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venerdì 12 maggio 2023

Iran: numero “spaventoso” di esecuzioni (209 nel 2023), l'ONU chiede la fine della pena di morte.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk ha espresso oggi costernazione per il numero spaventosamente alto di esecuzioni quest'anno in Iran e ha invitato le autorità a seguire l'esempio della maggior parte degli altri Stati e ad abolire la pena di morte o a sospendere tutte le esecuzioni .


"In media finora quest'anno, oltre 10 persone vengono messe a morte ogni settimana in Iran, rendendolo uno dei paesi con il numero più alto al mondo di esecuzioni", ha affermato Türk. Dal 1° gennaio, le fonti affermano che almeno 209 persone sono state giustiziate, principalmente per reati legati alla droga e un numero sproporzionatamente alto che rappresenta le minoranze. Il numero esatto delle esecuzioni non è noto a causa della mancanza di trasparenza del governo ed è probabile che la cifra sia più alta.

"A questo ritmo, l'Iran è preoccupantemente sulla stessa strada dell'anno scorso, quando secondo quanto riferito sono state giustiziate circa 580 persone", ha affermato Türk. "Questo è un record abominevole, in particolare se si considera il crescente consenso per l'abolizione universale della pena di morte".

Solo un piccolo numero di Stati impone e applica ancora la pena di morte.

Sabato, l'Iran ha messo a morte Habib Chaab, uno svedese-iraniano della minoranza araba Ahwazi, per "corruzione sulla terra", un reato capitale secondo la rigida interpretazione iraniana della legge islamica. I rapporti di lunedì dicono che Yousef Mehrdad e Sadrollah Fazeli Zare sono stati messi a morte per crimini tra cui la blasfemia.

Fonti affermano che almeno 45 persone, di cui 22 appartenenti alla minoranza beluci, sono state messe a morte  solo negli ultimi 14 giorni. La maggior parte è stata uccisa per accuse legate alla droga.

"L'imposizione della pena di morte per reati di droga è incompatibile con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani", ha affermato Türk.

L'Alto Commissario ha esortato le autorità iraniane a stabilire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell'abolizione della pena di morte.

ES 
Fonte: Unite Nation - Human Rights

martedì 11 aprile 2023

L'orrore della Libia - l’Onu certifica torture e abusi: “La guardia costiera coopera coi trafficanti”- 4000 migranti nel campi di detenzione ufficiali e 18.000 in quelli illegali - di Francesca Mannocchi

La Stampa
La complicità dell’Unione europea: finanzia chi aiuta a commettere crimini contro i migranti. 


Il sei febbraio scorso - pochi giorni dopo il sesto rinnovo del Memorandum d’Intesa italo libico - il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha consegnato alla Libia il primo dei cinque mezzi finanziati dell’Unione Europea: una motovedetta capace di ospitare 200 migranti, che l’Italia consegnerà alla guardia costiera libica come previsto dal Support to Integrated border and migration managment in Libya, cioè il programma finanziato dalla Commissione Europea attraverso il Fondo per l’Africa che dal 2017 avrebbe l’obiettivo di rafforzare le autorità libiche.

Durante la cerimonia nel cantiere navale Vittoria a Adria, in provincia di Rovigo il Ministro Tajani ha speso parole incoraggianti: “Le autorità libiche hanno compiuto sforzi significativi nelle operazioni di salvataggio in mare e nel contenimento delle partenze irregolari, ma i flussi sono ancora molto alti”, ha detto alla presenza della ministra degli Esteri di Tripoli, Najla Mangoush e del commissario Ue per l’Allargamento e la politica di vicinato, Oliver Varhelyi.

Nessuno ha fatto menzione degli abusi subiti dalle persone migranti e anzi Várhelyi ha ribadito che non solo gli aiuti ridurranno le morti in mare ma che renderanno l’Europa più sicura. Un mese e mezzo dopo, alla fine di marzo, da un altro mezzo italiano donato alla Libia, il pattugliatore 656, la Guardia Costiera di Tripoli ha aperto il fuoco per allontanare la nave umanitaria Ocean Viking che si apprestava a soccorrere un barchino in difficoltà con ottanta persone a bordo. L’Ocean Viking non è riuscita ad avvinarsi e i migranti sono stati riportati a terra, in Libia, Paese che - val la pena ribadirlo ogni volta - le agenzie delle Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie definiscono da anni un “porto non sicuro”.

Il rapporto Onu - Passano pochi giorni e gli esperti delle Nazioni Unite pubblicano il rapporto finale della Missione d’inchiesta indipendente sulla Libia (Ffm). Un testo di 46 pagine, trasmesso al Consiglio di sicurezza Onu e acquisito dalla Corte penale dell’Aja, che sta esaminando le richieste di mandato di cattura internazionale depositate dal procuratore Karim Khan. Tre anni di lavoro sintetizzato da parole che non lasciano spazio ad ambiguità: “Il sostegno fornito dall’Ue alla guardia costiera libica in termini di respingimenti e intercettazioni ha portato alla violazione dei diritti umani”.

Quello che sostengono gli investigatori nel rapporto basato su numerosi viaggi, centinaia di interviste e migliaia di prove raccolte è che sebbene non sia possibile dare la responsabilità diretta all’Unione per i crimini di guerra, è evidente che “il sostegno fornito abbia aiutato e favorito i crimini commessi”. Lo scenario è chiaro: la guardia costiera, attrezzata e addestrata dall’Europa, ha lavorato in stretto coordinamento con le reti dei trafficanti di uomini, traffico che ha generato “entrate significative” che hanno stimolato continue e brutali violazioni dei diritti.

In pratica le istituzioni, direttamente formate dai Paesi europei, destinatarie di mezzi e motovedette, hanno agito da un lato in accordo con l’Ue, dall’altro in complicità con i trafficanti che avrebbero dovuto contrastare, lasciando impunite le reti criminali e consolidando il potere e la ricchezza delle milizie armate. Le stesse milizie che forti di quel potere e di quel denaro agiscono influenzando i governi che in Libia sono sempre due e sempre più fragili e esposti al ricatto. Gli investigatori Onu denunciano poi che le autorità non hanno concesso loro la possibilità di visitare i centri detentivi in tutto il Paese, a ulteriore dimostrazione, dopo anni di denunce che quei luoghi oggetto del Memorandum di Intesa, e destinatari di aiuti umanitari, esulino dal controllo delle istituzioni di cui l’Europa è partner ma sono piuttosto ostaggio degli opachi rapporti tra il Dipartimento contro l’Immigrazione Illegale -che dipende dal Ministero dell’Interno di Tripoli - e le reti del malaffare.

Se si leggono i numeri, incontrastabile unica prova di quanto accada in Libia, è facile capire di cosa stiamo parlando. A oggi, secondo i dati forniti da Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sarebbero 3800 i migranti presenti nei centri di detenzione che sono nominalmente sotto il controllo delle autorità, ma di fatto terra di nessuno. Infatti, i migranti riportati indietro nell’ultimo anno dai mezzi forniti alla Libia dall’Ue sono più di 20 mila. Conti alla mano vuol dire che 18 mila persone sono fuori dai radar. Probabilmente smistati al porto una volta riportati indietro e destinati a tornare oggetto di abusi e torture nei centri di detenzione illegali.

Federico Soda, ex capo missione Oim in Libia, l’aveva denunciato già due anni fa. Era il 2021 e diceva: “I dati delle persone che vengono soccorse e intercettate dalla guardia costiera libica non combaciano con il numero delle persone in detenzione, siamo molto preoccupati di non riuscire a tracciare questi spostamenti e ogni anno perdiamo traccia di migliaia di persone”. Migliaia di persone portate indietro, in un porto non sicuro, dai mezzi che l’Europa fornisce ai libici.

Libici contro libici - Non va meglio per la popolazione locale. La missione conoscitiva delle Nazioni Unite in Libia ha riscontrato che le violazioni relative alle detenzioni arbitrarie colpiscono su vasta scala anche i libici e i responsabili. Secondo gli investigatori Onu le autorità libiche reprimono sistematicamente il dissenso della società civile. L’indagine ha rilevato che le autorità libiche, in particolare i settori della sicurezza, limitino i diritti di riunione, associazione, espressione e per punire le critiche contro le autorità e la loro leadership. Istituzioni sempre più deboli, spiega il rapporto, sotto il crescente potere dei gruppi armati.

Soffrono gli attivisti, soffrono le donne, vittime di una discriminazione sistematica, mentre si aspetta ancora giustizia per la sparizione della parlamentare. Le autorità libiche hanno imposto condizioni impraticabili alle associazioni. È sempre più complicato per gli operatori umanitari internazionale ottenere visti per entrare in Libia e per quelle locali ottenere permessi per registrare i gruppi civici e operare. La conseguenza è che gli aiuti richiesti tardano ad arrivare e che nessuno - compresi i gruppi come Human Rights Watch che hanno il mandato di verificare abusi e mancato rispetto dei diritti umani - riesce a operare in libertà nel Paese.
[...]
Dal 2016 al marzo 2023, le autorità governative, sia in Tripolitania che in Cirenaica, hanno emesso quattro decisioni e regolamenti che violano la libertà di formare associazioni locali e internazionali, e limitano le organizzazioni per i diritti umani che ne denunciano le violazioni. 
[...]
Complicità europea - La missione speciale terminerà il suo mandato il prossimo 4 aprile senza la possibilità di rinnovo. È facile immaginare che varranno a poco le raccomandazioni per istituire un meccanismo autonomo che monitori le violazioni dei diritti umani. Dopo la pubblicazione del rapporto il portavoce della Commissione europea Peter Stano ha rispedito le accuse al mittente. “Non stiamo finanziando nessuna entità libica. Non stiamo dando denaro fisico ai partner in Libia - ha detto -. Quello che stiamo facendo è stanziare molto denaro, che viene poi di solito utilizzato dai partner internazionali, i nostri soldi non finanziano il modello di business dei contrabbandieri o di coloro che abusano e maltrattano le persone in Libia, al contrario. La maggior parte del denaro va a prendersi cura di queste stesse persone”.

L’anno scorso, il commissario europeo per gli affari interni Ylva Johansson ha dichiarato al parlamento europeo che “l’Ue ha dedicato circa 700 milioni di euro (760 milioni di dollari) alla Libia nel periodo 2014-2020, inclusi 59 milioni di euro (64 milioni di dollari)” per la guardia costiera. Formare e fornire mezzi è già finanziare quelle istituzioni e rappresenta quindi la responsabilità morale di una politica che l’Europa non mette in discussione nemmeno di fronte alle evidenze degli abusi.

venerdì 17 febbraio 2023

L’Alto commissario Onu sui diritti umani chiede al governo di non approvare il decreto sulle ong - "Saranno a rischio più vite. Non demonizzare azioni umanitarie"

Askanews
“Osserviamo tutti con orrore la difficile situazione di coloro che attraversano il Mediterraneo, e il desiderio di porre fine a questa sofferenza è profondo. Ma questo è semplicemente il modo sbagliato per affrontare la questione”. Così l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, il quale ha rivolto un appello al governo Meloni a non approvare il dl Ong con la stretta per le Navi che salvano i migranti in mare.


“Più persone in difficoltà soffriranno e saranno a rischio più vite in assenza di un aiuto tempestivo, se questa legge verrà approvata. Secondo il diritto internazionale, un capitano ha il dovere di prestare immediata assistenza a persone in pericolo in mare e gli Stati devono proteggere il diritto alla vita. Ma con questa proposta, una nave Sar nelle vicinanze sarebbe obbligata a ignorare le chiamate di soccorso semplicemente in virtù di aver già salvato altri” naufraghi, costringendo “anche vittime di tortura, violenza sessuale e altre violazioni dei diritti umani” a “ulteriori ritardi nell’accesso a cure mediche e riabilitazione adeguate”, ha sottolineato Türk.

“La legge punirebbe sia i migranti che coloro che cercano di aiutarli”, una demonizzazione delle azioni umanitarie che “potrebbe trasformarsi in un deterrente per il lavoro cruciale delle organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani”, ha aggiunto l’Alto Commissario, ricordando il pericolo di incremento dei respingimenti verso la Libia, luogo che “non può essere considerato un porto sicuro di sbarco”.

Türk ha quindi esortato il governo italiano a ritirare la proposta di legge, consultare i gruppi della società civile, in particolare le Ong di ricerca e soccorso, affinché si assicuri che il decreto sia “pienamente conforme al diritto internazionale dei diritti umani, al diritto d’asilo e alle altre norme in materia, inclusa la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare e la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio in mare”.

lunedì 17 ottobre 2022

La Grecia denuncia all'ONU di aver accolto 92 migranti completamente nudi provenienti dalla frontiera con la Turchia

Ansa Med
Il ministro greco per l'Immigrazione, Notis Mitarakis, ha annunciato che incontrerà lunedì prossimo il Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per sottoporre alla sua attenzione il caso dei 92 migranti che sono stati recuperati dalle autorità greche, spogliati interamente dei loro vestiti, venerdì scorso lungo il fiume Evros, nella regione greca della Tracia al confine con la Turchia.

Mitarakis ha annunciato l'incontro durante un'intervista con la televisione greca Skai, e ha aggiunto di avere già informato la Commissione europea a proposito della vicenda. 
"La Turchia si è trovata in una posizione molto difficile, poiché le 92 persone sono state trovate da Frontex, che ha confermato l'incidente" ha dichiarato Mitarakis, aggiungendo: "Queste persone, purtroppo, sono state sottoposte a trattamenti degradanti in Turchia. Ora sono in territorio greco e saranno trasferiti al Centro di registrazione di Fylakio".

In base a quanto dichiarato dalle autorità greche, i 92 migranti, tutti uomini principalmente di origine afghana e siriana, hanno testimoniato di essere stati condotti al confine da tre camionette della Guardia di frontiera turca. Ankara, a sua volta, nega ogni coinvolgimento nella vicenda e accusa la Grecia di violare sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo con la collaborazione di Frontex.

Nella sua intervista, il ministro Mitarakis ha definito concreto il rischio che la Turchia strumentalizzi i flussi migratori per mettere in difficoltà la Grecia. "Nonostante la pressione a cui siamo sottoposti, quest'anno registriamo il secondo numero più basso di arrivi che si è verificato negli ultimi dieci anni" ha annunciato il ministro. 

"Per avere un'idea, nel 2015 è entrato nel nostro Paese circa 1 milione di persone, nel 2019 72.000, l'anno scorso 8.500 e quest'anno 11.000" ha spiegato Mitarachis, aggiungendo che delle 121 strutture di accoglienza operative in Grecia, ne sono rimaste solo 34.

giovedì 22 settembre 2022

Guerre dimenticate - Etiopia: rapporto Onu denuncia nuove violazioni dei diritti umani nel Tigrè. Crimini di guerra, esecuzioni extragiudiziali e stupri.

Nova News
La commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato di avere “ragionevoli motivi per ritenere che, in diversi casi, queste violazioni equivalgano a crimini di guerra e crimini contro l'umanità”

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite accusa le parti in conflitto di essere responsabili dei numerosi crimini contro l’umanità commessi nella regione settentrionale del Tigrè, in guerra dal novembre 2020.

Nel suo primo rapporto pubblicato dopo la sua costituzione, nel dicembre scorso, la Commissione di esperti in materia di diritti umani sull’Etiopia ha affermato di aver riscontrato violazioni, come esecuzioni extragiudiziali e stupri, e ha evidenziato quelle che ha definito “informazioni credibili” circa omicidi su larga scala commessi dalle Forze di difesa nazionale etiopi (Endf), accusate di aver preso di mira uomini e ragazzi di etnia tigrina in età da combattimento.

La commissione, creata lo scorso anno dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e composta da tre esperti indipendenti di diritti umani, ha affermato di avere “ragionevoli motivi per ritenere che, in diversi casi, queste violazioni equivalgano a crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Gli investigatori affermano inoltre che ci sono anche prove che la fame sia usata come arma di guerra, e che tutte le parti hanno commesso violazioni dei diritti umani da quando sono scoppiati i combattimenti, descrivendo la crisi umanitaria nel Tigrè come “scioccante”, ulteriormente aggravata dal fatto che il governo e i suoi alleati continuano a negare alle persone l’accesso ai servizi di base, tra cui Internet, le banche e l’elettricità.

Questo, combinato con la scarsità di cibo, medicine e carburante, nonché con le severe restrizioni all’accesso umanitario, ha lasciato circa 20 milioni di persone bisognose di assistenza e protezione, quasi tre quarti delle quali donne e bambini. “L’effetto combinato di queste misure, che rimangono in vigore più di un anno dopo, ha costretto gran parte della popolazione del Tigrè a mangiare di meno e vendere il raccolto e il bestiame riproduttivo. Fonti hanno anche riportato un aumento dei mezzi disperati per sopravvivere, come i matrimoni precoci e il lavoro minorile, la tratta di esseri umani e il sesso transazionale”, afferma il rapporto.

In una dichiarazione, il presidente della Commissione Kaari Betty Murungi ha descritto la crisi umanitaria causata dal conflitto nel Tigrè come “scioccante, sia in termini di portata che di durata”. “La diffusa negazione e ostruzione dell’accesso ai servizi di base, al cibo, all’assistenza sanitaria e all’assistenza umanitaria sta avendo un impatto devastante sulla popolazione civile e abbiamo ragionevoli motivi per ritenere che rappresenti un crimine contro l’umanità”, ha affermato. “Abbiamo anche ragionevoli motivi per ritenere che il governo federale stia usando la fame come metodo di guerra”, ha aggiunto, invitando il governo a “ripristinare immediatamente i servizi di base e garantire un accesso umanitario pieno e illimitato”.

Murungi ha anche chiesto alle forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) di “assicurarsi che le agenzie umanitarie siano in grado di operare senza impedimenti”, dopo che la commissione ha ricevuto informazioni secondo cui le forze tigrine avrebbero saccheggiato o sottratto indebitamente aiuti umanitari.

In risposta al rapporto le autorità del Tigrè hanno affermato di “aver sempre sostenuto” che il governo etiope fosse responsabile di crimini contro l’umanità, mentre nessun commento è ancora giunto da parte del governo etiope.

lunedì 31 maggio 2021

Israele - Il consiglio dei diritti umani dell'ONU apre inchiesta su bombardamento di Gaza - Bachelet ipotizza ‘crimini di guerra’

Notizie Geopolitiche
Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, presieduto da Nazhat Shameem Khan
(Isole Fiji), aprirà un’inchiesta per indagare sulle “violazioni dei diritti umani commesse nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile scorso” come pure “sulle cause profonde” delle tensioni.

L’iniziativa è arrivata dal Pakistan, è stata approvata con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni, e ha suscitato la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha denunciato “l’aperta ossessione anti-israeliana dell’Onu”.

Nei dieci giorni di scontri la reazione israeliana è stata forte, con continui raid sulla Striscia che hanno provocato la morte di 232 persone soprattutto civili (Hamas ha sparato 4.400 razzi uccidendo 13 israeliani), per cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha ipotizzato addirittura “crimini di guerra”.

Va detto che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu è in passato stato criticato poiché raccoglie 47 stati tra i quali paesi dove i diritti umani sono una chimera. 

Israele non ne fa parte, e Netanyahu ha detto che “Ancora una volta un’immorale maggioranza automatica sbianca un’organizzazione terroristica e genocidaria che deliberatamente colpisce civili israeliani mentre trasforma quelli di Gaza in scudi umani”, mentre “raffigura come colpevole una democrazia che agisce legittimamente per proteggere i suoi cittadini da migliaia di attacchi missilistici indiscriminati”. “Questa farsa – ha insistito – si fa beffe del diritto internazionale e incoraggia i terroristi in tutto il mondo”.

martedì 16 marzo 2021

Birmania: Onu, almeno 149 uccisi da 1 febbraio, ma sono segnalati molti più morti

ANSA
E' salito ad almeno 149 morti il macabro bilancio delle persone uccise in Birmania (Myanmar) dall'inizio delle proteste pacifiche contro il colpo di stato del primo febbraio. Lo ha denunciato oggi a Ginevra l'Alto commissariato Onu per i diritti umani, precisando che si tratta di un dato prudente.


"Ci sono molte altre segnalazioni di ulteriori uccisioni che non siamo stati ancora in grado di confermare", ha detto la portavoce Ravina Shamdasani.

lunedì 15 marzo 2021

Venezuela - Indagini Consiglio dei diritti umani ONU su 200 esecuzioni extragiudiziali commesse quest'anno dalle forze di polizia

Sicurezza Internazionale
Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato, mercoledì 10 marzo, che sono in corso indagini su 200 omicidi presumibilmente commessi dalle forze di polizia venezuelane nel corso di quest’anno. Gli esperti dell’ONU stanno valutando, nello specifico, se si tratti di esecuzioni sommarie.

Foto: Reuters

Esprimendo seria preoccupazione per le uccisioni illegali, gli esperti hanno sottolineato che, nei casi sotto indagine, le autorità non hanno rilasciato certificati di morte, hanno effettuato pagamenti per le autopsie e hanno consegnato i corpi in bare chiuse “con l’istruzione di non aprirle”. 

La delegazione venezuelana, dal canto suo, respinge le accuse ma si rifiuta di affrontarle nel dettaglio. “Ancora una volta la missione di accertamento dei fatti presenta informazioni politicizzate prive di equilibrio e correttezza”, ha affermato Hector Constant Rosales, ambasciatore del Venezuela presso le Nazioni Unite a Ginevra.

Marta Valinas, capo di una missione conoscitiva delle Nazioni Unite, ha affermato che il bilancio di 200 morti includeva decine di persone uccise in una grande operazione di polizia nel quartiere La Vega della capitale, Caracas, dal 7 al 9 gennaio. “Le nostre indagini preliminari indicano che almeno alcune delle persone uccise sono state vittime di esecuzioni extragiudiziali”, ha detto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. 

Almeno 23 persone sono morte durante quel fine settimana in uno scontro tra polizia e bande locali, secondo media e attivisti. Il Brasile e gli Stati Uniti, parlando al consiglio di Ginevra, si sono detti preoccupati per quello che l’incaricato d’affari statunitense, Mark Cassayre, ha definito il “massacro” di La Vega. 

martedì 16 febbraio 2021

Guerra in Yemen - ONU: Il dramma malnutrizione minaccia metà bambini sotto 5 anni, sono 2,3 milioni più 16% in un anno

AnsaMed
La malnutrizione acuta minaccia la metà dei bambini sotto i cinque anni nello Yemen e si prevede che quasi 2,3 milioni di bambini sotto i cinque anni nel Paese arabo in guerra soffriranno di malnutrizione acuta nel 2021, hanno ammonito oggi quattro agenzie delle Nazioni Unite.


Di questi, 400.000 dovrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave e potrebbero morire se non ricevono cure urgenti.

Secondo Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura), Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia), Pam/Wfp (Programma alimentare mondiale) e Oms (Organizzazione mondiale della sanità), i dati sono tra i più alti livelli di malnutrizione acuta grave registrati in Yemen dall'escalation del conflitto nel 2015.

Le nuove cifre segnano infatti un aumento della malnutrizione acuta e della malnutrizione acuta grave rispettivamente del 16% e del 22% tra i bambini sotto i cinque anni dal 2020.

La drammatica situazione yemenita deriva da anni di conflitto armato e declino economico ed è aggravata dalla pandemia di Covid-19 e da una grave carenza di fondi per la risposta umanitaria. Questi fattori "stanno spingendo le comunità esauste sull'orlo del baratro, con livelli crescenti di insicurezza alimentare", deplorano le agenzie Onu in un comunicato congiunto pubblicato a Ginevra.

"Il numero crescente di bambini che soffrono la fame nello Yemen dovrebbe indurci tutti all'azione", dichiara Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell'Unicef. "Più bambini moriranno ogni giorno che passa senza che si agisca. Le organizzazioni umanitarie hanno bisogno di risorse prevedibili urgenti e di accesso senza ostacoli alle comunità sul campo per poter salvare vite umane".

La risposta umanitaria rimane tuttavia gravemente a corto di finanziamenti. Nel 2020, il piano di risposta umanitaria ha ricevuto 1,9 miliardi di dollari dei 3,4 miliardi di dollari richiesti.

sabato 23 maggio 2020

Avanzata della pandemia Covid in Amazzonia. Le popolazioni indigene a Onu, “misure urgenti o mancanza di azioni porterà a sterminio”

SIR
Le popolazioni indigene dell’Amazzonia si rivolgono direttamente alle Nazioni Unite, nella persona del segretario generale Antonio Guterres, oltre che alla Commissione interamericana per i diritti umani, rivolgendo un “appello urgente” alla comunità internazionale per l’avanzata della pandemia di Covid-19 nel territorio amazzonico. 
La lettera è firmata dal Coica (il Coordinamento dei popoli indigeni del bacino amazzonico) e dalle organizzazioni che rappresentano i popoli nativi a livello nazionale nei nove Paesi della Panamazzonia: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

I firmatari affermano di voler fare una “dichiarazione d’emergenza” a nome dei 511 popoli indigeni amazzonici, di migliaia di comunità, dei 66 popoli indigeni in isolamento volontario, “nella certezza che la mancanza di azioni chiare da parte dei nostri Governi condurrà allo sterminio dei difensori dell’Amazzonia”.

Il Coica e le altre organizzazioni chiedono all’alto commissario per i diritti umani e al relatore speciale sui diritti delle popolazioni indigene dell’Onu di elaborare dei rapporti informativi sulla condizione delle popolazioni indigene, da inviare agli Stati, “con l’obiettivo di prendere misure urgenti di fronte a questa pandemia. In secondo luogo, la lettera chiede, “di fronte all’inerzia dei Governi, “aiuti e assistenza umanitaria internazionale, con l’obiettivo di proteggere la salute e la vita degli indigeni dell’Amazzonia, che si trovano di fronte alla catastrofe sanitaria, dal momento che se non verranno prese misure urgenti, rischiamo di trovarci alle porte dell’etnocidio”.

I Governi sono quindi “invitati a dare risposte e a intraprendere azioni immediate rispetto alle richieste delle organizzazioni”; tutti sono invitati a partecipare e sostenere la raccolta di fondi avviata dal Coica e da altri soggetti, con l’obiettivo che gli aiuti umanitari vadano direttamente alle popolazioni indigene.

lunedì 3 febbraio 2020

Migranti climatici - Comitato dei diritti umani dell’Onu, sentenza storica: "non è possibile respingere soggetti che si trovano ad affrontare situazioni indotte dai cambiamenti climatici che violano il loro diritto alla vita."

Ambiente Bio
Il Comitato per i diritti umani dell’Onu, in una nota del 21 gennaio 2020, si è espresso sui migranti climatici, stabilendo che non è possibile respingere soggetti che si trovano ad affrontare situazioni indotte dai cambiamenti climatici che violano il loro diritto alla vita.
L’interpretazione di per sé non è vincolante ma lo sono gli strumenti giuridici cui fa riferimento il Comitato che controlla il rispetto, da parte degli Stati, del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
[...]
Come si è espresso il Comitato dei diritti umani dell’Onu
Il Comitato dei diritti umani dell’Onu ha sottolineato come, nel caso specifico di Teitiota, non vi era stata nessuna violazione del principio di non respingimento, affermando però che:
calamità improvvise ma anche processi più lenti come l’innalzamento del livello del mare possono favorire la mobilità di individui che ricercano protezione da questi eventi
senza un importante sforzo nazionale e internazionale gli effetti del cambiamento climatico negli Stati d’origine possono esporre soggetti a violare il loro diritto di protezione ex. artt. 6 e 7 della Convenzione di Ginevra,
trovando possibilità di applicazione il principio di non respingimento pur considerando che il rischio che un intero Paese venga sommerso dall’acqua è davvero un rischio estremo, le condizioni di vita nel Paese stesso possono diventare incompatibili con il diritto alla vita già prima che il rischio si realizzi.

Il Comitato ha però ritenuto legittime le previsioni del Tribunale e della Corte neozelandese le quali hanno statuito che un rischio che si materializza nei 10-15 anni futuri sia troppo speculativo per chiedere un protezione ora perché si tratta di un arco temporale che consente a Kribati , col supporto della Comunità internazionale, di adottare misure per proteggere e, se necessario, ricollocare la sua popolazione.
La forte influenza dei cambiamenti climatici sulle migrazioni

Tra i cambiamenti destinati a crescere nei prossimi anni troviamo:
  • riscaldamento globale
  • acidificazione dei ghiacciai
  • innalzamento del livello del mare
  • riduzione del permafrost
ed essi sono correlati con:
  • l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi (ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni, incendi boschivi)
  • l’alterazione dei sistemi idrici
  • il crescente tasso di estinzione di specie animali e vegetali
Uno dei più grandi effetti dei cambiamenti climatici è l’aumento delle migrazioni delle popolazioni più vulnerabili, cui conseguono altri gravissimi problemi connessi a:
gestione dei flussi delle persone in entrata
  • alloggi
  • infrastrutture di trasporto
  • servizi sociali
  • opportunità di lavoro
  • disoccupazione
  • inadeguato accesso all’acqua potabile e a servizi sanitari
  • inadeguata gestione dei rifiuti
  • limitato accesso a trasporti ed elettricità
Seppur non vincolante, la sentenza del Comitato dei diritti umani dell’Onu dovrebbe, dunque, farci riflettere sul futuro, per niente roseo, dei migranti climatici e, in generale, dell’umanità.

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lunedì 4 novembre 2019

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

sabato 5 ottobre 2019

Il rapporto Onu: in quattro anni uccisi 3.500 ragazzini in Afghanistan

Avvenire
Oltre 9.000 i feriti in episodi di violenza. Il segretario generale Antonio Guterres ha condannato "l'allarmante livello di gravi violazioni commesse da tutte le parti"
Sbarco di famiglie afghane nelle isole greche
Il deterioramento della sicurezza in Afghanistan negli ultimi quattro anni ha portato a oltre 14.000 "gravi violazioni" contro i bambini, tra cui circa 3.500 giovani uccisi e oltre 9.000 feriti: lo rivela un rapporto dell'Onu diffuso ieri sera.

Il segretario generale Antonio Guterres ha condannato "l'allarmante livello di gravi violazioni commesse da tutte le parti e il fatto che i bambini continuino a sopportare il peso del conflitto armato". 

Gravemente preoccupante, afferma Guterres, è che i quasi 12.600 bambini uccisi o feriti nel 2015-2018 rappresentano quasi un terzo di tutte le vittime civili. C'è stato "un aumento dell'incidenza dell'82% delle vittime minorili rispetto a precedenti quattro anni".

sabato 28 settembre 2019

Venezuela, ONU avvia un’indagine su violazioni diritti umani - Istituita "missione internazionale indipendente"

Askanews
Il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha deciso di istituire urgentemente una “missione internazionale indipendente” per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Venezuela dal 2014.
Una risoluzione in tal senso, proposta in particolare dai paesi del gruppo Lima (composto da paesi dell’America latina e dal Canada) e sostenuta dall’Unione europea, è stata adottata dal Consiglio di Ginevra con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 21 astenuti.

“Questo progetto di risoluzione potrebbe avere un impatto negativo sul processo di dialogo tra i diversi attori politici del paese”, ha dichiarato Jorge Valero, rappresentante del Venezuela all’Onu.

“Si dovrebbero piuttosto istituire delle commissioni d’inchiesta internazionale per quei paesi che violano sistematicamente i diritti umani”, ha attaccato Valero.

“I venezuelani non possono più attendere” ha invece ribattuto la rappresentante peruviana all’Onu Silvia Espinosa.

martedì 17 settembre 2019

Birmania. L'allarme dell'Onu: "A rischio genocidio 600 mila Rohingya"

La Repubblica
Circa 600 mila membri della minoranza Rohingya vivono in Birmania "sotto grave rischio di genocidio" e i responsabili all'interno dello Stato devono essere portati davanti alla Corte penale internazionale. 


L'allarme arriva dalla missione di verifica delle Nazioni unite, che ha rilevato "motivi ragionevoli per concludere che gli elementi di prova che consentono di dedurre l'intenzione genocida dello Stato" si "sono rafforzati" dall'anno scorso.

Per gli esperti, "esiste un rischio grave che atti di genocidio possano prodursi o riprodursi". 

Un anno fa un precedente rapporto aveva constatato "atti di genocidio" nelle "operazioni di pulizia" della Birmania del 2017 che avevano causato la morte di migliaia di persone e provocato la fuga in Bangladesh di oltre 740.000 membri della minoranza musulmana.

venerdì 19 luglio 2019

«Migranti rinchiusi nei container al confine in Francia»: 19mila persone respinte e rimandate in Italia nell’ultimo anno.

Open
L’Ong ha chiesto al relatore speciale Onu di recarsi sul posto «per constatare i gravi oltraggi ai diritti delle persone perpetrati dalle autorità francesi»
«Ogni notte, al posto di frontiera di Mentone (in Francia, ndr), delle persone vengono rinchiuse nei container», questa la denuncia pubblicata su Twitterdall’Ong Medecins du Monde che ha già allertato la procura di Nizza.


Cosa succede in Francia: i dati
A fine giugno 2019 sono state depositate 13 segnalazioni presso la Procura di Nizza. Tutte riguardano la privazione illegale di libertà di cui sarebbero state oggetto delle persone nella fase precedente al loro respingimento in Italia.

Negli ultimi 12 mesi 18.125 persone sono state respinte alla frontiera di Ventimiglia dalla polizia francese. La maggioranza provenienti da Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Guinea e Algeria.

Numeri che si aggiungono a quelli espulsi a causa del Trattato di Dublino e riaccompagnati a Bardonecchia o fatti volare dall’Austria, Olanda e Germania di nuovo in Italia.

I dati, come riporta il Fatto Quotidiano, vengono dal Ministero dell’Interno. Il quotidiano è riuscito a ottenerli grazie alla richiesta dell’avvocato Alessandra Ballerini impegnata nell’Associazione Diritti e Frontiere.

Da gennaio a giugno sono stati respinte al confine francese 8.200 persone. Un numero elevato che si ricollega ai problemi derivanti dalla convenzione di Dublino che prevede che la verifica delle procedure d’asilo vengano fatto nel Paese di primo arrivo. Una procedura su cui il vicepremier Salvini è intrevenuto aspramente molte volte, senza mai, però, partecipare ai tavoli europei per modificarne i contenuti.

Ma dal 2014 lo Stato italiano avrebbe incassato 200 milioni dalla Commissione per far fronte alle spese di protezione internazionale, a cui si aggiungono i 653,7 milioni di euro assegnati nell’ambito del Fondo Asilo (AMIF) e del Fondo sicurezza interna (ISF).
I container
«In effetti, ogni sera – prosegue Medecins du Monde nel testo sottoscritto da altre Ong come Amnesty International e Caritas France – degli individui vengono rinchiusi per tutta la notte, in moduli “Algeco” adiacenti al posto di polizia situato al confine di Mentone. Questi moduli sono container di 15 m, sprovvisti di letti, in cui possono essere trattenute decine di persone simultaneamente, private di cibo, per una durata di tempo che supera ampiamente le quattro ragionevoli ore di privazione di libertà consentite dal Consiglio di Stato».

Anche dei minori sarebbero stati «regolarmente rinchiusi insieme agli adulti e le donne non vengono sempre separate dagli uomini» fanno sapere dall’Ong.

L’appello al relatore speciale Onu
Anche se al momento non si sono osservati «cambiamenti nelle procedure amministrative e di polizia», le Ong chiedono di includere i 13 nuovi casi nell’inchiesta giudiziaria.

Infine l’invito al relatore speciale Onu, Felipe Gonzalez Morales, affinché possa recarsi il prima possibile sul posto «per constatare i gravi oltraggi ai diritti delle persone esiliate perpetrati dalle autorità francesi» e «formulare le opportune raccomandazioni che, speriamo, facciano finalmente rispettare i diritti al confine franco-italiano».

Fabio Giuffrida

Fonte: Open

sabato 13 luglio 2019

USA. Bachelet, alta commissaria Onu per i diritti umani: "Migranti detenuti in condizioni sconvolgenti, inclusi i bambini"

Il Manifesto
L'alta commissaria delle Nazioni Unite inorridita, ma Trump incolpa i media mainstream. Michelle Bachelet, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in un comunicato si dice inorridita dalle condizioni in cui sono detenuti rifugiati e migranti, inclusi i bambini, dopo essere entrati negli Stuti Uniti attraversando il confine meridionale con il Messico. 


Bachelet ha aggiunto che i bambini non dovrebbero mai essere separati dalle famiglie o trattenuti per immigrazione, pratiche che sotto l'amministrazione Trump sono diventate prassi comune.

"Come pediatra, ma anche come madre ed ex capo di Stato - ha dichiarato Bachelet - sono profondamente scioccata dal fatto che i bambini siano costretti a dormire sul pavimento in strutture sovraffollate, senza accesso a un'assistenza sanitaria o alimentare adeguata e con condizioni igieniche inadeguate. Detenere un bambino anche per brevi periodi in cattive condizioni può avere un grave impatto sulla sua salute e sullo sviluppo". L'alto commissario ha ricordato che gli organismi Onu che si occupano di diritti umani hanno fatto sapere che la detenzione di minori migranti costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante vietato dal diritto internazionale.

Riguardo gli adulti Bachelet ha proseguito: "Qualsiasi privazione della libertà di migranti e rifugiati dovrebbe essere una misura di ultima istanza, per un periodo più breve possibile, con le dovute garanzie per un giusto processo e in condizioni che soddisfino tutti gli standard internazionali sui diritti umani". E se gli Stati hanno la prerogativa di decidere le condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini stranieri, le misure di gestione delle frontiere devono rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e non essere basate su politiche che mirano solo all'individuazione, detenzione ed espulsione rapida di migranti irregolari.

La dichiarazione di Bachelet arriva pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto sulle condizioni del centro di detenzione al confine col Texas da parte dei controllori del Dipartimento della sicurezza nazionale Usa, dove si conclude che la situazione "urgente" richiede "attenzione e azioni tempestive", e si consiglia il governo di "prendere provvedimenti immediati per alleviare il pericoloso sovraffollamento e la detenzione prolungata di bambini e adulti". Secondo l'Associated Press, il rapporto include nuovi dettagli sui centri della valle del Rio Grande e si afferma che almeno tre strutture hanno negato ai bambini l'accesso alle docce, che "alcuni bambini sotto i 7 anni sono stati trattenuti nei centri per più di due settimane e le celle erano così anguste che gli adulti sono costretti a stare in piedi per giorni".

Nonostante le evidenze nel rapporto, Trump ha incolpato i media mainstream, accusandoli di "scrivere notizie fasulle ed esagerate". E i funzionari del Dipartimento per la sicurezza interna hanno difeso le condizioni dei centri. Ma il Segretario provvisorio per la sicurezza interna, Kevin McAleenan, in un'intervista a Abc news ha definito la situazione "straordinariamente impegnativa". 

Bachelet ha invitato gli Usa a far fronte alle cause che costringono i migranti a lasciare le loro case (insicurezza, violenza sessuale e di genere, discriminazione, povertà, degrado ambientale...). Il Dipartimento per la sicurezza interna ha risposto facendo sapere di avere aggiunto al confine tre tende con una capacità di circa 2.000 detenuti per smaltire il sovraffollamento dei centri.

Marina Catucci

mercoledì 19 giugno 2019

Consiglio d'Europa, dare subito un porto a Sea Watch: "Basta con politica porti chiusi, stop a collaborazione con Libia"

AnsaMed
Strasburgo - "I migranti salvati in mare non dovrebbero mai essere sbarcati in Libia, perché i fatti dimostrano che non è un Paese sicuro". Così all'ANSA Dunja Mijatovic, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, che si dice "preoccupata per l'atteggiamento del governo italiano nei confronti delle Ong che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo". 


Il commissario chiede che alla "Sea Watch 3 (che da sei giorni è al confine delle acque territoriali italiane, a 16 miglia circa da Lampedusa, ndr) sia indicato tempestivamente un porto sicuro che possa essere raggiunto rapidamente".

"Si deve mettere fine alla politica di chiudere i porti per tutte le Ong, di proibire la navigazione in acque territoriali o in certe aree in quelle internazionali": è quanto 'raccomanda' tra l'altro Dunja Mijatovic, nel documento sulla protezione di rifugiati e migranti nel Mediterraneo reso noto oggi.

Il commissario si dice "seriamente preoccupata per l'impatto che alcune parti del decreto sicurezza bis potrebbero avere sulla vita delle persone che necessitano di essere salvate in mare". Un riferimento alle sanzioni previste dal decreto per le imbarcazioni private che potrebbero essere impegnate in operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

Gli Stati membri della Ue devono sospendere ogni collaborazione con la Libia finché non sarà provato che non sono violati i diritti umani delle persone sbarcate sulle sue coste.

È una delle 35 raccomandazioni che Mijatovic, fa agli stati membri del Consiglio d'Europa, e in particolare a quelli che sono anche membri della Ue, affinché rispettino il giusto equilibrio tra il diritto di controllare i confini e il dovere di proteggere le vite e i diritti delle persone soccorse nel Mediterraneo. 

Nelle raccomandazioni il commissario evidenzia ripetutamente che la responsabilità per le operazioni di ricerca e salvataggio, gli sbarchi e l'accoglienza delle persone soccorse deve essere condivisa tra tutti gli Stati membri della Ue e non demandata unicamente a quelli costieri.

Guerre dimenticate - ONU: l'aggressione saudita allo Yemen causerà 500.000 morti entro il 2020

l'Antidiplomatico
Le Nazioni Unite avvertono che il bilancio delle vittime a causa dell'aggressione dell'Arabia Saudita allo Yemen potrebbe salire a 500.000 nel 2020.


"Se i combattimenti continuano fino al 2022, possiamo aspettarci un totale quasi mezzo milione di morti, tra cui più di 300.000 persone che moriranno di fame, mancanza di assistenza medica e cause correlate", è l'allarme lanciato dal vice segretario generale della Onu per gli affari umanitari, Mark Lowcock.


Citando le previsioni di questa guerra, determinata dall'Università di Denver su richiesta del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), Lowcock ha sottolineato che, se l'Arabia Saudita e i suoi alleati pongono fine quest'anno alla sua campagna di aggressione contro lo Yemen il numero di morti sarà due volte inferiore.

Inoltre, il funzionario delle Nazioni Unite ha menzionato i problemi di finanziamento che devono affrontare le operazioni umanitarie nello Yemen.

sabato 18 maggio 2019

Onu, invia lettera atto di accusa al governo italiano: "Il decreto sicurezza bis viola i diritti umani e fomenta la xenofobia"

La Repubblica
L'Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite scrive al ministro degli Esteri, chiedendo di ritirare le circolari di Salvini contro la Mare Jonio e di bloccare il provvedimento che multa le Ong

Roma - Con una lettera di undici pagine, l'Onu chiede all'Italia di ritirare le direttive del Viminale sul salvataggio in mare e di interrompere immediatamente l'iter di approvazione del decreto sicurezza bis, che Matteo Salvini potrebbe portare già nel Consiglio dei ministri di lunedì. Insomma, di arginare la politica anti-immigrazione del ministro dell'Interno italiano. E le motivazioni sono tanto chiare quanto allarmanti: 
"Mette a rischio i diritti umani dei migranti, inclusi i richiedenti asilo"; "fomenta il clima di ostilità e xenofobia", "viola le convenzioni internazionali".
"Salvini fomenta la xenofobia"
L'atto di accusa è contenuto in un testo che Beatriz Balbin, capo delle Special procedures dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani, ha inviato il 15 maggio all'ambasciatore italiano all'Onu Gian Lorenzo Cornado, perché lo trasmetta al ministro italiano degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. E segue due richiami arrivati a Roma nel 2018 ma del tutto snobbati dal governo italiano.

L'oggetto di quest'ultimo richiamo sono le due direttive che Salvini ha emesso tra marzo e aprile, sostanzialmente per ostacolare le attività delle ong e della Mare Jonio, la nave della piattaforma Mediterranea impegnata nel salvataggio in zona Search and Rescue libica.

"La direttiva di marzo - si legge nella lettera di Balbin - è una seria minaccia ai diritti dei migranti, inclusi i richiedenti asilo e le persone vittime di tortura, sequestri, detenzioni illegali. Ci sono ragionevoli elementi per ritenere che sia stata emanata per colpire direttamente la Mare Jonio, vietandole l'accesso alle acque e ai porti italiani. Nella direttiva del 15 aprile la si accusa esplicitamente di favorire l'immigrazione clandestina. Siamo profondamente preoccupati per queste direttive, che non sono basate su alcuna sentenza della competente autorità giuridica".

Non solo. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite osserva anche che tali direttive non sono altro che 
"l'ennesimo tentativo di criminalizzare le operazioni Search and rescue delle organizzazioni civili", e che finiscono per "intensificare il clima di ostilità e xenofobia nei confronti dei migranti".

Violato il principio di non-refoulement
Oltre a richiamare il governo italiano al dovere della tutela delle vite umane in mare, l'Onu osserva come le direttive Salvini e l'esplicito trasferimento alla guardia costiera libica delle responsabilità del salvataggio in realtà possano provocare la violazione del non-refoulement, il principio - stabilito dalla Convenzione di Ginevra - secondo cui a un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio né può esso essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. 

"E' stato ampiamente documentato in diversi report dell'Onu che i migranti in Libia sono soggetti ad abusi, torture, omicidi e stupri - scrive l'Alto Commissariato - quindi la Libia non può essere considerata un 'place of safety' (porto sicuro, ndr) per lo sbarco".

"Bloccate il decreto sicurezza bis"
Infine, dopo aver espresso apprezzamento sia per il lavoro della Marina militare italiana sia per l'impegno umanitario delle ong, il documento si conclude con una duplice richiesta al governo italiano. La prima: "Ritirate la direttiva del Viminale del 15 aprile, che colpisce specificatamente la Mare Jonio". La seconda: "Fermate immediatamente il processo di approvazione del Decreto sicurezza bis". Quello, per capirsi, che vorrebbe introdurre maxi multe per le ong che salvano i migranti.

Fabio Tonacci