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sabato 23 maggio 2020

Avanzata della pandemia Covid in Amazzonia. Le popolazioni indigene a Onu, “misure urgenti o mancanza di azioni porterà a sterminio”

SIR
Le popolazioni indigene dell’Amazzonia si rivolgono direttamente alle Nazioni Unite, nella persona del segretario generale Antonio Guterres, oltre che alla Commissione interamericana per i diritti umani, rivolgendo un “appello urgente” alla comunità internazionale per l’avanzata della pandemia di Covid-19 nel territorio amazzonico. 
La lettera è firmata dal Coica (il Coordinamento dei popoli indigeni del bacino amazzonico) e dalle organizzazioni che rappresentano i popoli nativi a livello nazionale nei nove Paesi della Panamazzonia: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

I firmatari affermano di voler fare una “dichiarazione d’emergenza” a nome dei 511 popoli indigeni amazzonici, di migliaia di comunità, dei 66 popoli indigeni in isolamento volontario, “nella certezza che la mancanza di azioni chiare da parte dei nostri Governi condurrà allo sterminio dei difensori dell’Amazzonia”.

Il Coica e le altre organizzazioni chiedono all’alto commissario per i diritti umani e al relatore speciale sui diritti delle popolazioni indigene dell’Onu di elaborare dei rapporti informativi sulla condizione delle popolazioni indigene, da inviare agli Stati, “con l’obiettivo di prendere misure urgenti di fronte a questa pandemia. In secondo luogo, la lettera chiede, “di fronte all’inerzia dei Governi, “aiuti e assistenza umanitaria internazionale, con l’obiettivo di proteggere la salute e la vita degli indigeni dell’Amazzonia, che si trovano di fronte alla catastrofe sanitaria, dal momento che se non verranno prese misure urgenti, rischiamo di trovarci alle porte dell’etnocidio”.

I Governi sono quindi “invitati a dare risposte e a intraprendere azioni immediate rispetto alle richieste delle organizzazioni”; tutti sono invitati a partecipare e sostenere la raccolta di fondi avviata dal Coica e da altri soggetti, con l’obiettivo che gli aiuti umanitari vadano direttamente alle popolazioni indigene.

martedì 19 maggio 2020

USA, alto rischio di contagio Covid per le scarse misure di prevenzione per i 40.000 migranti nei centri di detenzione

Corriere della Sera
Ventuno organizzazioni per i diritti umani degli Usa hanno chiesto il rilascio dei circa 40.000 migranti e richiedenti asilo attualmente detenuti in oltre 200 centri di detenzione federali. 


Questo provvedimento diventa ancora più urgente dopo la prima morte per coronavirus avvenuta in un centro della California e la conferma che in altri centri detenuti e personale sono risultati positivi al Covid-19.

Secondo gli esperti, nell'attuale situazione di sovraffollamento, bastano cinque casi positivi perché il contagio riguardi dal 72 al 100 per cento dei detenuti e del personale interno. 

Dall'inizio della pandemia negli Usa, i centri di detenzione per migranti continuano a non essere dotati di sufficienti prodotti per la sanificazione, la distanza fisica non è rispettata e la prassi di trasferire i detenuti da un centro all'altro aumenta i rischi di contagio.


Riccardo Noury

domenica 17 maggio 2020

Perù. 60 detenuti morti in carcere per coronavirus . Appello del vescovo: " far uscire almeno donne incinte con i figli"

Agensir
Oltre all'affollamento, le carceri del Perù, dove sono già morti per il Covid-19 circa 60 detenuti, sono caratterizzate da carenza di attenzione sanitaria e igienica. 


Lo denuncia, al Sir, mons. Jorge Enrique Izaguirre, vescovo della prelatura di Chuquibamba e presidente della Commissione episcopale di azione sociale (Ceas) della Chiesa peruviana: 
"Mancano medici, infermieri, al di là del Covid-19, nelle carceri circolano la Tbc, l'anemia, molte altre patologie. Spesso manca l'acqua o ci sono poche ore di luce. Mancano pure prodotti per l'igiene personale. Spesso sono i familiari a portare qualcosa ai loro congiunti che sono in prigione: alimenti, medicina, prodotti per l'igiene di base. Ma ora le visite non sono possibili e così non arrivano neanche cibo e generi di prima necessità".
Il sovraffollamento raggiunge livelli al di fuori di ogni immaginazione a Lima, per esempio nel carcere di "Castro Castro": 8mila detenuti, mentre la capienza sarebbe di 1.500. Qui, nelle scorse settimane, c'è stata una rivolta che ha causato più di dieci morti.

Nel vicino istituto "San Pedro" ci sono stati vari contagi, anche per alcuni trasferimenti di detenuti positivi. "Ma a volte la situazione è anche peggiore sulla sierra, nelle piccole località di provincia - denuncia mons. Izaguirre - con carceri piccole, isolate, dimenticate, con poco personale".

Il vescovo conclude con un ulteriore appello: "Il nostro sistema carcerario non rispetta le donne, non ci sono a volte distinzioni negli istituti con quello che ciò comporta in termini di violenza e abusi. Chiediamo al Governo di scarcerare le donne incinte o con figli. Speriamo di essere ascoltati almeno su questo".

Bangladesh - Il Covid-19 è arrivato nel campo profughi di Cox Bazar dove sono rifugiati un milione di profughi Rohingya

Il Manifesto
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Temuto da esperti sanitari, operatori umanitari e dai Rohingya, il coronavirus è ufficialmente entrato nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar.


Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sono stati riconosciuti ufficialmente due contagiati, un residente di Cox Bazar e un Rohingya, residente invece nel più grande campo di rifugiati al mondo, in una stretta fascia di territorio collinoso che dal confine con il Myanmar si spinge verso l'interno. 

Si tratta in realtà di 34 campi, in cui vive quasi un milione di Rohingya: i circa 750.000 scampati nell'estate 2017 al tentativo di pulizia etnica da parte dei militari birmani e quelli arrivati in precedenza.

Giuliano Battiston

giovedì 7 maggio 2020

Centinaia di sbarchi di migranti da Libia e Tunisia, la loro disperazione più forte dell'emergenza coronavirus

Vita
Dopo le quattro imbarcazioni arrivate autonomamente nell’isola nel fine settimana, un altro gommone con 156 persone a bordo è stato intercettato nelle acque territoriali italiane. L’emergenza Coronavirus non frena le partenze dalla Libia e dalla Tunisia. Disposto provvedimento di fermo amministrativo per la Alan Kurdi ormeggiata a Palermo

Proseguono senza sosta gli sbarchi autonomi di migranti a Lampedusa. Dopo le quattro imbarcazioni che hanno registrato un totale di 264 migranti arrivati nel fine settimana, un altro gommone, a quanto pare sovraccarico, con 156 persone a bordo è stato raggiunto in acque territoriali italiani da due motovedette della Guardia Costiera e da un pattugliatore della Guardia di Finanza. Delle 156 persone arrivate sull’isola 127 sono nel Bangladesh, mentre si registra un numero elevato di minori e di donne provenienti dalla Costa d’Avorio tra i migranti giunti, in parte autonomamente, nel fine settimana.
Intanto ieri sera al porto di Palermo, dove è ormeggiata la nave Alan Kurdi, la Guardia Costiera ha notificato un provvedimento di fermo amministrativo all’equipaggio della Ong tedesca:

«L'ispezione ha evidenziato diverse irregolarità di natura tecnica e operativa tali da compromettere non solo la sicurezza degli equipaggi ma anche delle persone che sono state e che potrebbero essere recuperate a bordo, nel corso del servizio di assistenza svolto. Accertate anche alcune violazioni delle normative a tutela dell'ambiente marino», scrive la Guardia Costiera in un comunicato, specificando che « Il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto - Guardia Costiera ha, da tempo, avviato un dialogo con gli Stati di bandiera delle navi ONG affinché fossero identificati ed attuati i requisiti di sicurezza e protezione dell'ambiente per queste unità e per il servizio da esse espletato».

Di fronte ai numerosi arrivi di migranti a Lampedusa e all’allarme lanciato dal sindaco di Lampedusa Totò Martello, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha annunciato l'arrivo di una nave che stazionerà tra Lampedusa e Pozzallo come avvenuto con la nave Rubattino da dove lunedì si è concluso lo sbarco dei 183 migranti soccorsi precedentemente proprio dalla Alan Kurdi e dalla nave della Ong spagnola Aita Mari.

mercoledì 6 maggio 2020

Coronavirus - Kenya, Uganda, Nigeria, Ghana, Malawi: "In Africa la lotta al Covid diventa repressione: metodi brutali per imporre le restrizioni, attacco a oppositori e giornalisti"

Il Manifesto
Censure e violenze. Il rapporto di Human Rights Watch e la denuncia di Michelle Bachelet: dal Kenya all'Uganda, dalla Nigeria al Ghana polizia e governo usano le misure di contenimento per attaccare giornalisti, cittadini e opposizioni. Armati di pistole, con fruste, bastoni e gas lacrimogeni, gli agenti di sicurezza di diversi paesi africani hanno picchiato, arrestato e in alcuni casi ucciso persone mentre applicavano misure volte a prevenire la diffusione di Covid-19".


È il quadro evidenziato da Human Rights Watch sul comportamento di forze di polizia e militari in numerosi paesi in Africa. Riguardo alla denuncia di Hrw, Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani (Ohchr), ha dichiarato che le misure di emergenza imposte durante la pandemia "non devono diventare strumento di repressione".

"I poteri straordinari non dovrebbero diventare un'arma che i governi possono usare per reprimere il dissenso, controllare la popolazione, mantenere il potere o censurare la stampa, ma dovrebbero essere usati per affrontare efficacemente la pandemia, in maniera non discriminatoria e con una durata limitata", ha detto Bachelet. 

Forte la condanna in merito alle numerose uccisioni di questo periodo che rischiano di trasformare "la pandemia in una catastrofe peggiore, con l'ampliarsi di crisi, rivolte e tensioni sociali, pericolose e nocive quanto il virus".

In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d"arma da fuoco dopo essere stato colpito da quello che la polizia ha descritto come un "proiettile vagante". Come "casuali" sono le morti di almeno altre otto persone, tra cui un motociclista deceduto dopo essere stato violentemente picchiato dai militari.

Almeno 25 le vittime delle forze di sicurezza in Nigeria, dove sono stati rilevati dalla Nigerian Human Rights Center (Nhrc) oltre 500 episodi di violenze nei confronti della popolazione, tra i quali venditori ambulanti e tassisti di auto e motociclette.

Nel vicino Uganda, Hrw ha accusato la polizia di aver usato "forza eccessiva" verso la popolazione e di aver effettuato raid e persecuzioni contro "giovani senzatetto, lesbiche, gay e transgender accusandoli di negligenza nella diffusione del virus". Le indagini hanno portato all'imputazione di 10 ufficiali accusati anche di "torture e violenze nei confronti di donne".

Alla stessa maniera vengono condannate le centinaia di arresti per la violazione delle norme di restrizione, visto che le carceri sono un "ambiente ad alto rischio e bisognerebbe concentrarsi piuttosto sul rilascio delle persone in sicurezza, come i prigionieri politici e d'opinione", ha affermato Bachelet. 

Perplessità anche per quanto riguarda le restrizioni e il loro utilizzo politico. I gruppi di opposizione in Ghana sono preoccupati per una nuova legge che conferisce al presidente ampi poteri: "Volevamo che il presidente facesse uso di poteri di emergenza venendo in parlamento per valutare la loro necessità, ma non è avvenuto e ci preoccupa il nostro futuro democratico" ha dichiarato alla Bbc Ras Mubarak, deputato del Congresso nazionale democratico, all'opposizione.

Critiche ancora più forti nei confronti del presidente del Malawi, Peter Mutharika, che sta usando il coronavirus per "risolvere i suoi problemi politici" schierando l'esercito nelle strade e "annientando le proteste e gli oppositori". 

Ultimo aspetto analizzato da Hrw è "il targeting di giornalisti" in riferimento alla giornata mondiale della libera stampa del 3 maggio, "con la libertà di espressione e informazione sempre più a rischio nel mondo".

In Tanzania, Ghana, Kenya e Somalia le autorità governative hanno sanzionato e oscurato alcune emittenti televisive per aver trasmesso contenuti "fuorvianti e non veritieri" sulla strategia dei governi nella lotta contro il coronavirus, mentre sono decine ormai i giornalisti arrestati o picchiati dagli agenti di sicurezza in numerosi paesi dell'Africa occidentale (Mali, Senegal, Camerun, Costa d'Avorio) e del Maghreb (Algeria, Marocco ed Egitto) secondo Reporters sans Frontières. 

"Mentre la pandemia di Covid-19 si diffonde, ha anche dato origine a una seconda pandemia di disinformazione, dai consigli sulla salute dannosi, alle teorie della cospirazione fino alla censura. La stampa fornisce l'antidoto: notizie e analisi verificate, scientifiche e basate sui fatti", ha affermato ieri il segretario generale Onu, Antonio Guterres.

Stefano Mauro

martedì 21 aprile 2020

Porti chiusi ai migranti a per le armi sono aperti. Attracca a Genova la nave saudita Bahri Abha, a bordo carri armati.

Il Manifesto
Armi. La denuncia dei portuali genovesi, da anni in prima linea contro il traffico di armamenti nel loro scalo: «Sembra siano carri armati Ercules 882, prodotti negli Stati uniti. Potrebbero essere diretti in Arabia saudita, Kuwait o Marocco. O forse in Turchia: il prossimo scalo previsto è Iskenderun»


L’ultima volta era successo esattamente due mesi fa: il 17 febbraio una nave della flotta saudita Bahri attracca a Genova con a bordo – presumibilmente – armi o equipaggiamento militare. Partito dagli Stati uniti, direzione Medio Oriente.


Perché è questo che fa da anni la Bahri: la spola da una parte all’altra dell’Atlantico, tra il terminal militare statunitense Sunny Point in North Carolina e Gedda.

Venerdì è successo di nuovo: ad attraccare al porto di Genova, denuncia il Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp), è stata la Bahri Abha. A bordo carri armati, come dimostrano le foto scattate dai portuali.

Come ogni volta che una rappresentante della flotta saudita Bahri si è fermata nel loro scalo, denunciano il traffico di armi: in una nota su Facebook il Calp sottolinea come, in tempo di Covid-19, «molte categorie sono costrette a rischiare il contagio per non fermare la produzione e distribuzione di generi di prima necessità» in cui certo non rientrano gli armamenti.

domenica 19 aprile 2020

Morti di fame 60 rifugiati Rohingya su una nave con 500 persone a bordo respinti più volte a causa del coronavirus da Thailandia e Malesia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Almeno 60 Rohingya sono morti di fame su una nave con circa 500 persone a bordo.
La nave salpò dal Bangladesh, attraverso il Golfo del Bengala, per più di due mesi, alla ricerca di un porto di scalo, ma quando raggiunse le acque della Thailandia e della Malesia fu respinta.

Due giorni fa, è finalmente tornato in Bangladesh dove è stato intercettato dalla guardia costiera locale.

Circa un milione di rohingya vive in campi profughi vicino al confine con il Myanmar, da dove sono fuggiti dopo un'ondata di violenza nel 2017. Da allora, migliaia di loro cercano di raggiungere altri paesi ogni anno su barche traballanti.

Dopo aver ascoltato il racconto dei sopravvissuti, la guardia costiera nota che i rifugiati, principalmente donne e bambini, hanno tentato più volte di attraccare in Malesia e Tailandia, ma sono stati allontanati a causa dell'epidemia di coronavirus.

La nave navigò nel mare per più di due mesi senza cibo, acqua dolce e medicine.

Almeno 60 morirono e furono sepolti in mare. Anche il capitano della nave morì, ucciso in uno scontro con i Rohingya. Secondo alcuni di loro aveva tentato di violentare una donna.

L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che si è occupata dei rifugiati nel Bazar di Cox, ha affermato che i sopravvissuti sono "estremamente malnutriti e disidratati".

ES

Fonte: Asia News

venerdì 17 aprile 2020

"Solidarietà che stiamo vivendo in questi giorni va praticata anche con 55 migranti in grave pericolo alla deriva nel Mediterraneo" - Mario Giro

AGI
Siamo in un tempo difficile, quello del Coronavirus. "Ci siamo resi conto che una delle armi più preziose che abbiamola solidarietà. 



Eppure, questa sembra non valere per 55 profughi alla deriva nel Mediterraneo, con onde alte senza acqua e cibo. Alcuni scelgono un colpevole silenzio, altri giocano alla scarsa barile,. Ma il tempo passa e la loro vita è sempre  più a rischio".

Lo afferma Mario Giro (Demos), ex viceministro degli Esteri.
'Basta dire non è mia competenza, la responsabilità è degli altri, non possiamo intervenire noi ... '.
Questa solidarietà che apprezziamo ogni giorno verso malati e fragili, che chiediamo giustamente all'Europa per far ripartire l'economia, mettiamola in pratica verso 55 persone che rischiano la vita, senza se e senza ma!", conclude Giro.

martedì 14 aprile 2020

Coronavirus in USA - I disabili muoiono 5 volte di più e in 25 Stati sono vittima di una "selezione" ritenuti "candidati improbabili alla ventilazione"

Avvenire
Aumentano i morti tra i più deboli e 25 Stati copiano la «selezione» dell’Alabama. 
I disabili negli Stati Uniti stanno morendo di Covid-19 a un ritmo cinque volte superiore a quello del resto della popolazione. Ed è salito a 25 il numero degli Stati che permettono agli ospedali di non fornire un respiratore ai malati cronici o a chi presenta minorazioni fisiche o mentali. 

I primi dati sulla mortalità dei disabili durante la crisi da coronavirus, che provengono dalle aree più colpite dal contagio, mettono in evidenza quanto una categoria già vulnerabile sia esposta al nuovo virus, a causa delle condizioni di vita in strutture dove l’isolamento è difficile o del contatto frequente con personale sanitario o di supporto che introduce il virus nelle case degli assistiti.

E sottolineano anche come condizioni di salute non ottimali rendano ardua la battaglia con la malattia. A Long Island, ad esempio, l’80% dei residenti di una casa per disabili intellettivi è risultato positivo al coronavirus. 

Una percentuale simile si è registrata in varie strutture in Massachusetts e Michigan. Mentre in Louisiana è morta April Dunn, presidente del Developmental disabilities council, che aveva protestato contro le linee guida del suo Stato sull’accesso ai respiratori per le persone affette da malattie croniche. 

Infatti, mentre si trovano ad affrontare una probabilità quintuplicata di morire di Covid-19 (5,34 volte più del resto della popolazione per l’esattezza, secondo il gruppo New York Disability Advocates), i disabili americani continuano a lottare contro regole discriminatorie sull’accesso alle cure intensive stilate dai Parlamenti o dalle Amministrazioni locali.

Se le associazioni dei disabili hanno già spinto l’Alabama a eliminare dalle sue linee guida la frase «le persone affette da ritardo mentale sono candidati improbabili per la ventilazione assistita», nei giorni scorsi 15 Stati si sono aggiunti ai 10 che avevano già invitato gli ospedali a razionare i respiratori, facendo passare «in fondo alla fila» chi necessita di «una maggiore quantità di risorse», o ha ricevuto diagnosi specifiche, fra le quali la demenza. 

La paura delle categorie più deboli è di essere messe da parte mentre gli Usa sono sopraffatti da una vera e propria strage, il cui bilancio ieri ha superato le 16mila vittime, oltre 7mila solo a New York. «Peggio dell’11 settembre», afferma sconsolato il governatore Andrew Cuomo che snocciola le dolorose statistiche.

Elena Molinari, New York

lunedì 13 aprile 2020

Siria - Appello del Nunzio a Damasco: "Qui metà degli ospedali chiusi, il nemico adesso è il virus, se si diffonde potrebbe essere una catastrofe inimmaginabile"

Corriere della Sera
Il cardinale Zenari, Nunzio a Damasco: «Milioni di sfollati e due terzi e del personale sanitario è partito. La diffusione del virus provocherebbe un disastro di dimensioni inimmaginabili».
«In undici anni che sono qui non ho mai visto un’atmosfera così. In Medio Oriente, sa, c’è vita soprattutto la sera. Ora c’è solo un silenzio di tomba. Sto guardando fuori dalla finestra e non si vede neanche un cane. Alle 18 è scattato al coprifuoco che dura fino alle sei del mattino. La gente ha paura, molta paura…». Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, sospira: «La diffusione del virus, qui in Siria, sarebbe una catastrofe inimmaginabile». 

Eminenza, a metà marzo la Siria è entrata nel decimo anno di guerra, il Papa all’Angelus si è associato all’appello del Segretario generale dell’Onu per un «cessate il fuoco totale» in tutto il mondo… 
«Dal 5 marzo, dopo l’incontro tra Putin ed Erdogan, è cominciata una tregua a Idlib, nel Nordovest, e finora ha tenuto, salvo qualche violazione. Nel Nordest, dove ci sono i curdi e le forze appoggiate dagli Usa, hanno accettato subito. Speriamo che sia la volta buona e tutti abbiano un po’ di buon senso. Adesso il nemico da combattere è il Coronavirus, ed è un nemico che fa una paura enorme». 

Qual è la situazione? 
«Mancano strutture e uomini. L’Oms, alla fine del 2018, calcolava che in Siria funzionasse solo il 46 per cento degli ospedali; gli altri erano chiusi, distrutti dalla guerra, o operavano solo in parte. Nel frattempo le cose sono peggiorate. Inoltre, dall’inizio del conflitto, due terzi dei medici e del personale sanitario sono partiti. E tutto questo in un Paese che ha patito più di mezzo milione di morti e con 12 milioni di persone fuori dalle proprie case, tra sfollati interni e rifugiati nei Paesi vicini».

Il contagio è arrivato? 
«Le autorità hanno cominciato a dichiarare l’esistenza di persone infettate una settimana fa, parlando di un caso positivo arrivato dall’estero. Di lì a qualche giorno hanno riferito di altri quattro in quarantena. Ma chi può sapere la situazione reale… Qui ci sono sei milioni di sfollati, molti ammassati nei campi profughi. Otto persone su dieci vivono sotto la soglia di povertà. La gente si chiede: se va così nei Paesi occidentali, come potremo fermare questo flagello qui?».


Sono state prese delle misure? «Sì, le stesse autorità hanno molta paura. Da una decina di giorni sono state chiuse scuole, università, moschee, anche le chiese non celebrano funzioni, hanno ridotto al 40 per cento il pubblico impiego, limitato i trasporti, ci sono diverse disposizioni per evitare assembramenti, ad esempio nei mercati, la sera scatta il coprifuoco…È una cosa che fa pensare, il segno che si teme un disastro». 

Dal 2017 avete promosso il progetto «Ospedali aperti», sostenuto dal Papa, dalla Cei e dalle donazioni e gestito dalla Fondazione Avsi , come vi state muovendo?
«Sì, abbiamo sostenuto l’ospedale italiano e quello francese a Damasco, e il St. Louis ad Aleppo. In due anni sono stati curati più di trentamila pazienti poveri. Adesso stiamo cercando di procurarci dei respiratori, magari da qualche paese vicino come il Libano, ma è difficile. Qui siamo isolati dal resto del mondo, mancano aerei…Speriamo di farcela».


Gian Guido Vecchi

Sbarchi migranti - 32 sindaci dell'Agrigentino scrivono a Conte: "Una nave per la quarantena dei migranti" per garantire accoglienza e sicurezza sanitaria

La Repubblica
"Basta soluzioni improvvisate ma vengano garantite accoglienza, sostegno, cure adeguate e tamponi"
Nel giorno di Pasqua in isolamento ma col sole, continuano gli sbarchi dei migranti sulle coste italiane e, a poche miglia dalla Sicilia, anche i naufragi con vittime. Dalla Sicilia parte una lettera per cercare una soluzione all'eventuale contagio da Covid-19. 

E così 32 sindaci agrigentini hanno scritto una lettera al premier Conte sugli ultimi sbarchi di migranti in cui sollecitano "tutte le misure utili e le strutture necessarie per l'accoglienza e la sicurezza dei migranti nel rispetto delle norme restrittive per il contenimento del Coronavirus".

I sindaci agrigentini, come ha già fatto il presidente della Regione Nello Musumeci, chiedono una "nave accoglienza da ormeggiare in rada per permettere ai migranti di poter fare la quarantena in sicurezza prima che raggiungano i luoghi di destinazione europei. In previsione di nuovi sbarchi nelle prossime ore, occorre che il Governo - concludono i sindaci - trovi una soluzione il più rapidamente possibile prima che la situazione possa sfuggire di mano". Insomma, una soluzione simile a quella trovata per i 156 immigrati soccorsi dalla Alan Kurdi, che non sbarcheranno in un porto italiano ma saranno trasferiti su una nave nelle prossime ore per la quarantena ed i controlli della Croce Rossa italiana e delle autorità sanitarie locali.

Da poco si è concluso lo sbarco da un gommone approdato a Pozzallo con 100 uomini. Il sindaco ha chiesto che non ci sia un trasferimento all'hotspot dove c'è un giovane positivo al coronavirus. Gli uomini sono ancora in banchina in attesa del loro destino. Mentre tra Malta e Tripoli la Sea Watch denuncia un naufragio con diverse vittime.

"Mentre chiediamo grandi sacrifici ai cittadini per evitare il diffondersi del virus - si legge ancora nella missiva dei sindaci agrigentini - non possiamo assistere a continui sbarchi con soluzioni improvvisate per accogliere i migranti utilizzando luoghi poco sicuri. 

Alle persone che arrivano vanno garantite accoglienza, sostegno, cure adeguate e tamponi mettendo in tal modo al sicuro la salute degli operatori e delle comunità che li ospitano".
Romina Marceca

domenica 12 aprile 2020

Svezia - Coronavirus - Dispone la "soluzione finale" per over 80 e over 60 con patologie. Niente respiratori se scarseggiano.

Ansa
Drammatica e preoccupante situazione in Svezia. Se dovessero cominciare a scarseggiare i posti in terapia intensiva in Svezia per l'emergenza coronavirus i medici dovranno escludere le persone di 80 anni e quelle di 60-70 che hanno altre patologie. 
Sarebbero queste le indicazioni date agli operatori sanitari svedesi dal Karolinska Institute di Stoccolma secondo un documento pubblicato sul sito del quotidiano Aftonbladet. In pratica gli anziani che hanno più di 80 anni non sono considerati una priorità così come non lo sono quelle di 70 anni «che hanno un problema a più di un organo» e i 60-70enni «sui quali si riscontra una patologia su più di due organi». 

Stando al documento, inoltre, se una persona che viene contagiata dal Covid-19 è già gravemente malata la decisione dei medici dovrà basarsi non solo sull'età anagrafica ma anche su quella biologica. Interpellate dal quotidiano le autorità sanitarie svedesi hanno assicurato che non ci saranno carenze di posti in terapia intensiva. 

Bjorn Eriksson, direttore della sanità di Stoccolma, ha spiegato che al momento ci sono oltre 300 letti, di cui 79 ancora liberi. Ma secondo dati Ue, la Svezia è il Paese europeo con il più basso numero di posti in terapia intensiva.

sabato 11 aprile 2020

Bolivia. Coronavirus, indulto per detenuti con più di 58 anni e donne con figli

agenzianova.com
Un indulto riservato a detenuti più a rischio per età e alle detenute con figli. È quanto contenuto nel decreto approvato è stato deciso in Bolivia Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia. 


A beneficiarne saranno uomini con un'età superiore ai 58 anni e donne dai 55 anni in su con uno o più figli. Il provvedimento punta a ridurre il sovraffollamento delle carceri nel contesto dell'emergenza sanitaria provocata dal nuovo coronavirus.

La disposizione dovrà ora essere approvata dall'Assemblea nazionale. "È importante adottare queste misure in questo momento in cui vi è un sovraffollamento nelle carceri", ha affermato il ministro della Presidenza, Yerko Nunez. La misura era stata chiesta dalla Defensoria del Pueblo. Le carceri del paese operano infatti al dopo della loro capacità e i due terzi dei detenuti sono in attesa di giudizio.

Sono 264 in Bolivia le persone affette da Covid-19 conclamato e 18 i morti. La presidente Anez ha annunciato lo stato di emergenza sanitaria fino al 15aprile e la chiusura delle frontiere, nel tentativo di contenere la diffusione del nuovo coronavirus.

La disposizione stabilisce che solo una persona per nucleo famigliare può uscire di casa per fare la spesa dalle 7alle 12. Le uscite sono scaglionate sulla base dell'ultimo numero della carta di identità; una misura, questa, adottata anche i altri paesi della regione come Ecuador e Panama.

Il governo ha anche disposto la chiusura delle scuole e sospeso i voli da e per l'Europa. Saranno con ogni probabilità posticipate le elezioni generali previste per il 3 maggio a una data compresa fra il 7 giugno e il 6 settembre 2020. Le elezioni sono state indette in seguito alle contestazioni di quelle del 20 ottobre scorso, che hanno portato alle dimissioni del presidente Evo Morales su pressione delle forze armate.

venerdì 10 aprile 2020

Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa: "Coronavirus occasione per regolarizzare e garantire a accesso alle cure ai migranti. Se abbiamo da mangiare è grazie a loro"

Il Giornale.it
L'eurodeputato di Demos, Pietro Bartolo, chiede di sfruttare l'occasione della pandemia per regolarizzare i migranti e garantire l'accesso alle cure: "Dobbiamo ringraziarli, se abbiamo da mangiare è grazie a loro"


I migranti? "Possono aiutarci a superare questa pandemia, per una volta ammettiamolo e consideriamoli esseri umani".


A dirlo è Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa prestato all’Europarlamento. Secondo il deputato europeo di Demos, il coronavirus poteva essere l’occasione per iniziare a gestire correttamente il fenomeno dell’immigrazione, "regolarizzando" tutti gli stranieri arrivati nel nostro Paese al fine di permettere loro l’accesso all’assistenza sanitaria.

Del resto, ha detto Bartolo ai microfoni di L'Italia s'è desta, la trasmissione condotta da Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell'Università Niccolò Cusano, sono loro che dobbiamo ringraziare se in tempi di emergenza sanitaria il cibo continua ad arrivare sulle nostre tavole. "Se noi ancora oggi abbiamo di che mangiare dobbiamo dire grazie anche a queste persone invisibili che ci danno questa possibilità, sono persone che ancora oggi, in modo non normale, lavorano nei campi e rischiano di prendersi questo virus", è la posizione dell’eurodeputato che cita l’esempio del premier portoghese Antonio Costa.

"Ha fatto bene a regolarizzare tutti gli immigrati, dandogli la possibilità di avere l'accesso ai diritti sanitari e avendo così la possibilità di tracciare e tenere sotto controlli chi è affetto da coronavirus", spiega Bartolo. Quanto al nostro Paese, aggiunge, "siamo incapaci di gestire questo fenomeno dell'immigrazione", nonostante "questo poteva essere il momento giusto per cominciare a gestire il fenomeno in maniera corretta". 

I migranti, invece, denuncia il medico vicino alle sardine - fu l’unico politico a parlare dal palco del maxi raduno di piazza San Giovanni a Roma - per il fatto di essere "invisibili", "non sono entrati neanche nei decreti di emergenza, quindi poi è normale che finiscano per strada".

[...]

Coronavirus. Lo studio Unu: con la crisi fame per oltre mezzo miliardo di poveri in più. Medio Oriente e Africa indietro di 30 anni

Avvenire
Secondo una ricerca dell'Unu, l'università delle Nazioni Unite, avremo il primo aumento della povertà globale dal 1990. In Medio Oriente e Africa passo indietro di 30 anni

La crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus farà aumentare la povertà nel mondo per la prima volta dal 1990 e nel caso peggiore potrebbe ridurre in povertà più di mezzo miliardo di persone.

Tre studiosi del centro di ricerca sullo sviluppo economico dell’Università delle Nazioni Unite (Unu) – Andy Sumner, Chris Hoy e Eduardo Ortiz-Juarez – hanno provato a stimare l’impatto del virus sulla povertà a livello mondiale. La ricerca delinea tre possibili scenari, dal più ottimistico al più pessimistico: in quello migliore il calo medio del reddito pro capite delle famiglie sarebbe del 5%, in quello intermedio del 10% e in quello peggiore del 20%.

Gli studiosi dell’Unu hanno stimato il possibile impatto sulla povertà secondo questi scenari. A seconda di dove si colloca la soglia di povertà il punto di partenza e i risultati sono diversi: oggi ci sono 759 milioni di persone che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno, 1.898 milioni di persone sotto i 3,2 dollari al giorno e 3,27 miliardi di persone sotto i 5,5 dollari al giorno.

Nel caso migliore, quello di un calo dei redditi del 5%, scivolerebbero sotto la più severa delle soglie di povertà 85 milioni di persone, mentre 135 milioni andrebbero sotto i 3,2 dollari a testa e sarebbero 124 milioni le persone che tornerebbero sotto la soglia dei 5,5 dollari quotidiani a testa. Nello scenario di una caduta dei redditi del 20% sarebbero ben 420 milioni le persone che finirebbero sotto la soglia degli 1,9 dollari al giorno, mentre 581 milioni scenderebbero sotto i 3,2 dollari al giorno e 523 milioni sotto i 5,5 dollari al giorno. Il numero di poveri nel mondo, se si usa il criterio più esteso dei 5,5 dollari al giorno, passerebbe così da 3,27 miliardi a 3,79 miliardi.

«Questi potenziali aumenti sarebbero equivalenti a un passo indietro di almeno un decennio nella riduzione della povertà mondiale» notano i ricercatori, sottolineando come la ricerca abbia dei limiti (ad esempio usa uno standard unico a livello mondiale e non considera altri tipi di povertà), ma in ogni caso la crisi complicherà molto la possibilità di raggiungere l’obiettivo di ridurre la povertà entro il 2030, il primo degli obiettivi di Sviluppo sostenibile. In aree come il Medio Oriente, il Nordafrica e l’Africa Subsahariana il livello di povertà tornerebbe addirittura a quello dei primi anni ‘90.

Riprendendo i dati dell'analisi di Unu, l'organizzazione non governativa Oxfam ha rilanciato l'allarme aggiungendo alcune richieste specifiche al G20, che si riunirà il prossimo 15 aprile: sospensione delle sanzioni e dei pagamenti dei debiti dei Paesi in via di sviluppo; garanzie per 1000 miliardi di liquidità aggiuntiva sempre per i Paesi in via di Sviluppo; mobilitazione di 500 miliardi di aiuti allo Sviluppo.

Pietro Saccò

mercoledì 8 aprile 2020

Libia, la guerra non si ferma davanti al coronavirus - Bombardato l’ospedale di Tripoli, una delle poche strutture che curano dal Covid-19

Pars Today
Le forze del capo dell’Esercito nazionale libico (Enl), Khalifa Haftar, hanno bombardato ... lunedì l’ospedale al-Khadra nell’area di Bab-Hadba di Tripoli, in Libia.


L’attacco, raccontano i media libici, ha provocato molta paura tra il personale sanitario e i pazienti, la rottura del generatore elettrico della struttura e il ferimento di un lavoratore straniero. 

Salvi i pazienti che sono stati trasferiti in altre strutture della capitale. Al-Khadra è una delle poche strutture in cui possono essere ricoverati i malati da Covid-19.

Gli effetti per ora contenuti del virus – ufficialmente 19 casi e una vittima – potrebbero essere devastanti: il paese non dispone di centri diagnostici adeguati, strutture sanitarie di livello internazionale e fondi necessari contro il coronavirus.

martedì 7 aprile 2020

Mentre il mondo è travolto dal coronavirus, i migranti continuano a partire dall’Africa. 600 respinti in Libia violando le norme internazionali

La Stampa
La Alan Kurdi salva 68 persone su un barcone. Secondo Alarm Phone: 600 persone riportate in Libia a marzo 


Dal corrispondente da catania. Mentre l’attenzione di tutto il mondo era, ed è, rivolta verso l’emergenza coronavirus, nel mese di marzo almeno 600 persone avrebbero tentato la traversata del Mediterraneo centrale dalla Libia per poi essere riportati indietro. Lo sostiene Alarm Phone, l’organizzazione che gestisce le chiamate di soccorso dei migranti: «C’è chi ha ancora necessità di fuggire nonostante Covid-19 - ha twittato - e lo farà anche senza soccorso in mare. Temiamo che più vite siano a rischio nel Mediterraneo con il miglioramento del meteo». 

Alarm Phone scrive «intercettati e respinti» ma non dice chi abbia riportato in Libia i migranti, se la Guardia costiera libica oppure navi mercantili di passaggio che, senza l’attenzione dei mesi scorsi sul fenomeno migrazioni nel Mediterraneo centrale, possono aver eseguito nel silenzio l’ordine di riportarli indietro anche se questo non è consentito dai trattati internazionali.

D’altronde appena questa mattina la Alan Kurdi, arrivata solo ieri in quel tratto di mare, ha compiuto il salvataggio di 68 migranti che erano su un barcone in legno «inadatto», come ha scritto la Ong tedesca Sea-eye che gestisce la nave, partita a inizio della scorsa settimana dalla base in Spagna. Secondo Sea-eye, «le forze libiche hanno interrotto il salvataggio e sparato colpi e molti dei migranti sono saltati in acqua», anche se poi ha specificato che «tutte le persone sono ora al sicuro a bordo». 

Nei giorni scorsi il governo italiano avrebbe avvertito quello tedesco che, in caso di soccorsi da parte della Ong, l’Italia non si sarebbe fatto carico dei migranti. La Alan Kurdi è l’unica nave umanitaria presente nella zona Sar (di ricerca e soccorso) davanti alla Libia. Tutte le altre Ong hanno infatti sospeso le operazioni in mare, per questioni di sicurezza ma anche per poter rischierare medici e volontari sul «fronte» del coronavirus in diversi paesi europei, soprattutto in Italia e Spagna.

In serata, 36 migranti sono arrivati autonomamente a Lampedusa. Erano su una barca proveniente dalla Tunisia. Il sindaco dell'isola, Totò Martello, ha subito firmato un'ordinanza per metterli tutti in quarantena nell'hotspot di contrada Imbriacola. Tra le persone arrivate ci sono anche 11 donne di cui due in gravidanza. L'ultimo sbarco a Lampedusa risale alla metà di marzo.

La pandemia non sta risparmiando nemmeno i Paesi della sponda sud del Mediterraneo: in Libia finora sono stati accertati 18 casi con un decesso, 574 i casi in Tunisia con 22 decessi, 1320 in Algeria con 152 decessi, 1113 in Marocco con 71 decessi. 

Proprio in Marocco si registra oggi il tentativo di fuga verso l’enclave spagnola di Melilla di circa 260 migranti. Una cinquantina è riuscita a scavalcare le barriere e ad entrare in territorio spagnolo, quindi europeo, nella speranza di poter così più facilmente raggiungere il vecchio Continente, per nulla intimoriti dalla grave crisi sanitaria in corso.

lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus, OMS: “Imminente aumento contagi in Africa, 54 paesi africani chiudono le frontiere ma occorre aprire corridoi umanitari per far entrare aiuti"

MeteoWeb
Oltre la metà dei 54 Paesi africani ha chiuso confini di terra, aria e mare per arginare la diffusione del nuovo coronavirus.



Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito di un “imminente aumento” dei casi di contagio del nuovo Coronavirus in Africa.
Ghebreyesus ha chiesto ai capi di Stato africani di aprire corridoi umanitari per consegnare forniture mediche indispensabili.

Oltre la metà dei 54 Paesi africani ha chiuso confini di terra, aria e mare per arginare la diffusione del nuovo Coronavirus, ma ciò ostacola le spedizioni. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito di un “imminente aumento” dei casi di contagio del nuovo Coronavirus in Africa.

Nei Paesi del continente sono 313 i decessi, 29 in più rispetto ai dati di ieri, e 7.741 i casi di contagio in 50 Stati, secondo il Centro di controllo delle malattie dell’Unione Africana.
Aumenta il numero dei guariti: sono 640 rispetto ai 561 di ieri.

Primo Paese per numero di vittime resta l’Algeria, con gli 83 decessi già confermati dai dati di ieri. Il più colpito, il Sudafrica: qui si contano nove morti e 1.505 casi. Oltre ad Algeria e Sudafrica ci sono altri 27 i Paesi del continente in cui si registrano vittime: Egitto (66), Marocco (48), Burkina Faso (16), Tunisia (18), Repubblica democratica del Congo (16), Camerun (8), Mauritius (7), Ghana (5), Niger (5), Nigeria (4), Kenya (4), Congo (3), Mali (3), Togo (3), Angola (2), Sudan (2), Gabon (1), Libia (1), Botswana (1), Gambia (1), Zimbabwe (1), Zambia (1), Costa d’Avorio (1), Capo Verde (1), Senegal (1), Tanzania (1) e Mauritania (1).

Apocalisse in Yemen - Guerra, carestia, colera e ora anche l'incubo Covid-19.

Globalist
Una catastrofe che dura da oltre cinque anni, con la complicità di potenze regionali (Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e le armi vendute dagli Usa e dall’Europa (Italia compresa).


Guerra, carestia, colera. Ed ora, Coronavirus. In una parola: Yemen. Una catastrofe che dura da oltre cinque anni, con la complicità di potenze regionali (Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e le armi vendute dagli Usa e dall’Europa (Italia compresa). Nella Giornata internazionale delle coscienze indetta dall’Onu, ricordare l’apocalisse yemenita è un dovere per quanti, anche nel modo della comunicazione, una coscienza l’hanno ancora. A guidarci nell’inferno yemenita è una delle Ong internazionali più attente e attive nel monitorare la situazione in Yemen: Oxfam, il cui ultimo rapporto traccia un quadro dettagliato dell’apocalisse yemenita



Apocalisse Yemen
La guerra. Il conflitto in Yemen dura ormai da cinque anni, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. 12.366 vittime civili, tra il 26 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno e oltre 100 mila vittime totali. Oltre 4 milioni di sfollati interni sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi, dove la popolazione locale ha offerto loro un riparo.

Il Coronavirus. L’Oms ha da poco attivato un numero verde per informare la popolazione yemenita sull’emergenza, predisponendosi a mandare aiuti immediati. In un contesto umanitario non dissimile da quello siriano, dove si è registrato il primo caso ufficiale di Covid1-9.

Il colera. Da inizio anno sono più di 56 mila le persone contagiate e oltre 2,2 milioni dal 2017: si tratta della più grave epidemia del mondo, aggravata dal collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture idriche. Inoltre il numero di contagi potrebbe aumentare con l’arrivo della stagione delle piogge in aprile.

La carestia. Più di 10 milioni di persone sono sull’orlo della carestia. 2 milioni di bambini e 1,4 milioni di donne in gravidanza soffrono di malnutrizione acuta. 24,1 milioni di persone su 30,5 dipendono dagli aiuti umanitari. I prezzi dei beni alimentari sono saliti in media del 47%.

L’isolamento. Le vite di 22 milioni di persone saranno in pericolo se non aumentano le importazioni di cibo, carburante, medicine: il blocco delle importazioni deve essere permanentemente eliminato. Anche il prezzo del petrolio è aumentato enormemente: il prezzo medio al litro è salito del 280% da quando il conflitto è iniziato.

L’infanzia negata. I bambini subiscono l’impatto peggiore del conflitto e, con il proseguire dei combattimenti, il loro futuro appare sempre più tetro. Più di 1.600 scuole sono state distrutte, e fame e debiti spingono molte bambine – anche sotto i 10 anni – verso i matrimoni precoci: nel Governatorato di Amran nel nord del Paese, ad esempio, tante famiglie stremate, rimaste senza cibo e senza una casa, arrivano al punto di dare in matrimonio figlie anche piccolissime, in un caso anche di tre anni, per poter comprare cibo e salvare il resto della famiglia.

Emergenza idrica e sanitaria. Quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Le scorte di medicine e materiali sanitari si stanno esaurendo.

La situazione a Hodeidah. Oltre 80.000 persone sono state già costrette ad abbandonare la più grande città portuale dello Yemen, in completo assetto da guerra con truppe schierate, trincee e barricate. Le vittime tra i civili rimasti intrappolati in città continuano ad aumentare, e la popolazione non ha la minima possibilità di fuggire o ottenere assistenza medica.
“Se in Italia il Coronavirus sta provocando la più grave emergenza sanitaria ed economica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non riusciamo davvero ad immaginare le conseguenze del contagio in un Paese distrutto e poverissimo come lo Yemen 
[...]

Nel caso in cui il Covid-19 dovesse diffondersi in Yemen assisteremmo alla peggiore catastrofe umanitaria del secolo”: a lanciare l’allarme è Abdulrahman Jaloud, direttore di “Yemeni Archive”, associazione umanitaria che riunisce attivisti per i diritti umani, giornalisti, tecnici impegnati a documentare le violazioni e i crimini compiuti da tutte le parti in lotta nel Paese dove infuria una guerra da oltre sei anni.
[...]
Yemen, per non dimenticare. E per dimostrare che siamo capaci ri “restare umani”.

Umberto De Giovannangeli