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domenica 23 febbraio 2020

In Libia 600 persone sparite e spunta un'altra prigione segreta, ennesimo luogo di tortura da cui si può uscire solo pagando le guardie

AvvenireIl segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali»


Un’altra prigione segreta, dove nascondere i migranti catturati in mare e tenerli alla larga dalle verifiche delle organizzazioni internazionali. L’ennesimo luogo di tortura da cui si può uscire solo pagando le guardie. «Mi hanno chiesto 700 euro», dice uno dei migranti che con pochi altri è riuscito a scappare dopo aver fatto arrivare attraverso amici in Europa e parenti in patria il riscatto di mille dinari libici.

Grazie a queste testimonianze è stato possibile individuare un’area, alla periferia di Tripoli e lungo la strada per Zawiyah, nella quale i migranti sarebbero stati ammassati dalle autorità libiche. Le coordinate geografiche indicano una serie di edifici a est della capitale, non lontano da un’arteria costiera in mezzo a edifici governativi e quartieri densamente popolati. La struttura, però, non risulta in nessun elenco ufficiale noto dalle organizzazioni internazionali.

A denunciare ufficialmente la scomparsa di centinaia di persone erano stati i funzionari delle Nazioni Unite. A settembre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti di uomini».

Solo nelle prime due settimane di gennaio «circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell’Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia». L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello alla comunità internazionale, a cominciare dall’Unione Europea, affinché si trovino «alternative e meccanismi di sbarco sicuri».

Altri rifugiati sono stati spostati nella famigerata prigione di Triq al Sikka, in passato al centro di gravi episodi di sevizie e scontri con i guardiani. «A dieci mesi dall’inizio del conflitto – dice l’Oim – in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza».
Al 21 febbraio 1.737 rifugiati e i migranti sono stati intercettati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera e riportati in Libia in violazione delle norme internazionali sul respingimento.

«La Libia in alcun modo può essere considerato un Paese sicuro di sbarco per migranti e richiedenti asilo», ribadiscono le Nazioni Unite. «Il 18 febbraio c’è stato un netto aumento» delle attività «con tre operazioni registrate quel giorno, per un totale di 535 persone», annota l’ultimo report di Unhcr-Acnur. «La maggior parte sono stati trasferiti in centri di detenzione delle autorità libiche», si legge nell’aggiornamento dell’alto commissariato per i rifugiati.

La maggioranza dei migranti intercettati proviene dal Sudan, dalla Somalia, dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Palestina, tutte nazionalità che avrebbero diritto alla protezione umanitaria in Europa.

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lunedì 6 gennaio 2020

Libia. Torture nei campi di detenzione: le nuove immagini choc. Impotenza di tutti: governo libico ed europei e Unhcr

Avvenire
Donna appesa a testa in giù e presa a bastonate: le cronache dell'orrore dal lager di Bani Walid, in Libia. Sei morti in due mesi. Spuntano i nomi degli schiavisti: «Ci stuprano e ci uccidono».

Una giovane eritrea appesa a testa in giù urla mentre viene bastonata ripetutamente nella "black room", la sala delle torture presente in molti centri libici per migranti. Il video choc - di cui riportiamo solo alcuni fermo immagine - è stato spedito via smartphone ai familiari della sventurata che devono trovare i soldi per riscattarla e salvarle la vita.
È quello che accade a Bani Walid, centro di detenzione informale, in mano alle milizie libiche. Ma anche nei centri ufficiali di detenzione, dove i detenuti sono sotto la "protezione" delle autorità di Tripoli pagata dall’Ue e dall’Italia: la situazione sta precipitando con cibo scarso, nessuna assistenza medica, corruzione. In Libia l’Unhcr ha registrato 40mila rifugiati e richiedenti asilo, 6mila dei quali sono rinchiusi nel sistema formato dai 12 centri di detenzione ufficiali, il resto in centri come Bani Walid o in strada. In tutto, stima il "Global detention project", vi sarebbero 33 galere. Vi sono anche detenuti soprattutto africani non registrati la cui stima è impossibile.

La vita della ragazza del Corno d’Africa appesa, lo abbiamo scritto sette giorni fa, vale 12.500 dollari. Ma nessuno interviene e continuano le cronache dell’orrore da Bani Walid, unanimente considerato il più crudele luogo di tortura della Libia. Un altro detenuto eritreo è morto qui negli ultimi giorni per le torture inferte con bastone, coltello e scariche elettriche perché non poteva pagare. In tutto fanno sei morti in due mesi. Stavolta non siamo riusciti a conoscere le sue generalità e a dargli almeno dignità nella morte. Quando si apre la connessione con l’inferno vicino a noi, arrivano sullo smartphone con il ronzio di un messaggio foto disumane e disperate richieste di aiuto, parole di angoscia e terrore che in Italia e nella Ue abbiamo ignorato girando la testa o incolpando addirittura le vittime.


Paolo Lambruschi




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domenica 29 dicembre 2019

Myanmar, Onu condanna abusi diritti umani ai danni dei Rohingya: arresti arbitrari, torture, violenze

Adnkronos
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione di condanna per abusi dei diritti umani - arresti arbitrari, torture, violenze - ai danni dei Rohingya e di altre minoranze in Myanmar. 
Come riporta la Bbc, la risoluzione è stata adottata con 134 voti a favore su 193 Paesi rappresentati, nove contrari e 28 astenuti. Al governo del Myanmar si chiedono misure urgenti per contrastare qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze.

Nel 2017 migliaia di persone della minoranza musulmana dei Rohingya sono morte e più di 700mila sono fuggite nel vicino Bangladesh per sfuggire alla violenta operazione di sgombero nello Stato di Rakhine per mano dell'esercito del Myanmar. 

L'ambasciatore all'Onu del Myanmar, Hau Do Suan, ha definito la risoluzione "un altro classico esempio di doppio standard e applicazione selettiva e discriminatoria delle norme sui diritti umani".

domenica 15 aprile 2018

Libia. "Esecuzioni e torture sui detenuti", l'Onu accusa ministero Interno di Sarraj

Il Fatto Quotidiano
Al dicastero fanno capo due milizie - la "Central Security Abu Salim" e la "Special Deterrence Force" - accusate dalla missione Unsmil di commettere violazioni dei diritti umani nelle sue strutture di detenzione. Dallo stesso ministero dipende il "Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale" che gestisce diversi Centri nei quali viene rinchiuso chi viene fermato nel Mediterraneo in base all'accordo firmato da Gentiloni e Al Sarraj.



Un uomo sui 50 anni. Una milizia controllata dal ministero dell'Interno lo aveva sottoposto a interrogatorio. Nel giugno 2017, quattro giorni dopo il fermo, i familiari erano stati informati della sua morte. Un rapporto visionato dalla Human Rights, Transitional Justice, and Rule of Law Division della missione Unsmil certificava che l'uomo era stato "sottoposto a pestaggi e torture". Il suo è uno dei 37 corpi portati senza vita negli ospedali di Tripoli lo scorso anno con inequivocabili segni di tortura addosso. È la punta di un iceberg gigantesco fotografato nell'ultimo report dell'Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights e fatto di "orribili abusi, detenzioni illegali e violazioni dei diritti umani" che avvengono almeno dal 2015 nelle prigioni gestite dalle milizie alleate del governo di unità nazionale patrocinato dall'Occidente e guidato da Fayez Al Sarraj. Cui l'Italia ha affidato il compito di fermare i barconi carichi di migranti diretti verso la Sicilia.

Il ministero dell'Interno è controllato dagli uomini di Al Sarraj. È il dicastero cui fa riferimento una delle due "Guardie costiere" di Tripoli che, in base al memorandum firmato da Sarraj e Paolo Gentiloni il 2 febbraio 2017, hanno il compito di fermare in mare i migranti diretti verso l'Italia. "La detenzione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati non è l'oggetto di questo report", si legge, ma dal ministero guidato da febbraio dal generale di brigata Abdul Salam Ashour dipende anche il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale che gestisce diversi centri di detenzione nei quali viene rinchiuso chi viene fermato nel Mediterraneo, definiti il 14 novembre 2017 dalle Nazioni Unite "un oltraggio alla coscienza dell'umanità". Allo stesso dicastero fa capo anche il gruppo detto Central Security/Abu Salim, che controlla il sobborgo sud-occidentale della Capitale.

I suoi uomini sono responsabili, secondo l'Onu, di diverse sparizioni forzate e della morte di un uomo trovato senza vita a Tripoli nel luglio 2016, con addosso pesanti segni di percosse, frutto del trattamento subito nelle due settimane trascorse nel centro di detenzione gestito dalla milizia armata, guidata da Abdel Ghani al-Kikli. Che fin dall'aprile 2016 garantisce la sicurezza del Consiglio Presidenziale nella capitale insieme alla Tripoli Revolutionaries Brigade e alla Special Deterrence Force. Quest'ultima dipende sempre dal ministero dell'Interno, il Governo di Accordo Nazionale lo ha pubblicamente elogiato "per la funzione svolta nella lotta al crimine", e gestisce il carcere di Mitiga. Un inferno in terra, secondo le testimonianze e le prove raccolte dalla United Nations Support Mission in Libya.

La Human Rights Division "è stata in grado di documentare" la morte di un 20enne avvenuta tra le sue mura nel giugno 2016: "Il suo corpo era coperto di cicatrici, aveva gli arti spezzati e presentava diverse ferite da arma da fuoco". Il ragazzo era uno delle migliaia di ospiti del compound che, secondo i dati forniti dalla Sdf durante l'unica visita concessa, nel 2016 ospitava "1.500 detenuti di sesso maschile e 200 di sesso femminile, compresi i bambini". Un anno dopo le celle si erano riempite ulteriormente: "In base alle informazioni ricevute da un membro dell'Ufficio del procuratore generale, alla fine di novembre 2017 erano detenute 2.600 persone".

Che vengono detenute in "condizioni inumane": "Dal dicembre 2015, la HRD ha documentato nella struttura gravi violazioni dei diritti umani - si legge nel documento - come la detenzione arbitraria, tortura, isolamento prolungato, decessi in custodia ed esecuzioni sommarie". Tra le vittime preferite dei miliziani in servizio a Mitiga ci sono le donne, che vengono "percosse e frustate": "In alcuni locali, le detenute sono costrette a spogliarsi e sono sottoposte a ricerche invasive nelle cavità da parte delle guardie o sotto lo sguardo di funzionari di sesso maschile".
Marco Pasciuti

venerdì 7 luglio 2017

Libia. Abusi, torture e detenzioni illegali nell'inferno "al di là del mare"

La RepubblicaIl report di Oxfam. Una nuova denuncia sulle brutalità all'ordine giorno contro i migranti in Libia da parte di milizie locali, trafficanti e bande criminali. Appello urgente per la revoca dell'accordo tra Italia e Libia e per un cambio di rotta della politica Ue per il controllo dei flussi migratori. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture.

È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare", diffuso oggi da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani) in occasione del vertice dei Ministri degli Interni europei di Tallinn e della conferenza "Solidarietà e Sicurezza" convocata per oggi a Roma dal Ministero degli Esteri, assieme all'Alto Commissario per la Politica estera Ue Federica Mogherini e ai Ministri degli Esteri dei Paesi africani di transito dei flussi migratori. 

Due appuntamenti che avranno, entrambi tra gli obiettivi principali la "chiusura" della frontiera sud della Libia e il rafforzamento della cooperazione europea con il paese nord- africano.
Testimonianze: "Non ti senti più un essere umano". Con questa frase si potrebbe riassumere gran parte delle testimonianze raccolte. Una fotografia in cui l'84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all'omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l'80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali. 

Sullo "sfondo" però centinaia di persone - arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi - che raccontano di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente dalle milizie locali, dai trafficanti di esseri umani e dalle bande armate che "controllano" gran parte del territorio libico. Uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d'Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno.

Altri racconti. "Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco - mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (...) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (...) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (...) Stavo per morire a causa delle botte (...) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti".

E ancora..."(...) C'erano circa 300 persone nella prigione (...). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (...). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (...)" - aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia. "(...) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia - ricorda K.M., 27 anni, originaria della Costa d'Avorio, intervistata al Cara di Mineo - Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (...) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (...)."

"Dov'è il senso d'umanità dell'Europa?" "Si tratta di testimonianze talmente atroci da essere al limite della nostra comprensione - afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti - Racconti di migranti che stiamo aiutando da un anno con il progetto Open Europe in gran parte della Sicilia, che ci restituiscono uno spaccato inaccettabile di ciò che accade dall'altra parte del Mediterraneo. 

Di fronte a questa situazione c'è da chiedersi - conclude Bacciotti - dove stia finendo il senso di umanità dell'Europa e di molti Stati Membri, che nella migliore delle ipotesi, sembrano disposti ad offrire nel vertice di Tallinn all'Italia e ai paesi africani un aiuto rivolto esclusivamente al controllo delle frontiere, e non alla protezione dei diritti umani.
Gli effetti della chiusura della rotta centrale nel Mediterraneo. Di fronte alla palese violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, desta particolare preoccupazione quindi l'obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori non solo da Italia a Libia ma anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano tracciare un disegno volto alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo, senza però che vengano predisposti meccanismi di ingresso regolari e sicuri verso l'Italia e l'Europa. Il rischio è quindi quello di creare così "nuovi inferni" per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.
Quell'accordo con Al Sarraj. "Uno scenario in cui la vita di centinaia di migliaia di migranti sarebbe ancor più alla mercé delle reti di trafficanti di esseri umani che non operano solo attraverso il Mediterraneo, ma direttamente in Libia e nel continente africano. Facendo aumentare il numero dei morti in mare, che nel 2016 sono stati quasi 6000 e sono 1985 dall'inizio dell'anno" - aggiunge Bacciotti. Uno scenario inaccettabile a cui va ad aggiungersi l'effetto dei primi rimpatri in Libia. 

"L'accordo stipulato dall'Italia con il cosiddetto Governo di Unità Nazionale libico di Al Sarraj qualora riuscisse a diventare pienamente operativo, manterrebbe o riporterebbe le persone indietro, in un paese dove regna il caos, con abusi sistematici dei diritti di chi scappa da guerra e povertà e dove i centri per i migranti sono dei veri e propri lager", continua Bacciotti.
Intanto gli sbarchi dalla Libia aumentano del 13%. "Già nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannava l'Italia per avere effettuato respingimenti collettivi in mare verso la Libia, in forza dell'accordo bilaterale stipulato nel 2008 sotto il regime del colonnello Gheddafi, per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti previsto dall'art. 3 della Cedu - dichiara Germana Graceffo di Borderline Sicilia - Oggi la Corte Penale Internazionale dell'Aja indaga la Libia per crimini contro l'umanità. 

È inaccettabile che il governo italiano con questo tipo di accordi si renda complice in questi crimini, di cui prima o poi sarà tenuta a rispondere". Peraltro, tali accordi oltre a essere preoccupanti sul piano dei diritti umani sono lungi dall'essere efficaci: nonostante l'addestramento della guardia costiera libica da parte della missione Eunavformed e la consegna di motovedette da parte dell'Italia, ad oggi, gli arrivi via mare dalla Libia sono aumentati del 13% rispetto all'anno scorso.
Un milione e 300 mila persone assistite. L'appella all'Italia e all'Europa. Di fronte al contesto di un Paese estremamente fragile in cui - secondo le stime delle Nazioni Unite - 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, Oxfam, Borderline Sicilia e Medu lanciano perciò un appello urgente per un radicale cambio di rotta nella politica europea e italiana nella gestione dei flussi migratori diretto prioritariamente:

- a una immediata revoca dell'accordo tra Italia e Libia;
- a una revisione degli accordi con i paesi di transito (cosiddetti compacts) finalizzata solo a favorire lo sviluppo sostenibile dei paesi poveri e il rispetto dei diritti umani dei migranti, senza mirare al controllo delle frontiere;
- a impedire agli Stati membri di stipulare accordi con i paesi di emigrazione o transito il cui governo e le forze di sicurezza non garantiscano il pieno rispetto dei diritti umani;
- all'attivazione dell'Italia per un intervento di identificazione precoce, assistenza e riabilitazione dei richiedenti asilo vittime di torture, come previsto dalla normativa europea;
- al potenziamento di canali di immigrazione, sicuri e regolari verso l'Europa, facilitando i processi di ricongiungimento familiare e garantendo la possibilità di richiedere asilo nei paesi europei di arrivo;
- a consentire rimpatri dei migranti dagli Stati Ue nei paesi di origine, solo attraverso procedure fondate sul rispetto dei diritti umani, e mai a condizioni che li possano mettere in pericolo.

giovedì 13 agosto 2015

Human rights group expresses grave concern about torture in Lesotho

eNews Channel Africa
Johannesburg – A leading human rights group on Tuesday warned of “grave human rights concerns” – including allegations of widespread torture of detained soldiers – in Lesotho despite the intervention there by the Southern African Development Community (SADC).
The Southern Africa Litigation Centre (Salc) said 
more than 50 soldiers who supported Former 
Lesotho army chief Maaparankoe Mahao had been 
arrested in connection with the coup plot allegations.
Last month SADC leaders appointed an independent commission of inquiry, headed by a Botswana judge, to probe the recent killing of the former Lesotho army chief Maaparankoe Mahao by soldiers, allegations by the government of a mutiny plot in the army and other issues.

Mahao was killed near his home outside the capital Maseru in June, allegedly while resisting arrest in the mutiny plot.

The Southern Africa Litigation Centre (Salc) said more than 50 soldiers who supported Mahao had been arrested in connection with the coup plot allegations.

And it said, after a fact-finding mission to Lesotho this month, that habeas corpus applications brought to the courts by relatives of the detained soldiers indicated that many had been “snatched” or “kidnapped” by heavily-armed, masked men dressed in black “with no clear procedure of arrest, no arrest warrants, and no clarity of charges under which the arrests were effected”.

The habeas corpus applications also alleged “a pattern of abuse and torture”, Salc said. “Once abducted, the soldiers were typically taken to Sedibeng, in an area that is particularly cold and where it often snows in the mountains.

“Here the detainees were forced to walk on ice, sprayed with cold water or thrown into a frozen and dirty stream. Wet and in the cold, they are then tied to a pole and hooded overnight whilst being insulted and asked for information. While tied, some detainees are beaten and gun shots are fired around them.”

mercoledì 29 ottobre 2014

Ethiopia: Ethnic Oromos arrested, tortured and killed by the state in relentless repression of dissent

www.amnesty.org
Thousands of members of Ethiopia’s largest ethnic group, the Oromo, are being ruthlessly targeted by the state based solely on their perceived opposition to the government, said Amnesty International in a new report released today.
“Because I am Oromo” – Sweeping repression in the Oromia region of Ethiopia exposes how Oromos have been regularly subjected to arbitrary arrest, prolonged detention without charge, enforced disappearance, repeated torture and unlawful state killings as part of the government’s incessant attempts to crush dissent.

“The Ethiopian government’s relentless crackdown on real or imagined dissent among the Oromo is sweeping in its scale and often shocking in its brutality,” said Claire Beston, Amnesty International’s Ethiopia researcher.

“This is apparently intended to warn, control or silence all signs of ‘political disobedience’ in the region.”

More than 200 testimonies gathered by Amnesty International reveal how the Ethiopian government’s general hostility to dissent has led to widespread human rights violations in Oromia, where the authorities anticipate a high level of opposition. Any signs of perceived dissent in the region are sought out and suppressed, frequently pre-emptively and often brutally.

At least 5,000 ethnic Oromos have been arrested between 2011 and 2014 based on their actual or suspected peaceful opposition to the government.

These include peaceful protesters, students, members of opposition political parties and people expressing their Oromo cultural heritage.

In addition to these groups, people from all walks of life – farmers, teachers, medical professionals, civil servants, singers, businesspeople, and countless others – are regularly arrested in Oromia based only on the suspicion that they don’t support the government. Many are accused of ‘inciting’ others against the government.

Family members of suspects have also been targeted by association – based only on the suspicion they shared or ‘inherited’ their relative’s views – or are arrested in place of their wanted relative.

Many of those arrested have been detained without charge for months or even years and subjected to repeated torture. Throughout the region, hundreds of people are detained in unofficial detention in military camps. Many are denied access to lawyers and family members.

Dozens of actual or suspected dissenters have been killed.

The majority of those targeted are accused of supporting the Oromo Liberation Front (OLF) - the armed group in the region.

However, the allegation is frequently unproven as many detainees are never charged or tried. Often it is merely a pretext to silence critical voices and justify repression.

“People are arrested for the most tenuous of reasons: organizing a student cultural group, because their father had previously been suspected of supporting the OLF or because they delivered the baby of the wife of a suspected OLF member. Frequently, it’s because they refused to join the ruling party,” said Claire Beston.

In April and May 2014, events in Oromia received some international attention when security forces fired live ammunition during a series of protests and beat hundreds of peaceful protesters and bystanders. Dozens were killed and thousands were arrested.

“These incidents were far from being unprecedented in Oromia – they were merely the latest and bloodiest in a long pattern of suppression. However, much of the time, the situation in Oromia goes unreported,” said Claire Beston.

Torture
Amnesty International’s report documents regular use of torture against actual or suspected Oromo dissenters in police stations, prisons, military camps and in their own homes.
A teacher told how he had been stabbed in the eye with a bayonet during torture in detention because he refused to teach propaganda about the ruling party to his students.

A young girl said she had hot coals poured on her stomach while she was detained in a military camp because her father was suspected of supporting the OLF.

A student was tied in contorted positions and suspended from the wall by one wrist because a business plan he prepared for a university competition was deemed to be underpinned by political motivations.

Former detainees repeatedly told of methods of torture including beatings, electric shocks, mock execution, burning with heated metal or molten plastic and rape, including gang rape.

Although the majority of former detainees interviewed said they never went to court, many alleged they were tortured to extract a confession.

“We interviewed former detainees with missing fingers, ears and teeth, damaged eyes and scars on every part of their body due to beating, burning and stabbing - all of which they said were the result of torture,” said Claire Beston.

Detainees are subject to miserable conditions, including severe overcrowding, underground cells, being made to sleep on the ground and minimal food. Many are never permitted to leave their cells, except for interrogation and, in some cases, aside from once or twice a day to use the toilet. Some said their hands or legs were bound in chains for months at a time.

As Ethiopia heads towards general elections in 2015, it is likely that the government’s efforts to suppress dissent, including through the use of arbitrary arrest and detention and other violations, will continue unabated and may even increase.

“The Ethiopian government must end the shameful targeting of thousands of Oromos based only on their actual or suspected political opinion. It must cease its use of detention without charge, torture and ill-treatment, incommunicado detention, enforced disappearance and unlawful killings to muzzle actual or suspected dissent,” said Claire Beston.

Interviewees repeatedly told Amnesty International that there was no point trying to complain or seek justice in cases of enforced disappearance, torture, possible killings or other violations. Some were arrested when they did ask about a relative’s fate or whereabouts.

Amnesty International believes there is an urgent need for intervention by regional and international human rights bodies to conduct independent investigations into these allegations of human rights violations in Oromia.

sabato 31 maggio 2014

Migrazioni e contrabbando - L’incubo dei migranti nello Yemen HRW fa luce sui campi di detenzione e tortura

L'Indro
Ogni anno, più di diecimila migranti attraversano il territorio dello Yemen per raggiungere l’Arabia Saudita. Human Rights Watch, l’organizzazione internazionale che si propone di difendere i diritti dei popoli nel mondo, ha fatto luce sul traffico illegale da milioni di dollari sviluppatasi intorno alla presenza e al passaggio dei migranti nello Yemen. 

Human Rights Watch, a seguito di attente e scrupolose ricerche effettuate in loco, ha rilasciato la scorsa settimana il suo rapporto shock dal titolo “Torture Camps in Yemen – The abuse of migrants by human traffickers in a climate of imputinity." Il quadro è chiaro nella sua gravità: nello Yemen, le migliaia di migranti africani che partono per cercare fortuna nella ricca Arabia Saudita, sono vittime di organizzazioni criminali che gestiscono un traffico illegale di forza lavoro in un clima di impunità.

Lo Yemen, paese situato lungo la direttiva che unisce il Corno d’Africa ai ricchi emirati del Golfo, accoglie una migrazione definibile come ‘mista’. Un melting-pot di persone che fuggono dall’Africa per i più svariati motivi. 

Non sono soltanto le persecuzioni politiche in Somalia e in Etiopia la ragione che spinge migliaia di uomini e donne a fuggire, ma anche le gravi condizioni socio-economiche legate alle ondate di siccità che disidratano le risorse dei villaggi africani. 

Un altro fattore da tenere in considerazione, è che ormai non tutti coloro che approdano nello Yemen godono dello status di rifugiati. Negli anni passati, i somali che richiedevano il riconoscimento della condizione di rifugiati, venivano accolti nei campi dedicati, gestiti dalle organizzazioni delle Nazioni Unite e messi a disposizione dalle autorità yemenite.

[...]

lunedì 26 maggio 2014

'Disappeared civilians' face ongoing torture in Egyptian military prison's

The Middle East Monitor
Dozens of civilians have been forcibly disappeared and held for months in secret detention at an Egyptian military camp, where they have been subjected to torture and ill-treatment in order to make the
m confess to crimes, according to shocking new evidence gathered by Amnesty International.

Egyptian lawyers and activists have a list of at least 30 civilians who are reportedly being held in secret at Al Azouly prison inside Al Galaa Military Camp in Ismailia, 130km north-east of Cairo. Former detainees there have told Amnesty International that many more - possibly up to 400 - could be held in the three-storey prison block. The detainees have not been charged or referred to prosecutors or courts, and have had no access to their lawyers or families.

Hassiba Hadj-Sahraoui at Amnesty international said, "these are practices associated with the darkest hours of military and Mubarak's rule. Egypt's military cannot run roughshod over detainees' rights like this."

Lawyers and activists have reported that enforced disappearances have been on the rise in Egypt since November 2013. It is expected that the detainees being held in secret will be brought before state security prosecutors after they have "confessed" under torture. In some cases, it appears that individuals have been secretly detained for months, during which time they were tortured to extract "confessions".

"Torture is absolutely prohibited under all circumstances and is a crime under international law. Prosecutors, courts and other Egyptian authorities must never use 'confessions' or statements extracted through torture or other ill-treatment in any proceedings. Imprisonment on such a basis constitutes arbitrary detention," said Hassiba Hadj-Sahraoui.

One prisoner recently released from Al Azouly military prison described their experience, "the military arrested me in January [2014]...and took me on the same day to Al Azouly prison after they beat me in a military camp in my town for four hours. I was held in Al Azouly prison for 76 days without seeing a judge or a prosecutor, I was not even allowed to talk to my family. They put me on the third floor of the prison in solitary confinement. The authorities there interrogated me six times. They took off my clothes and gave me electric shocks all over my body during the investigations, including on my testicles, and beat me with batons and military shoes. They handcuffed me from behind and hung me on a door for 30 minutes.

They always blindfolded me during the investigations. In one interrogation they burned my beard with a lighter. The investigations were held in another building inside the camp...the soldiers call it S1 and S8 buildings [which are military intelligence buildings]. I could not see the investigators because I was blindfolded in all investigations and handcuffed from behind. They wanted to know information about protests and demonstrations, they asked about the active members in the university. They wanted to know who funds protests, who holds weapons and who buys them. They also asked me about my affiliation and whether I belong to the Muslim Brotherhood...

"After 25 days I was transferred to another cell with another 23 prisoners. Most of the persons in this cell were from Sinai. One of the prisoners had burns on his body...he mentioned that they put out cigarettes on his body. We were allowed out of the cell once a day to the bathroom before sunrise, and for five minutes for all the 23 persons in the cell. The food was very poor. I was then released without a prosecutor's order or investigations ...they took me from prison and put me outside gate 2 of the military camp."
Amnesty International have not been able to determine exactly how many people are being held in Al Azouly prison. Released prisoners say that up to 200 people can be detained on each floor, and estimate that there are 200 to 400 prisoners in total. Prisoners said that the torture method used against individual detainees depends on the suspect's profile. Those accused of killing soldiers or police are given electric shocks, hung on doors, burned, and sometimes whipped. The interrogations are held in a building 10 minutes away from the prison. Detainees are blindfolded and driven in a military vehicle to the investigation building before being taken to the first floor. The investigations take place from 3 pm until 10 or 11 pm. Since they were blindfolded, prisoners were not able to know whether the interrogations were being conducted by Military Intelligence or National Security officers.

domenica 19 gennaio 2014

Dal Corno d'Africa al Sinai: migranti schiavizzati e torturati dai trafficanti di uomini e organi

La Repubblica
Negli ultimi anni è cresciuto il numero di eritrei e sudanesi che arriva in al confine tra Israele ed Egitto. Parallelamente, sulla loro rotta, è nata una rete di trafficanti di esseri umani e di organi che li rapisce e tortura per avere un riscatto. Ma dopo numerose battaglie e denunce, le organizzazioni presenti sul territorio hanno convinto l'Egitto a intervenire
ROMA - Torture con scariche elettriche e ustioni, stupri e violenze di ogni genere in attesa che i familiari dei migranti rapiti paghino il riscatto chiesto dai trafficanti di esseri umani. Questa la sorte di molti eritrei e sudanesi che hanno intrapreso un viaggio verso il nord del mondo. In pochi hanno denunciato le atrocità che si consumano al confine tra Egitto e Israele. Tra questi, Hamdy Al-aziz, attivista egiziano, appoggiato da alcune Ong, tra le quali EveryOne group. Grazie alla costante pressione su governi e istituzioni internazionali, qualcosa si sta muovendo e l'esercito egiziano ha deciso di agire.
Le rotte del dolore. Per un migrante, l'Europa e l'Asia diventano via via sempre più inaccessibili. A causa delle leggi restrittive sull'immigrazione, sono nate negli anni altre rotte alternative. Tra le più gettone c'è quella che dal Corno d'Africa attraversa il Sudan e risale il Nilo, fino al confine con Israele. Al 2009, anno del trattato tra Italia e Libia, risalgono le prime prove dell'esistenza di una nuova organizzazione che esercita il traffico di persone tra Egitto, Israele e Sudan. Dopo l'ondata di migranti del 2011, Tel Aviv ha varato laPrevention infiltration law, una legge che condanna ad un minimo di tre anni coloro che entrano illegalmente nel paese. Ma nonostante la drastica diminuzione nel 2012 del numero di ingressi illegali in Israele, non sono diminuiti i casi di rapimenti e di torture nel Sinai.

Rapimenti e riscatti. Il contrabbando di esseri umani e organi è un business ricchissimo. Si calcola che alle famiglie dei migranti-ostaggi siano stati estorti, da 3 anni a questa parte, almeno 600 milioni di dollari. I migranti vengono rapiti durante la traversata e vengono presi in ostaggio in attesa che familiari, amici o altre persone paghino il riscatto. Come se non bastasse, il rapimento e il riscatto possono essere solo una fase della catena senza fine di sfruttamento e di estorsioni. Migliaia di testimonianze rilasciate all'UNHCR e ai governi in Israele, Egitto ed Etiopia rivelano che un destino ancora più atroce spetta a coloro che non hanno soldi o famiglie cui chiederli. Nella maggior parte dei casi, questi vengono uccisi dagli stessi rapitori, che spesso esportano organi da rivendere al mercato nero e abbandonano i corpi nel deserto. Il prezzo del riscatto è variabile. Sembra che dal 2009 a oggi sia decuplicato. Se infatti agli inizi venivano chieste somme pari a 1-2 mila dollari, oggi se ne chiedono fino a 30 mila. Una somma enorme, se si pensa che spesso le famiglie di provenienza vivono in povertà.

La lotta delle Ong e di Hamdy Al-azazy. Le prime voci che hanno denunciato le atrocità nel Sinai sono state quelle di Hamdy Al-azazy, presidente della Ong New Generation Foundation for Human Rights di Arish (Nord del Sinai, Egitto), che da anni si dedica all'assistenza dei profughi nelle carceri e negli ospedali, oltre che alla tutela dei loro diritti. Al suo fianco si sono schierate altre Ong tra cui la EveryOne Group e la Ong Gandhi di Milano, riuscendo a scuotere l'opinione pubblica e le istituzioni dei paesi interessati.

Le istituzioni e il governo egiziano. Grazie al lavoro e alle costanti denunce da parte delle organizzazioni presenti sul campo, l'Onu e la Comunità Europea hanno esercitato una pressione costante sul governo egiziano affinché intervenisse sui trafficanti per porre fine alle violenze contro i migranti nel Sinai. Il Cairo, che in un primo momento aveva negato il problema, è poi passato all'azione. L'esercito ha inferto colpi letali alle organizzazioni criminali, grazie alla segnalazioni dei covi e dei nomi dei trafficanti da parte degli attivisti. Stando alle informazioni raccolte dalla Ong EveryOne, tutti i trafficanti conosciuti sono stati arrestati, sono morti in scontri a fuoco o sono fuggiti nel deserto o nella Striscia di Gaza attraverso i tunnel, ma con un mandato di cattura sulle loro teste.

L'appello di EveryOne Group. EveryOne Group e New Generation Foundation for Human Rights sono in stretto contatto con le autorità egiziane, a cui chiedono ora l'istituzione di un organismo di monitoraggio e prevenzione del traffico di esseri umani nel Sinai, con la supervisione delle Nazioni Unite, per evitare che le bande criminali possano formarsi nuovamente.

giovedì 19 dicembre 2013

Syria: Harrowing torture, summary killings in secret ISIS detention centres

Amnesty International
Torture, flogging, and summary killings are rife in secret prisons run by the Islamic State in Iraq and al-Sham (ISIS), an armed group that controls large areas of northern Syria, said Amnesty International in a briefing published today.

ISIS, which claims to apply strict Shari’a (Islamic law) in areas it controls, has ruthlessly flouted the rights of local people. In the 18-page briefing, entitled Rule of fear: ISIS abuses in detention in northern Syria, Amnesty International identifies seven detention facilities that ISIS uses in al-Raqqa governorate and Aleppo.

“Those abducted and detained by ISIS include children as young as eight who are held together with adults in the same cruel and inhuman conditions,” said Philip Luther, Amnesty International’s Director for the Middle East and North Africa.

Former detainees describe a shocking catalogue of abuses in which they or others were flogged with rubber generator belts or cables, tortured with electric shocks or forced to adopt a painful stress position known as aqrab (scorpion), in which a detainee’s wrists are secured together over one shoulder.

Some of those held by ISIS are suspected of theft or other crimes; others are accused of alleged “crimes” against Islam, such as smoking cigarettes or zina, sex outside marriage. Others were seized for challenging ISIS’s rule or because they belonged to rival armed groups opposed to the Syrian government. ISIS is also suspected of abducting and detaining foreign nationals, including journalists covering the fighting in Syria.

Several children were among detainees who received severe floggings, according to testimonies obtained by Amnesty International. On one occasion, an anguished father had to endure screams of pain as ISIS captors tormented his son in a nearby room. Two detainees related how they witnessed a child of about 14 receive a flogging of more than 90 lashes during interrogation at Sadd al-Ba’ath, an ISIS prison in al-Raqqa governorate. Another child of about 14 who ISIS accused of stealing a motorbike was repeatedly flogged over several days.

“Flogging anyone, let alone children, is cruel and inhuman, and a gross abuse of human rights,” said Philip Luther. “ISIS should cease its use of flogging and other cruel punishments.”

Amnesty International is calling on ISIS to end its appalling treatment of detainees and for the group’s leaders to instruct their forces to respect human rights and abide by international humanitarian law.

Several former detainees told the organization that they were seized by masked gunmen who took them to undisclosed locations, where they were held for periods of up to 55 days. Some never learnt where they were but Amnesty International has identified ISIS prisons at seven locations: Mabna al-Mohafaza, Idarat al-Markabat and al-Mer’ab, all in al-Raqqa city; Sadd al Ba’ath and al-‘Akershi oil facility, both elsewhere in al-Raqqa governorate; and Mashfa al-Atfal and Maqar Ahmed Qaddour in Aleppo.

The Sadd al-Ba’ath prison is beside a dam on the Euphrates River at al-Mansura, where the local Shari’a court judge, who invariably appeared wearing an explosives belt, has instituted a reign of terror over its detainees.

Former detainees accuse him of presiding over grotesquely unfair “trials” lasting no more than a few minutes as other detainees look on, and handing down death penalties which are subsequently carried out. At his direction, detainees have been mercilessly flogged; on at least one occasion, he is said to have personally joined in the flogging.

At al-‘Akershi oil facility, which ISIS also appears to use as a military training ground, detainees were subjected to the aqrab as a means of torture, according to the testimonies of two men who were held there in recent months. One spent 40 days in solitary confinement, for part of which he was chained up in a tiny room full of electrical equipment with fuel on the floor.

“After years in which they were prey to the brutality of the al-Assad regime, the people of al-Raqqa and Aleppo are now suffering under a new form of tyranny imposed on them by ISIS, in which arbitrary detention, torture and executions have become the order of the day,” said Philip Luther.

Amnesty International is calling on the international community to take concrete steps to block the flow of arms and other support to ISIS and other armed groups implicated in committing war crimes and other serious human rights abuses.

“The Turkish government, in particular, should prevent its territory being used by ISIS to bring in arms and recruits to Syria,” said Philip Luther.

“As well, Gulf states that have voiced support for the armed groups fighting against the Syrian government should take action to prevent arms flows, equipment or other support reaching ISIS in view of its appalling human rights record.”

Amnesty International also renews its call to the Syrian government to allow unfettered access to Syria by the independent international Commission of Inquiry and by international humanitarian and human rights organizations, and to end its violations of human rights and international law, including the use of torture in its own detention centres.