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venerdì 27 dicembre 2019

26 dicembre - Sant'Egidio - 10° Pranzo di Natale nel carcere di Regina Coeli nella rotonda con 100 detenuti e una buona lasagna ai 1.000 detenuti visitati nelle loro celle.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Sono 10 anni che il 26 dicembre la rotonda nel carcere di Regina Coeli diviene una bella sala cove viene preparato un Pranzo di natale per un centinaio di detenuti. Pubblichiamo una lettera che un detenuto ci inviò dopo aver partecipato ad uno di questi pranzi.


Dal libro: "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere" - Ezio Savasta - Infinito Edizioni - pp. 68-69
Per il Natale, anno dopo anno, il ventisei dicembre, la “rotonda” di Regina Coeli si trasforma in salone delle feste. Per questa particolare occasione, un nutrito gruppo di amici della Comunità ottiene il permesso di entrarvi e in meno di un’ora quell’ambiente spoglio e inquietante subisce un radicale make-up, a cui i detenuti assistono da dietro le grate delle sezioni che affacciano su di esso. Vengono portati lunghi tavoli, che sono apparecchiati con eleganza e cura, secondo la tradizione natalizia, e le inferriate nere dei ballatoi sono rivestite di festoni, stelle e nastri dorati.

Tra i detenuti – un po’ più di un centinaio – che di solito partecipano al pranzo di Natale, c’era Hassan, un egiziano, amico di vecchia data.

Qualche giorno dopo, come ringraziamento per l’invito ricevuto, mi ha consegnato una lettera nella quale, tra l’altro, ha scritto:
“... Ho iniziato a vedere che entravano nella ‘rotonda’ un sacco di persone, qualcuno lo riconoscevo ma molti erano perfetti sconosciuti. Portavano buste di materiale. Piano piano più di dieci grandi tavoli sono stati disposti a spina di pesce e poco dopo, non so da dove, sono arrivate tante sedie. Improvvisamente tutto si è colorato di rosso e dorato, le tovaglie che ricoprivano i tavoli, gli striscioni e le coccarde che venivano sistemate sulle ringhiere dei ballatoi. Di sottofondo si iniziava a sentire musica natalizia. Le tavole sono state apparecchiate con dei piatti molto belli. Penso: ‘Mamma mia, oggi a Regina Coeli deve venire un pezzo grosso’. Verso le 13,00 era tutto perfetto. L’agente inizia a chiamare i detenuti autorizzati ad andare al pranzo. Scendo al piano terra, non sono più un bambino ma mi sento emozionato. Io sono musulmano, non è la mia festa, ma i miei amici di Sant’Egidio ci hanno tenuto molto che io fossi presente. Arriva l’agente che ci apre il cancello della ‘rotonda’. Davanti a me la ‘bella sala’, mi vengono incontro quelli che avevo visto lavorare dalla mattina, sono sorridenti, mi stringono la mano, il mio grande amico mi abbraccia e capisco che è felice. Uno di loro con gentilezza mi accompagna al mio tavolo, mi invita ad accomodarmi con un sorriso simpatico.Allora penso: ‘Oddio, sono io il pezzo grosso invitato al pranzo!’.Mi sento orgoglioso, felice, emozionato. Non ricordo di essermi mai sentito così dentro queste mura. Mi guardo intorno, sorrido e ringrazio, al mio tavolo ci sono altri detenuti e anche amici che vengono dalla libertà e inizia il pranzo. Sono felice!”.

venerdì 30 marzo 2018

Papa Francesco lava i piedi ai carcerati di Regina Coeli - Una pena senza speranza non è ne cristiana ne umana, come la pena di morte.

Avvenire
Ha incontrato i detenuti ammalati e ha lasciato in dono un altare. Parole di speranza: Gesù è venuto a servirci. E una confidenza: mi dovrò operare di cataratta


Una pena «che non è aperta alla speranza non è cristiana e non è umana». Lo ha ribadito con forza papa Francesco nel carcere di Regina Coeli, al termine della celebrazione della Messa in Coena Domini. «Ogni pena deve essere aperta all’orizzonte della speranza. - ha insistito il Pontefice - Per questo non è né umana né cristiana la pena di morte. Ogni pena deve essere aperta alla speranza, al reinserimento, anche per dare l’esperienza vissuta per il bene delle altre persone».

Nel corso del rito il vescovo di Roma ha lavato i piedi a dodici detenuti provenienti da sette diversi Paesi: quattro italiani, due filippini, due marocchini, un moldavo, un colombiano, un nigeriano e uno della Sierra Leone. Otto di loro sono di religione cattolica; due musulmani; uno ortodosso e uno buddista.

Nell’omelia papa Francesco ha ricordato che lavando i piedi ai suoi, compito ai suoi tempi riservato agli schiavi, «Gesù capovolge l’abitudine storica, culturale di quell’epoca - anche questa di oggi -», affermando che chi «comanda, per essere un bravo capo, sia dove sia, deve servire». E ha aggiunto: «Io penso tante volte - non a questo tempo perché ognuno ancora è vivo e ha l’opportunità di cambiare vita e non possiamo giudicare, ma pensiamo alla storia - se tanti re, imperatori, capi di Stato avessero capito questo insegnamento di Gesù e invece di comandare, di essere crudeli, di uccidere la gente avessero fatto questo, quante guerre non sarebbero state fatte».

Gesù «viene a servirci», ha proseguito papa Francesco. Egli «non si chiama Ponzio Pilato. Gesù non sa lavarsi le mani». E «il segnale che ci serve oggi qui, al carcere di Regina Coeli», ha aggiunto, è «che ha voluto scegliere 12 di voi, come i 12 apostoli, per lavare i piedi». «Oggi io, che sono peccatore come voi, ma rappresento Gesù, sono ambasciatore di Gesù», ha aggiunto. «Oggi, - ha rimarcato - quando io mi inchino davanti a ognuno di voi, pensate: "Gesù ha rischiato in quest’uomo, un peccatore, per venire da me e dirmi che mi ama". Questo è il servizio, questo è Gesù: non ci abbandona mai; non si stanca mai di perdonarci. Ci ama tanto. Guardate come rischia, Gesù».

La visita di Papa Francesco a Regina Coeli ha avuto un carattere strettamente privato. Non c’è stata diretta televisiva e la Radio Vaticana si è limitata a trasmettere in diretta la lettura del Vangelo di Giovanni e l’omelia del Pontefice e le sue parole finali, nonché le accorate e commosse parole di ringraziamento della direttrice Silvana Sergi e il «grazie, grazie, grazie» di un detenuto, Alessandro. Proprio dopo queste parole il Pontefice ha sottolineato che una pena senza speranza non è umana, né cristiana. E ha invitato i detenuti a «rinnovare lo sguardo». «Questo fa bene, - ha aggiunto facendo una confidenza - perché alla mia età, per esempio, vengono le cataratte, e non si vede bene la realtà: l’anno prossimo dovremo fare l’intervento». Dunque, ha aggiunto, «non stancatevi mai di rinnovare lo sguardo. Di fare quell’intervento di cateratte all’anima, quotidiano».

Al suo arrivo il Papa ha incontrato i detenuti ammalati in infermeria. Quindi ha presieduto la liturgia che segna l’inizio del Triduo Pasquale. Lo ha fatto nella "Rotonda" del carcere - come già fecero Giovanni XXIII nel 1958, Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 2000 - su un altare che poi ha lasciato in dono. L’opera, in bronzo, dello scultore Fiorenzo Bacci, era stata donata al Papa all’udienza generale del 12 novembre 2016. Il Papa ne ha fatto cenno nell’omelia («Guardate questa immagine tanto bella: Gesù chinato tra le spine, rischiando di ferirsi per prendere la pecorella smarrita»). Prima di far rientro in Vaticano, il Pontefice ha incontrato alcuni detenuti della VIII Sezione.

Quella di stasera è stata la quarta volta che Papa Francesco ha celebrato la Messa in Coena Domini in un istituto di pena. Lo aveva già fatto nel 2013 nel Carcere minorile di Casal del Marmo, nel 2015 a Rebibbia e lo scorso anno nel Carcere di massima sicurezza di Paliano, in provincia di Frosinone. Nel 2014 il rito era stato celebrato in un centro riabilitativo romano gestito dalla Fondazione don Gnocchi e nel 2016 tra i profughi e migranti del Cara di Castelnuovo di Porto gestito dalla Cooperativa Auxilium.

Gianni Cardinale

domenica 26 marzo 2017

Roma: emergenza carcere, da inizio anno secondo suicidio a Regina Coeli

La Repubblica
Ha aspettato che i suoi compagni di cella si addormentassero e poi, nel silenzio della notte, si è tolto la vita. Appeso a una corda attaccata alla grata del bagno. Sono gli agenti penitenziari a scoprire il detenuto che si è suicidato ieri a Regina Coeli. L'uomo, 30 anni, rom di origine bosniaca, era in carcere da agosto. Era in attesa di giudizio per tentato omicidio. 


Quindici giorni fa il detenuto aveva ricevuto una terribile notizia, quella della morte della figlia di un anno. Un duro colpo. Tanto che la direzione dell'istituto penitenziario aveva disposto il trasferimento nel reparto della "grande sorveglianza", un settore all'interno del quale i detenuti dovrebbero essere sottoposti a controlli più rigidi con ispezioni ogni 15 minuti.

Lo spostamento era stato ordinato dalla direzione del carcere, sebbene i medici che l'avevano visitato, in seguito alla morte della figlia, non avevano notato segni di squilibrio. Ieri notte, però, intorno alle 2 e 30, dietro quella porta uno dei quattro letti era vuoto. Il detenuto si era alzato ed era andato in bagno per impiccarsi. Si tratta del secondo suicidio avvenuto a Regina Coeli dall'inizio dell'anno: il 23 febbraio un ragazzo di 22 anni con disturbi psichiatrici si è ucciso nello stesso modo. 

Il giovane era finito dentro per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, dopo essere fuggito dalla Rems nella quale era ricoverato.
"È una nuova tragedia che si ripete nel giro di poche settimane - ha commentato il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - non conosco nel dettaglio quest'ultimo caso ma forse bisognerebbe fare più attenzione alla misura cautelare del carcere". I due suicidi sono avvenuti nello stesso reparto: "Si tratta della seconda sezione - rende noto il sindacato della polizia penitenziaria Fns Cisl Lazio - un'area che contiene 170 detenuti con un solo agente a vigilare".

Il bilancio in tutta Italia, nei primi tre mesi del 2017, parla di 14 suicidi e di 19 morti per malattia. "Quella di quest'anno è una situazione ancora più grave rispetto all'anno scorso - ha detto il presidente dell'associazione Antigone Patrizio Gonnella - il numero dei detenuti cresce, e cresce la sofferenza. Se continuiamo di questo passo raddoppieranno rispetto al 2016".

di Francesco Salvatore

domenica 26 febbraio 2017

Carceri: due suicidi in 24 ore. Un 22enne si toglie la vita a Roma, un 43enne a Bologna

Ansa
Il giovane era nel carcere di Regina Coeli per resistenza, lesioni e danneggiamento ed era internato, fuggito da una struttura psichiatrica. L'uomo di 43 anni invece, detenuto al Dozza, aveva problemi di tossicodipendenza ed era stato in osservazione psichiatrica.

Un detenuto italiano di 22 anni si è impiccato utilizzando un lenzuolo legato alla grata del bagno nel carcere romano di Regina Coeli. Ne dà notizia la Fns Cisl del Lazio, secondo cui il suicidio è avvenuto alle 23 nella seconda sezione, al terzo piano, dov'erano presenti 167 reclusi. 

Il giovane era in carcere per resistenza, lesioni e danneggiamento ed era internato. 
In passato era evaso dalla Rems ma ripreso e ricondotto in carcere. Il personale di custodia, intervenuto immediatamente non ha potuto salvarlo.

La Fns Cisl sottolinea che Regina Coeli "ha un sovraffollamento di più di 289 detenuti: il dato detenuti presenti è attualmente 911 rispetto ai previsti 622". 


La triste lista di suicidi nei penitenziari italiani purtroppo si allunga. Ieri un detenuto italiano 43 enne si è suicidato nel carcere bolognese del Dozza. Il detenuto ha usato come cappio per l'impiccagione dei lacci delle scarpe legati alle grate delle finestre nel Reparto Infermeria del "Rocco D'Amato" di Bologna.
A darne notizia è il Coordinatore Della Uil Polizia Penitenziari di Bologna Domenico Maldarizzi che aggiunge: "L'uomo con problemi di tossicodipendenza e con provvedimento definitivo fino al 2025, era stato in osservazione psichiatrica in altre strutture e a quanto pare non destava particolari sospetti tali da richiedere particolari accorgimenti".

sabato 21 maggio 2016

Funerale laico di Marco Pannella - L'omaggio dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il lunghissimo applauso di centinaia di persone ha accolto il feretro di Marco Pannella a Piazza Navona. Il palco è stato allestito al centro della piazza e lì è stato posto il feretro del leader radicale, circondato dai suoi amici di una vita. 


La corona di fiori inviata a Piazza Navona dai detenuti del carcere
di Rebibbia di Roma acquistata auto tassandosi
Non poteva mancare l'omaggio dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli a cui Marco Pannella ha dedicato tante battaglie.
Lotta per i diritti, per una detenzione dignitosa e umana di tutti i detenuti italiani. Instancabile nel proporre alle Istituzioni italiane la realizzazione dell'amnistia e dell'indulto, trovandosi vicino in questa lotta organizzazioni che operano nel mondo delle carceri ma poco i gruppi politici.

E' sicuro che tantissimi detenuti nei luoghi di pena italiani sono vicini a chi a Piazza Navona sta rendendo omaggio ad una persona che hanno sentito sempre molto vicina.

ES

Link: 

E' morto Marco Pannella - Una vita dedicata alla difesa dei diritti

Lettera di Marco Pannella a Papa Francesco ... "Ti voglio bene davvero tuo Marco"

domenica 27 dicembre 2015

26 dicembre - Pranzo in carcere con 200 detenuti di Regina Coeli con Sant’Egidio

Corriere della Sera
Dopo il pranzo di Natale imbandito per seicento bisognosi nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, a Santo Stefano la Comunità di Sant’Egidio supera le sbarre del carcere per condividere le festività anche con i detenuti. Il 26 dicembre, infatti, i volontari hanno organizzato nel penitenziario di Regina Coeli un pranzo con duecento reclusi ."




Le condizioni di vita in carcere
Era il 26 dicembre del 1958 quando papa Giovanni XXIII (da poco eletto) varcò per la prima volta la soglia di Regina Coeli e incontrò i detenuti del carcere di via della Lungara. Lì fece uno storico discorso pieno di speranza e misericordia: «Sono venuto, mi avete veduto, ho messo i miei occhi nei vostri occhi e il cuor mio vicino ai vostri cuori». La comunità di Sant’Egidio ricorda quella storica visita con un pranzo nella rotonda del penitenziario insieme con i carcerati. Negli anni, la Comunità ha richiamato l’attenzione sulle condizioni di vita all’interno del penitenziario, dal problema del sovraffollamento ai suicidi.


http://roma.corriere.it/foto-gallery/cronaca/15_dicembre_26/pranzo-natale-detenuti-regina-coeli-2b8426a6-abe1-11e5-98e3-65fc73d21d7d.shtml
Link FOTO GALLERY
Il Natale dei reclusi
Al pranzo di quest’anno parteciperà anche Mario Marazziti, portavoce della Comunità e presidente della Commissione Affari Sociali della Camera. «All’inizio del Giubileo della Misericordia - spiega - è un privilegio e una responsabilità per me poter vivere con chi è in carcere una festa radicata nei problemi, si, ma anche una occasione per immaginare con chi è recluso, il personale e i responsabili, come essere e cosa fare». Il pranzo non è l’unica iniziativa di Natale organizzata da Sant’Egidio nelle carceri. L’ultima domenica di avvento, il 20, si sono tenute messe a Rebibbia e Regina Coeli, sempre per stare vicino a chi vive ai margini della società 




«Situazione migliorata, ora pensare alla riabilitazione»
«Negli ultimi due anni abbiamo migliorato la vivibilità di condizioni carcerarie che erano diventate degradanti e disumane, controproducenti, per un sovraffollamento sanzionato anche dall’Europa. Adesso bisogna avere il coraggio di invertire con forza la tendenza per fare diventare il carcere un percorso di riabilitazione e non la parentesi tra una detenzione e l’altra» conclude Marazziti.

martedì 14 gennaio 2014

Intervista al Cappellano di Regina Coeli "i detenuti sono nel cuore di Papa Francesco"

La Stampa
Parla don Vittorio Trani, cappellano del carcere romano di "Regina Coeli": "Non basta il decreto svuota-carceri: bisogna ripensare il sistema della giustizia".
"Ha ragione papa Francesco. È facile punire i più deboli, mentre i pesci grossi nuotano". Sono giornate frenetiche per don Vittorio Trani, cappellano dal 1978 del carcere romano "Regina Coeli". La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che il decreto legge svuota carceri sarà discusso dall'aula della Camera tra il 27 ed il 31 gennaio. "Bisogna tenere conto dei costi umani del carcere, in termini di violazione della dignità delle persone", spiega il cappellano di Regina Coeli, don Vittorio Trani.

Nell'udienza ai cappellani delle carceri italiane, il Papa ha raccontato che spesso, soprattutto la domenica, telefona ad alcuni carcerati a Buenos Aires e che la domanda che gli viene in mente è: "Perché lui è lì e non io?". Qual è la sua risposta?

"Oggi il nostro carcere è popolato in gran parte da gente povera, per la maggior parte stranieri, senza famiglia, né risorse. Questo è un mondo che, come ci insegna Papa Francesco, ha bisogno d'amore di attenzione. Il Pontefice ci ha detto di portare un messaggio da parte sua: "Ai detenuti, a nome del Papa, potete dire questo: il Signore è dentro con loro. Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, il suo amore paterno e materno arriva dappertutto". Mi sono tornate in mente le sue parole soprattutto ora che si parla di provvedimenti legislativi per rimettere in libertà una parta della popolazione carceraria.

Cosa comporta questo atto di clemenza?
"Per molti significa riconquistare quanto c'è di più prezioso: la libertà. Le carceri sovraffollate sono indubbiamente un peso ulteriore ma la vera sofferenza per i detenuti è rappresentata dall'allontanamento dal mondo affettivo. È questa la vera pena della reclusione. Interventi legislativi come il decreto legge svuota-carceri hanno un significato personale straordinario per i detenuti. Ogni giorno in libertà è una poesia della vita. Ritengo che il sistema della giustizia andrebbe rivisto in modo strutturale per evitare il più possibile il ricorso alla detenzione. Ci sono leggi che oggi portano tanta gente in carcere e che invece potrebbero prevedere pene alternative. Va rivisto l'intero impianto. Altrimenti ogni provvedimento contro il sovraffollamento si rivela un palliativo, non una svolta. In pochi mesi la situazione torna come prima".

Quali testimonianze riceve dai detenuti rimessi in libertà?
"Ogni persona che riconquista la libertà ha un'esperienza personale. Chi riesce a uscire si sente rinascere. È appena uscito uno straniero quarantenne (un nordafricano sposato con una cittadina comunitaria in un paese dell'Europa centrale), l'ho aiutato per le cose pratiche e ho vissuto la sua gioia immensa di poter riprendere i contatti con la sua famiglia. È la vita che riaffiora a livello di esperienze. In carcere i detenuti possono fare una telefonata alla settimana, ma chiamare per dire che si sta per uscire ricrea un contatto umano. È come tornare a vivere le cose urgenti. La prima cosa che mi ha detto è stata: "Sbrigo le cose urgenti e torno subito a casa". In tre anni di carcere aveva avuto il pensiero costante di poter tornare dalla moglie e dai figli. I pochi soldi che aveva conservato, li ha immediatamente utilizzati per comprarsi un biglietto del treno e lasciare Roma per tornare a casa. Uscendo dal carcere ha ritrovato la famiglia, ha ripreso a vivere. Dopo tre anni senza vedere i propri cari, aveva in mente solo di riabbracciarli".

E chi non ha una famiglia?
"La situazione più pesante è proprio per i detenuti sia italiani sia extracomunitari che una volta scarcerati non hanno una famiglia, un punto d'appoggio e si ritrovano a mendicare un letto e un posto dove mangiare. La loro domanda è sempre la stessa: "E adesso che faccio?". Non sanno dove andare e, malgrado l'impegno dei canali privati e delle associazioni di volontariato, soffrono perché non esistono strutture pubbliche per loro. Nella quasi totalità coloro che finiscono dietro le sbarre vengono dalla strada, è gente in difficoltà e dopo la detenzione si ritrovano senza nulla per ripartire. È una processione continua di ex detenuti che chiedono aiuto e che dal carcere finiscono subito sulla strada. Non ci sono per loro né lavoro né centri d'accoglienza. cominciano a pellegrinare da una struttura di volontariato all'altra. Mense per i poveri e dormitori diventano approdi obbligati. Non esistono altre opportunità. Molti finiscono per vivere come clochard. Capita anche che i familiari non li vogliano riprendere in casa. Hanno spesso storie di droga e lontananza. Genitori anziani con i quali hanno interrotto ogni rapporto durante la detenzione".
Quale accoglienza trovano gli ex detenuti nella Chiesa?
"Nell'esperienza quotidiana, mi sono reso conto che la difficoltà maggiore (anche all'interno della comunità ecclesiale, oltreché in quella civile) è la scarsa conoscenza di questo mondo. C'è un filtro molto spesso che passa attraverso la morbosità e il preconcetto, per cui si è distanti e si è severi, si è molto duri nei confronti di chi sbaglia. Una volta che si è vicini a questo mondo, tuttavia, si scoprono le persone, si scoprono le storie, si guarda un po' da vicino la vicenda esistenziale di una persona che ha sbagliato, ma che resta sempre persona. Allora, si tende a cambiare, si tende ad essere più attenti e, soprattutto per quanti sono cristiani, si tende a guardare un po' quella presenza che dal Vangelo sappiamo essere la presenza di Cristo stesso".

di Giacomo Galeazzi

sabato 7 dicembre 2013

Lettere: il "testamento" di un carcerato morente nel Centro Clinico di Regina Coeli

Il Messaggero
"Sono detenuto presso il centro clinico di Regina Coeli. Sto scontando un cumulo di condanne per "reati comuni", furti soprattutto. Ho avuto tre infarti, ho subito due interventi di angioplastica, ho un pacemaker e un defibrillatore nel torace, sono resistente ai farmaci salvavita, ex tossicodipendente e invalido al cento per cento. Non posso essere sottoposto a trapianto perché il rischio sarebbe altissimo. Sono un morto che cammina.

Nonostante questo a soli due mesi dalla fine della pena mi è stata negata la possibilità di accedere a una Rsa, residenza sanitaria assistenziale, della Asl dove sono in lista di attesa. Il tribunale di sorveglianza ha deciso così anche se già da anni mi è stata riconosciuta l'incompatibilità con il regime detentivo.


Ho iniziato l'astensione alla terapia farmacologica salvavita. Non vorrei morire anzitempo ma solo richiamare l'attenzione che finora non c'è stata sul dramma di tanti detenuti malati. Sono pronto a pagare con la vita questa mia battaglia. Affido a voi questa storia affinché se dovesse avere un triste epilogo possa emergere la verità."

di Vincenzo Lepore

mercoledì 16 ottobre 2013

Carcere: muore 82enne malato a Regina Coeli per un malore. Giorni fa negata revisione pena per salute

Il Messaggero
Si è sentito male all'interno della sua cella. subito soccorso e trasportato all'ospedale di Santo Spirito, è deceduto dopo due giorni di agonia. È morto così un detenuto di 82 anni recluso nel carcere di Regina Coeli.
La notizia di questo nuovo decesso nelle carceri del Lazio, il 15mo dall'inizio del 2013, è stata diffusa dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. «Due settimane fa - ha detto il Garante - il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta, presentata dai legali, di differimento della pena per motivi di salute. L'uomo, 82 anni, era affetto da gravi patologie ed era anche stato colpito da ictus. Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che una persona con questo quadro clinico ed anagrafico avrebbe dovuto scontare la sua pena in una struttura diversa dal carcere e maggiormente adatta alle sue condizioni.
L'uomo, S. C., aveva un fine pena previsto nel 2026. Nel 2005 a 75 anni di età,in preda ad una crisi depressiva dovuta alla sua situazione finanziaria, in quello che fu definito il suo giorno di ordinaria follia, aggredì una coppia a cui aveva venduto l'appartamento e la falegnameria che gestiva. L'uomo venne ucciso, la donna gravemente ferita.

«Nel corso della sua detenzione S.C. era stato anche a Rebibbia. Non aveva contatti con l'esterno se non qualche saltuario colloquio con un anziano fratello», ricorda il garante. Questo, sottolinea il garante, è il decesso numero 15 registrato nelle carceri del Lazio da gennaio: cinque sono stati i suicidi, quattro i decessi per malattia e cinque per cause da accertare. Al computo va aggiunta anche una donna che lavorava come infermiera a Rebibbia.

«La morte di quest'uomo - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - riporta in primo piano la questione dei detenuti anziani e malati reclusi nelle carceri di tutta Italia. Si tratta di decine di persone che spesso sono ospitate nelle infermerie e nei centri clinici perché hanno bisogno di un'assistenza continua che, in una situazione di emergenza, comporta costi umani ed economici sempre più difficili da sostenere. Auspico che il Parlamento faccia al più presto proprio il grido d'allarme lanciato, una settimana fa, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Questi drammi rischiano di diventare all'ordine del giorno perché sovraffollamento, ristrettezze economiche e vuoti di organico sono fattori che, purtroppo, nascondono le persone, i loro problemi e le loro debolezze».