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lunedì 6 giugno 2022

Cina, nuove prove di violenze e torture contro la minoranza musulmana degli Uiguri

Blitz
Nello Xinjiang, Cina, sono emersi documenti e migliaia di fotografie di uiguri e altre minoranze turche nelle carceri dove sono segregati, dati hackerati dai server dei computer della polizia.


I dossier della polizia dello Xinjiang, come vengono chiamati, sono stati trasmessi alla BBC all’inizio del 2022. Dopo un impegno durato mesi per indagare e autenticare le persone, le foto offrono significative informazioni sull’internamento degli uiguri della regione e di altre minoranze turche.

La cache rivela, con dettagli senza precedenti, l’uso da parte della Cina dei campi di “rieducazione” e delle prigioni come due sistemi separati ma correlati di detenzione di massa per gli uiguri e mette seriamente in discussione la versione pubblica cinese su entrambi.


L’affermazione del governo secondo cui i campi di rieducazione costruiti in tutto lo Xinjiang dal 2017 non sono altro che “scuole” è contraddetta dalle istruzioni interne della polizia, dai turni di guardia e dalle immagini inedite dei detenuti.

L’uso diffuso di accuse di terrorismo, in base alle quali molte altre migliaia di persone sono state rinchiuse nei penitenziari, viene mascherato come pretesto per un metodo parallelo di internamento, con prospetti scritti della polizia pieni di sentenze arbitrarie e drastiche.

I documenti forniscono alcune delle prove fino a oggi più evidenti di una politica che prende di mira qualsiasi espressione di identità, cultura o fede islamica uigura e di una catena di comando che arriva fino al leader cinese, Xi Jinping.
[...]
Le immagini mostrano una politica progettata per prendere di mira deliberatamente le famiglie uigure per la loro identità e cultura e – come ha detto la Cina – per “spezzare le loro radici, il loro lignaggio, le loro connessioni, le loro origini”

Caterina Galloni

sabato 17 aprile 2021

Diritti umani. La scure di Pechino su Hong Kong, condanne da 8 a 18 mesi di carcere agli oppositori democratici

Avvenire
Da otto a 18 mesi di reclusione ad avvocati, parlamentari, attivisti. Con loro anche il magnate Jimmy Lai. Dei nove «puniti» solo per aver manifestato pacificamente nel 2019, cinque sono cattolici


In quella che è forse la sentenza più dura nel colpire il movimento democratico di Hong Kong, ieri nove dei suoi leader – 5 dei quali cattolici – sono stati condannati a pene variabili da otto a 18 mesi di reclusione per la partecipazione alle manifestazioni che il 18 e 31 agosto 2019, hanno sfidato le pretese di controllo di Pechino sull’ex colonia britannica e aperto un periodo di forti tensioni, con punte di quasi rivolta e una repressione che ha sfiorato l’intervento militare.

Ieri era la giornata prevista per la lettura della sentenza per sette degli accusati condannati il primo aprile, ma ad essi se ne sono aggiunti altri due, giudicati per gli stessi reati. Secondo il giudice Amanda Jane Woodcock, tutti i condannati erano «consapevoli di violare la legge» partecipando alle proteste e intervenendo pubblicamente. 

Ancor più grave «considerando l’instabilità di quei giorni» e di conseguenza, ha indicato il giudice del tribunale di West Kowloon, dove un intero piano era stato riservato a media e osservatori locali e stranieri, «il caso implica una sfida diretta all’autorità della polizia. La marcia del 18 agosto era premeditata e ha causato interruzioni del traffico. E anche se era pacifica, c’era un rischio latente che potesse finire in violenza».

Nel contesto attuale, dominato dall’imposizione – dallo scorso giugno – della Legge sulla sicurezza nazionale cinese, le pene sono risultate relativamente “leggere”, considerando i cinque anni di detenzione potenzialmente applicabili per questi reati, e per cinque dei condannati, tra cui l’ottuagenario avvocato e fondatore del Partito democratico, Martin Lee, e la combattiva Margaret Ng, pure avvocato, condannati rispettivamente a 11 e 12 mesi di carcere, la pena è stata sospesa per 24 mesi.

Che questo avvenga nonostante le pressioni di Pechino resta positivo, ma nulla toglie alla gravità di provvedimenti che colpiscono personalità impegnate a chiedere il rispetto delle garanzie stabilite negli accordi che hanno accompagnato il passaggio di Hong Kong alla Repubblica popolare cinese il primo luglio 1997 e nella Legge base che ne avrebbe dovuto garantire per 50 anni un’ampia autonomia. Leggi non ignote ai condannati, quasi tutti avvocati, oltre che parlamentari, sindacalisti o attivisti, ma piegate per quanto possibile agli ideali repressivi. Non a caso, decine di leggi per almeno 600 pagine di testo, sono in via di revisione a Pechino per adeguarle alla nuova realtà di Hong Kong. 

venerdì 7 agosto 2020

Cina - Innocente dopo 27 anni di carcere per aver confessato un omicidio sotto tortura. Xi Jinping : "Non è mai troppo tardi per correggere gli errori"

Il Dubbio
"Non è mai troppo tardi per correggere gli errori". Con queste parole il presidente Xi Jinping ha messo fine alla drammatica vicenda che ha visto protagonista un carpentiere cinese, oggi 52enne, finito in carcere per ben 27 anni, condannato per un assassinio avvenuto nel 1993 del quale però non esistevano prove sufficienti per detenere l'uomo.

Zhang Yuhuan al momento della liberazione
Zhang Yuhuan ha così scontato metà della sua vita, 9.778 giorni, ingiustamente in una cella. È l'errore riconosciuto dalla giustizia che molto probabilmente non risarcirà mai abbastanza l'uomo. 

In realtà la vicenda è importante per diversi aspetti. Il calvario di Zhang iniziò nell'ottobre 1993 quando i corpi di due ragazzi furono scoperti in un bacino idrico del villaggio a Jinxian, una contea di Nanchang, capitale del Jiangxi. Immediatamente i sospetti si appuntarono su Zhang, vicino di casa delle vittime. 

Nel gennaio 1995, un tribunale di Nanchang lo ha dichiarato colpevole condannandolo a morte, poi la pena è stata commutata in ergastolo dopo due anni. Zhang ha sempre urlato la sua innocenza sostenendo di essere stato torturato dalla polizia durante gli interrogatori. 

A marzo 2019, sotto la spinta di innumerevoli appelli pubblici l'Alta Corte ha riaperto il caso e a luglio scorso i procuratori provinciali hanno raccomandato l'assoluzione del sig. Zhang sulla base di prove insufficienti.

Implicitamente si è riconosciuto che le confessioni del condannato erano state estorte con la forza. Quella della tortura non è una pratica inusuale in Cina, già nel 2015 un rapporto di Amnesty International aveva messo in evidenza come su 127mila verdetti emessi in quell'anno ben 1898 potevano essere ricondotti a confessioni ottenute illecitamente, tra queste solo in 16 casi la Corte aveva deciso di non accogliere le dichiarazioni dell'imputato anche se ciò era dovuto solo all'emergere di altre prove. 

Si tratta di cifre ottenute tramite il lavoro di 40 avvocati, spesso i primi a subire le conseguenze delle loro denunce. Nel mirino delle autorità poi finiscono attivisti per i diritti umani, oppositori e i rappresentanti di minoranze etniche in lotta per il proprio riconoscimento.

Malgrado fin dal 2010 il sistema cinese abbia iniziato uno sforzo serio per sradicare l'uso delle confessioni forzate. Attualmente infatti, come nel caso Zhang, la condanna a morte deve essere approvata dalla Corte suprema cinese. Ma tali riforme sono ostacolate dal potere per due principali motivi. La polizia in molte province è sottoposta a forti pressioni da parte delle autorità centrali per risolvere i casi, inoltre spesso vengono detenuti imputati definiti "politicamente sensibili" come nel caso dei musulmani Uiguri. È molto probabile quindi che un possibile miglioramento della giustizia cinese riguarderà solo la criminalità comune lasciando fuori chi viene considerato una minaccia per il partito Comunista.

Alessandro Fioroni

martedì 28 luglio 2020

Cina. Centinaia di migliaia della minoranza musulmana Uiguri nei campi-prigione per essere "rieducati"

Notizie Geopolitiche
In Cina, nella regione ricchissima di petrolio e gas dello Xjiang vivono più di 10 milioni di uiguri. Parlano un dialetto turco e i loro tratti somatici ricordano molto i popoli dell’Asia centrale. Di loro si parla solitamente poco, li si nomina solo per ricordare le centinaia di migliaia di uiguri e di altre minoranze musulmane detenuti nei campi di “rieducazione” cinesi. 

Centri che il governo centrale definisce siti per favorire l’apprendimento di utili capacità di carriera, ma sono molti quelli usciti da questi centri che parlano di prigionia e di luoghi dove viene fatto una sorta di lavaggio del cervello di massa e inculcata l’obbedienza al partito comunista. 

Dal 2001 in Cina è in atto una forma di repressione nei confronti dei movimenti indipendentisti e separatisti, i cui inizi risalgono alla prima metà del Novecento. Col tempo la minoranza musulmana che vive in Cina è stata vittima di forme di repressione sempre maggiori da parte delle autorità. Nel 2009 nello Xinjiang, per fermare una manifestazione di uiguri, morirono centinaia di persone.

C. Alessandro Mauceri

martedì 21 luglio 2020

Borrell e Parlamento UE condannano la Cina: Violazioni dei diritti umani a Hong Kong e sugli Uiguri inibizione della fecondità

EU News
Sotto accusa la legge sulla sicurezza nell’ex colonia e l’inibizione della fecondità del popolo dello Xinjiang
L’alto rappresentante per la politica estera dell’UE Josep Borrell esprime “preoccupazione” in merito all’adozione della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong da parte dell’Assemblea nazionale cinese. Mentre dal Parlamento europeo giunge una forte denuncia dei comportamenti di Pechino nei confronti del popolo uiguro.
Gli uiguri, minoranza musulmana della regione della Xinjiang della Cina
La legge varata da Pechino secondo l’alto rappresentante non offrirebbe invece rassicurazioni sulla conformità alla legge fondamentale e gli impegni internazionali assunti dalla Cina. Tra essi, garantire ai cittadini di Hong Kong la piena tutela dei diritti e delle libertà di cui godono “di espressione, stampa, associazione, corteo e manifestazione”. Non da ultimo, “continuare ad applicare le disposizioni del Patto internazionale sui diritti civili e politici” (ICCPR) recepite dall’ordinamento nazionale.
[...]
Contro Pechino anche il Parlamento europeo, da cui arriva oggi la denuncia di un’altra azione della Cina ai danni della minoranza uigura. Gli eurodeputati Reinhard Bütikofer (Verdi) e Evelyn Gebhardt (PSE), presidente e vice-presidente della delegazione del PE per i rapporti con la Repubblica popolare cinese, denunciano in una nota congiunta la campagna del Partito comunista volta a “sopprimere il tasso di fecondità degli uiguri nella regione dello Xinjiang”. Si parla di “sterilizzazioni e aborti coatti” nonché di severe sanzioni per chi viola il controllo delle nascite. Per i deputati si rafforza pertanto l”ipotesi che si stia assistendo “all’attuazione di un genocidio”.

Una risoluzione del Parlamento europeo dello scorso dicembre aveva già condannato la detenzione di massa della popolazione uigura nei “campi di rieducazione” politica nello stesso Xinjiang. Resta pertanto alta l’allerta e “l’esigenza di un’indagine indipendente, nonché di sanzioni per violazione dei diritti umani”.

“Riconosciamo l’urgenza della situazione e invitiamo la Commissione europea, l’alto rappresentante e gli Stati membri a condannare univocamente questa pratica e ad agire in modo tempestivo per trovare una risposta adeguata”, recita ancora la nota degli eurodeputati.

domenica 16 febbraio 2020

Coronavirus - Aiutare ora la Cina è un banco di prova per l'umanità. Spazzare via razzismi e sovranismi non è solo un'opportunità ma una necessità.

Globalist
C'è qualcosa di diabolico in ciò che sta accadendo in Cina. Tutti stanno fuggendo dalla Cina ma la Cina non può fuggire da tutti noi. La Cina è la nazione più popolata del mondo, è la nazione più industrializzata, e i cinesi sono dappertutto in mezzo a noi.



Il panico non serve. È urgente guardare in faccia la realtà. Mentre le voci di cittadini infetti si rincorrono ai quattro angoli del globo viene da pensare all'Africa, continente in cui i cinesi sono massicciamente presenti, dove ancora non si segnala nemmeno un caso di corona virus. Ma sappiamo bene quali sono le condizioni igieniche africane e non occorre una fervida immaginazione per intuire cosa potrebbe accadere se il virus si diffondesse anche in Africa.

Da quando è esploso il problema del cambiamento climatico, il nostro pianeta ci appare sempre più piccolo e problematico. I problemi riguardano tutti, senza nessuna eccezione, e li possiamo risolvere soltanto lavorando tutti insieme.
Tutti i paesi industrializzati che fanno affari in Cina, dopo aver messo in salvo tutti i loro connazionali, dovranno pensare al più presto a come aiutare la Cina. Non avremmo mai immaginato che potesse accadere qualcosa del genere ma è accaduto. 

Vedevamo la Cina come un gigante spavaldo e inattaccabile, ma eccola in ginocchio. E se la Cina dovesse precipitare, la sensazione è che potremmo precipitare tutti insieme nello stesso baratro.
Ecco un banco di prova importante per tutta l'umanità. Ecco l'occasione giusta per spazzare via razzismi e sovranismi. Ma non è soltanto un'opportunità. È soprattutto un obbligo. Non c'è tempo da perdere.

martedì 17 dicembre 2019

Sono 250 i giornalisti in carcere nel mondo: Cina al primo posto, Turchia seconda

La Stampa
Sono 250 in tutto il mondo, la maggior parte in Medio Oriente. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha calcolato che quest'anno è la Cina al primo posto fra i Paesi con più reporter incarcerati, con almeno 48, in aumento rispetto allo scorso anno. Segue la Turchia con 47, ma in deciso calo rispetto ai 68 del 2018.


In questa classifica negativa al terzo posto arrivano Arabia Saudita ed Egitto, entrambi con 26 giornalisti in prigione. In totale, almeno 250 reporter sono incarcerati in tutto il mondo a causa della loro professione. Un anno fa il Cpj aveva documentato 255 casi. Il numero rimane vicino ai 273 prigionieri registrati nel 2016, il record da quando viene pubblicata la statistica.

La Turchia ha guidato la classifica negli ultimi quattro anni, prima del forte calo nel corso del 2019, un miglioramento che però secondo la Ong non riflette "il successo degli sforzi del governo del presidente Recep Tayyip Erdogan per porre fine al giornalismo indipendente e critico". 

Se il Medio Oriente resta la regione critica, la situazione è in peggioramento in Cina. L'aumento dei reporter incarcerati è legato soprattutto alla repressione in corso nello Xinjiang, la regione autonoma dove vive la minoranza turcofona e musulmana degli uiguri.

Secondo il Cpj "il numero dei giornalisti arrestati è aumentato costantemente sotto la presidenza di Xi Jinping e il consolidamento del suo potere nel Paese", mentre la repressione nello Xinjiang "ha portato all'arresto di decine di reporter". Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, ha replicato che "le istituzioni con sede negli Stati Uniti non hanno credibilità" e che la Cina "è un Paese basato sulla stato di diritto, dove nessuno è al di sopra della legge".

Fra gli altri Paesi dove la libertà di stampa è limitata ci sono l'Eritrea, con 16 giornalisti imprigionati, poi il Vietnam, 12, l'Iran, 11. Il rapporto sottolinea come "autoritarismo, instabilità, proteste" hanno portato a un aumento degli arresti in Medio Oriente. Dei 250 reporter in carcere, "l'8 per cento sono donne", in calo dal 13 per cento dello scorso anno. La maggior parte sono stati arrestati per i loro articoli su temi come "diritti umani e corruzione". Il rapporto non include però i reporter sequestrati da entità non statali, come milizie e gruppi terroristici.

Giordano Stabile

martedì 26 novembre 2019

Cina, la verità dalla fuga di documenti. Come funzionano i “lager” per gli uiguri musulmani

Open
I documenti ottenuti dall’International Consortium of Investigative Journalism rivelano un sistema di prigionia di massa


Un lavaggio del cervello sistematico per milioni di uigiri musulmani detenuti in Cina nella regione dello Xinjiang. È quanto rivelano i documenti ufficiali delle autorità cinesi di cui è entrato in possesso l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), a cui appartengono anche la Bbc e il The Guardian.

I documenti classificati sono arrivati all’ICIJ attraverso una catena di uiguri esiliati. Il governo cinese sostiene però da tempo che i campi dello Xinjiang offrano istruzione e formazione volontaria contro l’estremismo alla minoranza uigura. Dai documenti trapelati, ribattezzati China Cables, emerge invece come Pechino abbia dato istruzioni precise su come gestire questi posti: cioè prigioni di massima sicurezza, con una rigida disciplina, punizioni e divieto di fuga, dove la vita dei detenuti viene monitorata continuamente.

Negli ultimi due anni attraverso descrizioni, testimonianze di ex detenuti, e immagini satellitari è emerso un sistema di campi gestiti dal governo nello Xinjiang abbastanza grande da contenere un milione o più di persone. Ultima in ordine di tempo è la rivelazione fatta dal New York Times che attraverso documenti classificati ha svelato gli ordini impartiti dal presidente cinese Xi Jinping in merito alla repressione degli uiguri: “Nessuna pietà”.ù

lunedì 30 settembre 2019

Cina, Wang Meiyu attivista diritti umani morto in carcere: chiesta indagine. Secondo la famiglia, segni di tortura sul corpo

Askanews
La morte di Wang Meiyu, l’attivista cinese 38enne arrestato per aver innalzato un foglio con su chiedeva le dimissioni del presidente Xi Jinping, ha provocato lo sdegno degli attivisti per i diritti umani che chiedono un’indagine. Lo rileva oggi il Guardian.

Wang era stato arrestato a luglio, dopo aver innalzato il foglio davanti al dipartimento di polizia dello Hunan, e accusato di aver provocato “disagi”, un’accusa vaga spesso usata coi dissidenti.

Secondo l’avvocato e la madre di Wang, l’uomo è morto lunedì. La moglie Cao Shuxia ha ricevuto una chiamata dalla polizia, che ne notificava il decesso all’ospedale militare di Hengyang. La polizia non ha dato al telefono spiegazioni.

Secondo Mingsheng Guancha, un gruppo per i diritti umani cinese, ha affermato che in seguito la moglie ha visto il corpo di Wang: sanguinava dagli occhi, dalla bocca, dalle orecchie e dal naso, oltre ad avere bruciature sul volto.

“Il governo cinese deve indagare sulle accuse di tortura e morte in detenzione dell’attivista per i diritti umani Wang Meiyu e accertare la responsabilità penale per la tortura e le uccisioni extragiudiziali”, hanno scritto in un comunicato i Difensori dei diritti umani in Cina (CHRD). Secondo il Guardian, alla famiglia di Wang sono stati offerti 2 milioni yuan come risarcimento, circa 220mila dollari.

lunedì 8 luglio 2019

Cina - Centinaia di bambini di etnia uigura (minoranza musulmana) tolti ai genitori e "rieducati".

Gazzetta del Mezzogiorno
Oltre 400 bambini di etnia uigura, in una sola città dello Xinjiang, sono stati separati da uno o da entrambi i genitori, finiti in carcere o internati in strutture di rieducazione: contro le piaghe "del terrorismo e dell'estremismo" soprattutto religioso, come rivendica Pechino, neanche loro sfuggono al processo di "mandarinizzazione" che va avanti spedito nella regione del nordovest della Cina, caratterizzata dalla forte minoranza musulmana turcofona.


Se sono centinaia di migliaia, se non più di un milione secondo alcuni rapporti rimbalzati all'Onu, gli adulti rinchiusi nei centri di detenzione, il passaggio aggiuntivo è la campagna che passa per scuole e dormitori dedicati alle nuove generazioni. 

Da un'inchiesta della Bbc, ad esempio, è emerso che uno delle decine di uiguri intervistati e residenti in Turchia, Abdurahman Tothi, ha raccontato di non avere più notizie dei suoi figli da tre anni, dopo il loro viaggio con la madre nello Xinjiang per una visita ai nonni.

L'uomo ha spiegato di aver trovato un video online di un bambino che è sicuro essere suo figlio, Abdulaziz, che parla in mandarino e non in uiguro, la sua lingua madre. "Il loro obiettivo - è stata la sua amara spiegazione - è di farne degli han cinesi, portandogli via la loro vera identità".

I bambini sono destinati, secondo la ricostruzione della tv britannica, a scuole con enormi dormitori, sorte negli ultimi anni con i centri "di addestramento vocazionale" destinati agli adulti che, dopo aver commesso reati, puntano al reinserimento sociale. 

Su 60 interviste, genitori o parenti hanno raccontato nei dettagli la scomparsa di oltre 100 bambini. Una fonte diplomatica che ha visitato la regione ha rimarcato le "evidenze di primarie e sistematiche violazioni dei diritti umani" in una strategia che non ammette "soluzioni alternative" al modello han, l'etnia maggioritaria in Cina.

venerdì 24 maggio 2019

La UE alla Cina: rilasci l'avvocato Yu Wensheng e gli altri avvocati difensori dei diritti umani

Corriere della Sera
L'Unione Europea si aspetta dalle autorità cinesi l'immediato rilascio dell'avvocato Yu Wensheng, così come di altri difensori dei diritti umani detenuti e condannati tra cui Wang Quanzhang, Qin Yongmin, Gao Zhisheng, Ilham Tohti, Huang Qi, Tashi Wangchuk, Li Yuhan, Wu Gan e Liu Feiyue.
L'avvocato Yu Wensheng
Lo ha dichiarato il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae). L'organismo ha sottolineato come il noto avvocato cinese per i diritti umani, Yu Wensheng, che per diversi anni ha difeso i diritti umani, promosso lo stato di diritto in Cina e rappresentato attivisti e avvocati per i diritti umani, è stato processato a porte chiuse il 9 maggio presso il tribunale popolare intermedio della città di Xuzhou.

In questo contesto, secondo il Seae, non sono stati rispettati i suoi diritti ai sensi della legge sulla procedura penale cinese né gli obblighi della legge internazionale per un processo equo, senza indebito ritardo, per la difesa adeguata e l'accesso a un avvocato di sua scelta. Poiché la data del processo non è stata annunciata pubblicamente in modo tempestivo, né la sua famiglia né l'avvocato nominato erano in grado di partecipare al processo.

"In linea con il loro dichiarato obiettivo di rafforzare lo stato di diritto, le autorità cinesi dovrebbero rispettare gli obblighi di legge internazionali della Cina, inclusa la Dichiarazione universale dei diritti umani, e rispettare i diritti di tutti i cittadini come garantito dalla Costituzione cinese. L'Unione europea si aspetta l'immediato rilascio di Yu Wensheng, così come di altri difensori dei diritti umani detenuti e condannati e avvocati tra cui Wang Quanzhang, Qin Yongmin, Gao Zhisheng, Ilham Tohti, Huang Qi, Tashi Wangchuk, Li Yuhan, Wu Gan e Liu Feiyue".

martedì 12 marzo 2019

Umiliazioni, torture, lavori forzati. Come si vive in un carcere cinese

Tempi
Robert Rother, cittadino tedesco, ha passato sette anni e sette mesi nella prigione di Dongguan per reati finanziari. Uscito il 19 dicembre 2018 ha raccontato la sua terribile esperienza a Der Spiegel.


Umiliazioni, lavori forzati, torture. È quello che devono subire ogni giorno nelle prigioni cinesi i detenuti ed è quello che ha vissuto per sette anni e sette mesi Robert Rother. Il cittadino tedesco, che ha cominciato a giocare in Borsa a soli 13 anni e che si è trasferito a Shenzhen nel 2004 per fare affari in Cina, è stato recluso nel 2011 per reati finanziari e condannato a otto anni di carcere da trascorrere nella prigione di Dongguan. Uscito dal carcere il 19 dicembre 2018, la prima cosa che ha fatto appena ritornato ad Amburgo è stata telefonare a Der Spiegel: «Sono Robert Rother e aspetto di fare questa telefonata da sette anni».
L’interrogatorio e le minacce
Rother sostiene di essere innocente, di non avere mai derubato gli investitori che gli affidavano i loro capitali e di non avere provocato volontariamente perdite finanziarie per 21,3 milioni di dollari. La storia processuale però è la parte meno interessante delle vicende narrate dal broker. Il 20 maggio 2011, mentre si trovava nel suo bar preferito di Shenzhen, Lili Marleen, è stato portato via da due poliziotti e interrogato solo dopo 19 ore, durante le quali gli è stato impedito di dormire. Rinchiuso in una cella del centro di detenzione di Shenzhen numero 3, per mesi la polizia ha cercato di estorcergli una confessione, spiegandogli che altrimenti avrebbe potuto ricevere la pena di morte e millantando false testimonianze contro di lui mai raccolte.

Inginocchiarsi davanti alle guardie
Dopo la condanna, è stato portato nella prigione di Dongguan, dove il suo nome è stato tradotto in cinese (Luozi Luobote) ed è diventato il prigioniero numero 27614. Ogni volta che aveva bisogno di parlare a una guardia doveva stringere il pugno, alzare il braccio destro e dire: «Onorevole guardia, sono il prigioniero Luozi Luobote». Poi doveva inginocchiarsi ed esporre la sua richiesta.

Il primo mese lo ha passato in una cella destinata a 18 prigionieri, nella quale però dormivano in 40. Il bagno era semplicemente un buco nel pavimento, dal quale saliva giorno e notte il tanfo degli escrementi, che saturava l’aria afosa dell’estate. Per sua fortuna, soffriva di pressione alta e così gli hanno dato un letto da condividere con una sola persona.
«Nessuno vuole un morto europeo»
Le giornate di Rother passavano sempre uguali: sveglia alle 5,30 e una ciotola di riso e verdure per colazione. Poi, alle 6,50, i detenuti dovevano marciare in fila fino alla fabbrica che si trovava nell’edificio numero 6, all’interno del perimetro della prigione, per lavorare. Chi non seguiva il ritmo o camminava troppo lentamente veniva picchiato dalle guardie. Anche Rother ha preso la sua dose di calci, ma è accaduto raramente perché «gli europei vengono sempre trattati meglio degli altri. Nessuno in Cina vuole un morto europeo».
Nove ore di lavoro forzato al giorno
La giornata lavorativa cominciava alle 7 e terminava alle 18 con una breve pausa alle 12 per il pranzo. Alcuni detenuti assemblavano parti di macchine giapponesi, altri lavoravano ai lucchetti delle valigie Samsonite (anche se l’azienda ha negato di sfruttare il lavoro forzato nelle carceri cinesi). Rother si occupava di trasformatori: doveva avvolgere un cavo di rame di 2 metri a un anello di ferro. Dopo 61 giri, passava al pezzo successivo e avanti così per nove ore. Al termine della giornata, riceveva con gli altri detenuti una sessione di rieducazione sui valori del comunismo. Poi, dopo un’ora e mezza di tempo libero, le luci in cella si spegnevano.

Per ogni trasformatore Rother riceveva un punto. Come lavoratore di sesta categoria, doveva raggiungere 240 punti al giorno. Dopo tre mesi, essendo passato alla quinta categoria, doveva ottenere 288 punti. Ai lavoratori di primo livello era richiesto uno standard di 480 punti. Chi riusciva a rispettare i parametri riceveva alla fine del mese 20 yuan (2,60 euro) per comprare piccoli oggetti o generi alimentari. Le guardie punivano chi non raggiungeva i target vietando di guardare la televisione nel tempo libero o privandoli della telefonata mensile ai propri familiari. «Gli obiettivi vengono innalzati sempre di più finché diventa impossibile raggiungerli: ci spremevano come limoni», racconta Rother. «Tra di noi ci chiamavamo “automi”, spesso dovevamo lavorare anche la domenica».

Le torture
Chi cercava di ribellarsi o barava sui punti veniva punito e torturato. La tortura più comune era la “sedia di ferro”, che veniva posizionata all’ingresso della fabbrica. Il prigioniero veniva legato mani e piedi alla sedia in posizioni tali da perdere la sensibilità agli arti, che si gonfiavano a dismisura. La punizione poteva durare giorni o anche settimane.

Soprattutto chi violava le regole del carcere provando a suicidarsi veniva rinchiuso nella sezione 14 della prigione. Qui le guardie spruzzavano prima in aria dello spray al peperoncino, poi colpivano il detenuto con scariche elettriche al petto, alle gambe e al collo, lasciando che la sostanza urticante si posasse sulle ferite. Quando i detenuti venivano riportati nella loro cella, dovevano portare al collo un cartello con scritto: “Mi vergogno di ciò che ho fatto”. «Ricordo ancora le grida dei detenuti e il rumore delle scariche elettriche, che non dimenticherò mai», dichiara Rother.

La Cina ha firmato la Convenzione Onu contro la tortura ma non l’ha mai fatta rispettare. Secondo il detenuto tedesco, le telecamere venivano sempre spente quando le guardie dovevano pestare o torturare i carcerati. A 36 anni Rother è tornato a casa e vorrebbe riprendere il prima possibile il suo lavoro di una volta, anche se il suo sogno di fare soldi e di comprarsi una Ferrari entro i 25 anni (obiettivo che ha raggiunto a 26 anni poco prima di essere arrestato) è in parte svanito. Il prezzo che ha dovuto pagare per raggiungere quel sogno, infatti, è stato molto alto. «Devi mangiare la merda per sapere che sapore ha», è la sua ultima dichiarazione allo Spiegel.

Leone Grotti

mercoledì 19 dicembre 2018

Per la Cina sono campi di rieducazione, il resto del mondo li chiama gulag

Il Foglio
Financial Times e New York Times raccontano come funzionano i lavori forzati nella regione dello Xinjiang. Abel Amantay, un kazako cittadino cinese, era tornato l'anno scorso nello Xinjiang per registrare il suo permesso di lavoro all'estero. Era stato arrestato e deportato in uno di quelli che in Cina chiamano "centri di formazione professionale", costruiti dal governo della regione autonoma dello Xinjiang "per la popolazione locale legata ad attività estremiste o terroristiche".



Secondo quanto riportato da Emily Feng sul Financial Times di ieri, "dopo aver finalmente ottenuto il permesso per entrare nella struttura, il padre di Amantay ha potuto vedere suo figlio e ha saputo che è impiegato in un'industria tessile per 95 dollari al mese. Ad Amantay è permesso di fare due brevi telefonate al mese alla moglie in Kazakhstan". Lei spiega che il marito in quelle telefonate "non dice molto, solo che sta guadagnando. Ma ogni volta domanda i nomi e l'età dei suoi figli. Sembra che abbia una grave perdita di memoria".

Secondo il quotidiano londinese questa è una delle prove che i laajiao, cioè i campi di "rieducazione attraverso il lavoro" che erano stati aboliti ufficialmente dalla Corte suprema di Pechino nel 2013, siano in realtà attivi. Le deportazioni di massa, confermate dall'Onu e condannate pure dal Parlamento europeo - con una tiepida risoluzione del 3 ottobre votata pure dagli europarlamentari del M5s - riguarderebbero circa un milione tra uiguri, kazaki e altre minoranze etniche dell'area. Se ne parla da anni, ma è solo da pochi mesi che comincia a venir fuori quel che succede davvero dentro ai campi.

Se in un primo momento Pechino aveva perfino negato l'esistenza delle strutture, adesso la propaganda è cambiata: "Il Partito dice che la rete di campi nello Xinjiang fornisce una formazione professionale e inserisce i detenuti nel mondo produttivo per il loro bene", hanno scritto ieri Chris Buckley e Austin Ramzy sul New York Times. La seconda economia del mondo oggi determina l'agenda diplomatica globale, ed è naturale doversi confrontare con Pechino quando si tratta di business. L'influenza cinese non riguarda soltanto gli investimenti ma anche il soft power sulle questioni cruciali per l'idea di egemonia cinese di Xi Jinping.

Il fatto che la questione dello Xinjiang sia ignorata per lo più da chi tratta con la Cina è indicativo di quello che sta succedendo alla diplomazia occidentale e alla difesa dei valori comuni e dei diritti universali. L'equilibrio tra interessi e valori è difficile da mantenere, e il "calcolo di convenienza" - che consegna la priorità alla stabilità dei rapporti diplomatici - negli ultimi anni, sta spostando l'ago della bilancia quasi tutto a favore di Pechino.

E a volte perfino si esagera, tra i politici di casa nostra, che parlano della Cina come "modello" per la sicurezza pubblica "nei limiti imposti dalla nostra cultura e Costituzione". Il problema, semmai, è anche che le notizie su quel che accade davvero nello Xinjiang sono difficili da trovare. "La regione è strategica per il governo e per i piani futuri di Xi Jinping e la sua nuova via della Seta", scriveva già a marzo Simone Pieranni su East, notando come Big Data e intelligenza artificiale siano diventate, qui, una straordinaria arma di controllo.

Ciononostante, sono molte le testimonianze di giornalisti seguiti e controllati a vista quando cercando di indagare nella regione, e qualche giorno fa le autorità cinesi hanno confermato l'arresto di Lu Guang, acclamato fotoreporter cinese, vincitore di tre World Press Photo, di cui non si avevano notizie dal novembre scorso mentre era in viaggio nella provincia dello Xinjiang. Non è l'unico tra i nomi celebri spariti dalla circolazione e poi ritrovati nei campi.

Se parliamo di realpolitik, vale la pena osservare come si muovono i paesi musulmani dell'area asiatica: l'Indonesia, per esempio, uno dei paesi che beneficia di più degli investimenti cinesi, è molto cauto. Scriveva ieri su Twitter Aaron Connelly dell'International Institute for Strategie Studies che "la pressione politica interna sul governo indonesiano per intervenire sulle detenzioni di massa sta crescendo, dopo un lungo periodo di silenzio da parte della società civile e della stampa".

Mentre il governo di Joko Widodo è ben attento a non inimicarsi Pechino, ieri il consiglio degli ulema indonesiano ha condannato "l'oppressione contro i musulmani in Cina, una palese violazione dei diritti umani e del diritto internazionale".

Lo stesso succede in Pakistan: ieri il South China Morning Post ha raccontato la storia del trader pachistano Chaudhry Javed Atta, che non vede la moglie uigura da più di un anno, anche lei portata via dalla sua casa nello Xinjiang. L'ultima volta che l'ha visto, gli aveva detto: "Mi porteranno in un campo, e non tornerò più".
Giulia Pompili

domenica 16 settembre 2018

Cina - Xinjiang, un altro campo di "rieducazione" per i musulmani Kirghizi, Tagiki, Uiguri,

Bitter Winter
Le autorità hanno adottato misure severe per camuffare un campo di rieducazione da centro di formazione professionale.

La "struttura rieducativa"
Nella contea di Akto, nella prefettura autonoma kirghisa del Kizilsu, nella regione autonoma dello Xinjiang, c’è un complesso di edifici nell’’area industriale denominata Light Industrial Park. Nonostante le autorità affermino che si tratti di un centro di formazione professionale, è a tutti gli effetti un “campo di rieducazione” per musulmani, in funzione ormai da più di un anno.

Il complesso si estende su un’area di più di 6.000 metri quadri. I cancelli sono sorvegliati giorno e notte da personale di polizia armato. Il perimetro della struttura è recintato con filo spinato alto fino a quattro metri. I detenuti sono confinati in due edifici grigi, mentre parte delle guardie è alloggiata in una torre di sorveglianza rossa. Anche il personale partecipa alle attività, ma il suo vero compito è impedire fughe e rivolte. Per questo ha sempre con sé un’arma da fuoco.

Stando alle informazioni raccolte, nella struttura sono reclusi circa 5mila cittadini cinesi. Si tratta in gran parte di musulmani di diverse etnie, come Uiguri, Kirghizi e Tagiki.
I detenuti vengono incarcerati per delitti come la fede in Dio, la condivisione di contenuti religiosi su applicazioni di messaggistica, l’aver manifestato malcontento verso il Partito Comunista Cinese e così via. Una volta nei campi, vengono costretti a studiare le politiche del Partito Comunista Cinsese (PCC) e il mandarino, oltre che a lodare il socialismo e il PCC stesso.

Le condizioni di vita all’interno del campo sono pessime. I minuscoli dormitori di cinque o sei metri quadri sono stipati con tre letti a castello. Ai detenuti non è permesso avvicinarsi alle finestre: se lo fanno, ricevono subito l’ordine di spostarsi. Sono monitorati da telecamere installate nei dormitori e nei corridoi, sotto la sorveglienza costante da parte di personale di ogni grado, come guardie, poliziotti ausiliari e addetti alla pubblica sicurezza che hanno sempre con sé un manganello elettrico e una ricetrasmittente.

Inoltre al personale è proibito utilizzare telefoni cellulari negli edifici e questo per impedire la divulgazione di qualsiasi informazione.

Nel frattempo, nella zona c’è un altro campo, molto più grande. Le fonti riferiscono che si estende su un’area di 20mila metri quadri e che vi sono incarcerati quasi 7mila cittadini cinesi.

Una fonte interna al governo ha anche rivelato che nella regione è in costruzione un campo ancora maggiore. Si stima che costerà dai tre ai quattro milioni di renmimbi e che conterrà più di 10mila persone.

Servizio di Li Zaili

mercoledì 15 agosto 2018

Cina. Un milione di musulmani Uighuri detenuti in campi segreti

Il Faro Sul Mondo
Si stima che più di un milione di musulmani Uighuri siano detenuti in "centri anti-estremismo" nell'estremo ovest della Cina, ha dichiarato Gay McDougall, vicepresidente del comitato anti-discriminazione delle Nazioni Unite, citando rapporti attendibili. 


Gay McDougall ha fatto questi commenti venerdì a Ginevra, mentre il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale ha iniziato a rivedere l'operato della Cina negli ultimi anni.

I membri erano "profondamente preoccupati" per le detenute segnalate di etnia Uighura e altre minoranze musulmane, che hanno "trasformato la regione autonoma Uighura dello Xinjiang in qualcosa che assomiglia a un enorme campo di internamento avvolto nella segretezza - una sorta di "zona senza diritti", ha dichiarato McDougall all'inizio dell'udienza di due giorni. Altri due milioni sono stati costretti nei cosiddetti campi di rieducazione all'indottrinamento politico e culturale.

La Cina sostiene che nello Xinjiang c'è una seria minaccia da parte di ribelli e separatisti che complottano gli attacchi e scatenano tensioni tra la minoranza Uighuri per lo più musulmana, che chiama la regione e la maggioranza cinese etnica Han. 

Venerdì scorso, Yu Jianhua, ambasciatore cinese presso l'Onu a Ginevra, ha annunciato che sta lavorando per l'uguaglianza e la solidarietà tra tutti i gruppi etnici. Il leader della delegazione cinese ha anche sottolineato il progresso economico e l'aumento degli standard di vita, tra le altre cose. Nelle sue osservazioni, McDougall ha sottolineato che la maggior parte di queste persone non è mai stata correttamente accusata di un crimine o processata in tribunale.

Mentre McDougall non citava le sue fonti, il numero di persone costrette alla detenzione e alla rieducazione corrispondeva a un rapporto che la Rete dei difensori dei diritti umani cinesi presentava al comitato. Altri gruppi hanno dato cifre molto più basse. 

Human Rights Watch ha riferito che ci sono "almeno decine di migliaia" nei centri di educazione politica. Amnesty International ha scritto che "almeno una decina di migliaia, con alcune fonti che affermano che centinaia di migliaia" di Uighuri sono stati arrestati e internati.

McDougall ha affermato che membri della comunità Uighura e altri musulmani vengono trattati come "nemici dello Stato" esclusivamente sulla base della loro identità etno-religiosa. 

Più di cento studenti Uighuri ritornati in Cina da Paesi come l'Egitto e la Turchia sono stati detenuti e alcuni sono morti durante la custodia. 

Il funzionario Onu ha anche citato dei rapporti che suggeriscono che le autorità cinesi perseguitano le persone per aver usato saluti musulmani, possedere cibo halal o per aver barbe o velo lunghi. 

Inoltre, ha sottolineato i rapporti di sorveglianza di massa e l'ampia collezione di campioni di Dna e scansioni dell'iride nello Xinjiang. Fatima-Binta Dah, membro del panel, ha fatto riferimento alla "detenzione arbitraria e di massa di quasi un milione di Uighuri", chiedendo alla delegazione cinese "qual è il livello di libertà religiosa ora disponibile per gli Uighuri in Cina, quale protezione legale esiste per loro la loro religione?".

Giovanni Sorbello

domenica 22 luglio 2018

Cina, Wang Quanzhang, avvocato per i diritti umani agli arresti, forzato a prendere medicine che inducono problemi psichiatrici

Asia News
Secondo i medici della prigione, Wang sarebbe malato di alta pressione sanguigna. La moglie, Li Wenzu, teme per lui la sorte di altri avvocati che forzati a prendere medicine, sono usciti con segni di schizofrenia.

Pechino - L’avvocato per i diritti umani Wang Quanzhang, detenuto per tre anni in luogo segreto e senza processo, è forzato a prendere strane medicine che compromettono la sua salute.

Wang era scomparso tre anni fa durante un’operazione della polizia contro un gruppo di circa 300 avvocati per i diritti umani (la cosiddetta operazione “709”). Pochi giorni fa gli è stato concesso di vedere per la prima volta il suo legale Liu Weiguo.

Liu ha comunicato alla moglie di Wang, Li Wenzu, che il marito sta bene ed è vivo. Ma ha anche detto che egli è costretto a prendere medicine.

Secondo i dottori della prigione, Wang sarebbe malato di alta pressione sanguigna e per questo deve prendere i farmaci.

Li Wenzu afferma che suo marito non aveva mai avuto problemi di pressione sanguigna prima di finire in carcere e teme che anche lui possa finire come Li Heping e il fratello Li Chunfu, altri avvocati per i diritti umani che in carcere erano costretti a prendere psicofarmaci. A causa di ciò, Li Chunfu, ora libero, dopo aver "confessato", ha dato segni di schizofrenia.

Per costringere la polizia ha rivelare il luogo della detenzione di Wang, lo scorso aprile Li Wenzu aveva organizzato una marcia da Pechino a Tianjin, ma è stata costretta a interromperla e a rimanere agli arresti domiciliari.

mercoledì 11 luglio 2018

Dopo 8 anni di carcere la Cina libera Liu Xia, la vedova del Nobel Liu Xiaobo

Lettera 43
Dopo otto anni passati tra arresti domiciliari e sorveglianza delle autorità la donna ha lasciato Pechino per arrivare a Berlino. La svolta dopo le richieste del governo tedesco.

Nell'autunno del 2010, Liu Xia raggiunse una prigione del nordest della Cinaper comunicare al marito Liu Xiaobo, attivista e dissidente, che gli era stato assegnato il premio Nobel per la Pace. Fu l'ultimo viaggio da donna libera prima del buio di otto anni, tra arresti domiciliari e sorveglianza delle autorità senza formali contestazioni.

Poetessa e artista, è stata liberata e le è stato permesso di partire il 10 luglio per raggiungere la Germania dopo lo scalo a Helsinki, fino all'arrivo all'aeroporto di Berlino a chiusura di un viaggio, questa volta, ben più lungo delle 12 ore reali. «Ha lasciato il Paese per cure mediche, di sua volontà», ha spiegato la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying in conferenza stampa, aggiungendo di non avere altre informazioni.

martedì 22 maggio 2018

I Laogai, le carceri–gulag cinesi, vere industrie della morte e mano d'opera a costi quasi nulli

Daily Cases
Più di mille i campi di prigionia e lavoro forzato disseminati in tutta la Repubblica Popolare Cinese dove le condizioni di vita e lavoro dei detenuti, uomini donne e bambini, sono disumane.



Sono più di mille i campi di prigionia e lavoro forzato disseminati in tutta la Repubblica Popolare Cinese. Definiti “i nuovi Gulag cinesi”, perché ispirati ai campi di concentramento russi di epoca staliniana, i Laogai vennero istituiti nel 1950 da Mao Zedong, il rivoluzionario che portò il comunismo a trionfare in Cina. Attualmente i Laogai ospitano milioni di persone, uomini, donne e bambini che, al pari di schiavi, sono costretti a massacranti condizioni di vita e di lavoro.

Le poche informazioni a riguardo, per lo più smentite dal Governo cinese, arrivano da coloro che, da queste prigioni, sono usciti, perché arrivati a fine pena o perché riusciti a fuggire. Harry Wu era forse il più famoso di questi: arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un cattolico e “controrivoluzionario di destra”, fu detenuto in diversi campi Laogai fino al 1979, quando fu rilasciato grazie alla liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong. 

Diciannove anni di sofferenze e di violenze testimoniate da Wu, fino al giorno della sua morte nel 2017, con numerose interviste e con esperienze di attivismo e denuncia delle violazioni dei diritti umani in Cina, iniziate una volta rifugiatosi in America, dove fondò, nel 1992, la Laogai Research Foundation, un’organizzazione di ricerca e pubblica educazione no profit sui campi di lavoro cinesi.

Negli anni sono venuti alla luce alcuni degli strumenti di tortura che la dittatura cinese mette in atto in questi “campi di rieducazione” nei confronti dei condannati. Si parla di lavori forzati, che durano anche 18 ore al giorno, in miniere di carbone o a costruire strade o lavorare la terra, di tempo passato a nutrirsi, in mancanza d’altro, anche di insetti e topi. 

All’interno dei Laogai sono previste punizioni corporali quali scariche elettriche, pestaggi, sospensione per le braccia, privazione del sonno, isolamento in celle di pochi metri quadrati, assenza di cure mediche e controlli, induzione al vomito con tubi ficcati in gola o nel naso, esposizione a caldo o freddo, bruciature, fino ad arrivare a violenze sessuali e all’asportazione e al traffico di organi dei detenuti.

Ma ciò che veramente distingue i Laogai cinesi dai predecessori campi di concentramento nazisti o staliniani, è l’attuazione anche di un vero e proprio abuso psicologico, che si concretizza nel lavaggio del cervello dei detenuti. Un indottrinamento politico che porta il prigioniero alla perdita della propria identità e a essere educato all’infallibilità del comunismo. Ogni giorno sono previste sessioni di studio dopo il lavoro forzato, costituite anche dalla cosiddetta “autocritica” per la riforma del pensiero, in cui, oltre a elencare e analizzare le proprie colpe, il detenuto le deve ammettere pubblicamente e deve giurare di diventare una “nuova persona socialista”. Infine deve dimostrare la propria lealtà al Partito Comunista Cinese denunciando anche i propri amici e familiari. I più colpiti, come è facile capire, sono i dissidenti politici contrari al Partito e i praticanti del Falun Gong, una pratica spirituale accusata di diffondere credenze irrazionali e di minare la stabilità sociale.

La “riforma” della personalità dei detenuti rende il sistema di rieducazione del Laogai strettamente funzionale allo stato totalitario cinese, così come, altrettanto funzionale, questa volta all’economia cinese, risulta il lavoro a cui sono costretti i prigionieri. Questo, infatti, rappresenta il secondo scopo alla base dell’istituzione dei Laogai: fornire un’enorme forza lavoro a costo zero per le multinazionali che producono e investono in Cina. È proprio dal lavoro nei Laogai che è partita l’attuale conquista cinese dei mercati esteri, caratterizzata da un basso tasso di disoccupazione, da una crescita continua dell’esportazione e dalla concorrenza spietata sui prezzi. Oggi nei Laogai si produce di tutto: articoli di vestiario, giocattoli, mobilio, tecnologia, veicoli… praticamente tutto ciò che in Occidente porta il marchio “Made in China”.

Viene facile capire come diventi semplice trarre vantaggio dalla violazione dei diritti umani in un Paese dove il solo pensare è considerato reato capitale e il pensiero è definito “istigazione eversiva”. Ne consegue che l’attuale e sfavillante crescita economica cinese nasce e si perpetua con il lavoro forzato nei Laogai e in una vasta rete di fabbriche-lager in cui le condizioni lavorative non sono tanto diverse dalla schiavitù. Si stima che almeno l’80% della popolazione cinese sia sfruttata in esse, nelle campagne e nelle miniere, a vantaggio della restante minoranza del 20%, il più delle volte collegata al Partito.

Il lavoro nei Laogai diventa quindi un business, non solo per la Cina, che è ormai la seconda potenza economica mondiale, ma anche per il resto del mondo che, pur condannando apertamente il sistema dei Laogai e le violazioni dei diritti umani, si limita però assurdamente a voltare lo sguardo altrove e a continuare a intrattenere rapporti commerciali con Pechino, con la falsa speranza che il commercio con l’Occidente potrà migliorare la situazione, e senza comprendere che è proprio questo comportamento che perpetua lo status quo. È evidente, infatti, che finché l’Occidente accetterà i prodotti fabbricati in Cina, i Laogai continueranno ad esistere e i diritti umani ad essere calpestati.

Luca Rinaldi


Harry WU, in una delle sue interviste, ha usato poche semplici parole per descrivere i Laogai: “Sono posti in cui si fabbricano due generi di cose: i prodotti e gli uomini”.

giovedì 12 aprile 2018

Amnesty: “Migliaia di esecuzioni capitali segrete in Cina” celate dal segreto di stato

La Stampa
La reale dimensione dell’uso della pena di morte nel Paese asiatico è sconosciuta perché i dati relativi sono celati dallo Stato



La Cina è rimasta nel 2017 lo Stato dove si eseguono la maggior parte delle condanne a morte. A segnalarlo è Amnesty International nel suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo, sottolineando che la reale dimensione dell’uso della pena capitale nel Paese asiatico è sconosciuta, poiché i dati relativi sono considerati segreto di Stato. Pertanto, il totale di 993 esecuzioni registrate nel mondo dall’organizzazione nel 2017 e riportate nel rapporto annuale sulla pena di morte «non comprende le migliaia che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina».

Amnesty «ha monitorato l’uso della pena di morte nel corso dell’anno, così come le sentenze giudiziarie inserite nel database nazionale pubblico, il China Judgements Online della Corte suprema del popolo», si legge nel rapporto. «Ancora una volta, Amnesty International ritiene che la Cina sia il paese che esegue la maggior parte delle sentenze capitali nel mondo, mettendo a morte più persone rispetto al resto degli stati mantenitori messi insieme». L’organizzazione «ha rinnovato la sfida alle autorità cinesi di essere trasparenti e rendere tali informazioni disponibili al pubblico».

domenica 4 febbraio 2018

Cina: migliaia di uiguri detenuti in “campi di rieducazione politica”

sicurezzainternazionale.luiss.it
Migliaia di uiguri musulmani sono attualmente detenuti in quelli che la Cina ha definito "campi di rieducazione politica", nella regione occidentale del Xinjiang. 


Omer Kanat, il presidente del comitato esecutivo del World Uyghur Congress, un gruppo di supporto alla diaspora del popolo, ha spiegato che per ogni famiglia appartenente alla minoranza etnica degli uiguri, almeno 3 o 4 persone sono state portate via e che nei villaggi non ci sono più uomini per strada, ma solamente donne e bambini.

Gli uiguri sono un'etnia turcofona di religione islamica che occupa il 46% della provincia nord-occidentale cinese del Xinjiang. Sin dagli anni '90, i membri dell'etnia avevano avviato un'attività indipendentista, che tuttavia è sempre stata respinta dalla Repubblica Popolare Cinese. 

Ultimamente, il governo del Paese ha altresì attuato azioni di soppressione culturale, repressione religiosa e discriminazioni contro la popolazione.

Secondo un funzionario di sicurezza rimasto anonimo, il numero di uiguri confinati nei campi ammonta a 120 mila persone solo nella prefettura di Kashgar, nella parte nordoccidentale della regione. Da aprile 2017, i membri dell'etnia accusati di sostenere posizioni estremiste e politicamente errate sono stati incarcerati o trasferiti in campi rieducativi in tutto il Xinjiang.

Il numero degli arresti degli uiguri è aumentato a ottobre 2017, in concomitanza con il XIX Congresso del Partito Comunista cinese a Pechino, e i campi rieducativi si sono riempiti di persone, costretti a vivere in condizione squallide. Un impiegato del governo locale, Erkin Bawdun, ha dichiarato che le strutture sono sovraffollate e i detenuti costretti vivere in situazioni pessime, dormendo senza cuscini in letti piccolissimi e obbligati a utilizzare abiti senza bottoni, chiusure lampo, cinture, lacci di scarpe e, in alcuni casi, privati anche della biancheria intima. Secondo quanto riportato da Bawdun, alcuni detenuti sono stati visti camminare scalzi, nonostante le temperature arrivino anche a -10 gradi.

Il governo cinese sta portando avanti una campagna in Xinjiang contro quelle che sono state definite le forze di "terrorismo, separatismo ed estremismo religioso". Diversi gruppi per i diritti umani hanno spiegato che tutte le persone che, secondo le autorità, potrebbero essere state influenzate dall'estremismo islamico, vengono sottoposte a una sorta di "lavaggio del cervello" all'interno dei campi. 

I detenuti sono costretti a elogiare il Partito Comunista, imparare il cinese mandarino, studiare il pensiero dell'attuale presidente cinese, Xi Jinping, e confessare le loro "trasgressioni", quali ad esempio pregare in una moschea o viaggiare all'estero. La ricercatrice senior per la Cina di Human Rights Watch, Maya Wang, d'istanza a Hong Kong, ha dichiarato che tutto ciò è totalmente illegale. Inoltre, le autorità non forniscono alcun documento ufficiale alle famiglie e non viene definita la durata del periodo di detenzione. La Wang aveva pubblicato un resoconto dettagliato sulla questione degli uiguri a settembre 2017, chiedendo al governo di Pechino di liberare tutti i detenuti.

La CNN ha dichiarato che le autorità del Xinjiang non hanno risposto alle richieste di ulteriori informazioni, ma i media del Paese hanno spiegato che questi campi sono efficaci per le attività di de-radicalizzazione. In quest'ottica, nel 2017 la regione ha approvato una legge contro l'estremismo, vietando la barba lunga, il velo in pubblico e la possibilità di far studiare a casa i propri figli, scatenando nuove proteste da parte dei gruppi per i diritti umani mondiali, tra le quali Amnesty International.

Per contrastare la crescita del movimento indipendentista uiguro, il governo cinese aveva iniziato a inviare persone di etnia Han, che rappresentano la maggioranza del Paese, nella regione del Xinjiang. Questa decisione, tuttavia, ha peggiorato le tensioni nell'area, nonostante il governo abbia garantito di rispettare i diritti e gli interessi di ogni etnia, vietando discriminazioni e oppressioni contro qualsiasi minoranza.

Tuttavia, secondo Rebiya Kadeer, l'ex leader del World Uyghur Congress, da tempo in esilio, le reali intenzioni del governo cinese riguardano l'eliminazione il gruppo etnico degli uiguri. "La repressione religiosa, le restrizioni culturali e il divieto di utilizzare la lingua uigura faranno sì che il popolo lotti in modo ancora più risoluto per mantenere la propria identità" aveva aggiunto Kadeer.

di Chiara Romano