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lunedì 8 novembre 2021

Libia - Finalmente dopo un anno di attesa 172 rifugiati trasferiti in Niger con un volo "salvavita".

AnsaMed
Sono ripresi i voli che trasferiscono migranti dalla Libia in altri Paesi africani. "Siamo lieti che l'aereo che ha portato in salvo 172 richiedenti asilo fuori dalla Libia sia appena atterrato in Niger", ha annunciato su Twitter la notte scorsa l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).


"Questo è il primo volo di evacuazione in Niger da oltre un anno", sottolinea l'Unhcr, aggiungendo che il trasferimento "segna la ripresa dei voli salvavita dalla Libia e riporta la speranza ai rifugiati più vulnerabili".

Un totale di 172 "richiedenti asilo", principalmente dai Paesi africani, compresi i minori non accompagnati, sono stati evacuati in Niger dalla Libia, grazie alla ripresa dei voli umanitari.

Lo rende noto l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

"Tra gli sfollati, molti sono stati detenuti in condizioni terribili, sono state vittime delle tratte o hanno subito violenze in Libia", si legge in una nota. "Gli sfollati si sono detti sollevati di lasciare la Libia", aggiunge l'Unhcr, che specifica che il gruppo è composto da famiglie, bambini che viaggiano da soli e un bambino nato poche settimane fa. 

Le 172 persone - principalmente da Eritrea, Sud Sudan e Sudan - sono state evacuate grazie a un meccanismo di emergenza dell'Unhcr che consente ai rifugiati vulnerabili di lasciare la Libia mentre l'agenzia Onu può trovare loro "una sistemazione duratura". A fine ottobre la Libia ha autorizzato la ripresa dei voli umanitari, sospesi da quasi un anno. 

venerdì 29 gennaio 2021

Migranti. Respingimenti nei Balcani e nel Mediterraneo. Onu: «Pratiche illegali». Deplorevole che il diritto di asilo sia una questione politicizzata

Avvenire
La violenza ai confini dell’Europa non è un’invenzione di giornalisti e attivisti. Le accuse si basano «su testimonianze credibili e corroborate». È quello che sostengono le Nazioni Unite che attraverso l’Alto commissariato per i rifugiati chiedono agli Stati, con un documento che sarà reso pubblico oggi, «di indagare e fermare queste pratiche». Un appello che segue l’altra denuncia piombata sempre da Ginevra: l’Italia è responsabile di non aver saputo proteggere la vita di 200 migranti annegati nel Mediterraneo nell’ottobre 2013.
Alcuni profughi scappano dopo essere stati picchiati al confine tra Croazia e Bosnia 
Border Violence Monitoring

Lo ha stabilito il Comitato per i diritti umani Onu con un lungo rapporto su richiesta di tre siriani e un palestinese, sopravvissuti al naufragio, nel quale hanno perso le loro famiglie. «L’Italia ha mancato nel rispondere prontamente alle varie richieste di aiuto dalla nave che stava affondando, con a bordo 400 adulti e bambini», nota il Comitato affermando che le autorità della Penisola «hanno mancato di spiegare il ritardo nell’invio della nave Its Libra (della Marina militare,ndr), che si trovava soltanto ad un’ora di distanza». 
[...]
Il medesimo scaricabarile va in scena anche nei Balcani. «Unhcr–Acnur ha ricevuto un flusso continuo di segnalazioni su Stati europei che limitano l’accesso all’asilo, respingendo le persone dopo che hanno raggiunto il proprio territorio o le proprie acque territoriali, e usando la violenza contro di loro alle frontiere», ha detto Gillian Triggs, assistente Alto Commissario dell’Agenzia Onu. 

«Le persone che arrivano via terra sono detenute informalmente e respinte con la forza nei Paesi vicini senza alcuna considerazione delle loro esigenze di protezione internazionale», 
denuncia l’alto commissariato. 
[...]
«Chiediamo l’istituzione di meccanismi di monitoraggio nazionali indipendenti – ha aggunto Triggs – per garantire l’accesso all’asilo, per prevenire le violazioni dei diritti alle frontiere e per assicurare che vengano accertate le responsabilità. Il monitoraggio indipendente è proposto anche dal Patto dell’Ue ed esortiamo gli Stati membri a sostenerlo».

Il numero di arrivi nell’Unione Europea continua a diminuire ogni anno. Nel 2020 sono arrivate via mare e via terra 95.000 persone, con un calo del 23 per cento rispetto al 2019 (123.700) e del 33 per cento rispetto al 2018 (141.500). «Con così pochi arrivi in Europa, questa situazione dovrebbe essere gestibile. È deplorevole – rimarca Unhcr – che l’asilo rimanga una questione politicizzata e divisiva nonostante i numeri in calo».

Nello Scavo


venerdì 22 maggio 2020

UNHCR/Kenya - Allarme per i primi casi di Covid nel campo profughi di Dadaab, il più grande al mondo dove vivono più di 500 mila persone

Agenzia Nova
Kenya: due rifugiati positivi a Covid-19 in campo di Dadaab, Unhcr e agenzie Onu rafforzano misure sanitarie


L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), le agenzie umanitarie e il governo del Kenya stanno rafforzando le misure contro il Covid-19 dopo che il governo stesso ha confermato che due persone sono risultate positive ai test nei campi rifugiati di Dadaab, il più grande del mondo. 

In linea con le direttive governative, i due positivi hanno dovuto osservare un periodo di quarantena per poi essere trasferiti in centri di isolamento, una volta reso noto l'esito dei risultati. 

L'unità di sorveglianza e risposta alle malattie del ministero della Salute ha avviato le attività di tracciamento dei contatti. È quanto afferma l’Unhcr in una nota. 

Le condizioni di affollamento dei campi rifugiati di Dadaab, nei quali i servizi medici sono già sotto pressione, sollevano seri motivi di preoccupazione per la vulnerabilità di oltre 217 mila rifugiati e 320 mila membri delle comunità di accoglienza che vivono negli insediamenti e nelle aree circostanti. 

L'Unhcr, i partner e altre agenzie Onu da tempo supportano il piano di risposta nazionale diretto dal governo volto ad attenuare i rischi e a prevenire l'ulteriore diffusione del virus nei campi rifugiati.

giovedì 16 aprile 2020

Grecia - Appello UNHCR: "Centinaia di bambini profughi non accompagnati detenuti in "custodia protettiva" a rischio COVID-19"

La Repubblica
Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis dovrebbe liberare centinaia di bambini migranti non accompagnati detenuti in celle di polizia antigieniche e centri di detenzione in Grecia. E' l'appello lanciato oggi da Human Rights Watch (HRW) dando così vita ad una campagna per liberare i bambini. Il loro rilascio da condizioni di detenzione offensive li proteggerebbe meglio dalle infezioni in caso di pandemia di coronavirus.


La campagna su #FreeTheKids. Che inizia oggi, il 14 aprile 2020, per sollecitare il Primo Ministro Mitsotakis a rilasciare immediatamente i minori migranti non accompagnati in condizioni di reclusione per trasferirli in strutture sicure e adatte ai bambini. Human Rights Watch sta avviando questa campagna dopo anni di ricerca e sostegno alla pratica della Grecia di rinchiudere i bambini che si trovano in Grecia senza un genitore o un parente in celle di polizia e centri di detenzione, sollecitando i governi successivi a porre fine a queste gravi violazioni dei diritti. 

"Mantenere i bambini rinchiusi in celle di polizia sporche era sempre sbagliato, ma ora li espone anche al rischio di infezione da COVID-19", ha affermato Eva Cossé, ricercatrice greca presso Human Rights Watch. "Il governo greco ha il dovere di porre fine a questa pratica offensiva e assicurarsi che questi bambini vulnerabili ricevano le cure e la protezione di cui hanno bisogno".

Sovraffollamento, bagni in comune, nessun igiene. Secondo il National Center for Social Solidarity, un ente governativo, al 31 marzo, 331 bambini erano in custodia di polizia in attesa di essere trasferiti in un rifugio, un forte aumento rispetto a gennaio, quando 180 bambini non accompagnati erano dietro le sbarre. Malattie infettive come COVID-19 rappresentano un grave rischio per le popolazioni di istituti chiusi come carceri e centri di detenzione per immigrazione. 

Si è scoperto che queste istituzioni forniscono cure sanitarie inadeguate anche in circostanze normali. In molti centri di detenzione, il sovraffollamento, i bagni in comune e la scarsa igiene rendono praticamente impossibile mettere in atto misure di base per prevenire un focolaio di COVID-19.

Detenzione o "regime di custodia protettiva"? Le autorità greche descrivono la detenzione di minori non accompagnati come un "regime di custodia protettiva" e affermano che si tratta di una misura di protezione temporanea nel migliore interesse del minore. 

In pratica, è tutt'altro che protettivo. Secondo la legge greca, i minori non accompagnati dovrebbero essere trasferiti in alloggi sicuri, ma la Grecia ha una carenza cronica di spazio in strutture adeguate come rifugi per bambini non accompagnati. 

La ricerca di Human Rights Watch ha documentato che, di conseguenza, i bambini affrontano detenzioni arbitrarie e prolungate e trattamenti abusivi in condizioni antigieniche e degradanti, tra cui la detenzione con gli adulti e i maltrattamenti da parte della polizia. 

Spesso non sono in grado di ottenere cure mediche, consulenza psicologica o assistenza legale e pochi conoscono persino i motivi della loro detenzione o per quanto tempo resteranno dietro le sbarre. La detenzione ha gravi ripercussioni a lungo termine sullo sviluppo e sulla salute mentale dei bambini, compresi livelli più elevati di ansia, depressione e stress post-traumatico.

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giovedì 30 gennaio 2020

Migranti, l'Unhcr costretto a sospendere l'attività nel centro di Tripoli che ospita i rifugiati in transito. "Troppo pericoloso"

La Repubblica
Mentre il ministro degli Esteri Di Maio annuncia il prossimo avvio della negoziazione con Al Serraji per migliorare il Memoramdum con la Libia, lo staff dell'agenzia dell'Onu abbandona la struttura in cui nelle ultime settimane hanno trovato rifugio 1700 persone.


Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio assicura che "nei prossimi giorni l'Italia avvierà il negoziato per Al Serraji per portare avanti la condizione dei migranti in Libia" ma intanto, alla vigilia del rinnovo per tre anni alle vecchie condizioni del Memorandum, l'Unhcr annuncia da Ginevra l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nelle ultime settimane, hanno trovato rifugio oltre 1700 migranti. Troppo pericoloso.

La decisione, spiega una nota dell'ageniza Onu per i rifugiati, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto a Tripoli, in Libia. 

"Purtroppo l'Unhcr non ha avuto altra scelta se non quella di sospendere le operazioni presso la Gdf di Tripoli, dopo aver appreso che le esercitazioni di addestramento, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle strutture che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione in Libia. "Temiamo che l'intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili", ha aggiunto.


L'Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l'evacuazione in paesi terzi, dalla struttura in luoghi più sicuri. L'Unhcr faciliterà anche l'evacuazione di centinaia di altre persone verso le aree urbane. Tra questi, circa 400 richiedenti asilo che avevano lasciato il centro di detenzione di Tajoura dopo che questo era stato colpito da un attacco aereo lo scorso luglio, e circa 300 richiedenti asilo del centro di detenzione di Abu Salim che sono entrati nel Gdf lo scorso novembre dopo essere stati rilasciati spontaneamente dalle autorità. Tutti riceveranno assistenza in contanti, beni di prima necessità e assistenza medica presso il Community Day Centre dell'Unhcr a Tripoli


Alessandra Ziniti

martedì 31 dicembre 2019

UNHCR: La mappa dei migranti del 2019: Grecia sotto pressione, Italia ormai rotta secondaria

Pickline
Lo rileva l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. In tutto il Mediterraneo le partenze sono in calo, ma il baricentro si è spostato dalla Spagna ai Balcani. Come accade ormai da due anni l’Italia è una rotta secondaria
Rifugiati nell'isola greca di Samos
È la Grecia lo stato del Mediterraneo che nel corso del 2019 si è visto sottoposto alla pressione migratoria più forte. La mappa dei flussi migratori è cambiata in maniera significativa rispetto al 2018 ridisegnando le rotte migratorie. In un anno in cui il numero degli sbarchi sulle coste europee ha conosciuto un leggero calo il baricentro si è spostato dalla Spagna alla Grecia, facendo registrare un cambiamento sensibile per quanto riguarda le rotte battute da barconi e barchini. 

L’Italia, come accade ormai da due anni, è invece una rotta secondaria nel quadro generale del Mediterraneo. Il dato emerge dalla mappa – aggiornata al 23 dicembre scorso – realizzata dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati.

Complessivamente tra gennaio e la seconda età di dicembre sono partite dalle coste nordafricane 123mila. Come detto, non si registra una differenza sostanziale rispetto ai 141mila del 2018. Il dato interessante è che dal 2015 in poi la tendenza è quella a una lenta ma costante diminuzione. 
Nel 2019 sulle coste della Grecia sono arrivati 73.377 stranieri, 31.400 in Spagna, 11.270 in Italia, 3.300 a Malta, 1.600 a Cipro. Circa 2.000 sono arrivati invece in territorio Ue varcando la frontiera terrestre tra Turchia e Bulgaria. 
Il quadro rispetto al 2018, come detto,è mutato radicalmente da ovest a est: un anno fa la pressione migratoria maggiore aveva riguardato la Spagna (65.600) seguita dalla Grecia (32.500) e dall’Italia (23.400). Afghanistan e Siria sono i due paesi principali di partenza dei migranti (rispettivamente 20.600 e 16.300).

Diversi fattori possono aver contribuito a mutare la prospettiva. Riguardo alla rotta tra Libia e Italia nel 2019 è stato rinnovato il memorandum sottoscritto a suo tempo dal ministro Minniti con le autorità di Tripoli, che dà sostegno alla guardia costiera libica ma di fatto trattiene i migranti in condizioni disumane nei campi libici, e dell’altro sono rimasti in vigore i decreti di Salvini (che se non si sono ripetute le crisi che avevano caratterizzato la presenza al Viminale del leader leghista). D’altro canto va registrato che, specie nella seconda parte del 2019 sono calate le partenze dalla Libia e sono invece cresciute quelle con i «barchini» dalla Tunisia.


giovedì 20 giugno 2019

20 Giugno - Giornata Mondiale del Rifugiato - UNHCR: Il numero di persone in fuga nel mondo supera i 70 milioni: l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati chiede maggiore solidarietà

UNHCR
Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività.


GLOBAL TRENDS 2018 – 8 FATTI SUI RIFUGIATI CHE E’ NECESSARIO CONOSCERE
MINORI. Nel 2018, un rifugiato su due era minore, molti (111.000) soli e senza famiglia.
PRIMA INFANZIA. L’Uganda ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.
FENOMENO URBANO. È più probabile che un rifugiato viva in paese o in città (61%) che in aree rurali o in un campo rifugiati.
RICCHI E POVERI. I Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti; i Paesi a reddito medio e medio-basso ne accolgono in media 5,8; i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.
DOVE SI TROVANO. Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine.
DURATA. Quasi 4 rifugiati su 5 hanno vissuto da rifugiati almeno per cinque anni. Un rifugiato su 5 è rimasto in tale condizione per almeno 20 anni.
NUOVI RICHIEDENTI ASILO. Nel 2018 il numero più elevato di nuove domande d’asilo è stato presentato da venezuelani (341.800).
PROBABILITÀ. Nel 2018, 1 persona ogni 108 era rifugiata, richiedente asilo o sfollata. 10 anni prima la proporzione era di 1 su 160.
I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, pubblicato oggi, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.

La cifra di 70,8 milioni è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela in particolare è attualmente riflessa da questo dato solo parzialmente. In tutto, circa 4 milioni di venezuelani, secondo i dati dei paesi che li hanno accolti, hanno lasciato il Paese, rendendo la crisi in atto uno degli esodi forzati recenti di più vasta portata a livello mondiale. Sebbene la maggior parte delle persone in fuga necessiti di protezione internazionale, ad oggi solo circa mezzo milione di queste ha presentato formalmente domanda di asilo.

“Quanto osserviamo in questi dati costituisce l’ulteriore conferma di come vi sia una tendenza nel lungo periodo all’aumento del numero di persone che fuggono in cerca di sicurezza da guerre, conflitti e persecuzioni. Se da un lato il linguaggio utilizzato per parlare di rifugiati e migranti tende spesso a dividere, dall’altro, allo stesso tempo, stiamo assistendo a manifestazioni di generosità e solidarietà, specialmente da parte di quelle stesse comunità che accolgono un numero elevato di rifugiati. Stiamo inoltre assistendo a un coinvolgimento senza precedenti di nuovi attori, fra cui quelli impegnati per lo sviluppo, le aziende private e i singoli individui, che non soltanto riflette ma mette anche in pratica lo spirito del Global Compact sui Rifugiati”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Dobbiamo ripartire da questi esempi positivi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case”.

La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).

Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.

Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).

La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.

“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

mercoledì 19 giugno 2019

Rifugiati, è record. L'Unhcr: "Più di 70 milioni di persone in fuga"

La Repubblica
Il Global Trend dell'Agenzia delle Nazioni Unite disegna un quadro drammatico. La metà dei richiedenti asilo del 2018 sono minori


Più di 70 milioni di persone costrette a lasciare i loro Paesi per sfuggire a guerre, violenze, persecuzioni, fame. malattie, povertà.
E’ un record assoluto quello rivelato dal Global Trends, l’annuale report dell’Unhcr, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato. Dieci anni fa gli sfollati forzati erano “solo” 43 milioni, ora siamo vicini al raddoppio. Un aumento vorticoso che non è stato determinato solo dal conflitto siriano. Nel 2018 il numero delle persone in fuga è cresciuto di ben 2,3 milioni di persone.

C’è un nuovo punto di crisi nel mondo ed è il Venezuela da cui, solo nel 2018, sono partiti oltre 3 milioni di persone, ad un ritmo di 5.000 al giorno. Ma se i Paesi in cui i venezuelani cercano rifugio sono innanzitutto quelli circostanti dell’America latina e dei Caraibi, c’è un dato, piccolo in termini assoluti ma significativo come tendenza, che vede raddoppiati, da 10.000 a 20.000,i venezuelani che hanno chiesto asilo in Spagna- E un considerevole aumento si registra anche in Italia, oltre il 300 per cento.

Se il Venezuela, con un richiedente asilo su cinque, è il Paese da cui nel 2018 è fuggita più gente, il Libano si conferma invece quello che ( in proporzione alla popolazione locale) ospita più rifugiati, ben uno su sei. Qualche sorpresa riserva anche la classifica degli Stati che accolgono il numero più alto di profughi: la Turchia su tutti, per il quarto anno di fila, con 3,7 milioni di persone, seguita da Pakistan, Uganda, Sudan e,primo Paese europeo, la Germania con poco più di un milione di profughi. Sempre di più i minori costretti a fuggire da soli, senza famiglia. Circa la metà della popolazione dei rifugiati del 2018 è sotto i 18 anni.

A fronte di questo picco di fughe i ritorni nei Paesi d’origine non tengono il passo: più di 210.00 persone hanno deciso di rientrare in Siria nel 2018 ma secondo l’Unhcr non ci sono ancora le condizioni di sicurezza per avviare un programma di rimpatri. Qual è dunque l’unica risposta possibile a questa fuga globale dalle tante aree di rischio del pianeta? La parola magica è reinsediamenti, ma le cifre sono scoraggianti. Servirebbero posti per 1, 4 milioni di rifugiati ma, nel 2018, gli Stati ne hanno messo a disposizione solo 81.300: il gap tra domanda e offerta supera il 90 per cento e continua a salire.

Alessandra Ziniti

mercoledì 5 giugno 2019

Libia - L'appello disperato dell'Unhcr: chiudere il lager di Zintan, condizioni disumane.

Globalist
L'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale.




Novantasei migranti sono stati trasferiti dal centro libico di detenzione di Zintan, a sudovest di Tripoli, dove, secondo l'Unhcr, 'le condizioni sono terribili' e che va, a giudizio dell'Agenzia, al piu' presto smantellato. 

Lo afferma l'Unhcr in una nota. Nel centro - afferma l'Unhcr - "le aree comuni sono sovraffollate e non dispongono di sufficiente aerazione. In alcune zone i servizi igienici sono intasati e necessitano urgentemente di riparazioni. Di conseguenza, rifiuti solidi e organici si sono accumulati da giorni nelle celle e comportano seri rischi per la salute.

Le tensioni fra i detenuti aumentano, a causa di agitazione e disperazione". Del gruppo rilasciato, composto da detenuti provenienti da Somalia, Eritrea ed Etiopia, fanno parte anche due neonati. Ma nel centro sono rimasti ancora 654 rifugiati e migranti. "E' necessario percorrere immediatamente tutte le opzioni disponibili per liberare i detenuti restanti - insiste l'Agenzia dell'Onu -. 

Dal momento che a Tripoli non vi è attualmente alcun centro di detenzione adeguato per ospitare rifugiati e migranti, in parte a causa delle ostilità in corso, l'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale".

E aumentano, intanto, gli arrivi: nel solo mese di maggio la Guardia Costiera libica ha ricondotto in Libia, secondo l'Agenzia - un numero di persone (1.224) piu' elevato di quello registrato nell'insieme dei restanti mesi del 2019, e nel Paese "non vi e' alcun porto sicuro dove i rifugiati e i migranti soccorsi possano essere fatti sbarcare".

mercoledì 10 aprile 2019

Libia: Unhcr ricolloca 150 rifugiati in area sicura, “con gli scontri sono ancora più esposti a seri rischi”

SIR
Data l’attuale situazione d’instabilità a Tripoli, in Libia, l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ieri ha ricollocato oltre 150 rifugiati dal Centro di detenzione di Ain Zara, nei quartieri sud di Tripoli, in un loro centro di raccolta e partenza situato in un’area sicura nelle vicinanze.

Negli ultimi giorni l’area circostante il Centro di detenzione di Ain Zara è stata teatro di scontri pesanti. Alcuni rifugiati hanno riferito all’Unhcr di avere paura e di temere per la propria incolumità a causa degli scontri in corso nella zona, nonché di avere ormai a disposizione quantità minime di scorte. 

L’Unhcr sta lavorando a stretto contatto con le autorità e coi propri partner per garantire che un numero ulteriore di persone vulnerabili sia ricollocato dai Centri di detenzione. “In Libia molti rifugiati e migranti sono soggetti a terribili depravazioni. Ora sono ancora più esposti a seri rischi e non deve essere tralasciato alcuno sforzo volto a trarre in salvo tutti i civili e a garantire loro un luogo più sicuro”, ha dichiarato Matthew Brook, vice capo Missione dell’Unhcr in Libia. 

Da quando sono scoppiati gli scontri nella capitale libica, oltre 3.400 cittadini sono stati costretti alla fuga e molti altri sono rimasti vittime del fuoco incrociato, impossibilitati a mettersi in salvo. L’Unhcr si unisce al resto degli attori umanitari per sollecitare “il rispetto degli obblighi legali internazionali volti ad assicurare l’incolumità di tutti i civili e l’integrità delle infrastrutture, oltre che a garantire un accesso incondizionato, sicuro, duraturo e senza impedimenti degli aiuti umanitari alle aree colpite”. 

Nell’ambito della risposta d’emergenza alle violenze in atto, l’Unhcr ha inoltre predisposto la presenza di aiuti a Tripoli e a Misurata, rafforzando la capacità dei propri servizi di assistenza telefonica e assicurando la continuità dei programmi di protezione per rifugiati e sfollati interni negli insediamenti urbani. 

“Le condizioni in Libia non sono sicure per i rifugiati e i migranti soccorsi o intercettati – ribadisce nuovamente l’Unhcr -, pertanto essi non devono esservi ricondotti”.

mercoledì 6 marzo 2019

Libia. La denuncia dell'UNHCR: Protesta dei richiedenti asilo detenuti sedata con la violenza, 50 feriti gravi

Globalist
Una protesta nel centro di Sikka ha visto circa 50 migranti feriti gravemente dalla polizia. La settimana scorsa nel Centro di detenzione di Sikka, in Libia, si è fatto uso della forza contro alcuni richiedenti asilo intenti a protestare per le condizioni disumane in cui erano tenuti da mesi senza alcuna prospettiva di trovare una soluzione alla loro situazione.

Le persone ferite, riferisce L'Unhcr (l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) sono circa 50. In seguito alle proteste, circa 120 persone sono state poi trasferite dal centro di Sikka a auelli di Ain Zara e Sabhaa. Si stima che al momento dell'incidente vi fossero oltre 400 richiedenti asilo detenuti nel Centro di Sikka. Tutti erano registrati dall'Unhcr, eccetto 20 persone arrivate da poco. Il gruppo include 200 eritrei, 100 somali, 53 etiopi e 20 sudanesi.

L'Unhcr ha espresso le proprie preoccupazioni alle autorità in relazione a tale incidente. Ad oggi, l'Agenzia non ha potuto incontrare le persone coinvolte ma membri dello staff sono potuti entrare nel Centro di detenzione di Sikka domenica, esclusivamente per permettere il trasferimento di alcuni detenuti al Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) per poter essere evacuati. 

Attualmente, vi sono 5.700 rifugiati e migranti in stato di detenzione, 4.100 dei quali è stato valutato che ricadano sotto il mandato dell'Unhcr e potrebbero avere bisogno di protezione internazionale.

L'Unhcr rinnova l'appello a porre fine alla detenzione in Libia dichiarandosi pronta ad assicurare supporto alle autorità libiche per trovare misure alternative. Nel dicembre scorso l'Unhcr ha aperto un Centro di raccolta e partenza a Tripoli, in cooperazione con il Ministero dell'Interno, per velocizzare la ricerca di soluzioni e offrire un'alternativa alla detenzione. 

Tuttavia, con la riduzione di posti disponibili per il reinsediamento, molti rifugiati potrebbero dover restare in stato di detenzione a tempo indefinito.

lunedì 22 ottobre 2018

Libia, l'appello all'Unhcr di 300 migranti prigionieri: "Aiutateci! O non ci resta che morire"

Rai NewsSono migliaia i migranti prigionieri nei centri di detenzione in Libia. Le organizzazioni umanitarie internazionali stanno cercando di evacuarne più possibile nei campi profughi in Niger. 
Una delle immagini inviate insieme all'appello per la ricerca di aiuto
Ma in alcune zone della Libia gli accesi combattimenti tra milizie impediscono l'accesso ai rappresentanti dell'Unhcr. Noi siamo entrati in contatto con un giovane eritreo, da tre mesi prigioniero in un hangar vicino all’aeroporto internazionale di Tripoli. 

Ci sono in tutto 300 migranti, tra cui donne e bambini, che chiedono l’intervento dell’agenzia ONU per i rifugiati e di essere al più presto evacuati. 


Angela Caponnetto

mercoledì 5 settembre 2018

Unhcr, il mare Mediterraneo è sempre più mortale. Meno arrivi ma muore 1 migrante su 18!

AnsaMed
Un nuovo rapporto dell'agenzia Onu per i rifugiati Unhcr segnala che negli ultimi tre anni il Mediterraneo è diventato sempre più mortale per i migranti che tentano di attraversarlo. 


Il documento, dal titolo Desperate Journeys, mostra che oltre 1.600 persone sono morte o disperse mentre tentavano di raggiungere l'Europa finora quest'anno.

Come riferisce l'agenzia Onu in una nota, il rapporto mostra che mentre il numero totale di persone arrivate in Europa è diminuito, il tasso di morti è aumentato drasticamente, in particolare per coloro che attraversano il Mar Mediterraneo. 
Il rapporto UNHCR Desperate Journeys

Nel Mediterraneo centrale, una persona è morta o è scomparsa ogni 18 persone che hanno attraversato le sue acque tra gennaio e luglio 2018, a fronte di una vittima ogni 42 persone nello stesso periodo nel 2017. 

"Questo rapporto conferma ancora una volta che il Mediterraneo è una delle traversate marittime più mortali al mondo", ha dichiarato la direttrice dell'Ufficio per l'Europa dell'Unhcr, Pascale Moreau. "Con il numero di persone che arrivano sulle sponde europee in calo, questo non è più un test per stabilire se l'Europa possa gestire i numeri, ma se l'Europa possa avere l'umanità di salvare vite umane". 

Il rapporto Unhcr segnala che lungo la rotta del Mediterraneo centrale, finora quest'anno ci sono stati dieci incidenti in cui sono morte 50 o più persone, la maggior parte dopo essere partite dalla Libia. Sette di questi incidenti sono avvenuti a partire da giugno. Lungo la rotta marittima dal Nord Africa alla Spagna, più di 300 persone sono morte quest'anno, un netto aumento rispetto al 2017, quando furono registrate 200 vittime in tutto l'anno. Ad aprile di quest'anno, quando oltre 1.200 migranti hanno raggiunto la Spagna via mare, il tasso di morti è salito fino a un morto ogni 14 persone in arrivo in Spagna via mare. Più di 78 morti tra rifugiati e migranti sono stati registrati finora lungo le rotte via terra in Europa o alla sua frontiera, rispetto ai 45 dello stesso periodo dell'anno scorso.

Negli ultimi mesi, l'Unhcr, insieme all'agenzia Onu per le migrazioni Oim, ha chiesto all'Europa di realizzare un approccio regionale per il salvataggio e lo sbarco delle persone in difficoltà nel Mar Mediterraneo e di aumentare l'accesso a percorsi sicuri e legali per i rifugiati, aumentando i luoghi di reinsediamento, rimuovendo gli ostacoli al ricongiungimento familiare e fornendo alternative a tragitti potenzialmente mortali.

lunedì 9 luglio 2018

Appello UNHCR: «Troppi migranti morti, ong tornino nel Mediterraneo». I morti passati 1su38 a 1su7

V-VOX
L’Unhcr – Agenzia Onu per i rifugiati lancia, tramite Carlotta Sami e Roberto Mignone, un appello affinché le ong possano tornare ad operare nel Mediterraneo.


«Siamo passati da un morto ogni 38 nel 2017 a un morto ogni 7 persone quest’anno – spiega l’Unhcr -.

C’è bisogno di maggiore concentrazione di capacità di soccorso in zona Sar (Search and Rescue). Le Ong hanno giocato e forse giocano ancora un ruolo fondamentale. Meno attori che operano in quella zona – conclude Unhcr – vogliono dire più naufragi e morti».

giovedì 31 maggio 2018

Ungheria. Passa la legge contro le Ong che prevede il carcere per chi aiuta migranti irregolari

La Repubblica
Il partito di Orbàn approva la norma che punisce chiunque dia sostegno agli immigrati illegali: per i critici è un modo per colpire il rivale George Soros. 

Migranti irregolari presenti in Ungheria
Dopo il trionfo elettorale dell'8 aprile, il popolare, carismatico premier sovranista ungherese Viktor Orbán lancia l´offensiva finale sul fronte dei migranti e contro ogni altro presunto avversario. 

È ormai pronta e passata ieri sera dalla maggioranza assoluta detenuta dalla Fidesz (il partito di Orbán, membro dei Popolari europei) allo Orszagház, il Parlamento magiaro, la cosiddetta legge "Stop Soros" che punirà come reato penale ogni aiuto agli immigranti illegali fornito da ong o da qualsiasi organizzazione umanitaria.
Secondo la legge, qualsiasi organizzazione ma anche qualsiasi singolo cittadino che si renda colpevole di aiuto a entrare e restare in Ungheria a persone che non hanno i titoli per chiedere asilo politico sarà passibile di pene detentive. 
Una seconda legge, sempre promossa dalla maggioranza, afferma che sarà necessario introdurre un emendamento nella Costituzione ungherese per affermare esplicitamente che sarà vietato far installare o aiutare a installarsi in Ungheria qualsiasi "popolazione aliena", cioè in sostanza non conforme con valori occidentali e cristiani del paese magiaro.

Il pacchetto di leggi ungheresi è stato immediatamente condannato dall´Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Nelle leggi si afferma tra l'altro che "abbiamo bisogno di un piano d´azione per difendere l'Ungheria" e che "chi fornisce aiuti finanziari o di altro tipo a un ingresso e permanenza illegale nel nostro paese deve essere punibile con pene detentive fino a un anno di reclusione". 

Immediata e durissima è stata la reazione dello Unhcr: in un appello urgente ha chiesto all'Ungheria di annullare subito le nuove leggi. Sottolineando che tali leggi, se non verranno ritirate, "toglieranno ogni diritto da chi fugge da guerre e rischio di morte e al tempo stesso infiammeranno un dibattito politico già caratterizzato da forti pesanti toni xenofobi".

Nei giorni scorsi, un altro show di potere della maggioranza è stato il sequestro degli scritti inediti del grande filosofo marxista critico e oppositore sotto il regime comunista, Gyorgy Lukacs, trasportati a destinazione ignota, e la chiusura della casa di Lukacs dove fino a un giorno prima studiosi di tutto il mondo lavoravano all'edizione postuma di sue opere.

Andrea Tarquini

lunedì 18 dicembre 2017

Migranti - Nuovo rapporto UNHCR: cambiamenti delle rotte dei rischiosi viaggi verso l’Europa

UNHCR
Nell’ultimo quadrimestre del 2017 ci sono state alcune trasformazioni nei flussi di migranti e rifugiati in arrivo in Europa. Gli arrivi in Italia dalla Libia sono diminuiti a partire dal mese di luglio. 



Gli arrivi attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale restano comunque elevati rispetto a quelli delle altre rotte per i tre mesi di riferimento, ad agosto e a settembre la rotta del Mediterraneo orientale ha costituito il principale punto d’ingresso in Europa, principalmente a causa dell’aumento degli arrivi via mare in Grecia. 

Nel 2017 è aumentato anche il numero degli arrivi in Spagna, raggiungendo ad agosto il picco di 3.000 nuovi arrivi: ciò significa che durante il mese di agosto sono arrivate in media 100 persone al giorno. Le vie d’accesso in Europa di rifugiati e migranti continuano ad essere diversificate: altre 470 persone sono arrivate in Romania dalla Turchia attraverso il Mar Nero, tra agosto e settembre.

Molte delle persone che arrivano in Europa sono state costrette a fuggire dai loro Paesi d’origine, è il caso dei siriani, degli iracheni e degli afghani. Negli ultimi tre mesi, in seguito alla diminuzione degli arrivi in Italia, le tre nazionalità principali di provenienza delle persone arrivate in Europa attraverso le tre rotte del Mediterraneo sono state quella siriana, marocchina e nigeriana, mentre dall’inizio dell’anno, lungo queste tre rotte, sono arrivate in Europa soprattutto persone provenienti da Nigeria, Siria e Guinea. 

Inoltre sono più di 14.500 i minori non accompagnati e separati (MSNA) entrati nora in Europa durante tutto quest’anno e grande preoccupazione destano le molte donne e ragazze, arrivate in Europa, vittime di tratta.

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venerdì 20 ottobre 2017

UNHCR: Continua il dramma dei Rohingya. 537 mila rifugiati in Bangladesh, migliaia ogni giorno.

Adnkronos
Villaggi bruciati, intere famiglie sterminate, donne e ragazze violentate, non se ne parla quasi più, ma i rifugiati Rohingya continuano a fuggire portando con sé storie terribili. Da agosto, denuncia l'UNHCR, la comunità Rohingya subisce gravi violazioni dei diritti umani nello stato Rakhine, in Myanmar. Oltre 537 mila rifugiati sono già fuggiti dal paese e hanno cercato protezione nel vicino Bangladesh. 



Altre migliaia stanno arrivando in questi giorni. Sono donne, bambini e uomini che hanno vissuto gli orrori più atroci. 


Alcuni di loro hanno visto i propri cari perdere la vita mentre attraversavano il golfo del Bengala per superare il confine e raggiungere la salvezza nei campi rifugiati di Kutupalong e Nayapara. Chi riesce ad arrivare in Bangladesh è affamato, sfinito e con urgente bisogno di cure mediche.

mercoledì 16 agosto 2017

Migranti, UNHCR: “Codice ong riduce la capacità di salvare vite. Rischio violazione diritti umani”

Il Fatto Quotidiano
Secondo Agnes Callamard dell'Unhcr c'è il sospetto che l’Italia, la Commissione Ue e gli altri Stati europei "considerino il rischio e la realtà delle morti in mare un prezzo da pagare per dissuadere migranti e rifugiati". I finanziamenti alla Libia inoltre espongono chi viene riportato nel Paese a "violenze abominevoli". L'organizzazione umanitaria italiana Intersos: "Grazie alle scelte di Minniti migliaia di innocenti verranno torturati".


Il codice di condotta delle ong che operano nel Mediterraneo, scritto dal governo italiano con la collaborazione della Commissione Ue, impone “procedure che potrebbero ridurre la capacità delle organizzazioni di effettuare attività di salvataggio di vite”. 

Questo “potrebbe portare a più morti in mare, e la perdita di vite, essendo prevedibile ed evitabile, costituirebbe una violazione degli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani“. 

Ad affermarlo è Agnes Callamard, relatrice speciale dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Unhcr), dopo che le maggiori organizzazioni non governative hanno comunque fermato le proprie attività di soccorso per timore delle minacce libiche e in polemica nei confronti degli accordi tra l’Italia e Tripoli.

Secondo l’esperta, questo “suggerisce che l’Italia, la Commissione Ue e i Paesi dell’Ue considerano il rischio e la realtà delle morti in mare un prezzo da pagare per dissuadere i migranti e rifugiati” dal compiere la traversata dalla Libia all’Italia. 

La relatrice Onu, poi, avverte che il finanziamento di 46 milioni di euro dalla Commissione europea alla Libia per appoggiare la sua guardia costiera e le sue operazioni di ricerca e salvataggio possono esporre i migranti e i rifugiati che vengono riportati in Libia a “più violenze abominevoli“. 

“Alcuni vengono assassinati deliberatamente, altri muoiono in conseguenza di tortura, malnutrizione e negligenza medica”, avverte Callamard, aggiungendo che ci sono informazioni di violazioni del diritto alla vita da parte della guardia costiera libica, secondo le quali gli agenti hanno sparato contro imbarcazioni di migranti o impiegato tecniche di individuazione pericolose.

La relatrice segnala inoltre che il numero di immigrati e rifugiati riportati in Libia pare superi il numero di persone che risultano registrate nei centri di detenzione per immigrati, il che indica che alcuni vengono portati in strutture “non ufficiali e luoghi in cui possono essere privati della libertà e a rischio di gravi abusi, morte compresa“. 

Callamard ha ammesso che la guardia costiera libica ha bisogno di migliorare il suo lavoro, ma questo appoggio da parte dell’Ue “non si può fornire senza garanzie dimostrabili che i diritti dei migranti intercettati vengano rispettati e che i migranti stessi vengano protetti da violazioni e abusi da parte di agenti statali, milizie armate e trafficanti”, conclude l’esperta, che ha chiesto chiarimenti a Ue, Italia e Libia su tutte queste questioni.

Attacca le scelte del governo anche l’organizzazione umanitaria italiana Intersos, impegnata con progetti di risposta all’emergenza e protezione dei più vulnerabili in 16 paesi del mondo e in Italia, con un intervento a tutela dei minori stranieri non accompagnati. 

“Sulla migrazione il ministro Minniti vede la luce. Purtroppo grazie alle sue scelte, sostenute dal Governo Italiano e dall’Unione Europea, migliaia di persone innocenti vedranno il buio del carcere, delle torture, dello stupro e della morte in Libia“, scrive in una nota l’Ong replicando alla consueta conferenza stampa delministro dell’Interno il 15 agosto. 

“Nella sua conferenza di ferragosto il ministro dell’ Interno ha ancora una volta omesso di chiarire le conseguenze che la scelta di appaltare la gestione dei flussi migratori alla Libia avrà per uomini, donne e bambini. Uomini, donne e bambini che quando vengono fermati dalla Guardia Costiera libica subiscono frequentemente rapine e violenze, per poi essere portati in centri di detenzione dove sono tenuti prigionieri in condizioni inumane. 

Un’altissima percentuale degli uomini e dei bambini transitati dai centri di detenzione libici portano i segni di violenze e torture, la stragrande maggioranza delle donne subisce stupri ripetuti. Buona parte del paese, a cominciare dalle regioni vicine alla frontiera meridionale, sono prive di autorità statale, in mano a gruppi armati. Le prove di questi abusi sono enormi e riconosciute nei rapporti ufficiali delleNazioni Unite“, spiega la ong.

Intanto il Corriere scrive che a fine agosto è in agenda un vertice tra il ministro degli Interni e le maggiori ong, compresa Msf che si è rifiutata di firmare il codice di condotta. Lunedì mattina, secondo il quotidiano, c’è stata una telefonata tra il Viminale e i rappresentanti italiani dell’organizzazione, che avevano accusato il governo italiano di complicità con la Libia dove i migranti subiscono torture e stupri. Secondo la fonte del Corriere “si parlerà del codice ma anche di resettlement e autentici corridoi umanitari“.

di F.Q.

venerdì 28 luglio 2017

Libia: Unhcr, rilasciati da centri di detenzione 371 migranti da inizio anno

Agenzia Nova
Un totale di 371 rifugiati sono stati rilasciati da centri di detenzione in Libia dall’inizio del 2017 grazie all’intervento dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). 



Lo ha reso noto Carlotta Sami, portavoce di Unhcr per l’Europa meridionale, citando l’ultimo aggiornamento sulle operazioni avvenute in Libia dal 10 al 19 luglio scorsi. L’intervento delle Nazioni Unite, in particolare, ha permesso il rilascio di 13 donne e 11 uomini dal centro di detenzione di Triq al Sika a Tripoli. 

Intanto secondo quanto riferito dall’Organizzazione mondiale per le migrazioni, 5.546 migranti sono stati rimpatriati dalla Libia verso 18 paesi, di cui 4.130 direttamente dai centri di detenzione. La Nigeria figura al primo posto con 1.803 rimpatri, seguita da Gambia con 804, Guinea Conarky con 594 e Senegal con 528.

martedì 30 maggio 2017

Unhcr, 410 mila persone fuggite dal Burundi dal 2015

Agenzia Nova
Ginevra - L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha rinnovato oggi la propria preoccupazione per la situazione d’instabilità in cui versa Burundi, dove all'aprile 2015 più di 410 mila persone sono fuggite dalle loro abitazioni a causa della decisione del presidente Pierre Nkurunziza di correre per un terzo mandato. 


Profughi dal Burundi e dal Congo rifugiati in Tanzania
I rifugiati, si legge in una nota dell’Unhcr, continuano a denunciare gli abusi dei diritti umani, le persecuzioni e le violenze sessuali e di genere come le ragioni principali della loro fuga. 

Senza segno di miglioramento della situazione politica, denuncia l’agenzia Onu, la popolazione totale di rifugiati in fuga dal paese dovrebbe superare il mezzo milione entro la fine del 2017, rendendola potenzialmente la terza crisi dei rifugiati in Africa dopo il Sud Sudan e la Repubblica democratica del Congo (Rdc). 

Attualmente la Tanzania ospita la maggioranza dei profughi burundesi (circa 249 mila), seguita dal Ruanda con 84 mila, dall’Uganda con 45 mila e dalla Rdc con 41 mila. 

L'Unhcr ha di recente rivisto al rialzo il suo appello di finanziamento in risposta alla crisi umanitaria in Burundi portandolo a 250 milioni di dollari.