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martedì 8 febbraio 2022

Assassinati a gennaio 20 difensori dei diritti umani e dell'ambiente nelle Americhe: 13 in Colombia, 1 in Messico, 3 in Brasile, 2 in Honduras

Corriere della Sera
Tredici in Colombia, tre in Brasile e in Honduras, uno in Messico oltre a quattro giornalisti, sempre in Messico.


Questo è lo sconcertante totale dei difensori e delle difensore dei diritti umani assassinati nel mese di gennaio nelle Americhe, che si confermano ulteriormente come il continente più pericoloso per chi svolge attività sociali, indaga sulle malefatte delle istituzioni o si prende cura dei gruppi più vulnerabili.

Diciotto delle persone assassinate si occupavano di protezione del territorio e dell’ambiente. Come Pablo Isabel Hernandez, leader nativo dell’Hondurasucciso il 9 gennaio, che dalla sua emittente radiofonica denunciava i rischi per l’ambiente nel dipartimento di Lempura. O come Melvin Geovany Mejia, fatto fuori il 22 gennaio a causa del suo impegno nella difesa dei diritti dei nativi Tolupa, sempre in Honduras.

La situazione della Colombia rimane sempre la più grave. Il 17 gennaio, a Puerto Gaitan, è stato ritrovato il corpo di Luz Marina Arteaga, difensora dei diritti dei contadini nel dipartimento di Meta. Una settimana dopo è stato ucciso Albeiro Camayo Guetio, ex coordinatore regionale della Guardia nativa della riserva Las Delicias, nel dipartimento di Cauca.

In Brasile, tre persone di una stessa famiglia sono state uccise il 9 gennaio nello stato di Para. Erano conosciute per il loro impegno nella protezione delle tartarughe e nella difesa dell’ambiente.

Il 27 gennaio la difensora messicana dei diritti umani Ana Luisa Garduno è stata uccisa nello stato di Morelos. Cercava giustizia per il femminicidio di sua figlia e ignoti le hanno riservato la stessa sorte.

Sempre in Messico, sono stati assassinati quattro giornalisti: José Luis Gamboa Arenas, Lourdes Maldonado, Alfonso Margarito Martínez Esquivel e Roberto Toledo.

Riccardo Noury

lunedì 23 dicembre 2019

Honduras - Strage nelle prigioni - Altri 16 morti - 36 morti nel week end

La RepubblicaScontri a colpi di arma da fuoco e di coltello in due istituti di detenzione. Almeno 36 persone sono state uccise nel week end durante scontri nelle prigioni dell'Honduras di cui l'esercito e la polizia tentano di riprendere il controllo dopo una serie di omicidi legati alle "maras", le bande criminali che infestano il Paese. 
Domenica almeno 18 persone sono morte durante gli scontri fra detenuti in una prigione del centro del Paese. Gli scontri con "armi da fuoco, coltelli e machete" sono scoppiati nella prigione di El Porvenir a 60 chilometri a nord della capitale Tegucigalpa. La notte precedente, un'altra sparatoria aveva causato 18 morti e 16 feriti nella prigione di Tela.

I due massacri sono stati perpetrati poco dopo che il presidente honduregno Juan Orlando Hernández, aveva ordinato all'esercito di prendere il controllo delle prigioni nelle quali sono detenute 21mila persone. La decisione del presidente era stata presa dopo l'uccisione di 5 membri della gang della Mara Salvatrucha da parte di un altro detenuto nella prigione di massima sicurezza di La Tolva. 

Questo mentre il giorno prima era rimasto vittima di un colpo di pistola il direttore del principale istituto di massima sicurezza dell'Honduras. Il direttore era stato sospeso perché sotto inchiesta dopo l'assassinio di Magdaleno Meza un grosso trafficante di droga che aveva accusato il fratello del presidente honduregno poi riconosciuto colpevole di traffico di droga da un tribunale di New York ed ora rischia l'ergastolo.

domenica 22 dicembre 2019

Honduras - Tragedia in carcere - 18 persone sono morte in una rissa

Il Post
Almeno 18 persone sono state uccise e altre 16 ferite in una rissa in un carcere dell’Honduras, venerdì 20 dicembre nella città settentrionale di Tela. 
Stando alle prime ricostruzioni, le violenze sono iniziate dopo un alterco tra alcune persone detenute e facenti parte di gang di strada rivali. 
Per numero di morti e di feriti, è uno dei casi più gravi di violenza per il sistema carcerario del paese. 

Le prigioni dell’Honduras ospitano nel complesso 20mila detenuti, in carceri la cui capacità complessiva è intorno a 8mila persone. Il sovraffollamento causa spesso proteste, rivolte e risse tra i detenuti. 

Anche per questo motivo il governo ha dichiarato uno stato di emergenza mercoledì scorso, affidando il controllo delle carceri a forze di sicurezza.

giovedì 1 novembre 2018

Migranti Honduras in marcia: fonti Sir, si rischia l’emergenza sanitaria. In quasi duemila bisognosi di cure. Gran numero di minori

SIR
Prosegue, ma non senza fatiche, la marcia della carovana dei migranti honduregni in terra messicana. La rotta seguita in questi giorni è quella vicino alla costa, nello stato di Oaxaca e nella diocesi di Tehuantepec.

Un allarme viene lanciato al Sir, attraverso un messaggio audio, da Norma Medina, referente della Pastorale sociale Caritas della diocesi di San Cristobal de las Casas, recatasi in questi giorni in Oaxaca come volontaria: “Sono state contate 1.850 persone ferite e lesionate. In molti casi si tratta di ferite ai piedi, che rischiano però di infettarsi e aggravarsi con la continuazione della marcia. Ho visto una bambina in stato di incoscienza e con le convulsioni. Alcune persone restano indietro. Mancano medicinali adeguati, qui c’è solo paracetamolo e penicillina, ma servirebbero antibiotici. Mancano anche medici preparati, per far fronte a questa emergenza. Non va dimenticato che della carovana fanno parte 1.800 minori”.

Afferma padre José Leonides Oliva, incaricato della pastorale sociale dell’arcidiocesi di Tehuantepec: “È vero, vedo un popolo stanco, cammina ormai da molto tempo, circa tre settimane. Alcuni riportano ferite, altri presentavano forme di infermità già alla partenza. Il cammino però prosegue e cerchiamo di curarli, grazie a volontari dedicati solo alle donne e ai bambini, che stanno cercando di evitare loro la fatica della marcia”. Non sono pochi, infatti, coloro che si prestano a fare servizio di autotrasporto. E non manca chi, tra i migranti, cerca di prendere per qualche tratto il treno.

I migranti ieri sono giunti a Juchitán de Zaragoza, città di circa 75mila abitanti, il secondo grosso centro incontrato nel territorio dell’Oaxaca. Prossima tappa sarà Jalapa del Marqués, per giungere poi a Tehunatepec. Da lì il cammino svolterà e si farà, se possibile ancora più duro, perché si inizierà a salire verso l’interno del Paese, alla città di Oaxaca, capitale dello Stato, e successivamente nello stato di Puebla. Prosegue padre Oliva: “La gente povera della diocesi sta rispondendo con grande affetto e premura. Si sta sviluppando una relazione di fraternità. Viviamo davvero quello che ci ha detto il Papa: la Chiesa dev’essere come un ospedale da campo”.

martedì 30 ottobre 2018

Carovana dei migranti, Trump schiera 5,200 soldati al confine con il Messico

Corriere della Sera
Confermate le indiscrezioni dei giorni scorsi. Il presidente Usa: «Questa è un’invasione, i militari vi stanno aspettando». Gli immigrati al confine tra Guatemala e Messico. È la più grande carovana di migranti mai vista in Messico. 


Sono migliaia, i cittadini del Centro America che stanno provando a sfondare il confine o che sono già entrati. Il dipartimento della difesa americana ha annunciato che invierà 5.200 soldati alla frontiera in vista del loro arrivo, confermando così le anticipazioni del Wall Street Journal. Il generale Terrence O’Shaughnessy ha riferito ai reporter che 800 militari sono già in viaggio e che il resto delle truppe sarà alla frontiera entro la fine della settimana.

Una massiccia muraglia militare si trova già schierata lungo il confine, dove circa 2.000 guardie nazionali stanno lavorando per fornire assistenza alle autorità messicane sopraffatte dall’ondata di persone. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nelle ultime settimane ha più volte affermato che sono necessarie ancora più truppe per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Secondo il commissario Usa per la protezione delle frontiere Kevin McAleenan le autorità americane stanno rintracciando un gruppo di circa 3.500 persone che viaggiano verso nord attraverso l’area del Chiapas-Oaxaca, nel sud del Messico. Sotto osservazione altre 3.000 persone a un passaggio di confine tra il Guatemala e il Messico.

Lunedì sera Trump ha assicurato che la sua amministrazione costruirà delle tendopoli per i migranti che raggiungono il confine e chiedono asilo: «Se fanno richiesta di asilo, li terremo in sospeso fino al momento in cui avranno l’esito. Li terremo, costruiremo tendopoli dappertutto – ha detto il presidente in un’intervista a Fox News –. Loro saranno molto gentili e aspetteranno, ma se non ottengono l’asilo non potranno entrare».

Moltissimi migranti hanno attraversato il fiume Suchiate, dal Guatemala in Messico, su zattere fatte con pneumatici per autocarri o formando catene umane per evitare di essere travolti dalla corrente: tra loro famiglie intere, con bambini piccoli. 

Per il commisario Usa McAleenan è «una crisi umanitaria», gli agenti di frontiera — ha aggiunto — nelle ultime tre settimane hanno arrestato circa 1.900 persone al giorno che tentano di attraversare illegalmente: «Più della metà di questi arrivi – ha detto – sono nuclei familiari e minori non accompagnati che si sono messi nelle mani di violenti contrabbandieri umani, pagando 7.000 dollari a persona per il viaggio». 

Su Twitter Trump ha ribadito che non intende in nessun modo accettare «una invasione» del proprio Paese, rivolgendosi direttamente ai migranti: «Tornate indietro, non sarete ammessi negli Stati Uniti a meno che non lo facciate seguendo la via legale. Questa è una invasione del nostro paese e i nostri militari vi stanno aspettando».

sabato 20 ottobre 2018

La carovana di migliaia di migranti diretta negli USA partita dall'Honduras, sfonda il confine ed entra in Messico

Rai News 24
Migliaia di migranti dell'Honduras, di El Salvador e del Guatemala, componenti la carovana che marcia verso gli Usa, hanno sfondato, proveniendo dal Guatemala, i cancelli e le reti di protezione della frontiera del Messico. 


Sono entrati nel territorio messicano e stanno avanzando verso gli Stati Uniti. Questo secondo quanto riportato dalla rete MilenioTelevisión. Secondo l'emittente via cavo, si tratta di migranti principalmente honduregni accompagnati da cittadini di El Salvador e del Guatemala. 

Fanno tutti parte della carovana partita una settimana fa (sabato scorso) dalla città di San Pedro Sula, in Honduras. Le barriere poste a protezione della frontiera sono state rapidamente rovesciate e la folla di migliaia di donne, bambini e intere famiglie si è diretta verso il paese vicino. 

Anche il Governatore messicano dello Stato del Chiapas, Manuel Velasco, ha confermato l'ingresso di migliaia di persone al punto di transito di Tecùn Umàn. Velasco ha detto: "Ribadiamo che al momento la nostra principale preoccupazione è la protezione dei diritti umani dei migranti". 

Un portavoce ha parlato ai componenti della carovana raccomandando "calma ed ordine". Un certo numero di migranti ha deciso di staccarsi dal grosso della carovana e di entrare in Messico attraversando il fiume Suchiate. 

Il coordinatore della carovana, Bartolo Fuentes, è stato nel frattempo espulso dal territorio guatemalteco ed è arrivato all'aeroporto di Tegucigalpa, capitale dell'Honduras. Fuentes, ex deputato del partito Libertad y Refundación (Libre), era stato fermato martedì dalle autorità migratorie del Guatemala, dopo aver attraversato la frontiera con l'Honduras assieme ad un gruppo di persone che si era unito alla carovana.

Tiziana Di Giovannandrea

giovedì 18 ottobre 2018

Honduras, la carovana dei migranti in marcia verso gli USA è l'incubo di Trump. Il numero in crescita ha raggiunto 1.500 persone

La Repubblica
Più passano i giorni più aumentano di numero: erano 600 tre giorni fa, ora sono diventati 1.500. La maggioranza sono uomini ma anche donne, famiglie con bambini dell'Honduras. Fuggono dalla violenza del loro paese. "Ce ne andiamo, ci cacciano", hanno scritto sui loro cartelli. 


Vogliono raggiungere la frontiera con gli Usa e molti cercano di trasferirsi anche in Canada, e per farlo sono decisi a tutto. Sono partiti da San Pedro Sulas, la cittadina honduregna con il tasso di omicidi più alto al mondo e hanno formato una carovana che si snoda per chilometri. 

A piedi, a bordo di auto, bus, macchine, carretti, taxi e camion risalgono il Centro America. È una folla immensa che lungo il percorso raccoglie altri emigranti, giunti da Salvador e Guatemala. Ora sono in viaggio verso il Messico. 

Sono il nuovo incubo di Trump che ieri con un tweet si è rivolto al presidente del Guatemala: "Se non li ferma non avrete più un soldo. Da subito!". Ma la carovana è già entrata in Guatemala e punta verso il Messico. La voce si è diffusa in tutta la regione e altre centinaia di persone attendono lungo la strada. È la nuova sfida degli ultimi del mondo.

sabato 26 maggio 2018

Honduras «Detenzioni infernali per i prigionieri politici del presidente Hernandez»

Il ManifestoHonduras. Liberi solo 17 dei 23 arrestati nelle proteste post-voto. Parla l'attivista canadese nel paese, Karen Spring: la vita in cella di Edwin e Raul è fatta di poco cibo, due ore d’aria al mese e 5 minuti d’acqua al giorno.

Lo scorso martedì una delegazione di cittadini canadesi e statunitensi, osservatori dei diritti umani, è arrivata all’ingresso del carcere di massima sicurezza La Tolva, in Honduras. Volevano vedere i due prigionieri politici lì rinchiusi, Edwin Espinal e Raul Alvarez.

Sono due dei 23 arrestati in seguito alle manifestazioni di protesta che hanno scosso tutto il paese dopo le elezioni di sei mesi fa. Era il 26 novembre 2017 quando gli elettori furono chiamati, per la prima volta, a rieleggere il presidente uscente, in una giornata caratterizzata da brogli e strani black-out nel conteggio dei voti.

Ci vollero comunque tre settimane per «riconoscere» la vittoria di Juan Orlando Hernandez, confermato alla guida del paese. A guidare la piccola delegazione di attivisti alle porta de La Tolva c’era Karen Spring, una giovane donna canadese che vive dal 2009 in Honduras, dove coordina l’Honduras Solidarity Network.

Karen è la compagna di Edwin Espinal, ma anche a lei è stato impedito di vederlo. Di superare l’ingresso della prigione. «La situazione nelle strutture di massima sicurezza è lesiva dei diritti umani fondamentali: Edwin, arrestato a gennaio, e Raul non ricevono cibo a sufficienza e possono uscire all’aria aperta per appena due ore al mese. In pratica, non vedono mai la luce del sole – spiega al manifesto Karen, raggiunta telefonicamente in Honduras – Ci hanno informato che l’acqua corrente c’è per 5 o 10 minuti al giorno e questo non permette loro di usare i bagni, di lavarsi, portando all’insorgere delle malattie».

Un altro prigioniero politico è detenuto nel carcere di massima sicurezza El Pozo, che i media honduregni descrivono come el infierno, e due nella prigione di El Progreso.

«Dei 23 complessivamente catturati, di cui uno in Costa Rica, restano reclusi in attesa di processo in cinque. Grazie alla pressione internazionale siamo riusciti a farne liberare 17 e tra questi anche Lourdes Gomez, l’unica donna tra i fermati. Restano tutte le accuse formulate a loro carico che vanno dalla violazione e danneggiamento della proprietà privata alla detenzione illegale di armi, ma in questo modo possono difendersi in libertà», sottolinea l’attivista canadese.

Dei 23 prigionieri politici molti sono leader indigeni, contadini, persone che come Edwin sono impegnate nella tutela dei diritti umani e nella difesa della democrazia a partire dal colpo di Stato del 28 giugno 2009.

«Il suo è un caso emblematico e spiega come il governo honduregno approfitti della situazione di crisi post elettorale per lanciare dei messaggi molto chiari a tutti i settori della società civile attivi nella resistenza – spiega Karen – Edwin era già stato torturato nel 2010 e nel 2009 la sua compagna di allora era rimasta uccisa durante la repressione delle proteste popolari intorno all’ambasciata del Brasile, dove si era rifugiato Mel Zelaya, il presidente destituito dai golpisti. Nel 2013, la polizia militare entrò nella sua casa, senza mandato di persecuzione. E oggi è chiuso in un carcere di massima sicurezza nonostante la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (Cidh) abbia riconosciuto “misure speciali” di protezione nei suoi confronti».

Edwin rischia la vita, di diventare l’ennesimo martire, seguendo tragicamente il destino della sua amica Berta Caceres, la leader indigena del Copinh uccisa tra il 2 e il 3 marzo 2016 nella sua casa a La Esperanza.
«Tra coloro che sono stati arrestati,ci sono anche altri leader comunitari. Ad esempio tra le persone di Pimienta, una comunità del dipartimento di Cortés – sottolinea Karen – Il paese vive una fase di transizione. Per la prima volta dopo molti anni, però, non riesco a capire in che direzione si muoverà. La situazione è molto complicata e quella dei diritti umani, e per i difensori dei diritti umani, è in continuo peggioramento. Una certezza la abbiamo, però: il governo non vuole dialogare e infatti al momento non c’è stato nemmeno un arresto per gli omicidi dopo la crisi elettorale (almeno trenta, secondo il Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras, ndr), e non fa nulla per proteggere leader indigeni, contadini, donne. Il governo dipende molto dall’appoggio della comunità internazionale. Crediamo che senza questo riconoscimento non sarebbe legittimato ad andare avanti».

mercoledì 24 gennaio 2018

In Honduras c’è un movimento di lotta che si batte per salvare il popolo Lenca e la sua terra

Lifegate
Dopo la morte di Berta Cáceres, la lotta per tutelare i territori e i diritti delle popolazioni indigene dall’industria mineraria e idroelettrica non si ferma. È il caso del popolo Lenca, in Honduras.
L'indigena lenca Julia Francisco Martínez: il marito è stato ucciso
per aver difeso le terre ancestrali © Giles Clarke/Global Witness
Nonostante l’attenzione internazionale per il caso dell’omicidio dell’attivista Berta Cáceres, leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh) rimasto impunito a due anni di distanza, continuano nel paese dell’America centrale le violazioni dei diritti dei popoli indigeni e le concessioni a compagnie straniere di porzioni di territorio indigeno senza rispettare il consenso libero, preventivo ed informato delle comunità. 

In occasione della maratona di Amnesty International Write for rights che ha fatto tappa in Italia dal 4 al 10 dicembre scorso, abbiamo intervistato gli attivisti Martin Gómez Vasquez e Margarita Pineda Rodriguez, leader dei Milpah, il Movimento indipendente degli indigeni Lenca di La Paz, in Honduras.

Quali sono gli obiettivi del movimento, Milpah?
L’obiettivo del Milpah è tutelare il territorio, i diritti del popolo indigeno e l’ambiente. La visione del Milpah considera l’uomo in armonia con il pianeta e la natura in generale. Questo portare rispetto e tutelare la madre terra ci ha purtroppo portato esclusione, incarcerazione, miseria ed estrema povertà. Al momento siamo di fatto esclusi da qualsiasi progetto amministrativo del governo dell’Honduras, solo in quanto Lenca.
Qual è la situazione che vive il vostro popolo in Honduras?
Da anni ormai siamo vittime di persecuzioni, torture, assassini da parte delle aziende e del governo honduregno che vende il nostro fiume, le nostre terre e tutto ciò che è al loro interno come minerali e fauna, senza il nostro consenso. Ci sono leggi internazionali che tutelano le nostre terre e poi leggi nazionali che, in contraddizione alle prime, le concedono a compagnie straniere. In questi anni è stato venduto circa il 35 per cento del nostro territorio per creare nuove infrastrutture. Ad esempio il progetto idroelettrico Aurora 1 è situato all’interno di una riserva naturale Lenca. Non c’è interesse da parte del governo nel rispetto dei diritti dei popoli indigeni. Abbiamo dovuto adire i tribunali internazionali affinché il diritto interno venisse rispettato. Ci siamo appellati alla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), alla Convenzione americana sui diritti umani per denunciare la nostra condizione.
Se il diritto nazionale non vi tutela come mai rivolgervi alle organizzazioni internazionali?
Anche se la nostra contestazione non avrà alcun effetto immediato, vogliamo creare una base per poter intraprendere una denuncia dipartimentale, poi nazionale ed infine internazionale. Ed è grazie alle organizzazioni internazionali a tutela diritti umani che alcuni di noi possiedono la protezione internazionale come difensori dei diritti umani validata dalla Corte interamericana dei diritti umani. Si tratta per noi di in un periodo di grande tensione dove rischiamo la vita ogni giorno.

Il governo non vi ha dato alcun tipo di compensazione, una riparazione per i territori sottratti?
Ci hanno promesso tanto, soprattutto progetti di natura sociale, ma alla fine non è stato fatto nulla. L’ho vissuto con un’esperienza diretta all’interno del mio municipio, quello in cui si trova il progetto idroelettrico Aurora 1. Avevano promesso di portare l’acqua potabile in quattro municipi, sono passati cinque anni ma nessun progetto a vantaggio della comunità è stato realizzato Alcuni sindaci che si sono opposti ai progetti sono stati inoltre minacciati, feriti e imprigionati.

Cosa può fare ognuno di noi per supportare la causa del Milpah?
Chiediamo alle organizzazioni internazionali, soprattutto europee, che finanziano abitualmente progetti in Honduras di vincolare il loro sostegno economico al rispetto dei diritti umani e della Convenzione 169 dell’Ilo. Chiediamo invece alle organizzazioni non governative come Amnesty International di continuare a monitorare la situazione in Honduras, venire a visitare il nostro Paese per confermare che ciò che raccontiamo è reale, è vero, e di aiutarci a diffonderlo. Ogni cittadino poi, può supportare i Lenca e tutte quelle popolazioni cui diritti non vengono rispettati informandosi e sostenendo maratone e campagne che aumentino la pressione internazionale facendo luce sulle violazioni e sui soprusi. La maratona di Amnesty, ad esempio, grazie alla mobilitazione internazionale è riuscita a raccogliere oltre 150mila firme per sostenere i difensori dei diritti umani che ogni giorno rischiano la vita.

lunedì 11 dicembre 2017

Crisi Honduras: manifestazioni, denunce e richiesta di nuove elezioni

Euro News
5 mila honduregni hanno partecipato venerdi sera ad una manifestazione pacifica per le strade di Tegucigalpa per protestare contro la situazione di stallo che si è creata dopo le elezioni, macchiate di accuse di brogli. Salvador Nasralla denuncia il presidente del tribunale e chiede nuove elezioni.

"Fuori Juan Orlando Hernandez, via il Dittatore", gridano i circa 5 mila dimostranti dell'opposizione che venerdi sera hanno partecipato ad una manifestazione per le strade di Tegucigalpa, la capitale dell'Honduras. 

Musica, bandiere, fiaccole, candele hanno caratterizzato le proteste, comunque pacifiche, contro lo stallo che si è creato dopo le elezioni del 26 novembre scorso. La Polizia, in assetto anti-sommossa, ha controllato che tutto filasse liscio. La manifestazione è stata organizzata dalle opposizioni, l'Alianza di Salvador Nasralla e il partito liberale dell'Honduras di Luis Zelaya, arrivati secondo e terzo dietro al presidente Hernandez (Nasralla addirittura solo per l'1,6% dei voti in meno) nella contestate elezioni, macchiate da accuse di brogli.

"Chiediamo che la democrazia sia rispettata e che Salvador Nasralla sia dichiarato presidente, perché il popolo honduregno ha votato per questo candidato e vogliamo siano rispettati i nostri diritti", dice Renan Ordonez, sostenitore dell'opposizione.

Oltre a richiedere il riconteggio di 18mila schede, i due partiti di opposizione hanno presentato formale richiesta di annullamento delle elezioni, invocando il ritorno alle urne il prima possibile. La stessa Organizzazione degli Stati Americani - presente, al pari dell'Unione Europea, come osservatore - ipotizza le nuove elezioni come l'unica via di uscita per il paese centroamericano, uno dei piu' poveri del continente americano.

Lo stesso Salvador Nasralla, celebre presentatore televisivo, ha altresi denunciato il presidente del Tribunale David Mataramos Batson per abuso di autorità, violazione dei doveri dei funzinari pubblici e falsificazione di documenti.

Cristiano Tassinari

domenica 3 dicembre 2017

Honduras, via allo stato d’emergenza dopo le proteste per brogli elettorali «Sette morti e decine di feriti»

Corriere della Sera
Oggi è previsto il conteggio finale delle schede contestate dopo le elezioni presidenziali del 26 novembre. Il governo ha deciso un coprifuoco per dieci giorni per evitare il caos.
Foto: © ANSA/EPA
Stato d’emergenza in Honduras a seguito delle proteste per le elezioni presidenziali del 26 novembre. Dopo giorni di scontri e vandalismo il governo ha deciso un coprifuoco di 10 giorni per fermare le violenze. Secondo fonti di stampa, negli scontri sono morte sette persone, almeno una ventina sono rimaste ferite e più di cento sono state arrestate. «La sospensione delle garanzie costituzionali — ha detto il ministro Ebal Díaz — è stata approvata in modo che le forze armate e la polizia possano contenere questa ondata di violenza che ha paralizzato il Paese».

Il votoNel voto di domenica 26 novembre il presidente Juan Orlando Hernandez avrebbe vinto con il 42,92% dei voti contro il 41,42% del suo sfidante, il presentatore televisivo Salvador Nasralla, ma migliaia di schede contestate potrebbero cambiare il risultato. I leader dell’opposizione avevano subito gridato alla frode elettorale anche perché in un primo momento sembrava che fosse Nasralla ad essere in vantaggio.
Le misure
Con lo stato d’emergenza la polizia e l’esercito potranno decidere come sbloccare strade, ponti ed edifici pubblici occupati dai manifestanti. Per dieci giorni non si potrà circolare di notte.

Il conteggio finale
I dati relativi diffusi dal Tribunale Supremo Elettorale giovedì scorso riguardavano il 94,81% delle schede. In queste ore è in corso una sessione speciale di controllo dell’ultima porzione di schede contestate per irregolarità o perché mancanti in tutto o in parte della documentazione necessaria. Una riunione che potrebbe ribaltare il risultato visto che la differenza tra i due candidati è di soli 46.586 voti. L’opposizione, tuttavia, si rifiuta di riconoscere l’autorità del Tribunale Supremo a meno che non decida di ricontare in toto i voti di tre regioni.

Presentatore tv
Nasralla, 64 anni, è uno dei volti più noti dell’Honduras ed è appoggiato dall’ex presidente Manuel Zelaya, destituito dopo un colpo di Stato nel 2009.

Monica Ricci Sargentini

lunedì 27 novembre 2017

Honduras - Discarica come supermarket per sopravvivere e si scoprono anche dei cadaveri

Globalist
A San Pedro Sula, nell'Honduras, molte persone cercano di sopravvivere cercando qualcosa nelle discariche. E ogni tanto spunta una persona assassinata.



La globalizzazione è un processo inevitabile. Internet collega il mondo con un click. Aerei, treni, autostrade velocizzano sempre più i trasporti e quindi lo spostamento delle persone e delle merci.


Non tra poco, ma tra non molto sulla luna si potrà arrivare in meno tempo rispetto al quale i nostri padri si spostavano da Roma a Milano in macchina.

Peccato solo che, al momento, la globalizzazione ha reso ricchissimo chi già era ricco e poverissimo chi già era povero.

Così in una discarica alla periferia di San Pedro Sula, in Honduras, le persone che per vivere raccolgono la spazzatura hanno trovato il corpo di una donna che è stata rapita e torturata a morte e il corpo gettato come fosse immondizia. 

Quella discarica è il loro supermarket: molte visono nelle periferie delle città violente dopo essere fuggiti dalle condizioni di vita impossibili nella campagna, dove non c'è acqua e poco da mangiare. 

La fame alimenta la violenza, perché sempre più persone in preda alla disperazione scelgono la strada criminale. 

I livelli estremi di violenza in Honduras stanno spingendo semore più persone fuori dal paese. Molti tentano un viaggio rischioso verso gli Stati Uniti.

Lì ora c'è il muro di Trump, ossia uno di miliardari che sono parte integrante del sistema di sfruttamento e di diseguaglianze che sta condannando gran parte del mondo a vivere e a morire nell'immondizia.

sabato 10 settembre 2016

Guatemala e Honduras: chi difende l’ambiente rischia la vita

Altraeconomia
Un rapporto di Amnesty International descrive la condizione che vivono gli attivisti nei due Paesi del Centro America. Secondo la coordinatrice Erika Guevara-Rosas, “sparare a qualcuno a bruciapelo perché ha scelto di affrontare interessi economici molto forti è, in pratica, permesso”. L’organizzazione lancia una campagna sul caso emblematico di Berta Cáceres, Goldman Prize 2015, assassinata sei mesi fa nella sua casa

“Difendere i diritti umani è una della professioni più pericolose in tutta l’America Latina, ma aver la pretese di proteggere le risorse naturali vitali trasforma questo ‘lavoro a rischio’ in qualcosa di potenzialmente letale”. 

Erika Guevara-Rosas è la direttrice per le Americhe di Amnesty International, e questa frase l’ha pronunciata a inizio settembre, a margine della presentazione del rapporto “Difendiamo la terra con il nostro sangue”, un’indagine sul campo condotta all’inizio del 2016, con interviste realizzata ad organizzazione e difensori del territorio e dell’ambiente in due Paesi dell’America Centrale, Guatemala e in Honduras.
Scelti, spiega l’organizzazione, perché si tratta delle nazioni con il più alto tasso di omicidi pro capite nell’intera regione tra coloro che s’impegnano attivamente per la tutela delle risorse naturali: “Un sorprendente 65 per cento degli omicidi di difensori dell’ambiente che lavorano su questioni legate a terra, territorio e ambiente registrati nel mondo nel 2015 (122 su 185) sono avvenuti in America Latina”. Di questi, ben otto in Honduras e 10 in Guatemala.

Nei due Paesi oggetto di questo rapporto, che è il primo di una serie di inchieste dedicate a tutti i Paesi dell’area, Amnesty International ha potuto individuare alcune delle cause fondamentali della situazione, che in Guatemala rimandano al conflitto armato interno che si è chiuso con gli Accordi di pace del 1996: il tema è quello del “nemico interno”, che negli anni Ottanta ha portato a compiere un genocidio nei confronti dei popoli indigeni, e che oggi si traduce in una campagna costante di diffamazione e stigmatizzazione per portare discredito sui difensori dell’ambiente. Secondo quanto riscontrato da Amnesty, l’utilizzo costante di termini come “terrorista”, “nemico”, “oppositore”, “delinquente” e anche “narcotrafficante” nei confronti dei membri delle organizzazioni di tutela dei diritti umani incrementa il numero di attacchi, aggressioni e minacce nei loro confronti.

Per quanto riguarda l’Honduras, a partire dal colpo di Stato del 2009 si è “rafforzata l’ostilità” nei confronti dei difensori, tanto che la maggioranza “delle comunità e dei movimenti intervistati da Amnesty vede tra i proprio membri soggetti beneficiari di misure cautelari di protezione concesse dalla Commissione interamericana dei diritti umani (CIDH)”. L’organizzazione sottolinea però come lo Stato hondureño sia “venuto meno nell’implementazione di misura di protezione effettiva per i difensori”. E cita, come esempio, il caso di Berta Cáceres Flores, coordinatrice generale del COPINH e Goldman Prize 2015, assassinata nella sua casa de La Esperanza nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016. Anche Cacéres Flores avrebbe dovuto godere di misure cautelari.

di Luca Martinelli

venerdì 15 luglio 2016

Honduras. Uccisa Lesbia Urquia, ambientalista del Copinh

Il Manifesto
L'attivista era amica di Berta Caceres, ammazzata 4 mesi fa
Lesbia Yaneth Urquia aveva 49 anni. Lascia due figlie e un figlio e un’ondata di rabbia e rimpianto. Era un’ambientalista del Copinh, il Consejo Civico de Organisaciones Populares e Indigenas de Honduras, la stessa organizzazione a cui apparteneva Berta Caceres, uccisa 4 mesi fa. 

Lesbia Yaneth
Lesbia Yaneth, una riconosciuta leader comunitaria è stata ammazzata nella città di Marcala, ai confini con il Salvador, nel dipartimento di La Paz. I sicari le hanno spaccato la testa a colpi di machete. Il corpo dell’ambientalista, che era uscita da casa per fare un giro in bicicletta, è stato ritrovato in una discarica.

Come di consueto, il governo cerca di accreditare la tesi della lite in famiglia o di un’ aggressione a scopo di rapina (la bici da corsa) o di estorsione. Il Copinh, invece, accusa i militari e le imprese multinazionali, contro cui Lesbia, come Berta, era entrata in conflitto.

“La morte di Lesbia Yaneth costituisce un femminicidio politico che cerca di far tacere le voci delle donne che con coraggio e valore difendono i propri diritti contro il sistema patriarcale, razzista e capitalista”, dice il comunicato del Copinh. Dal 3 marzo, quando venne ammazzata Berta Caceres, il Copinh chiede giustizia per l’attivista, che pochi mesi prima aveva ricevuto il Premio Goldman, il massimo riconoscimento mondiale per i difensori dell’ambiente. Urquia organizzava la resistenza indigena e contadina contro la costruzione di un’impresa idroelettrica nel dipartimento di La Paz.
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L’uccisione di Lesbia viene quindi interpretata dagli attivisti come un avvertimento dei poteri forti in vista della consultazione di domani. “Riteniamo responsabili diretti di questo assassinio – scrive il Copinh – il governo di Juan Hernandez, le forze militari e poliziesche e tutte quelle istituzioni di governo che devono proteggere le difensore e i difensori dei diritti umani e dei beni comuni, e parimenti la signora Gladys Lopez e suo marito Arnold Castro per essere causa permanente di minaccia e conflitti dovuti alla costruzione di progetti idroelettrici nel dipartimento di La Paz”.

Come per l’omicidio di Berta Caceres, il Copinh ha organizzato una squadra multidisciplinare per indagare in modo autonomo su questo nuovo assassinio: che porta a 115 gli ambientalisti ammazzati in Honduras negli ultimi decenni. Per sindacalisti, ambientalisti e giornalisti la situazione è sempre più drammatica dopo il colpo di stato militare messo a segno contro l’allora presidente Manuel Zelaya, e istruito dagli Usa il 29 giugno del 2009.

Il liberale Zelaya stava per firmare un decreto per la restituzione delle terre ai contadini, e avrebbe voluto organizzare un referendum per l’adesione all’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli delle nostre Americhe, ideata da Cuba e Venezuela. In prospettiva, la decisione avrebbe svincolato l’Honduras dalla tutela dei grandi gruppi multinazionali e dalla presenza militare Usa, che ha nel paese la base di Palmerola – una delle più importanti in America latina, ulteriormente rafforzata nel 2015.

giovedì 17 marzo 2016

Honduras: dopo Berta Caceres un altro ambientalista ucciso: Nelson Garcia. Dal 2010 sono 101 le vittime

Corriere della Sera
Nelson Garcia è stato vittima di colpi di arma da fuoco mentre tornava a casa dopo aver aiutato gli indigeni. Lavorava insieme a Berta Caceres, l'attivista uccisa il 3 marzo. Un altro attivista per l'ambiente e i diritti degli indigeni ucciso. 

Nelson Garcia
Questa volta a cadere è stato Nelson Garcia, 38 anni, amico e collega di Berta Caceres, morta il 3 marzo dopo essere stata aggredita in casa. Garcia, che lavorava con Caceres al Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras), è rimasto vittima di quattro colpi di arma da fuoco in pieno volto mentre tornava a casa, a Rio Lindo, dopo aver assistito una famiglia di indigeni la cui casa era stata espropriata, a 120 chilometri a nord della capitale Tegucigalpa.
Anche in questo caso - come dopo l'omicidio di Caceres - la polizia ha parlato di un caso di violenza isolato. Ma è evidente come il Copinh sia entrato nel mirino per le sue battaglie a favore degli indigeni e dell'ambiente. 

Caceres e i suoi colleghi da tempo infatti si battono contro gli espropri delle multinazionali che dal colpo di Stato del 2009 stanno acquisendo sempre più potere. L'anno scorso Caceres aveva vinto il premio Goldman, il cosidetto Nobel per l'ambiente, per aver bloccato la costruzione della diga di Agua Zarca.
Dopo questo secondo omicidio il Copinh ha ribadito come sia in atto un tentativo di intimidazione da parte degli squadroni della morte al soldo dei privati. Aureliano Molino, un altro dei membri del collettivo, è stato arrestato e detenuto per 48 ore senza accuse. L'uomo ha denunciato giorni dopo di essere stato pedinato e che un uomo non identificato si è introdotto in casa sua. Come sottolinea il Guardian, dall'omicidio di Berta tutti i suoi colleghi e amici sono stati monitorati in modo del tutto illegale. Durante le manifestazioni successive alla morte di Berta la polizia ha scattato numerose foto ai manifestanti. E Amnesty International ha sottolineato come al testimone dell'omicidio di Berta, il messicano Gustavo Castro Soto, venga ancora impedito di lasciare il Paese. In Honduras tra il 2010 e il 2014 sono stati uccisi 101 attivisti per i diritti dell'ambiente secondo l'Ong Global Witness.




di Marta Serafini

lunedì 7 marzo 2016

Honduras - Berta Caceres leader ecologista uccisa. Corteo di 10 chilometri per l'ultimo saluto

Ansa
Una folla di sostenitori ha dato l'ultimo saluto a Berta Caceres, la leader ecologista honduregna assassinata giovedì da un commando armato, chiedendo che emerga la verità e che sia fatta giustizia. 

L'ultimo saluto a Berta Caceres
Tra i molti che si sono alternati a portare a spalla il feretro per 10 chilometri, lungo le strade di La Esperanza, molti erano indigeni Lenca per i cui diritti la Caceres. 45 anni, ha sempre combattuto. 

Mentre i tamburi scandivano ritmi afrohonduregni, la gente ripeteva "la lotta continua e non si fermerà" e "Berta è con noi, oggi e per sempre".
Tra le persone che hanno partecipato alle esequie c'erano le sue quattro figlie e l'ex marito. La madre ha detto di sperare che l'omicidio di sua figlia non resti impunito e che la comunità internazionale faccia pressione sulle autorità affinché siano trovati i responsabili.

martedì 3 novembre 2015

America Centrale e Messico - UNHCR: Le donne che fuggono dalla terra più violenta del mondo

Internazionale
Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ogni anno migliaia di donne dell’America Centrale e del Messico abbandonano le loro case per sfuggire alla violenza delle bande armate ma anche a quella domestica, cercando riparo negli Stati Uniti e dando così origine a una diaspora che sta creando una situazione critica.


Una giovane migrante con la sua famiglia su un treno a Ixtepec, 
in Messico, diretto negli Stati Uniti, il 12 luglio 2014. (Eduardo Verdugo, Ap/Ansa)
Un rapporto dell’Unhcr, pubblicato il 28 ottobre, indica che sono sempre di più le latinoamericane, alcune delle quali anche con bambini al seguito, che fuggono da alcune regioni del Messico e del Trifinio, il triangolo formato da El Salvador, Honduras e Guatemala. Da quella zona transfrontaliera, che ha il tasso di omicidi più alto al mondo, nel 2014 si sono spostati verso gli Stati Uniti anche più di 66mila minori, da soli o con le famiglie. Secondo il governo statunitense, i minori arrivati da soli nell’agosto di quest’anno sono di più di quelli arrivati nell’agosto del 2014.

António Guterres, a capo dell’agenzia dell’Onu, scrive nel rapporto che “con le autorità spesso incapaci di frenare le violenze e trovare rimedi alla situazione, tante donne senza tutele non hanno altra scelta che fuggire”.

L’Unhcr sostiene che mentre l’attenzione è rivolta alle centinaia di migliaia di profughi che arrivano in Europa dalla Siria e dall’Iraq, nell’America Centrale si sta configurando una nuova emergenza umanitaria. Secondo Guterres, “le drammatiche crisi di rifugiati a cui assistiamo oggi in tutto il mondo non sono limitate al Medio Oriente o all’Africa. Un’altra si sta formando anche nelle Americhe”.

Per due terzi delle donne le minacce e gli attacchi di bande criminali sono stati i motivi principali che le hanno spinte a lasciare il paese d’origine

L’Unhcr ha registrato un incremento di quasi cinque volte del numero di richiedenti asilo che arrivano negli Stati Uniti dalla regione del Trifinio a partire dal 2008. Nel 2014 le richieste da quell’area e dal Messico sono state 40mila.

Il documento contiene 160 interviste con donne originarie di quelle regioni e scappate di casa per rifugiarsi negli Stati Uniti. Dopo aver passato illegalmente il confine, sono state arrestate e portate in centri di detenzione. Secondo il rapporto, lo status di profuga è stato riconosciuto a tutte le donne intervistate dalle autorità e di cui è stato appurato “il timore fondato o plausibile di subire persecuzioni o torture”.

Norma, una diciassettenne salvadoregna, ha detto di esser stata stuprata in un cimitero da tre componenti della banda criminale chiamata M18 alla fine del 2014. Sarebbe stata presa di mira perché moglie di un poliziotto. “Facevano a turno… mi tenevano per le mani. Mi hanno tappato la bocca per non farmi strillare”, racconta. Alla fine “mi hanno buttato nell’immondizia”.

Per quasi due terzi delle donne le minacce e gli attacchi di bande armate criminali - tra cui stupri, omicidi, reclutamento a forza dei figli ed estorsioni – sono stati i motivi principali che le hanno spinte a lasciare il paese d’origine.

Nel documento si sostiene che “l’aumento dell’incidenza dei gruppi armati criminali, che in pratica spesso equivale al loro controllo del territorio e delle persone, è superiore alla capacità di risposta dei governi nella regione”.

Fuggire dalla violenza domestica

I dati del governo statunitense hanno dimostrato che l’82 per cento delle donne originarie del Trifinio e del Messico e intervistate dalle autorità nell’ultimo anno, ha un timore fondato di subire persecuzioni o torture, ed è stato concesso loro di presentare richiesta di asilo negli Stati Uniti.

Un altro dei motivi per cui le donne abbandonano le loro abitazioni è la violenza esercitata da mariti e compagni che abusano di loro. “Non riuscendo a ottenere protezione da parte dello stato, molte donne hanno menzionato la violenza tra le mura di casa tra i motivi che le hanno indotte a scappare, per paura di venire ferite gravemente o uccise se fossero rimaste lì”, si legge nel rapporto.

Alcune hanno detto di aver preso delle pillole anticoncezionali prima di partire per evitare di rimanere incinte a seguito di stupri da parte di gang o trafficanti di esseri umani. “Venire qui (negli Stati Uniti) era avere una speranza di farcela”, dice Sara, fuggita dall’Honduras per cercare asilo negli Stati Uniti. Più di tre quarti delle donne intervistate ha dichiarato di essere al corrente del fatto che il viaggio via terra verso gli Stati Uniti era pericoloso, ma era un rischio che valeva la pena di correre.

Anastasia Moloney

(Traduzione di Alessandro de Lachenal)

lunedì 4 agosto 2014

Honduras, assassinato Herlyn, Espinal un giornalista: è l'ennesima uccisione di un difensore dei diritti umani

La Repubblica
Herlyn Espinal lavorava alla tv locale Canal 3 di San Pedro Sula, seconda città del Paese. Negli ultimi dieci anni, sono 37 gli assassinii di giornalisti, quasi tutti impuniti, nel Paese con il più alto tasso di omicidi al mondo. L'onlus Soleterre denuncia la collusione o l'indifferenza delle autorità verso i Difensori dei diritti umani
Milano - "Rappresentava una nuova generazione di giornalisti dinamici e creativi che cercano la verità", così monsignor Rómulo Emiliani, vescovo di San Pedro Sula, seconda città dell'Honduras, ha ricordato Herlyn Espinal, 32 anni, giornalista televisivo dell'emittente locale Canal 3. È stato trovato senza vita, con ferite di arma da fuoco, nella zona di La Danta, 130 km a nord della capitale Tegucigalpa, una decina di giorni fa. Il giovane era stato visto l'ultima volta domenica a bordo della sua automobile, di fronte alla casa della madre; stando alle testimonianze, al suo veicolo se n'era affiancato un altro con a bordo tre persone.

Il più alto tasso di omicidi al mondo. Espinal coordinava il notiziario "Hoy Mismo" di Canal 3. "È un duro colpo per il giornalismo in Honduras" ha commentato il presidente del Collegio dei giornalisti, Juan Mairena. Si ignora ancora l'esatta dinamica dei fatti, ma gli indizi fanno ipotizzare che la morte sia collegata ai temi che trattava nel suo lavoro. Del resto, secondo la Commissione nazionale dei diritti umani, negli ultimi dieci anni sono 37 gli operatori dei media assassinati in Honduras, dove secondo l'ufficio delle Nazioni Unite, dedito alla lotta al traffico di droga e al crimine si registra il più alto indice di omicidi del pianeta, 90,4 ogni 100.000 abitanti. A colpire è anche il dato sull'impunità, calcolata al 97% se si tiene conto che solo per uno dei 37 omicidi il colpevole è stato condannato.

Cosa rischiano i Difensori dei diritti umani. Valentina Valfrè, responsabile Programma Diritti di Soleterre, Onlus dal 2011 impegnata in Centroamerica nella difesa di attivisti locali, commenta: "È molto doloroso assistere all'ennesima morte annunciata di un Difensore dei diritti umani, perché così vanno a tutti gli effetti considerati i giornalisti e le persone e organizzazioni che quotidianamente si battono per la tutela dei diritti umani e l'affermazione dello Stato di diritto. In Centramerica, coloro che denunciano la situazione dei giovani, delle donne e dei migranti, l'imperversare della criminalità e della corruzione, la piaga della tratta di esseri umani, subiscono sistematiche aggressioni nella sostanziale indifferenza delle autorità statali e purtroppo spesso anche di quelle internazionali".

La blogger lasciata senza protezione. Per mantenere alta l'attenzione, la Onlus ha promosso la campagna Sin Nombre: "Nel 2012 siamo dovuti intervenire a tutela di Itsmania Pineda Platero, una giornalista e blogger honduregna oggetto di minacce di morte e persecuzione insieme alla sua famiglia". Al telefono, le urlavano: "Cagna, ti ammazziamo" e le facevano sentire il rumore del clic di un grilletto dicendole: "Da un momento all'altro veniamo a prenderti e ti lasciamo al Crematorio", ovvero la principale discarica di Tegucicalpa, dove già in passato sono stati ritrovati i corpi di attivisti assassinati. Nonostante un appello internazionale lanciato da Amnesty International, la Pineda Platero, inserita nei 100 eroi della comunicazione daReporter senza frontiere, è stata lasciata senza alcuna misura effettiva di protezione, permettendo a minacce e aggressioni di continuare.

La collusione delle istituzioni. Nel suo caso, come spesso succede, le intimidazione arrivavano anche da parte della polizia e dalle autorità. In una dichiarazione congiunta del 26 ottobre 2013, alcune organizzazioni della società civile (Rete Regionale delle Organizzazioni Civili per le Migrazioni, Rrocm, Cejil e Cadhac) hanno spiegato: "È estremamente grave che l'amministrazione della giustizia non protegga il diritto alla consultazione e che i pubblici ministeri perseguano accuse penali contro i difensori dei diritti umani". Che qualcosa non funzioni in Honduras lo ha detto anche il Relatore Speciale dell'Onu sul monitoraggio della situazione dei Difensori dei diritti umani, Margaret Sekayya, durante la sua visita nel 2012: "A causa della loro attività, i difensori dei diritti umani e le loro famiglie corrono il rischio di esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti, detenzione e privazione arbitraria della libertà, minacce di morte, aggressioni, sorveglianza, molestie, accuse, spostamenti ed esilio forzato".

La Legge sulla Protezione messicana. Da qui la richiesta di varie associazioni al Governo dell'Honduras di approvare la Legge sulla Protezione dei Difensori dei Diritti Umani, Giornalisti, Mediatori sociali e Operatori di giustizia, sul modello di quella varata in Messico due anni fa, dopo che, tra il 2006 e il maggio 2012, erano stati uccisi 45 giornalisti. Tra di loro, María Elizabeth Macías Castro, 39 anni, del Movimento Laico Scalabriniano, diventata nemica dei narcos e dunque presa di mira personalmente. Lavorava presso il giornale "Primera Hora" di Tamaulipas e alla Casa del Migrante di Nuevo Laredo, fino a quando è stata sequestrata il 22 settembre 2011 e il suo corpo senza vita è stato rinvenuto in una strada di Nuevo Laredo, decapitato e orrendamente mutilato.