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sabato 4 marzo 2023

Bielorussia - 10 anni ci carcere al Nobel per la pace e attivista Bialiatski. Il presidente Lukashenka manda l'opposizione nelle colonie penali di Putin

Il Foglio
Ieri un tribunale di Minsk ha condannato l’attivista bielorusso Ales Bialiatski a dieci anni di carcere in una colonia penale di massima sicurezza per “contrabbando e finanziamento di azioni che violano gravemente l’ordine pubblico”.
 
L’attivista per mi diritti umani bielorusso Ales Bialiatski

Sessant’anni, è stato uno dei tre vincitori del premio Nobel per la Pace 2022 ed è uno dei primi leader del movimento democratico in Bielorussia: ha fondato Viasna, primavera in bielorusso, il gruppo per i diritti umani nato 1996 dopo il referendum che ha consolidato l’autoritarismo del presidente e stretto alleato russo, Aljaksandr Lukashenka. 

Bialiatski era stato arrestato nel 2021, come migliaia di bielorussi, a seguito delle proteste – brutalmente represse – contro il dittatore di Minsk e ha già scontato una condanna di tre anni per evasione fiscale nel 2011: si è sempre professato innocente.

Insieme a lui ieri sono stati condannati altri tre attivisti democratici di Viasna, Valentin Stefanovich, condannato a nove anni di carcere, Vladimir Labkovich, a sette, e Dzmitry Salauyou, a otto anni in contumacia. Tutti e tre negano ogni accusa ed è evidente come questa condanna sia solo un ennesimo tentativo di Lukashenka di mettere a tacere l’opposizione del paese: il vero capo d’accusa di Bialiatski e dei suoi colleghi, secondo il regime, sono gli anni di lotta per i diritti, la dignità e la libertà del popolo bielorusso. 

I prigionieri politici in tutto il paese secondo Viasna sarebbero 1.458, mentre le autorità negano ogni numero. La sentenza di Bialiatski è stata definita dalla leader dell’opposizione bielorussa in esilio, Sviatlana Tsikhanouskaya, “spaventosa”, mentre la moglie dell’attivista, Natalya Pinchuk, che a ottobre davanti al comitato norvegese per il Nobel aveva dato voce alle parole del marito dal carcere, ha detto che il processo è stato “ovviamente contro i difensori dei diritti umani per il loro lavoro sui diritti umani”. 

Il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, ha definito il processo “una vergogna quotidiana tanto quanto il sostegno di Lukashenka alla guerra di Putin” in Ucraina.

sabato 8 ottobre 2022

ll Nobel per la Pace 2022 ai difensori dei diritti umani: Ales Bialiatski (Bielorussia), il Russia's Memorial e l'Ukraine's Center for civil Liberties (Ccl) ... e la Russia sequestra gli uffici di "Memorial"

Ansa
Ales Bialiatski è un attivista bielorusso per i diritti umani, noto per il suo lavoro con il Viasna Human Rights Centre of Belarus, mentre le due organizzazioni umanitarie sono e il Russia's Memorial e l'Ukraine's Center for civil Liberties (Ccl).


La magistratura russa ha ordinato il sequestro degli uffici a Mosca dell'ong Memorial, insignita oggi del premio Nobel per la pace.

Il Nobel per la Pace al dissidente Bialiatski e alle organizzazioni Memorial e al Center for Civil Liberties in onore dell' "impegno in difesa dei diritti umani e del diritto di criticare il potere, di difesa dei diritti dei cittadini per i diritti dei cittadini e contro gli abusi di potere, per aver documentato crimini di guerra", è stato annunciato dal Comitato per il Nobel a Oslo.

Il Comitato per il Nobel ha chiesto alla Bielorussia la liberazione del dissidente Ales Bialiatski, ha detto nella conferenza stampa di annuncio la presidente del Comitato, Berit Reiss-Andersen.

La moglie del Premio Nobel per la Pace bielorusso, Natallia Pinchuk, si dice travolta dalla "commozione" e dalla "gratitudine" per il riconoscimento assegnato.

Ecco chi sono i tre vincitori ex aequo del Premio Nobel per la Pace 2022: 

ALES BIALIATSKI, 60 anni, è un attivista per i diritti umani, dissidente bielorusso, ex obiettore di coscienza e tra i fondatori dell'ong bielorussa Viasna.

Nel 2011 il regime di Aleksandr Lukashenko lo ha arrestato per presunta "evasione fiscale": una condanna che dissidenti e organizzazioni per i diritti umani considerano politicamente motivata.

Rilasciato nel 2014, è stato arrestato di nuovo dopo una violenta perquisizione alla sede di Viasna e condannato a una seconda pena di 7 anni, sempre per presunta evasione fiscale, ed è tuttora in carcere. Fra i riconoscimenti internazionali per la sua attività di dissidente e di denuncia delle violazioni dei diritti civili e umani, Bialiatski è stato insignito, fra l'altro, del Premio Sakharov da parte del Parlamento europeo nel 2020, del premio Vaclav Havel per i Diritti umani conferito nel 2012 dal Consiglio d'Europa. E' stato nominato per cinque volte per il Nobel, vinto solo quest'anno, ed è cittadino onorario di Parigi e, in Italia, di Genova e di Siracusa.

L'ong russa MEMORIAL fu fondata nel 1989, nel pieno del processo della Perestroika voluto da Mikhail Gorbaciov, quando l'Unione sovietica era vicina al suo crollo, per studiare e denunciare le violazioni e i crimini commessi durante il terrore imposto dal regime di Stalin. Inizialmente diviso in due sezioni, una per documentare i crimini stalinisti una per i diritti umani nelle zone di conflitto, in area sovietica e anche fuori. Strutturato più come movimento che come organizzazione, al dicembre 2021 Memorial incorporava 50 ong russe e altre 11 da altri Paesi, inclusi Ucraina, Germania, Italia, Belgio e Francia. Memorial è stata messa fuorilegge in Russia il 5 aprile di quest'anno come "agente straniero", in base alla legge putiniana sulle ong, e chiusa.

Il CENTER FOR CIVIL LIBERTIES (CCL) è una Ong ucraina con base a Kiev, fondata nel 2007 e dedita alla documentazione di crimini di guerra, abusi sui diritti umani e abusi di potere. Nella sue stesse parole, Ccl si autodefinisce "uno degli attori principali in Ucraina, volto a influenzare l'opinione pubblica e la politica, a favorire lo sviluppo di un attivismo civico, partecipa a network internazionali e nelle azioni di solidarietà per promuovere i diritti umani in ambito Osce". Si tratta della prima organizzazione ucraina a ricevere un Nobel per la Pace.

WIRED
La Russia ha sequestrato gli uffici di Memorial, l'ong che ha vinto il Nobel per la pace
Poche ore dopo il conferimento del riconoscimento, un tribunale di Mosca ha messo i sigilli alla sede. 

Al Wired Next Fest di Milano il direttore Sergej Davidis è intervenuto sul regime oppressivo di Putin subito dopo aver appreso del premio
[...] A darne notizia è l'agenzia russa Interfax, che riporta una decisione di un tribunale di Mosca che venerdì ha ordinato il sequestro degli uffici di Memorial a poche ore dal conferimento del riconoscimento internazionale.

Secondo quanto riferiscono le agenzie, il tribunale di Tverskoy ha stabilito che gli uffici della ong Memorial sono “diventati proprietà dello Stato”. Non è la prima volta in cui le autorità russe opprimono l'organizzazione per i diritti umani. L'anno scorso Mosca ha chiuso l'ong, senza che il presidente Vladimir Putin facesse nulla per impedire che l'ong fosse calpestata, e il clima è peggiorata dal momento dell'invasione dell'Ucraina. L'associazione è stata fondata nel 1987 da alcuni importanti attivisti per i diritti umani, tra cui il premio Nobel per la pace Andrei Sakharov e la matematica e attivista Svetlana Gannuskina. L’organizzazione si occupa di studiare e raccogliere le prove delle repressioni politiche avvenute durante il regime sovietico e sostenere le persone sottoposte a repressioni politiche nella Russia contemporanea, sotto il regime di Vladimir Putin.

domenica 24 aprile 2022

I due confini polacchi: uno aperto ai profughi dall'Ucraina, nell'altro un muro, con respingimenti e arresti, per gli altri rifugiati dalla Bielorussia

Europa Today
Varsavia sta accogliendo milioni di persone in fuga dalla guerra, ma non ha fatto lo stesso con i profughi mediorientali che arrivavano dalla Bielorussia
Rifugiati respinti al confine tra Polonia e Bielorussia 
La Polonia è uno Stato di frontiera dell’Unione europea, nel senso che parte dei suoi confini terrestri “affacciano” su Paesi non-membri. Nella fattispecie, il confine orientale è condiviso con Ucraina e Bielorussia. 
E queste due frontiere sono lo specchio della politica dell'accoglienza di Varsavia. Mentre uno e aperto e i rifugiati ucraini sono accolti calorosamente, nell'altro c'è un muro per bloccare i profughi (in larga parte mediorientali) che arrivano dalle foreste bielorusse.

Infatti, il governo polacco ha avviato la costruzione di una barriera con tanto di filo spinato per tenerli fuori.
Rifugiati ucraini accolti e assistiti al confine tra Polonia e Ucraina
Sono già oltre 2 milioni e mezzo gli ucraini che hanno attraversato il confine polacco per scappare dalla guerra. Varsavia si è dimostrata estremamente disponibile nell’accoglienza di questa massa di rifugiati, al punto che alcuni analisti stanno iniziando a domandarsi se la Polonia abbia le risorse necessarie per mantenere nel proprio territorio tutte queste persone per un periodo di tempo indefinito.

Si è trattata di una pulsione di solidarietà inusuale, per uno dei governi da sempre più restio all'accoglienza di chi scappa da fame o guerre. Anche i cittadini a migliaia si sono recati al confine con l’Ucraina per portare cibo e altri aiuti, caricandosi personalmente nei veicoli i profughi. Le autorità di Varsavia hanno incentivato l’atteggiamento accogliente dei polacchi, incassando i dividendi politici di una mossa che le ha messe sotto una luce migliore a Bruxelles (dove il Pnrr polacco è ancora bloccato a causa delle violazioni degli standard democratici Ue).

E, nel quadro della risposta europea all’emergenza della guerra, i profughi ucraini possono rimanere in Polonia e lavorare fino a 18 mesi (prorogabili), possono usare gratuitamente i mezzi pubblici e hanno accesso al sistema sanitario e a sussidi per i minori. L’Ue ha garantito ai rifugiati dall’Ucraina uno status di protezione speciale per 3 anni.
Ma il trattamento riservato ad altri profughi, sull’altro confine esterno della Polonia, è diametralmente opposto. La frontiera è sorvegliata da migliaia di guardie di confine, agenti di polizia e militari. Ed il governo sta accelerando i lavori per completare una recinzione di metallo e filo spinato lunga oltre 186 chilometri, avviata lo scorso ottobre e che deve diventare “impenetrabile”.
Quando lo scorso autunno il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha invitato decine di migliaia di profughi mediorientali nel proprio Paese per poi spingerli verso i confini Ue, gli Stati membri limitrofi (Polonia, Lettonia e Lituania) hanno risposto chiudendo le frontiere. E non sono mancati i respingimenti illegali, con le autorità polacche che spesso non prendevano neanche in carico le richieste di asilo. Ora la tensione si è allentata e la maggior parte dei migranti sono stati rimpatriati da Minsk, ma ce ne sono ancora lungo il confine, dove hanno passato l’inverno.

Qual è la differenza? Per Stanislaw Zaryn, portavoce del ministero dei Servizi speciali, quello che arriva dalla Bielorussia è “un movimento migratorio artificiale creato dal regime di Lukashenko e orchestrato dai servizi bielorussi”, che è “diverso dal movimento di coloro che fuggono dalla guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina”.

Una spiegazione che però non convince l’opposizione. Janina Ochojska, eurodeputata del Partito popolare europeo (che osteggia il partito di governo polacco, l’ultra-nazionalista PiS, che siede con Fratelli d’Italia nel gruppo dei Conservatori e riformisti), ha parlato di una “grossolana ipocrisia”. Secondo lei, la differenza sta nel fatto che gli ucraini sono “bianchi, cristiani e parlano una lingua simile”, al contrario dei profughi iracheni, siriani, afgani e yemeniti che arrivavano dalla Bielorussia.

Le autorità di Varsavia negano anche le pratiche illegali di respingimento: “Se troviamo dei migranti li aiutiamo, non ci sono respingimenti. Se qualcuno vuole chiedere di rimanere in Polonia, lo accettiamo”, ha dichiarato Anna Michalska, portavoce della guardia di frontiera polacca. “Ma la maggior parte di queste persone vuole solo andare in Germania. Vogliono i benefici che ci sono lì. Non siamo un servizio di taxi”.

Ochojska ha smentito anche questa versione. “Abbiamo visto tre siriani respinti otto volte dalle guardie di frontiera polacche”, ha detto. “Stavano chiedendo, in dichiarazioni scritte in polacco, asilo in Polonia. Abbiamo chiamato le guardie di confine e loro sono venuti, ci hanno spinto da una parte, hanno preso i passaporti di quelle persone e le hanno portate via in un camion”, ha aggiunto. “Il giorno dopo il portavoce della guardia di frontiera ha negato che avessero avuto i documenti”.
La guardia di frontiera ha detto che l’anno scorso ha arrestato 2.744 immigrati illegali e ha impedito 33.776 tentativi di attraversare il confine bielorusso. Secondo gli attivisti, oltre 20 persone sono morte tentando la traversata. Droni, telecamere a infrarossi, elicotteri e circa 13mila soldati pattugliano il muro.
Dall’altra parte del filo spinato, chi aiuta i migranti mediorientali a varcare la frontiera viene arrestato e rischia diversi anni di reclusione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (con l’area chiusa a giornalisti e gruppi per la tutela dei diritti umani). E continuano i respingimenti verso un Paese che la Russia usa come base per gli attacchi in Ucraina. Mentre, sull’altro confine, i volontari che aiutano gli ucraini a fare lo stesso sono lodati dal governo, e i militari polacchi forniscono aiuto e materiale ai rifugiati.

Francesco Bortoletto

martedì 16 novembre 2021

Confine Bielorussia-Polonia - Per soccorrere i profughi, sfidando i divieti, una "lanterna verde" indica le case dove trovare accoglienza

Avvenire
Nelle città di confine si moltiplicano le iniziative di solidarietà spontanea. Alcuni residenti accendono una luce verde davanti alle case per segnalare che lì si può ottenere aiuto


I ribelli restano chiusi in casa. Non per timore, ma perché è proprio questo il modo con cui hanno scelto di aiutare i migranti sfidando i divieti imposti da Varsavia. Un sì spontaneo agli appelli alla solidarietà che arrivano da organizzazioni internazionali come dai vescovi del Paese.


Restano chiusi in casa e lasciano sull’uscio, nei villaggi sul confine, una luce verde sempre accesa. È il segnale convenuto per indicare a chi riuscisse ad attraversare la frontiera che in quella casa troverà un pasto caldo, coperte, braccia aperte e nessuno spione pronto a chiamare la polizia. 

Non hanno nulla da nascondere e perciò hanno aperto anche una pagina sui social network. «Nella casa contrassegnata dal “semaforo verde” dalla sera in poi troverai un aiuto d’emergenza». Oltre all’inglese, la pagina offre informazioni in arabo, curdo, francese e naturalmente polacco.

Uno dei promotori, l’avvocato Kamil Syller, ha rivolto un appello cominciando dai suoi vicini nel villaggio di Dubicze Cerkiewne, nel nord-est della Polonia. 

Un po’ alla volta le “green light” si stanno moltiplicando. La legge polacca vieta di accompagnare i migranti lungo il tragitto o di farli soggiornare per più giorni. In questi casi si va incontro a un processo per favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Allo stesso tempo è vietato avvicinarsi al confine per lanciare viveri, sacchi a pelo, coperte in territorio bielorusso.

Gli attivisti delle "lanterne verdi", offrendo ospitalità per la notte e aiuti d’emergenza non sono perseguibili. Secondo l’avvocato Syller, molti migranti per timore di venire denunciati si nascondono nella foresta, sul lato polacco, anziché chiedere aiuto alla gente del posto. 

«Non ti aiuteremo a nasconderti o a viaggiare oltre – è il messaggio – . Ti aiuteremo solo a sopravvivere, come parte della solidarietà con una persona bisognosa».

I volontari non forniscono dati sulle persone fino ad ora accolte. Ma attaccano il governo, che emana «norme draconiane che presto legalizzeranno i respingimenti, pur sapendo che provocherà la morte delle persone. E noi abitanti della terra di confine, che vediamo il dramma e la sofferenza umana, non facciamo calcoli. Dobbiamo restare umani».

Nello Scavo

giovedì 12 agosto 2021

Bielorussia - Non si ferma la repressione, violenze contro i giornalisti per cercare di nascondere le proteste iniziate dopo le elezioni di un anno fa.

Il Domani
Nell'ultimo
anno sono aumentate le violenze nei confronti dei giornalisti. L'obiettivo è bloccare l'informazione indipendente. A un anno dall'ennesima vittoria di Aleksandr Lukashenko alle elezioni del 9 agosto 2020, la repressione delle opposizioni e della libertà di stampa in Bielorussia non si è mai fermata. 


Le manifestazioni di un anno fa contro l'autoritarismo di Lukashenko e i brogli elettorali avevano richiamato l'attenzione dei paesi europei e delle organizzazioni internazionali. Ma la persecuzione sistematica di giornalisti e media, che coinvolge anche le testate straniere, rende difficile mantenere quel livello di attenzione.

"Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, i media indipendenti bielorussi hanno vissuto le più brutali repressioni dall'indipendenza della Bielorussia nel 1991", si legge in un rapporto di Reporter senza frontiere (Rsf). La battaglia contro la libertà di stampa è parte integrante della politica del governo che mira a eliminare qualsiasi spazio di informazione al fine di monopolizzare tutti i contenuti. L'obiettivo è quello di impedire un'informazione libera, plurale e indipendente che racconti la reale situazione del paese, mettendo in atto una repressione che Rsf definisce "massiva, sistemica e duratura".
Il numero di violazioni, secondo i dati raccolti dall'Associazione bielorussa di giornalisti nel 2020, risulta 8 volte superiore rispetto alla media del decennio 2010-2019. Un totale di 856 casi di arresto, detenzione, cause amministrative e penali, contro una media di 104,8. Nello specifico l'associazione parla di 447 detenzioni nel 2020: 97 i giornalisti in carcere nell'ambito di un processo amministrativo, almeno 62 hanno subito violenze da parte delle forze di sicurezza e 15 rappresentanti della stampa sono stati incriminati nell'ambito di un procedimento penale. 
Nel 2021 la situazione non è cambiata, anzi si può dire peggiorata poiché le autorità hanno iniziato a perseguire i giornalisti con accuse formali e procedimenti penali.

Le modalità di repressione - La repressione della libertà di stampa ha assunto diverse forme, dalle più manifeste alle più subdole. Restrizioni di accesso a internet, blackout della connessione, censura, licenziamenti, sono alcuni degli strumenti con cui le autorità limitano la libertà dei giornalisti. Già nei giorni successivi alle elezioni il governo aveva impedito la circolazione di notizie, attraverso il blocco della rete dati dei cellulari. È stato poi bloccato l'accesso ai siti web di molti media indipendenti (almeno 50 siti di informazione). Sono numerosi i quotidiani indipendenti che hanno dovuto sospendere la propria attività a causa dei divieti di stampa e distribuzione e le limitazioni hanno colpito anche i giornalisti stranieri, che si sono visti negare l'accredito.

Uno degli strumenti più comuni, con cui sono state esercitate pressioni, è il procedimento penale. Secondo Rsf, è un meccanismo messo in atto dal regime bielorusso da almeno trent'anni. Le detenzioni per accuse infondate sono prolungate e le garanzie dell'equo processo vengono violate. "Nel 2020-2021 i giornalisti sono stati perseguiti penalmente per il solo fatto di svolgere la propria attività professionale", dice Rsf. Dal 15 luglio 2021 infatti i gli operatori dell'informazione detenuti sono 29: tra questi, 12 sono in carcere nell'ambito del caso tut.by, un sito web indipendente che nel 2019 veniva letto dal 62,58 per cento di tutti gli utenti bielorussi e che si è visto revocare le credenziali giornalistiche.

Sono molti i giornalisti, bielorussi e stranieri, che hanno denunciato violenze fisiche, torture e trattamenti inumani durante le manifestazioni. Secondo il rapporto le responsabilità ricadono sul ministero degli Interni e, nello specifico, sulle unità speciali e su cellule non identificate che, con l'ordine di perseguire i giornalisti, hanno commesso violenze nelle strade, nei dipartimenti di polizia e nelle carceri. La repressione non è solo individuale, il regime ha un piano di soffocamento di tutti gli organi di stampa, attraverso la chiusura obbligata dei media, il blocco dei siti, le sanzioni, o il divieto di stampa o di diffusione.

Le testimonianze - Iryna Arakhouskaya, una giornalista freelance che collaborava con il canale televisivo The Belsat, è stata ferita alla gamba da una pallottola di gomma. Stava seguendo le manifestazioni del 10 agosto a Minsk ed è stata inseguita da un agente della sicurezza "Quando alcune persone con il volto coperto e uniformi nere si sono avvicinate a un gruppo di giornalisti, ho smesso di filmare e ho iniziato a correre. Due persone con uniformi nere e volto coperto e lunghi fucili ci hanno inseguito. In quel momento, uno dei due mi ha sparato e io ho continuato a correre", racconta. "Qualcuno mi ha dato un calcio in faccia. Quando sono caduto, due persone hanno iniziato a calciarmi e colpirmi con dei bastoni. Mi hanno dato circa 10 colpi. Gli stessi agenti mi hanno portato su un autobus, continuando a colpirmi nello stesso modo", dice Yan Roman, un giornalista di Televizija Polska che stava raccontando le manifestazioni a Hrodna l'11 agosto 2020 ed è stato arrestato e portato nel dipartimento di polizia. A causa dei pestaggi ha perso quattro denti, ha avuto un ematoma all'occhio, una frattura al braccio sinistro e numerosi lividi e abrasioni.

Marika Ikonomu

giovedì 6 maggio 2021

In Bielorussia, unico paese europeo con la pena di morte - Grazia ai fratelli, Illia e Stanislau Kostseu, già condannati all'esecuzione

Vatican News
La pena di morte s’incrina anche in Bielorussia. Con un provvedimento rarissimo, decretato infatti dal presidente Aleksandr Lukashenko solo per la seconda volta in 30 anni, i fratelli Illia e Stanislau Kostseu, già condannati a morte senza appello nel gennaio 2020, sono stati graziati dalla pena capitale il 30 aprile scorso, come rivelato direttamente dai loro familiari, che recatisi in visita nel braccio della morte di Minsk sono venuti sorprendentemente a sapere che i loro congiunti non erano più lì ma erano stati trasferiti in un carcere ordinario nella città di Zhodzina, senza peraltro ricevere alcun documento ufficiale del caso.

Illia Kostseu di 21 anni e suo fratello Stanislau di 19, erano stati condannati il 10 gennaio 2020 dal Tribunale Regionale di Mahiliou (Mogilev in russo) per il presunto delitto di una loro vecchia insegnante di scuola. La sentenza era stata confermata dalla Corte Suprema di Minsk il 22 maggio successivo. 

Per la loro salvezza non restava che un intervento di grazia proveniente direttamente dal presidente della Repubblica. Quasi un miracolo, dato che il Capo dello Stato aveva usato questa sua prerogativa solo in un caso prima di loro. Eppure il prodigio si è realizzato.

La Bielorussia rimane l’unico paese europeo che ancora adotta la pena capitale. Le esecuzioni, pur non frequenti, avvengono all’improvviso e nel più totale segreto con un colpo d’arma da fuoco alla nuca. 

I parenti delle vittime vengono così a sapere della scomparsa dei loro cari solo tempo dopo. I familiari di Illia e Stanislau il 30 aprile scorso non li hanno trovati nel palazzo della morte. Ma li hanno saputi vivi. In un altro luogo.

sabato 20 febbraio 2021

Bielorussia: due giornaliste, Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, condannate a due anni carcere, con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente

ANSA
Con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente. La leader dell'opposizione Tikhanoskaya: 'Lukashenko non ci spezzerà'.

Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova Copyright ANSA/EPA

Un tribunale della Bielorussia ha condannato due giornaliste a due anni di carcere ciascuno con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente Alexander Lukashenko.

L'emittente televisiva di opposizione con sede in Polonia, Belsat, ha reso noto che Katerina Bakhvalova, 27 anni, e Daria Chultsova, 23, sono state condannate per aver condotto "azioni di gruppo che violano gravemente l'ordine pubblico" durante le riprese di una protesta a novembre.

"Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre.
Lukashenko non può spezzarci", ha scritto su Twitter Svetlana Tikhanovskaya, leader dell'opposizione bielorussa commentando la sentenza.

mercoledì 17 febbraio 2021

Bielorussia - Nel cuore dell'Europa dopo aver arrestato gli oppositori, rappresaglie contro gli attivisti, difensori dei diritti umani

Amnesty International
Dopo aver arrestato o costretto all’esilio praticamente chiunque fosse associato all’opposizione politica del paese, le autorità della Bielorussia hanno iniziato a prendere di mira i difensori dei diritti umani e i giornalisti, il cui unico “reato” è documentare la repressione in corso dal contestato esito delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020.


Nelle prime ore del 16 febbraio la polizia ha effettuato incursioni nelle sedi del Centro per i diritti umani “Viasna”, dell’Associazione dei giornalisti, del sindacato indipendente REP e nelle abitazioni di appartenenti a questi organismi e di altre decine di attivisti della società civile.

Queste operazioni repressive, che hanno avuto luogo a Minsk, Homel, Mahilyou, Vitsebsk e Brest, sono state svolte nell’ambito di indagini del tutto pretestuose per la presunta violazione dell’art. 342 del codice penale bielorusso (“organizzazione e preparazione di azioni per turbare gravemente l’ordine pubblico”) allo scopo, secondo le autorità inquirenti, di “chiarire le circostanze del finanziamento delle azioni di protesta”.

lunedì 1 febbraio 2021

Bielorussia, nel cuore dell'Europa, violazioni dei diritti umani nelle carceri e l'impunità per i torturatori

La Repubblica
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. 

Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. 

È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.

Nessuna denuncia contro le autorità - Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.

Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".

Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli

Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.

La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".

Flavia Carlorecchio

lunedì 28 dicembre 2020

Bielorussia - Il virus dilaga nelle carceri. Alcuni accusano il governo di favorire la diffusione del COVID per colpire gli oppositori politici arrestati.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un'ondata di COVID-19 ha travolto le prigioni in Bielorussia che sono piene di persone in custodia per aver manifestato contro le elezioni ritenute irregolari.
Molti dei manifestanti che hanno contratto il coronavirus mentre erano detenuti  accusano le autorità di trascurare o addirittura incoraggiare le infezioni. 


Gli attivisti che hanno parlato con l'Associated Press dopo il loro rilascio hanno descritto celle massicciamente sovraffollate senza un'adeguata ventilazione o servizi di base e una mancanza di cure mediche. 

I manifestanti usciti dalle prigioni, accusato il governo di permettere al virus di diffondersi tra le persone incarcerate per motivi politici. "Le guardie dicono apertamente che lo fanno deliberatamente per un ordine". 

Più di 30.000 persone sono state arrestate per aver preso parte alle proteste contro la rielezione ad agosto del presidente bielorusso Alexander Lukashenko in un voto che gli attivisti dell'opposizione affermano sia stato truccato per concedere a Lukashenko un sesto mandato. 
"Nel centro dell'Europa, i detenuti vengono deliberatamente infettati dal coronavirus", ha detto Tsikhanouskaya. “Spostano le persone infette da una cella all'altra e le celle sono sovraffollate e mancano di ventilazione. È un'atrocità, può essere valutata solo come abuso e tortura "
Le autorità non hanno comunicato il numero di prigionieri con COVID-19, ma gli attivisti per i diritti dicono che migliaia di manifestanti sono risultati positivi dopo essere stati arrestati. 

Artsiom Liava, un giornalista di 44 anni, ha detto di essere stato contagiato il mese scorso in attesa di un'udienza in una cella di prigione destinata a ospitare 10 ma che ospitava circa 100 detenuti. Liava, giornalista del canale televisivo Belsat, è stato arrestato mentre partecipava ad una protesta nella capitale bielorussa, Minsk. 

"Prima, gli altri detenuti e poi io abbiamo smesso di sentire il fetore della prigione", ha detto. "Tutti noi avevamo la febbre, una forte tosse e ci sentivamo deboli, ma non ci davano nemmeno l'acqua calda." 

ES


sabato 19 dicembre 2020

Premio Sakharov all'opposizione bielorussa. riconoscimento a Svetlana Tikhanovskaya e Veronika Tsepkala

Ansa
"Siamo destinati a vincere e noi vinceremo". Così la rappresentante dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya intervenendo alla plenaria del Parlamento europeo alla cerimonia di consegna del premio Sakharov per la libertà di pensiero 2020. 


Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha consegnato il premio Sakharov alle leader dell'opposizione bielorussa, Svetlana Tikhanovskaya e Veronika Tsepkala.

"Sono davvero onorato e lieto di dare il benvenuto ai vincitori del Premio Sacharov del Parlamento europeo, che rappresentano l'opposizione democratica in Bielorussia. Porgo il benvenuto a Sviatlana Tsikanouskaya e Veronika Tsepkala - che sono con me in tribuna. Porgo inoltre il benvenuto a Siarhei Dyleuski, Ales Bialiatski e Stisapan Putsila", 

ha detto Sassoli alla cerimonia di consegna del premio. "Porgo un caloroso benvenuto anche a Svetlana Alexievich, che segue la cerimonia a distanza. Purtroppo, non tutti hanno potuto essere presenti. Sergei Tikhanovsky è ancora in carcere per il solo reato di aver voluto esercitare il suo diritto di candidarsi alle elezioni, così come Mikola Statkevich e Maria Kalesnikava, che sono rappresentati dai loro familiari - Maria Adamovic e Tatiana Khomich", ha aggiunto. 

"Cari vincitori, sono molto onorato di avervi oggi con me al Parlamento europeo. Negli ultimi sei mesi avete mostrato al mondo cosa vuol dire davvero non arrendersi. Avete difeso i vostri diritti e non rinunciate a lottare - nonostante il dolore, la sofferenza e la paura. Come ha detto Nelson Mandela - il coraggio non è l'assenza di paura, ma il trionfo su di essa. Il vostro coraggio e la forza del vostro spirito hanno aperto la strada alla rivoluzione che ha preso il potere nel paese nel 2020. Vi rendiamo onore e rendiamo omaggio oggi alla vostra resistenza e perseveranza".

lunedì 23 novembre 2020

Bielorussia: profughi, in Polonia, in fuga dalle violenze. Mons. Tadeusz Kondrusiewicz esule in Polonia documenta le proteste a 100 giorni delle elezioni contestate di Lukashenko.

SIR
Dopo 100 giorni di proteste contro la rielezione del presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko avvenuta in seguito al voto del 9 agosto scorso, per altro non riconosciuta dall’Ue e molti altri Paesi, sempre più profughi bielorussi cercano rifugio in Polonia. 


Ad oltre un centinaio di persone gravemente ferite durante le manifestazioni a Minsk, come in altre città, le autorità polacche hanno offerto l’assistenza sanitaria permettendo loro di usufruire delle cure specialistiche presso il centro di Duszniki Zdrój, appositamente predisposto a tal fine. Una settantina di profughi poi sono ospitati presso il centro per rifugiati a Biała Podlaska mentre circa cinquanta famiglie con bambini nella struttura allestita presso il vicino villaggio di Horbów.

In Bielorussia numerosi sono i casi “di violenza, torture e disprezzo della dignità personale”, ha scritto lunedì 16 novembre su Facebook il vicario generale dell’arcidiocesi di Minsk, mons. Yurij Kasabucki, aggiungendo che tali comportamenti da parte dei funzionari del regime di Lukashenka “rinforzano il popolo”. Ha anche chiesto le preghiere “per rinforzare gli animi, il coraggio e la temerarietà del popolo bielorusso”. Il presule, in assenza dell’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, è a capo dei cattolici della capitale della Bielorussia.

Mons. Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Minsk-Mogilev e presidente dei vescovi cattolici della Bielorussia, dalla fine di agosto è costretto a prolungare il suo soggiorno in Polonia. Le autorità di Minsk non consentono il suo rientro in patria, nonostante il presule, nato nel 1946 a Hrodna, sia cittadino bielorusso in possesso di un regolare passaporto. Secondo le autorità bielorusse, tuttavia, la validità del documento sarebbe giunta alla scadenza prefissata mentre l’arcivescovo si trovava fuori dai confini nazionali e questa sarebbe la ragione per cui al presule è impedito il ritorno nel proprio Paese.

Dopo 100 giorni di proteste contro la rielezione del presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko avvenuta in seguito al voto del 9 agosto scorso, peraltro non riconosciuta dall’Ue e molti altri Paesi, sempre più profughi bielorussi cercano rifugio in Polonia. Ad oltre un centinaio di persone gravemente ferite durante le manifestazioni a Minsk, come in altre città, le autorità polacche hanno offerto l’assistenza sanitaria permettendo loro di usufruire delle cure specialistiche presso il centro di Duszniki Zdrój, appositamente predisposto a tal fine. Una settantina di profughi poi sono ospitati presso il centro per rifugiati a Biała Podlaska mentre circa cinquanta famiglie con bambini nella struttura allestita presso il vicino villaggio di Horbów.

Le persone che arrivano in Polonia dalla Bielorussia, per evitare le persecuzioni, spesso devono decidere di fuggire in fretta. Superano quindi la frontiera non solo ai valichi presidiati da funzionari di polizia ma a volte anche attraversando a nuoto il fiume Bug, lungo il quale corre parte del confine tra i due Paesi. Così una volta in Polonia i rifugiati si trovano ad avere bisogno di tutto: indumenti e scarpe, prodotti per la cura della persona, ma anche generi alimentari e quelli di prima necessità. A soccorrere i bisognosi ci sono dei volontari, delle organizzazioni dei bielorussi residenti sul territorio polacco, la Caritas. 

Le autorità, per quanto possibile, cercano di garantire a coloro che richiedono protezione qualche sostegno economico e un tetto. La mensa, presso i centri per rifugiati funziona a giorni alterni, e non nei week-end. Tuttavia, per il fine settimana i profughi ricevono dei pacchi con delle derrate supplementari. Le autorità polacche offrono ai giovani la possibilità di frequentare la scuola mentre per i più piccoli presso i centri di soggiorno temporaneo vengono organizzati degli asili, dove, dopo la scuola, anche i bambini più grandi possono trascorrere il tempo sotto l’occhio vigile di un insegnante.

Finché le procedure di accertamento dei requisiti per il conferimento della protezione internazionale non vengono completate, ai rifugiati, però, non è permesso di intraprendere alcuna attività lavorativa. A coloro che si trovano nei centri di soggiorno temporaneo pesa pertanto la mancanza di certezze riguardo al futuro.“Non sappiamo quando ci interrogheranno, nessuno ci ha contattati e non sappiamo nemmeno quanto tempo ancora possiamo rimanere qui”, dice Alexandr che attualmente si trova nel centro di Biała Podlaska. Tuttavia, non tutti i bielorussi rifugiati in Polonia desiderano rimanervi e rifarsi una vita. La maggior parte sono giovani che oltre la frontiera vorrebbero solo “riprendere fiato” e – sfuggendo alle persecuzioni – attendere un cambiamento nel proprio Paese. “In Polonia vogliamo resistere preservando la nostra libertà”, affermano molti richiedenti protezione, impauriti dalle persecuzioni in Bielorussia e dalle pene inflitte a coloro che partecipano alle proteste.

Ihar con la moglie Natalia e una piccola bambina è arrivato in Polonia nel mese di agosto dopo che era stato picchiato dalla polizia e finito per dieci giorni in prigione. È dovuto scappare per preservare la propria incolumità, dopo che era venuto a conoscenza di tre manifestanti morti in circostanze poco chiare, presumibilmente assassinati dai funzionari. Infatti, alle proteste in varie città della Bielorussia partecipano soprattutto dei giovani, ventenni e trentenni che vorrebbero prendere il futuro del loro Paese nelle proprie mani.“Amo la Bielorussia e non voglio lasciarla, ma voglio un cambiamento!”, afferma Sonia, una ragazza 19enne di Minsk. I suoi genitori la lasciano partecipare alle manifestazioni a condizione che torni a casa prima che si faccia buio e ogni mezz’ora mandi loro un sms confermando che tutto va bene. Sonia dice di aver votato per Sviatlana Tsikhanouskaya e che così hanno votato anche tutti i suoi amici. Racconta che quando è venuta a sapere che Lukashenko avrebbe ottenuto più dell’80% delle preferenze “si è sentita presa in giro”.

Prima delle elezioni di agosto scorso molti fra i giovani bielorussi non s’interessavano alla politica. “Mi sono incuriosito solo recentemente quando ho letto il blog di Tsikhanouskij (il marito di Sviatlana e candidato alle presidenziali arrestato a maggio e tutt’ora detenuto) dove in modo convincente venivano smentite le menzogne della Tv di Stato”, racconta Krill, arrestato dagli Omon (reparti speciali della polizia), dopo un comizio di Sviatlana, e brutalmente torturato, insieme ad altri manifestanti.

Le violenze e le persecuzioni in Bielorussia hanno però, secondo Kirill, “l’effetto di una palla di neve”. “Più cercano di metterti paura e convincerti a non fare una cosa, tanto più vuoi farli a dispetto e agisci per ripicca”, spiega.

Alcuni osservatori della situazione in Bielorussia suggeriscono che forse proprio in considerazione della giovane età della maggior parte dei manifestanti, le rappresaglie da parte delle autorità siano così dure. Per dissuadere in meno tempo e con maggiore efficacia, ai giovani vengono inflitte anche delle torture che però, come raccontano i profughi, non sono perpetrate dai funzionari della polizia di Stato ma dai membri di reparti speciali Omon, addestrati in modo particolare e fanaticamente devoti a Lukashenko.

Come afferma Ales Bialiatski, direttore del Viasna Human Rights Centre e vicepresidente della Federazione internazionale per i diritti umani, gli organizzatori delle prime proteste non si aspettavano una risposta così violenta da parte delle autorità: “Eravamo consci che le proteste avrebbero portato a delle repressioni e agli arresti ma non ci aspettavamo una simile aggressività e brutalità da parte dei funzionari”.

Attualmente sono almeno 25mila bielorussi imprigionati dalla polizia durante le varie manifestazioni di protesta. Solo domenica scorsa 15 novembre gli arresti sono stati più di mille. 

Di solito, dopo alcuni giorni di prigionia e torture, i manifestanti vengono rilasciati in cambio di una dichiarazione di rinuncia “a partecipare alle attività eversive”. Ma ci sono anche quelli i cui corpi vengono ritrovati nei boschi o che sembrano spariti nel nulla.

Le manifestazioni pacifiche degli abitanti della Bielorussia inizialmente miravano solo a spodestare Lukashenko. Adesso invece sembra chiaro a molti che il presidente, con violenza e incutendo paura, vuole distruggere una democrazia nascente nel Paese. 

Le violenze e le persecuzioni fanno tuttavia perdere a Lukashenko l’appoggio della società civile e soprattutto dei giovani. “Le attuali proteste – ha sottolineato Tsikhanouskaya durante un recente incontro con Angela Merkel – non sono contro la Russia o a favore dell’Europa, ma sono conseguenza di una crisi interna del Paese, dove il popolo, dopo 26 anni di Lukashenko, non vuole più vivere oppresso; ed è per questo che le manifestazioni continuano e continueranno finché non verranno organizzate le nuove elezioni democratiche”.

Anna T. Kowalewska

venerdì 23 ottobre 2020

Il Premio Sacharov 2020 per i diritti umani all’opposizione in Bielorussia.

Askanews
Il Parlamento europeo ha assegnato il Premio Sacharov per i diritti umani all ‘”opposizione democratica” in Bielorussia, gesto salutato da Svetlana Tikhanovskaya come “ricompensa per il popolo” che si è scagliato contro la rielezione del presidente Alexander Lukashenko, in sella da 26 anni.


“Non rinunciate alla vostra lotta. Noi siamo al vostro fianco”, ha dichiarato ai vincitori il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, sottolineando che i rappresentanti dell’opposizione, per la maggioranza imprigionati o costretti all’esilio, ha dalla sua “qualcosa che la forza bruta non potrà mai superare: la verità”.


Questo premio “non è la mia ricompensa personale, è una ricompensa per il popolo bielorusso”, ha reagito la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovska a da Copenaghen, dove è attualmente in visita.

Dopo le controverse elezioni presidenziali del 9 agosto, la Bielorussia è stata teatro di una protesta di massa senza precedenti contro la rielezione di Alexander Lukashenko, il presidente che dal 1994 ha istituito un regime ispirato all’interventismo economico e politico sovietico.

lunedì 5 ottobre 2020

Bielorussia - Dai media locali - Come ogni domenica almeno 100.000 in piazza a Minsk - La polizia usa gli idranti

Rai News 24
La polizia ha usato gli idranti per disperdere la folla che si è radunata nel centro di Minsk. Lo riferiscono fonti locali. Una protesta, che arriva proprio nella prima domenica dopo l’annuncio delle sanzioni dell’Unione Europa contro la Bielorussia. 


L’opposizione dunque, che contesta la rielezione di Alexander Lukashenko, anche oggi è riuscita a mobilitare migliaia di cittadini. Sul canale Telegrram NEXTA Live, tramite il quale vengono coordinate le azioni dell'opposizione, si annuncia che la manifestazione di oggi è dedicata ai "detenuti politici". 

Centinaia di manifestanti, leader di movimenti politici, sindacati e giornalisti sono stati arrestati e messi in carcere per aver partecipato o organizzato le proteste. Ogni domenica le autorità bielorusse schierano a Minsk forze antisommossa,veicoli corazzati, jeep rinforzate e cannoni ad acqua. Inoltre, limitano l'accesso a Internet mobile e riducono il funzionamento dei trasporti pubblici per rendere più difficile la mobilitazione. 

In altre parti del paese, dove si svolgono anche grandi manifestazioni, ci sono stati sporadici scontri e sono stati utilizzati gas lacrimogeni e granate stordenti. Ma gli interventi della polizia sembrano meno violenti rispetto ad agosto, quando il governo ha usato ogni mezzo per fermare le proteste. Decine le persone ferite, migliaia gli arresti. 

domenica 20 settembre 2020

Bielorussia - L'associazione per i diritti umani VESNA riferisce che sabato a Minsk, sono stati arrestati 316 manifestanti in maggior parte donne.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il centro bielorusso per i diritti umani Vesna ha riferito che sabato le forze dell'ordine hanno arrestato almeno 316 partecipanti alla manifestazione dell'opposizione, la maggior parte di loro sono donne.

Il centro ha pubblicato un elenco di nomi sul suo sito aggiungendo che le informazioni sono in fase di aggiornamento.

Secondo gli attivisti per i diritti umani, una delle detenute, Inna Romashevskaya, è un'impiegata presso l'ambasciata britannica a Minsk, ma non ci sono informazioni sul suo status di immunità.

Vesna ha detto che la polizia ha già rilasciato Nina Baginskaya, un'anziana attivista dell'opposizione.

Fonte: TASS

martedì 8 settembre 2020

Bielorussia: 'rapita' oppositrice Kolesnikova. Testimone, caricata su minibus a Minsk da uomini mascherati

ANSA
Maria Kolesnikova, capo della campagna elettorale del candidato (non ammesso) Viktor Babariko nonché alleata di Svetlana Tikhanovskaya, sarebbe stata caricata a bordo di un minibus con la scritta "comunicazione" da persone non identificate mascherate e portata via in una direzione sconosciuta. 

Lo fa sapere al portale Tut.by una testimone oculare. Il fatto sarebbe avvenuto nei pressi del Museo d'Arte Nazionale. "Il telefono di Kolesnikova è disponibile, ma non risponde al telefono", scrive Tut.by. "Il portavoce del Consiglio di coordinamento dell'Opposizione, Anton Rodnenkov, ha detto che Maria era sola nel centro della città per affari."

sabato 6 giugno 2020

APPELLO URGENTE - Aiutiamo Hanna Kostseva a salvare i suoi fratelli, Stanislav e Il'ja Kostsev, condannati a morte in Bielorussia

www.santegidio.org
Appello per salvare dalla pena di morte Stanislav e Il'ja Kostsev, 
sono due ragazzi di 19 e 21 anni

Due giovani di 19 e 21 anni sono stati condannati a morte e rischiano l'esecuzione in Bielorussia, l'unico paese del continente europeo che ancora conserva la pena capitale nel suo ordinamento.

Di fronte ad una notizia così grave, divulgata dalla sorella dei due ragazzi, Hanna, abbiamo sentito il dovere di sostenerla e abbiamo deciso di lanciare un appello per chiedere al Presidente della Repubblica di Bielorussia che la condanna non venga eseguita.


Per saperne di più >>>

lunedì 25 maggio 2020

Bielorussia - Unico paese in Europa ad avere la pena capitale - Confermata la condanna a morte per Stanislau e Illia Kostseu di 19 e 20 anni

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Corte Suprema della Bielorussia ha confermato oggi la doppia condanna a morte pronunciata a Stanislau e Illia Kostseu accusati di aver ucciso il loro ex insegnante nell'aprile 2019. I verdetti di morte sono diventati definitivi.
Durante l'udienza di appello di oggi, gli avvocati dei condannati a morte hanno sostenuto che la sentenza estrema era eccessiva, poiché non teneva conto della loro giovane età (19 e 21 anni), dell'infanzia privata (entrambi i giovani sono stati cresciuti in famiglie affidatarie e orfanotrofi dopo la morte del padre e la carcerazione della madre) e una sincera dichiarazione di colpa.

Contrariamente agli argomenti dell'accusa, il consulente legale del fratello minore, Stanislau, ha sottolineato che l'imputato non è stato spinto dal desiderio di vendetta e, pertanto, la sentenza non è stata appropriata.

Dopo che il verdetto è stato emesso, la famiglia dei detenuti è stata ostracizzata nella loro città natale di Čerykaŭ, compresi i loro nipoti minori.

I detenuti dovrebbero anche pagare 250.000 rubli in danni alla famiglia della vittima. Tuttavia, a causa della loro estrema povertà e della scelta della pena capitale da parte della corte, la richiesta non verrà applicata.

ES

Fonte: dp.spring96.org

sabato 21 dicembre 2019

La Bielorussia unico paese in Europa ad applicare la pena di morte mette a morte Alexander Osipovich

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Bielorussia, l'unico paese che sta ancora praticando la pena capitale in Europa, ha messo a morte un uomo condannato a morte per aver ucciso e smembrato due giovani donne, secondo un settimanale bielorusso indipendente riportato venerdì.

Alexandre Ossipovitch, 37 anni, residente nella città di Bobrouïsk, è stato ucciso martedì, ha riferito il quotidiano Kamertsyïny Kourier, citando un procuratore della procura regionale, Olga Ivanova.

Questa esecuzione è stata condannata dal Consiglio d'Europa. "Chiediamo alla Bielorussia di abolire la pena di morte o almeno di introdurre una moratoria. La morte non è giustizia", ​​ha scritto il direttore della comunicazione del Consiglio d'Europa Daniel Höltgen su Twitter.

Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, che governa il paese dal 1994, ha dichiarato a novembre che la pena di morte in Bielorussia può essere abolita solo dopo un referendum.

Le esecuzioni in Bielorussia sono eseguite nel più grande segreto: la data dell'esecuzione da parte dell'arma e non è resa pubblica, i corpi dei prigionieri non vengono restituiti alle famiglie e nessuna informazione viene comunicata sul luogo di la loro sepoltura.

Nel 2016 l'Unione europea ha revocato la maggior parte delle sanzioni contro Minsk, in particolare per incoraggiare il rispetto dei diritti umani nel paese. Secondo Amnesty International, tre quarti dei paesi del mondo hanno abolito o sospeso la pena di morte.

ES

Fonte: Le Figaro

giovedì 10 gennaio 2019

Prima condanna a morte per Aliaksandr Asipovich nel 2019 in Bielorussia, unico paese in Europa ad utilizzare la pena di morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'uomo è stato condannato a morte . Il tribunale regionale di Mahilioŭ ha condannato a morte un uomo a Babrujsk, giudicandolo colpevole di aver ucciso due donne a fine luglio. 

Aliaksandr Asipovich, 36 anni, è stato condannato per "omicidio aggravato".

Questa è la prima condanna a morte pronunciata nel 2019. L'anno scorso, due uomini sono stati condannati a morte e quattro prigionieri precedentemente condannati sono stati messi a morte.

ES