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venerdì 23 luglio 2021

Riflettori spenti sul Myanmar - A cinque mesi dal golpe si muore per la repressione e per il Covid. 5281 persone in arresto e migliaia di morti

Il Manifesto
A cinque mesi e mezzo dal golpe. Contagi e cimiteri fuori controllo, le previsioni sono catastrofiche. E la giunta militare uccide ancora


«La mattina del 16 luglio, Tin Ohn del villaggio di Ayekayit, regione di Magwe, è stato colpito da più di 15 colpi di arma da fuoco dalla giunta terroristica che non cercava suo figlio Yan Myo Aung, parlamentare. È morto mentre lavorava in un campo di sesamo». È uno dei tanti resoconti che sabato Assistance Association for Political Prisoners ha scritto nel briefing online quotidiano sulla situazione in Myanmar: ieri 914 morti e 5.281 ancora in stato di arresto.

A 5 mesi e mezzo dal golpe del 1 febbraio, anche se i riflettori della cronaca si sono spostati altrove, in Myanmar si continua a morire. «E i prezzi al mercato sono schizzati in alto», ci dice una madre di due figli che ha anche la nonna a carico e vive nella regione centrale del Paese: «Non so come sfamarli». Ma oltre alla fame e alla violenza quotidiana c’è il Covid-19, una nebulosa che poggia su dati inattendibili e che guadagna terreno.

Secondo la stampa locale, i cimiteri di Yangon hanno avuto una delle settimane più impegnative, cremando oltre 700 corpi solo giovedì e altre centinaia i giorni precedenti. Da allora, circa 1.000 persone sarebbero morte in città e i cimiteri non sarebbero più in grado di gestire il volume di corpi che arrivano. Stando a Mary Callahan, docente all’americana Henry Jackson School of International Studies che ha lavorato in Myanmar per 30 anni, «una stima fornita dagli esperti in Myanmar prevede – ha scritto ieri su AsiaTimes – che il 50% dei 55 milioni di abitanti sarà infettato entro tre settimane dalla variante Alpha o Delta», con una previsione che potrebbe vedere la popolazione «decimata di almeno 10-15 milioni quando il Covid sarà finito».

Se in Myanmar intanto resta accesa la fiamma della protesta, la diaspora ha acceso ieri la sua in decine di città del pianeta (in Italia, a Venezia) per chiedere che venga riconosciuto il governo clandestino di Aung San Suu Kyi. La mossa politica che nessuno vuole fare ma che forse potrebbe cambiare le carte in tavola. 
(a.d.p./e.g.)

giovedì 10 giugno 2021

Myanmar sull'orlo della guerra civile, 100.000 sfollati vicino al confine con la Thailandia. L'ONU chiede misure per proteggere i civili

sicurezzainternazionale.luiss.it
Le Nazioni Unite hanno affermato, l’8 giugno, che circa 100.000 persone che vivevano nello Stato birmano di Kayah, situato al confine tra Myanmar e Thailandia, hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa dei combattimenti tra l’Esercito e le forze del governo di unità nazionale (GUN), nato il 16 aprile scorso per opporsi alla giunta militare.

Sfollati del Myanmar al confine con la Thailandia

Lo Stato di Kayah è stato teatro di scontri tra l’Esercito, che ha preso il potere nel Paese il primo febbraio scorso, e la Forza di difesa del popolo, il braccio armato del GNU. L’Esercito ha risposto agli attacchi delle Forze di difesa del popolo con armi pesanti e attacchi aerei, spingendo la popolazione locale ad abbandonare l’area. La Thailandia, che teme un esodo verso i propri confini, ha espresso preoccupazione per tali avvenimenti e ha esortato i militari ad adottare le misure concordate con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ASEAN, il 24 aprile scorso.

Le Nazioni Unite in Myanmar hanno affermato che la crisi in Myanmar potrebbe spingere gli abitanti del Paese a oltrepassare i confini internazionali in cerca di sicurezza come già successo in altre aree del Paese. L’Onu ha quindi chiesto alle parti coinvolte di adottare le misure necessarie a proteggere i civili e le infrastrutture non militari e di consentire l’accesso di aiuti per gli sfollati.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo.

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

A livello internazionale, l’ASEAN, di cui fa parte anche il Myanmar, aveva elaborato una proposta in cinque punti per risolvere la crisi in corso nel Paese ma il generale Min Aung Hlaing aveva affermato che l’attuazione di tale piano dovesse avvenire una volta che la situazione in Myanmar fosse stata stabile.

Prima dell’8 giugno, l’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Chrisrine Schraner Burgener, aveva affermato che nel Paese asiatico potrebbe iniziare una guerra civile e ha esortato l’ASEAN ad agire, il 24 maggio. Al 21 aprile, invece, l’Onu aveva stimato che gli sfollati nel Paese fossero circa 250.000.

domenica 16 maggio 2021

Myanmar. Giornalista Min Nyo, condannato a tre anni per aver denunciato il colpo di stato

Corriere della Sera
Arrestato il 3 marzo, Min Nyo, giornalista di "Voce democratica della Birmania", storico organo d'informazione indipendente del paese del sud-est asiatico, è stato condannato a tre anni di carcere ai sensi dell'articolo 505 del codice penale, che punisce chi "pubblica o diffonde dichiarazioni, dicerie o rapporti con l'intento di spingere, o che potrebbe spingere ad ammutinarsi o a venir meno al loro dovere appartenenti alle forze armate, all'aeronautica o alla marina".
 Min Nyo, giornalista di "Voce democratica della Birmania"

Dal colpo di stato del 1° febbraio, numerosi giornalisti sono stati arrestati, minacciati o raggiunti da colpi d'arma da fuoco mentre seguivano le proteste. 

"Voce democratica della Birmania", che era nata in esilio, è tornata di nuovo a fare informazione dall'estero dopo che i militari golpisti le hanno ritirato - così come accaduto ad altri organi d'informazione - la licenza. Proprio dall'esilio, nel frattempo, rischiano di tornare in Myanmar tre giornalisti della "Voce", arrestati in Tailandia il 9 maggio.

Riccardo Noury

sabato 20 marzo 2021

Myanmar: centinaia di rifugiati si riversano in Thailandia in fuga dal colpo di stato. Morte 217 persone nelle manifestazioni

Sicurezza Internazionale
Centinaia di persone avrebbero lasciato il Myanmar dal colpo di Stato del primo febbraio scorso per dirigersi in Thailandia, nell’area di confine tra i due Paesi controllata da milizie locali.


La notizia è stata diffusa dall’incaricato per gli affari esteri di uno tra i gruppi armati, Karen National Union (KNU), Padoh Saw Taw Nee, il 18 marzo. 

L’uomo ha dichiarato a The Straits Times che nel territorio controllato dalla KNU vi sarebbero quasi 1.000 persone fuggite dal Myanmar. Tra essi, alcuni sarebbero leader degli scioperi avvenuti nel Paese, altri farebbero parte del movimento di disobbedienza civile, altri ancora sarebbero ex-impiegati statali, legislatori e membri delle forze dell’ordine e dell’esercito. Secondo il membro di KNU, in altre aree controllate da altri gruppi poi vi sarebbero ancora altri rifugiati.

Al confine tra Myanmar e Thailandia vi sono più di venti gruppi armati indigeni, alcuni dei quali hanno condannato il colpo di stato dell’Esercito. Da tale evento KNU ha affermato che i negoziati per un cessate il fuoco con il governo birmano sono stati interrotti.

Intanto, le autorità thailandesi hanno disposto aree in grado di accogliere fino a 43.000 rifugiati . L’Esercito thailandese ha incrementato i controlli al confine.

In Myanmar, intanto, dallo scorso 6 febbraio, in tutto il Paese, sono ancora in corso proteste contro la giunta militare al potere che sono spesso sfociate in violenza, con la polizia che ha sparato sui manifestanti. 

Ad oggi, sarebbero state 217 le persone che hanno perso la vita in tale contesto, secondo dati rilasciati dall’organizzazione Assistance Association for Political Prisoners. Ciò nonostante i manifestanti stanno continuando a portare avanti il movimento. A detta della giunta militare al potere, le autorità starebbero evitando quanto possibile di reprimere con la forza quelle che definisce “rivolte” che danneggiano la sicurezza e la stabilità nazionali.

martedì 16 marzo 2021

Birmania: Onu, almeno 149 uccisi da 1 febbraio, ma sono segnalati molti più morti

ANSA
E' salito ad almeno 149 morti il macabro bilancio delle persone uccise in Birmania (Myanmar) dall'inizio delle proteste pacifiche contro il colpo di stato del primo febbraio. Lo ha denunciato oggi a Ginevra l'Alto commissariato Onu per i diritti umani, precisando che si tratta di un dato prudente.


"Ci sono molte altre segnalazioni di ulteriori uccisioni che non siamo stati ancora in grado di confermare", ha detto la portavoce Ravina Shamdasani.

martedì 14 aprile 2020

Il Myanmar di Aung San Suu Kyi mette in carcere per reati di opinione e blocco internet anche per avere informazioni vitali per combattere il Covid-19

Corriere della Sera
In un nuovo rapporto sulla violazione dei diritti umani in Myanmar, Amnesty International ha ancora una volta sollecitato le autorità militari e civili - Aung San Suu Kyi in primo luogo - dello stato asiatico a rilasciare tutte le persone condannate al carcere solo per aver espresso le loro opinioni. 


L'elenco è lungo: poeti, studenti, attivisti politici, ambientalisti, giornalisti, sindacalisti e monaci buddisti. Secondo il gruppo della società civile Athan, solo nel 2019 331 persone sono state processate per reati di opinione.

La storia più emblematica riguarda la "Generazione del pavone", una compagnia di giovani artisti che gira il paese mettendo in scena spettacoli di "thangyat", una forma d'arte popolare che unisce poesia, commedia, satira e musica. L'anno scorso, durante gli spettacoli, alcuni attori della compagna sono comparsi in scena vestiti da militari criticando le forze armate dello stato. Sono subito scattati gli arresti. Sei attori sono stati condannati, chi a due e chi a tre anni di carcere.

Rischia di fare la stessa fine l'ambientalista Saw Tha Phoe , che mentre scrivo si nasconde da qualche parte del paese per evitare l'arresto. Contro di lui è stato emesso un mandato di cattura per "istigazione", dopo che aveva aiutato gli abitanti di una zona dello stato di Kayin a denunciare l'impatto sociale e ambientale di un cementificio entrato in produzione. Nella stessa situazione si trova Aung Marm Oo, direttore del Development Media Group. La sua "colpa" è di aver raccontato, attraverso la sua agenzia di stampa, i crimini di guerra commessi nello stato di Rakhine a partire dall'agosto 2017. Accusato di aver violato la Legge sulle associazioni illegali, è stato condannato a cinque anni in contumacia. Si nasconde da oltre 10 mesi.

La repressione è proseguita anche quest'anno. A febbraio altri tre attori della "Generazione del pavone" sono stati condannati a sei mesi di carcere. A marzo, cinque studenti sono stati arrestati per aver protestato contro il blocco di Internet imposto dalle autorità negli stati di Rakhine e Chin. Il blocco rimane tuttora in vigore, negando tra l'altro alle persone di ricevere o procurarsi informazioni fondamentali per difendersi dalla pandemia da Covid-19.

di Riccardo Noury

domenica 29 dicembre 2019

Myanmar, Onu condanna abusi diritti umani ai danni dei Rohingya: arresti arbitrari, torture, violenze

Adnkronos
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione di condanna per abusi dei diritti umani - arresti arbitrari, torture, violenze - ai danni dei Rohingya e di altre minoranze in Myanmar. 
Come riporta la Bbc, la risoluzione è stata adottata con 134 voti a favore su 193 Paesi rappresentati, nove contrari e 28 astenuti. Al governo del Myanmar si chiedono misure urgenti per contrastare qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze.

Nel 2017 migliaia di persone della minoranza musulmana dei Rohingya sono morte e più di 700mila sono fuggite nel vicino Bangladesh per sfuggire alla violenta operazione di sgombero nello Stato di Rakhine per mano dell'esercito del Myanmar. 

L'ambasciatore all'Onu del Myanmar, Hau Do Suan, ha definito la risoluzione "un altro classico esempio di doppio standard e applicazione selettiva e discriminatoria delle norme sui diritti umani".

sabato 31 agosto 2019

Rifugiati Rohingya: 61 Ong lanciano un appello sul peggioramento della crisi in Myanmar

Vita
In un appello congiunto, 61 Ong che operano in Bangladesh e in Birmania segnalano che, in caso i Rohingya fossero rimpatriati forzatamente in Myanmar, le loro condizioni non sarebbero sicure. Le Ong chiedono che i rifugiati possano decidere liberamente del loro futuro. Il racconto di Danish Refugee Council (Drc), la più grande organizzazione internazionale non governativa in Danimarca



Cox’s Bazar, Bangladesh, 21 agosto 2019. Circa 1 milione di Rohingya stanno ancora aspettando giustizia e di potere decidere del loro futuro, due anni dopo essere scappati dalle loro case a causa delle atrocità di massa perpetrate in Birmania, e stanno lottando per avere sicurezza e dignità in Bangladesh come rifugiati. In un appello congiunto, 61 Ong a livello locale, nazionale e internazionale, che operano nei due Paesi, hanno chiesto che siano riconosciuti diritti umani per tutti nello Stato Rakhine, in Birmania, e hanno chiesto che i rifugiati Rohingya abbiano un ruolo nel prendere decisioni che riguardano le loro vite, comprese le condizioni per il loro ritorno in Birmania, spiega il Danish Refugee Council.

Le Ong hanno espresso molta preoccupazione per la sicurezza di tutte le famiglie colpite dall’emergenza nello Stato Rakhine, inclusi i Rohingya, dal momento che il conflitto si intensifica e l’intervento umanitario rimane limitato. Hanno insistito che i governi del Bangladesh e della Birmania assicurino che ogni processo di rimpatrio sia sicuro, volontario e dignitoso, dal momento che la notizia di un possibile rimpatrio accelerato di 3.450 rifugiati ha iniziato a circolare questa settimana.

Negli ultimi due anni, le ong hanno aiutato il governo del Bangladesh e le agenzie Onu a fornire un supporto che ha consentito la sopravvivenza delle persone all’interno del più grande campo profughi del mondo. I loro sforzi collettivi hanno permesso di rendere più stabili le condizioni nei campi, e hanno aiutato a impedire epidemie di malattie. Ma i rifugiati hanno bisogno di dignità- non solo di sopravvivenza. Le agenzie hanno chiesto alla comunità internazionale di aumentare i finanziamenti per la risposta umanitaria in Bangladesh e Birmania per migliorare la vita dei rifugiati e delle comunità ospitanti, così come le vite degli rifugiati all’interno del Paese.

«I rifugiati Rohingya in Bangladesh vivono in un ambiente sicuramente non protetto, né sostenibile, ed è fondamentale che vengano consultati in tutte le decisioni che li riguardano- inclusi i rimpatri. E che non ritornino prematuramente a una situazione dove i loro diritti e la loro sicurezza non possano essere garantiti», afferma Mikkel Trolle, direttore regionale delDanish Refugee Council: «Attraverso il nostro lavoro nei campi profughi e nelle comunità ospitanti a Cox’s Bazar, abbiamo riscontrato come gli sforzi congiunti del governo del Bangladesh, delle agenzie Onu e delle Ong abbiano salvato delle vite, ma ora è tempo di assicurare che queste persone vivano una vita dignitosa e che siano autosufficienti. Soluzioni di medio e lungo termine sono necessarie urgentemente per proteggere i rifugiati e le comunità ospitanti. Educazione, skills building e mezzi di sussistenza sono essenziali per qualunque soluzione durevole di successo, incluso il reinserimento».

Alcuni dati:
- In Myanmar circa 128.000 rifugiati Rohingya e altre comunità musulmane sono stati confinati nello Stato Rakhine dal 2012, senza possibilità di tornare a casa
- In Bangladesh i bambini rifugiati hanno bisogno di accedere a servizi educativi più efficaci. Sono più di 25.000 i bambini che non vanno a scuola. Inoltre il 97 per cento degli adolescenti di età tra i 15 e i 18 anni non frequenta nessuna struttura educativa
- In Bangladesh la percentuale di famiglie delle comunità ospitanti che viveva con meno di 60 dollari al mese ha avuto un picco dal 10 al 22 per cento in seguito all’afflusso di migranti nel mese di agosto 2017.

martedì 18 giugno 2019

Onu minaccia di lasciare il Myanmar dove ci sono 500 mila sfollati interni rohingya. "Non saremo complici dell'Apartheid contro i rohingya

Globalist
Nonostante l'esodo verso il Bangladesh, attualmente si stima che siano circa mezzo milione i rohingya rimasti in Myanmay.


Ancora razzismo e discriminazione: la missione delle Nazioni Unite in Myanmar ha avvertito che potrebbe ritirare il sostegno allo Stato del Rakhine per evitare di rendersi complice di "politiche di apartheid" nei confronti dei musulmani di etnia rohingya.

La notizia è pubblicata in esclusiva dal quotidiano britannico 'The Guardian', che riporta il contenuto di una lettera attribuita a Knut Otsby, coordinatore locale della missione umanitaria dell'Onu. 

Nel messaggio, Otsby avrebbe prospettato al governo birmano il ritiro di ogni tipo di supporto ai campi di sfollati interni, a eccezione delle operazioni di "assistenza salvavita".
Al quotidiano britannico un portavoce dell'Onu avrebbe confermato l'invio di una lettera, datata 7 giugno, da parte del team umanitario alle autorità birmane, senza tuttavia specificare quale fosse il suo contenuto.

"Voglio ribadire l'impegno delle Nazioni Unite nell'attuazione di soluzioni durature per gli sfollati interni nel Rakhine centrale, in collaborazione con il governo del Myanmar e in accordo con i principi internazionali" ha scritto stamane Otsby su un social network. 

Se confermato, il gesto rappresenterebbe il primo tentativo da parte delle Nazioni Unite di adottare una politica più decisa sulla chiusura dei campi. Attualmente si stima che siano circa mezzo milione i rohingya rimasti in Myanmar. Circa 800mila hanno scelto di rifugiarsi nel vicino Bangladesh, in seguito alle violente operazioni delle forze di sicurezza birmane nell'ottobre 2016 e nell'agosto 2017.

giovedì 2 maggio 2019

Il Bangladesh non vuole più accogliere altri profughi Rohingya dal Myanmar, e fa pressione per il rimpatrio dei 740 mila che sono nei campi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Bangladesh ha comunicato al Consiglio di sicurezza dell'ONU che smetterà di accettare altri musulmani Rohingya che fuggono dal Myanmar.



Il segretario agli Esteri Shahidul Haque ha accusato il Myanmar di "promesse vuote" durante i negoziati sui ritorni.
Più di 740.000 Rohingya sono nei campi in Bangladesh dopo essere stati cacciati dallo stato di Rakhine in Myanmar durante le repressioni militari nel 2016 e 2017.


L'ONU descrive la crisi come una pulizia etnica. Il Myanmar nega di perseguitare i Rohingya, una minoranza senza stato.

Il Myanmar aveva concordato di accettare 1.500 Rohingya ogni settimana, ha detto il Bangladesh, aggiungendo che intendeva restituirli tutti in Myanmar entro due anni.

Parlando alla riunione di giovedì del Consiglio di sicurezza dell'ONU, il sig. Haque ha dichiarato che il suo paese non è vuole accettare altri rifugiati.

"Nessun singolo Rohingya si è offerto volontario per tornare a Rakhine a causa dell'assenza di un ambiente favorevole", ha detto.

"Il Bangladesh sta pagando il prezzo per essere reattivo e responsabile nel mostrare empatia nei confronti di una minoranza perseguitata di un paese vicino?"

L'ambasciatore del Myanmar all'ONU, Hau Do Suan, ha fatto appello alla pazienza, parlando di "enormi barriere fisiche e psicologiche" nel rimpatrio dei Rohingya.


ES

Fonte: BBC News

domenica 9 dicembre 2018

Montas Begum - Il volto del dolore dei Rohingya: bruciata e torturata mentre l'esercito uccideva i suoi figli. Testimone di un genocidio contemporaneo

Globalist
Montas Bergum è l'ennesima testimonianza delle atrocità commesse dall'esercito del Myanmar verso la comunità Rohingya.


Questa donna è Montas Begum, ed è una Rohingya. Suo marito e i suoi tre figli sono stati uccisi quando le truppe del Myanmar hanno raso al suolo il suo villaggio, Tula Tuli. Quanto a lei, i soldati l'hanno picchiata e le hanno bruciato la faccia, prima di mutilare la figlia con il machete.

Montas è fuggita al campo rifugiati di Balukhali, dove si trova tutt'ora. Ha assistito alle peggiori atrocità perpetrare dal governo del Myanmar contro i Rohingya. 

L'esercito ha ucciso migliaia di persone e 700mila sono stati invece costrette a fuggire. Dalle poche informazioni che sono uscite dal paese, sappiamo di tombe comuni con ammassati centinaia di corpi e che la quasi totalità delle donne e delle ragazze Rohingya sopravvissute sono state stuprate da membri dell'esercito.

sabato 10 novembre 2018

Vi ricordate dei Rohingya? Il Bangladesh ne vuole rimpatriare 700mila. Appello di 42 ong: è molto pericoloso!

Corriere della Sera
Ben 42 organizzazioni non governative e associazioni umanitarie impegnate sul campo, tra cui Oxfam e Save the Children,hanno lanciato un appello alle autorità di Bangladesh e Myanmar, affinché l’eventuale rimpatrio dei profughi rohingya avvenga nel pieno rispetto dei loro diritti e con garanzie di sicurezza nelle regioni birmane in cui torneranno.



Il 30 ottobre i governi di Dakha e Naypyidaw hanno siglato un accordo lungamente negoziato, per avviare da metà novembre il rimpatrio in Myanmar degli oltre 700mila profughi di etnia rohingya residenti sul territorio bengalese. I difensori dei diritti umani denunciano che, a fronte di questa intesa, non siano state implementate misure per ripristinare la sicurezza nelle regioni da cui sono fuggite queste persone.

A innescare l’esodo, l’ondata di attacchi da parte dell’esercito birmano a fine agosto 2017 nello Stato di Rakhine, a maggioranza rohingya. Le Nazioni Unite hanno fatto richiesta più volte alle autorita’ birmane di avviare un’inchiesta per individuare i responsabili delle stragi, ma a oggi nulla è stato fatto. Inoltre, secondo le ong, ai profughi non sarebbe stata data nessuna garanzia di ottenere aiuti per reinserirsi in aree distrutte dagli attacchi, libertà di movimento e soprattutto la cittadinanza. 

Il fatto di non avere regolari documenti, in quanto storicamente considerati «profughi dal Bangladesh», fa sì che da decenni i rohingya in Myanmar non godano di alcun tipo di diritto, tra cui accesso a sanità e istruzione.

Infine, secondo le testimonianze raccolte dagli operatori umanitari e rilanciate dalle testate internazionali, i rifugiati in Bangladesh si dicono “terrorizzati” all’idea di tornare in patria, dopo essere fuggiti da violenze tra cui stupri, torture e uccisioni indiscriminate da parte dei militari, nonché dalla distruzione dei propri villaggi.

Monica Ricci Sargentini

lunedì 3 settembre 2018

Myanmar, condannati a 7 anni due giornalisti della Reuters. Indagarono sulle stragi dei Rohingya

La Stampa
I due sono accusati di aver ottenuto documenti relativi alle operazioni delle forze di sicurezza birmane nello stato di Rakhine.


Due giornalisti della Reuters, arrestati a settembre con l’accusa di aver violato la legge sul segreto di Stato, sono stati condannati a 7 anni di carcere ciascuno in un processo che ha suscitato l’indignazione globale ed è stato ritenuto un attacco alla libertà di stampa.

Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28enne, entrambi cittadini del Myanmar, lavoravano a un’inchiesta per denunciare l’uccisione extragiudiziale per mano dell’esercito di dieci musulmani Rohingya in un villaggio del Rakhine nel settembre scorso. 

I due giornalisti, detenuti nella prigione Insein di Yangon, hanno sempre respinto le accuse sostenendo di essere stati invitati a cena dalla polizia che ha consegnato loro il materiale riservato e di essere stati arrestati mentre lasciavano il ristorante con quel materiale. 

Il giudice Ye Lwin non ha però preso in considerazione la loro difesa. «Credo nella democrazia e nella libertà di stampa, non ho fatto nulla di male», ha detto Wa Lone in aula rivolto ai suoi sostenitori. La sentenza, ha affermato Khin Maung Zaw, difensore dei due giornalisti, «fa male alla libertà di stampa, fa male alla democrazia, fa male a Myanmar».

Sabato scorso un centinaio di giornalisti avevano marciato a Yangon a sostegno dei loro colleghi per chiederne l’immediato rilascio. L’Onu, dopo la condanna, ha chiesto la scarcerazione dei due reporter.

La scorsa settimana, gli investigatori dell’Onu hanno reso pubblico un rapporto nel quale i militari di Myanmar sono accusati di genocidio nello stato di Rakhine, dal quale 700mila appartenenti alla minoranza Rohingya sono stati costretti a fuggire a causa della repressione iniziata lo scorso anno.

martedì 28 agosto 2018

Myanmar. L’Onu chiede di incriminare i generali birmani per il genocidio dei Rohingya

La Repubblica
Il rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite i leader dell’esercito sono responsabili delle stragi e per questo andrebbero processati. 


Un rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite mette alla gogna i generali birmani e chiede alla comunità internazionale di incriminare i leader dell’esercito per genocidio del popolo Rohingya, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. 

Un’accusa formulata oggi dal consiglio Onu per i diritti umani dopo l’inchiesta disposta nel marzo 2017 proprio per indagare sulle stragi perpetrate contro la minoranza musulmana. 

Il principale responsabile, indica il rapporto, è il comandante in capo dell’esercito birmano Min Aung Hlaing insieme a cinque alti ufficiali: colpevoli di aver ordito l’offensiva in Myanmar che l’anno scorso prese di mira le comunità Rohingya uccidendo almeno 10 mila persone nelle stragi commesse negli stati di Rakhine, Kachin e Shan. 

“I principali generali birmani, tra cui il comandante in capo Min Aung Hlaing, devono essere indagati e perseguiti per genocidio, come pure per crimini contro l’umanità e crimini di guerra negli Stati di Rakhine, Kachin e Shan”, si legge nel rapporto della Missione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, istituito proprio per accertare i fatti accaduti in Myanmar l’anno scorso. Iniziati esattamente un anno fa, il 25 agosto 2017, dopo alcuni attacchi contro la polizia birmana causando le rappresaglie iniziate con la sanguinosa repressione nello Stato di Rakhine. 

Da allora migliaia di profughi sono scappati in Bangladesh a piedi o su imbarcazioni di fortuna. Molti hanno raccontato storie raccapriccianti di torture, violenze sessuali, villaggi incendiati. 

Le autorità birmane hanno sempre sostenuto che l’esercito ha colpito solo gli insorti e hanno fatto anche un accordo con il Bangladesh per rimpatriare i profughi: ma pochi si sono fidati tornando indietro dicendo che non lo faranno finché la loro sicurezza non sarà garantita. 

Eventi che hanno portato a dure critiche del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che non ha condannato con abbastanza forza le violenze contro la minoranza musulmana

giovedì 12 luglio 2018

Myanmar. Incriminati due giornalisti Wa Lone e Kyaw Soe Oo. Indagavano sui crimini contro i rohingya

Corriere della Sera
Era difficile immaginare che sarebbe andata diversamente. Ieri, in una giornata nerissima per la libertà di stampa, due giornalisti birmani dell'agenzia Reuters sono stati formalmente incriminati per violazione della legge sui segreti di stato. 
Ora rischiano fino a 14 anni di carcere. 

Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno fatto ciò che ogni giornalista investigativo coraggioso dovrebbe fare: dopo lo scoppio della crisi nello stato di Rakhine, che ha causato la fuga di oltre 700.000 civili rohingya in un crescendo di violenze e brutalità da più parti definiti crimini contro l'umanità, hanno cercato di raccontare la verità. 

Per questo, il 12 dicembre dello scorso anno sono stati arrestati nell'ex capitale Yangon, con ogni probabilità attirati in una trappola dalle forze di sicurezza di Myanmar. 

Da allora Amnesty International chiede la loro immediata e incondizionata scarcerazione. L'incriminazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, gravissima di per sé, rappresenta anche un segnale nei confronti dei loro colleghi: non occupatevi di cose che non vi riguardano.

Riccardo Noury

mercoledì 28 marzo 2018

Due reporter birmani della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, in carcere per aver svelato la verità sul massacro dei Rohingya

estwest
Da oltre 100 giorni due reporter birmani della Reuters sono in carcere per aver svelato il ruolo dell’esercito in una strage di civili. È l'unico documento giornalistico che prova il coinvolgimento dei militari di Myanmar nei massacri. Gli autori rischiano 14 anni di galera.

Da più di 100 giorni due giornalisti birmani dell’agenzia Reuters, Wa Lone (31 anni) e Kyaw Soe Oo (28 anni), sono detenuti dalle autorità birmane con l’accusa di possedere «documenti segreti molto importanti riguardo lo Stato Rakhine e le forze di sicurezza». Secondo la legge vigente in Myanmar, ereditata dal periodo coloniale britannico, il due rischiano fino a 14 anni di carcere.

Ma le circostanze del loro arresto e le indagini che i due giornalisti stavano conducendo da mesi indicano che la colpa di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, agli occhi delle autorità birmane, è stata quella di svelare le responsabilità dell’esercito regolare in un massacro di civili Rohingya avvenuto lo scorso mese di settembre.

La ricostruzione dell’esecuzione di massa, pubblicata da Reuters dopo l’arresto e con il consenso dei due autori, è basata sulle testimonianze di concittadini e parenti delle vittime, compresi funzionari degli apparati di sicurezza del Myanmar, raccolte da Wa Lone e Kyaw Soe Oo.

Lo scorso due settembre, si legge su Al Jazeera, i militari birmani hanno raggiunto il villaggio di Inn Din, nello Stato Rakhine, dividendo gli abitanti tra comunità buddista e comunità musulmana. Tra i musulmani, vengono presi da parte dieci uomini Rohingya in un’età compresa tra i 17 e i 45 anni, «studenti, pescatori, allevatori e negozianti».

Abdu Shakur, padre di una delle vittime, ha dichiarato a Reuters: «Mentre li portavano via ci dicevano: non preoccupatevi. Presto vi ridaremo i vostri figli, li stiamo solo portando a un appuntamento».

Invece, riporta Bbc riprendendo l’indagine di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i militari ordinano ad alcuni abitanti di fede buddista di iniziare a scavare una fossa e i dieci Rohingya vengono ammazzati a sangue freddo uno dopo l’altro: due da compagni di villaggio buddisti, obbligati dalle forze di sicurezza, il resto dagli stessi militari.

Le foto raccolte dai due reporter di Reuters e pubblicate in calce agli articoli indicati sopra, mostrano prima i dieci uomini inginocchiati, circondati da altri uomini armati; poi, nella fossa comune, i loro dieci corpi riversi in una pozza di sangue.

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martedì 13 marzo 2018

Myanmar - Dopo la pulizia etnica i militari si prendono le terre dei Rohingya

Corriere della Sera
"Nello stato di Rakhine è in corso un'appropriazione delle terre da parte dell'esercito di Myanmar su vasta scala e la costruzione di nuove basi destinate a ospitare quelle stesse forze di sicurezza che hanno commesso crimini contro l'umanità contro i Rohingya". 

Questa la denuncia contenuta in un rapporto diffuso ieri da Amnesty International: da gennaio la militarizzazione delle terre una volta appartenenti ai Rohingya va avanti a ritmo incalzante, a colpi di bulldozer: si radono al suolo i resti dei villaggi dati alle fiamme ad agosto e a settembre, si elimina anche la vegetazione circostante e si costruiscono strade e infrastrutture a uso militare. L'analisi delle immagini satellitari effettuata da Amnesty International mostra come da gennaio nello stato di Rakhine siano state costruite almeno tre nuove basi: due nel distretto di Maungdaw e una in quello di Buthidaung.

In questo modo, il tanto annunciato ritorno volontario e in condizioni di sicurezza e dignità dei 670.000 Rohingya rifugiatisi in Bangladesh diventa una prospettiva ancora più lontana. Le autorità di Myanmar stanno creando le condizioni perché non tornino più, che era l'obiettivo finale della campagna di pulizia etnica avviata la scorsa estate. Non solo bulldozer, non solo militarizzazione. 

Nello stato di Rakhine è in corso anche una campagna di "sostituzione etnica", per riprendere un'espressione tanto e impropriamente usata in Italia: sui terreni agricoli dove sorgevano i villaggi Rohingya dati alle fiamme, sono stati edificati nuovi villaggi in cui vivono ora popolazioni di altri gruppi etnici. Per blandire la comunità e i paesi donatori, che dovrebbero decidere una volta per tutte se è accettabile assistere un sistema basato sull'apartheid, le autorità di Myanmar fanno però vedere di essere disponibili a collaborare a un ritorno ancora del tutto possibile.

Tuttavia, dalle immagini dal satellite si vede come i nuovi centri di accoglienza - destinati ad "accogliere" i Rohingya di ritorno dal Bangladesh - siano circondati da recinzioni e situati nei pressi di zone pesantemente militarizzate. Nella parte più alta di un villaggio Rohingya dato alle fiamme nel distretto di Maungdaw, in mezzo a strutture rafforzate di sicurezza, si trova un nuovo centro di transito per alloggiare provvisoriamente i rifugiati tornati dal Bangladesh. In centri del genere si trovano già decine di migliaia di Rohingya costretti a lasciare le loro terre durante le ondate di violenza del 2012, oggi confinati in squallidi centri per sfollati, vere e proprie prigioni a cielo aperto.

di Riccardo Noury

giovedì 1 marzo 2018

Myanmar, le ruspe del regime per cancellare le fosse comuni dei rohingya

La Repubblica
"Così provano a spazzare via le prove dei massacri". Le nuove accuse mentre il governo birmano continua il balletto di cifre con il vicino Bangladesh per il rientro dei primi profughi musulmani scappati dal Paese della Nobel Aung San Suu Kyi


Bangkok – Nessuno immaginava un ritorno facile né immediato degli esuli islamici rohingya fuggiti in Bangladesh per salvarsi dalle pulizie etniche dell’esercito birmano nello Stato dell’Arakan. Mentre continua tra i due governi il balletto sul numero, l’identificazione e le date di rientro dei primi 7000 “aventi diritto”, le organizzazioni umanitarie denunciano il vasto impiego nel Myanmar di bulldozer e ruspe per distruggere le prove dei massacri commessi lo scorso anno dai militari contro la popolazione civile.

L’ultima documentazione apparentemente attendibile viene da “Progetto Arakan”, una Ong che monitora da molti anni la situazione nello Stato abbandonato dall’oggi al domani da 700mila Rohingya, ultimi di varie ondate di esodi cominciati nel 2012, ripresi nel 2016 e conclusi in miseri campi profughi del Bangladesh tra agosto e ottobre dello scorso anno. 

Ai primi di settembre risale la prima e finora unica strage ammessa e documentata da immagini tremende prima e dopo l’esecuzione di 10 uomini sospettati di far parte del gruppo armato di “Salvataggio dei Rohinya” e a quanto pare semplici studenti, un imam, pescatori e contadini.

Ma contando su un network locale di contatti, la direttrice Chris Lewa è stata in grado di fornire al giornale inglese "Guardian" il video di una fossa comune della quale non si era ancora parlato, ripreso prima che le macchine ci passassero sopra per non lasciare tracce. Si vede la terra smossa e sacchi di tela cerata semisepolti in una radura della foresta con una gamba fuori in decomposizione.

"Due dei siti delle fosse che conoscevamo - ha detto Lewa al quotidiano – erano già apparsi sui media, ma altri sono stati occultati. Ciò significa che si stanno distruggendo le prove dei massacri”. 

Secondo l’attivista le operazioni con le ruspe documentate a Maung Nu, vicino alla città di Buthidaung, sono effettuate da compagnie del Myanmar centrale, e questo proverebbe che “sta accadendo sotto gli ordini del governo" della Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Raimondo Bultrini

martedì 13 febbraio 2018

Bangladesh, firmato accordo per coinvolgere Onu in rimpatrio rifugiati rohingya

Agenzia Nova
Dacca - Il Bangladesh ha firmato un accordo per coinvolgere le Nazioni Unite nel controverso processo di rimpatrio dei rifugiati rohingya in Myanmar: lo ha detto il ministro degli Esteri Shahriar Alam, secondo cui il governo sta coinvolgendo l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite in modo che non possa essere accusato di rimpatriare i rifugiati della minoranza musulmana contro la loro volontà. 


“Chiederemo ai rifugiati di compilare moduli di rimpatrio in presenza di funzionari delle Nazioni Unite”, ha aggiunto il ministro. Il Bangladesh ha raggiunto un accordo con il Myanmar alla fine dell'anno scorso per rimpatriare i circa 700 mila rohingya fuggiti attraverso il confine da agosto per scappare da una brutale repressione militare. 

Il rimpatrio sarebbe dovuto iniziare il mese scorso, ma è stato ritardato dalla mancanza di organizzazione e proteste dei rifugiati, la maggior parte dei quali afferma di non voler tornare senza garanzie di sicurezza. "Abbiamo ripetutamente affermato che questo processo di rimpatrio è molto complesso", ha detto Alam.

venerdì 9 febbraio 2018

Reportage esclusivo della Reuters. Trucidati 10 uomini Rohingya da cittadini buddisti e esercito in Myanmar.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il 2 settembre, gli abitanti dei villaggi buddisti e le truppe del Myanmar hanno ucciso 10 uomini Rohingya nello stato di Rakhine in Birmania. Reuters ha scoperto il massacro e ha ricostruito il tragico evento. Dopo la pubblicazione di questo articolo, due giornalisti della Reuters sono stati arrestati dalla polizia del Myanmar.


Inn Din, Myanmar - Legati insieme, i 10 prigionieri musulmani Rohingya osservarono i loro vicini buddisti scavare una fossa poco profonda. Poco dopo, la mattina del 2 settembre, tutti e 10 sono stati uccisi. Almeno due sono stati assassinati dagli abitanti dei villaggi buddisti, i restanti sono stati mesi a morte dalle truppe del Myanmar, hanno detto le due persone che li hanno seppelliti.

"Una tomba per 10 persone", ha detto Soe Chay, 55 anni, un soldato in pensione della comunità buddista Rakhine di Inn Din che ha aiutato a scavare la fossa e di aver visto le uccisioni. I soldati hanno sparato a ogni uomo due o tre volte, ha detto. "Quando venivano sepolti, alcuni continuavano a emettere rumori. Altri erano già morti."

Le uccisioni nel villaggio costiero di Inn Din hanno segnano un altro sanguinoso episodio della violenza etnica che ha investito lo stato settentrionale del Rakhine, sulla frangia occidentale del Myanmar. Quasi 690.000 musulmani Rohingya sono fuggiti dai loro villaggi e hanno attraversato il confine con il Bangladesh dal mese di agosto. Nessuno dei 6.000 Rohingya di Inn Din è rimasto nel villaggio a partire da ottobre.

I Rohingya accusano l'esercito di incendi dolosi, stupri e uccisioni che mirano a cancellarli dall'esistenza in questa nazione principalmente buddista di 53 milioni di persone. Le Nazioni Unite hanno detto che l'esercito potrebbe aver commesso un genocidio; gli Stati Uniti hanno definito l'azione pulizia etnica. Il Myanmar afferma che la sua "operazione di liquidazione" è una risposta legittima agli attacchi dei ribelli Rohingya.

I Rohingya sono presenti a Rakhine da diversi secoli. Ma la maggior parte dei birmani li considera immigranti indesiderati dal Bangladesh; l'esercito definisce i Rohingya come "bengalesi". Negli ultimi anni le tensioni settarie sono aumentate e il governo ha confinato più di 100.000 rohingya nei campi in cui hanno un accesso limitato al cibo, alla medicina e all'istruzione.

Reuters ha ricostruito quello che è successo a Inn Din nei giorni precedenti l'uccisione dei 10 Rohingya - otto uomini e due giovani studenti delle scuole superiori.

Fino ad ora, i resoconti della violenza contro i Rohingya nello stato di Rakhine sono stati forniti solo dalle sue vittime. La ricostruzione di Reuters disegna per la prima volta interviste agli abitanti dei villaggi buddisti che hanno confessato di aver incendiato le case dei Rohingya, seppellito corpi e ucciso musulmani.

Per la prima volta testimonianze affermano che soldati e polizia paramilitare sono stati implicati. I membri della polizia paramilitare hanno fornito alla Reuters alcune descrizioni di tali operazioni per scacciare i Rohingya dall'Inn Din, confermando che i militari hanno svolto il ruolo principale nella campagna.

Le famiglie degli uomini uccisi, che ora stanno nei campi profughi in Bangladesh, hanno identificato le vittime attraverso le fotografie mostrate loro dalla Reuters. I morti erano pescatori, negozianti, i due studenti adolescenti e un insegnante islamico.

Tre fotografie, fornite a Reuters da un anziano del villaggio buddista che ha catturato momenti chiave nel massacro di Inn Din, dalla detenzione degli uomini rohingya da parte di soldati nella prima serata del 1 settembre alla loro esecuzione poco dopo le 10 del 2 settembre. Due foto - una scattata il primo giorno, l'altra il giorno delle uccisioni - mostra i 10 prigionieri allineati in fila, inginocchiati. L'ultima foto mostra i corpi insanguinati degli uomini ammucchiati nella tomba poco profonda.

L'inchiesta della Reuters sul massacro di Inn Din è stata ciò che ha spinto le autorità di polizia del Myanmar ad arrestare due dei giornalisti dell'agenzia di stampa. I giornalisti, i cittadini birmani Wa Lone e Kyaw Soe Oo.