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lunedì 30 maggio 2022

Repubblica Centrafricana - I diritti umani fanno un passo avanti. Abolita la pena di morte.

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'Assemblea nazionale centrafricana ha votato venerdì per acclamazione l'abolizione della pena di morte, ha annunciato il presidente dell'Assemblea, in un Paese in guerra civile dove l'ultima esecuzione capitale risale al 1981.

"L'Assemblea nazionale ha adottato per acclamazione la legge che abolisce la pena di morte nella Repubblica Centrafricana", ha affermato davanti ai deputati Simplice Mathieu Sarandji, tra gli applausi. La legge deve ancora essere promulgata dal Presidente della Repubblica, Faustin Archange Touadéra.

La Repubblica Centrafricana, secondo Paese più povero del mondo secondo l'ONU, è stata devastata dal 2013 da una guerra civile che, tuttavia, è notevolmente diminuita di intensità dal 2018.

"L'ultima esecuzione capitale nella Repubblica Centrafricana risale al 1981", ha detto all'AFP Ghislain Junior Mordjim, segretario generale dell'Assemblea nazionale.

La Comunità di Sant'Egidio esprimendo soddisfazione per la notizia ricorda che in occasione dell’incontro internazionale di Preghiera per la Pace, tenutosi a Madrid nel settembre 2019, Il Presidente Centrafricano, Faustin-Archange Touadéra, parlò del processo abolizionista come “segno di pacificazione” e, al tempo stesso, “segno di un paese che entra in una nuova fase storica”


Paese di circa 5,5 milioni di abitanti con uno stato di diritto quasi fallito, la Repubblica Centrafricana è insanguinata da decenni di guerre civili, l'ultima delle quali iniziata 9 anni fa, con questa decisione fa un importante passo avanti nella difesa dei diritti umani e 
si unisce all'elenco dei Paesi africani che negli ultimi anni hanno abolito la pena di morte nel continente, dopo il Ciad nel 2020 e la Sierra Leone nel 2021.

ES

lunedì 31 maggio 2021

Israele - Il consiglio dei diritti umani dell'ONU apre inchiesta su bombardamento di Gaza - Bachelet ipotizza ‘crimini di guerra’

Notizie Geopolitiche
Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, presieduto da Nazhat Shameem Khan
(Isole Fiji), aprirà un’inchiesta per indagare sulle “violazioni dei diritti umani commesse nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile scorso” come pure “sulle cause profonde” delle tensioni.

L’iniziativa è arrivata dal Pakistan, è stata approvata con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni, e ha suscitato la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha denunciato “l’aperta ossessione anti-israeliana dell’Onu”.

Nei dieci giorni di scontri la reazione israeliana è stata forte, con continui raid sulla Striscia che hanno provocato la morte di 232 persone soprattutto civili (Hamas ha sparato 4.400 razzi uccidendo 13 israeliani), per cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha ipotizzato addirittura “crimini di guerra”.

Va detto che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu è in passato stato criticato poiché raccoglie 47 stati tra i quali paesi dove i diritti umani sono una chimera. 

Israele non ne fa parte, e Netanyahu ha detto che “Ancora una volta un’immorale maggioranza automatica sbianca un’organizzazione terroristica e genocidaria che deliberatamente colpisce civili israeliani mentre trasforma quelli di Gaza in scudi umani”, mentre “raffigura come colpevole una democrazia che agisce legittimamente per proteggere i suoi cittadini da migliaia di attacchi missilistici indiscriminati”. “Questa farsa – ha insistito – si fa beffe del diritto internazionale e incoraggia i terroristi in tutto il mondo”.

lunedì 14 dicembre 2020

Iran: messo a morte con impiccagione l'ex leader dell'opposizione Ruhollah Zam

Ansa
L'Iran ha impiccato l'ex leader dell'opposizione Ruhollah Zam, che aveva vissuto in esilio in Francia e ha partecipato a manifestazioni contro il regime iraniano. Lo ha annunciato la televisione di stato.

Ruhollah Zam

"Il 'controrivoluzionario' Zam è stato impiccato dopo che la sua condanna è stata confermata dalla Corte Suprema a causa della" gravità dei crimini "commessi contro la Repubblica islamica dell'Iran, ha detto la televisione.

Zam, che gestiva il sito di informazione d'opposizione Amadnews, era stato accusato di spionaggio a beneficio ei servizi di intelligence di "Usa, Francia, Israele e un paese della regione" allo scopo di far cadere la Repubblica Islamica. 

Era inoltre stato condannato per aver agito in modo da minare la sicurezza dell'Iran all'interno del paese e all'estero, disseminando menzogne e danneggiando il sistema economico del paese. Zam era stato attivo durante le proteste in Iran fra il 2017 e al 2018. Viveva in Francia, ma era stato arrestato dalle forze di sicurezza iraniane durante una visita in Iraq ed era tornato nel paese nell'ottobre del 2019.

lunedì 9 novembre 2020

Amnesty International USA lancia un appello a Joe Biden perchè la difesa dei diritti umani sia una priorità negli Stati Uniti

Blog Diritti umani - Human Rights
A seguito delle notizie secondo cui Joe Biden diventerà il 46 ° presidente degli Stati Uniti d'America, il direttore esecutivo ad interim di Amnesty International USA, Bob Goodfellow, ha rilasciato la seguente dichiarazione: 
"In qualità di organizzazione dedita alla difesa dei diritti umani di tutti negli Stati Uniti e nel mondo, Amnesty International USA invita la nuova amministrazione Biden ad agire immediatamente per porre fine alle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo degli Stati Uniti, inclusa la detenzione e la separazione dei bambini e dei loro famiglie in cerca di sicurezza."

 “Sebbene l'attuale amministrazione abbia commesso numerose violazioni dei diritti umani, molte sono state prima di Donald Trump. Per iniziare a cambiare le sorti della lunga storia delle violazioni dei diritti umani degli Stati Uniti, il presidente eletto Biden e il Congresso devono dare la priorità a un'agenda audace sui diritti umani. Abbiamo sviluppato undici priorità fondamentali in materia di diritti umani e lavoreremo con i nostri membri per garantire che siano attuate e sostenute, comprese la violenza della polizia, la violenza armata, i rifugiati, il genere, la vendita di armi e la libertà di espressione."

"Da sessant'anni difendiamo la libertà da dittatori e prepotenti in tutto il mondo e non intendiamo fermarci adesso. Lavoreremo per creare slancio attorno a questi cambiamenti che chiediamo al governo degli Stati Uniti e riteneremo l'amministrazione Biden responsabile degli obblighi in materia di diritti umani degli Stati Uniti ".

ES 

martedì 17 dicembre 2019

Sono 250 i giornalisti in carcere nel mondo: Cina al primo posto, Turchia seconda

La Stampa
Sono 250 in tutto il mondo, la maggior parte in Medio Oriente. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha calcolato che quest'anno è la Cina al primo posto fra i Paesi con più reporter incarcerati, con almeno 48, in aumento rispetto allo scorso anno. Segue la Turchia con 47, ma in deciso calo rispetto ai 68 del 2018.


In questa classifica negativa al terzo posto arrivano Arabia Saudita ed Egitto, entrambi con 26 giornalisti in prigione. In totale, almeno 250 reporter sono incarcerati in tutto il mondo a causa della loro professione. Un anno fa il Cpj aveva documentato 255 casi. Il numero rimane vicino ai 273 prigionieri registrati nel 2016, il record da quando viene pubblicata la statistica.

La Turchia ha guidato la classifica negli ultimi quattro anni, prima del forte calo nel corso del 2019, un miglioramento che però secondo la Ong non riflette "il successo degli sforzi del governo del presidente Recep Tayyip Erdogan per porre fine al giornalismo indipendente e critico". 

Se il Medio Oriente resta la regione critica, la situazione è in peggioramento in Cina. L'aumento dei reporter incarcerati è legato soprattutto alla repressione in corso nello Xinjiang, la regione autonoma dove vive la minoranza turcofona e musulmana degli uiguri.

Secondo il Cpj "il numero dei giornalisti arrestati è aumentato costantemente sotto la presidenza di Xi Jinping e il consolidamento del suo potere nel Paese", mentre la repressione nello Xinjiang "ha portato all'arresto di decine di reporter". Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, ha replicato che "le istituzioni con sede negli Stati Uniti non hanno credibilità" e che la Cina "è un Paese basato sulla stato di diritto, dove nessuno è al di sopra della legge".

Fra gli altri Paesi dove la libertà di stampa è limitata ci sono l'Eritrea, con 16 giornalisti imprigionati, poi il Vietnam, 12, l'Iran, 11. Il rapporto sottolinea come "autoritarismo, instabilità, proteste" hanno portato a un aumento degli arresti in Medio Oriente. Dei 250 reporter in carcere, "l'8 per cento sono donne", in calo dal 13 per cento dello scorso anno. La maggior parte sono stati arrestati per i loro articoli su temi come "diritti umani e corruzione". Il rapporto non include però i reporter sequestrati da entità non statali, come milizie e gruppi terroristici.

Giordano Stabile

lunedì 9 dicembre 2019

Brasile. Amazzonia, altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara uccisi dai tagliatori di legna

Corriere della Sera
Altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara sono stati assassinati a colpi d'arma da fuoco, mentre due sono stati feriti, in un nuovo attacco armato nel Maranhao, nel nord del Brasile.


È successo in una riserva dei Guajajara, nel mezzo dell'Amazzonia a circa 500 chilometri da Sao Louis, quando persone armate hanno attaccato il gruppo di nativi su una strada, hanno riferito i media brasiliani. 

Si tratta del terzo indigeno dell'etnia assassinato in due mesi, dopo l'uccisione a novembre da parte di tagliatori di legna che erano stati espulsi dalla riserva di Paulinho Guajajara, membro di un gruppo di protezione delle foreste.

Sonia Guajajara, principale leader del gruppo indigeno e candidata vicepresidente nel 2018 con il Psol, ha identificato i due indios uccisi come Raimundo Bernice Guajajara e Firmino Silvino Guajajara, spiegando che stavano tornando in motocicletta da una riunione sulla difesa dei diritti degli popoli nativi.

Secondo la Società del Maranhao sui diritti umani sono 13 gli indigeni assassinati nello Stato negli ultimi 4 anni in conflitti con tagliatori di legna e persone che hanno invaso illegalmente la riserva. Le organizzazioni per i diritti umani imputano la responsabilità dell'aumento degli attacchi alle posizioni e politiche del governo del presidente Jair Bolsonaro, favorevole allo sfruttamento dell'Amazzonia e alla nuova delimitazione delle terre indigene.

"Sono dispiaciuto per l'attentato, accaduto nel Maranhao, terminato con due indios Guajajara uccisi e due feriti. Non appena saputo degli spari, il Funai è stato al villaggio a occuparsene, con le autorità del governo del Maranhao", ha scritto su Twitter il ministro della Giustizia, Sergio Moro. Il Funai è la Fondazione nazionale dell'indio, organo governativo che si occupa delle politiche su indigeni e terre dei nativi. "La polizia federale ha già inviato una squadra sul posto e indagherà il crimine a la sua motivazione. Valuteremo la possibilità di inviare squadre della forza nazionale nella regione", ha aggiunto. Sul posto è stato inviato anche personale della segreteria dei diritti umani del Maranhao.

di Monica Ricci Sargentini

sabato 28 settembre 2019

Venezuela, ONU avvia un’indagine su violazioni diritti umani - Istituita "missione internazionale indipendente"

Askanews
Il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha deciso di istituire urgentemente una “missione internazionale indipendente” per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Venezuela dal 2014.
Una risoluzione in tal senso, proposta in particolare dai paesi del gruppo Lima (composto da paesi dell’America latina e dal Canada) e sostenuta dall’Unione europea, è stata adottata dal Consiglio di Ginevra con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 21 astenuti.

“Questo progetto di risoluzione potrebbe avere un impatto negativo sul processo di dialogo tra i diversi attori politici del paese”, ha dichiarato Jorge Valero, rappresentante del Venezuela all’Onu.

“Si dovrebbero piuttosto istituire delle commissioni d’inchiesta internazionale per quei paesi che violano sistematicamente i diritti umani”, ha attaccato Valero.

“I venezuelani non possono più attendere” ha invece ribattuto la rappresentante peruviana all’Onu Silvia Espinosa.

mercoledì 5 giugno 2019

Libia - L'appello disperato dell'Unhcr: chiudere il lager di Zintan, condizioni disumane.

Globalist
L'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale.




Novantasei migranti sono stati trasferiti dal centro libico di detenzione di Zintan, a sudovest di Tripoli, dove, secondo l'Unhcr, 'le condizioni sono terribili' e che va, a giudizio dell'Agenzia, al piu' presto smantellato. 

Lo afferma l'Unhcr in una nota. Nel centro - afferma l'Unhcr - "le aree comuni sono sovraffollate e non dispongono di sufficiente aerazione. In alcune zone i servizi igienici sono intasati e necessitano urgentemente di riparazioni. Di conseguenza, rifiuti solidi e organici si sono accumulati da giorni nelle celle e comportano seri rischi per la salute.

Le tensioni fra i detenuti aumentano, a causa di agitazione e disperazione". Del gruppo rilasciato, composto da detenuti provenienti da Somalia, Eritrea ed Etiopia, fanno parte anche due neonati. Ma nel centro sono rimasti ancora 654 rifugiati e migranti. "E' necessario percorrere immediatamente tutte le opzioni disponibili per liberare i detenuti restanti - insiste l'Agenzia dell'Onu -. 

Dal momento che a Tripoli non vi è attualmente alcun centro di detenzione adeguato per ospitare rifugiati e migranti, in parte a causa delle ostilità in corso, l'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale".

E aumentano, intanto, gli arrivi: nel solo mese di maggio la Guardia Costiera libica ha ricondotto in Libia, secondo l'Agenzia - un numero di persone (1.224) piu' elevato di quello registrato nell'insieme dei restanti mesi del 2019, e nel Paese "non vi e' alcun porto sicuro dove i rifugiati e i migranti soccorsi possano essere fatti sbarcare".

domenica 20 gennaio 2019

Cecenia. Nuova ondata di repressione: 40 gay arrestati e due uccisi

La Stampa
Il regime ceceno torna a perseguitare gli omosessuali. Lgbt Network denuncia una nuova caccia alle streghe contro le minoranze sessuali in Cecenia: un'ondata di violenze che - secondo l'ong - in meno di un mese ha portato alla detenzione illegale di almeno una quarantina di uomini e donne e, come minimo, all'uccisione di due di loro. 

Una morte atroce, provocata dalle torture della polizia, stando alle fonti interpellate dagli attivisti. Ma le vittime potrebbero essere molte di più. Per Lgbt Network è al momento "impossibile stabilirne il numero".

Mentre un ragazzo gay fuggito in Francia e in contatto con alcuni omosessuali scappati dal paese ha raccontato alla testata online Meduza che i morti potrebbero essere tra 10 e 20. 

La Cecenia è una turbolenta repubblica del Caucaso governata col pugno di ferro da Ramzan Kadyrov: un fedelissimo di Putin accusato di gravissime violazioni dei diritti umani e per questo sanzionato da Usa e Ue. Le autorità cecene ovviamente respingono tutte le imputazioni a loro carico. Ma a confermare le nuove persecuzioni contro gli omosessuali sono anche alcune fonti sentite da Novaya Gazeta.

Un anno e mezzo fa fu proprio la testata investigativa russa a svelare che oltre cento omosessuali erano stati arrestati illegalmente e torturati dalla polizia in luoghi di detenzione segreti e che alcuni erano stati addirittura uccisi. Allora il regime di Kadyrov rispose alle accuse insinuando che in Cecenia non ci siano gay. 

Adesso, per bocca del ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov, bolla la denuncia di Lgbt Network come "una completa fesseria". Ma ancora una volta ricorre a parole che non fanno che rafforzare i sospetti.

"Non spargete i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso", ha tuonato il ministro. "Non cresceranno come nella pervertita Europa". Da Lgbt Network arrivano accuse ben circostanziate. Secondo il numero uno dell'ong, Igor Kochetkov, le persone detenute illegalmente dalla polizia sono rinchiuse ad Argun, a 20 chilometri da Grozny.

Gli agenti - spiega l'attivista - cercano di "impedire in tutti i modiche coloro che sono finiti nel loro mirino "lascino la regione o ricorrano alla giustizia", e per raggiungere il loro scopo "sequestrano i documenti" degli omosessuali e "minacciano di aprire inchieste penali" contro coloro che sono caduti nelle loro grinfie "o contro i loro cari". 

Nonostante ciò, Lgbt Network fa sapere di essere riuscita a far scappare dalla Cecenia in un anno e mezzo circa 150 persone che si trovavano in una situazione di potenziale pericolo: 130 di loro hanno trovato rifugio fuori dalla Russia.Giuseppe Agliastro

giovedì 13 dicembre 2018

121 premi Nobel chiedono la scarcerazione di Ahmadreza Djalali: l’appello al leader supremo dell’Iran

Amnesty Italia
In una lettera aperta pubblicata il 9 dicembre 2018, 121 premi Nobel hanno chiesto al leader supremo dell’Iran Ali Khamenei che il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, un medico e studioso imprigionato in Iran dal 2016, riceva “la migliore assistenza medica possibile“, “sia trattato umanamente e in modo equo” e gli sia permesso “di tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli e continuare il suo lavoro accademico a beneficio dell’umanità“.

Ahmadreza Djalali
La lettera è stata presentata dai sostenitori di Djalali alla cerimonia di premiazione del premio Nobel a Stoccolma il 10 dicembre.

Djalali fu arrestato nell’aprile 2016, dopo un breve viaggio in Iran, e dichiarato colpevole di aver passato informazioni su due scienziati nucleari iraniani al Mossad, prima che venissero uccisi. Condannato a morte al termine di un processo profondamente irregolare, il ricercatore si è sempre professato estraneo alle accuse.

A febbraio 2018, la sezione 33 della Corte suprema iraniana ha di fatto respinto la richiesta di revisione della condanna a morte di Ahmadreza Djalali, il ricercatore specializzato in medicina dei disastri, nato in Iran e residente in Svezia, già collaboratore dell’Università del Piemonte Orientale.

La moglie di Djalali ha anche dichiarato al Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) che suo marito è stato costretto a leggere una confessione che è stata successivamente trasmessa dalla tv di stato, e che durante gli interrogatori gli è stato intimato di leggere quella confessione sotto la minaccia di morte per i suoi figli e la sua famiglia.

La salute di Djalali è notevolmente peggiorata da quando è stato imprigionato senza un giusto processo più di due anni fa.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente sollevato preoccupazioni sul caso di Djalali riportandole direttamente alle autorità iraniane, inclusa una comunicazione emessa nel febbraio 2017.

giovedì 23 agosto 2018

Chi sono i "prigionieri politici" nelle carceri russe

euronews.com
Da 100 giorni il regista ucraino Oleg Sentsov, 42 anni, critico dell'occupazione russa in Crimea, è in sciopero della fame e non ha intenzione di interromperlo finché non saranno liberati tutti i prigionieri politici ucraini. Sentsov era stato arrestato il 24 maggio scorso e condannato a 20 anni di prigione con accusa di terrorismo.


Ma chi sono questi prigionieri politici di cui chiede il rilascio? Lo stesso Sensov è uno di loro, considerato tale da numerose ong tra cui Amnesty e l'organizzazione russa per i diritti umani, Memorial. Secondo quest'ultima, ci sono almeno 183 persone dietro le sbarre nelle carceri russe per motivi politici e religiosi. Sergei Davidis, a capo del programma di supporto per i prigionieri politici, ha detto a euronews che il tipo di persecuzione più diffusa nella Federazione Russa è quella religiosa.

I testimoni di Geova - Nel maggio 2017 le autorità russe hanno arrestato Dennis Christensen, testimone di Geova e cittadino danese. Il 46enne emigrato è stato fermato nella città di Orel, nella Russia occidentale, mentre leggeva la Bibbia insieme ad altri credenti. Nell'aprile 2017 la Corte suprema russa ha bollato i Testimoni di Geova come "organizzazione estremista". La confessione cristiana è perseguitata nel paese e sono ben 22 "studenti biblici" sono ora in carcere per "aver compiuto attività estremiste". Agli arresti domiciliari si trovano altri 9 di loro. Christensen è in carcere da circa un anno e mezzo, ma l'Associazione Europea dei Testimoni di Geova ha detto a euronews che non si fa illusioni, crede che la vicenda non avrà un esito positivo. "Ciò che sta accadendo nella Federazione russa si chiama persecuzione religiosa", ha detto un rappresentante della comunità, Yaroslav Sivulsky. "Osserviamo il rifiuto totale della Federazione russa di rispettare i diritti umani, ovvero la libertà di coscienza e di religione", ha aggiunto Sivulsky. Dopo la decisione della Corte Suprema russa, sono stati chiusi circa 400 filiali regionali dell'organizzazione religiosa e il suo bureau principale a San Pietroburgo. Human Rights Watch ha lanciato un appello per il rilascio di Christensen.

Contattato da euronews, Paul Gillies, portavoce internazionale dei Testimoni di Geova presso la sede centrale di New York, ha così commentato: "Anche se per noi è impossibile prevedere se Dennis Christensen sarà rilasciato o meno, confidiamo nel fatto che non è colpevole di alcun reato legato alla sua attività di Testimone di Geova. Il fatto è che la sentenza della Corte Suprema ha liquidato solo le nostre entità giuridiche, le autorità russe hanno sostenuto che i singoli Testimoni di Geova sono liberi di praticare la loro fede".

I tartari della Crimea - Nell'inverno del 2016, sei persone, tra cui l'attivista per i diritti umani dei tartari di Crimea, Emir-Usain Kuku, sono state arrestate a causa della loro appartenenza all'organizzazione politico-religiosa Hizb ut-Tahrir, che dal 2003 è stata riconosciuta come organizzazione terroristica in Russia. Il gruppo è vietato in Russia ma è legale in Ucraina. Secondo l'accusa, il gruppo si sarebbe riunito per studiare a tenuto riunioni in cui hanno studiato la letteratura di Hizb ut-Tahrir, discusso le relazioni tra Russia e Ucraina e pianificato di rovesciare l'attuale governo.
Naira Davlashyan

martedì 20 febbraio 2018

ONU - Donne e bambini minacciati dalla violenza sessuale nei centri per rifugiati nelle isole greche

Blog Diritti Umani - Human Rights
"Nel 2017, l'UNHCR [l'ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati] ha ricevuto rapporti da 622 vittime di violenze sessuali e di genere nelle isole dell'Egeo greco, di cui almeno il 28 per cento ha vissuto [tale violenza] dopo essere arrivati ​​a Grecia", ha detto il portavoce dell'UNHCR Cécile Pouilly nella conferenza stampa di Ginevra.


Le donne hanno segnalato comportamenti inappropriati, molestie sessuali e tentate violenze sessuali.

"La situazione è particolarmente preoccupante nei centri di ricezione e identificazione (MCI) di Voria (Samos), dove migliaia di rifugiati continuano a rimanere in un rifugio inadeguato con una sicurezza inadeguata", ha aggiunto.

Circa 5.500 persone si trovano in questi centri, che è il doppio della loro capacità prevista. Le denunce di molestie sessuali a Moria sono particolarmente alte.

"In questi due centri", continua la signora Pouilly, "i bagni e le latrine sono zone vietate al buio per donne o bambini, a meno che non siano accompagnati. Anche fare il bagno durante il giorno può essere pericoloso. A Moria, una donna ha detto ai nostri team che non si era fatta una doccia in due mesi per paura ".

Identificare e aiutare i sopravvissuti è ostacolato dalla riluttanza a denunciare assalti per discriminazione, stigma e rappresaglie, impotenza e insufficiente fiducia per aprirsi - inclusi l'UNHCR e gli esperti di salute mentale e medica dei servizi nazionali. Pertanto, è probabile che il numero effettivo di incidenti sia superiore a quello riportato.

Nelle ultime settimane, le autorità hanno accelerato i trasferimenti verso la terraferma, riducendo leggermente il sovraffollamento, ma le condizioni affollate continuano a ostacolare le attività di sensibilizzazione e prevenzione.

"L'insicurezza è un altro problema", ha sottolineato il portavoce. "Anche se ci sono pattuglie di polizia, queste rimangono insufficienti, soprattutto di notte, e non coprono aree estese adiacenti ai RIC, dove le persone rimangono nelle tende senza alcuna sorveglianza".

Le condizioni stanno anche creando frustrazione tra le persone, portando a una situazione di insicurezza difficile e teso, aumentando ulteriormente il rischio di violenza sessuale e di genere.

Mentre l'UNHCR accoglie le misure del governo per ridurre il rischio di violenza sessuale e di genere, devono essere prese ulteriori misure per proteggere coloro che si trovano nei centri di accoglienza, compresi bambini, donne e uomini.

La signora Pouilly ha elencato i passaggi, che hanno comportato la separazione di genere - compresi rifugi separati e aree di lavaggio sicure e ben illuminate; migliori condizioni e servizi; maggiore presenza della polizia - con poliziotte addizionali; più illuminazione nelle aree pubbliche; aumentati trasferimenti continentali per facilitare combattere il sovraffollamento; ulteriore personale dedicato ad affrontare il problema; e ulteriori attività di sensibilizzazione.

L'esposizione alla violenza sessuale e di genere peggiora l'esperienza già precaria di coloro che fuggono dai paesi devastati dalla guerra e che attraversano territori a volte pericolosi per raggiungere un rifugio sicuro.

"L'UNHCR continuerà a collaborare e resterà pronto a sostenere il governo per rafforzare la sua risposta operativa e costruire capacità, per prevenire la violenza sessuale e di genere e per identificare e indirizzare i sopravvissuti [a tali violenze] a servizi appropriati e rifugi".  ha concluso Pouilly.

ES

Fonte: UN News

sabato 6 gennaio 2018

Egitto. Carcere e multe agli attivisti per i diritti umani

Il Manifesto
Il fronte democratico e di sinistra del paese si ritrova costretto ad una battaglia sulla difensiva, dentro i tribunali. All'avvocatessa El-Massry due anni di prigione, altri tre per Abdel Fattah. E domani si riapre il caso Khaled Ali. Decine di condanne, ancora anni di carcere e multe pesantissime a carico degli imputati. Così si sono conclusi i processi del 30 dicembre, molti dei quali ad attivisti democratici e di sinistra in tre diversi tribunali tra Il Cairo e Alessandria.

Per Mahienour El-Massry, giovane avvocatessa per i diritti umani, è arrivata una condanna a due anni di carcere. Stessa sorte per Moatasem Medhat del partito Pane e Libertà e tre anni in contumacia ad altri tre attivisti. Le condanne riguardano la protesta del 14 giugno ad Alessandria, contro l'accordo che ha ceduto all'Arabia saudita le due isole Tiran e Sanafir. 


Il caso ha suscitato una tale indignazione da scatenare nuove manifestazioni nonostante una legge che proibisce di fatto la protesta. Durante l'udienza la polizia ha arrestato tre solidali che avevano improvvisato un sit-in fuori dal tribunale.

Intanto al Cairo una corte penale ha condannato a multe di 30mila lire egiziane (1.700 dollari) oltre venti imputati accusati di aver "insultato la magistratura" e ordinato a ognuno di pagare un risarcimento da un milione di lire egiziane (56mila dollari) al capo del Club dei giudici, organizzazione indipendente a cui aderisce il 90% dei magistrati egiziani. Tra i condannati Alaa Abdel Fattah, ingegnere informatico e blogger icona della rivoluzione del 2011.

Il suo caso risale al settembre 2012, quando i Fratelli Musulmani erano al potere. Ironia della sorte, nella stessa udienza la corte ha condannato anche decine di membri della Fratellanza, tra cui esponenti di spicco come il deposto presidente Morsi e l'ex Guida Suprema el-Badie. Alaa ha già scontato tre anni e mezzo di una condanna a cinque per una protesta del 2013, in un caso che secondo gli avvocati è stato pieno di violazioni.

E per domani è attesa un'altra importante decisione di una corte cairota sul ricorso presentato da Khaled Ali, avvocato alla guida del partito di sinistra Pane e Libertà, che recentemente ha lanciato la sua candidatura alle presidenziali del 2018. Ali è stato condannato in prima istanza per aver commesso un "gesto osceno" in tribunale dopo la storica vittoria contro l'accordo sulle isole di Tiran e Sanafir. Oltre a rischiare il carcere, se il ricorso non venisse accolto Ali potrebbe perdere il diritto a candidarsi alle prossime elezioni.

La sua decisione di candidarsi, sebbene abbia fatto storcere il naso a molti attivisti favorevoli al boicottaggio, ha anche riacceso le speranze di tanti, soprattutto giovani, profondamente scoraggiati dalla difficile fase di contro-rivoluzione che sta attraversando il paese. Un'eventuale esclusione eliminerebbe l'unico polo realmente di sinistra e in continuità con le parole d'ordine della rivoluzione del 2011. Il campo democratico e progressista in Egitto si ritrova a dover combattere una battaglia sulla difensiva, scandita da udienze e condanne, per poter assicurare la propria sopravvivenza politica oltre che umana. E mentre l'Italia punta alla normalizzazione con qualche contentino sul caso Regeni, non una condanna si è alzata dagli ambienti istituzionali del nostro paese per la stretta mortale che il regime di al-Sisi impone a qualsiasi voce di dissenso.

di Pino Dragoni

venerdì 15 settembre 2017

Amnesty International - Ciad: brutale giro di vite contro gli attivisti per i diritti umani

Amnesty International
In Ciad, a causa dell’aumentato uso di leggi repressivo e dell’impiego dei servizi segreti, chi esprime critiche nei confronti del governo è ridotto al silenzio. 

A denunciarlo il lavoro dei ricercatori di Amnesty International dal titolo “Tra repressione e recessione. Il prezzo crescente del dissenso in Ciad“ che documenta i crescenti rischi cui vanno incontro i difensori dei diritti umani, i movimenti di base, i sindacalisti e i giornalisti a causa delle limitazioni ai diritti alla libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica registrati nel paese centrafricano.

Invece di riconoscere l’importanza dell’azione, del tutto legittima, degli attivisti che con coraggio sfidano le ingiustizie e svolgono attività pacifiche per migliorare la situazione dei diritti umani, il governo del Ciad è stato particolarmente sollecito nell’adottare leggi e regolamenti per impedire il diritto a manifestare, sorvegliare gli attivisti e prenderli di mira con intimidazioni, minacce e aggressioni“, ha denunciato nella nota ufficiale di presentazione del rapporto Alioune Tine, direttore di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale.

Le forze di sicurezza e i servizi segreti stanno attuando una brutale repressione che, negli ultimi due anni, ha fatto sì che criticare il governo sia diventato sempre più pericoloso. Ora minacciano di riportare il paese indietro al periodo nero di repressione“, ha aggiunto Tine.

domenica 20 agosto 2017

Tanzania: stregoneria e barbarie. Nel 2017 avvenute 155 uccisioni

In Terris
Linciate da una folla inferocita e poi date alle fiamme. È quanto accaduto a cinque donne accusate di essere streghe in Tanzania, nel villaggio di Undomo, nella regione centro-settentrionale di Tabora.



Centinaia di donne al rogo
Il fenomeno è in aumento: organizzazioni internazionali rilevano che in Tanzania negli ultimi anni la “caccia alle streghe” è costata la vita a centinaia di persone. In particolare la locale Legal and Human Rights Centre (Lhrc) spiega che nei primi sette mesi del 2017 sono state 155 le vittime di uccisioni collegate alla stregoneria. Proprio la regione di Tabora ha il primato con 23 donne massacrate perché considerate delle streghe.

L’accusa nei loro confronti in genere è di avere gli occhi troppo chiari o di cagionare disgrazie in quanto portatrici di sfortuna. A pagarla cara sovente sono anche i familiari di queste donne: figli piccoli e intere famiglie sono state sterminate. Di recente tre componenti di una stessa famiglia sono stati massacrati a colpi di machete nel villaggio di Mfinga perché sospettati di praticare la magia.
L’elenco degli orrori
Lhrc ha prodotto un dossier con un lungo elenco di orrori causati dalla superstizione e dalla mancanza di legalità. La stregoneria è uno spauracchio spesso agitato pretestualmente per compiere linciaggi, ma quello delle credenze a culti tribali è un problema concreto in Tanzania.

Qualche esempio? Nel giugno scorso a Magu, un distretto a sud del lago Vittoria, un uomo è stato arrestato dalla polizia per aver assassinato il figlio di sei anni in un rituale di stregoneria. Ed ancora: in aprile, durante un rito per ottenere ricchezza, una madre, con la complicità di un santone, ha sacrificato il figlio di soli otto mesi. Poi ci sono i casi come quello avvenuto a Maswa, nel nord del Paese, dove un uomo è stato aggredito a colpi di machete da tre persone perché ritenuto colpevole di aver stregato i loro figli.
Le vere ragioni della mattanza
L’agenzia Reuters riporta il parere di Athanasio Kweyunga, coordinatore di Maperece, un’Ong che aiuta gli anziani della regione di Mwanza. Secondo lui la vera ragione degli attacchi sarebbe da ricercare nell’avidità umana. “Le accusano di essere delle streghe, ma in realtà i motivi sono altri”, spiega.

Dietro gli omicidi si nascondono infatti mere questioni di brama sui terreni. In Tanzania le vedove non possono ereditare la terra dei loro mariti, hanno il diritto di viverci fino alla loro morte quando la proprietà passerà ai parenti maschi. E questo – afferma Kweyunga – può generare tensioni. “Ecco perché alcune donne anziane sono uccise dai loro stessi figli”, ha rimarcato Helen Kijo-Bisimba, la direttrice di il Legal and Human Rights Centre.
Giustizia fai-da-te

C’è poi un altro movente a far da sfondo a questa rediviva “caccia alle streghe” nel Paese africano: il desiderio di farsi giustizia da soli. La latitanza delle autorità fa sì che in Tanzania nel 2017 siano state 655 le vittime di linciaggi ed esecuzioni sommarie, un dato triplicato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Politica e credenze superstiziose
Ad avviso della direttrice di Lhrc l’aumento del fenomeno è da ricercare anche nelle restrizioni alle libertà seguite all’ordine del presidente John Magufuli di vietare le attività politiche fino al 2020

Secondo il dossier, la maggior parte degli omicidi è avvenuta a Dar es Salaam, il principale polo economico e il primo porto del Paese, e nella regione di Mbeya, negli altopiani meridionali, dove sono più radicate le credenze superstiziose.
Caccia agli albini
Chi paga un alto tributo alla superstizione in Tanzania sono gli albini, persone colpite da un’anomalia congenita che genera la totale o parziale deficienza di pigmentazione melaninica tale da rendere la pelle chiarissima. Secondo alcune credenze, le ossa e gli arti degli albini sono adatti a realizzare macabri rituali magici o per preparare filtri e pozioni che, si ritiene, portino fortuna e salute. Così il mercato nero pullula di parti del corpo di queste persone: tra il 2000 e il 2015 nel Paese africano sono state assassinate 75 persone a causa della superstizione legata ai poteri magici del loro corpo. Queste le cifre ufficiali, ma si teme che possano essere anche di più.
Impunità
I gruppi per i diritti umani che operano in Tanzania denunciano l’impunità nei confronti di chi compie questi efferati omicidi. “Questi fatti devono essere condannati con fermezza” ha rimarcato Bisimba. “Abbiamo bisogno di educare chi, basandosi su credenze fuori dal tempo, pensa che le donne siano delle streghe”, ha concluso.

Quello della stregoneria e delle violenze annesse è un fenomeno molto diffuso in tutta l’Africa sub-sahariana. La Tanzania non è un caso isolato. Di questo Paese si conoscono alcuni dati grazie all’impegno di locali organizzazioni. Altrove la situazione è altrettanto drammatica, ma spesso non è possibile accedere ad altrettanto dettagliate informazioni.

Giacomo De Sena

mercoledì 9 agosto 2017

Libia, arrivano meno migranti che così finiscono nel lager di Sabha

La Repubblica
Lo dicono i numeri delle ultime settimane: si assiste ad una drastica riduzione del flusso migratorio dalla Libia verso l'Italia. È l'effetto dell'accordo italo-libico, sostenuto dall'Unione Europea. Decine di migliaia di migranti subsahariani bloccati. Lo raccontano le duemila testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani (Medu).



I numeri delle ultime settimane sembrano evidenziare, se non un arresto, una drastica riduzione del flusso migratorio dalla Libia verso l'Italia. L'accordo italo-libico, sostenuto dall'Unione Europea, produce i suoi primi effetti lasciando intrappolate decine di migliaia di migranti subsahariani, e non solo, nel territorio del paese nordafricano. 

Che cosa sia questo cul de sac lo raccontano le duemila testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani (Medu): è la Libia di oggi, ossia un lager, come quello di Sabha, una fortezza nel deserto nel sud est della Libia, circodato da filo spinato, miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro; dentro, due settori separati: uno per uomini, l'altro per donne e bambini, dove si consumano nei confronti dei migranti atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo.

Un calo drastico di arrivi rispetto al 2016. Nel mese di Luglio sono stati 11.322 i migranti sbarcati nei porti italiani; meno della metà rispetto al 2016 (23.552). È la prima volta nel 2017 che si registra un calo così drastico rispetto all'anno precedente. L'inversione di tendenza di Luglio sembra essere confermata nei primi sette giorni di Agosto con un numero di migranti sbarcati (1.137) che è meno di un quinto rispetto a quello della stessa settimana dell'anno precedente (5.902). Si può dunque tirare un sospiro di sollievo davanti a questi numeri che sembrano evidenziare, se non un arresto, una drastica riduzione del flusso migratorio dalla Libia verso l'Italia? Bisogna rallegrarsi dei primi risultati concreti dell'accordo italo-libico firmato a febbraio scorso dai governi Gentiloni e Serraj, con il sostegno dell'Unione Europea?

La Libia, "Un lager dove si consumano atrocità". Si apprende in questi stessi giorni che la Guardia Costiera libica ha fermato in mare 826 migranti per poi arrestarli e consegnarli all'organismo che si occupa della lotta alla migrazione clandestina. Il collo di bottiglia della rotta mediterranea centrale sembra dunque chiudersi lasciando decine di migliaia, o più probabilmente centinaia di migliaia, di migranti subsahariani, e non solo, nel territorio libico. Ma che cosa sia questo cul de sac è necessario ripeterlo ancora una volta con chiarezza e a gran voce: è la Libia di oggi, ossia un lager dove si consumano nei confronti dei migranti atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo. Gli aguzzini di questi lager, dove viene perpetrata la tortura di massa, sono i più svariati: bande e organizzazioni criminali, milizie armate e certamente anche coloro che dovrebbero rappresentare quello Stato che ha firmato gli accordi con l'Italia, ossia poliziotti e militari.

Gli abusi e le privazioni subite. Secondo i dati raccolti quest'anno dalla clinica mobile di Medici per i Diritti Umani che a Roma ha prestato assistenza ad oltre seicento migranti da poco sbarcati in Italia e provenienti dall'Africa subsahariana, l'85% ha subito in Libia torture e trattamenti inumani e degradanti e nello specifico il 79% è stato trattenuto/detenuto in luoghi sovraffollati ed in pessime condizioni igienico sanitarie, il 60% ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 55% gravi e ripetute percosse e percentuali inferiori ma comunque rilevanti stupri, ustioni, falaka (percosse alle piante dei piedi), torture da sospensione, obbligo ad assistere alla tortura o all'uccisione di terzi e ancora altre efferatezze. Questi dati, probabilmente sottostimati poiché raccolti in contesti di precarietà dove spesso non è stato possibile fornire un'assistenza prolungata nel tempo, rappresentano, a nostro avviso, un quadro fedele delle violenze sistematiche a cui vengono sottoposti tutti i migranti che giungono dalla Libia nel nostro paese.

Nel caos libico funziona solo lo sfruttamento dei migranti. In questo caos libico, dove l'unica cosa che sembra funzionare alla perfezione è l'industria dello sfruttamento dei migranti, "non ci sono campi o centri per i migranti, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti" lo afferma lo stesso inviato speciale dell'Unhcr, aggiungendo che in questi luoghi "sussistono condizioni orribili". Negli ultimi quattro anni Medu ha raccolto circa duemila testimonianze di migranti sia nei suoi progetti per la riabilitazione delle vittime di tortura sia in interventi di prima assistenza per i migranti vulnerabili (si veda la webmap interattiva Esodi ) e sempre le condizioni di detenzione nelle carceri libiche rappresentano uno degli aspetti più raccapriccianti dei racconti dei testimoni.

Alcune delle decine di testimonianze raccolte negli ultimi mesi.

X.Y., uomo, Camerun, 25 anni. "La prima volta che sono partito in mare la guardia costiera libica ci ha intercettato e ci ha riportato a terra. Ci ha condotto in una prigione a Zawia che si chiama Ossama Prison...Quello che differenzia questa prigione dalle altre è il fatto che se si paga il riscatto si è sicuri che si verrà rilasciati, cosa non sempre vera per le altre prigioni. Avvengono infinite crudeltà e torture lì dentro ma finalizzate ad ottenere i soldi, non la violenza diffusa che si vede negli altri posti. Questa prigione viene monitorata da una commissione di europei una volta al mese. Durante la visita mensile le guardie fanno sparire tutti gli strumenti di tortura, le catene e aprono tutte le celle così che sembri un campo profughi piuttosto che una prigione. Poi quando la visita è finita tutto ricomincia come prima." (Hotspot di Pozzallo, Luglio 2017)

M.K., uomo, 30 anni, Bangladesh. "La detenzione più dura è stata in una prigione a Gargaresch, un quartiere di Tripoli. Mi hanno legato insieme le caviglie e i polsi e per i primi 5 giorni mi hanno tenuto così. Non mi davano da mangiare, non mi permettevano di andare in bagno. Venivano e mi picchiavano. Poi mi hanno levato le corde ma non è andata meglio. Per circa un mese mi hanno tenuto nel buio più completo. Mi picchiavano con dei bastoni sul corpo e sotto la pianta dei piedi e tutt'ora non riesco a camminare senza sentire dolore. Mi torturavano con le scosse elettriche. Una volta mi hanno puntato un fucile alla tempia e hanno minacciato di uccidermi. Quando mi sono messo a piangere si sono messi a ridere, non mi hanno sparato ma mi hanno colpito al capo col calcio del fucile". (Hotspot di Pozzallo, Luglio 2017)

I.S. uomo 22 anni, Costa D'Avorio. "Non so il nome della prigione ma per sei mesi sono stato detenuto in un carcere non distante da una strada che da Sabha conduce a Tripoli. Eravamo tanti e nella cella non c'era spazio a terra per dormire. Le guardie portavano poco cibo e acqua disgustosa. Mi hanno picchiato col bastone e col fucile in diverse parti del corpo. Le guardie erano armate e violente e ci colpivano senza pietà. Sparavano nel mucchio e uccidevano a caso i detenuti per terrorizzarci. Ho subito violenze sessuali continue ed hanno usato anche una fiamma per bruciarmi sulle braccia. Non c'era acqua per lavarci, il fetore era insopportabile e ricordo ancora le urla di paura e di dolore degli altri detenuti." (Cara di Mineo, Aprile 2017)

domenica 29 gennaio 2017

Human Rights Watch: pubblicato il World Report 2017

Blog Diritti Umani - Human Rights
La ONG Human Rights Watch ha pubblicato il suo ultimo rapporto riguardante la situazione dei diritti umani a livello globale. Il World Report 2017 fa riferimento ad avvenimenti e dati statistici del 2016 relativi a più di 90 paesi e territori di tutto il mondo.

Nella sezione riguardante l’Unione Europea si trova anche un intero paragrafo dedicato all’Italia. I punti sull’Italia che vengono toccati nel report riguardano le seguenti questioni: migranti e richiedenti asilo; bambini non accompagnati che arrivano in Italia; uso della forza, sovraffollamento e mancanza di protezione per i minori non accompagnati presso i centri di accoglienza; negoziati con paesi africani per controllare l’immigrazione e agevolare le espulsioni; la legge sulla tortura, che nel periodo di stesura del report, si trovava ferma al Senato; espulsioni dei sospettati di terrorismo; medici “obiettori di coscienza” e le unioni civili, che riconoscono l’unione a coppie omosessuali ma non il diritto di adozione.

Il Report completo può essere consultato al link sottostante.


martedì 17 gennaio 2017

Sud Sudan: rapporto Onu, gravi abusi dei diritti umani durante scontri di luglio

Agenzia Nova
Giuba - Gravi abusi dei diritti umani, probabilmente catalogabili come crimini di guerra, sono stati commessi lo scorso luglio nella capitale del Sud Sudan, Giuba, sia da parte delle forze governative che da parte delle milizie ribelli. 


È quanto emerge da un nuovo rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite sulla base dei racconti di vittime e testimoni delle violenze che, di fatto, hanno annullato ogni possibilità di attuazione dell’accordo di pace siglato nell’agosto del 2015 ad Addis Abeba tra il presidente Salva Kiir e il leader dei ribelli Riek Machar. 

Proprio gli episodi di luglio scorso hanno costretto quest’ultimo ad abbandonare nuovamente il paese (e con esso la carica di vicepresidente) e a tornare in esilio.

mercoledì 4 gennaio 2017

Migranti. Manconi, Commissione diritti umani del Senato: "Attenzione a criminalizzazioni pericolose"

Il Manifesto 
Luigi Manconi, presidente commissione Diritti umani del Senato. "La quasi totalità dei migranti che arriva in Italia viene registrata. Non stiamo parlando quindi di un esercito di clandestini senza nome e senza volto". "Che senso ha la parola d'ordine "un Cie in ogni regione"? Si sta rilanciando l'equazione sciagurata irregolare uguale terrorista, spingendo così alla clandestinità quanti invece vorrebbero emergere alla legalità della regolarizzazione". Il presidente della commissione Diritti umani del Senato Luigi Manconi non è per niente convinto delle misure contro gli immigrati irregolari annunciate dal ministro degli Interni Marco Minniti. 


L'attentato di Berlino ha provocato una svolta repressiva nella gestione dei migranti irregolari.
Credo che la discussione pubblica sia profondamente deformata da tre paradossi. Il primo riguarda la questione dei rimpatri. Anis Amri, l'attentatore di Berlino, ha trascorso quattro anni in un carcere italiano, poi è stato trasferito nel Cie di Caltanissetta per essere rimpatriato ma le autorità consolari tunisine, nonostante vi sia un accordo di riammissione, si rifiutano di riconoscerlo come loro concittadino. Dunque gli viene notificato l'ordine di lasciare l'Italia. La sua storia giudiziaria - comprese le notizie riguardanti una sua possibile radicalizzazione - viene registrata nel database comune a tutti gli stati europei. Parliamo quindi di uno straniero identificato, passato attraverso tutte le procedure della legge, i cui movimenti sono stati monitorati e comunicati tra le forze di polizia dei diversi paesi. Nonostante ciò, non è stato possibile impedire l'attacco di Berlino.

Questo significa che bisogna arrendersi?
No, piuttosto che non esistono soluzioni miracolose.

E il secondo paradosso?
Il secondo paradosso riguarda il reato di clandestinità: norma inutile, meramente simbolica e schiettamente reazionaria che punisce non un atto ma una condizione esistenziale. Per giunta lenta perché, in ragione di quanto previsto dal nostro ordinamento, esige un lungo iter processuale (tre gradi di giudizio). Per questo e per la violazione del fondamentale diritto umano alla libertà di movimento, andava abrogata. Ma così non si è fatto per sudditanza psicologica nei confronti delle destre. Ora, finalmente, si rivela un arnese arruginito. E poi c'è il terzo paradosso che riguarda l'identificazione degli stranieri. Di oltre il 90% delle 180.000 persone sbarcate nel 2016 in Italia conosciamo dati anagrafici e impronte digitali grazie al foto-segnalamento che avviene appena giunti sulle nostre coste. Dunque la quasi totalità dei migranti sbarcati viene registrata e i dati vengono acquisiti all'interno di una banca-dati europea. Perciò non stiamo parlando di un esercito di clandestini senza volto e senza nome.

Resta il problema di una scarsa collaborazione e scambio di informazione tra le varie polizie europee.
La vera questione sicurezza è rappresentata proprio dalla debolezza dell'attività di intelligence, controllo del territorio e cooperazione a livello europeo. Come dimostra in maniera lampante la vicenda di Amri, il problema è rappresentato dalla scarsa efficienza dell'attività di prevenzione nei confronti di coloro che operano a fini terroristici. Si tratta, dunque, di concentrare l'attenzione, focalizzare gli interventi e selezionare con intelligenza gli obiettivi. E, invece, si fa l'esatto contrario: si rilancia l'equazione "irregolare uguale clandestino uguale terrorista". É un'assimilazione sciagurata, che ha l'effetto di criminalizzare chi è irregolare esclusivamente per necessità e di spingere verso la clandestinità criminale quanti, al contrario, vorrebbero emergere alla legalità della regolarizzazione. Nella stragrande maggioranza dei casi chi è chiamato clandestino è, in realtà, uno straniero che non ha un titolo valido per vivere nel nostro paese per una serie di ragioni, prima tra tutte una normativa estremamente rigida ed escludente, con requisiti sempre più discriminatori. E clandestine, va ricordato, sono le migliaia di persone impiegate "in nero" nell'agricoltura e nell'edilizia.

Verso le quali come bisogna agire?
Si tratta di persone da regolarizzare e non da chiudere in un Centro di identificazione ed espulsione. Del resto, la popolazione trattenuta in quei centri ne è la dimostrazione: ex-detenuti, stranieri residenti in Italia da anni ma che hanno perso il lavoro, vittime di tratta, persone apolidi, diciottenni nati e cresciuti in Italia ma privi di cittadinanza.
E parliamo di strutture dove i diritti fondamentali vengono costantemente violati, i cui costi sono enormi e che presentano un bilancio disastroso: nella migliore delle ipotesi appena la metà dei trattenuti viene rimpatriata. Qual è il senso, dunque di una parola d'ordine come "un Cie in ogni regione"?


di Leo Lancari

martedì 1 novembre 2016

Ecumenismo: unità sui diritti umani - “Esortiamo luterani e cattolici ad accogliere insieme lo straniero”

Vatican Insider
La dichiarazione congiunta firmata a Lund: «Attraverso il dialogo e la comune testimonianza non siamo più estranei». Aiutiamo «chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni», e difendiamo «i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo»
La Dichiarazione firmata dal vescovo Munib Younan,
presidente della Federazione luterana mondiale e da papa Francesco
«Attraverso il dialogo e la comune testimonianza non siamo più estranei... Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere lo straniero, per venire in aiuto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni, e per difendere i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo». In un mondo che va in fiamme e spesso caratterizzato da quella che Francesco ha chiamato la «globalizzazione dell’indifferenza» 
I cristiani di confessioni diverse possono testimoniare la loro fede nelle opere concrete. Lo afferma la dichiarazione congiunta firmata oggi 31 ottobre 2016 nella cattedrale di Lund, al termine della preghiera ecumenica alla quale ha preso parte il Papa giunto in Svezia per commemorare insieme alla Federazione Luterana mondiale i cinquecento anni della Riforma.

Dopo aver espresso «gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune», nel documento si confessa che «luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti, e la religione è stata strumentalizzati per fini politici». Certo, «il passato non può essere cambiato» ma «la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati». «Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e dei ricordi che offuscano la nostra visione l’uno dell’altro - continua la dichiarazione - Con forza rifiutiamo ogni odio e violenza, passato e presente, in particolare quella espressa nel nome della religione. Oggi, ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte tutti i conflitti. Ci rendiamo conto che siamo liberati dalla grazia a muoverci verso la comunione a cui Dio ci chiama continuamente». 

Quindi cattolici e luterani affermano il loro «impegno per una testimonianza comune». «Molti membri delle nostre comunità - si legge ancora nel documento - aspirano a ricevere l’eucaristia alla stessa mensa, come espressione concreta della piena unità. Noi sperimentiamo il dolore di coloro che condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza salvifica di Dio nella mensa eucaristica. Noi riconosciamo la nostra responsabilità pastorale comune per rispondere alla sete spirituale e alla fame del nostro popolo di essere uno in Cristo».

Cattolici e luterani pregano Dio perché ispiri, incoraggi e dia forza affinché i cristiani delle due confessioni possano insieme «difendere la dignità umana e i diritti, in particolare per i poveri; lavorare per la giustizia e il rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicino a tutti coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione». In particolare, ai cristiani è chiesto di alzare la voce per porre «fine alla violenza e all’estremismo che colpiscono così tanti paesi e comunità, e innumerevoli fratelli e sorelle in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere lo straniero, per venire in aiuto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni, e per difendere i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo».

Un altro campo comune di servizio è quello per la creazione, «che soffre lo sfruttamento e gli effetti di insaziabile avidità. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che conduce ad un modo amorevole e responsabile per la cura per il creato». Infine, la dichiarazione congiunta invita cattolici e luterani di tutto il mondo, a essere «audaci e creativi, gioiosi e pieni di speranza nel loro impegno a proseguire» questo «grande cammino... Radicati in Cristo e nella testimonianza a lui, rinnoviamo la nostra determinazione a essere fedeli araldi dell’amore senza limiti di Dio per tutta l’umanità».

Andrea Tornielli Inviato a Lund