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lunedì 8 febbraio 2021

Torino, morto un "clochard" di 59 anni nella città che butta le coperte alle persone che dormono per strada

La Repubblica
Cinquantanove anni, la sua morte riaccende le polemiche a Torino. L'arcivescovo Nosiglia: "Pronti a fornire minialloggi"

Fonte: Corriere della Sera

Dormiva nel dehors di un bar in corso Re Umberto. È stato trovato morto questa mattina intorno alle 7.30 dal gestore della caffetteria del Re. che ha visto il corpo riverso nel dehors esterno. 

L'uomo è un marocchino di 59 anni, Mostafa Hait Bella, che viveva per strada cercando riparo dove poteva. Sull'accaduto sono in corso le indagini della polizia. Un mese fa era l'uomo, seguito dal Servizio adulti in difficoltà del Comune, stato ricoverato all'ospedale torinese Mauriziano per crisi epilettiche e poi dimesso. 

lunedì 16 dicembre 2019

Torino, prima città rifugio (shelter city) per i difensori dei diritti umani in pericolo

Corriere della Sera
Torino sarà la prima "shelter city" (città rifugio) in Italia per i difensori dei diritti umani in pericolo. L'iniziativa è stata presentata questa mattina nel capoluogo piemontese  nell'ambito di una serie di progetti che coinvolgono Amnesty International Italia, Cifa Onlus, Hreyn e Cooperativa Doc. 
Le "shelter cities" sono città disponibili a offrire rifugio temporaneo (dai tre ai 12 mesi) ai difensori dei diritti umani seriamente minacciati, all'interno dei loro paesi, a causa del loro operato.

In questi anni Amnesty International Italia ha lavorato anche insieme alla Rete "In Difesa Di - per i Diritti Umani e chi li difende" per promuovere la creazione un network di città rifugio in Italia: la Rete ha coinvolto le città di Padova e Trento in cui si sta avviando un percorso simile. Il programma di ospitalità, che Amnesty International ha già sperimentato in alcuni paesi europei, intende costruire connessioni e collaborazioni all'interno della città di Torino per contribuire a costruire una comunità solidale che riconosca i rischi che i difensori dei diritti umani affrontano, provando a facilitare iniziative che sostengano il loro benessere e consentano loro di lavorare in un clima migliore.

Il Comune di Torino predisporrà un alloggio adeguato per il beneficiario per tutta la durata del periodo di accoglienza. Il progetto partirà nel 2020 e, grazie al coinvolgimento della società civile sul territorio, si prefigge di valorizzare in maniera significativa il lavoro del difensore, con il duplice obiettivo di garantire un periodo di riposo temporaneo e promuovere occasioni di approfondimento e scambio con le organizzazioni della società civile.

Riccardo Noury

venerdì 18 maggio 2018

Torino, attacco razzista, a fuoco camper con 2 famiglie rom. Il Comune e il Paese ignorarono ...

Il Fatto Quotidiano
La notte del 7 sul 8 maggio, a Torino, nel quartiere Mirafiori, davanti a una chiesa, un camper pieno di “zingarelli”, piccoli e addormentati prende fuoco. Si sente la frenata di una macchina e subito dopo un botto. La mamma, fortunatamente ancora sveglia prende i bambini e li mette in salvo prima che il camper bruciasse completamente. La gente, gli abitanti del quartiere escono per strada, guardano il camper in fiamme, la famiglia scioccata con bambini spaventati. Filmano con telefonini, si dividono tra chi ride e chi è scontento dell’esito provocato dalla Molotov: “Dovevano bruciare!”


La famiglia scappa e si ripara presso i parenti fuori città, la stampa tace, le istituzioni tacciono, la polizia immediatamente parla di una faida interna (ipotesi per me non plausibile in questo caso). 


Asgi, un piccolo barlume di civiltà, assiste la famiglia nel fare la denuncia. Una ordinaria storia della “vita di zingari”! Fino a dove arriva la nostra memoria collettiva, c’è sempre stato chi ci voleva bruciare. A qualcuno è andata anche piuttosto bene, ne ha bruciati più di mezzo milione durante la Seconda guerra mondiale.

Chi è peggio? Il vigliacco che tenta di uccidere una famiglia inerme gettando la molotov sul camper in cui dormano tre adulti e quattro bambini piccoli, oppure i “cittadini” che guardano, filmano, ridono e commentano: dovevano bruciare!? Il primo è un criminale che si sente spalleggiato dai politici che per anni hanno istigato l’odio contro rom e sinti, i secondi sono quelli che hanno permesso a fascisti e nazisti di prendere il potere e provocare il più grande abominio dell’umanità. 

Entrambi sono tornati, i vigliacchi che colpiscono gli inermi e i vigliacchi che applaudono, sono tra noi nelle nostre città, impuniti e protervi fanno della loro vigliaccheria una bandiera. Chi tace o lascia correre, cittadini e istituzioni, arma le mani che buttano le Molotov.

Dijana Pavlovic

giovedì 1 febbraio 2018

Clochard a Torino - Il paradosso del Comune: l'Assessorato alle Politiche Sociali di notte da le coperte e di giorno la Polizia Municipale le butta

La Stampa
Quando Amiat e vigili li allontanano, buttano nei rifiuti le coperte donate.
Una mano dà, l’altra toglie. La Città di Torino si occupa dei senzatetto con i provvedimenti contro l’emergenza freddo: nel piano di potenziamento dello scorso ottobre parla della necessità di portare beni di conforto. 


Anche le coperte. Questo fa l’assessorato alle Politiche sociali. Poi c’è l’assessorato alla Polizia municipale, che una volta a settimana manda i vigili in centro ad allontanare i clochard al risveglio. Ci vanno con Amiat: se non trovano nessuno, o se qualcuno rifiuta di andarsene, prendono le coperte e le buttano via. Le stesse coperte donate per ripararsi.

Cortocircuito 
È un cortocircuito che accende polemiche, tanto più dopo la morte di freddo di Mohamed Hamed alla Pellerina e dopo le dichiarazioni nette della sindaca e dell’assessora al Welfare Sonia Schellino. «Non provvederemo mai a un allontanamento forzoso di chi dorme in strada», aveva detto Chiara Appendino. Quello dei vigili, una volta a settimana, non sembra però qualcosa di molto diverso. Peraltro perfettamente inutile: sotto i portici, i clochard sono sempre decine. È della città anche un’altra iniziativa, il Servizio itinerante notturno (la cosiddetta Boa Urbana Mobile, gestito in appalto da Strana Idea Onlus): anche questo distribuisce coperte per ripararsi dal freddo. 

Come la tela di penelope 
Dopo l’ultimo servizio di martedì mattina, non si fanno attendere neppure le reazioni della galassia di volontari che spende tempo e fatica per raccogliere e donare coperte e sacchi a pelo ai senzatetto e ieri ha scoperto che le stesse coperte rischiano ogni settimana di finire nella spazzatura. Qualcuno, in realtà, era già a conoscenza del giro degli agenti tra via Roma, corso Vittorio, via Cernaia e Piazza Vittorio, come Melchiorre Giammona, coordinatore dei City Angels di Torino, che cinque sere la settimana portano cibo, coperte e vestiario ai senzatetto di centro e periferie: «Purtroppo sappiamo bene come funziona. Spesso le persone non riescono a portarsi in giro tutto, quindi lasciano qualcosa dove dormono, e poi non trovano più niente. Ci capita spesso di girare intorno a questo circolo vizioso».

Dalla Croce Rossa, che tra i molti servizi effettua anche la distribuzione di sacchi a pelo e bevande calde tre volte la settimana, non si capacitano dell’operazione: «È assurdo e anche preoccupante - dice il presidente Graziano Giardino – È come la tela di Penelope, da un lato si costruisce e dall’altro si annulla tutto». A rimanere basiti, anche i membri dell’Aipsd, l’associazione che da giugno scorso riunisce i senzatetto di Torino. Il presidente Antonio De Prisco sa bene cosa significhi togliere a chi vive in strada quel poco che ha: «È un’umiliazione ulteriore, oltre a essere pericoloso, dato che poi rimangono solo i cartoni per coprirsi di notte. Quello che sta accadendo è un controsenso, soprattutto dopo che l’amministrazione ha detto che non ci sarebbe mai stato un “Daspo” per chi vive in strada»

Bernardo Basilici Menin

martedì 3 maggio 2016

Torino immigrato del Marocco, espulso con mani e piedi legati in aereo: il pilota si rifiuta di partire

nuovasocieta.it
Legato mani e piedi e caricato su un aereo in partenza per il Marocco. Martedì 26 è il giorno del suo rimpatrio. Le nuove manette di velcro lo cingono al punto che il giovane marocchino si lamenta. Chiede di essere ammanettato “normalmente”. Richiesta rifiutata.

Viene caricato così legato su un aereo di linea. È quello che lo riporterà a casa. Ma non vuole viaggiare e soprattutto arrivare in patria come Hannibal Lecter. In aereo il marocchino si lamenta, chiede ancora la cortesia di un normale ammanettamento. C’è una colluttazione, quattro agenti lo bloccano. Due sopra il busto, due alle gambe, tra gli sguardi attoniti dei passeggeri. La confusione richiama l’attenzione dell’equipaggio. Interviene il capitano, che si rifiuta di trasportare il marocchino legato in quel modo.
Agenti e giovane sono invitati a scendere. Niente volo, niente rimpatrio. Viene portato in una stanza dell’aeroporto di Malpensa dove, denuncia il ragazzo, per un’ora non gli sono risparmiati maltrattamenti. Botte che avrebbero lasciato segni su tutto il corpo.
Poi di nuovo nella macchina della polizia verso Torino, corso Brunelleschi, il Cie. Anche in auto schiaffi e minacce da parte degli agenti. Tornato al Cie il marocchino chiede di essere visitato da un medico, ma dal referto risulta che l’unica a vederlo è una infermiera, che gli propone una iniezione di antidolorifico.
Ricondotto nella stanza che da due mesi è la sua casa, il giovane chiama il 118, vuole una visita completa. Il centralino del 118 telefona al Cie per conferma, ma dall’altro capo del telefono negano, nessuno necessita di cure. Anche i compagni di stanza del giovane effettuano chiamate per chiedere soccorso ma, ancora una volta, il Cie risponde al 118 che non c’è bisogno del loro intervento. Il giovane inghiotte delle monete per costringere le forze dell’ordine a portarlo in ospedale. Gli dicono che tanto le evacuerà.
La sera di giovedì 28 gli agenti scovano il cellulare che il marocchino teneva nascosto. Le continue chiamate al 118 disturbano i sorveglianti perché le sue richieste d’aiuto stanno creando troppa confusione. Glielo sequestrano, senza un provvedimento formale. La sottrazione dell’unico mezzo per contattare la famiglia causa la reazione del giovane. Piange, urla, chiede che gli sia restituito il telefonino. Infine spacca un televisore e minaccia di fulminarsi coi cavi scoperti. Ma non accade niente.
Oggi in tribunale ha raccontato la sua storia, il giudice ha deciso per l’obbligo di dimora a Torino fino alla conclusione del processo. È accusato di resistenza a pubblico ufficiale per gli episodi di Malpensa. A Torino dovrà rispondere di danneggiamento aggravato ma, a questo punto, forse, si dovrà decidere anche se c’è stata violenza e violazione dei suoi diritti. Il giovane è difeso dall’avvocato Gianluca Vitale.

di Enrico Mugnai

lunedì 11 novembre 2013

Torino: detenuto si uccide in cella, emergenza senza fine nelle carceri

Ansa
Un algerino si è tolto la vita impiccandosi. Sarebbe stato libero nel giugno 2014. È il 43° caso in Italia. [...]

Quantatreesimo suicidio nelle carceri italiane. A Torino s'è impiccato un detenuto algerino condannato per resistenza e lesioni: sarebbe stato liberato nel giugno 2014. Si tratta di Abdul Mourat, di 25 anni. Per uccidersi ha usato un lenzuolo appeso a una grata.


Un altro detenuto italiano ha tentato il suicidio nelle stese ore squarciandosi il ventre con una lametta. 
L'uomo e stato salvato dalla polizia penitenziaria, che denuncia la situazione: "È un inferno - dice il segretario nazionale Osapp Leo Beneduci - che unisce le sorti di detenuti e agenti. Ci sono 21 mila detenuti in più e 8 mila agenti di meno. Sono 139 le morti legate alle disfunzioni del sistema carcerario italiano".