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lunedì 9 agosto 2021

Grecia - Lesbo - 4.200 profughi bloccati in condizioni difficili a Kara Tele. L'Europa è ferma. La presenza di Sant'Egidio.

Avvenire
Oltre 4mila profughi bloccati nel campo di Kara Tepe, il più grande dell'Ue, in attesa di un pezzo di carta che non arriva mai. Vivono in tende e container, in condizioni igieniche difficili.
Foto: Stefano Pasta
L’Europa si è fermata a Lesbo. Lo spiega bene Ayaan, donna somala, scuotendo la testa davanti al pezzo di carta con il terzo rigetto della sua domanda di asilo. Da due anni e tre mesi vive sull’isola greca, ad una manciata di chilometri dalle sponde turche, e non sa cosa succederà di lei. 
Foto: www.santegidio.org
Dei 4.200 abitanti di Kara Tepe, tra le tende e i container del più grande campo dell’Unione, molti sono nella sua stessa situazione. Anche negli altri campi greci, 'strutture controllate chiuse' per il Governo ellenico, la disperazione è una sfida da sconfiggere ogni giorno: il 10 luglio, Hamid, un ventiduenne afghano, si è impiccato dentro al container in cui alloggiava a Schisto, vicino ad Atene. Lui ha retto solo fino al secondo diniego.

A Kara Tepe i tentativi di suicidi riguardano anche i minori. Qui, il 45% degli abitanti ha meno di 18 anni: i 'dimenticati' che fanno così paura all’Europa dell’inverno demografico sono soprattutto bambini. Alla scuola vera e propria non va nessuno (solo 3 bimbi), qualcuno riesce ad accedere ai corsi delle Ong. Tante anche le donne sole, il cui destino è minacciato dalle reti della tratta. Dal 1 gennaio gli arrivi via mare verso le isole greche sono stati solo 1.300 (e alcune decine di morti in mare). Erano stati oltre 50mila nel 2019, di cui 35mila a Lesbo. Sono diminuiti perché in questo periodo Erdogan sta collaborando: blocca le partenze, riprende sulle coste i gommoni che Frontex e la Guardia costiera greca intercettano, addirittura sono stati segnalati dei rinvii dopo pochi giorni di permanenza in Grecia, senza la possibilità di chiedere l’asilo. Insomma, la Turchia sta facendo il lavoro per cui l’Europa le ha promesso quest’anno tre miliardi di euro, che si aggiungono a quelli già versati dal 2016.

L’hotspot di Moria, distrutto dall’incendio del settembre 2020, era stato costruito nel 2015 per volere dell’Ue. L’Agenda europea sull’immigrazione prevedeva che nel centro le persone rimanessero solo pochi giorni, per essere identificate e trasferite in altri paesi dell’Unione attraverso i ricollocamenti, ma nel 2017 quel programma è stato sospeso e nel 2019 si è arrivati ai 22mila profughi del campo di Moria. Intanto, nel 2016, l’accordo tra Europa ed Erdogan (rinnovato lo scorso giugno) prometteva la diminuzione delle partenze e la possibilità di respingere in Anatolia i profughi siriani, somali, afghani, pachistani e bengalesi, tutte nazionalità per cui l’Ue considera sicura la permanenza in Turchia.

Nel 2020, mentre le autorità greche ricostruivano, dopo l’incendio, un nuovo insediamento, molti sono scappati - con o senza documenti - verso la terraferma, dirigendosi sulla rotta balcanica o in altri modi per lasciare la Grecia. I 'rimasti' sono 4.200, soprattutto afghani (il 45%), somali, siriani, congolesi; tra gli ultimi arrivati, in aumento i sierraleonesi e altre nazionalità subsahariane. Addirittura ci sono famiglie ferme sull’isola da tre anni.

Dal campo si può uscire solo alcuni giorni, a determinati orari. Un netturbino mi racconta che tra i rifiuti sono molto comuni le bottiglie piene di urina: soprattutto le donne hanno paura di andare nei pochi bagni chimici. «È una situazione insostenibile», mi conferma Khadija, una ventenne siriana di Deir el-Zor, da sedici mesi a Kara Tepe. 

Una landa desolata senza ombra, a 40 gradi d’estate, con tende o container sovraffollati come unico riparo per il freddo invernale. La incontro alla Tenda dell’Amicizia, dove la Comunità di Sant’Egidio distribuisce pacchi alimentari e offre 400 pasti al giorno, mentre i bambini, finalmente, hanno un posto per giocare. 

« Wait, wait, wait...», «aspettare», sospira. Anche lei non sa spiegare perché, dopo tre interviste, abbia avuto solo rigetti: «In Siria la mia casa è stata distrutta dalla guerra. Mio marito, ingegnere elettronico, è in carrozzina per le conseguenze di una bomba». Ora sono bloccati in una tenda, in condizioni igieniche debilitanti. «Lui di notte non riesce più a dormire per lo stress; io non ce la faccio più».

Accanto a Khadij c’è Noura, di Aleppo, vedova siriana con 4 figli e una madre anziana senza quasi più parole. Anche lei fatica a sperare, è arrivata al quarto rigetto. Appena può uscire dal campo, però, va alla Scuola della Pace dove porta i suoi figli a imparare a scrivere. «Ho solo voi e Dio», dice rivolta a Monica Attias di Sant’Egidio, che la conosce ormai da anni: «Più di 250 volontari della Comunità da tutta Europa – spiega Attias – si alternano a luglio e agosto. È la nostra scelta di non chiudere gli occhi di fronte ai 'dimenticati' di Lesbo». Se l’Europa volesse, la soluzione ci sarebbe: «Sono i corridoi umanitari che garantiscono il ricollocamento e un percorso di integrazione nel contesto locale». Negli ultimi mesi, ricorda la coordinatrice dei corridoi dalla Grecia, abbiamo spostato in Italia 101 richiedenti asilo, mentre 69 erano stati trasferiti in collaborazione con la Santa Sede. Tra di loro, i 12 imbarcati da papa Francesco nel volo di ritorno durante la sua visita a Lesbo del 2016, poi affidati proprio a Sant’Egidio.

Stefano Pasta, Lesbo (Grecia)

giovedì 1 aprile 2021

Il futuro incerto dei rifugiati a Lesbo - L'aiuto di Sant'Egidio e la speranza dei corridoi umanitari

www.santegido.org
Il futuro incerto dei profughi di Lesbo. L'aiuto di Sant'Egidio è cibo e la speranza di una porta aperta.
Dal 22 al 26 marzo una delegazione della Comunità di Sant’Egidio è tornata a Lesbo per aiutare i profughi con distribuzioni di cibo e prodotti per l’igiene personale, nella visita in preparazione dei corridoi umanitari.


La primavera inizia con giorni freddi nell’isola di Lesbo, in Grecia, dove migliaia di profughi vivono con pochi vestiti e le loro povere cose, sopravvissute agli incendi del campo. Oltre le recinzioni e i ripari di fortuna, la loro vita è confinata dal lockdown a causa della pandemia: nessuno può uscire liberamente, ogni settimana viene pubblicata la lista dei numeri di tessera che hanno diritto a brevi uscite per motivi di necessità.


Alla distribuzione di generi alimentari, prodotti per l’igiene e buoni spesa portati dalla Comunità si sono recate 450 persone, di cui molte sono arrivate da poco. Sono i capifamiglia, hanno ricevuto l’invito grazie a profughi amici della Comunità, e sono gli unici autorizzati a uscire dal campo recintato.


Nuovi arrivi
Ci sono molti volti nuovi. Negli ultimi tempi sono ricominciati gli sbarchi. Le isole dell’Egeo sono la porta dell’Europa per le migrazioni da Siria, Afghanistan, Congo, Somalia e crescono gli arrivi da altri paesi africani come Sierra Leone, Marocco e Uganda.
Le donne che arrivano, spesso orfane o giovani prese a servizio dalle famiglie già da piccole, fuggono da povertà, matrimoni forzati, violenze e sfruttamento da parte di loro connazionali nei paesi d’arrivo. È il doloroso fenomeno della tratta femminile e delle nuove rotte che si stanno delineando.

Incertezze
Dopo mesi senza servizi igienici nel campo, sono ora funzionanti le docce, dove a turni di sette minuti i profughi possono lavarsi. Le famiglie hanno diritto a delle tende con ambienti separati, che con qualche ironia vengono chiamate ‘appartamenti’.
Se alcuni aspetti della vita del campo stanno migliorando, negli ultimi mesi si sta verificando una nuova situazione: Mitilene, città sull’isola di Lesbo, si sta popolando di occupazioni e alloggi fatiscenti che ospitano le famiglie uscite dal sistema di accoglienza: chi ha ricevuto il diniego dell’asilo e chi un mese dopo aver ottenuto l’asilo non ha più diritto all’assistenza.

La storia di B., da aiutante a senza documenti
Alcuni profughi si nascondono da mesi, senza uscire mai dalla loro “casa”, nella paura di essere rimpatriati. È la storia di B., amico della Comunità dal 2019, che faceva l’interprete per il servizio di asilo greco. Ricevuto il rifiuto alla sua domanda di asilo, ha iniziato a nascondersi, mentre i funzionari del campo che non conoscevano l’esito della sua pratica, continuavano a cercarlo perché avevano bisogno di lui.

Le porte dell’Europa
Nei giorni della visita, gli operatori di Sant’Egidio hanno continuato ad ascoltare le storie dei profughi, in preparazione dei prossimi arrivi dei corridoi umanitari. Molte domande di asilo sono respinte, migliaia di persone, famiglie con bambini non sanno dove andare o dove tornare, non hanno diritto alla ricollocazione in un altro paese dell’Unione europea. Ci si domanda con preoccupazione che fine faranno, mentre si vagliano le condizioni giuridiche che permettono di entrare in Europa. Mentre di discute del futuro del modello di accoglienza dei profughi in Europa e si attende la visita della commissaria europea Ylva Johansson, si consolida il progetto di un nuovo campo chiuso in mezzo alla foresta, al termine di una strada sterrata. Sempre più lontano dagli occhi dell’Europa.


venerdì 19 marzo 2021

Oxfam - Migliaia di migranti allo stremo nelle isole greche. Fallimento delle politiche UE per i migranti dopo 5 anni dall'accordo con la Turchia'

ANSAmed
A 5 anni esatti dall'annuncio dell'accordo tra Ue e Turchia, siamo di fronte a un totale fallimento delle politiche europee sulla gestione dei flussi migratori, che hanno di fatto calpestato i diritti fondamentali di decine di migliaia di innocenti. 


Da allora infatti non è passato un giorno senza che moltissime famiglie rimanessero intrappolate nei campi sulle isole greche, in condizioni disumane. 

È la denuncia lanciata oggi da Oxfam, "in occasione dell'infausto anniversario di un accordo, nato con l'esplicito obiettivo di bloccare i migranti in Grecia per poi rispedirli indietro verso la Turchia". 

Una politica che non ha prodotto altro che condizioni di vita spaventose, episodi di violenza sui migranti alle frontiere e ritardi enormi nelle richieste di asilo, rendendole impossibili in molti casi. Tutto questo nonostante le famiglie arrivate sulle isole greche provenissero spesso da paesi in conflitto da molti anni, come Siria, Afghanistan o Iraq.


Nel 2021 gli arrivi in Grecia sono stati 1068 di cui 566 via mare. Da qui l'appello in una lettera aperta diretta all'Unione europea e agli Stati membri, firmata da altre 7 organizzazioni umanitarie, per un radicale cambio di rotta, che implichi uno stop definitivo alla costruzione di nuovi campi nelle isole greche, come prevede proprio il nuovo Patto europeo.

domenica 1 novembre 2020

Grecia - Rifugiati. Lesbo l'inferno degli sfollati dell'incendio di Moria nel "nuovo" campo di Kara Tepe in una condizione disumana

Avvenire
Nell'isola greca il coronavirus è solo uno dei tanti problemi di questa gente rimasta senza terra né casa, fuggita da guerre e terrorismi. Doccia, chi ha parlato di doccia? La notizia della distribuzione, tenda per tenda, di ticket per accedere al servizio-docce è circolata veloce tra i 7.700 sfollati di Moria rimasti sull'isola di Lesbo, ora alloggiati nel campo temporaneo di Kara Tepe, tirato su in fretta (e male) dopo i roghi dell'8, 9 e 10 settembre. 
Lesbo - Il campo profughi di Kara Tepe dopo la pioggia

Da allora, nessuno ha più fatto una doccia vera, almeno non dentro il campo che ne è sprovvisto. Malgrado il coronavirus circoli anche lì (in quarantena ora ci sono 33 persone, di cui 27 positive al Covid-19) non c'è allacciamento alla rete idrica comunale, cioè niente acqua corrente.
Lesbo - Il "nuovo" campo di Kara Tepe che accoglie 8.000 profughi

Fino ad ora le persone si sono lavate in mare, con l'acqua salata. O hanno dovuto contare sulla distribuzione di bottiglie e sui pochi rubinetti lava-mani dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, collegati a sacche d'acqua per il rifornimento. Per questo la novità dei ticket-doccia è parsa subito rilevante: "Però non capisco: dicono che ognuno deve portarsi la propria acqua", riferisce via Whatsapp Morteza H., un ragazzo afghano sempre ben informato che vive nel campo. Qualche ora dopo, con le istruzioni multilingua fra le mani, fornisce tutti i dettagli: occorre portarsi "la propria acqua e il proprio secchio" perché viene offerto solo un posto appartato in cui lavarsi, lontano da occhi indiscreti.

"Ai rubinetti lava-mani la fila è lunghissima e le toilette sono chimiche, di plastica. Quindi quando si va in bagno, ci si porta una bottiglia anche lì", racconta Morteza H: "L'acqua del mare per lavarsi è fredda, questo non va bene per i bambini". Soprattutto non va bene per suo figlio che ha appena quattro settimane. È nato nell'ospedale di Mitilene, il capoluogo dell'isola, dopo 8 giorni che lui e la moglie (e altri 12mila sfollati di Moria) erano in strada, fuori dal vecchio campo incenerito. "Ci hanno detto che dovremmo fargli il bagnetto ogni due giorni. Non è facile: mettiamo a scaldare bottiglie al sole e quando sono tiepide lo laviamo. Inizia a fare freddo, così di notte mettiamo i nostri sacchi a pelo attorno a lui". Mamma e bambino sono entrati nella nuova tenda di Kara Tepe a pochi giorni dalla nascita, malgrado lei avesse subito un intervento chirurgico durante il parto. Anche per lei l'acqua del mare non è indicata.

Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d'isolamento e 376 hanno pallet per terra. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c'è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).

Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l'acqua ha inondato diverse tende, "come ci fosse il mare dentro" dice Morteza. Intanto, come accadeva a Moria, si fa la fila per tutto, e il distanziamento sociale pare l'ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all'esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite.

Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi, senza potersi fare una doccia, deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d'acqua piombare dentro la propria tenda.

Francesca Ghirardelli

giovedì 24 settembre 2020

Le fiamme di Lesbo risveglino le coscienze - Serve un'intesa fra Ue, singole nazioni, Chiese e Ong per risolvere un dramma alle porte del continente - di Andrea Riccardi

Famiglia Cristiana 

Il campo di Moria nell'isola di Lesbo è bruciato. Ci sono solo rovine. Ben 13.000 profughi sono sulla strada. Girano laceri, senza ricovero e affamati. Conosco Moria, un campo incredibile: tra l'altro era circondato da una selva di tende "provvisorie", destinate a durare a lungo, sotto il grande caldo estivo e il vento sferzante d'inverno. 


Il primo lembo d'Europa, toccato da migliaia e migliaia di persone, dopo viaggi incredibili dall'Afghanistan, dalla Siria, dai Paesi africani e altrove. L'Europa sfugge però dalle loro mani, proprio mentre vi pongono i piedi. Lesbo, con i suoi campi, è un muro: l'Europa sta lì, ma non possono entrarci. In questa posizione passano mesi e talvolta anni, un tempo senza fine, mentre cresce la disperazione.

Quest'estate - anche a causa del Covid-19 - le misure sono state più severe. Il clima è divenuto più teso con una parte degli abitanti dell'isola (di cui non va dimenticata l'accoglienza all'inizio e anche una bonarietà diffusa).

La pandemia ha peggiorato la situazione. Il campo di 13.000 profughi è non lontano dalla città di Mitilene, con 37.000 abitanti. Si capiscono le tensioni. Sono cresciuti i gruppi sovranisti ostili ai migranti. Qualche volta ci sono state manifestazioni dure, come proibire loro di fare il bagno in mare o altro. Anche qualche piccolo incendio non lontano dal campo.

Quando nel 2018, dopo un mio viaggio a Lesbo, parlai della desolazione umana dei campi a papa Francesco, richiamando la sua visita del 2016, il suo volto si segnò di dolore: «Non basta una visita, bisogna far di più!» disse. Nel 2016 era tornato a Roma con una ventina di rifugiati. La sua presenza mise in luce che c'era una frontiera europea del dolore.

La Comunità di Sant'Egidio ha passato l'estate a Mitilene con i profughi: scuola, studio dell'inglese, cibo, feste, incontri, colloqui per identificare le prospettive del futuro... Questo è avvenuto a fianco dell'apertura di due corridoi umanitari che hanno portato in Italia alcuni di loro: una sessantina di persone. Il presidente Macron ne ha disposto un altro per una trentina. La Germania andrà a prendere una trentina di rifugiati e, dopo l'incendio, ne accoglierà altri. L'arcivescovo del Lussemburgo ha accolto due famiglie e, come presidente della COMECE, che riunisce le Chiese cattoliche nell'UE, ha sollecitato le conferenze episcopali a farsi carico del dramma di Lesbo.

Le fiamme, però, risvegliano le istituzioni di ogni tipo, addormentate o distratte di fronte al dramma alle porte dell'Europa. Quello di Lesbo sembra un incendio appiccato volontariamente. Da chi? Per ora non si sa. Potrebbero essere alcuni ospiti del campo. Forse ci sono interessi oscuri. O solo rabbia. Ma è l'esito scontato di una situazione impossibile. La questione è scoppiata.
Ci vuole un'alleanza di "volenterosi" per rimediare a una situazione incancrenita: Unione Europea, singoli Stati, Chiese, organizzazioni umanitarie e tant'altro. Non si può scaricare il problema sulla Grecia né attendere un altro incendio. 
Ma già si delineano alcuni no da parte dei Paesi dell'Est e dell'Austria.

Come possiamo continuare a chiamarci europei, quando tanto dolore si accalca alle nostre frontiere e ci voltiamo dall'altra parte?

Andrea Riccardi

sabato 19 settembre 2020

Lesbo - Continua l'operazione per trasferire 12.000 rifugiati nel "New Camp" di Kara Tepe

Blog Diritti Umani - Human Rights 

Dopo l'incendio che ha causato la totale distruzione del campo profughi di Moria, più di 12.000 sono riparti senza cibo e riparo persuada per giorni. 

Altri 2.000 profughi hanno trovato riparo nella nuova struttura di accoglienza temporanea di Kara Tepe, nell'isola di Lesbo, raggiungendo le 7.000 unità. 






mercoledì 9 settembre 2020

Grecia, incendio nel campo migranti di Moria a Lesbo: migliaia in fuga nella notte. Atene dichiara lo stato di emergenza sull’isola per 4 mesi

Il Fatto Quotidiano
Secondo alcune fonti le fiamme sono state appiccate deliberatamente contro le nuove restrizioni anti-Covid. In 35 erano risultati positivi al virus. La commissaria Ue Ylva Johansson. "Ho accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma dei 400 bambini e adolescenti non accompagnati". Cinquanta andranno in Norvegia, Germania pronta a ospitare. Denuncia Msf: "Le persone a Moria vivono in condizioni disumane da anni"


Il campo profughi di Moria, situato sull’isola greca di Lesbo, è stato quasi completamente distrutto dalle fiamme dopo una serie di incendi scoppiati nella notte. Stando alle prime informazioni, migliaia di persone sono fuggite, anche se il sindaco di Mitilene (la città principale dell’isola) ha detto alla radio privata Skai Stratos Kytelis che “più di 12mila migranti sono sorvegliati dalla poliziasu un’autostrada”. 

Al momento non si hanno notizie di feriti, ma preoccupa la possibilità che tra le persone fuggite possa esserci qualcuno positivo al coronavirus, dato che la settimana scorsa 35 ospiti sono risultati positivi al tampone. Nel campo, ricorda l’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati, sono presenti “più di 4mila bambini e altri gruppi vulnerabili, inclusi 407 bambini non accompagnati, donne incinte e anziani”.


Le fiamme sono state domate, ma hanno distrutto il centro sanitario e ampie aree residenziali.. Una situazione che ha spinto il governo greco a dichiarare a Lesbo lo stato di emergenza per 4 mesi. Il portavoce dell’esecutivo, Stelios Petsas, ha annunciato la decisione a seguito di una riunione di emergenza presieduta dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis. Con lo stato di emergenza, Atene ha inviato tutte le forze, compresa la polizia, il personale antincendio e altri lavoratori pubblici per sostenere l’isola e i richiedenti asilo. 

Nel pomeriggio sono attesi sul posto il ministro dell’Interno Takis Theodorikakos, il ministro dell’Immigrazione Notis Mitarachi e il presidente dell’Organizzazione nazionale per la sanità pubblica Panagiotis Arkoumaneas. 

“Finora non è stata registrata alcuna perdita di vite umane, mentre i 408 minori rifugiati non accompagnati sono stati trasferiti in un luogo sicuro. Stanno bene. La priorità è proteggere i vulnerabili che vivevano a Moria. Stiamo per trasferirli in hotel sicuri e in altri alloggi”, ha detto il viceministro della Sanità Giorgos Koumoutsakos.

La reazione dell‘Unione europea non si è fatta attendere: la commissaria europea agli affari interni Ylva Johansson scrive su Twitter di aver “già accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma dei restanti 400 bambini e adolescenti non accompagnati” in quanto, aggiunge, “la sicurezza e il riparo di tutte le persone a Moria sono la priorità”. 

Solidarietà unanime da parte delle autorità europee, tra cui il presidente del Parlamento europeo David Sassoli (che parla di “emergenza umanitaria”) e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha chiesto al vicepresidente Margheritis Schinas “di andare in Grecia al più presto”. 

Intervenuto anche Charles Michel, presidente del Consiglio europeo: “Siamo in contatto con le autorità greche e pronti a mobilitare il nostro aiuto. Piena solidarietà con gli abitanti di Lesbo che stanno fornendo riparo ai migranti e allo staff”. Vicinanza espressa anche dal commissario europeo Paolo Gentiloni: “La Commissione europea collabora con le autorità greche per gestire l’emergenza umanitaria” scrive in un tweet. Intanto la Norvegia, attraverso le parole della premier Erna Solberg, ha già deciso di accogliere 50 dei residenti registrati nel campo di Lesbo, dando priorità ai “più vulnerabili”, ovvero le famiglie con bambini e i minori di 14 anni.

FQ

mercoledì 5 agosto 2020

Lesbo - Un pranzo con 300 rifugiati inaugura la presenza, anche quest'anno, di Sant'Egidio nei campi profughi

www.santegidio.org
Si è aperto con una grande festa per l'Aid el Adha - una cena tradizionale a base di agnello - il primo "ristorante solidale" di Sant'Egidio per i profughi che "sostano", a volte da anni, nell'isola greca.



Circa 350 persone - per lo più famiglie con bambini molto piccoli provenienti dall'Afghanistan, dall'Iran, dalla Siria - hanno ricevuto il permesso di uscire dal campo profughi di Moria, dove vige un severo lockdown da alcuni mesi, per partecipare alla cena.

Sant'Egidio ha ottenuto infatti che nel mese di agosto, ogni giorno una quota di almeno 300 profughi possa uscire dal campo per partecipare alle attività organizzate dai volontari della Comunità, un gruppo di persone provenienti da diversi paesi europei. 


È stato allestito un antico frantoio, una grande costruzione di pietra di fronte al mare, dove, oltre alle cene, si terranno anche il corso di inglese per gli adulti e le attività di Scuola della Pace per i bambini.

Tutto si svolge nel rispetto rigoroso delle norme anti-Covid, ma in un clima davvero festoso: la gratitudine visibile sul volto dei profughi - molti dei quali chiedono di aiutare e collaborano al servizio, indossando con orgoglio la pettorina azzurra con il logo di Sant'Egidio - aiuta a superare le barriere linguistiche.

A Lesbos ci sono attualmente circa 15.000 profughi, molti dei quali "intrappolati" nell'isola da anni, che vivono in condizioni drammatiche nei campi formale e informale di Moria. Molte ONG hanno interrotto le attività e lasciato l'isola negli ultimi mesi, mentre si sono moltiplicati gli episodi di intolleranza e le violenze nei loro confronti. Anche per questo la presenza di Sant'Egidio, segno di una una fedeltà che parla di stabilità a vite drammaticamente instabili, è anche un invito alla speranza.

venerdì 17 luglio 2020

Rifugiati. Il primo corridoio umanitario da Lesbo dopo la pandemia da Coronavirus attraverso l'Elemosineria Apostolica e Sant'Egidio

Avvenire
Sono atterrati a Fiumicino 10 profughi grazie al canale sicuro voluto dal Papa già nel 2016 dopo la sua visita sull'isola greca

Foto Siciliani-Gennari/SIR
Sajjad ha 11 anni, è appena arrivato a Roma con un aereo da Atene. Ha sognato questo momento da tanto tempo, lo aspetta un futuro diverso, lontano da quel campo profughi di Lesbo dove ha vissuto finora. Sajjad è uno dei bambini salvati grazie ai corridoi umanitari del Papa.

Dopo la pandemia da Coronavirus oggi è stato possibile ripristinare il primo corridoio umanitario: oltre a Sajjad su quel volo da Atene c'erano altre 9 persone, sono i primi rifugiati che papa Francesco ha voluto portare in salvo attraverso l'Elemosineria Apostolica e la Comunità di Sant'Egidio. E si aggiungono 57 già venuti in Italia, con diversi viaggi, il primo effettuato il 16 aprile 2016 a bordo dello stesso aereo con cui il Papaera tornato a Roma dopo la sua storica visita a Lesbo.

Le persone profughe appartengono a famiglie che non erano erano riusciti a partire nel dicembre scorso per motivi contingenti e, successivamente, erano rimaste bloccate dal diffondersi del Coronavirus e il conseguente blocco di tutti i voli.
Oggi finalmente sono atterrate a Fiumicino, dove hanno concluso tutte le procedure di ingresso.

"Il primo corridoio umanitario dopo il lockdown - spiega una nota della Comunità di Sant'Egidio - è stato reso possibile grazie ad una preziosa sinergia tra le autorità italiane e greche, in particolare tra il Viminale nella persona del Capo Dipartimento Michele di Bari e il ministero dell'Immigrazione e Asilo greco".

"I corridoi umanitari - ha spiegato il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi - non sono finiti, per queste famiglie c'è stata una lunghissima attesa, sembrava che tutto fosse chiuso, invece i corridoi si riaprono. Questa è una grande speranza e gioia. Credo che la scarsità di risorse che stiamo vivendo in questo tempo di pandemia si certamente un grosso problema ma c'è bisogno di concentrare gli aiuti. Ora per per tutti questi profughi si apre un percorso individualizzato".

Va ricordato che con il sistema dei corridoi umanitari sono giunti finora in Europa oltre 3mila profughi dal Medio Oriente e dall’Africa.

venerdì 31 gennaio 2020

La Grecia vuole costruire un ‘muro galleggiante’ tra l'isola di Lesbo e la Turchia per fermare l'arrivo dei profughi e aumenterà il rischio di morti in mare

OnuItalia
Amnesty International ha denunciato con forza la proposta del governo greco di collocare un sistema di dighe galleggianti della lunghezza di 2,7 chilometri al largo delle coste dell’isola di Lesbo per scoraggiare nuovi arrivi di richiedenti asilo dalla Turchia.



Il sistema di dighe galleggianti è descritto come una delle misure adottate nel contesto di un piano più ampio teso a difendere la frontiera marittima greca ed evitare ulteriori arrivi. 

Nel 2019 quasi 60.000 persone hanno raggiunto il territorio greco via mare, poco meno del doppio rispetto al 2018. Tra gennaio e ottobre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha registrato 66 morti lungo la rotta del Mediterraneo orientale.

Secondo Massimo Moratti, direttore delle ricerche sull’Europa di Amnesty ”questa proposta evidenzia una preoccupante escalation dei tentativi in atto da parte del governo di Atene di rendere ancora più difficile per i richiedenti asilo e i rifugiati arrivare sul territorio greco e renderà ancora più pericoloso il viaggio di coloro che cercano la salvezza disperatamente”. 

Per Amnesty il progetto pone importanti interrogativi rispetto alla capacità delle organizzazioni di soccorso di continuare a prestare la propria assistenza per salvare la vita di chi intraprende il pericoloso viaggio in mare alla volta di Lesbo; e ”il governo deve urgentemente fornire dettagli operativi e chiarire quali indispensabili misure di sicurezza saranno adottate per garantire che questo sistema non costi altre vite umane”.

venerdì 24 gennaio 2020

Grecia: Lesbo, Samos, Chios, campi profughi al collasso - Almeno 140 bambini gravemente malati privi di cure

Famiglia Cristiana
La popolazione delle isole che ospitano i rifugiati protesta e sciopera contro il sovraffollamento dei campi. Medici Senza Frontiere denuncia la mancanza di cure mediche essenziali per i bambini gravemente malati
Foto: MSF
È sempre più pesante la condizione delle migliaia di profughi che vivono nei campi di accoglienza sulle isole greche di Lesbo, Samos e Chios. Nei 5 hotspot si trovano 38.000 persone, 20.000 delle quali solo a Lesbo. Tra loro ci sono ben 6 mila minori, dei quali un migliaio sono non accompagnati. 

I campi stanno scoppiando a causa del sovraffollamento e delle precarie condizioni igieniche e anche la popolazione delle isole sta perdendo la pazienza. Il 22 gennaio miglia di persone hanno scioperato e manifestato a Mitilene, sull’isola di Lesbo. La maggior parte dei negozi sono rimasti chiusi e i servizi pubblici si sono fermati. Gli abitanti hanno chiesto alle autorità di risolvere il grave sovraffollamento dei campi. C’è chi lamenta un aumento della criminalità e furti di bestiame, ma il sentimento pià diffuso è che le risorse dell’isola non sono sufficienti per sostenere così tanta gente.

Medici senza Frontiere, presente con il suo personale a Lesbo, Samos, Chios e Atene, denuncia le condizioni dei campi e lamenta la mancanza dei servizi di cure essenziali per almeno 140 bambini gravemente malati. “Vediamo molti bambini colpite da malattie, con gravi problemi di cuore, diabete o asma, costretti a vivere in rifugi di fortuna, in condizioni orribili e antigieniche, senza accesso a cure mediche specialistiche e ai farmaci di cui hanno bisogno”, denuncia Vittoria Zingariello, responsabile del team degli infermieri di MSF a Lesbo. 

“La riluttanza del governo greco a trovare una soluzione rapida e sistemica per questi bambini”, aggiunge, “non è solo vergognosa, ma rischia anche di determinare danni irreparabili al loro stato di salute, se non di condurli addirittura alla morte”.

Secondo Tommaso Santo, capo missione di MSF in Grecia, “bambini, donne e uomini stanno pagando il prezzo ingiusto delle politiche migratorie basate sulla deterrenza. Negare ai bambini che soffrono di gravi malattie l’accesso alle cure mediche è solo l’ultima misura cinica che va oltre ogni immaginazione”.

giovedì 19 dicembre 2019

Papa Francesco, un salvagente e una croce, memoria dei migranti morti in mare. "Non è bloccando le navi che si risolve il problema; il Signore ce ne chiederà conto nel momento del giudizio!"

Globalist
Le parole d'accusa del Pontefice durante l'incontro con un gruppo di rifugiati arrivati in Italia con i corridoi umanitari: "Siamo tutti responsabili del nostro prossimo. La nostra ignavia è peccato"


Papa Francesco con i rifugiati arrivati da Lesbo con i corridoi umanitari

Una croce è stata posta all'ingresso del Palazzo Apostolico per volere di Papa Francesco, composta dai giubbotti salvagente dei migranti morti nel Mediterraneo.
"È l'ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. È l'ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione. È l'ingiustizia che li respinge e li fa morire in mare". 
Queste le parole di papa Francesco, che prende in mano e mostra un salvagente di un migrante morto a luglio nel Mediterraneo, "un'altra morte causata dall'ingiustizia", dice. 

L'occasione è l'incontro con i rifugiati arrivati da Lesbo nelle scorse settimane attraverso i corridoi umanitari, ospitati dalla Santa Sede e dalla Comunità di Sant'Egidio, durante il quale il Papa ha esitazione a scagliarsi contro le colpe di chi, indifferente, si gira dall'altra parte. 
"Bisogna mettere da parte gli interessi economici - avverte - perché al centro ci sia la persona, ogni persona, la cui vita e dignità sono preziose agli occhi di Dio. Bisogna soccorrere e salvare, perché siamo tutti responsabili della vita del nostro prossimo, e il Signore ce ne chiederà conto nel momento del giudizio".
"Questo è il secondo salvagente che ricevo in dono - racconta Francesco ricordando l'impegno della Chiesa - il primo mi è stato regalato qualche anno fa da un gruppo di soccorritori. Apparteneva a una fanciulla che è annegata nel Mediterraneo. L'ho donato poi ai due sottosegretari della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ho detto loro: 'Ecco la vostra missione!'". 
"Non è bloccando le navi che si risolve il problema - aggiunge il Pontefice - bisogna impegnarsi seriamente a svuotare i campi di detenzione in Libia, valutando e attuando tutte le soluzioni possibili. Bisogna denunciare e perseguire i trafficanti che sfruttano e maltrattano i migranti, senza timore di rivelare connivenze e complicità con le istituzioni"
Tanta commozione durante l'abbraccio del Papa ai 33 profughi, in maggioranza afghani. Nel gruppo, due ragazzi, poi famiglie e donne vittime di violenza, una delle quali ha lasciato la figlia nel Togo e ha espresso il desiderio di potersi ricongiungere presto con lei. 

Una giovane afghana, appassionata di pittura, ha donato al Papa un ritratto dello stesso Bergoglio ricavato da una fotografia che l'elemosiniere Konrad Krajewski aveva lasciato in occasione di una precedente visita nel campo profughi di Lesbo.
"La nostra ignavia è peccato - tuona Francesco - come possiamo non ascoltare il grido disperato di tanti fratelli e sorelle che preferiscono affrontare un mare in tempesta piuttosto che morire lentamente nei campi di detenzione libici, luoghi di tortura e schiavitù ignobile? Come possiamo rimanere indifferenti di fronte agli abusi e alle violenze di cui sono vittime innocenti, lasciandoli alle mercè di trafficanti senza scrupoli? Come possiamo 'passare oltre', come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano, il facendoci così responsabili della loro morte?".

martedì 3 dicembre 2019

Il Papa accoglie 43 profughi dall'isola di Lesbo - Portati in Italia da card. Krajewski. Ospitalità con S.Egidio

AnsaMed
Città del Vaticano - Oggi l'elemosiniere del Papa, card. Konrad Krajewski, su mandato di Francesco, si è recato nell'isola greca di Lesbo insieme ad alcuni responsabili della Comunità di Sant'Egidio, e rientrerà in Italia mercoledì con un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico.

L'operazione si concluderà in dicembre, quando altri 10 profughi saranno accompagnati in Italia, dando così inizio alle procedure per la richiesta di protezione internazionale. L'accoglienza dei profughi sarà a carico della Santa Sede, tramite l'Elemosineria, e della Comunità di Sant'Egidio.


Un comunicato dell'Elemosineria apostolica ricorda che Papa Francesco, in occasione del suo viaggio all'isola di Lesbo nell'aprile 2016, aveva portato con sé in Italia tre famiglie siriane richiedenti asilo, di cui la Santa Sede si assunse l'onere di accoglienza e di sostentamento, mentre l'ospitalità e il percorso di integrazione vennero seguiti dalla Comunità di Sant'Egidio. 

Nello scorso mese di maggio, a tre anni da quell'evento, il Papa ha chiesto all'elemosiniere di tornare nell'isola per rinnovare la solidarietà al popolo greco e ai profughi e, anche in questa occasione, ha espresso il desiderio di compiere un ulteriore gesto di solidarietà e ospitare un gruppo di giovani profughi e alcune famiglie provenienti dall'Afghanistan, dal Camerun e dal Togo.

"Dopo un intenso periodo di trattative ufficiali tra gli organismi competenti al fine di realizzare questo nuovo corridoio umanitario, il Ministero dell'Interno della Repubblica Italiana ha dato l'assenso definitivo a svolgere l'operazione", riferisce la nota. Pertanto oggi, 2 dicembre, l'elemosiniere Krajewski si è recato nuovamente nell'isola di Lesbo, insieme ad alcuni responsabili della Comunità di Sant'Egidio e rientrerà poi in Italia il prossimo 4 dicembre con un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico".

La Comunità di Sant'Egidio è "felice di ospitare i profughi che Papa Francesco ha deciso di portare in salvezza con un corridoio umanitario da Lesbo, attraverso l'Elemosineria Apostolica, e di facilitarne l'integrazione in Italia", afferma la Comunità in una nota, sottolineando che l'accoglienza a 33 rifugiati di diversa nazionalità, così come quella prevista per altri 10 nei prossimi giorni, "ha l'obiettivo di offrire un futuro a chi vive - molti ormai da lungo tempo - nei campi profughi nell'isola greca".

Dopo la visita dello scorso maggio con l'Elemosineria Apostolica, Sant'Egidio aveva organizzato d'estate (tra luglio e agosto) una presenza di volontari a Lesbo e a Samos per manifestare, attraverso numerose iniziative, la sua solidarietà ai profughi presenti nelle due isole. 

Alle 10.30 di mercoledì 4 dicembre è previsto un benvenuto ai profughi in arrivo da Lesbo e una conferenza stampa all'aeroporto di Fiumicino: interverranno il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio.

giovedì 28 novembre 2019

Migranti - ONG a nuovi leader UE: "Fermare politica di punizione dei migranti intrappolati nelle isole greche condizioni disumane"

Ansa
L'Unione europea "deve fermare subito la politica deliberata di punizione collettiva inflitta a persone che cercano solo la salvezza in Europa" e vengono invece "intrappolate a migliaia sulle isole greche in condizioni disumane": questo l'appello del presidente di Medici senza Frontiere, Christos Christou, reduce da una visita ai campi profughi di Lesbo e Samos, in conferenza stampa a Bruxelles.


Campo profughi Lesbo - Grecia
Msf chiede di "evacuare i più vulnerabili dai campi e sistemarli in alloggi sicuri con accesso ai servizi sanitari di base".

"Quello che ho visto nei campi per rifugiati sulle isole greche è comparabile a quello che si vede in zone di guerra o colpite da catastrofi naturali", ed è una situazione che dura da 4 anni, ha affermato Christou. "E' scandaloso che cose di questo tipo succedano in Europa, per di più essendo il frutto di una decisione conscia", ha aggiunto.

Christou è tornato apertamente a criticare la "decisione dei leader europei nel 2016 di intrappolare delle persone sulle isole greche, che doveva essere il prezzo da pagare per ridurre gli arrivi. Doveva essere una misura temporanea. Ma dopo 4 anni l'emergenza è ancora la stessa. 

Noi quattro anni fa capimmo le gravissime conseguenze che questo avrebbe avuto", mettendo i rifugiati e i richiedenti asilo in fuga da zone di guerra in pericolo. Come Ong, "rifiutammo anche i finanziamenti Ue per questo". 

Il presidente di Msf ha parlato della mancanza di latrine nei campi delle isole greche - una ogni 200 rifugiati a Camp Moria e una ogni 300 a Samos - e di acqua potabile che ha obbligato Msf a installare impianti per l'approvvigionamento idrico, "come nelle situazioni estreme dei Paesi in via di sviluppo". 

"Ogni giorno - ha continuato - i nostri servizi per la salute mentale assistono bambini, donne e uomini che sono stati portati al limite". Christou ha denunciato il dilagare fra i rifugiati siriani di atti di autolesionismo, di tentati suicidi fra i bambini, molti dei quali "non giocano, non parlano. Vengono da zone di guerra dove hanno perduto la loro infanzia".



lunedì 18 novembre 2019

Bambino di 9 mesi morto per disidratazione nel campo di Moria a Lesbo. Accade in Europa

Corriere della Sera
Morire a 9 mesi di disidratazione nel 2019. Accade in Europa, sull’isola greca di Lesvos. «L’ospedale di Lesvos ci ha confermato che un bambino di 9 mesi è morto alcuni giorni fa per una grave disidratazione nel campo di Moria, in Grecia. Siamo devastati da questa nuova tragedia». 


E’ sabato sera quando l’ong Medici Senza Frontiere denuncia su Twitter l’accaduto. La notizia arriva dopo che le autorità greche hanno trasferito 424 migranti e rifugiati dall’isola di Lesvos alla terraferma nell’ambito di un piano elaborato dal governo di Atene per ridurre il numero di persone che vivono nei centri di accoglienza sulle isole.

E mentre per mercoledì è prevista l’evacuazione di altri 200 stranieri, l’agenzia di stampa Amna spiega che sono circa 15mila le persone accolte nel centro di Moria a Lesbo. Attualmente il centro ospita un numero di persone tre volte superiore alla sua capacità. Solo nel fine settimana sono più di 300 i migranti e i richiedenti asilo arrivati a Lesvos. A settembre sono stati invece oltre 10mila i migranti arrivati sulle isole, contro i quattromila del 2018, secondo dati Onu.

Come denuncia la ong Medici Senza Frontiere «le terribili condizioni di vita e la mancanza di cure adeguate» nel centro per migranti sull’isola greca sono le responsabili di questo decesso. «Oggi ci sono oltre 15.000 persone intrappolate nel campo di Moria, tra cui 5.000 minori. Dovrebbero essere allontanati da questo inferno ORA», conclude Msf. Sul campo di Moria infatti più volte sono stati presentati appelli, inchieste e interrogazioni.

E se sulle isole - Lesvos e Samos gli hotspot principali - la situazione è tragica, non va meglio a terra. Secondo la rivista tedesca Der Spiegel, la Grecia è accusata di aver respinto illegalmente 60 mila migranti ai suoi confini con la Turchia. 

Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti «push backs», respingimenti che violano il diritto europeo e internazionale, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo di assicurare la possibilità di presentare domanda d’asilo, con tutto quel che tali procedure comportano. 

Secondo le accuse, che sono condivise anche da alcune organizzazioni per i diritti umani, le autorità greche respingerebbero da anni illegalmente migranti al fiume Evros. L’ultimo caso sarebbe di pochi giorni fa: lo scorso 3 novembre la polizia turca aveva intercettato 252 profughi vicino al confine di Kapikule. Qui gli agenti si sarebbero resi conto che i migranti erano riusciti ad arrivare fino in Grecia: ma da qui sono stati rimandati via senza che fosse data loro la possibilità di presentare domanda d’asilo.

Sul tema migranti le relazioni tra la Turchia e la Grecia sono sempre più tese: a inizio mese il ministero degli Esteri di Ankara ha parlato esplicitamente di arresti arbitrari, di migranti picchiati, talvolta derubati dei loro vestiti e poi rispediti in Turchia senza passare dalle regolari procedure. «Abbiamo documenti e fotografie», ha aggiunto il ministero. Dichiarazioni che però vanno inserite nel quadro dei rapporti tra Ankara e Bruxelles, complicati anche dal lancio dell’operazione militare nel nord Est siriano. Il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha reagito seccamente: «Coloro che usano la crisi dei migranti per utilizzare i perseguitati come pedine per i propri obiettivi geopolitici dovrebbero fare più attenzione quando si rivolgono alla Grecia». La polemica, peraltro, va ad aggiungersi ai ripetuti avvertimenti lanciati dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha minacciato di «riaprire i confini» verso l’Europa, se l’Ue non manterrà le promesse fatte al tempo della sottoscrizione dell’accordo sui migranti del 2016, che Ankara ha chiesto di rinegoziare.
Marta Serafini

sabato 2 novembre 2019

Consiglio d'Europa, commissario per i diritti umani dopo la visita a Lesbo, Samos e Corinto: "Situazione migranti Egeo al limite della catastrofe. Trasferire con urgenza i richiedenti asilo"

Ansamed
"La Grecia deve trasferire con urgenza i richiedenti asilo che si trovano sulle isole dell'Egeo e migliorare le condizioni di vita nei centri d'accoglienza", che sono "esplosive" e al "limite della catastrofe". Lo afferma il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, dopo essersi recata a Lesbo, Samos e Corinto.


"La situazione dei migranti, inclusi i richiedenti asilo, sulle isole egee è drammaticamente peggiorata durante l'ultimo anno, e sono necessarie misure urgenti per migliorare le disperate condizioni in cui vivono migliaia di esseri umani"
, dice Mijatovic. 


"Sono rimasta scioccata delle condizioni antigieniche in cui i migranti sono tenuti, qui non si tratta più di accoglienza ma di lotta per la sopravvivenza", continua il commissario. 

Mijatovic prende atto della decisione del governo greco di trasferire 20mila migranti dalle isole entro la fine dell'anno e sollecita le autorità a mettere in atto questo piano con urgenza, ma osserva "che se resta in vigore la 'restrizione geografica' questo piano con ogni probabilità non ridurrà il sovraffollamento sulle isole".

sabato 5 ottobre 2019

Grecia - Emergenza migranti - Piogge torrenziali a Lesbo, 10.000 rifugiati in tende improvvisate. Situazione straziante.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le isole greche sono di nuovo sotto i riflettori, poiché una nuova ondata di eventi tragici ha colpito i richiedenti asilo intrappolati lì.
Il 29 settembre, un grande incendio è scoppiato a Moria - il famigerato accampamento sull'isola di Lesbo - uccidendo una donna e ferendo almeno altre nove persone, tra cui un bambino, secondo quanto riferito dal ministero della salute.
Il 24 settembre, un camion ha ucciso un bambino afgano di cinque anni che stava giocando alle porte di Moria.


Anche il numero di richiedenti asilo che attraversano l'Egeo dalla Turchia è in aumento.
Con i campi già sovraffollati, le condizioni sono orribili per i richiedenti asilo e i migranti intrappolati lì. Secondo i dati più recenti del governo, 26.753 donne, uomini e bambini vivono in campi progettati per circa 6.300.

Il numero è quasi raddoppiato da giugno.

Ma mentre i numeri sono aumentati, né le condizioni orribili né le politiche imperfette che le causano sono nuove. Gli investimenti insufficienti, un sistema di asilo mal funzionante e una scelta politica deliberata per confinare i richiedenti asilo nelle isole hanno lasciato migliaia intrappolati lì per mesi o anni in condizioni disumane e degradanti.

E la vera sfida non è il numero di arrivi via mare sulle isole greche, ma la sofferenza ingiustificata di migliaia di persone.

La narrativa sulla crisi porta solo a risposte guidate dalla sicurezza che mettono i diritti e la dignità dei richiedenti asilo al secondo posto.

La realtà è che pochissimi di quelli bloccati sulle isole sono stati restituiti in Turchia o nei loro paesi di origine. La maggior parte non può essere restituita poiché la Turchia non è un paese sicuro per loro.

E mentre le autorità greche hanno trasferito alcune persone sulla terraferma, hanno rifiutato di cambiare la politica di contenimento, anche dopo una sentenza dell'alta corte.

Nel frattempo, molte persone dormono in tende in campi improvvisati intorno a strutture gestite dal governo, o semplicemente all'aperto.

Si trovano ad affrontare gravi condizioni antigieniche e antigieniche e non hanno accesso alla maggior parte dei servizi di base come acqua e cibo. L'assistenza medica, la consulenza sui traumi e il supporto per la salute mentale sono inadeguati. La violenza fisica e di genere sono abbastanza comuni.
Quasi 1.300 migranti non accompagnati e richiedenti asilo vivono in questo ambiente insicuro. Insieme a migliaia di altri bambini in età scolare, non vanno a scuola e gli viene negata l'istruzione.E' un caos deliberato che va avanti da quattro anni.

I gruppi di aiuto affermano che circa 7000 persone hanno ricevuto il via libera per trasferirsi sulla terraferma, ma i trasferimenti sono estremamente lenti a causa della mancanza di organizzazione e di alloggi disponibili.

Ma anche quando sono in grado di muoversi, non risolverà il problema. La mancanza di un sistema di ricollocazione permanente per i richiedenti asilo in altri paesi europei, nonché i lunghi ritardi nell'elaborazione delle domande di ricongiungimento familiare non fanno che peggiorare la situazione.

Il caos nelle isole greche non è la prova dell'incapacità dell'Europa di gestire la migrazione, ma della sua deliberata riluttanza a farlo.

Fonte: euroobserver

domenica 29 settembre 2019

Migranti - Incendio e rivolta nel campo di Moria a Lesbo, muoiono una donna e un bambino, quindici feriti

La Repubblica
Scontri con la polizia nel campo dove sono ospitati 13.000 migranti a fronte di una capienza di 3.000.


Tragedia nel campo profughi di Lesbo dove la situazione era già insostenibile da mesi con oltre 13.000 persone in una struttura che ne può ospitare 3500.
Una donna e un bambino sono morti nell'incendio ( sembra accidentale) di un container dove abitano diverse famiglie ma le vittime potrebbero essere di più. Una quindicina i feriti che sono stati curati nella clinica pediatrica che Medici senza frontiere ha fuori dal campo e che è stata aperta eccezionalmente.



"Nessuno può dire che questo è un incidente - è la dura accusa di Msf - E' la diretta conseguenza di intrappolare 13.000 persone in uno spazio che ne può contenere 3.000".
Dopo l'incendio nel campo è esplosa una vera e propria rivolta con i migranti, costretti a vivere in condizioni disumane, che hanno dato vita a duri scontri con la polizia e hanno appiccato altri incendi all'interno e all'esterno del campo di Moria, chiedendo a gran voce di essere trasferiti sulla terraferma. 

Ancora confuse le notizie che arrivano dall'isola greca dove negli ultimi mesi gli sbarchi di migranti provenienti dalla Turchia sono aumentati in maniera esponenziale.

Fonte: Repubblica

lunedì 9 settembre 2019

Grecia, emergenza migranti: i minori non accompagnati sono 1.100 - Sovraffollamento e grandi difficoltà

Osservatorio Diritti
Sono 1.100 i minorenni migranti e rifugiati non accompagnati che vivono nei centri d'accoglienza e identificazione delle isole greche. Il numero più alto registrato nel paese dall'inizio del 2016. Lo denuncia l'Unicef, che lancia un appello a tutti i paesi europei


1100. È il numero dei bambini non accompagnati e separati, rifugiati e migranti, che vivono nei sovraffollati centri di accoglienza e identificazione in Grecia. Secondo l’Unicef– che lancia così il suo appello agli stati membri dell’Unione europea – si tratta del numero più altro dall’inizio del 2016.

«Non ho potuto studiare perché non c’era sicurezza, la situazione mi ha costretto a lasciare il paese. Penso che giorno dopo giorno abbiano perso la testa. Per questo motivo, a volte si tagliano le mani. Non voglio essere così».

Sono le parole di un sedicenne afghano, che parla degli altri ragazzi che vivono nella stessa struttura che lo ospita. È uno dei ragazzi della sezione B, un’area che accoglie – offrendogli protezione specializzata – i bambini non accompagnati nel centro di accoglienza e identificazione di Moria, sull’isola greca di Lesbo.


L’Unicef ha diffuso un cortometraggio che testimonia proprio la vita dei ragazzi che vivono nella sezione B del centro di accoglienza e identificazione di Moria, dove sono presenti più di 8.700 persone, a fronte di una capacità di accoglienza pari a 3 mila persone.



La sezione B è un’area che accoglie i minori non accompagnati, offrendogli protezione specializzata; qui c’è spazio per 160 bambini non accompagnati, ma attualmente ne sono presenti 520.

Nelle immagini del cortometraggio i bambini protagonisti raccontano da cosa sono fuggiti e i relativi orrori, il viaggio che li ha portati lontani, ma anche le condizioni in cui vivono ora, nel centro di accoglienza. Al loro fianco gli operatoridel centro di accoglienza, anch’essi esausti e sopraffatti.

Felicia Buonomo

giovedì 5 settembre 2019

Migranti - Grecia - Condizioni insostenibili di sofferenza e abbandono: nei campi langue un'umanità dimenticata

Globalist
Le condizioni dei richiedenti asilo continuano ad essere terribili. Campi sovraffollati, fatiscenti e dove c'è tanta tensione.
Il campo "informale" di Samos
Soli, abbandonati, disperati, In pessime condizioni. E bastonati e repressi quando protestano.
Da molto tempo le organizzazioni umanitarie denunciato il terribile stato in cui versano i rifugiati in Grecia.

Oggi l'ultimo episodio di disperazione.
La polizia greca ha fatto uso di gas lacrimogeni per mettere fine ad una violenta protesta nel sovraffollato campo per migranti di Moira, a Lesbo.
I disordini sono scoppiati con la protesta di cinquanta persone circa che chiedevano il trasferimento dal campo sull'isola alla terraferma e hanno preso di mira con un lancio di sassi gli agenti e lo staff del campo, provocando l'intervento della polizia.
Costruito per accogliere 3mila persone, il campo di Moira ne conta attualmente 9mila. La situazione è simile nei campi su altre isole greche nell'Egeo, Chio, Samos, Lero e Kos.