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venerdì 30 aprile 2021

Italia ha esportato nel 2020 quasi 4 miliardi di armi a paesi non UE e Nato. Egitto primo acquirente nonostante violazioni diritti umani e casi Regeni e Zaki

Rete italiana pace e disarmo

La maggioranza delle armi italiane destinate a Paesi non UE e non NATO: tra i primi dieci acquirenti dopo l'Egitto, anche il Qatar, il Turkmenistan e l’Arabia Saudita
Fregate prodotte in Italia vendute all'Egitto

Come era possibile intuire dalle notizie di settore degli scorsi mesi, e come la Rete Italiana Pace e Disarmo aveva più volte anticipato sottolineandone la problematicità, per il secondo anno consecutivo è l’Egitto il principale acquirente di sistemi d’arma esportati dalle aziende italiane a produzione militare. 
Rimangono quindi floridi gli affari armati con il governo autoritario di al-Sisi nonostante le pesanti violazioni dei diritti umani e la non collaborazione nei casi Regeni e Zaki.
Nel corso del 2020 il totale delle nuove autorizzazioni rilasciate per esportazione di materiale d’armamento ha raggiunto i 3.927 milioni di euro di controvalore, in deciso calo (-25%) rispetto al totale per il 2019 (che era in linea anche con l’anno precedente). Va ricordato però come il 2020 sia stato “l’anno della pandemia” con un impatto molto forte sull’economia del Paese che sembra però non aver travolto in maniera eccessiva il comparto bellico. 

Il volume delle esportazioni militari starebbe quindi gradualmente scendendo dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell’anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017). Si tratta comunque di un livello complessivo di un miliardo di euro maggiore rispetto ai valori del 2014, per cui si può confermare l’analisi già fatta in passato: le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l’industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo. In decisa ascesa (come già ipotizzato dalla nostra Rete in passato, in conseguenza dell’alto livello di licenze concesse negli anni passati) il dato dell’export reale: l’Agenzia delle Dogane registra infatti avanzamenti annuali di consegne definitive per complessivi 3.393 milioni di euro (2.696 milioni per licenze singole e 696 milioni per licenze globali di progetto) con un incremento del 17% rispetto all’anno precedente.

Le autorizzazioni per nuove licenze costituiscono il dato politico saliente rispetto alle decisioni prese al Governo in carica (in questo caso, per il 2020, il Governo Conte II) ed in questo senso vanno analizzate. L’Egitto si conferma il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta aumentando la propria quota fino a 991,2 milioni di euro (+120 milioni) grazie alla licenza di vendita delle due Fregate FREMM. 

Al secondo posto gli Stati Uniti con 456,4 milioni (+150 milioni) seguiti dal Regno Unito con 352 milioni (in calo di 67). Dopo le mega-commesse del 2017 e 2018 ritorna tra le prime destinazioni di armi italiane anche il Qatar, con un controvalore di 212 milioni di euro (+195 milioni rispetto all’anno precedente), seguito dalla Germania (con 197,6 milioni in lieve calo) e dalla sorprendente Romania con 169,6 milioni di euro (nel 2019 era a meno di 1 milione in licenze al 54 posto tra le destinazioni). Completano la lista dei primi dieci Paesi la Francia (154,5 milioni, in calo di 120), il Turkmenistan (che scende rispetto al secondo posto 2019 ma mantiene 149,5 milioni di euro di autorizzazioni pur calando di quasi 300 milioni), l’Arabia Saudita (ben 144,4 milioni di euro in licenze nonostante il blocco relativo a missili e bombe d’aereo) e la Corea del Sud (134,8 milioni, in calo di circa 30).
[...]
Si tratta di una situazione ormai strutturale e non episodica: per il quinto anno consecutivo, dal governo Renzi del 2016, sono proprio i Paesi Extra Nato-Ue i principali destinatari di sistemi militari italiani. Ma ancor più preoccupante è il fatto che per il quinto anno consecutivo la maggior parte degli armamenti e sistemi militari italiani sia destinata nella zona di maggior tensione del mondo: il Nord Africa e Medio Oriente.

Questi dati preliminari confermano come la produzione militare italiana non sia indirizzata alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese e a quella comune europea ma risponda sempre più a logiche di profitto delle aziende produttrici di armamenti, sopratutto quelle a controllo statale. 

domenica 31 gennaio 2021

Dopo 100 mila morti nella guerra in Yemen finalmente l'Italia blocca la vendita di 12.700 ordigni in Arabia Saudita ed Emirati Arabi

Il Manifesto
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.

La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.

Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
[...]
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.

"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".

martedì 21 aprile 2020

Porti chiusi ai migranti a per le armi sono aperti. Attracca a Genova la nave saudita Bahri Abha, a bordo carri armati.

Il Manifesto
Armi. La denuncia dei portuali genovesi, da anni in prima linea contro il traffico di armamenti nel loro scalo: «Sembra siano carri armati Ercules 882, prodotti negli Stati uniti. Potrebbero essere diretti in Arabia saudita, Kuwait o Marocco. O forse in Turchia: il prossimo scalo previsto è Iskenderun»


L’ultima volta era successo esattamente due mesi fa: il 17 febbraio una nave della flotta saudita Bahri attracca a Genova con a bordo – presumibilmente – armi o equipaggiamento militare. Partito dagli Stati uniti, direzione Medio Oriente.


Perché è questo che fa da anni la Bahri: la spola da una parte all’altra dell’Atlantico, tra il terminal militare statunitense Sunny Point in North Carolina e Gedda.

Venerdì è successo di nuovo: ad attraccare al porto di Genova, denuncia il Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp), è stata la Bahri Abha. A bordo carri armati, come dimostrano le foto scattate dai portuali.

Come ogni volta che una rappresentante della flotta saudita Bahri si è fermata nel loro scalo, denunciano il traffico di armi: in una nota su Facebook il Calp sottolinea come, in tempo di Covid-19, «molte categorie sono costrette a rischiare il contagio per non fermare la produzione e distribuzione di generi di prima necessità» in cui certo non rientrano gli armamenti.

martedì 17 dicembre 2019

Produttori di armi e governi (USA ed europei) complici dei crimini di guerra in Yemen

Il Manifesto
La denuncia. Comunicazione alla Corte penale internazionale, che valuterà se aprire un’indagine. Un innovativo passo nella ricerca della giustizia in un conflitto che ha causato quasi 100 mila vittime civili

Un incontro con l’Ufficio del procuratore che vaglia preliminarmente le possibili indagini della Corte penale internazionale (Cpi), con il deposito di una corposa Comunicazione (oltre 350 pagine) per segnalare l’ipotesi che dirigenti delle aziende armiere e funzionari pubblici responsabili delle licenze di esportazione siano complici nei presunti crimini di guerra commessi dalla Coalizione militare guidata da Arabia saudita e Emirati arabi uniti in Yemen.
[...]
«Gli attacchi aerei della Coalizione hanno causato una terribile distruzione nello Yemen. Le armi prodotte ed esportate dagli Stati uniti e dall’Europa hanno permesso questa distruzione. Le innumerevoli vittime yemenite meritano inchieste credibili su tutti gli autori di crimini contro di loro, comprese tutte le potenziali complicità» sottolinea Radhya Almutawakel presidente di Mwatana.
[...]
IL CONFLITTO IN CORSO ha portato a quella che l’Onu definisce la più grande crisi umanitaria dei nostri tempi con quasi 100 mila morti civili e con tutte le parti in conflitto che hanno ripetutamente violato i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Grazie al lavoro dei media e delle organizzazioni della società civile è ormai noto da tempo anche il flusso di armamenti che finisce in Yemen, oggetto di azioni legali a livello nazionale (in particolare in Gran Bretagna, Belgio e Italia).

Francesco Vignarca

lunedì 5 agosto 2019

Usa. Stragi con 29 morti tra El Paso e Dayton. Miscela di propaganda di odio e facile accesso alle armi. Attenta Italia!

Notizie Geopolitiche
Gli Usa continuano a pagare cara la libertà di detenere con facilità armi, comprese quelle da guerra. E così in 16 ore si sono consumate altre due stragi, la 249ma e la 250ma dall’inizio dell’anno, conteggio che tiene il sito Gun Violence Archive, il quale riferisce anche che sono 8.574 i morti e 17.013 i feriti da arma da fuoco nello stesso periodo.

Il primo caso è avvenuto ieri verso le 11,00 (ol) a El Paso, in Texas, dove un 21enne è entrato in un supermercato Walmart sparando all’impazzata ed uccidendo 20 persone e ferendone 26. L’aggressore, circondato in pochi minuti dagli agenti di polizia, si è consegnato ed è stato arrestato. si chiama Patrick Cruisis, autore già due anni fa di un manifesto suprematista bianco. 

Poco prima della strage commessa con un kalasnikov, sul web erano apparsi messaggi come “Risposta all’invasione ispanica del Texas”, “Questo attacco è una risposta all’invasione ispanica del Texas”. Gli inquirenti stanno ora indagando che vi sono dei collegamenti con l’autore della strage.

Il secondo fatto di sangue è avvenuto a Dayton, in Ohio, dove all’una di notte (ol) il 24enne Connors Betts ha sparato in un locale notturno uccidendo 9 persone e ferendone 26 prima di venire a sua volta ucciso dagli agenti di polizia. Il sindaco della città, Nan Whaley, ha spiegato in conferenza stampa che l’aggressore indossava un giubbotto anti-proiettile e aveva un fucile calibro 223 ed era attrezzato con dei caricatori ad alta capacità.

martedì 11 giugno 2019

Il Papa striglia l'Europa: "Porti aperti alle armi e chiusi alle persone"

Globalist
Il jʼaccuse del Pontefice: "Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni". Poi rivela: "Il prossimo anno voglio andare in Iraq"

"Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che pero' apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini". 
Lo ha detto il Papa all'udienza con la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali.
"Non posso qui non menzionare i migranti e i profughi che raggiungono i maggiori aeroporti con la speranza di poter chiedere asilo o trovare un rifugio, o che sono bloccati in transito". Lo ha detto Papa Francesco ai partecipanti all`Incontro mondiale dei Cappellani dell`Aviazione civile. 

"Invito sempre le Chiese locali alla dovuta accoglienza e sollecitudine nei loro confronti, pur se si tratta di una responsabilità diretta delle Autorità civili. Fa parte anche della vostra cura pastorale vigilare che sia sempre tutelata la loro dignità umana e siano salvaguardati i loro diritti, nel rispetto della dignità e delle credenze di ciascuno. Le opere di carità nei loro confronti costituiscono una testimonianza della vicinanza di Dio a tutti i suoi figli".

L'Iraq - ha detto il Papa nell'udienza alla Roaco, la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali - "possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della societa', e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali". 

"E non dimentico l'Ucraina - ha aggiunto il Papa ripercorrendo le aree piu' 'calde' del pianeta -, perche' possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l'iniziativa caritativa alla quale molte realta' ecclesiali hanno contribuito. In Terra Santa - ha proseguito il pontefice -, auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunita' cristiane dello Statu quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perche' giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore"

martedì 21 maggio 2019

Porti aperti alle armi, chiusi agli umani

Il Manifesto
Nella visione del governo la guerra è da tempo diventata "umanitaria" e l'accoglienza umanitaria è tout-court "criminale". Quando dovrebbe essere evidente che chi apre i porti ai mercanti di armi e li chiude al soccorso umanitario e all'accoglienza, distrugge la civiltà, cancella il futuro e prepara il campo aperto dell'odio. 


Se volete avere una rappresentazione tangibile e concreta della natura del governo in carica, quello del "contratto" tra sovranismo razzista della Lega e populismo giustizialista del M5S, guardate il Belpaese da nord a sud, nei suoi due porti di Genova e di Lampedusa.

Da una parte, nella capitale ligure, è attraccata la nave saudita Bahri Yanbu, tradizionalmente carica di armamenti; dall'altra nell'estrema isola siciliana rimaneva fino a 48 ore fa confinata al largo la Sea Watch, la nave di soccorso umanitario ai profughi. Porti aperti, per decisione del governo italiano, ai carichi di armi per un paese in guerra come l'Arabia saudita e per il conflitto sanguinoso in Yemen; porti chiusi, sempre per decisione del governo italiano e in particolare del ministro dell'odio Matteo Salvini, invece per i carichi di esseri umani disperati.

Ma per entrambi, ecco la novità, di fronte ai silenzi, alle ambiguità, alla tracotanza del governo che ora si rimpalla le responsabilità, in crisi con se stesso e con la coscienza della società civile italiana, sul fronte dei porti è scesa in campo la protesta. Di chi a Genova, attivisti e sindacalisti, non vuole più contribuire ad insanguinare il mondo con i traffici di armi e blocca una nave la Bahri Yanbu di fatto militare - appartiene infatti alla società saudita che gestisce il monopolio della logistica militare di Riyadh.

A Lampedusa è scesa in strada una lenzuolata di civiltà che vuole accogliere invece che respingere chi fugge disperato dalle troppe nostre guerre e dalla miseria prodotta dal nostro modello di rapina delle risorse energetiche, in Africa e non solo.

È una sintonia di avvenimenti con la quale irrompe nell'Italietta ripiegata su se stessa, la questione internazionale. Perché entrambe le vicende sono casi internazionali e chiamano in causa subito l'Europa, significativamente alla vigilia del voto per le europee. Infatti la nave saudita, che porta armi e/o strumentazioni comunque destinate alle forze armate della monarchia saudita infatti, è partita dagli Stati uniti, passata per il Canada prima di arrivare in Europa, ha come destinazione Gedda e, dopo avere caricato munizioni di produzione belga nel porto di Anversa, ha visitato e cercato di approdare nel Regno unito, in Francia e in Spagna. Sempre accolta dalla protesta dei pacifisti, degli attivisti dei diritti umani e dei portuali locali.

E l'Italia non è un attracco qualsiasi: qui su licenza tedesca sono prodotte bombe dalla Rwm Italia (con sede a Ghedi, Brescia, e nello stabilimento a Domusnovas, in Sardegna) che vengono utilizzate contro la popolazione civile yemenita. È un traffico di morte con il concorso dell'intera Europa: secondo i rapporti della stessa Ue sulle esportazioni di armi, gli Stati membri dell'Ue hanno emesso nel solo 2016 almeno 607 licenze per oltre 15,8 miliardi di euro in Arabia saudita. Ieri il porto di Genova è stato bloccato dalla manifestazione degli attivisti e dei camalli, ma il governo ha aggirato la protesta e fatto attraccare la nave lo stesso.

Anche a Lampedusa alla fine, la nave Sea Watch confinata al largo per giorni è stata fatta approdare e sono stati fatti scendere i migranti. E con l'accoglienza popolare, quasi festosa allo sbarco dei 47 profughi, è andata in onda l'alternativa del "modello Mimmo Lucano", l'ex sindaco di Riace ora al bando ed esiliato perché ha dimostrato che l'integrazione è possibile, è concreta ed è fattore produttivo, di nuovo lavoro e di nuova civiltà. Subito si è scatenata la reazione rabbiosa del ministro dell'Inferno, sponsor di quel "Decreto sicurezza bis" che le Nazioni unite accusano apertamente di "violare di diritti umani". Così la nave umanitaria è stata sequestrata e il comandante è stato denunciato per "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina".

Ecco che le due anime del "contratto di governo" si ritrovano unite negli intenti finali, anche elettorali. Non dimentichiamo però che la loro forza, sempre più fragile, deriva dai disastri provocati dai governi precedenti italiani ed europei, di centrodestra e di centrosinistra, sia per l'accoglienza dei migranti che per le guerre infinite in corso. È così. Questo governo gestisce nient'altro che una vergognosa eredità, quella delle decine di muri eretti alle frontiere di ogni paese europeo e, nel Mediterraneo, della esternalizzazione dei confini alle presunte autorità della Libia.

Che, nonostante sia travolta da mesi da una guerra intestina e per procura, continua ad essere chiamata in causa ogni giorno dal ministro degli interni Salvini perché, con la sua milizia che si chiama "guardia costiera libica", tenga ben aperti ai migranti le carceri e i campi di concentramento. Mentre nella grammatica corrente, la guerra è da tempo diventata "umanitaria" e l'accoglienza umanitaria adesso è tout-court "criminale". Quando dovrebbe essere evidente che chi apre i porti ai mercanti di armi e li chiude al soccorso umanitario e all'accoglienza, distrugge la civiltà, cancella il futuro e prepara il campo aperto dell'odio.

venerdì 19 aprile 2019

Gli "Yemen Papers" rivelano le forniture francesi di armi ad Arabia Saudita ed Emirati

Corriere della Sera
Dal sito investigativo Disclose, che ha reso pubblici documenti militari secretati, sono emerse nuove prove sulle ingenti forniture militari destinate dalla Francia all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, gli stati che guidano la coalizione che dal 2015 bombarda incessantemente lo Yemen nel tentativo di sconfiggere il gruppo armato huthi. 


Queste rivelazioni si aggiungono alla recente denuncia di Amnesty International, che nella battaglia di Hodeidah aveva verificato la presenza di carri armati Leclerc di fabbricazione francese.

La Francia è sotto accusa per aver inviato forniture militari, carri armati inclusi, alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che le hanno poi girate a gruppi armati che combattono sul terreno accanto alle forze regolari della coalizione. 

Le ripetute richieste di Amnesty International al ministero della Difesa di Parigi di fornire informazioni sulle forniture di armi alla coalizione sono finora cadute nel vuoto. C'è da sperare che le rivelazioni di Disclose spingano le autorità francesi a essere trasparenti e, soprattutto, a sospendere tutti i trasferimenti alle parti in conflitto in Yemen. 

Secondo le Nazioni Unite negli ultimi tre mesi c'è stata una recrudescenza dei combattimenti nelle province dello Yemen confinanti con l'Arabia Saudita, col conseguente aumento del numero degli sfollati. Nella sola Sa'da, il 62 per cento delle proprietà civili è stato pesantemente danneggiato.

di Riccardo Noury

sabato 6 aprile 2019

Armi italiane in Yemen. Il parlamento continua a rimandare la discussione. Un silenzio che uccide.

Today
Armi italiane in Yemen, anche oggi il parlamento ne riparla domani: "Ingiustificabile"
"La discussione di due risoluzioni sul conflitto, ferme da mesi in Commissione Esteri, è stata rinviata ancora. Grido d'allarme: "Ingiustificato, e oramai ingiustificabile". L'Italia resta a guardare (e fornisce armi) nonostante la più grave catastrofe umanitaria del mondo

Il tema non sembra essere di pressante attualità per il mondo politico italiano. Ma l'Italia c'entra, in questa drammatica vicenda. La discussione di due risoluzioni sul conflitto in Yemen, ferme da ben cinque mesi in Commissione Esteri della Camera dei Deputati, calendarizzata per l’ennesima volta la settimana scorsa e poi spostata a mercoledì, è stata nuovamente rinviata. I fatti: la Commissione Esteri della Camera avrebbe dovuto finalmente discutere, e auspicabilmente votare, due risoluzioni presentate già da diversi mesi, riguardanti la situazione del conflitto in Yemen. Pochi giorni fa, in occasione del quarto anniversario dall’inizio delle ostilità, molti parlamentari hanno ricordato la più grave crisi umanitaria in corso. Ma in pratica la politica resta silente.

Un gruppo di organizzazioni, tra cui Amnesty International Italia, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo e Save the Children Italia, si aspettava "passi avanti significativi che, ancora una volta, non ci sono stati".

Armi di produzione italiana in Yemen: silenzio ingiustificato
Lo Yemen non può più attendere. "Il conflitto in questi anni ha avuto impatti devastanti sulla popolazione civile yemenita. Decine di migliaia di vittime, tra cui tantissimi bambini, continue violazioni di diritti umani, crimini di guerra accertati da esperti internazionali, bombardamenti di ospedali (di pochi giorni fa l’ultimo) e strutture sanitarie al collasso, difficoltà di accesso ad acqua potabile, e l’epidemia di colera" dicono. "Sin dall’inizio del conflitto molte Organizzazioni della società civile italiana hanno sottolineato la propria preoccupazione non solo per la sua evoluzione e le drammatiche conseguenze sulla popolazione civile, ma anche sulla fornitura di armi di produzione italiana ad alcune delle parti coinvolte nei combattimenti".

"Ingiustificato, e oramai ingiustificabile" viene definito il rinvio del dibattito alla Camera dei Deputati. L'appello è chiaro: "Il Parlamento ed il Governo si impegnino affinché il nostro Paese assuma un ruolo attivo di facilitazione della fine del conflitto e non contribuisca invece alla sua continuazione con forniture militari. Mentre molti altri Paesi hanno deciso di sospendere l’invio di armamenti (Germania, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Finlandia tra tutti) l’Italia non può limitarsi ad osservare passivamente l’impatto del conflitto su centinaia di migliaia di civili yemeniti, ma deve al contrario fare scelte forti e concrete".

"Stop alle armi (anche italiane) alle parti in conflitto in Yemen"
L'appello delle numerose organizzazioni contiene un riferimento molto chiaro al commercio di armi, che lega il nostro Paese al conflitto in corso in Yemen: bisogna "imporre (in linea con le risoluzioni del Parlamento europeo del 4 ottobre e 25 ottobre 2018 e nel rispetto della normativa nazionale - legge 185/90 -, del Trattato internazionale sul commercio di armamenti e della Posizione Comune dell’Unione europea sull’export di armamenti) un embargo immediato sulle armi e la sospensione delle attuali licenze di esportazione di armi a tutte le parti nel conflitto dello Yemen, in quanto è presente un chiaro rischio di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario (come testimoniano numerosi episodi di questi ultimi mesi). L’embargo dovrebbe riguardare anche tutti i tipi di armamento presenti nell’elenco comune delle attrezzature militari e delle tecnologie di uso duale dell'Unione europea al fine di garantire che nessun arma, munizione, equipaggiamento militare o tecnologia, o supporto logistico e finanziario per tali trasferimenti sia oggetto di forniture dirette o indirette alle parti in conflitto nello Yemen". La parola passa alla politica: si spera in tempi ragionevoli. In ogni caso è già tardi.



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venerdì 25 gennaio 2019

Armi italiane usate per fare la guerra in Arabia Saudita, Yemen e Siria. Contro la Costituzione e la legge 185/90

Osservatorio Diritti
Le armi italiane nel mondo, vendute all'estero anche in tempo di pace, finiscono per alimentare conflitti, in contrasto con quanto prevede la legge. Lo svela Italian Arms, un gruppo di ricercatori e giornalisti che sta tracciando chi utilizza le armi lecitamente esportate dall'Italia.


Lanciatori missilistici in dotazione alle navi da guerra che l’Arabia Saudita ha disposto nel blocco navale contro lo Yemen. Elicotteri italiani che sparano sui civili ad Afrin, nel Kurdistan siriano. Sistemi per la mira in movimento di carri armati in uso nella campagna pro-Assad nella Siria meridionale. Sono solo alcuni dei casi di armi italiane usate in zone di conflitto, nonostante la legge italiana sull’export delle armi impedisca di vendere a Paesi in guerra.

Un gruppo di giornalisti – tra cui l’autore di questo articolo – e di ricercatori, Italian Arms,sta tracciando gli effettivi utilizzatori finali delle armi autorizzate ad uscire dall’Italia con l’intento di dimostrare possibili violazioni delle normative internazionali in tema di esportazioni.
Armi italiane nel mondo: il mercato internazionale

Secondo la legge 185/90, le esportazioni sono vietate
«quando sono in contrasto con la Costituzione (che all’articolo 11 ripudia la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, ndr), con gli impegni internazionali dell’Italia, con gli accordi concernenti la non proliferazione e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento».

La realtà, però, è più complicata. Le condizioni politiche di un Paese non sono immutabili. Così finisce che armamenti venduti a un governo in tempo di pace diventino strumento di repressione o per attacchi contro civili. Quando un’arma viene venduta anche non direttamente a Paesi in guerra ma in aree ad alta instabilità, inoltre, è facile che finisca per alimentare i conflitti dell’area.

E qui si arriva a una delle palesi ipocrisie del mercato delle armi italiane e non solo: quando sono i governi che acquistano, c’è spesso dietro un interesse bellico o repressivo. Soprattutto quando i grossi ordini si ripetono negli anni, è difficile che gli armamenti servano per il sistema di difesa, mentre è più probabile che saranno usate per l’attacco o per fermare proteste

sabato 15 dicembre 2018

Come una guerra - Drammatico record degli Usa: nel 2017 le armi da fuoco hanno ucciso quasi 40mila persone

Globalist
Lo afferma il Centers for Disease Control and Prevention sottolineando che si tratta del livello più alto degli ultimi 20 anni: 14.542 le vittime di omicidi commessi con armi. In aumento anche i suicidi con pistole




Come una guerra: nel 2017 le armi da fuoco negli Stati Uniti hanno ucciso quasi 40mila persone, raggiungendo il livello massimo degli ultimi 20 anni. Un triste record certificato dal Centers for Disease Control and Prevention. 


Lo scorso anno negli Usa 14.542 persone sono state uccise con omicidi commessi con armi da fuoco. A contribuire al 'primato' anche l'elevato numero di suicidi con pistole: sono stati 23.854. Che equivale a 12 decessi ogni 100 mila persone (in aumento rispetto alle 10,1 del 2010): il tasso più alto dal 1996.

L'indagine indica anche che sei Paesi sono responsabili di oltre la metà di tutti i 250.000 morti per arma da fuoco di tutto il mondo: sono gli Stati Uniti, famosi per l'approccio permissivo al controllo delle armi, il Brasile, il Messico, la Colombia, il Venezuela e il Guatemala.

Il 2017 negli Usa è stato anche l'anno delle sparatorie di massa con più morti della storia moderna. Come quella avvenuta a Paradise, vicino a Las Vegas, la sera del primo ottobre dello scorso anno, in cui hanno perso la vita 59 persone e ne sono rimaste ferite altre 489.
Ma c'è un altro dato che merita attenzione: la maggior delle vittime di arma da fuoco, il 60%, muore per suicidio. E il numero è in aumento: i dati dei Centers for Disease Control and Prevention mostrano che 6,9 persone su 100 mila (quindi quasi 24 mila) si sono uccise con una pistola, rispetto a 6,1 del 2010 e a 5,9 del 2000.

giovedì 20 settembre 2018

Aumenta l'export di armi. Amnesty: Italia complice di crimini di guerra in Yemen

La Repubblica
Con la guerra l'export di armi è cresciuto a dismisura. Le Ong protestano, i governi discutono. Ma a Roma è rimpallo tra Difesa ed Esteri. Davanti ai massacri dello Yemen e allo strazio dei civili, nessuno può nascondere le sue responsabilità. 


Amnesty International punta il dito contro gli Stati produttori di armamenti, che con questa guerra hanno moltiplicato a dismisura i loro affari: "Chi vende armi alla coalizione a guida saudita rischia di essere ricordato come complice di crimini di guerra", denuncia Steve Cockburn, vicedirettore per gli Affari globali.

Nel mirino c'è il governo spagnolo, che il 4 settembre aveva annunciato di non voler più vendere a Riad le bombe a guida laser e il 12 settembre ha fatto una precipitosa marcia indietro, con tutta probabilità legata all'irritazione dell'Arabia Saudita, che avrebbe cancellato anche l'acquisto di cinque corvette per due miliardi di euro.

Madrid deciderà domani, ma il "pentimento" Usa del 2016, in un contesto simile, fa pensare che le pressioni del Regno siano pesanti. Alla potenza economica di Riad ha resistito, solo in parte, la Germania, che ha bloccato però solo le nuove licenze di export verso Arabia, Emirati e Turchia. I governi hanno una foglia di fico ideale nella non lineare situazione yemenita: il Consiglio Onu per i diritti umani l'ha definita "un conflitto armato non internazionale", pur ricordando che il diritto umanitario è comunque cogente.

E la risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza ha dato via libera alla coalizione che doveva sostenere il governo in carica. Ma nonostante in Yemen sia impossibile l'accesso ai giornalisti, in Europa il dibattito è aperto. Ieri Elisabetta Trenta ha scritto su Facebook che aveva chiesto al collega Enzo Moavero Milanesi una verifica di legalità sulla fornitura di bombe italiane RWM all'Arabia Saudita.

La titolare della Difesa ha sottolineato che "finora, erroneamente, si era attribuita la paternità della questione al ministero della Difesa, mentre la competenza è del ministero degli Affari Esteri (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento)". In realtà l'Autorità per gli armamenti, ospitata al ministero degli Esteri e diretta da un diplomatico, è un ente amministrativo, con personale di altri dicasteri.

Come tale si conforma alle linee di indirizzo politico della Farnesina ma anche della Difesa, da cui vengono valutazioni di merito per le diverse autorizzazioni. Il problema è che queste direttive politiche, oltre che su post nei social network, devono passare per procedure formali, e per ora non è successo. Durante la scorsa legislatura le mozioni dei Cinque stelle che chiedevano l'embargo totale sono state respinte.

Il governo potrebbe fermare le consegne già autorizzate, ma aprendo la strada a complicati contenziosi giuridici. E a oggi non c'è traccia del fondo previsto per la riconversione dei lavoratori impegnati nel settore. Le vendite italiane, come per gli altri Paesi esportatori, erano esplose con gli scontri in Yemen: secondo i dati del Sipri da 31 milioni di dollari nel periodo 2008-2012 erano arrivate a 226 milioni fra il 2013 e il 2017.

Nel solo 2016 l'Autorità per gli armamenti ha autorizzato vendite (da diluire in più anni) per 427 milioni di euro. Ora però le nuove licenze sono crollate e non arrivano a otto milioni per i primi sei mesi del 2018: in questa cifra non sono previste nuove autorizzazioni di export per le bombe della RWM.

mercoledì 18 luglio 2018

USA - Il culto americano per la pistola nel Paese dei 100 morti al giorno

La Repubblica
Più armi da fuoco, più morti innocenti. Tutto qui. Bambini, studenti, familiari, bersagli di stragisti, suicidi, incidenti, questa semplice equazione che da 40 anni la lobby americana delle armi cerca di nascondere spendendo tre milioni all'anno per sopprimere ricerche e comprare parlamentari, dovrebbe essere l'inizio e la fine di ogni illusione e di ogni discussione sulla "difesa a mano armata". Ma non lo è.


Avvinghiata alla Costituzione che sembra - ma nel tempo l'interpretazione è variata - concedere a ogni cittadini il diritto di portare armi e appesa al falso senso di sicurezza che stringere in pugno il calcio di un'automatica o imbracciare un fucile semiautomatico produce - lo so, l'ho provato, è un sentimento intossicante - la "gun culture", la cultura della pistola, vende legalmente dieci milioni di armi da fuoco ogni anno per 12 miliardi di dollari. 

E delle 36mila persone che cadono sotto i colpi al ritmo di quasi cento al giorno, la percentuale di criminali violenti fermati da cittadino armato per legittima difesa, o per legittimo sospetto, è microscopica, ridotta a qualche caso aneddotico. Quella pistola, quell'AR, il fucile d'assalto, uccidono chi li possiede più che chi li aggredisce.

Non basta un articolo di giornale per riassumere e illustrare i 62 studi accademici migliori, quelli che non servono cioè interessi o pregiudizi politici, selezionati dagli anni '90 a oggi, per dimostrare la ovvietà di un rapporto di causa ed effetto che la logica illustra e la paura nasconde dietro l'illusione dell'autodifesa.

Dal 1992, quando il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta tentò di completare senza successo una ricerca definitiva sulla relazione fra armi e vittime e fu aggredito dalla Nra, la lobby degli armaioli che scatenò una campagna nazionale accusando il Centro di "scienza spazzatura", la diffusione delle Glock, Colt, Armalite è cresciuta. 

E con essa il numero di vittime, confermando un antico proverbio: "Quando un proiettile lascia la canna non ha più amici o nemici, ma soltanto bersagli".

I casi singoli - il padre che fredda in Texas il figlio che rientrava a casa di nascosto nella notte scambiato per un intruso, il bambino che gioca con la pistola di papà, la lite familiare per "futili motivi" che degenera in sparatoria per la presenza di un'automatica in casa - non escono neppure dal nido delle notizie locali. Esplodono invece le stragi, quelle che un tempo prevedevano almeno quattro vittime per essere definite tali e oggi sono scese a tre morti, vista la diffusione, che increspano la superficie dell'opinione pubblica, accendono lumini, producono marce e omelie, prima che l'acqua si quieti e tutto torni come prima. Con un effetto paradossale: se la politica o l'opinione pubblica si agitano e mostrano segni di risveglio dall'incantesimo a mano armata, la vendita di armi schizza in alto.

Nel 2016, quando l'elezione di Hillary Clinton, favorevole a una limitazione del commercio, sembrava imminente, gli armaioli vendettero cifre record, 12 milioni di pezzi.

È un gorgo irresistibile, nel quale ogni tentativo di introdurre elementi di moderazione senza intaccare l'apparente dettato della Costituzione viene inghiottito e che la lobby alimenta, senza fare distinzione fra Repubblicani e Democratici. Perché nessuno, negli stati del Sud, rischia la trombatura per denunciare l'insensatezza ci norme che permettono in alcuni casi di portare con sé le armi nascoste e autorizza a sparare nel "sospetto" di essere minacciati.

Non ci sono politici progressisti o conservatori che osino prendere di petto la lobby che ora sta raggiungendo anche il governo italiano attraverso Matteo Salvini, ma non soltanto perché hanno le tasche profonde e la spregiudicatezza di usare senza pudore. Non osano perché il dogma del libero possesso di armi è ormai nel tessuto della cultura popolare.

Se smagliature si aprono, come accadde dopo il massacro dio Parkland, in Florida, che ha portato centinaia di migliaia di giovani a Washington per piangere e promettere mobilitazione, le volpi della politica, a partire da Trump idolo della lobby, spendono qualche buona parola, invitano a pregare, promettono qualche lodevole modifica a norme che permettono anche ai casi psichiatrici di acquistare armi e poi aspettano che il mare si calmi.

Le ricerche dicono che soltanto fra i giovanissimi sotto i 24 anni, l'opposizione alle armi è forte, ma con l'aumentare dell'età il richiamo del West torna e gli anziani vogliono restare aggrappati alle loro pistole e fucili, fino a quando "qualcuno me le strapperà dalle mie mani fredde" come disse Charlton Heston, il "Mosè" che divenne il volto e la voce mistica degli spacciatori di armi. E i vecchi, a differenza dei giovani, votano, garantendo la maggioranza ai pro-gun.

L'illusione dell'autodifesa, della propria casa trasformata in fortezza, è troppo seducente, troppo elementare, soprattutto nel tempo della paranoia sapientemente sfruttata e moltiplicata dalle infezioni dei Social e delle notizie false, contro le orde di assassini, stupratori, gangster, rapinatori riversati dalle invasioni apparenti di immigrati illegali.

Un'anziana signora aggredita da un immigrato fa esplodere la collera e fa fiondare cittadini da armaiolo per spendere i 1200 dollari necessari per un fucile semiautomatico o i 200 per una Glock, la pistola preferita del momento. Su quell'aggressione, la lobby costruirà cattedrali di paura, monumenti di voti e camionate di dollari. Sui bambini della elementare del Connecticut stroncati da un giovanotto armato (dalla mamma) come Rambo, lumini, veglie e lacrime.

Vittorio Zucconi

domenica 3 giugno 2018

Usa: studenti contro le armi a New York. Marcia sul ponte di Brooklyn anche Moore e Sarandon

La Gazzetta del Mezzogiorno
New York - Migliaia di manifestanti hanno marciato ieri sul ponte di Brooklyn in segno di protesta contro l'uso delle armi da fuoco. 

L'iniziativa è stata organizzata dal gruppo studentesco Youth Over Guns, nato dopo la carneficina al liceo di Parkland, in Florida, in cui il 14 febbraio scorso morirono 17 persone. 

Dopo avere attraversato il ponte, i dimostranti si sono radunati nella 'lower Manhattan', dove un sopravvissuto di Parkland - Aalayah Eastmond - ha tenuto un discorso. Tra gli altri, hanno partecipato alla protesta le attrici Julianne Moore e Susan Sarandon. Simili iniziative sono state organizzate in tutto il Paese.

giovedì 3 maggio 2018

"La pace è giovane" - Giovani per la pace a Roma per dire no alle armi e alla violenza

Vatican News
A Roma, iniziativa del movimento giovanile per la pace della Comunità di Sant'Egidio, ispirata dalla marcia dei ragazzi americani contro le armi e la violenza.
Una manifestazione contro le armi e la violenza per dire no a tutte le guerre. A promuoverla sono i “Giovani per la pace”, movimento giovanile legato alla Comunità di Sant’Egidio che ha chiamato a raccolta ragazzi di tutta Roma ad un evento in programma il pomeriggio del 4 maggio all’Istituto Tecnico Industriale Galilei. Nella manifestazione – informa un comunicato degli organizzatori – sono previsti interventi di giovani attivi nella solidarietà, racconti sulla guerra e la memoria, ricordo delle vittime delle armi con un flash mob. Ci saranno inoltre video, poster e altre iniziative per dare forza ad una dimensione concreta della pace.
Giovani italiani e americani uniti contro la violenza

La manifestazione di “Giovani per la pace”, che sono presenti in diverse città d’Italia e del mondo, vuole in particolare collegarsi alla March for our lives, il movimento statunitense di giovani contro le armi, che ha mobilitato 800 mila persone dopo la sparatoria di Parkland e riveste un particolare significato nel 50.mo della morte di Martin Luther King, simbolo sempre vivo della nonviolenza. 

Tra gli organizzatori ci sono anche giovani siriani arrivati con i "corridoi umanitari", che hanno conosciuto l’orrore della guerra e il dramma della vita dei profughi. La proposta di questi giovani liceali e universitari - prosegue la nota - è dunque di “aprire nella città degli spazi che colmino vuoti di proposte e di idee”.​
“Giovani per la pace” impegnati per i bisognosi di Roma
A Roma, i “Giovani per la Pace”​ sono particolarmente impegnati nella periferia in 25 centri gratuiti per il sostegno all’educazione​ dei bambini, noti come “Scuole della Pace”. Altri giovani del movimento visitano ogni settimana gli anziani​ che vivono nelle case di riposo. Durante tutto l’anno il movimento legato a Sant’Egidio è impegnato nell’aiutare le persone​ che vivono in strada.
Alessandro Gisotti

mercoledì 2 maggio 2018

Record assoluto nel 2017 di spese militari nel mondo. Per armi ed eserciti spesi 1.739 miliardi.

La Repubblica
Le spese militari sono cresciute dell'1,1 per cento nel 2017. Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita, India guidano la classifica dei Paesi. Italia al 12esimo posto (in discesa di una posizione) con 29,2 miliardi. I dati del Sipri.



Berlino - Nuovo allarmante record storico delle spese militari mondiali. Lo indica l'autorevole Sipri (Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace). Per la precisione, il totale di quella parte dei bilanci pubblici di tutti i paesi del pianeta i cui dati sono accessibili andato in acquisti di armamenti nel 2017 è pari a 1739 miliardi di dollari, cioè all'1,1 per cento in piú rispetto al 2016, l'anno precedente. 


I paesi che hanno maggiormente aumentato la spesa militare sono Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita, India. 

La Russia ha dovuto diminuirle a causa delle sue difficoltà economiche e dell´aumento del debito sovrano ma prosegue a ritmo accelerato l´ammodernamento del suo arsenale sia nucleare, sia convenzionale, sia per la cyberwar. 

In Europa chi ha aumentato di piú le spese militari sono Francia e Svezia; sempre nella Ue e nella parte europea della Nato nell´ordine chi spende di piú sono Regno Unito, Francia e Germania. Vediamo la situazione per capitoli.

lunedì 23 aprile 2018

USA - Dopo la nascita del movimento "March For Our Lives" - L’onda degli studenti contro le armi torna in piazza. «Enough is enough»

Il Manifesto
Nell'anniversario della strage alla Columbine. «Enough is enough», ripetono gli studenti, «quando è troppo è troppo», e sono serissimi ed organizzati, ripetono che la loro arma è il voto è molti di loro saranno maggiorenni in tempo per votare alle elezioni di medio termine a novembre, penalizzando i politici che non abbracciano una posizione seria per il controllo delle armi.



Sono passati diciannove anni dal massacro alla Columbine High School in Colorado, dove hanno perso la vita dodici studenti e un insegnante, vennero ferite 24 persone, e i due studenti autori della strage si suicidarono, sparandosi a loro volta.

La data di questo drammatico anniversario è stata scelta da migliaia di studenti delle scuole superiori in tutti gli Stati uniti per tornare a manifestare, facendo un walk out, un’uscita contemporanea dalle scuole all’ora in cui, quasi 20 anni fa, si apriva il fuoco nel liceo del Colorado. Gli studenti hanno ripetuto ancora una volta che i politici non fanno abbastanza per garantire la loro sicurezza, nonostante da allora le sparatorie, specialmente nelle scuole, non siano mai diminuite; l’ultima è avvenuta solo un’ora prima delle manifestazioni, a Ocala, in Florida, dove una ragazza di 19 anni con una pistola è entrata in una scuola superiore ed ha sparato a una ragazza di 17 anni.

ENOUGH IS ENOUGH, ripetono gli studenti, «quando è troppo è troppo», e sono serissimi ed organizzati, ripetono che la loro arma è il voto è molti di loro saranno maggiorenni in tempo per votare alle elezioni di medio termine a novembre, penalizzando i politici che non abbracciano una posizione seria per il controllo delle armi.
Alcuni degli studenti più noti di questo neonato ma già bene organizzato movimento, come David High, sopravvissuto alla sparatoria del 14 febbraio scorso a Parkland in Florida, è diventato maggiorenne pochi giorni fa e ha ribadito sui social la sua determinazione a votare per le elezioni di midterm, dalle quali dipendono le sorti degli equilibri al Congresso. Campagne di sensibilizzazione che puntano a riempire le urne di giovani contro le armi sono organizzate e diffuse capillarmente, come quella spinta da Now This, il sito web e società portale di notizie che distribuisce contenuti, principalmente video, per dispositivi mobili e piattaforme social, dove in tre minuti una neo diciottenne spiega perché questo voto che si avvicina può fare la differenza.

È una novità  questo impegno politico così sentito da parte di un’intera generazione di giovani, sostenuti da tutti i politici e attivisti per il controllo delle armi che da decenni non riescono a far breccia nella direzione di una legislazione responsabile, ma che ora vedono in questo movimento la possibilità di poter incidere.


Marina Catucci - New York

venerdì 20 aprile 2018

Le bombe italiane nella guerra in Yemen: presentata una denuncia alla procura di Roma

Corriere della Sera
Alle 3 di notte dell’8 ottobre 2016 uno degli innumerevoli attacchi aerei della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita in Yemen colpisce il villaggio di Deir Al-Hajari, nel nord-ovest del paese.


L’attacco uccide una famiglia di sei persone, tra cui una madre incinta e quattro bambini.
Sul luogo dell’attentato vengono rinvenuti alcuni resti di una bomba MK80 e un anello di sospensione (componente bellico necessario per caricare la bomba su un aereo) fabbricati da RWM Italia S.p.A., società controllata dal produttore tedesco di armi Rheinmetall AG.

Per fare luce sul contributo fornito da soggetti italiani in quell’attacco, ieri l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), la Rete Italiana per il Disarmo e l’organizzazione non governativa yemenita Mwatana hanno presentato una denuncia penale alla Procura della Repubblica italiana di Roma.

Nella denuncia si chiede che venga avviata un’indagine sulla responsabilità penale dell’Autorità italiana che autorizza le esportazioni di armamenti(Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento – UAMA) e sugli amministratori della società produttrice di armi RWM Italia S.p.A. per le esportazioni di armamenti destinate agli stati membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita coinvolti nel conflitto in Yemen.
Dal marzo 2015 tutte le parti coinvolte nel conflitto nello Yemen hanno ripetutamente violato i diritti umani e la popolazione civile sta affrontando una crisi umanitaria di vaste proporzioni. Numerosi attacchi aerei sferrati dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita sono stati giudicati dalle Nazioni Unite in violazione del diritto umanitario internazionale. Amnesty International parla ripetutamente di crimini di guerra.

“Ciò nonostante, l’Italia continua ad esportare armi verso i membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita. Ciò è contrario alla legge italiana n.185/1990, che vieta l’esportazione di armi verso paesi in conflitto armato. Inoltre, è in contrasto con le disposizioni vincolanti della Posizione comune dell’Unione Europea che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di attrezzature militare e contro le prescrizioni contenute nel Trattato internazionale sul commercio delle armi”, ha dichiarato Francesco Vignarca, della Rete Italiana per il Disarmo.

Radhya Al-Mutawakel, direttrice di Mwatana, ha aggiunto: “Dal 2015 la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha ucciso e ferito migliaia di civili in Yemen e ha bombardato anche scuole, ospedali, case, ponti e altro ancora. È molto triste che anche l’Italia stia alimentando questa guerra, vendendo armi ad alcuni stati membri della coalizione guidata dall’Arabia Saudita”.

Riccardo Noury

domenica 25 marzo 2018

Usa, centinaia di migliaia di giovani in corteo contro le armi: mai così tanti dai tempi del Vietnam

La Repubblica
L'iniziativa promossa da un gruppo di studenti del liceo della Florida dove 17 persone sono state uccise con armi automatiche da un ex studente il 14 febbraio scorso. Più di ottocento manifestazioni in tutto il Paese e oltre un centinaio nel mondo.


Oltre 800mila persone hanno sfilato a Washington, secondo gli organizzatori, ed altre centinaia di migliaia in altre 836 città degli Stati Uniti, per la marcia contro le armi organizzata dopo il massacro della scuola di Parkland in Florida, dove a febbraio hanno perso la vita 17 persone. Per trovare una mobilitazione giovanile altrettanto imponente, secondo l'Associated Press, bisogna tornare indietro di quasi cinquant'anni ai tempi del no alla guerra in Vietnam.

Studenti, insegnanti, genitori e ragazzi sopravvissuti alle stragi nelle scuole che hanno scosso l'America negli ultimi anni hanno percorso Pennsylvania Avenue a Washington, per la manifestazione-clou della giornata di protesta, conclusa dinanzi alla Casa Bianca.

L'evento è stato preparato per settimane da quanti ritengono che la Casa Bianca e il Congresso non abbiano fatto abbastanza per limitare il proliferare delle armi e fermare le stragi; e hanno deciso di scendere in piazza contro la potente National Rifle Association, la lobby delle armi.

E' un fiume in piena quello che ha percorre il centro della città con la "Marcia per le nostre vite": "Noi siamo la generazione del cambiamento", dice Ann, che viene dalla Pennsylvania, ha 18 anni e sottolinea con orgoglio: "sono già registrata per votare. E sono qui perché da qui parte il cambiamento".

Obiettivo primario della manifestazione è quello di ottenere dal Congresso leggi più severe per le vendite di armi, specie quelle a ripetizione, in modo da frenare le stragi che, con macabra puntualità, si ripetono negli istituti scolastici di tutto il paese. "Mio nonno aveva un sogno - ha detto dal palco di Washington la nipotina di Martin Luther King, 9 anni - e anch'io ho un sogno: un mondo senza le armi".

Ma il momento più toccante della manifestazione è stato quando Emma Gonzales, sopravvissuta al massacro di Parkland, ha chiesto e ottenuto alla folla enorme che l'ascoltava di restare in silenzio per 6 minuti e 20 secondi, il tempo intercorso tra il primo e l'ultimo sparo nella Marjori Stoneman Douglas High School in Florida.

Eventi si sono svolti in tutto il Paese: oltre 700 le marce collegate negli Stati Uniti: da Washington a New York, da San Francisco a Los Angeles, passando per Seattle. Più di un centinaio quelle 'gemellate' nel resto del mondo.

L'iniziativa ha raccolto il sostegno di molte celebrità di Hollywood. In prima fila Oprah Winfrey, Justin Bieber, Steven Spielberg e la coppia George e Amal Clooney che hanno anche robustamente finanziato l'organizzazione, donando 500mila dollari.
"Mi avete reso nuovamente orgoglioso del mio Paese": ha scritto l'attore in una lettera agli studenti del liceo di Parkland pubblicata nell'edizione Usa del Guardian.

Alle iniziative è arrivato anche il sostegno dell'ex presidente Barack Obama: che in un tweet ha voluto esprimere la gratitudine e il supporto suo e della moglie Michelle.

venerdì 23 marzo 2018

Yemen guerra dimenticata ma non dai fornitori di armi. Amnesty, dopo 3 anni di guerra continua sofferenza dei civili

AnsaMed
Sotto accusa tutte le parti e fornitori di armi, tra cui Italia.
"Dopo tre anni, il conflitto civile in Yemen non accenna a placarsi, e tutte le parti continuano ad infliggere orribili sofferenze alla popolazione civile". E' quanto afferma oggi Amnesty International, accusando tra l'altro "gli Usa, il Regno Unito e altri Stati, tra cui Francia, Spagna e Italia", di continuare a trasferire "armi per miliardi di dollari alla Coalizione araba a guida saudita" che compie bombardamenti nel Paese, colpendo anche civili.


"Questo significa farsi beffe del Trattato internazionale sulle armi", ha affermato Lynn Maalouf, direttore delle ricerche per il Medio Oriente dell'organizzazione.

Dall'inizio del conflitto, il 25 marzo del 2015, Amnesty afferma di avere accertato 36 raid aerei della Coalizione che sembrano aver violato la legge umanitaria internazionale, portando alla morte di 513 civili, compresi 137 minori.
Amnesty afferma che anche i ribelli sciiti Huthi bombardano indiscriminatamente aree residenziali, come avvenuto tra gennaio e febbraio nella città di Taiz. Inoltre, nella capitale Sanaa e in altre regioni sotto il loro controllo, gli Huthi e il loro alleati compiono ondate di "arresti arbitrari" e "decine di uomini e donne sono stati vittime di sparizioni forzate". 

Secondo l'Onu, sono quasi 6.000 i civili uccisi nei tre anni di guerra e oltre 9.000 i feriti. La guerra ha inoltre causato una delle più grandi tragedie umanitarie. Si calcola che oltre 22 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza e vi è più di un milione di sospetti casi di colera. Al Qaida e l'Isis hanno rafforzato la loro presenza in Yemen approfittando della guerra civile.