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martedì 8 febbraio 2022

Assassinati a gennaio 20 difensori dei diritti umani e dell'ambiente nelle Americhe: 13 in Colombia, 1 in Messico, 3 in Brasile, 2 in Honduras

Corriere della Sera
Tredici in Colombia, tre in Brasile e in Honduras, uno in Messico oltre a quattro giornalisti, sempre in Messico.


Questo è lo sconcertante totale dei difensori e delle difensore dei diritti umani assassinati nel mese di gennaio nelle Americhe, che si confermano ulteriormente come il continente più pericoloso per chi svolge attività sociali, indaga sulle malefatte delle istituzioni o si prende cura dei gruppi più vulnerabili.

Diciotto delle persone assassinate si occupavano di protezione del territorio e dell’ambiente. Come Pablo Isabel Hernandez, leader nativo dell’Hondurasucciso il 9 gennaio, che dalla sua emittente radiofonica denunciava i rischi per l’ambiente nel dipartimento di Lempura. O come Melvin Geovany Mejia, fatto fuori il 22 gennaio a causa del suo impegno nella difesa dei diritti dei nativi Tolupa, sempre in Honduras.

La situazione della Colombia rimane sempre la più grave. Il 17 gennaio, a Puerto Gaitan, è stato ritrovato il corpo di Luz Marina Arteaga, difensora dei diritti dei contadini nel dipartimento di Meta. Una settimana dopo è stato ucciso Albeiro Camayo Guetio, ex coordinatore regionale della Guardia nativa della riserva Las Delicias, nel dipartimento di Cauca.

In Brasile, tre persone di una stessa famiglia sono state uccise il 9 gennaio nello stato di Para. Erano conosciute per il loro impegno nella protezione delle tartarughe e nella difesa dell’ambiente.

Il 27 gennaio la difensora messicana dei diritti umani Ana Luisa Garduno è stata uccisa nello stato di Morelos. Cercava giustizia per il femminicidio di sua figlia e ignoti le hanno riservato la stessa sorte.

Sempre in Messico, sono stati assassinati quattro giornalisti: José Luis Gamboa Arenas, Lourdes Maldonado, Alfonso Margarito Martínez Esquivel e Roberto Toledo.

Riccardo Noury

domenica 17 gennaio 2021

Human Rights Watch individua in Bolsonaro il profilo peggiore nella violazione dei diritti umani

Globalist
Discriminazione delle minoranze etniche e delle popolazioni native, delle donne e dei disabili.

Bolsonaro si è reso protagonista di violazioni su più fronti: discriminazione delle minoranze etniche e delle popolazioni native, delle donne e dei disabili. Ha ripetutamente attaccato i giornalisti, riducendo la libertà di stampa. 

Ha favorito le attività illegali di deforestazione dell'Amazzonia, sorvolando sulle intimidazioni e le violenze contro i difensori della foresta, mentre ha addossato alle comunità native e ai piccoli agricoltori la responsabilità degli incendi che hanno devastato decine di migliaia di ettari con un conseguente danno ambientale praticamente incalcolabile. 

Ma ciò che ha segnato particolarmente i mesi passati, nel terzo Paese al mondo dopo Stati Uniti ed India per numero di contagi da Covid e secondo per numero di morti, è stato l'atteggiamento sprezzante nei confronti delle raccomandazioni dell'OMS per prevenire la diffusione del virus. 

Bolsonaro ha minimizzato la gravità del contagio, mettendo a rischio il diritto alla salute dei cittadini.

Human rights Watch ha stilato e pubblicato il rapporto mondiale sul rispetto dei diritti umani nel mondo e uno dei ritratti peggiori è quello che emerge dal profilo proprio del presidente brasiliano.

venerdì 24 luglio 2020

Brasile. Le carceri ai tempi del coronavirus assomigliano all'inferno. 800mila detenuti senza assistenza sanitaria. Migliaia di contagiati

radiocittafujiko.it
Le carceri brasiliane ai tempi del coronavirus hanno l'aspetto di un girone dantesco. 


È questa l'immagine che restituisce Sergio Grossi, ricercatore dell'Università di Padova e dell'Universidade Federal Fluminense di Rio de Janeiro, specializzato in Educazione e Carcere. 
Tornato in fretta e furia in Italia a causa del collasso del sistema sanitario, pubblico e privato, del Paese - che finora ha registrato più di due milioni di contagiati da coronavirus e più di 80mila morti - il ricercatore racconta ai nostri microfoni la situazione nelle carceri brasiliane.

Carceri Brasile: una situazione drammatica - Nelle carceri brasiliane sono rinchiuse 800mila persone e l'assistenza sanitaria era assente già prima dell'arrivo della pandemia. Malattie come la tubercolosi sono endemiche e ad ammalarsi sono sia i detenuti che le guardie carcerarie. 

La malattia del sistema respiratorio rappresenta un fattore di rischio ulteriore per il Covid-19 e le statistiche sulla diffusione nelle carceri non sono incoraggianti. Solo a giugno negli istituti penitenziari brasiliani i contagi sono cresciuti dell'800%.

Quanto a numeri, sono più di 2.351 i detenuti risultati positivi ai test, ma la quota è destinata a crescere perché ci sono quasi altri mille casi sospetti in attesa di conferma. Secondo il Dipartimento penitenziario nazionale (Depen) la mortalità per coronavirus in carcere sia 5 volte maggiore rispetto a quella del Paese. "Due settimane fa - osserva Grossi ai nostri microfoni - è morto un ragazzo di 28 anni che era stato arrestato perché trovato in possesso di pochi grammi di marijuana".

Il sovraffollamento nelle carceri brasiliane supera il 200%. Le persone vivono ammassate ed è impossibile mantenere il distanziamento sociale prescritto dall'Oms per ridurre il rischio dei contagi.

Ad aggravare questa situazione ci sono le politiche del presidente Jair Bolsonaro, che da tempo parla della possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di non indossare la mascherina.

Classe, razza e genere: perché si finisce in carcere in Brasile - Il ricercatore ha svolto una ricerca etnografica all'interno delle carceri brasiliane ed ha riscontrato quanto succede più a nord, negli Stati Uniti, ma in generale in molti contesti del mondo. I detenuti, infatti, sono principalmente poveri ed afrodiscendenti.

"Troviamo quella che si chiama selettività penale - osserva Grossi - quindi la classe sociale conta, la razza conta e conta anche il genere. La gestione della pandemia, del resto, in Brasile è un vero e proprio disastro, al punto che c'è chi parla apertamente di "genocidio". È il caso di Frei Betto, il celebre teologo della liberazione, che cinque giorni fa ha scritto una lettera aperta in cui sostiene che ""questo genocidio non scaturisce dall'indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace dell'altrui morte".

"Del resto - aggiunge Grossi - il presidente brasiliano ha ripetuto più volte che l'errore della dittatura militare è stata quella di aver torturato e non ucciso". La gravità della situazione carceraria in Brasile ha indotto 200 ong attive nella difesa dei diritti umani a inviare un documento alla Commissione interamericana dei diritti umani dell'Onu e alla stessa Organizzazione mondiale della sanità, per denunciare le mancanze del governo.

martedì 11 febbraio 2020

Brasile. Bolsonaro non si ferma più: miniere nelle terre dei nativi. Le comunità indigene insorgono

Avvenire
Le comunità indigene insorgono contro il progetto che apre a impianti di scavo e a pozzi petroliferi nelle aree remote dell’Amazzonia, dove vivono le tribù «incontattate», tutelate dalla Costituzione
Un «sogno», l’ha definito il presidente Jair Bolsonaro. Una «legge storica», al pari di quella che ha liberato gli schiavi nel 1888, ha aggiunto il capo di gabinetto, Onyx Lorenzoni. Con queste premesse, non sorprende che il capo dello Stato abbia scelto una data simbolica – i primi quattrocento giorni di mandato – per presentare al Parlamento il progetto numero 191. Il testo apre alla possibilità di realizzare attività economiche – minerarie, estrazione di idrocarburi o gas, impianti idrici per creare energia elettrica – all’interno delle «terre indigene » dell’Amazzonia.

Aree di proprietà dello Stato nazionale che, però, in base alla Costituzione del 1988, quest’ultimo dà in usufrutto permanente ai 305 popoli nativi brasiliani. Ad essi, viene riconosciuto un diritto originario sui terreni da loro abitati da tempo immemorabile e progressivamente sottratti, durante e dopo la colonia. In realtà, negli ultimi 32 anni, restituito meno di un terzo – 436 – dei 1.296 appezzamenti indicati è stato restituito ai legittimi usufruttuari. Almeno, però, finora, la riconsegna o «demarcazione» delle terre – come viene definita – li aveva messi al riparo da interessi economici esterni, garantendo ai soli indigeni la possibilità di utilizzarne le risorse. Con il disegno di legge 191 – che ufficialmente dovrebbe dare attuazione al dettato costituzionale – Bolsonaro, come più volte promesso, ha cominciato a far cadere il “muro legale” eretto a protezione degli indios e dell’Amazzonia. Là, il governo potrà autorizzare la realizzazione di impianti idro e termoelettrici, pozzi petroliferi o altri mega progetti. I nativi colpiti saranno «ascoltati» ma niente di più: solo in caso di attività mineraria è concesso loro il potere di veto. Per il resto, dovranno adeguarsi. Il presidente non ha dubbi che lo faranno volentieri. «Sono esseri umani come noi», ha detto candidamente, «hanno i nostri stessi desideri e necessità».

Le critiche – ha ironizzato – «verranno dagli ambientalisti che, se potessi, manderei al confino in Amazzonia, tanto loro amano l’ambiente». Il movimento indigeno, in realtà, è deciso a ostacolarne in ogni modo l’approvazione. «Il sogno di Bolsonaro è quello di rispondere agli interessi economici che lo hanno eletto e appoggiano il suo governo, a costo di violare le leggi nazionali e internazionale», ha tuonato l’Associazione dei popoli indigeni.Forti critiche sono state espresse anche dal Consiglio indigenista missionario (Cimi) della Chiesa brasiliana. La discussione in Parlamento si profila rovente, anche per la contrarietà dell’86 per cento della popolazione. Bolsonaro, che non ha la maggioranza, spera nel sostegno della “bancada ruralista”, il gruppo trasversale di rappresentanti dei latifondisti, in gran parte appartenenti alle sette evangelicali. Queste ultime sostengono da anni la necessità di «incorporare» gli indigeni al resto della società, nonostante la Costituzione riconosca loro il diritto alla differenza. Per questo preoccupa e non poco, la recente nomina dell’ex missionario evangelicale Ricardo Lopes Dias alla guida del settore della Fondazione nazionale per i nativi (Funai) che si occupa di indios in isolamento volontario. «Popoli non contattabili» per legge. Almeno finora. Perché la designazione di Lopes Dias rischia – per il Cimi – di modificare la situazione.


Lucia Capuzzi

mercoledì 1 gennaio 2020

Anno nero del Brasile di Bolsonaro, diritti umani e territori devastati, macabro record di indigeni assassinati

Remo Contro
2019 anno nero del Brasile col nero Bolsonaro presidente. Aumento delle diseguaglianze, negazionismo climatico e mano libera alle violenze della polizia mentre ‘l’Amazzonia è mia e la gestisco io’.


Peggio di quanto temuto

Bolsonaro fascista e forse oltre, l’ex capitano delle forze speciali che rimpiange i generali al potere ed esalta Pinochet. Qualcosa si sapeva, molto si temeva, ma il primo anno di potere si rivela peggio del temuto.
«Se la prima misura varata dall’ex capitano aveva riguardato il taglio del salario minimo a milioni di lavoratori, l’ultimo atto si è compiuto a metà dicembre alla Conferenza sul clima di Madrid. Nella capitale spagnola il presidente brasiliano si è posto alla testa di quella ‘coalizione fossile’ che non vuole fissare regole per una cooperazione climatica, e l’Amazzonia è stata utilizzata come arma di ricatto nei confronti degli organismi internazionali e dei paesi che perseguono gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi», l’amara ma puntale sintesi di Francesco Bilotta sul Manifesto.
Il Trump latino dell’America a sud
Un Bolsonaro reazionario politicamente incontinente che a livello internazionale, «pur con tutto il discredito che lo circonda, è favorito dalla stretta alleanza con Trump con cui condivide una visione ultraliberista condita di sovranismo in campo economico e una posizione negazionista in campo ambientale». Il ‘braccio violento (e sbragato) della reazione’ il ruolo che qualcuno gli ha chiesto di interpretare sul piano internazionale. Ma in casa è peggio. « Sul piano interno le politiche economiche, sociali e ambientali perseguite Bolsonaro stanno producendo effetti disastrosi su vasti strati della popolazione brasiliana. Le disuguaglianze sociali si sono approfondite come conseguenza della riduzione dei sussidi destinati ai più poveri».
L’Amazzonia è mia e la gestisco io
Ormai storica la provocazione di Bolsonaro all’assemblea Onu di fronte al dramma degli incendi che hanno devastato la foresta amazzonica. «L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, e nemmeno il polmone del mondo. Tutte frottole». Le parole di Bolsonaro accolte da un silenzio incredulo e sguardi straniti di capi di Stato. Bolsonaro che attacca senza citarlo il francese Macron ed elogia apertamente Trump. «L’Amazzonia non è del mondo ma nostra e gli indios non sono rappresentati da quei pochi soggetti ‘manipolati dai governi stranieri’ nella guerra per far avanzare i propri interessi sulla foresta». Il resto del discorso dedicato alle ossessioni del duce brasiliano, sopratutto l’ideologia marxista che si è infiltrata nelle scuole e «vuole distruggere l’innocenza dei nostri bambini, pervertendo la loro identità più basica ed elementare, quella biologica».
[...]
Terre indigene e genocidio
Ferma anche la ‘demarcazione delle terre indigene’, la definizione delle zone protette dei popoli nativi. Governo Bolsonaro fermo a zero demarcazioni rispetto alle 500 richieste in corso. «Per questo, invasioni, attacchi alle comunità indigene, incendi, all’ordine del giorno. La Commissione pastorale della Terra indica che il numero di indigeni assassinati nel 2019 è il più alto degli ultimi 11 anni». Dall’organizzazione dei popoli indigeni del Brasile, dopo gli assassini di queste settimane dei rappresentanti indigeni nello Stato del Maranhao: «Siamo in un campo di battaglia e sono forze politiche conservatrici, autoritarie e razziste a disseminare l’odio, con un governo fascista che sta superando ogni limite».
Tribunale internazionale
A fine novembre un gruppo di giuristi brasiliani ha presentato al Tribunale penale internazionale dell’Aia una denuncia contro Bolsonaro per istigazione al genocidio degli indigeni brasiliani, ci informa sempre Bilotta. Denuncia a documenti sullo smantellamento degli organismi di controllo, l’omesso intervento di fronte ai crimini ambientali, l’attacco ai difensori dei diritti. «Intanto, in nome della lotta alla criminalità, la polizia opera in forma sempre più estesa e violenta nei quartieri poveri e degradati dei centri urbani». La precedente denuncia di Remocontro: https://www.remocontro.it/2019/12/27/brasile-impunita-agli-sbirri-assassini-dono-natalizio-di-bolsonaro/. 

Il governo Bolsonaro teme che le forti tensioni sociali che si sono manifestate in Cile, Bolivia e Colombia possano propagarsi anche al Brasile a causa delle misure antipopolari che sono state varate.
[...]

venerdì 27 dicembre 2019

Brasile. Bolsonaro, indulto ai poliziotti colpevoli di omicidio, in un paese dove sono 10.000 i morti durante operazioni di polizia

Associated Press
Il presidente brasiliano ha firmato un decreto che determina il rilascio degli agenti condannati per omicidio colposo. 

Jair Bolsonaro ha confermato una tradizione ormai consolidata nel Paese: quella di concedere la grazia ad alcuni detenuti sotto Natale. Come già successo in passato, questa misura ha causato forti polemiche e discussioni politiche.

Quest'anno il presidente brasiliano ha pensato ad una categoria da sempre nelle sue simpatie: le forze dell'ordine. I beneficiari del decreto di indulto natalizio sono quegli agenti condannati per omicidi non intenzionali, che hanno dimostrato in carcere buona condotta. A questo si aggiungono i poliziotti condannati per atti commessi durante le operazioni speciali di ordine pubblico assieme alle forze armate, come nella lotta al narcotraffico durante i grandi eventi sportivi.

Le organizzazioni a favore dei diritti umani hanno criticato l'iniziativa ricordando la grande impunità che esiste in Brasile proprio sull'operato delle forze dell'ordine. 

Solo a Rio de Janeiro, in dieci anni, 10.000 civili sono morti durante operazioni di polizia - molti dei quali non stavano commettendo nessun delitto - e solo il 3% dei casi è finito in tribunale. 

Bolsonaro ha ribadito più volte che la polizia deve avere "carta bianca contro la criminalità" in un Paese dove si commettono oltre 60.000 omicidi all'anno. Il timore è che questa carta bianca diventi sempre di più una licenza ad uccidere, con la sicurezza dell'impunità.

lunedì 9 dicembre 2019

Brasile. Amazzonia, altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara uccisi dai tagliatori di legna

Corriere della Sera
Altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara sono stati assassinati a colpi d'arma da fuoco, mentre due sono stati feriti, in un nuovo attacco armato nel Maranhao, nel nord del Brasile.


È successo in una riserva dei Guajajara, nel mezzo dell'Amazzonia a circa 500 chilometri da Sao Louis, quando persone armate hanno attaccato il gruppo di nativi su una strada, hanno riferito i media brasiliani. 

Si tratta del terzo indigeno dell'etnia assassinato in due mesi, dopo l'uccisione a novembre da parte di tagliatori di legna che erano stati espulsi dalla riserva di Paulinho Guajajara, membro di un gruppo di protezione delle foreste.

Sonia Guajajara, principale leader del gruppo indigeno e candidata vicepresidente nel 2018 con il Psol, ha identificato i due indios uccisi come Raimundo Bernice Guajajara e Firmino Silvino Guajajara, spiegando che stavano tornando in motocicletta da una riunione sulla difesa dei diritti degli popoli nativi.

Secondo la Società del Maranhao sui diritti umani sono 13 gli indigeni assassinati nello Stato negli ultimi 4 anni in conflitti con tagliatori di legna e persone che hanno invaso illegalmente la riserva. Le organizzazioni per i diritti umani imputano la responsabilità dell'aumento degli attacchi alle posizioni e politiche del governo del presidente Jair Bolsonaro, favorevole allo sfruttamento dell'Amazzonia e alla nuova delimitazione delle terre indigene.

"Sono dispiaciuto per l'attentato, accaduto nel Maranhao, terminato con due indios Guajajara uccisi e due feriti. Non appena saputo degli spari, il Funai è stato al villaggio a occuparsene, con le autorità del governo del Maranhao", ha scritto su Twitter il ministro della Giustizia, Sergio Moro. Il Funai è la Fondazione nazionale dell'indio, organo governativo che si occupa delle politiche su indigeni e terre dei nativi. "La polizia federale ha già inviato una squadra sul posto e indagherà il crimine a la sua motivazione. Valuteremo la possibilità di inviare squadre della forza nazionale nella regione", ha aggiunto. Sul posto è stato inviato anche personale della segreteria dei diritti umani del Maranhao.

di Monica Ricci Sargentini

lunedì 23 settembre 2019

Brasile, uccisa bimba di 8 anni. "Agatha Felix colpita dalla polizia". Proteste social e in migliaia scendono in piazza

La Repubblica
Gli agenti di Rio De Janeiro avrebbero sparato nella favela Complexo Alemão contro una moto e un proiettile di rimbalzo avrebbe colpito la bambina alla schiena. In migliaia sono scesi in piazza con cartelli che chiedevano: "Smetti di ucciderci" e "La vita conta anche nella favela".


Il suo viso dolce, il buchetto sul sorriso dell'incisivo caduto, i capelli neri e ricci piegati su un lato. Si chiamava Ágatha Félix, aveva 8 anni. È stata colpita venerdì sera da un proiettile alla schiena mentre rientrava a casa su un furgone con la nonna.

È la sedicesima bambina vittima della violenza a Rio. Quest'anno. La quinta a morire. A ucciderla è stato un proiettile dei 70 sparati dalla polizia nella favela di Complexo Alemão. Da mesi questo enorme agglomerato urbano, povero e abitato soprattutto da gente di colore, è al centro di battaglie furibonde tra le gang per il controllo del territorio e dalle incursioni della polizia che si sommano a quelle delle milizie.
Nella scorsa settimana ci sono state sei vittime. La polizia militare ha detto che la squadra della UPP Fazedinha, squadre speciali di pattuglia, è stata attaccata da più fronti e ha reagito al fuoco.

Un'agenzia di stampa riferisce che gli agenti avrebbero sparato contro una moto e che un proiettile di rimbalzo avrebbe colpito la bambina.

L'episodio è finito subito nella rete. A Rio ci sono chat e pagine di Facebook dove puoi segnalare sparatorie o situazioni di pericolo. I social rilanciano e commentano. Il tam-tam si diffonde, poi la favela è come un paese, anche di 100 mila abitanti, la voce gira e. Si irradia. Giù valanghe di proteste, commenti, vignette, disegni.

Whatsapp la fa da padrone. Qui in Brasile è la messaggeria più usata. La gente si riversa per strada, decide che bisogna fare qualcosa. Si raduna sul posto della tragedia, i poliziotti tengono alla larga ma non sono visti bene. La Polizia Militare non si pronuncerà. Deve ancora fornire la sua versione anche se è chiaro che a sparare è stato un suo uomo o donna.

I social sono inondati da foto della piccola Agatha, sorridente e felice mentre indossa un costume da Wonder Woman.
È l'anima della vera destra estrema. Non a caso ha sfidato Jair Bolsonaro: si candiderà alle elezioni del 2022.

Intanto si è appreso che anche un poliziotto è morto dopo aver partecipato all’operazione nella favela di Alemão. Si chiamava Felippe Brasileiro Pinheiro, 34 anni. Non ha retto alle gravi ferite ricevute. Un secondo poliziotto era morto ieri. Anche lui faceva parte della pattuglia in azione nella favela. Forse una ritorsione, una vendetta. Occhio per occhio.

Il caso assume anche valenza politica per il provvedimento sicurezza varato con decreto ma adesso all’esame del parlamento. Roddrigo Maia, presidente del Congresso, si è buttato a pesce sulla tragedia per dire basta alla tolleranza. Ha proposto di abolire tutte quelle condizioni che come lacci impediscono di sparare e uccidere chi pensi ti minacci.

Legittima difesa, aggressione, minacce etc. Ha l’appoggio di 16 deputati. Ma essendo il presidente del Parlamento e secondo partito, per numero di seggi, che appoggia Bolsonaro, può raccogliere altri consensi.

Unico a dire una parola di conforto nei confronti della famiglia è stato il ministro della Giustizia Sergio Moro. Ma di forma. Dovrebbe almeno trovare chi ha sparato e ucciso. Ha poteri sulla sicurezza interna.


Daniele Mastrogiacomo

martedì 4 giugno 2019

Brasile. Massacri in quattro carceri del Nord. 57 morti in una settimana

agensir.it
Suor Pfaller (Pastorale carceraria) al Sir, "luoghi infernali, nessun rispetto per i diritti umani". "I presidi carcerari brasiliani sono veri e propri luoghi infernali. Luoghi violenti, sporchi, affollati, nei quali l'unica attitudine è la repressione. Luoghi dove a essere penalizzati sono soprattutto le persone povere e di colore". 


L'accusa, rivolta attraverso il Sir, è di suor Petra Silvia Pfaller, coordinatrice nazionale della Pastorale carceraria brasiliana, al termine di una delle settimane più drammatiche per le carceri brasiliane, in seguito agli scontri che hanno provocato la morte di 57 detenuti in quattro distinti istituti penali nello Stato di Amazonas.


Proprio al termine di questa settimana una delegazione della Pastorale carceraria si è recata a Manaus, capitale dell'Amazzonia brasiliana, per capire meglio cosa è accaduto. Prosegue la coordinatrice nazionale: "La situazione delle carceri è precaria in tutto il Paese, ma è particolarmente grave nel Nord, soprattutto nello Stato di Amazonas, dove gran parte delle carceri è privatizzata". 

Di conseguenza, l'attenzione di chi gestisce queste carceri è di guadagnare e di limitare al massimo le spese, con l'assenza di progetti di reinserimento. Il risultato è quello di "carceri violente, con frequenti scontri, come quelli accaduti in questi giorni, ma non è certo la prima volta. La Pastorale carceraria cerca di intervenire e anche in questi giorni sta appoggiando e accompagnando i familiari dei detenuti e in particolare delle vittime".

martedì 8 gennaio 2019

Brasile. Bolsonaro non perde tempo: guerra agli indios

Avvenire
Come primo atto il governo ha tolto i poteri all’ente di tutela dei nativi. E li ha assegnati a una ministra che è stata leader dei latifondisti. La Chiesa: «Attacco grave e incostituzionale».
«Signor presidente, le nostre terre non sono zoo, come lei ha detto, sono la nostra casa. Occupano il 14 per cento del Brasile e a lei sembra tanto. Come giudica il fatto che i latifondisti possiedano oltre il 60 per cento del territorio?». 

A rivolgere lo scomodo interrogativo al nuovo presidente, Jair Bolsonaro, sono le comunità amazzoniche Aruak Baniwa e Apuriña in una lettera aperta diffusa ieri.

I 305 popoli indigeni brasiliani sono in allarme per il debutto del governo che a Capodanno si è insediato al Palazzo di Planalto. Terminata la cerimonia del giuramento, come primo atto, Bolsonaro ha trasferito la competenza sul processo di restituzione delle terre ai nativi dalla Fondazionale nazionale dell’indio (Funai) al ministero dell’Agricoltura. Non si tratta di una mera questione amministrativa. Il “passaggio di consegne” è uno dei cavalli di battaglia dei proprietari terrieri, a cui fanno riferimento circa un terzo dei parlamentari nazionali, riuniti nella cosiddetta “Bancada ruralista”.

Una lobby potente e combattiva, che ha tra i suoi principali obiettivi l’espansione della frontiera agricola a spese della foresta e dei suoi abitanti. A guidare il gruppo era, fino a poco fa, Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, ora neoministro dell’Agricoltura. A lei, dunque, toccherà decidere ora quali e quante territori saranno assegnati agli indios in usufrutto permanente. E dei quali sono questi ultimi hanno facoltà di utilizzare le risorse. Questo sistema – delineato dalla Costituzione, trentuno anni fa, al termine della dittatura militare – cerca di risarcire i nativi per gli abusi subiti. In particolare, durante la politica di “integrazione forzata” del regime che aveva causato lo sterminio dei nativi, ridotti a meno di 100mila. 
[...]

sabato 15 dicembre 2018

Brasile. Il rispetto dei diritti umani è sotto attacco. La denuncia di Manuela D’Avila

Il Faro di Roma
“In Brasile il patto democratico tra istituzioni e cittadini per garantire il rispetto dei diritti umani è sotto attacco. Per questo sono venuta in Europa: voglio raccontare cosa è cambiato da quando è stato eletto il presidente Jair Bolsonaro, per capire come resistere all’offensiva autoritaria da parte del suo governo”. 

Manuela D'Avila
Parla con l’agenzia ‘Dirè Manuela D’Avila, ex candidata alla vicepresidenza insieme a Fernando Haddad. Quest’ultimo ha “sostituito” Luiz Inacio Lula da Silva, condannato poco tempo prima a 12 anni di reclusione per corruzione.

D’Avila, oggi deputata in parlamento con il Partido dos trabalhadores, è avversaria di lunga data di Bolsonaro: nel 2011, in qualità di presidente della Commissione per i diritti umani e le minoranze alla Camera aveva chiesto l’espulsione dell’allora deputato Bolsonaro dalla stessa, ottenendo il sostegno dell’allora ministro per i Diritti umani, Maria de Rosario. D’Avila oggi è a Roma “per una missione di dialogo”, su invito di Rifondazione Comunista e degli eurodeputati del gruppo Gue/Ngl (Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica), che per domani hanno organizzato un incontro alla Casa internazionale delle donne a cui parteciperà tra gli altri l’eurodeputata Eleonora Forenza.

Il punto è fare squadra con i partiti di sinistra nell’Unione europea in vista dei prossimi mesi: “Il governo che si è appena insediato si annuncia liberale, tuttavia non si impegna per proteggere la democrazia, che tra l’altro è molto giovane in Brasile. Ad esempio – avverte D’Avila – Bolsonaro ha annunciato di voler arrestare 100mila militanti di sinistra e intende trattare i movimenti sociali come associazioni criminali. Non sappiamo quindi come si concretizzerà questa offensiva autoritaria ma siamo certi che partirà dallo Stato”.

D’Avila cita la proposta, molto dibattuta in Brasile, di legalizzare l’uso delle armi e l’autodifesa, come soluzione in un Paese in cui violenze e criminalità sono in molte zone all’ordine del giorno. “Si è parlato anche di impiegare le armi contro i movimenti di sinistra, legittimando la violenza come strada per uscire dai conflitti sociali” dice la deputata. In campagna elettorale avevano fatto discutere alcune dichiarazioni di Bolsonaro, che si era detto favorevole a sparare anche contro membri del Partido dos trabalhadores. 

“Dobbiamo rafforzare la democrazia per garantire la dignità della persona, tutelando la Costituzione del 1988” dice d’Avila. “Ma dobbiamo anche far capire ai cittadini che i diritti sono interesse di tutti”. Questo perchè “uno dei cavalli di battaglia della destra è smontare la lotta di chi difende i diritti”, accusandolo di proteggere i “banditi e criminali”. Quanto alla situazione di instabilità in cui versa il Sudamerica, secondo la deputata, “è colpa della crisi mondiale del capitalismo, a sua volta causata da quei sistemi che si rifiutano di applicare soluzioni democratiche”.

E le crisi in Venezuela e Nicaragua? “Nei nostri Paesi ci sono grandi risorse naturali e quindi molti interessi in gioco. Pensiamo ai grandi giacimenti di petrolio in Venezuela, o alle sue riserve d’acqua. Non trovo casuale quello che sta accadendo”. Infine, un cenno alla detenzione di Lula: “Per noi è assolutamente illegale, e dimostra che il potere giudiziario sta prendendo il sopravvento negli equilibri istituzionali. Per processare qualcuno non servono prove, e infatti Lula è stato condannato senza, per evitare che venisse eletto presidente”. La coppia Haddad-D’Avila, sebbene uscita sconfitta, ha preso più di 47 milioni di voti alle elezioni di ottobre, su 147 milioni di aventi diritto.

Fonte: Dire

sabato 24 novembre 2018

Brasile - Con Bolsonaro a rischio i diritti dei discendenti degli schiavi della comunità quilombola

Globalist
La storia della comunità quilombola, legata a quella del colonialismo, è fatta di lotte per la terra e per il riconoscimento della propria identità.

La storia di Maria de Lourdes, 76 anni, e di suo marito Severino, 73, come quella della loro comunità “Grilo”, nello stato del Paraíba, è quella di tanti quilombolas, ossia discendenti degli schiavi deportati dall’Africa al Brasile. 

Un racconto costellato di lotte per la terra e per il riconoscimento della propria identità. Battaglie concluse a volte con vittorie, altre con soprusi e violenze. Un cammino per il rispetto dei diritti che non si è ancora concluso e che rischia di fare pericolosi passi indietro con la vittoria di Jair Messiah Bolsonaro alle ultime presidenziali.
La storia dei quilombo si intreccia con quella del colonialismo, che in tre secoli ha portato quasi 4 milioni di schiavi africani in Brasile. Queste comunità, infatti, sono state fondate proprio da questi ex schiavi, che col tempo riuscivano a scappare dai loro padroni e a riunirsi per difendere cultura, tradizione e religione.

Il legame con la terra. Gli afrodiscendenti brasiliani chiedono il rispetto del diritto a un territorio. "Il quilombo per sopravvivere ha bisogno del territorio, che non significa soltanto sostentamento economico, ma fa riferimento a un patrimonio di storia, antropologia, cultura, radici, consapevolezza", dice Luigi Zadra, ex missionario comboniano, oggi volontario laico a Grilo.

Quanti sono. Secondo una stima della Coordinazione nazionale di articolazione delle comunità nere rurali quilombolas (Conaq), oggi ci sono circa 2.847 comunità ufficialmente riconosciute. Inoltre, ci sono altri 1.533 processi che devono ancora essere definiti. E il riconoscimento è condizione per l’accesso ai programmi sociali.

In lotta per i diritti. La prima grande conquista di questo popolo risale alla Costituzione brasiliana del 1988, che ha riconosciuto il diritto alla proprietà territoriale collettiva. Ma da allora è successo di tutto. A cominciare dal 2001, quando l’esecutivo Cardoso aveva imposto alle comunità di dare prove della loro esistenza dal 1888, ossia da quando era stata abolita la schiavitù, fino al 1988. Passando poi per il primo governo Lula, che nel 2003 aveva cancellato questa richiesta e l’anno dopo aveva avviato un programma in loro favore.

Razzismo, violenza e l’arrivo di Bolsonaro. Gli ultimi dati mostrano che il razzismo e la violenza sono in crescita (il numero di quilombolas uccisi tra il 2016 e il 2017 è aumentato del 350%). Il governo uscente di Michel Temer, inoltre, ha fermato il riconoscimento di nuove comunità. E la vittoria dell’ex militare populista di estrema destra Bolsonaro preoccupa. Ad aprile 2017, tra l’altro, aveva dichiarato: "Sono stato in un quilombo. Non fanno niente. Penso che gli afrodiscendenti non servano più nemmeno per procreare".

martedì 30 ottobre 2018

Jair Bolsonaro nuovo presidente del Brasile: vigiliamo sui rischi per i diritti umani del nuovo governo

Amnesty Italia
Il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro è diventato il nuovo presidente del Brasile, ottenendo il 55,2 per cento dei voti al secondo turno, contro il 44,8 per cento di Fernando Haddad, candidato del Partito dei Lavoratori e appoggiato dall’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva.


In campagna elettorale Bolsonaro ha promesso leggi più elastiche sul controllo delle armi e una licenza di uccidere a priori per i funzionari di polizia. Queste proposte, se realizzate, peggiorerebbero il già tragico contesto di violenza letale in un paese in cui si verificano 63.000 omicidi l’anno, di cui più del 70 per cento a causa delle armi da fuoco, e nel quale la polizia commette approssimativamente 5.000 omicidi l’anno, molti dei quali sono di fatto esecuzioni extragiudiziali.

Ancora, Bolsonaro ha minacciato le terre delle popolazioni native, attraverso la modifica delle procedure di demarcazione dei terreni e l’autorizzazione a progetti per lo sfruttamento delle più importanti risorse naturali. In tal senso, ha anche parlato di allentare le norme sulla salvaguardia dell’ambiente e ha criticato le agenzie di protezione ambientale del Brasile, mettendo in pericolo il diritto di tutte le persone di godere di un ambiente sano.

“Il neoeletto presidente ha portato avanti una campagna elettorale con un programma apertamente ostile ai diritti umani e ha spesso fatto dichiarazioni discriminatorie sui differenti gruppi sociali. Se questa retorica si trasformerà in azioni politiche, la sua elezione a presidente del Brasile potrebbe rappresentare un enorme rischio per le popolazioni native e le quilombolas (le comunità dei discendenti dagli schiavi), le comunità rurali tradizionali, le persone Lgbti, i giovani neri, le donne, gli attivisti e le organizzazioni della società civile”.

Lo ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, commentando l’elezione di Jair Bolsonaro e Hamilton Mourão alle cariche di presidente e vicepresidente del Brasile.

Bolsonaro e Mourão, entrambi militari riservisti del Brasile, hanno pubblicamente difeso i crimini commessi durante il precedente regime, inclusa la tortura. Questo accresce la prospettiva di una marcia indietro nel cammino verso la protezione dei diritti umani intrapreso dalla fine del regime militare e con l’adozione della Costituzione federale del 1988.

“Ora che il processo elettorale è concluso, siamo tutti di fronte alla sfida di proteggere i diritti umani di ogni persona in Brasile. Amnesty International sarà al fianco dei movimenti sociali, delle Ong, degli attivisti e di tutti quelli che difendono i diritti umani per assicurare che il futuro del Brasile porti più diritti e meno repressione”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
La critica situazione dei difensori dei diritti umani in Brasile

Il Brasile ha uno dei tassi più alti di uccisione di difensori dei diritti umani e attivisti del mondo: decine di loro vengono assassinati ogni anno per aver difeso diritti che dovrebbero essere garantiti dallo stato.

In questo grave contesto, le dichiarazioni del neopresidente sul voler porre fine all’attivismo e dare un giro di vite ai movimenti sociali organizzati rappresentano una minaccia concreta ai diritti alla libertà d’espressione e di assemblea pacifica garantiti dalle leggi nazionali e internazionali.

“Le istituzioni pubbliche del Brasile devono intraprendere azioni ferme e risolute per proteggere i diritti umani di tutti quelli che difendono i diritti umani nel paese e si mobilitano per questo. Queste istituzioni rivestono un ruolo centrale nella protezione dello stato di diritto e per impedire che queste proposte diventino realtà”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

“La comunità internazionale rimarrà vigile nel vincolare lo stato brasiliano ai suoi obblighi di rispettare e garantire i diritti umani”, ha concluso Guevara-Rosas.

sabato 27 ottobre 2018

Elezioni Brasile: con Bolsonaro la violenza di Stato sarà impunita. Da gennaio sono già 1.181 le morti provocate dalle forze di sicurezza. Ong in allarme.

Osservatorio Diritti
Il numero di persone uccise da polizia ed esercito nello stato di Rio de Janeiro batte tutti i record storici. Eppure Jair Bolsonaro, candidato e favorito alle elezioni in Brasile del 2018, sostiene che «il poliziotto che non ammazza non è un poliziotto». Domenica si vota per il secondo turno. A sfidare Bolsonaro è Fernando Haddad.


Jair Bolsonaro
Il numero di morti ammazzati da polizia e militari nello stato di Rio de Janeiro supera per la prima volta nella storia quota mille. Da gennaio a settembre, infatti, sono state ben 1.181 le persone cadute vittime dei colpi di arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza carioca. Un 2018 che sarà ricordato dunque, comunque vada da oggi fino a fine dicembre, come l’anno più letale nella storia dello stato di Rio.

E se i cittadini, le ong e le associazioni per la difesa dei diritti umani leggono questi dati con preoccupazione, la pensa diversamente il candidato di estrema destra e super-favorito al secondo turno delle elezioni presidenziali del Brasile, che si terranno domenica 28 ottobre. Jair Messiah Bolsonaro – che sfiderà Fernando Haddad, il “sostituto” di Lula in queste per il Partito dei lavoratori – propone infatti di rafforzare il pugno duro delle forze dell’ordine. Tanto da aver espresso più volte la convinzione che «il poliziotto che non ammazza non è un poliziotto», proponendo encomi per i poliziotti più “letali”.

Elezioni Brasile 2018: Bolsonaro pensa a dare «sicurezza giuridica» a polizia ed esercito

Il conservatore Bolsonaro, ex militare nostalgico della dittatura e apertamente a favore della tortura, è noto per le sue posizioni radicali nel campo della sicurezza pubblica e come sostenitore della tolleranza zero da parte di polizia e forze armate. Nel suo programma di governo, insieme ad altre misure, Bolsonaro propone l’esclusione della responsabilità penale per i poliziotti che uccidono nel corso delle proprie attività.
L’obiettivo di questa sorta di “depenalizzazione” è far sì che i poliziotti non siano puniti nel caso in cui dovessero uccidere qualcuno durante un confronto armato. Secondo il piano di governo presentato dal candidato, «bisogna dare certezza che, nell’esercizio della propria attività professionale, i poliziotti siano protetti da una rete di sicurezza giuridica».

Secondo diversi analisti, questa misura potrebbe provocare un’ulteriore impennata di violenza in un periodo segnato da una crisi in campo della sicurezza e in un paese nel quale gli standard storici di efficacia investigativa e certezza della pena sono già estremamente bassi. Al momento, infatti, la protezione per i poliziotti arriva quasi sempre all’impunità. Dei circa 64 mila omicidi che si registrano nel paese, è realmente investigato solo tra il 5 e l’8 per cento del totale. E nel caso in cui l’omicidio sia commesso da un poliziotto in servizio le percentuali di investigazione crollano più giù.

Rio de Janeiro: con i militari aumenta la violenza
La stragrande maggioranza delle morti è stata registrata nell’ambito di operazioni condotte nelle favelas carioca, oggetto di una rinnovata guerra al narcotraffico, rilanciata dalle istituzioni a partire lo scorso febbraio.


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martedì 7 agosto 2018

Brasile. Chiusa la frontiera settentrionale per fermare l'esodo dal Venezuela

La Repubblica
Il paese del presidente Maduro è alle prese con una gravissima crisi politica ed economica. Transiti consentiti solo per i venezuelani che ritornano in patria. 


La decisione fa seguito all'ordinanza di un giudice federale che aveva imposto uno stop agli arrivi dal Venezuela fino a quando i migranti già entrati non saranno stati redistribuiti in altre zone del Paese. 

Il confine resta aperto per i brasiliani e per i cittadini di altre nazionalità nonché per i venezuelani che ritornano in patria per motivi di lavoro.

sabato 31 marzo 2018

Arrestato in Brasile un prete, Josè Amaro Lopes de Sousa, difensore dei contadini dell’Amazzonia

Vatican Insider
Padre José Amaro Lopes de Sousa, erede di suor Dorothy Stang, fermato il 27 marzo con l’accusa di violenze. Il vescovo: «Una diffamazione per delegittimare il suo impegno».

Padre Josè Amaro Lopes de Sousa, 
parroco di Santa Lucia di Anapu, 
difensore dei contadini dell’Amazzonia
È stato arrestato dalla polizia brasiliana padre Josè Amaro Lopes de Sousa, parroco di Santa Lucia di Anapu, nello Stato del Parà. Padre Amaro sta proseguendo l’opera di suor Dorothy Stang, la missionaria di origine statunitense uccisa nel febbraio 2005 per la sua azione a difesa dei contadini minacciati dai “fazendeiros”, i latifondisti bramosi di impossessarsi della terra. L’arresto è avvenuto lo scorso martedì 27 marzo.


«È una diffamazione per delegittimare il suo impegno a favore dei più poveri», denunciano in un comunicato - diffuso da Vatican News - il vescovo di Xingu, la diocesi di Anapu, monsignor Muniz Alves, la Rete ecclesiale panamazzonica e Caritas Ecuador.

Da parte sua il missionario comboniano padre Dario Bossi, tra i coordinatori della rete continentale latinoamericana Iglesias y Minerìa, sottolinea che «da tempo padre Amaro era minacciato e questo arresto lo consideriamo una diffamazione, una criminalizzazione molto grave, in un Brasile che vede aumentare la violenza e anche la repressione nei confronti dei difensori dei diritti umani».

«C’è bisogno di una mobilitazione e di un sostegno internazionale per chi difende i diritti umani in Brasile, in modo che questi siano una traduzione concreta oggi del Vangelo in queste terre», aggiunge il missionario. Perché, conclude, «qui nel Nord del Brasile la concentrazione illegale di terra è uno dei peccati sociali più gravi».

giovedì 15 marzo 2018

Brasile - Esecuzione per Marielle Franco, attivista per i diritti umani e contro le violenze nelle favelas

Corriere della Sera
Trentotto anni, la consigliera comunale è stata assassinata con quattro colpi di pistola alla testa. I sicari hanno anche ucciso il suo autista e ferito lievemente una sua assistente.
Marielle Franco
Non si arresta l’ondata di violenza che sta scuotendo Rio de Janeiro ed ha portato il governo federale a mettere le forze di polizia della città carioca sotto il controllo dell’esercito. Alcuni sicari hanno assassinato la notte scorsa la consigliera comunale Marielle Franco del Partito socialismo e libertà (Psol, di sinistra), molto attiva contro le diseguaglianze e la violenza nelle favelas carioca. Marielle, 38 anni, è stata uccisa con quattro colpi di pistola alla testa: una vera esecuzione. I sicari hanno anche ucciso il suo autista e ferito lievemente una sua assistente, che si trovava al suo fianco sul sedile posteriore dell’auto. La polizia ha rinvenuto sul luogo del duplice omicidio 9 bossoli. La vittima aveva partecipato ad un evento in sostegno delle giovani donne nere delle favelas.
Il tweet
Il giorno prima di essere uccisa, Marielle aveva scritto sul suo profilo Twitter: «Ancora un omicidio che potrebbe entrare nel conto di quelli compiuti dalla polizia militare. Matheus Melo stava uscendo dalla chiesa. Quanti altri devono morire prima che finisca questa guerra?». La giovane consigliera aveva anche criticato pesantemente l’operato della polizia militare nelle favelas di Rio, definendo il corpo speciale incaricato per queste operazioni «battaglione della morte, che uccide i nostri giovani».

Sdegno e commozione
L’omicidio ha creato un’ondata di sdegno in tutto il Brasile ed è stato deplorato dal neo ministro per la Sicurezza pubblica, Raul Jungmann, e da numerose forze politiche. In una nota, il governo di Brasilia ha affermato che seguirà da vicino le indagini sul barbaro duplice assassinio. L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha chiesto al governo e alle forze armate di «rendere conto alla popolazione» su quanto accaduto.

mercoledì 3 gennaio 2018

Brasile. Maxi-rissa in carcere, morti 9 detenuti, decine di evasi

Corriere della Sera
Duri scontri fra gang locali in un istituto di pena nello Stato del Goias. 106 detenuti sono scappati, una trentina sono stati catturati, mentre gli altri sono ancora in fuga. Una rissa tra detenuti in un carcere nello Stato brasiliano del Goias, ha causato la morte di almeno 9 detenuti e il ferimento di altri 14.



Secondo media brasiliani, che citano funzionari locali, la rissa è scoppiata all'interno della "Colonia Agroindustrial prison" nel complesso di Goiania, quando i prigionieri di un blocco del carcere hanno invaso altre tre zone dove sono detenuti membri di gang rivali.

La fuga in massa - Secondo il sito di informazioni brasiliano G1, circa 106 detenuti sono evasi durante la rissa, di cui 29 sono stati poi catturati dagli agenti. Altri 127 sarebbero rientrati volontariamente in carcere, aggiunge la stessa fonte.

domenica 28 maggio 2017

Brasile - Sale la protesta contro Temer - Assalto ai ministeri

Info Catania
Il presidente del Brasile, Michel Temer, ha mobilitato le forze armate, una misura che gli analisti politici definiscono "molto grave", per difendere la sede della presidenza della Repubblica e dei ministeri a Brasilia contro le violenti proteste antigovernative scoppiate nella capitale federale.


La coalizione governativa rischia di sfaldarsi, in particolare sulle due grandi riforme proposte dall'esecutivo conservatore sulle pensioni e sul lavoro, osteggiate anche dalla Chiesa. I vescovi brasiliani sono preoccupati che le riforme colpiscano ancora di più i ceti deboli, già in sofferenza per la crisi economica che attanaglia il Paese.

Alcuni parlamentari hanno presentato richiesta di impeachment nei confronti di Temer. Il Tribunale supremo federale lo ha incriminato per tre gravi reati: corruzione passiva, intralcio alla giustizia e associazione per delinquere. Lui si difende, nega ogni addebito e per rilanciare la sua immagine vuole varare una riforma del lavoroche i suoi oppositori definiscono "inaccettabile".In sostanza vengono aboliti i perni fondamentali dello Statuto dei lavoratori varato nel 1943. Il ministero dell'Agricoltura, situato sulla strada che conduce alla residenza di Temer, è stato evacuato dopo l'irruzione dei manifestanti, che hanno dato fuoco ad una stanza.

Giornate di pesanti scontri a cui ha partecipato un numero imprecisato di persone, chi dice 40mila e chi 100mila, per chiedere le dimissioni di Temer è degenerata in violenza guerriglia. Sono stati attaccati anche i ministeri delle Finanze, della Cultura, del Turismo e dell'Energia e delle Miniere. I manifestanti hanno cercato di dare alle fiamme palazzi e ministeri: sono stati schierati circa 1500 soldati.

sabato 20 maggio 2017

Gli schiavi ci sono ancora. In Brasile il fenomeno persiste.

Vatican Insider
A 129 anni dall’abolizione della schiavitù il fenomeno persiste nelle campagne del Brasile ma anche nelle città.


Il Brasile, uno dei paesi più schiavisti del continente latinoamericano, ricorda nel mese di maggio il momento in cui donna Isabella Cristina Leopoldina Augusta Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga d’Orléans-Braganza (nata Braganza e Borbone-Due Sicilie) figlia ed erede dell’imperatore Pietro II del Brasile metteva fine alla schiavitù con la famosissima Lei Áurea del 1888 e constata – lo fanno i vescovi della Conferenza nazionale – che 129 anni dopo nel paese sudamericano la schiavitù esiste ancora. 

«Oggi, situazioni analoghe alla schiavitù, quali il lavoro schiavo, il lavoro senza orario, la servitù per debiti e in condizioni degradanti persistono. Più di 47.000 lavoratori sono stati liberati da situazioni analoghe alla schiavitù tra il 1995 e il 2014, secondo il Governo Federale».

Per questa ragione la Cnbb ha avviato diverse iniziative per combattere la schiavitù moderna in nulla diversa da quella di oltre un secolo fa. I vescovi ricordano che nel 2012 venne creato il Gruppo di lavoro “Enfrentamento ao Trabalho Escravo e de Tráfico de Pessoas” mentre nel 2014 è stata lanciata la Campagna nazionale intitolata “Tráfico Humano e Fraternidade”. La Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani annuncia adesso la creazione di una “Comissão Especial para o Enfrentamento do Tráfico Humano” i cui componenti sono stati appena nominati.
Va ricordato che in Brasile, la schiavitù è durata circa tre secoli, a partire dall’inizio della colonizzazione fino alla Legge d’oro della regina Isabella. L’articolo 149 del Codice penale del Brasile identifica il lavoro forzato come: «Ridurre qualcuno ad una condizione analoga a quella di uno schiavo, sottometterlo al lavoro forzato e senza orario o sottoporlo a condizioni di lavoro degradanti, o limitando, con qualsiasi mezzo la sua mobilità in ragione del debito contratto con il datore di lavoro o un suo agente». Per questo reato la pena prevista è la reclusione da due a otto anni e una multa, oltre alla corrispondente sanzione commisurata alla violenza esercitata sulla vittima.

I vescovi del Brasile denunciano che situazioni di questo tipo sono state riscontrate nelle zone rurali del paese, soprattutto dove si alleva bestiame, nella produzione di carbone e nelle piantagioni di canna da zucchero, soia e cotone. 

Negli ultimi anni, questa situazione è stata osservata anche nei centri urbani, in particolare nel settore tessile, edile e nello sfruttamento della prostituzione.

Alan P. Durante