AGI
Siamo in un tempo difficile, quello del Coronavirus. "Ci siamo resi conto che una delle armi più preziose che abbiamola solidarietà.
Eppure, questa sembra non valere per 55 profughi alla deriva nel Mediterraneo, con onde alte senza acqua e cibo. Alcuni scelgono un colpevole silenzio, altri giocano alla scarsa barile,. Ma il tempo passa e la loro vita è sempre più a rischio".
Lo afferma Mario Giro (Demos), ex viceministro degli Esteri.
'Basta dire non è mia competenza, la responsabilità è degli altri, non possiamo intervenire noi ... '.
Questa solidarietà che apprezziamo ogni giorno verso malati e fragili, che chiediamo giustamente all'Europa per far ripartire l'economia, mettiamola in pratica verso 55 persone che rischiano la vita, senza se e senza ma!", conclude Giro.
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venerdì 17 aprile 2020
domenica 1 luglio 2018
Immigrazione - L'analisi di Mario Giro, vice ministro agli Esteri della precedente legislatura.
Profilo Facebook di Mario Giro.
Vice Ministro agli Esteri della precedente legislatura
Al Consiglio europeo di Bruxelles non si è deciso molto e l’Italia è rimasta sola, come avviene da tempo. Non è vero che si è trattato del primo consiglio europeo in cui si discutevano solo ed essenzialmente proposte italiane: ciò accade da anni, si pensi al Migration Compact, alla relocation, al cambio tra Mare Nostrum, Sophia e Themis. Tutte proposte italiane discusse dai partner.
Vice Ministro agli Esteri della precedente legislatura
Al Consiglio europeo di Bruxelles non si è deciso molto e l’Italia è rimasta sola, come avviene da tempo. Non è vero che si è trattato del primo consiglio europeo in cui si discutevano solo ed essenzialmente proposte italiane: ciò accade da anni, si pensi al Migration Compact, alla relocation, al cambio tra Mare Nostrum, Sophia e Themis. Tutte proposte italiane discusse dai partner.
La destra al governo vuole farci credere di essere la sola ad occuparsi degli italiani: è oggettivamente falso. Quello che è cambiato è lo stile, questo sì: si fa più baccano ma non cambia nulla.
Tuttavia non mi pare nemmeno il caso di sostenere che prima andava tutto così bene: non era così. L’attacco contro le ONG e gli impedimenti a salvare vite sono iniziati prima di questa fase. Era già ridicolo pensare all’epoca che 14 battelli ONG facessero da pull factor; iper-ridicolo sostenerlo ancora oggi che sono 2 o 3!
Come dissi quando ero in carica, ripeto ancora oggi: non esiste nessun pull factor se non quello dell’esistenza dell’Europa, così vicina. Dissi anche che si rimandavano le persone all’inferno: oggi lo vediamo in tutta la sua orrida realtà. Di nuovo sfilano sotto i nostri occhi le immagini di bambini affogati... Le maniere di prima erano più gentili, quelle di oggi più aggressive, ma non cambia il tragico risultato.
L’unico vero cambiamento è che oggi è definitivamente vietato salvare vite umane. Gli altri paesi erano già chiusi: ora è chiusa anche l’Italia. Si afferma lo choc degli egoismi. Ciò pesava e peserà ancor più sulle nostre coscienze, italiane ed europee. Stiamo tradendo la tradizione democratica e umanista italiana ed europea. Siamo tutti in pericolo, iniziando dalla nostra democrazia.
Ciò che non si volle e non si vuole vedere ancora oggi è che a poche miglia nautiche da noi c’è l’Africa. Non si può affrontare la questione migratoria con l’ossessione degli sbarchi (ormai residui) e senza gli africani.
Tutti dicevano e dicono che occorre fare qualcosa per l’Africa ma nulla si fa davvero. Si continua solo la politica di prima: quella di trattare con le fazioni libiche che ne approfittano e ci prendono in ostaggio. Senza pace in Libia non ci sarà Stato e quindi non ci saranno veri interlocutori. Considerare la Libia come un problema dei ministeri dell’Interno è un errore politico, commesso prima e ora divenuto esiziale.
Spero vivamente che la sinistra si renda conto che la politica di ieri era sbagliata: ossessionati dalle migrazioni, rimandando sine die la politica delle quote e negando lo ius soli, la sinistra ha perso l’anima.
Si è lasciata intimidire dalla destra oggi vincente. Gli elettori si sono chiesti in che cosa credessimo davvero: ci hanno i guardato negli occhi percependo l’ambiguità e non hanno trovato risposta. Così si sono rivolti ad altri. Ora con questa destra è ovviamente peggio, la politica dell’odio ha campo libero senza vergogna.
Ma c’è una colpa precedente: aver creduto ad una politica di destra fatta coi modi della sinistra. Infatti si è lasciato montare un falso clima di sospetto sulle ONG almeno da un anno e mezzo. Tutto è stato troppo ambiguo: impossibile trattare gli elettori così, pensando che alla fin fine ti daranno retta. La gente vuole chiarezza su ciò che hai dentro. Non c’è nessun maquillage che tenga.
sabato 3 marzo 2018
Sesso in cambio di aiuti umanitari: una sofferenza in più per le donne siriane - di Mario Giro
Huffpost
Un altro scandalo scuote il mondo dell'umanitario internazionale. L'operatrice umanitaria britannica Danielle Spencer ha testimoniato alla BBC sugli abusi contro donne e ragazze siriane nei campi profughi o nelle aree di rifugio degli sfollati in Siria, in Libano e in Giordania.
La Spencer racconta di essere stata nel corso del 2015, in contatto con numerose vittime a cui è stato estorto sesso in cambio di aiuti. Un sistema talmente pervasivo da farle puntare il dito contro il sistema umanitario delle stesse Nazioni Unite: "qualcuno da qualche parte ha deciso di lasciar compiere abusi e violenze sul corpo delle donne purché gli aiuti fossero distribuiti a una popolazione più ampia".
Cosa significa questo orrore? Cosa è accaduto e sta accadendo? Le prime voci di abusi sulle donne e ragazze (e anche bambine) siriane sono giunte ai media già nel 2013, a poco più di un anno dall'inizio della guerra.
In particolare si stigmatizzavano i matrimoni forzati di giovani siriane con ricchi arabi che andavano alla ricerca di ragazze e bambine nei campi profughi, anche in Turchia. Si parla esplicitamente di tratta, di prostituzione e abusi di ogni genere. La condizione di estrema vulnerabilità delle siriane le lasciava e le lascia esposte a ogni tipo di violazione. Lettera43 racconta di "matrimoni temporanei" (una forma di prostituzione mascherata) nei campi in Giordania.
Ma ancora peggio accade in Siria stessa, laddove le agenzie dell'Onu e le Ong internazionali non possono agire con personale proprio, ma attraverso operatori siriani o i consigli locali, senza di fatto esercitare quasi alcun controllo.
Se ne era già accorta la stessa Onu, stilando una serie di documenti e inchieste che avevano messo in evidenza una propensione grave agli abusi nei confronti di donne sole con bambini, di ragazze senza famiglia e situazioni simili.
Il Fondo per la Popolazione dell'Onu (Unfpa) ha condotto un'ampia ricerca sui casi denunciati, finiti in un recente rapporto (Voices from Syria 2018) dove si denunciano abusi e violenze, matrimoni temporanei e servizi sessuali di vario genere, pretesi in cambio degli aiuti.
Un altro scandalo scuote il mondo dell'umanitario internazionale. L'operatrice umanitaria britannica Danielle Spencer ha testimoniato alla BBC sugli abusi contro donne e ragazze siriane nei campi profughi o nelle aree di rifugio degli sfollati in Siria, in Libano e in Giordania.
La Spencer racconta di essere stata nel corso del 2015, in contatto con numerose vittime a cui è stato estorto sesso in cambio di aiuti. Un sistema talmente pervasivo da farle puntare il dito contro il sistema umanitario delle stesse Nazioni Unite: "qualcuno da qualche parte ha deciso di lasciar compiere abusi e violenze sul corpo delle donne purché gli aiuti fossero distribuiti a una popolazione più ampia".
Cosa significa questo orrore? Cosa è accaduto e sta accadendo? Le prime voci di abusi sulle donne e ragazze (e anche bambine) siriane sono giunte ai media già nel 2013, a poco più di un anno dall'inizio della guerra.
In particolare si stigmatizzavano i matrimoni forzati di giovani siriane con ricchi arabi che andavano alla ricerca di ragazze e bambine nei campi profughi, anche in Turchia. Si parla esplicitamente di tratta, di prostituzione e abusi di ogni genere. La condizione di estrema vulnerabilità delle siriane le lasciava e le lascia esposte a ogni tipo di violazione. Lettera43 racconta di "matrimoni temporanei" (una forma di prostituzione mascherata) nei campi in Giordania.
Ma ancora peggio accade in Siria stessa, laddove le agenzie dell'Onu e le Ong internazionali non possono agire con personale proprio, ma attraverso operatori siriani o i consigli locali, senza di fatto esercitare quasi alcun controllo.
Se ne era già accorta la stessa Onu, stilando una serie di documenti e inchieste che avevano messo in evidenza una propensione grave agli abusi nei confronti di donne sole con bambini, di ragazze senza famiglia e situazioni simili.
Il Fondo per la Popolazione dell'Onu (Unfpa) ha condotto un'ampia ricerca sui casi denunciati, finiti in un recente rapporto (Voices from Syria 2018) dove si denunciano abusi e violenze, matrimoni temporanei e servizi sessuali di vario genere, pretesi in cambio degli aiuti.
Mario Giro
domenica 10 settembre 2017
Italia - Il Vice ministro Mario Giro: gestire i campi in Libia con le ONG
Ansa
L'Italia vuole intervenire nei "campi di detenzione" in Libia, attraverso le Ong, per migliorare le condizioni dei migranti trattenuti.
L'Italia vuole intervenire nei "campi di detenzione" in Libia, attraverso le Ong, per migliorare le condizioni dei migranti trattenuti.
Lo ha detto all'ANSA il viceministro degli Esteri, Mario Giro, confermando il piano proposto alle organizzazioni e anticipato da La Stampa.
"Tra brevissimo, entro settembre" sarà messo a bando uno stanziamento di 6 milioni di euro della Cooperazione italiana, ha aggiunto Giro, spiegando che "anche le autorità libiche saranno totalmente coinvolte, chiedendo loro di farci accedere".
Il progetto prevede di cominciare a Tripoli, per "poi allargarsi" ad altre parti della Libia, "prima fornendo aiuti dall'esterno, con cibo, beni di prima necessità, kit medici, coperte, materassi e letti, per poi piano piano mettere un piede nella porta" dei campi, "fino ad arrivare a gestirli", ha spiegato il viceministro.
"Ci sono però due condizioni: che sia garantita la sicurezza e che le autorità libiche concedano i permessi", ha sottolineato Giro, precisando che "c'è un negoziato in corso".
mercoledì 26 aprile 2017
Migranti - Mario Giro: “Basta prendersela con le Ong che salvano vite”
Radio Popolare
È un’offensiva senza precedenti quella che si è scatenata contro le Ong, le organizzazioni non governative che con le loro navi salvano centinaia di vite nel Mediterraneo.
La Lega Nord, con Matteo Salvini, ha minacciato di “denunciare il governo italiano” per aver soccorso migliaia di persone al largo della Libia, chiedendo un’indagine parlamentare sulle Ong. Anche il leader dei Cinque stelle Beppe Grillo sul suo blog ha parlato “del ruolo oscuro delle Ong”. Ancora più pesante il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, secondo cui le navi delle Ong impegnate nel salvataggio sono i “taxi del Mediterraneo”. E ha aggiunto: “Chi dice che è inopportuno attaccarle, fa finta di non vedere il business dell’immigrazione”.
Tutto era iniziato il 15 dicembre del 2016, con un articolo del Financial Times. Il quotidiano britannico era venuto in possesso di un rapporto riservato di Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, che parlava dei presunti legami tra i trafficanti di esseri umani e le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie. Ipotesi poi ripresa dal direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, che qualche settimana dopo in un’intervista a Die Welt aveva accusato le Ong di essere un fattore di attrazione (pull factor) per i migranti in fuga dalla Libia.
I sospetti di Frontex erano diventati poi elemento per la Procura di Catania, città in cui ha sede l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, per aprire un’indagine sulle Ong.
A tutte queste accuse e sospetti risponde il viceministro degli Esteri italiano Mario Giro, intervistato da Piero Bosio.
Viceministro, ancora in queste ore ci sono forze politiche che avanzano sospetti e denunce di legami tra Ong e trafficanti nel Mediterraneo. Lei che cosa dice?
“Il legame tra Ong e trafficanti è un problema che non esiste. La verità è che da qualche mese a questa parte le navi di Frontex si sono ritirate a nord di Malta e quindi sono rimaste solo le imbarcazioni delle Ong che vengono accusate di essere ‘pull factor’, cioè fattori di attrazione per le imbarcazioni con i migranti. In realtà il vero pull factor è la vicinanza dell’Europa all’Africa, cosa che credo non si possa cambiare. Chi accusa le Ong non conosce la verità di ciò che accade dall’altra parte del mare, in Africa, dove i ‘push factor’, cioè i fattori di spinta per partire, sono molto ma molto più forti di qualsiasi ipotetica attrazione da parte delle navi delle Ong. E questi fattori continueranno a esserci finché non avremo una politica integrata di gestione comune dei flussi insieme ai Paesi africani”.
Intanto c’è chi sostiene che le navi delle Ong entrano nelle acque libiche per prendere i migranti.
“No, questo non lo sostiene più nessuno, nemmeno la Procura di Catania, che oggi dice che si fermano ‘al limite’ (delle acque territoriali, ndr). Adesso è in corso un’indagine conoscitiva. Aspettiamo la magistratura, abbiamo piena fiducia. Se qualcuno ha fatto qualcosa che non doveva fare, naturalmente è giusto che venga punito ma io ho la ragionevole certezza che questi fatti finiranno in un nulla. Questa è una mia opinione, ovviamente aspettiamo la magistratura. In ogni caso abbiamo l’esigenza morale e politica di salvare le persone in mare e non prendiamocela con le Ong che fanno un ottimo lavoro, tra l’altro un lavoro che è monitorato passo a passo dal centro operativo della Guardia costiera che sta a Roma. Ogni movimento delle loro imbarcazioni è autorizzato dai permessi della Guardia costiera, quindi sarà facile rendersi conto di cosa si tratta”.
Lei dice questo ma Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, accusò le Ong di avvicinarsi troppo alle coste libiche e disse che “dobbiamo evitare di sostenere il business dei trafficanti andandoli a prendere”.
“Primo: il rapporto di Frontex è molto più complesso e le dichiarazioni di Leggeri non rispecchiano il rapporto di Frontex. Secondo: Frontex si è ritirato indietro e quindi loro vogliono coprire anche quello che stanno facendo o meglio quello che non stanno più facendo. Terzo: Leggeri mi dovrebbe spiegare prima di tutto perché scaricano tutti quanti in Italia e perché invece non si fanno carico dell’accoglienza anche in altri Paesi. Questo è il vero tema. Perché non è possibile che l’Italia rimanga l’unica a doversi far carico di tutti quelli che vengono salvati in mare. Leggeri nasconde questo fatto politico di primaria importanza, su cui vari governi italiani insistono da anni, e se la prende con i più deboli della catena che sono quelli che fanno un ottimo lavoro. Non mi sembra giusto”.
Come si spiega questa offensiva – chiamiamola così – da parte di Frontex sulle Ong?
“Prima ancora di Leggeri c’erano stati altri che avevano fatto alcune osservazioni in questo senso. Da un lato dà fastidio che ci siano delle entità indipendenti, come sono le Ong internazionali, che si interessano di un fatto che invece le polizie vorrebbero gestire in totale autonomia. Ma questo non è possibile, tutto avviene sotto gli occhi di tutti. Certamente la Libia è un inferno sotto ogni punto di vista. Il governo italiano sta perseguendo la via della riunificazione libica attraverso il negoziato e la trattativa. Ci vorrà del tempo. Naturalmente siamo tutti preoccupati di quello che succede nel Mediterraneo, però non si può fare nessun ragionamento al prezzo di vite umane”.
Osservando tutte queste polemiche contro le Ong non le pare che sia in atto una sorta di campagna di disinformazione sulle Ong, alimentando i sospetti su di loro?
“Quando, come adesso, si avvicinano le elezioni in maniera contemporanea in vari Paesi europei, il tema delle migrazioni, da qualunque punto di vista lo si voglia prendere, ritorna sempre in auge come questione politica. Io dico: togliamo il tema delle migrazioni dalle vicende politiche nazionali. Facciamone una vera politica europea così la smettiamo di strumentalizzare questo tema, che è di grande sofferenza umana, al fine di logiche politiche interne”.
Leggi anche >>> Il Manifesto: "La Cei scomunica Di Maio: “Le sue accuse alle Ong sono vergognose”
È un’offensiva senza precedenti quella che si è scatenata contro le Ong, le organizzazioni non governative che con le loro navi salvano centinaia di vite nel Mediterraneo.
Tutto era iniziato il 15 dicembre del 2016, con un articolo del Financial Times. Il quotidiano britannico era venuto in possesso di un rapporto riservato di Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, che parlava dei presunti legami tra i trafficanti di esseri umani e le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie. Ipotesi poi ripresa dal direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, che qualche settimana dopo in un’intervista a Die Welt aveva accusato le Ong di essere un fattore di attrazione (pull factor) per i migranti in fuga dalla Libia.
I sospetti di Frontex erano diventati poi elemento per la Procura di Catania, città in cui ha sede l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, per aprire un’indagine sulle Ong.
A tutte queste accuse e sospetti risponde il viceministro degli Esteri italiano Mario Giro, intervistato da Piero Bosio.
Viceministro, ancora in queste ore ci sono forze politiche che avanzano sospetti e denunce di legami tra Ong e trafficanti nel Mediterraneo. Lei che cosa dice?
“Il legame tra Ong e trafficanti è un problema che non esiste. La verità è che da qualche mese a questa parte le navi di Frontex si sono ritirate a nord di Malta e quindi sono rimaste solo le imbarcazioni delle Ong che vengono accusate di essere ‘pull factor’, cioè fattori di attrazione per le imbarcazioni con i migranti. In realtà il vero pull factor è la vicinanza dell’Europa all’Africa, cosa che credo non si possa cambiare. Chi accusa le Ong non conosce la verità di ciò che accade dall’altra parte del mare, in Africa, dove i ‘push factor’, cioè i fattori di spinta per partire, sono molto ma molto più forti di qualsiasi ipotetica attrazione da parte delle navi delle Ong. E questi fattori continueranno a esserci finché non avremo una politica integrata di gestione comune dei flussi insieme ai Paesi africani”.
Intanto c’è chi sostiene che le navi delle Ong entrano nelle acque libiche per prendere i migranti.
“No, questo non lo sostiene più nessuno, nemmeno la Procura di Catania, che oggi dice che si fermano ‘al limite’ (delle acque territoriali, ndr). Adesso è in corso un’indagine conoscitiva. Aspettiamo la magistratura, abbiamo piena fiducia. Se qualcuno ha fatto qualcosa che non doveva fare, naturalmente è giusto che venga punito ma io ho la ragionevole certezza che questi fatti finiranno in un nulla. Questa è una mia opinione, ovviamente aspettiamo la magistratura. In ogni caso abbiamo l’esigenza morale e politica di salvare le persone in mare e non prendiamocela con le Ong che fanno un ottimo lavoro, tra l’altro un lavoro che è monitorato passo a passo dal centro operativo della Guardia costiera che sta a Roma. Ogni movimento delle loro imbarcazioni è autorizzato dai permessi della Guardia costiera, quindi sarà facile rendersi conto di cosa si tratta”.
Lei dice questo ma Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, accusò le Ong di avvicinarsi troppo alle coste libiche e disse che “dobbiamo evitare di sostenere il business dei trafficanti andandoli a prendere”.
“Primo: il rapporto di Frontex è molto più complesso e le dichiarazioni di Leggeri non rispecchiano il rapporto di Frontex. Secondo: Frontex si è ritirato indietro e quindi loro vogliono coprire anche quello che stanno facendo o meglio quello che non stanno più facendo. Terzo: Leggeri mi dovrebbe spiegare prima di tutto perché scaricano tutti quanti in Italia e perché invece non si fanno carico dell’accoglienza anche in altri Paesi. Questo è il vero tema. Perché non è possibile che l’Italia rimanga l’unica a doversi far carico di tutti quelli che vengono salvati in mare. Leggeri nasconde questo fatto politico di primaria importanza, su cui vari governi italiani insistono da anni, e se la prende con i più deboli della catena che sono quelli che fanno un ottimo lavoro. Non mi sembra giusto”.
Come si spiega questa offensiva – chiamiamola così – da parte di Frontex sulle Ong?
“Prima ancora di Leggeri c’erano stati altri che avevano fatto alcune osservazioni in questo senso. Da un lato dà fastidio che ci siano delle entità indipendenti, come sono le Ong internazionali, che si interessano di un fatto che invece le polizie vorrebbero gestire in totale autonomia. Ma questo non è possibile, tutto avviene sotto gli occhi di tutti. Certamente la Libia è un inferno sotto ogni punto di vista. Il governo italiano sta perseguendo la via della riunificazione libica attraverso il negoziato e la trattativa. Ci vorrà del tempo. Naturalmente siamo tutti preoccupati di quello che succede nel Mediterraneo, però non si può fare nessun ragionamento al prezzo di vite umane”.
Osservando tutte queste polemiche contro le Ong non le pare che sia in atto una sorta di campagna di disinformazione sulle Ong, alimentando i sospetti su di loro?
“Quando, come adesso, si avvicinano le elezioni in maniera contemporanea in vari Paesi europei, il tema delle migrazioni, da qualunque punto di vista lo si voglia prendere, ritorna sempre in auge come questione politica. Io dico: togliamo il tema delle migrazioni dalle vicende politiche nazionali. Facciamone una vera politica europea così la smettiamo di strumentalizzare questo tema, che è di grande sofferenza umana, al fine di logiche politiche interne”.
giovedì 20 aprile 2017
Africa, ecco perché non possiamo permetterci di perdere questa sfida
Mario Giro - Facebook
Temo la “donor fatigue”, la stanchezza dei donatori, per questo sono in Ciad: per dare innanzitutto un segnale, oltre che per comprendere meglio come investire il nostro piano di aiuti. Del resto non possiamo permetterci di perdere quest’area, non possiamo permetterci di perdere l’Africa.
Temo la “donor fatigue”, la stanchezza dei donatori, per questo sono in Ciad: per dare innanzitutto un segnale, oltre che per comprendere meglio come investire il nostro piano di aiuti. Del resto non possiamo permetterci di perdere quest’area, non possiamo permetterci di perdere l’Africa.
Me ne rendo conto: c’è un accumulo di crisi umanitarie che rischiano di mettere il Lago Ciad in secondo piano. Dall’Italia poi, quella del Ciad potrà sembrare una crisi veramente poco decifrabile. L’attenzione mediatica è stata bassissima se non inesistente.
Eppure il Ciad ci deve interessare da vicino, anzi deve rappresentare la scommessa da vincere per l’Europa in Africa e quindi anche per noi! Il bacino del lago Ciad, dove mi trovo, è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. La zona è abitata attualmente da 21 milioni di persone. Gli abitanti sono quasi triplicati negli ultimi due anni, come se in Italia nel 2019 anni fosse abitata da 180 milioni di persone.
Sono in molti ad essersi rifugiati qui dal nord-est della Nigeria. Hanno dovuto lasciare i loro villaggi, le loro povere case a causa delle continue incursioni e gli attacchi kamikaze dei jihadisti Boko Haram.
Oltre agli aiuti immediati, bisogna pianificare progetti a lungo termine per lo sviluppo dell’aerea e sradicare le cause profonde di questa crisi. Noi, come da me annunciato recentemente ad Oslo, mettiamo 30 milioni di euro sul piatto. È quanto l’Italia si è impegnata a investire nei prossimi tre anni. Ne approfitto per ringraziare, per il lavoro straordinario in questa direzione, l’Ambasciatrice del Camerun con delega al Ciad Samuela Isopi.
Questa crisi va comunicata bene all’opinione pubblica, anche perché oltre al dramma umanitario attualmente in corso, in ballo ci sono questioni ambientali e di sicurezza molto serie e il rischio di nuovi flussi migratori che colpiranno prima di tutto i paesi africani (lo stanno già facendo) e poi l’Europa.
L’Italia c’è, assieme ad altri paesi naturalmente. Ad Oslo il vice segretario di OCHA, Stephen O’Brien, ha sottolineato che per la prima volta l’ONU sta intervenendo in modo preventivo affinché la crisi non si trasformi in un’ecatombe. Speriamo.
Boko Haram, è bene ricordarlo, è ormai spaccato in più milizie e la sua forza militare si è indebolita. Purtroppo, ci sono ancora attacchi kamikaze contro i civili, che vanno protetti ma oggi, rispetto ad un anno fa, gli aiuti possono arrivare a gran parte della popolazione che ne ha bisogno. Oltre al proficuo incontro in Norvegia (per una volta…!), bisogna riconoscere gli sforzi enormi forniti dai governi africani della sotto-regione che hanno svolto una grande parte del lavoro, sia nella lotta contro Boko Haram che sul piano umanitario.
La Nigeria, tanto per fare un esempio, ha speso negli ultimi anni più di un miliardo di euro. Sforzi importanti sono forniti anche dal Camerun, anche se pochi ne parlano. Insomma, la Comunità internazionale non sta intervenendo in un’area dove non si è fatto nulla. Anzi, i paesi africani mantengono la leadership su una crisi che ci deve preoccupare e ci deve interessare di più. Ci vorrà tempo e pazienza, ma soprattutto costanza. No, non ci stanchiamo. Costruiamo e cooperiamo per il bene di tutti, anche il nostro. Non ci sono alternative.
Mario Giro
mercoledì 12 aprile 2017
Italia – Mario Giro: «In Libia impossibile per ora garantire diritti migranti»
Ansa Med
La Libia è «un Paese che ha bisogno di essere stabilizzato. Sicuramente ora non si possono garantire i diritti umani». Lo ha dichiarato il viceministro degli Affari esteri Mario Giro a margine della conferenza «Migrazioni e sviluppo» alla Farnesina. «Stiamo cercando di far entrare nei campi di detenzione del Paese le organizzazioni umanitarie per fare qualcosa – ha detto Giro -. Ci dicono che molti di questi centri di detenzione sono irriformabili e vanno chiusi e penso che sia vero».
La Libia è «un Paese che ha bisogno di essere stabilizzato. Sicuramente ora non si possono garantire i diritti umani». Lo ha dichiarato il viceministro degli Affari esteri Mario Giro a margine della conferenza «Migrazioni e sviluppo» alla Farnesina. «Stiamo cercando di far entrare nei campi di detenzione del Paese le organizzazioni umanitarie per fare qualcosa – ha detto Giro -. Ci dicono che molti di questi centri di detenzione sono irriformabili e vanno chiusi e penso che sia vero».
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| Il Vice Min. degli Esteri Mario Giro |
Bisogna dunque lavorare, ha concluso, perché i migranti «non raggiungano i campi e siano trattenuti nei Paesi di origine». Ma è un’illusione pensare che il fenomeno migratorio possa passare come fenomeno transitorio, né si può pensare che si possa rispondere da soli, alzando cancelli o muri, ha detto ancora Giro durante la conferenza. La sicurezza infatti «non può essere solamente intesa come limitazione flussi», ma va fatto un ragionamento più a lungo termine.
Le persone si muoveranno lo stesso. Pensare solo a muri o respingimenti non ha futuro, dobbiamo essere più creativi e in tema di sviluppo sostenibile «i flussi devono trasformarsi in un fenomeno di flusso circolare», ha aggiunto.
Secondo il viceministro, in tema di migrazioni non c’è ora una soluzione che veda condiviso lo sforzo tra Paesi di origine, di transito e di destinazione, ma non è possibile «immaginare questa soluzione senza un partenariato. L’Italia l’ha messo sul tavolo a Bruxelles». Anche i Paesi africani che «sono il grande sud europeo» possono «pensare di poter fare da sé».
Per questo l’Italia «ha pensato a una forma partenariato che vada oltre all’aiuto pubblico europeo» e che preveda il «coinvolgimento del settore privato». I flussi migratori «non sono solamente un fenomeno di emergenza, ma vanno inseriti in politiche ordinarie», che abbiano obiettivi win-win. Quanto ai corridoi umanitari, uno strumento che dimostra «che si può fare accoglienza e integrazione allo stesso tempo», l’Italia ha firmato un’intesa anche con «la parte etiopica», ha aggiunto. Da questo progetto, ha concluso annunciando nuovi arrivi il 27 aprile a Fiumicino, trarremo l’esperienza necessaria per realizzare una legge” sul tema.
sabato 11 marzo 2017
Perché va dichiarata la guerra alla povertà, non ai poveri
Il Foglio
"La sicurezza è di sinistra". Vero, ma deve essere sicurezza per tutti, italiani e immigrati. Senza le trappole di buonismo e cattivismo. Dicono che all'Anci i sindaci vogliano più poteri repressivi. Purtroppo per molti il concetto di "sicurezza" coincide con "decoro urbano".
"La sicurezza è di sinistra". Vero, ma deve essere sicurezza per tutti, italiani e immigrati. Senza le trappole di buonismo e cattivismo. Dicono che all'Anci i sindaci vogliano più poteri repressivi. Purtroppo per molti il concetto di "sicurezza" coincide con "decoro urbano".
C'è chi annuncia il divieto di rovistare nei cassonetti e chi vuole raddoppiare agli immigrati il tempo accordato per accedere alla graduatoria degli alloggi popolari (anticostituzionale).
Qualcun altro dice che fare l'elemosina comprometterebbe la vivibilità nonché la "mobilità" nelle nostre città.
Qualcun altro dice che fare l'elemosina comprometterebbe la vivibilità nonché la "mobilità" nelle nostre città.
Davvero? Ce la vogliamo prendere con gli ultimi degli ultimi? Consiglio di leggere "L'attesa della povera gente" di Giorgio la Pira. E magari di occuparsi di trasporto pubblico. A Treviso si lasciano costruire muri e gated communities, tipo apartheid. È un messaggio sociale e politico micidiale: ognuno faccia da sé.
A Ventimiglia si vieta con un'ordinanza di dar da mangiare gratuitamente ai migranti, di fare elemosina, mettendosi contro la nostra identità storica, culturale e religiosa.
Si dice che "sicurezza è parola di sinistra". Certo, è ovvio. Infatti il problema non è "sicurezza" ma "sicurezza per chi?". Se la sicurezza è solo per alcuni, non importa chi, siamo tutti destinati all'insicurezza. "Ma anche gli italiani sono poveri", si ricorda giustamente.
I dati Istat sulla povertà sono gravi per un paese occidentale. Siamo di fronte a due emergenze: le famiglie italiane povere e gli immigrati. Eppure, la soluzione dell'una dipende dall'altra e viceversa, come dimostrano anche gli allarmanti dati demografici appena pubblicati (non facciamo più figli e siamo il paese con più anziani al mondo dopo il Giappone).
Eppure la narrazione urbana sembra contrapporre fatalmente questi due pezzi di società. Servirebbero soluzioni politiche, si dice. La norma universalistica per i più poveri approvata ieri è un'ottima notizia in questo senso. Il reddito di inclusione si rivolge a quasi due milioni di Italiani poveri.
Manca ancora una norma che copra tutti gli italiani in forte disagio (circa 8 milioni) ma si inizia comunque dalla fascia più bassa. E questo è un'assoluta novità. L'Italia era uno dei soli due paesi di Europa a non avere una norma contro la povertà, assieme alla Grecia. In questi anni si è parlato fino alla noia di coesione sociale, ma la sensazione è che questa espressione si fosse quasi svuotata di reale peso specifico.
La coesione è innanzitutto relazione tra individui, qualcosa di molto concreto. Tra i pregi del ddl povertà c'è il ribaltamento creativo dell'assistenzialismo perché prevede, accanto all'assegno, un diretto sostegno all'inclusione sociale e lavorativa.
Nell'ambito dell'attuazione delle misure previste dal disegno di legge è poi fondamentale che vi sia un processo di inclusione anche dei minori, che si tenga conto cioè del benessere dei bambini, delle fragilità dei nuclei famigliari e dell'importanza di creare piani di intervento personalizzati.
Non basta simpatizzare con l'hashtag #restiamoumani, che pur va rammentato, ma bisogna saper affrontare fattualmente i problemi dal basso, per tutti. Di questa prova voglio ringraziare personalmente il premier Paolo Gentiloni, che ha dimostrato capacità di ascolto e passione civile.
I sindaci per primi possono esultare. Il "neocattivismo" in nome del decoro dei primi cittadini ci renderà ancora più insicuri, perché esalta le differenze e semina odio. Meglio cambiar strada.
Dichiariamo guerra alla povertà non ai poveri, questo è il segnale che viene dal governo. Seguire questa via sarebbe, per tutti, la misura più securitaria che possiamo immaginare.
di Mario Giro
viceministro degli Esteri
di Mario Giro
viceministro degli Esteri
sabato 5 novembre 2016
Migranti 239 vittime. Non anestetizziamoci alle stragi nel Mediterraneo! Restiamo umani! di Mario Giro
Facebook - Mario Giro
Un'altra strage di migranti. Sarebbero 239 (ma il numero sembra già destinato ad aumentare) le vittime di ieri nel Mediterraneo, dove erano sono stati salvati ventinove migranti e recuperati dodici cadaveri da un gommone semi-affondato, 25 miglia a Nord delle coste libiche.
Un'altra strage di migranti. Sarebbero 239 (ma il numero sembra già destinato ad aumentare) le vittime di ieri nel Mediterraneo, dove erano sono stati salvati ventinove migranti e recuperati dodici cadaveri da un gommone semi-affondato, 25 miglia a Nord delle coste libiche.
Sempre ieri le navi dell'ong Moas hanno salvato 316 migranti nel Canale di Sicilia. Responder ha preso a bordo 178 persone da due gommoni. Phoenix altri 138 profughi che all'equipaggio hanno raccontato di avere lasciato Sabrata mercoledì sera alle 22 e di essere rimasti per sette ore in mare alla deriva.
Pietro Bartolo, medico del Poliambulatorio di Lampedusa, protagonista del film 'Fuocoammare' ne ha molte di storie da raccontare. Anche riguardo all'ultimo naufragio:
"I racconti dei 29 superstiti sono raccapriccianti - dice - Hanno raccontato che per la farli salire su questi due gommoni fatiscenti hanno sparato a un uomo uccidendolo. I migranti si erano accorti che i gommoni erano fatiscenti e il mare non era nelle condizioni per una navigazione tranquilla. Nonostante questo li hanno fatti partire e dopo poche miglia è successa la tragedia".
"Una donna superstite - aggiunge Bartolo - ha raccontato che per salvarsi si è aggrappata a un cadavere. Ma quando sono arrivati i soccorritori per la maggior parte di loro non c'è stato nulla da fare. In un gommone erano presenti sicuramente tre bambini, di cui uno era la figlia di una signora superstite. Ci ha fatto vedere la foto della figlia, era una mamma davvero inconsolabile. Abbiamo cercato di confortarla ma una mamma che perde una bambina non è facile da consolare. Dobbiamo pensare che sono persone con i nostri stessi sentimenti, non sono alieni".
Sulle stragi in mare interviene anche il presidente Sergio Mattarella, secondo cui la crisi dei migranti si può "definire come l'emergenza umanitaria di questo inizio di secolo". Un fenomeno "le cui dimensioni forse non sono state ancora comprese appieno".
Concordo. L'eco mediatico di bassissima intensità su questa nuova tragica vicenda lo conferma. Non anestetizziamoci alle stragi nel mediterraneo, a chi muore di speranza. Restiamo umani. L'appello di Andrea RIccardi non rimanga inascoltato. L'Europa applichi su larga scala il modello dei corridoi umanitari.
Continuerò a battermi perché si realizzi il patto con il mediterraneo per un contenimento umano dei flussi e uno sviluppo cooperativo e corresponsabile con i Paesi da cui si fugge.
sabato 15 ottobre 2016
Italia - Rep. Centrafricana - La Cooperazione Italiana non dimentica Bangui
COOPI
L’Italia non resta indifferente dinanzi alla situazione molto delicata che sta vivendo la popolazione della Repubblica Centrafricana e la visita di Mario Giro sul territorio ne è un chiaro messaggio.
L’Italia non resta indifferente dinanzi alla situazione molto delicata che sta vivendo la popolazione della Repubblica Centrafricana e la visita di Mario Giro sul territorio ne è un chiaro messaggio.
Quella del Vice Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale è stata una missione partita l’11 ottobre, nel corso della quale c’è stata l’apertura di una nuova sede della Cooperazione Italiana e le visite ai progetti promossi dalle Ong italiane presenti sul territorio. COOPI lavora nella Repubblica Centrafricana dal 1974 e da allora non ha mai lasciato il paese.
La capitale centrafricana è uno dei paesi più poveri al mondo e si sta riprendendo dalla violenza scatenata nel 2012 da due gruppi armati, gli ex-Seleka e gli Antibalaka. Inoltre più della metà della popolazione centrafricana, 2,7 milioni su un totale di 4,6 milioni, dipende dell’assistenza umanitaria per sopravvivere e circa un milione e mezzo si trova in situazione di insicurezza alimentare. All’interno di questo contesto, COOPI è al fianco dei rifugiati, dei profughi, delle donne vittime di abusi sessuali e delle comunità sottomesse a persecuzione etnico-religiosa.
Il progetto di COOPI visitato oggi 14 ottobre dal Vice Ministro Giro, assieme all’Ambasciatrice Samuela Issopi, è inserito all’interno del settore “sicurezza alimentare” e fornisce supporto alla produzione e alla commercializzazione di prodotti agricoli nella municipalità di Bangui e nelle aree direttamente limitrofe.
In queste zone l’agricoltura rappresenta il 55% delle attività economiche del paese ed è tra i settori più colpiti dalla crisi attuale. In particolar modo, le attività proposte aumentano i mezzi di sussistenza di 250 famiglie di agricoltori e commercianti e, al contempo, diminuiscono il livello di vulnerabilità nell’area di Bangui.
Il progetto, che è finanziato dalla Cooperazione Italiana, si svolge su tutti i livelli della filiera alimentare, dalla produzione nelle campagne attorno alla città, al trasporto e all’approvvigionamento di due grossi mercati, all’interno dei quali si stanno riabilitando strutture per garantire l’igiene degli alimenti e la formazione del personale.
Il progetto di COOPI visitato oggi 14 ottobre dal Vice Ministro Giro, assieme all’Ambasciatrice Samuela Issopi, è inserito all’interno del settore “sicurezza alimentare” e fornisce supporto alla produzione e alla commercializzazione di prodotti agricoli nella municipalità di Bangui e nelle aree direttamente limitrofe.
In queste zone l’agricoltura rappresenta il 55% delle attività economiche del paese ed è tra i settori più colpiti dalla crisi attuale. In particolar modo, le attività proposte aumentano i mezzi di sussistenza di 250 famiglie di agricoltori e commercianti e, al contempo, diminuiscono il livello di vulnerabilità nell’area di Bangui.
Il progetto, che è finanziato dalla Cooperazione Italiana, si svolge su tutti i livelli della filiera alimentare, dalla produzione nelle campagne attorno alla città, al trasporto e all’approvvigionamento di due grossi mercati, all’interno dei quali si stanno riabilitando strutture per garantire l’igiene degli alimenti e la formazione del personale.
lunedì 19 settembre 2016
"Sulle migrazioni l'Europa rischia di sparire" - Intervista a Mario Giro
Oltre 150 capi di Stato e di governo, tra cui il Premier Matteo Renzi, sono attesi a New York per partecipare alla 71° Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Oggi in un Palazzo di Vetro blindato dopo le esplosioni a Manhattan, si terrà il Summit sulle migrazioni voluto da Obama, a cui seguiranno domani un altro Vertice ONU sui rifugiati e il 21 un side event organizzato dall'Italia. Alle Nazioni Unite si presenta un'Unione Europea debole, fragile e disunita dopo il fallimento del Vertice di Bratislava. Parla il Vice Ministro degli Esteri con delega alla cooperazione internazionale.
Vice Ministro, oggi al Palazzo di Vetro si presenta un Presidente del Consiglio estremamente deluso, per non dire furente, dall’esito del Vertice di Bratislava. Lei che giudizio da a questo Summit?
Condivido appieno le parole espresse dal Premier all’indomani del Vertice. Io stesso avevo E’ stato fatto troppo poco e troppo tardi. E’ un esito che temevamo da molti mesi. Oggi più che mai la Commissione europea deve fare di più sulle migrazioni, perché di fronte a noi c’è un Consiglio europeo fagocitato dai veti incrociati.
Che cosa si può fare per ricucire lo strappo di Bratislava?
Bisogna trovare il coraggio di fare politica. Se il Consiglio è bloccato è inutile che la Commissione medi molto a monte con gli Stati Membri se poi deve farlo a valle, deve avere il coraggio di fare delle proposte politiche molti forti e riprendere in mano tutto il suo potere di iniziativa. Quello di Juncker è stato un buon discorso sullo Stato dell’Unione, ma dalle parole bisogna poi passare ai fatti e non farsi umiliare dal Consiglio. Per quanto riguarda gli Stati Membri, mi sembra che la botta presa con il Brexit sia stata molto forte ed altrettanto forte è la rassegnazione a chiudersi su stessi. Di questo passo, l’Europa muore.
Come giudica l’atteggiamento di Francia e Germania in Slovacchia?
La preoccupazione del Premier è che si continua come se nulla fosse. Ma l’era del business a usual non può andare avanti. Siamo in una situazione di grave pericolo.
Intanto alle Nazioni Unite, l’Ue rischia di fare l’ennesima figuraccia...
Il Brexit deve essere colto come un’opportunità per rifondare l’Europa, invece rischia di dissolversi lentamente. Non vorrei che il Summit sulle migrazioni fosse ricordato come una delle tante tappe del crollo dell’Unione.
Eppure la scorsa settimana era iniziata bene con il lancio del Piano di investimenti esteri dell’UE per l’Africa e i Paesi del Vicinato...
Il piano va sicuramente nella direzione giusta, è una svolta rispetto al Quadro di partenariato sulle migrazioni presentato dalla stessa Commissione europea a giugno, e lontana dall’approccio del Fondo fiduciario per l’Africa adottato al Summit Ue-Africa di La Valletta nel novembre 2015. Al di là del Vertice di Bratislava, l’Ue ha gli strumenti per dare una svolta nei rapporti con il continente africano, sia sulla gestione dei flussi migratori che sullo sviluppo. Se vogliamo dirla con una battuta, dobbiamo fare meglio dei cinesi, ovvero tornare ad investire sul serio sul continente africano per crearvi occupazione, sostenerne la crescita economica in modo sostenibile, frenare di conseguenza i flussi e consentire al tempo stesso alle imprese europee di tornare su un mercato a cui abbiamo voltato le spalle molti anni fa. Ma non bisogna illuderci: ovunque nel mondo, ci saranno sempre esseri umani in movimento, noi siamo pronti a formare giovani africani che poi torneranno nei loro paesi per aiutarli a svilupparsi.
Gli investimenti sono quindi la chiave di volta delle relazioni Ue-Africa?
Se pensiamo di “aiutarli a casa loro” solamente attraverso le politiche di sviluppo, non ci arriveremo mai. Gli aiuti sono importanti perché guardano molto agli aspetti umani e ambientali, ma oggi è necessario anche che il settore privato torni a investire in Africa e nei Paesi terzi, con forza e in modo sostenibile. Ci sono settori come l’energia rinnovabile e l’agribusiness i cui bisogni sono enormi. L’Enel la sua parte la sta facendo sulle rinnovabili, bisogna potenziare la presenza delle imprese europee sul continente africano.
Sulla condizionalità degli aiuti sottoposta dall’UE ai Paesi partner per bloccare i migranti ed accettare i rimpatrii, c’è stato uno scontro aperto con la Mogherini. Pace fatta?
Non c’è mai stato scontro. Abbiamo semplicemente detto che spesso la condizionalità non porta i frutti sperati. E’ un’illusione pensare che uno Stato africano fragile, già povero di per sé, esposto alla minaccia terroristica e che controlla molto difficilmente le sue frontiere, possa accettare un simile approccio. L’Africa va presa sul serio. La vera condizionalità va imposta sui diritti umani e la governance.
Qual’è la posizione della Mogherini?
E’ d’accordo, ma deve anche fare i conti con le anime e gli interessi che compongono l’Unione Europea. E qui si torna a Bratislava, dove la risposta politica non è stata assolutamente all’altezza delle sfide che ci attendono sulle migrazioni. Invece vorrei congratularmi con l’Alto Rappresentante per l’ottimo lavoro svolto in questi ultimi tempi.
Sulle migrazioni si parla solo ed esclusivamente dell’Ue, sullo sguardo che hanno i leader africani invece niente. Lei in contatto regolare con molti di loro, come percepiscono l’Unione su questa partita?
Ne discutono molto, ma vogliono essere trattati come veri partner, e non come semplici interlocutori a cui si dice cosa fare e non fare.
Quali le loro richieste?
Vogliono imprese, imprese e imprese. Insomma piani di investimenti ambiziosi.
L’Africa va presa sul serio. Vuole essere trattata come un vero partner e chiede investimenti. La vera condizionalità va imposta sui diritti umani e la governance.
E in cambio quali garanzie sono disposti a dare sui diritti umani o la lotta contro la corruzione?
Sono tutti temi che fanno naturalmente parte del dialogo politico. Se un Paese vuole negoziare con noi, deve sapere che negozia con delle democrazie. Non vogliamo esportare un modello democrazia pre-confezionato, lasciamo ad ognuno dei nostri partner il tempo di fare il proprio cammino, ma stiamo molto attenti ai diritti umani. Quest’attenzione non si limita soltanto ai negoziati sulle questioni migratorie, ma su tutte le politiche di sviluppo. I progressi ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi dieci anni, molti Stati sono passati da regimi autoritari a regimi semi-autoritari, se non addirittuta democratici. Dobbiamo continuare a sostenere questo processo, sapendo che siamo sfidati dalle cosiddette “democrature” – ovvero regimi dove la democrazia è di facciata - più attenti alle libertà economiche che a quelle politiche e civili.
Molti continuano a criticare il Fondo fiduciario per l’Africa, gestito secondo le Ong con criteri opaci...
Il Fondo è stato creato con vecchi criteri, andrà avanti per conto suo e dovremo sicuramente seguirne con attenzione l’implementazione, ma la vera sfida riguarda il nuovo piano di investimenti esteri annunciato presentato la scorsa settimana.
Vorrei congratularmi con l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, per l’ottimo lavoro svolto in questi ultimi tempi.
Torniamo al Summit di New York sulle migrazioni. Quali le sue attese?
Le migrazioni sono ormai in cima all’agenda politica globale. L’Asia e l’Africa sono i continenti più coinvolti da questo fenomeno, con l’Europa che accoglie una minima parte di migranti, ma che è in preda al panico. Dobbiamo trovare il modo di rendere il fenomeno circolare per il semplice fatto che la gente continuerà a spostarsi, soprattutto i giovani. Con oltre un miliardo di ragazzi e ragazze nel mondo, abbiamo raggiunto il picco demografico giovanile. E’ quindi necessario passare da una politica emergenziale ad una politica incentrata sulla circolarità, la formazione e l’integrazione. Non esistono alternative.
A New York ci saranno tre grandi eventi: il Summit voluto da Obama, quello delle Nazioni Unite e un importantissimo side event organizzato dall’Italia. Così come per Bush, l’attuale Presidente degli Stati Uniti ha un enorme problema con i flussi migratori provenienti dal Messico e con l’integrazione. Da anni negli Stati Uniti il Congresso blocca le sanatorie, che potrebbero favorire l’integrazione della minoranza latinoamericana, che tanto minoranza non lo è più, ma il peso è e sarà sempre più importante nell’elettorato statunitense. Ecco perché Obama ci tiene a dedicare un Summit sulle migrazioni, un tema che sarà al cuore del side event italiano, in cui si discuterà dei corridoi umani e dell’iniziativa straordinaria portata avanti da Sant’Edigio assieme alla Chiesa valdese e alla Federazione delle Chiese evangeliche, e a cui potrebbe aderire la Cei.
domenica 15 novembre 2015
Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare. Analisi di Mario Giro. Da leggere!
LIMES
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria.
di Mario Giro
di Mario Giro
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Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei.
Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare.
È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione.
È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione.
Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio.
Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.
Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”.
In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.
Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”.
In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”.
L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.
Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia.
Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contenibile.
L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.
Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia.
Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contenibile.
A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia.
La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.
Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh.
Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.
La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.
Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh.
Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.
In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera.
L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo.
Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera.
In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…
Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.
È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque.
Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita.
Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.
Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario.
Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo.
Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia.
L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo.
Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera.
In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…
Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.
È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque.
Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita.
Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.
Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario.
Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo.
Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia.
L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani.
L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.
Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.
Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.
Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione.
L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.
Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.
Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.
Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione.
giovedì 16 ottobre 2014
Sottosegretario Esteri Giro: Mare Nostrum va salvaguardato. Avanzare Triton davanti alle coste libiche
ASCA
Roma – Mare Nostrum va salvaguardato, non possiamo accettare le critiche che vengono da paesi che non ci hanno aiutato dichiara il Sottosegretario agli Esteri Mario Giro, tra i fondatori di Democrazia Solidale (DemoS).
Leggo di accuse rivolte all’Italia per aver favorito l’immigrazione e addirittura le morti in mare con l’operazione. Assurdo.
Roma – Mare Nostrum va salvaguardato, non possiamo accettare le critiche che vengono da paesi che non ci hanno aiutato dichiara il Sottosegretario agli Esteri Mario Giro, tra i fondatori di Democrazia Solidale (DemoS).
Democrazia solidale e’ per il mantenimento di mare Nostrum almeno fino a quando Triton non avra’ la stessa portata e le stesse regole d’ingaggio. Occorre considerare Lampedusa confine italiano ed europeo e avanzare Triton davanti alle coste libiche. Un arretramento significhera’ un aumento delle vittime. C’e’ l’inverno per mettere a punto il meccanismo, senza traumi.
Leggo di accuse rivolte all’Italia per aver favorito l’immigrazione e addirittura le morti in mare con l’operazione. Assurdo.
Abbiamo salvato circa 100.000 vite. Chi dice, anche da noi, che favoriamo l’immigrazione o non ha alcuna nozione di cio’ che sta accadendo a sud, oppure fa finta di non vedere per lucrare qualche voto con la politica della paura.
Chi rischia la vita in mare fugge da crisi gravissime: inutile scandalizzarsi per cio’ che accade in Siria se poi non facciamo il minimo che ci spetta. Si tratta di un dovere morale e politico prosegue il sottosegretario Giro.
sabato 14 giugno 2014
Sottosegretario Esteri Giro - Italia in prima linea nel semestre europeo contro la violenza sessuale nelle aree in conflitto
Notizie Geopolitiche
“L’Italia sostiene le richieste della Campagna in ogni foro internazionale. Si tratta di una battaglia non solo legale e normativa, ma soprattutto culturale. – ha dichiarato il Sottosegretario Giro – “Le vittime sono anzitutto individui con nomi, cognomi e storie, la cui dignità è stata negata.
“L’Italia sostiene le richieste della Campagna in ogni foro internazionale. Si tratta di una battaglia non solo legale e normativa, ma soprattutto culturale. – ha dichiarato il Sottosegretario Giro – “Le vittime sono anzitutto individui con nomi, cognomi e storie, la cui dignità è stata negata.
Tra questi ci sono i volti più nascosti della violenza sessuale dei conflitti: bambini nati dagli stupri, giovani e bambini che hanno subito abusi”.
“La violenza sessuale nelle situazioni d’emergenza figura tra i temi prioritari della nostra agenda per il semestre europeo. Dobbiamo assistere chi ha vissuto questo tipo di trauma e spingere affinché venga fatta giustizia nei loro confronti.
A tal fine, l’Italia sta operando in Sudan e Siria, attraverso l’UNFPA, e in Libia, sostenendo specifiche modifiche legislative” – ha concluso il Sottosegretario.
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