Pagine

Visualizzazione post con etichetta Medio Oriente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Medio Oriente. Mostra tutti i post

venerdì 10 aprile 2020

Coronavirus. Lo studio Unu: con la crisi fame per oltre mezzo miliardo di poveri in più. Medio Oriente e Africa indietro di 30 anni

Avvenire
Secondo una ricerca dell'Unu, l'università delle Nazioni Unite, avremo il primo aumento della povertà globale dal 1990. In Medio Oriente e Africa passo indietro di 30 anni

La crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus farà aumentare la povertà nel mondo per la prima volta dal 1990 e nel caso peggiore potrebbe ridurre in povertà più di mezzo miliardo di persone.

Tre studiosi del centro di ricerca sullo sviluppo economico dell’Università delle Nazioni Unite (Unu) – Andy Sumner, Chris Hoy e Eduardo Ortiz-Juarez – hanno provato a stimare l’impatto del virus sulla povertà a livello mondiale. La ricerca delinea tre possibili scenari, dal più ottimistico al più pessimistico: in quello migliore il calo medio del reddito pro capite delle famiglie sarebbe del 5%, in quello intermedio del 10% e in quello peggiore del 20%.

Gli studiosi dell’Unu hanno stimato il possibile impatto sulla povertà secondo questi scenari. A seconda di dove si colloca la soglia di povertà il punto di partenza e i risultati sono diversi: oggi ci sono 759 milioni di persone che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno, 1.898 milioni di persone sotto i 3,2 dollari al giorno e 3,27 miliardi di persone sotto i 5,5 dollari al giorno.

Nel caso migliore, quello di un calo dei redditi del 5%, scivolerebbero sotto la più severa delle soglie di povertà 85 milioni di persone, mentre 135 milioni andrebbero sotto i 3,2 dollari a testa e sarebbero 124 milioni le persone che tornerebbero sotto la soglia dei 5,5 dollari quotidiani a testa. Nello scenario di una caduta dei redditi del 20% sarebbero ben 420 milioni le persone che finirebbero sotto la soglia degli 1,9 dollari al giorno, mentre 581 milioni scenderebbero sotto i 3,2 dollari al giorno e 523 milioni sotto i 5,5 dollari al giorno. Il numero di poveri nel mondo, se si usa il criterio più esteso dei 5,5 dollari al giorno, passerebbe così da 3,27 miliardi a 3,79 miliardi.

«Questi potenziali aumenti sarebbero equivalenti a un passo indietro di almeno un decennio nella riduzione della povertà mondiale» notano i ricercatori, sottolineando come la ricerca abbia dei limiti (ad esempio usa uno standard unico a livello mondiale e non considera altri tipi di povertà), ma in ogni caso la crisi complicherà molto la possibilità di raggiungere l’obiettivo di ridurre la povertà entro il 2030, il primo degli obiettivi di Sviluppo sostenibile. In aree come il Medio Oriente, il Nordafrica e l’Africa Subsahariana il livello di povertà tornerebbe addirittura a quello dei primi anni ‘90.

Riprendendo i dati dell'analisi di Unu, l'organizzazione non governativa Oxfam ha rilanciato l'allarme aggiungendo alcune richieste specifiche al G20, che si riunirà il prossimo 15 aprile: sospensione delle sanzioni e dei pagamenti dei debiti dei Paesi in via di sviluppo; garanzie per 1000 miliardi di liquidità aggiuntiva sempre per i Paesi in via di Sviluppo; mobilitazione di 500 miliardi di aiuti allo Sviluppo.

Pietro Saccò

martedì 7 gennaio 2020

I nuovi scenari dopo i fatti di Bagdad. Si aggraverà la guerra che già affligge il Medio Oriente e aumenteranno i flussi di profughi. L'analisi di Mario Giro

Formiche.net
I fatti di Baghdad rendono tutto il Medio Oriente più incandescente e, anche se non ci sarà guerra convenzionale, quest’ultima già c’è. Teheran da una parte continuerà a provocare le navi occidentali e dei loro alleati nel Golfo Persico. E forse compirà degli attentati più gravi. Intanto però utilizzerà il metodo delle zanzare…

Non ci dobbiamo chiedere cosa accadrà se scoppiasse la guerra in Medio Oriente: la guerra c’è da anni. Le sue conseguenze sono già terribili: la metà dei siriani è fuori dal proprio Paese. Siria e Afghanistan da soli rappresentano la più grande catastrofe mondiale in termini di rifugiati, superando tutte le precedenti. Decine di milioni di persone sono in movimento ed è presumibile che cerchino di raggiungere terre di pace e sviluppo, come l’Europa.
Magari non subito: i rifugiati sanno che non devono rimanere intrappolati in qualche campo (sarebbe una gabbia per loro) e per questo si armano di pazienza e resilienza. Meglio restare in movimento anche se ci vorranno mesi ed anni, come homeless internazionali. Il continuo movimento li salva dall’essere rinchiusi senza speranza in un ghetto umanitario sprovvisto di sbocchi, come suole “risolvere” queste crisi la comunità internazionale.

Quindi immaginano percorsi lunghi e a tappe, solo per tener vivo il loro sogno: giungere laddove hanno deciso di arrivare. Se il nuovo capitolo degli scontri tra Usa e Iran aumenterà di intensità come temono un po’ tutti, ci saranno ripercussioni umanitarie sulla Siria e sul Libano, non solo in Iraq. Si intensificherà la competizione per chi riuscirà ad influenzare di più gli sciiti iracheni (oltre la metà della popolazione), divisi tra l’alleanza con gli Usa (che li hanno liberati da Saddam) e la condivisione della stessa fede sciita con l’Iran. Da tempo infatti l’opinione irachena si distingue vivacemente su questo.

Alcune milizie di Baghdad sono sostenute direttamente da Teheran (come quella che ha sparato i razzi sul campo Usa); altre sono più indipendenti. Sia americani che iraniani hanno i loro amici nel Paese. Ora che l’Iraq diviene indispensabile agli Usa, in via di riposizionamento dalla Turchia con cui le relazioni sono tese, la convivenza diviene difficile. Certo l’Iraq è un terreno molto più insicuro che Ankara.

Quindi la posta in gioco è l’Iraq. È possibile che entrambi i contendenti cerchino di avvicinare i sunniti sconfitti (circa il 30% della popolazione, ora isolati) per portarli dalla propria parte. Ma si tratta di un’operazione delicata che rischia di far infuriare gli sciiti. Forse rientreranno in gioco anche i kurdi del nord, per ora “puniti” per aver tentato la via dell’indipendenza. È probabile che una nuova ondata di attentati sconvolga un Paese già martoriato. Fuggiranno gli iracheni? Se si mette male, gli sciiti potrebbero rifugiarsi in Iran; altri iracheni cercare di attraversare la pericolosa Siria; altri ancora tentare la via del deserto verso l’Arabia Saudita e la Giordania. Tutte strade pericolose.

Se invece la contesa coinvolgesse altri paesi, il più a rischio è il Libano dove l’Iran possiede un solido alleato: Hezbollah. A Beirut la situazione è già tesa per la crisi politica interna e ancor più complicata dal flusso di siriani in fuga. Dell’intera situazione potrebbe avvantaggiarsi l’Arabia Saudita, nemico mortale per Teheran. La guerra in Yemen troverebbe nuovo combustibile e si incendierebbe ancor di più. Nell’altra direzione, il Qatar potrebbe approfittarne per sopire le sue divergenze con Ryad, in nome della comunanza di fede sunnita. E la Turchia ne uscirebbe ancor più legittimata.

È su tale controverso terreno che l’Iran ha mosso le sue pedine in questi anni, aumentando la sua influenza grazie alla difesa del regime di Assad. Il disegno è evidente: aumentare il peso del mondo sciita all’interno del mondo musulmano. Gli sciiti sono circa il 15-20% dei musulmani, in genere minoranze sparse trattate male dagli altri musulmani (i sunniti) che li considerano più o meno degli eretici. L’Iran è l’unico paese musulmano importante a schiacciante maggioranza sciita. Il khomeinismo degli ayatollah ha dato all’Iran un’ideologia religiosa proselitistica e dalle mire espansionistiche. L’aver aiutato Assad (assieme agli sciiti libanesi di Hezbollah) permette a Teheran di aver oggi uno sbocco sul Mediterraneo e di costruirsi una continuità territoriale. Inoltre la caduta di Saddam in Iraq per mano americana ha permesso agli sciiti iracheni (il 40% della popolazione circa) di prendere il potere, appoggiandosi sul vicino Iran. In sintesi: più spazio agli sciiti significa più potere a Teheran. Tutto ciò mette paura ai sunniti e ai loro alleati.

Ora gli iraniani vogliono anche controllare lo stretto di Hormuz nel Golfo Persico, da cui passa una buona parte del petrolio mondiale. Recentemente hanno sequestrato petroliere occidentali e stuzzicato i loro avversari con continue punzecchiature (abbattimento di droni ecc.). Gli americani si sono dati da anni invece di garantire la libertà di passaggio nello stretto.

Come reagirà l’Iran all’uccisione dei suoi responsabili dell’altra notte? Da una parte continuerà a provocare le navi occidentali e dei loro alleati nel Golfo Persico. Forse compirà degli attentati più gravi. Per ora utilizza il metodo delle zanzare, circondando con decine di barchini armati le navi militari o le petroliere e girandogli attorno per cercare di far cambiare loro rotta. Sono situazioni molto pericolose da cui può nascere sempre un incidente. Dall’altra cercheranno di vendicarsi a freddo, colpendo altrove interessi occidentali. Infine daranno per morto il trattato sul nucleare, ricominciando a produrre uranio arricchito. È questa la grande paura di Israele, sempre pronta a reagire se la propria sicurezza viene messa a rischio e a fare di tutto per impedire una proliferazione atomica in Medio Oriente.

I fatti di Baghdad rendono tutto il Medio Oriente più incandescente e, anche se non ci sarà guerra convenzionale, quest’ultima già c’è, soltanto che è combattuta in altro modo. Guerra asimmetrica o ibrida, come si dice oggi.


Mario Giro

domenica 5 novembre 2017

La storia dei cristiani in Siria e Iraq appare alla vigilia della fine. di Andrea Riccardi

Corriere della Sera - Opinioni
di Andrea Riccardi
Ora comincerà la ricostruzione, ma nelle regioni sconvolte dal «califfato» un mondo di convivenza religiosa è stato distrutto e i traumi pesano.


Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate.Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani. Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent’anni fa tra Siria e Iraq l’accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell’antica Chiesa d’Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio. Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all’islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d’Israele.

Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c’è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov’erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la «N» in arabo, per indicare «nazareni», i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l’islamismo?

lunedì 19 giugno 2017

Medio Oriente. La schiavitù invisibile delle migranti. Abusi, tratta e passaporti confiscati

Il Manifesto
Fuori dall'ombra. 64 ore settimanali è in media l’orario delle lavoratrici domestiche nel Golfo e nel Levante. Le migranti guadagnano tra il 20-30% in meno del salario minimo locale

Il dato potrebbe stupire: il Medio Oriente è la regione al mondo con la più alta percentuale di lavoratrici domestiche. Quasi tutte migranti. Tra Golfo e Levante l’Organizzazione Mondiale del Lavoro ne conta 1,6 milioni, quasi il doppio (2,5 milioni) secondo l’International Trade Union Confederation.

NUMERI ELEVATISSIMI, contestualizzati dal sito di monitoraggio Migrant Rights: il 90% dei cittadini del Kuwait ha alle proprie dipendenze una lavoratrice domestica straniera; il 36,6% della forza lavoro femminile in Bahrain è impiegata in case private; il 99,6% degli immigrati economici in Arabia Saudita è un lavoratore domestico. L’altro lato della medaglia è l’assenza totale di diritti: lavorano in media 64 ore a settimana e guadagnano tra il 20% e il 30% in meno del salario minimo nazionale (147 dollari al mese in Kuwait, 100 in Arabia Saudita).
E sono vittime di una forma di schiavitù moderna, invisibile. A monte sta il sistema della kafala, o dello sponsor: l’ingresso di lavoratori stranieri nei paesi del Golfo e in Libano, la residenza e la successiva uscita sono permessi sulla base della sponsorizzazione da parte di un cittadino o di un’impresa privata. Che nella pratica diventano «proprietari» di un essere umano.

PASSAPORTI CONFISCATI, impossibilità di cercarsi un lavoro più dignitoso o meglio remunerato, condizioni di lavoro disumane, violenze fisiche e verbali, suicidi sono le dirette conseguenze per buona parte delle lavoratrici domestiche straniere, tutte provenienti da Sud est asiatico e Africa sub-sahariana.
Un quadro reso peggiore dalla mancanza di una regolamentazione statale del lavoro domestico, escluso dalle leggi sul lavoro apparentemente per non violare privacy e «sacralità» della casa privata.

Le lavoratrici domestiche finiscono così in un limbo di invisibilità, divise tra loro e incapaci di accedere ai propri consolati, costrette alla schiavitù pena l’arresto e l’espulsione. Dietro, un vero e proprio traffico di esseri umani, con agenzie specializzate che traggono profitto dalla «vendita» di donne migranti entrate illegalmente.

Le prime forme di organizzazione sindacale iniziano però ad emergere: se nelle petromonarchie del Golfo sindacati e scioperi sono fuorilegge, in Libano sono radicati. Nel 2015 è così nato il primo sindacato di lavoratori domestici, sotto l’ombrello della più ampia Federazione delle unioni dei lavoratori. Da allora ha firmato accordi con i sindacati nei paesi di origine e lanciato campagne per vedersi riconosciuto come soggetto legittimo da Beirut, sostenuto da cento ong locali.

LE DIFFICOLTÀ non mancano, figlie della scarsa capacità di raggiungere la singola lavoratrice, per ragioni di lingua, isolamento, bassi stipendi che limitano il movimento, timore della deportazione e ora una nuova guerra tra poveri, scatenata dall’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati siriani disposti a lavorare per salari ancora più infimi. Ad organizzarsi, però, è anche la stessa società civile libanese e i movimenti anti-razzisti che hanno fatto delle condizioni delle lavoratrici domestiche (250mila stimate nel Paese dei Cedri) una bandiera.

Se già dal 2011 è stato aperto nella capitale il Migrants Community Center, il primo maggio 2017 le strade di Beirut sono state attraversate dalla parata dei lavoratori migranti, sotto lo slogan «La kafala uccide». Solo pochi mesi prima, nel novembre 2016, il Libano deportava Sujana Rana e Roja Limbu, lavoratrici domestiche leader del sindacato nato due anni fa e tuttora illegale agli occhi di Beirut.

È INVECE OBLIO TOTALE nel Golfo, dove la narrativa su cui si fondano le petromonarchie sunnite – un misto di wahhabismo, interpretazione medievale dell’Islam e soffocamento delle istanze di ogni gruppo «minoritario» inteso come minaccia alla tenuta del regime (dalle donne agli immigrati, dalla comunità sciita alle opposizioni politiche) – crea intorno alle migranti una gabbia che prima che fisica è mentale.

LO SFRUTTAMENTO delle lavoratrici tra le mura domestiche è un fenomeno radicato e diffuso, affatto trattato dai media e marginalizzato dalle autorità che non puniscono mai i responsabili di reati nei rarissimi casi denunciati dalle vittime.

Così si spiegano le drammatiche statistiche dell’intelligence libanese riportate dall’agenzia dell’Onu Irin: in Libano ogni settimana due lavoratrici domestiche muoiono per cause non naturali. Per i pestaggi, per suicidio o per essersi lanciate dal balcone nel tentativo di fuggire.


di Chiara Cruciati

giovedì 3 settembre 2015

Middle East 13 million children denied education - Istruzione negata per 13 milioni di bambini

MISNA
Over 13 million children are being denied an education by conflicts across the Middle East, “leaving their hopes and futures shattered”, the United Nations Children's Fund (UNICEF) said in a report.


Bambina siriana recupera i suoi libri tra le macerie

In Syria, Iraq, Yemen and Libya nearly 9,000 schools are unable to be used for education, because used to shelter displaced families or are as bases for combatants. “It's not just the physical damage being done to schools, but the despair felt by a generation of schoolchildren who see their hopes and futures shattered”, stressed Peter Salama, regional director for UNICEF in the Middle East and North Africa.

The 13.7 million children denied the right to an education represent around 40% of the entire school population of Syria, Iraq, Yemen, Libya, Jordan, Turkey, Palestinian Territories and Sudan, and UNICEF fears the number could raise to 50 percent in coming months as conflicts intensify. In Syria, a school on four closed since March 2011, with immediate effects on over 2 million students.

The report "Education Under Fire" also denounces that “the killing, abduction and arbitrary arrest of students, teachers and education personnel have become commonplace" in the region, causing thousands of teachers to flee their countries.

[AdL/BO]

Medio Oriente - Istruzione negata per 13 milioni di bambini

Sono oltre 13 milioni i bambini che nel Medio Oriente, vengono privati dell’educazione, a causa dei conflitti che agitano la regione. Lo ha reso noto l’Unicef in un rapporto sottolineando che “le speranze di un’intera generazione vengono schiacciate”. 

In Siria, in Iraq, Yemen e Libia, circa 9000 istituti scolastici sono inutilizzabili, o perché sono stati danneggiati o distrutti o perché vengono usati come basi dalle parti in conflitti o come centri di accoglienza per i rifugiati. “Ma non si tratta solo dei danni materiali inferti alle strutture” ha sottolineato Peter Salama, direttore regionale di Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, “quanto della disperazione di un’intera generazione di bambini in età scolare che vedono le loro speranze disattese e il loro futuro cancellato”.

I 13,7 milioni di bambini privati del diritto allo studio, rappresentano circa il 40% dell’intera popolazione scolastica di Siria, Iraq, Yemen, Libia, Giordania, Turchia, Territori Palestinesi e Sudan e l’Unicef teme che la cifra possa raggiungere il 50% entro pochi mesi.

In Siria, in modo particolare, una scuola su quattro ha chiuso le porte da marzo 2011 ad oggi, con effetti immediati su oltre due milioni di studenti.

Nel rapporto ‘Education under fire’ (Istruzione sotto attacco) si denuncia inoltre che “l’uccisione, il sequestro e gli arresti arbitrari” di educatori e personale scolastico sono divenuti episodi comuni nella regione. Per questo motivo migliaia di insegnanti sono fuggiti dai paesi d’origine.

[AdL]


domenica 3 maggio 2015

Cristiani in Medio Oriente, Sant'Egidio: nasce il "Tavolo di Bari" per passare dal grido di allarme alla proposta

Comunità di Sant'Egidio
Bari– Progettato come prima occasione di incontro e di confronto fra tutte le Chiese cristiane del Medio Oriente, con i politici e i diplomatici che intendono affrontare i drammatici problemi di questa martoriata regione del mondo, il primo summit intercristiano organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla diocesi di Bari, si conclude con una proposta ambiziosa sulla quale si è raggiunto un primo considerevole consenso: la nascita di quello che è stato chiamato il “tavolo di Bari”, formula originale di dialogo fra personalità a vario titolo impegnate nella ingarbugliata matassa mediorientale e “interlocutore privilegiato” di tutte le piccole, medie e grandi potenze implicate nella questione.

E ancora: elaborare proposte concrete di soluzione per le situazioni più difficili, a partire dalla Siria, preda da quattro anni di una spietata guerra civile che ha fatto decine di migliaia di vittime e centinaia di migliaia di profughi e di sfollati”. “Forse - ha detto il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, a conclusione del convegno - potremmo continuare il tavolo di Bari dando vita ad un legame operativo, problematico”. Ecco dunque il percorso tracciato per il “tavolo di Bari”: “Passare dall’allarme alla proposta, e poi alla sua diffusione e all’impegno morale e politico per farla passare ”. E in questo processo potranno avere cittadinanza anche i progetti per alcuni “safe haven”, rifugi sicuri per i cristiani e le altre minoranze in aeree della regione come ad esempio la piana di Ninive in Iraq, e la risposta all’appello “Save Aleppo”, lanciato nel giugno 2014 dallo stesso Andrea Riccardi.

A dare risalto a questa idea, a metà dei lavori della seconda giornata del summit, era stato il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, che ha rilevato come il Colloquio sul futuro dei cristiani in Medio Oriente - nella giornata in cui i Patriarchi cristiani e mons. Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, si sono confrontati con il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni e con diplomatici in rappresentanza delle principali potenze occidentali (Usa, Russia, Francia, Germania, Regno Unito, Grecia) - si è trasformato in una grande assemblea capace di lavorare su proposte unitarie: “Una grande cassa di risonanza per rompere la coltre di indifferenza europea e occidentale di fronte a tanta sofferenza e di affermare che solo la fine della guerra e l’instaurazione di una pace duratura potrà garantire nel futuro una presenza libera e serena dei cristiani in Medio Oriente”. E di “drammatica pulizia etnica in intere regioni, che forse non ha paragoni nella storia e rappresenta quasi la fine della storia” ha parlato il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, che ha aggiunto: “Un mondo sta scomparendo: è un dramma per i cristiani, un vuoto per le società musulmane, una perdita per l’equilibrio del Mediterraneo e per la civiltà”.

I capi delle Chiese cristiane di Siria, Turchia, Iraq, Cipro, Egitto, e il Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa, intervenuti in un dibattito ricco e approfondito, pur con accenti diversi, hanno insistito su concetti molto simili, facendosi avvocati di una popolazione stremata dalla guerra, fiaccata dalle discriminazioni, abbandonata dall’Occidente, a rischio di estinzione come comunità identificata da una cultura e da una fede religiosa. A chiedere alla Comunità di Sant’Egidio di “accompagnare” i patriarchi orientali presso le potenze occidentali per far giungere la loro voce ai massimi livelli, sono stati in particolare il Patriarca melchita di Antiochia e di tutto l’Oriente Gregorio III Laham, che ha chiesto “un’iniziativa ecumenica di tutte le Chiese, capace di elaborare un piano di pace comune da portare al tavolo delle grandi potenze”, e l’arcivescovo iracheno Yousif Mirkis, del patriarcato di Babilonia dei Caldei, il quale, dopo aver definito “una vergogna” l’insensibilità dell’Europa rispetto al dramma mediorientale, ha lanciato la sua proposta: “Chiedo a Sant’Egidio di scortare tutti noi Patriarchi nelle quattro principali capitali mondiali: Washington, Mosca, Bruxelles e New York, sede delle Nazioni Unite per chiedere di fermare il cosiddetto islam politico, che è fonte del calvario dei cristiani e più in generale delle minoranze religiose anche musulmane”. A sua volta, l’arcivescovo cipriota Chrisostomos II ha denunciato la “pilatesca stasi dei potenti della terra e delle Nazioni Unite, che pure sono state fondate nel nome della pace”.

Altre voci si sono levate per denunciare il dramma delle popolazioni. Il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia Ignatius Aphrem II si è chiesto se si debbano aspettare altri cento anni, come dopo il genocidio degli armeni, “perché il mondo reagisca e cessi di lavarsi le mani dal sangue della nostra gente”, e ha aggiunto polemicamente: “Ci sarà un futuro per cristiani in Terra Santa e in Medio Oriente? Senza la pace no, ma senza la pace non ci sarà futuro per l’intera umanità”.

Relativamente tranquilla la condizione dei cristiani copti d’Egitto, descritta dal patriarca di Alessandria Isaac Sidrak; mentre “l’insieme del Medio Oriente, ha aggiunto il Patriarca siro-cattolico di Antiochia Ignace Youssif III Younan, “è stato in questi ultimi tempi inghiottito da una spirale di violenza inaudita, un vero incubo che sembra non aver fine”.

Le risposte a questo rosario di denunce e di allarmi sono venute dalla diplomazia, a cominciare da quella vaticana. Mons. Gallagher ha ricordato come la Santa Sede “segua con viva preoccupazione la situazione dei cristiani in Medio Oriente, con particolare attenzione e rispetto per la vita e le sofferenze di tutte le minoranze religiose”. Occorre, ha aggiunto, “risvegliare la coscienza della comunità internazionale perché sono in gioco principi fondamentali, come il valore della vita, della dignità umana e della convivenza civile”. Fra i punti nodali della situazione, ha citato: fermare l’esodo e “assicurare condizioni di sicurezza ai cristiani che decidono di restare e che devono essere protetti”, aiutare i paesi a maggioranza musulmana ad “affrontare il problema del fanatismo, a sciogliere il nodo del rapporto tra religione e Stato, poiché il nesso inscindibile tra religione e politica e la mancanza di distinzione tra ambito religioso e ambito civile rende difficile la vita per i cristiani”.

A sua volta, il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni ha riconosciuto che “L’Europa è malata di egoismo, di ignavia e di indifferenza: spesso volgiamo lo sguardo altrove; lo abbiamo fatto anche davanti alle stragi dei musulmani in Europa, come a Sebrenica; lo facciamo ora davanti al martirio dei cristiani d’Oriente, che interpella le nostre stesse radici”. Dunque, “combattere la pedagogia dell’odio, prendere la parola con intransigenza contro l’ignavia e l’indifferenza che inquinano la nostra cultura. La giustizia esige parresia, il coraggio della verità” e invece spesso siamo prigionieri del nostro egoismo, delle nostre illusioni”. Alle crisi più gravi si deve “rispondere con azioni concrete della cultura e della diplomazia”, e Gentiloni ha citato la proposta di un piano di “freeze” per salvare Aleppo: “quella di Sant’Egidio, mutuata dalle Nazioni Unite, ha detto, è forse l’unica opzione sul tappeto, un obiettivo difficile da raggiungere ma necessario per ridurre il livello di violenza sul quale occorre coinvolgere la Russia”.

Il tema della protezione per i cristiani in Medio Oriente è una delle priorità emerse dal Colloquio. Deve, ha detto Andrea Riccardi, “diventare parte dell’azione dei governi”. L’obiettivo è creare zone di tregua in Siria, come Aleppo, aiutare specialmente il Libano, realizzare più incisivi interventi umanitari”. A sua volta, rispondendo ad una specifica domanda di un giornalista sulla opportunità della presenza di forze di pacificazione nelle aree più a rischio, Marco Impagliazzo ha detto: “Penso che il modello più utile sia quello sperimentato in Libano, dove l’Unifil, la forza di pace a guida italiana e sotto bandiera Onu garantisce la pace e potrebbe essere un modello accettato da tutti perché rispondente alle logiche del diritto internazionale. Quel che manca oggi sono operazioni di polizia internazionale: non c’è una struttura che garantisca un modello di polizia internazionale che intervenga in situazioni di emergenza. Sollecitiamo le Nazioni Unite ad individuare modelli giuridici per arrivare a questo risultato”.

Infine le conclusioni di Andrea Riccardi al termine dei lavori, su alcuni dei problemi sollevati nel dibattito: “Non basta chiedere ai cristiani di restare, bisogna garantire di poter restare in sicurezza”. La Comunità di Sant’Egidio ha lanciato l’appello per Aleppo e per altri “safe haven”, rifugi sicuri per i cristiani e le minoranze; un appello “che pochi hanno ripreso”, ha denunciato Riccardi: “Appoggiatelo!”. Quanto a ciò che può fare Sant’Egidio: “Siamo a disposizione, sinceramente, intelligentemente, in modo aperto, senza piani nascosti e senza idee di egemonia. Aiutateci ad aiutarvi!”

domenica 19 ottobre 2014

Rifugiati: nel mondo arabo ogni minuto un bambino lo diventa

ANSAmed
Conferenza Onu a Sharjah. Priorità istruzione e rischio abusi
Dubai - Nel mondo arabo ogni minuto un bambino diventa un rifugiato, nell'anno che, globalmente, ha fatto registrare il piu' alto numero di profughi e sfollati dai tempi della seconda guerra mondiale.
Una famiglia siriana fuggita da Kobane in Turchia
I dati, con le proposte di una strategia unificata nella regione Mena per rispondere al problema dei rifugiati bambini ed adolescenti, sono emersi dalla conferenza "Investire nel futuro: protezione dei bambini rifugiati in Medio Oriente e Nord Africa" che si sta svolgendo a Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti. Si tratta della prima conferenza internazionale appositamente dedicate alle problematiche dei minori profughi, organizzata dall'agenzia Onu per i rifugiati (Unchr), in collaborazione con l'associazione "The Big Heart".

"Qui nel mondo arabo, ogni singolo minuto, un bambino e' costretto a lasciare il suo paese," ha denunciato Antonio Guterres, direttore dell'Unhcr. "L'anno scorso oltre 51 milioni di persone, sono state sradicate dalle proprie case a causa di conflitti e la regione Mena e' stata la piu' colpita." Molti paesi del mondo arabo, dallo Yemen alla Mauritania, ospitano ampie popolazioni di rifugiati, "soprattutto dalla Siria, che rappresenta la sfida maggiore" ha continuato Guterres.

Una delle priorita' individuate e' l'istituzione di un database regionale che registri tutti gli spostamenti dei rifugiati, dalle aree di provenienza ai paesi ospitanti.

"Il database dovrebbe raccogliere tutte le informazioni disponibili sulla famiglia, sull'istruzione, sulla situazione medica, e anche includere programmi specificatamente pensati per i bambini profughi," ha spiegato Ghada Wali, ministro egiziano per la solidarieta' sociale.

Anche la regina Rania di Giordania ha sottolineato, nel suo intervento, che nel regno hashemita solo 630.000 rifugiati, sul milione di presenze stimate, sono registrati. "Un programma comune per rendere piu' efficienti sia le istituzioni nazionali che quelle regionali perche' si muovano unite e coordinate verso un effettivo welfare dei rifugiati piu' giovani", e' stata la raccomandazione del segretario generale della Lega Araba, Nabil Al Arabi. Tra i punti cardine del programma, la garanzia di un'istruzione. "Una volta messe a tacere le armi, i bambini ed i giovani di oggi ritorneranno nei loro Paesi," aveva già fatto notare la regina Rania, "e l'educazione sara' l'unico lo strumento che avranno per ricostruire se stessi ed i loro paesi." Altra urgenza programmatica, le violenza sessuali sui minori.

"Gli abusi sui minori sono affare di tutti," ha ribadito Zainab Hawa Bangoura, sottosegretario generale Onu e rappresentante speciale per le violenza sessuali in aree di conflitto. E ha ricordato che le violenza vengono subite non solo in contesti di guerra ma anche piu' tardi, al sicuro, nei campi profughi.