Capuzzi

lunedì 10 agosto 2015

Pakistan - Asia Bibi dal carcere: continuate a pregare per liberarmi da questo buio

Radio Vaticana
Un messaggio di fede e speranza: è l’ultimo appello lanciato dal carcere da Asia Bibi la donna pakistana cristiana, madre di 5 figli, condannata a morte con false accuse di blasfemia contro Maometto e in carcere ormai da sei anni. Ad oggi, dopo la prima sentenza d’appello, nel terzo e definitivo grado di giudizio, la pena è stata sospesa e il caso è al riesame della Corte Suprema che ha ammesso il ricorso della difesa. In attesa della prossima udienza Asia Bibi e la sua famiglia continuano a pregare e a chiedere il sostegno internazionale.
Diffuso attraverso la rete CitizenGO, che si batte sul web per la difesa dei princìpi non negoziabili e le libertà fondamentali dell’uomo, l’ultimo commosso messaggio di Asia Bibi è arrivato a quanti, cristiani e non, nel mondo si stanno mobilitando per il suo caso.” Una situazione” - la definisce“ - in cui sono stata ingiustamente coinvolta”. “Non ho parole per esprimere la mia gratitudine”, scrive la cinquantenne, “perché avete fatto conoscere la mia storia. So che mi siete vicini e Dio Onnipotente è pronto a rispondere alle vostre preghiere e a tutti gli sforzi che state continuando a fare per me e per la mia famiglia”. 
”Non ho commesso nessun reato”, ripete ancora una volta. “Non avrei mai pensato che la mia famiglia dovesse affrontare una vicenda così terribile, specialmente le mie figlie Esha e Eisham, che allora erano molto piccole”. Ma la speranza prevale sui timore e le fa dire: “Presto sarò di nuovo in mezzo a voi, per la grazia del Signore. Non vedo l’ora di sentire di nuovo il sole e il freddo, di vedere il cielo aperto, le stelle e la luna”. Quindi l’appello: ”Vi prego di continuare a pregare per liberarmi da questo buio, così potrò stare con voi alla luce del sole”. Parole vere di un “confessore della fede” come la definisce, Sara Fumagalli, presidente onorario dell’Associazione pakistani cristiani in Italia e coordinatrice della organizzazione di beneficenza "Umanitaria Padana Onlus":

R. – Sì, Asia Bibi è una donna eccezionale, che incarna quello che ha il popolo cristiano del Pakistan: da un lato, una fede incrollabile e, contestualmente, anche una capacità di lotta umana pacifica in ciò che Dio è, cioè verità e giustizia. Quindi non si fanno piegare dalle aggressioni, dalle ingiustizie, dalla paura.

D. – Voi siete riusciti a farle arrivare una statua della Madonna in carcere. Sapete quanto è stato importante per lei questa presenza, visto che non ha altro per pregare?

R. – Questa statuetta non è potuta rimanere in carcere con lei, ma ha potuto farle visita come una vera Madonna pellegrina di Fatima, e Asia Bibi si è potuta intrattenere a pregare davanti a questa statua, in silenzio. Quindi, sicuramente questo è stato di grande conforto per lei. Asia Bibi è stata sempre sorretta dalla preghiera, sin dall'inizio della sua vicenda. Quando lei parla del buio, che vive nella cella, sta parlando di una esperienza reale, perché la sua cella, per ragioni di sicurezza è isolata e senza finestre. Insomma, questi sono veramente sentimenti che nascono da un’esperienza di dolore profonda, seppur sempre sorretta dalla fede. Bisogna dunque continuare a pregare per questa donna: i pericoli non sono passati, anzi noi sappiamo che in Pakistan tanti cristiani vengono uccisi, anche dopo la loro assoluzione.

sabato 4 luglio 2015

Sudan: pena di morte per due cristiani rev.di Yat Michael e Peter Yein Reith accusati di blasfemia e spionaggio

Radio Vaticana
In Sudan, nuovo episodio di persecuzione contro i cristiani: due pastori cristiano-evangelici, i rev.di Yat Michael e Peter Yein Reith rischiano la pena di morte per diverse accuse tra cui blasfemia e spionaggio. 


La stessa vicenda, esattamente un anno fa, aveva riguardato Meriam Ibrahim, cristiana all'ottavo mese di gravidanza e madre di un bambino, condannata a morte per apostasia e poi liberata sull'onda di una mobilitazione internazionale. Purtroppo, per i due pastori sembrano esserci poche speranze, come riferisce Antonella Napoli di "Italians for Darfur". Gabriella Ceraso l’ha intervistata:

R. – Si tratta di accuse per le quali è prevista la pena di morte e nei prossimi giorni sarà emessa la sentenza. Questo avviene in un contesto di vera e propria persecuzione, perché da alcuni mesi la comunità evangelico-presbiteriana è presa di mira: sono state abbattute delle strutture della Chiesa e numerosi fedeli sono stati arrestati. È evidente quindi un tentativo da parte del governo sudanese di allontanare i cristiani.

D. – Si tratta di garantire una libertà religiosa che è nella Costituzione?

R. – Sì, è espressa nella Costituzione “ad interim” del Sudan e, proprio sulla base di questo principio, la vicenda di Miriam aveva trovato una soluzione. Infatti, in questo caso si parla di reati diversi, quindi c’è una sorta di accanimento nei confronti dei cristiani

D. – Voi come “Italians for Darfur” avete chiesto aiuto al parlamento italiano, ma anche all’europarlamento: è successo qualcosa?

R. – Sono state raccolte centinaia di migliaia di firme, però visto quello che era successo con la vicenda di Miriam, e dopo le rassicurazioni che erano state date agli esponenti della nostra diplomazia, riteniamo che si possa fare di più. Purtroppo, al momento non vedo grossi margini di manovra per una soluzione positiva. E' un momento davvero di grande difficoltà per chi si batte per la difesa dei cristiani, in questo caso, ma per chiunque in Sudan venga sottoposto a violazione dei diritti umani.

lunedì 29 giugno 2015

Nigeria: Kano Sharia Court sentences 9 to death for 'blasphemy' - La Corte della Sharia di Kano condanna a morte 9 persone per blasfemia

Premium Times Nigeria
[di seguito traduzione in italiano]
An Upper Sharia Court, Rijiyar Lemo, in Kano, has sentenced 9 persons: Abdul-Inyas, Hajiya Mairo and 7 others to death for blasphemy against the Prophet of Islam.



The trial was done in secret, and details of its proceedings are yet to be made public.

Even the name of the judge who conducted the trial is being kept secret.

The court initially said 2 people were convicted but a court official, who simply gave his name as Nasir (he declined to provide his full name) later said 9 people were sentenced.

He declined to provide the names of the 7 others.

The offence, committed in early June, triggered protest in Kano.

The demonstration was however promptly quelled by law enforcement agents. The court where the trial began was burnt down prompting the authorities to assign the case to another court.

A statement by the State Sharia Court of Appeal, signed by a man named Nasiru, said the 9 persons were found guilty under section 110 and section 382b of the Sharia Penal Court law year 2000.

"They are hereby sentenced to death," the statement read.

The statement acknowledged that some Muslim faithful in Kano threatened violence if the accused were set free.

The court however freed Alkasim Abubakar, Yahya Abubakar, Isa Abubakar, and Abdullahi Abubakar, who were arrested alongside the nine convicted persons.

They were found not guilty by the court.

Already, news of the judgment has sparked jubilation by a section of Kano residents.


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Nigeria: la Corte della Sharia di Kano condanna a morte 9 persone per blasfemia

La Corte Superiore della Sharia a Kano, ha condannato 9 persone: Abdul-Inyas, Hajiya Mairo e altri 7 a morte per blasfemia contro il Profeta dell'Islam.

Lo sentenza è stata fatta in segreto, e dettagli di suoi lavori devono ancora essere rese pubbliche.

Anche il nome del giudice che ha condotto il processo è stato tenuto segreto.

La corte ha detto che inizialmente 2 persone sono state condannate, ma in seguito ha detto 9 persone sono state condannate e ha rifiutato di fornire i nomi degli altri 7.

Il reato, commesso ai primi di giugno, ha scatenato la protesta a Kano.

La dimostrazione è stata però prontamente sedata da parte di agenti delle forze dell'ordine. Il tribunale dove è iniziato il processo fu bruciato spingendo le autorità di assegnare il caso ad un altro giudice.

Una dichiarazione da parte dello Stato della sharia Corte d'appello, firmato da un uomo di nome Nasiru, ha detto che 9 persone sono state giudicate colpevoli ai sensi della sezione 110 e la sezione 382b dell'anno sharia Penale della Corte del 2000.

"Loro sono quindi condannati a morte", si legge nella dichiarazione.
La dichiarazione ha riconosciuto che alcuni fedeli musulmani a Kano minacciato violenze se l'imputato fossero stati liberati.

La Corte ha tuttavia liberato Alkasim Abubakar, Yahya Abubakar, Isa Abubakar e Abdullahi Abubakar, che sono stati arrestati insieme alle nove persone condannate e sono stati trovati non colpevoli dal tribunale.

La notizia della sentenza ha scatenato giubilo di una parte dei residenti Kano.