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lunedì 10 gennaio 2022

Bangladesh - Campo profughi dei Rohingya a Ukhiya devastato dalle fiamme, distrutti oltre 1.000 alloggi. Incenerite strutture sanitarie e luoghi adibiti all'istruzione.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Domenica 9 gennaio è scoppiato un enorme incendio in un campo Rohingya a Ukhiya di Cox's Bazar, distruggendo oltre 1.000 baracche.
Non è stato possibile accertare immediatamente il motivo dietro l'incendio.


Le fiamme nel campo dei Rohingya a Ukhiya si sono spente, oltre 1.000 abitazioni sono state distrutte.
L'incendio è iniziato nel campo n. 16 di Shafiullah Kata Rohingya intorno alle 17:00, ha confermato il commissario aggiuntivo Shamsu-Doja della Commissione per i rifugiati, il soccorso e il rimpatrio (RRRC).

L'incendio ha distrutto oltre 1.000 strutture tra cui case, centri per l'istruzione e presidi sanitari nel campo.
Tuttavia, l'entità completa dei danni è ancora sconosciuta.

Diversi incendi sono stati segnalati nei campi che ospitano i Rohingya rifugiati dal 2017.

Nel marzo dello scorso anno, un enorme incendio scoppiato nel campo profughi di Balukhali ha causato almeno 15 vittime, centinaia di feriti e migliaia di Rohingya senza un rifugio.

ES

Fonte: Dhaka Tribune

martedì 26 ottobre 2021

Bangladesh, i profughi Rohingya deportati nell'isola-lager di Bhasan Char. Senza lavoro e scuola cercano la fuga dall'isola

La Repubblica
Bhasan Char è il luogo in cui il governo ha trasferito decine di migliaia di migranti musulmani birmani per dare respiro al famigerato campo di Cox’s Bazar. Ma la vita è un inferno: si rischiano inondazioni, il cibo è scadente, e così in tanti cercano di scappare via barca con l'aiuto dei trafficanti. "Vogliono lavorare e raggiungere la loro famiglia"


Il suo nome in bangladese significa “l’isola galleggiante", ma potremmo anche chiamarla l’isola che non c’è. Anzi, che non c’era. E che a forza di dragare i sedimenti del fiume Meghna e costruire argini ora c’è. Anche se rischia d’essere spazzata via dalle tempeste tropicali e dalle alluvioni dei cambiamenti climatici sempre più virulenti nel Golfo del Bengala. Ma il governo del Bangladesh vuol riempirla di 100mila profughi rohingya per alleviare il sovrappopolamento a Cox’s Bazar, il mostruoso campo dove vivono ammassati altri 890mila birmani musulmani, fuggiti dalle pulizie etniche del Tatmadaw, l’esercito buddhista di Myanmar.


Il problema di quest’isola che non c’era, Bhasan Char, 40 chilometri quadrati con 1.440 palazzine e 120 rifugi anti-ciclone, sotto un manto di tetti rossi retti da mattoni forati, è che i 20mila disperati che sono già venuti a viverci non vedono l’ora di scappar via. Sognano di tornare dalle famiglie a Cox’s Bazar, di raggiungere i mariti in Malesia, in Thailandia o in Medio Oriente, per poi aprirsi una strada verso l’Europa. 

Vogliono, soprattutto, non vivere di cibo regalato dagli aiuti umanitari, ma guadagnare qualche soldo, avere la dignità di un lavoro che li illuda di un futuro diverso. Così sono pronti a morire affogati, o a farsi riacciuffare e riportare qui. Ma devono superare la polizia che controlla i loro movimenti e che a volte impedisce ai residenti d’interagire con i vicini. “Sono confinati nell’isola, senza permesso di andarsene”, denuncia Zaw Win di Fortify Rights.

In questi mesi, più di 700 profughi hanno pagato ai trafficanti dai 130 ai 500 euro a testa per salire su una barchetta e traversare i 6 chilometri di mare che dividono l'isola dalla costa. Duecento di loro sono stati arrestati e ritrascinati a Bhasan Char, nelle loro unità ben allineate e organizzate che ricordano tanto un lager. Ad agosto, sono affondate due barche di fuggiaschi. Dodici dispersi nella prima, 14 morti e 13 dispersi nella seconda. Le storie sono tante, ma raccontano la disperazione di non sentirsi a casa, di provare un vuoto senza speranza che fa sembrare la morte come un’alternativa migliore di una vita alienante, lontano dalle persone amate, senza nulla in cui sperare. “E in un’isola dove tempeste e alluvioni mettono a rischio chi ci abita”, come denuncia Human Rights Watch.

“Ci danno da mangiare sempre la stessa sbobba, ogni giorno pesce e riso, pesce e riso”, si lamenta un ragazzo. “È cibo che possono mangiare i bangladesi, ma noi rohingya non possiamo ingoiarci quella roba per il resto della vita”. Un anziano, cieco da un occhio, approfondisce il tema: “Quando la gente non ha soldi, e non ha modo di guadagnarne, anche se ha cibo sul piatto, non può essere felice. Per questo vogliono scappar via tutti”. “Sì, è vero, la responsabilità del Bangladesh è servir loro cibo ogni giorno, non trovargli un lavoro”, analizza così il problema il commissario responsabile dei profughi e del rimpatrio per il Bangladesh, Shah Rezwan Hayat. “Dobbiamo ancora sviluppare una comunità, qui. E ciò richiede che arrivi più gente, non che se ne vadano. Quando arriveranno tutti i parenti di chi vive qui, meno gente vorrà andarsene”.

È proprio la mancanza di un’attività lavorativa e la scompaginazione dei nuclei familiari a spingere alla fuga dall’isola che non c’era. Lo ammette anche il poliziotto di Chattogram, una città lungo la costa, incaricato di intercettare i fuggiaschi. “Sono irritati dal fatto di non avere un lavoro. Vogliono lavorare e guadagnare. Per questo fuggono”. Il direttore del Progetto Bhasan Char, Rahed Satter, conferma: “Sono soprattutto i giovani e gli adolescenti a voler fuggire, via fiume, strada o via mare. Vanno a cercare un futuro”.
Chi resta organizza scioperi della fame e proteste, soprattutto quando arrivano gli osservatori Onu, i giornalisti o le organizzazioni a tutela dei diritti umani. E vedono le finestre spaccate, gli atti di vandalismo che rispecchiano rabbia e non senso d’appartenenza. “Siamo circondati dal mare e viviamo terrorizzati dalle alluvioni”, dice Dil Mohammed. “E poi mancano le scuole. Mio figlio sta dimenticando tutto quello che aveva imparato nelle aule di Cox’s Bazar”.

Chi è riuscito a scappare è felice. “Morivo ogni giorno in quell’isola”, confessa Munazar Islam. Nel 2017 era sopravvissuto alla pulizia etnica buddhista nella regione di Rakhine. Il Tatmadaw gli ha ucciso tre cugini. A Cox’s Bazar si era rifatto una vita, anche se in una baracca sovraffollata in un malsano campo profughi. Era venuto volontariamente fino a Bhasan Char, pensando che avrebbe avuto condizioni di vita migliore. Si è pentito, ha pagato 350 euro a un trafficante ed ora è di nuovo con la famiglia a Cox’s Bazar, dove si trova anche Jannat Ara. Mentre fuggiva su una barca per raggiungere il marito in Malesia, Ara fu intercettata dalla marina bangladese e portata a Bhasan Char a vivere con altre tre donne. “Telefonavo piangendo ogni giorno a mamma e papà, rimasti a Cox’s Bazar”. Poi ha pagato 500 euro a un trafficante che l’ha riportata dalla famiglia. “Solo Allah sa come ho fatto a vivere lì un anno intero. Era una prigione con i tetti rossi circondata dal mare”.

Carlo Pizzati

mercoledì 24 febbraio 2021

Qatar: 6500 lavoratori del Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti preparando i Mondiali 2022

La Repubblica
Più di 6500 operai provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti lavorando in condizioni disumane nei cantieri del Qatar da quando, nel 2010, il Paese del Golfo si è aggiudicato i Mondiali di calcio 2022. 


E il bilancio in realtà sarebbe molto più grave, perché la cifra non comprende i lavoratori provenienti da altri stati come il Kenya e le Filippine.


sabato 5 dicembre 2020

Bangladesh iniziato lo spostamento, in molti casi forzato, di migliaia di Rohingya da Cox's Bazar in un'isola spesso travolta da inondazioni

Ansa
Il Bangladesh ha iniziato a spostare centinaia di Rohingya dalla zona di Cox's Bazar all'isola di Bhashan Char, 52 km quadrati praticamente al livello del mare nella baia del Bengala, spesso travolta da cicloni e inondazioni. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch in molti casi il trasferimento è stato imposto.


Poco meno di un milione di appartenenti alla minoranza etnica dei Rohingya - molti fuggiti da un offensiva governativa nel vicino Myanmar nel 2017 - vivono in condizioni estremamente degradate in campi del Bangladesh sudorientale. Il governo ha più volte affermato di voler sgomberare la zona.

La mattina del 3 dicembre 20 pullman sono giunti a Cox's Bazar, e circa mille persone sono partite alla volta del porto di Chittagong, da dove verranno imbarcate per Bhashan Char, ha detto il capo della polizia regionale Anwar Hossein.

Nella prima fase, le autorità prevedono di spostarne circa 2500: sull'isola la Marina militare del Bangladesh ha costruito ricoveri per circa 100.000 persone.

L'ufficio locale dell'Onu ha chiarito di non essere stato coinvolto nel trasferimento e di avere "informazioni limitate" sull'operazione.

lunedì 12 ottobre 2020

Bangladesh - Degenerano le condizioni nei campi profughi dei Rohingya. 7 morti e centinaia costretti a fuggire per scontri tra gruppi rivali.

AGI
La violenza di gang rivali sta seminando morte e terrore nei campi rifugiati Rohingya vicino a Cox's Bazar, città del Sud-Est del Bangladesh, dove almeno 7 persone sono morte e alcune centinaia sono state costrette a fuggire. 

Il Campo profughi di Cox's Bazar nel Sud-Est del Bangladesh

"Le sette vittime, tra cui una donna, sono state registrate nei giorni scorsi", ha riferito al Guardian Shamsud Douza, ufficiale di polizia incaricato del controllo dei campi profughi.

Per gli occupanti dei campi, le ore più pericolose sono quelle notturne, quando operatori umanitari e forze di sicurezza si ritirano, lasciandoli in mano alle gang in lotta per il controllo del traffico di droga, ma non solo. A scontrarsi sono, in particolare, il gruppo di Munna - nome dato dal suo leader, sospettato di gestire il narcotraffico dal Myanmar - e una fazione legata al gruppo ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). I contendenti, tutti Rohingya, appiccano il fuoco alle casupole dei rifugiati, costringendoli a ripararsi altrove, portando con se' i pochi beni che riescono a salvare dalle fiamme.

I vertici del movimento ribelle Arsa - responsabile di attacchi ai militari in Myanmar tra il 2016 e il 2017, facendo scatenare la 'pulizia etnica' ai danni dei Rohingya, costretti a rifugiarsi in Bangladesh - hanno preso le distanze degli ultimi episodi di violenza nei campi profughi di Cox's Bazar. "Siamo incastrati da queste gang", hanno scritto in un comunicato ufficiale. "La situazione si sta deteriorando e nei campi i Rohingya sono impauriti, hanno bisogno di protezione", ha riferito Matthew Smith, responsabile del gruppo di difesa dei diritti Fortify Rights.

Le crescenti violenze hanno costretto gli operatori umanitari a sospendere momentaneamente le proprie attività, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei rifugiati. L'Unhcr (Agenzia Onu per i Rifugiati) sta provvedendo a fornire aiuti umanitari ai nuovi sfollati e, dopo alcuni giorni di sospensione e' tornata a riprendere le proprie attivita' nei campi, che in tutto ospitano 1 milione di persone.

Al centro delle violenze dei giorni scorsi c'è il controllo del mercato della metamfetamina 'yaba' prodotta in Myanmar e sempre più consumata in Bangladesh. Il gruppo di Munna ha reclutato giovani disoccupati offrendo loro alte retribuzioni per portare avanti le sue attivita' illegali, facendo perdere influenza al movimento Arsa, che si sta ribellando all'indebolimento delle sue posizioni.

In Bangladesh i rifugiati Rohingya sono accusati di aver introdotto quella droga, che ha già creato milioni di dipendenti, con gravi conseguenze in termini di sicurezza e sociale. "La mancanza di progressi per arrivare a soluzioni durevoli, in particolare il rimpatrio volontario sicuro e dignitoso dei rifugiati nelle loro case in Myanmar, ha aumentato l'incertezza e la disperazione nei campi, contribuendo alla situazione attuale", ha avvertito Louise Donovan, portavoce Unhcr a Cox's Bazar.

Amnesty International per l'Asia meridionale ha avvertito che le crescenti violenze e le difficili condizioni in quei campi e intorno non dovrebbero essere utilizzate dal governo del Bangladesh per giustificare il suo controverso piano di ricollocazione dei rifugiati a Bhasan Char, isola nel Golfo del Bengala. Gia' in 300 sono stati trasferiti sull'isola e alcune donne hanno accusato le guardie di aver commesso abusi sessuali.

Veronique Viriglio

domenica 17 maggio 2020

Bangladesh - Il Covid-19 è arrivato nel campo profughi di Cox Bazar dove sono rifugiati un milione di profughi Rohingya

Il Manifesto
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Temuto da esperti sanitari, operatori umanitari e dai Rohingya, il coronavirus è ufficialmente entrato nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar.


Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sono stati riconosciuti ufficialmente due contagiati, un residente di Cox Bazar e un Rohingya, residente invece nel più grande campo di rifugiati al mondo, in una stretta fascia di territorio collinoso che dal confine con il Myanmar si spinge verso l'interno. 

Si tratta in realtà di 34 campi, in cui vive quasi un milione di Rohingya: i circa 750.000 scampati nell'estate 2017 al tentativo di pulizia etnica da parte dei militari birmani e quelli arrivati in precedenza.

Giuliano Battiston

venerdì 8 maggio 2020

Bangladesh - Rifugiati Rohingya dopo giorni alla deriva confinati in un'isola invivibile

Notizie Geopolitiche
Lo scorso sabato il governo del Bangladesh ha trasferito sull’isola di Bhasan Char più di 2 dozzine di rifugiati Rohingya che erano stati bloccati in mare da diversi giorni.

I funzionari delle Nazioni Unite dicono che i rifugiati, tra cui 15 donne e 6 bambini, sono stati portati per diversi giorni in un’isola soggetta alle alluvioni nel Golfo del Bengala.
I Rohingya sbarcati fanno parte fanno parte del gruppo delle 500 persone che sono stati bloccati su 2 pescherecci, che sono stati allontanati dalla Malesia a causa di severi controlli alle frontiere imposti dalla pandemia di coronavirus.

Negli ultimi anni sono stati ospitati nei campi di Cox’s Bazar nel sud del Bangladesh circa un milione di Rohingya che sono di fede musulmana.
Il governo del Bangladesh per alleviare la pressione degli accampati ha costruito strutture per 100 mila persone a Bhasan Char.
I Rohingya fanno parte degli strati più poveri della popolazione, da quando sono fuggiti da una brutale repressione militare in Myanmar vivono in Bangladesh dal 2017.
I Rohingya risiedono principalmente in Myanmar nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Negli ultimi mesi in Myanmar la situazione è peggiorata drammaticamente, a causa di alcuni scontri con le forze armate.
Questo paese asiatico è a maggioranza buddista e non considera i Rohingya cittadini, nonostante abbiano vissuto nel paese per generazioni. [...]

Anche i paesi dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) sembrano riluttanti ad accoglierli come rifugiati, poiché le restrizioni alle frontiere si inaspriscono per controllare la diffusione del COVID-19.

La Malesia, che è spesso la destinazione delle barche Rohingya, ha impedito a una nave di sbarcare il 17 aprile scorso dopo che il governo ha chiuso i confini con gli stranieri a causa del COVID-19.

L’emergenza della pandemia diventa così una ottima scusa per il governo malese per impedire ai profughi Rohingya di entrare nel paese.

Alberto Galvi

sabato 25 aprile 2020

Bangladesh, incombe la stagione dei monsoni che rischia di aggravare la difficile situazione dei rifugiati Rohingya e dove si sta diffondendo il Covid-19

La RepubblicaL'allerta dell’UNHCR in merito alle gravi implicazioni legate alla possibile diffusione del Covid 19 e per le risposte che sarebbero necessarie

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato l’allerta in merito alle conseguenze potenzialmente letali derivanti dall’eventualità che i preparativi di risposta all’imminente stagione dei monsoni in Bangladesh non siano completati per tempo, in una fase in cui il COVID-19 continua a diffondersi. 

In un momento storico in cui i Paesi di tutto il mondo combattono la pandemia, l’arrivo delle piogge monsoniche rischia di aggravare la già difficile situazione in cui vivono i rifugiati in Bangladesh.

A Cox's Bazar una densità 1 volta e mezza quella di New York. Nel Paese asiatico, ad oggi, non sono stati rilevati casi confermati di contagio da COVID-19 tra la popolazione di rifugiati Rohingya. Ciononostante, si ritiene che sia le comunità di accoglienza sia i rifugiati di Cox’s Bazar, in cui vi è una densità di popolazione una volta e mezza maggiore di quella della città di New York, durante questa pandemia siano tra i soggetti maggiormente a rischio su scala mondiale. Durante la stagione, l’area è inoltre soggetta a frane e inondazioni improvvise.

Quattromila famiglie sfollate. A settembre 2019, in occasione delle precipitazioni monsoniche più forti, oltre 4.000 famiglie sono rimaste temporaneamente sfollate nei campi di Cox’s Bazar, e oltre 16.000 persone ne hanno subito gli effetti. Grazie alle misure di mitigazione adottate, i danni sono stati molto minori rispetto all’anno precedente. I rifugiati restano al centro dei piani di preparazione e risposta, mediante unità di circa 3.000 volontari formati per il pronto intervento, che coordinano le attività nelle proprie comunità e l’implementazione delle misure salvavita.

Difficili i rifornimenti. I preparativi per la stagione annuale dei monsoni, tuttavia, hanno risentito della sospensione delle operazioni di riduzione del rischio da catastrofi (Disaster Risk Reduction/DRR), compresi i miglioramenti alle reti fognarie e i lavori di stabilizzazione delle pendenze. Analogamente, anche il trasferimento di rifugiati che vivono in aree a rischio elevato di inondazioni e frane ha subito ritardi. Anche la consegna di forniture è stata problematica, dal momento che il “confinamento” imposto a causa della pandemia COVID-19 ha condizionato i trasporti su strada.

La distribuzione dei "kit di fissaggio". A fronte di una riduzione alle attività essenziali delle operazioni umanitarie assicurate nei campi di accoglienza, la distribuzione di “kit di fissaggio” per rinforzare e proteggere gli alloggi dei rifugiati dai forti venti continua. In caso di emergenza, sono stati predisposti kit post-catastrofe e articoli di soccorso. Unità di preparazione e risposta nelle emergenze (EPRT) sono state allertate per essere mobilitate e dispiegate secondo necessità ed equipaggiate per intervenire in caso di condizioni meteo estreme.

I Rohingya inseriti nel piano di risposta. Per rispondere ai rischi di una potenziale diffusione del coronavirus nei campi rifugiati, il Governo del Bangladesh, insieme all’UNHCR e ai partner, ha incluso i rifugiati Rohingya nel piano di risposta nazionale. UNHCR e partner hanno dato il via alla costruzione di strutture per l’isolamento e di unità di terapia, con l’obiettivo di mettere a disposizione 1.900 letti a beneficio tanto dei rifugiati quanto delle comunità di accoglienza nelle prossime settimane. Le attività di condivisione delle informazioni sono state estese mediante una rete di oltre 2.000 volontari comunitari, leader religiosi e operatori umanitari.

Urgenti le misure di protezione. Se de un lato, in questa fase, è di vitale importanza dare priorità ai preparativi nei campi nell’ambito della sanità pubblica, dall’altro anche le attività di preparazione alle stagioni dei cicloni e dei monsoni devono continuare. Entrambe le operazioni assicureranno ai rifugiati condizioni sicure e igieniche in cui vivere nell’eventualità di una potenziale ulteriore emergenza di salute pubblica. Affinché le misure di preparazione possano essere implementate celermente, è necessario mettere a disposizione con urgenza dispositivi di protezione individuale (DPI), dato l’imponente aumento delle richieste.

Servono 877 milioni di dollari. L’approvvigionamento e la distribuzione su larga scala di dispositivi DPI sono di vitale importanza per assicurare che il COVID-19 non si diffonda rapidamente. Prima che scoppiasse la pandemia da COVID-19, nel complesso, il Piano di risposta congiunta (JRP) 2020 per la crisi umanitaria dei rohingya chiedeva 877 milioni dollari per soddisfare le esigenze più urgenti della popolazione. Ad oggi, solo il 16 per cento del Piano JRP 2020 è stato finanziato.

giovedì 13 febbraio 2020

Bangladesh, almeno 15 morti e 50 dispersi in naufragio rifugiati Rohingya.

TGCOM24
E' di almeno 15 morti e una cinquantina di dispersi il bilancio delle vittime del naufragio al largo delle coste del Bangladesh di un'imbarcazione carico di rifugiati Rohingya. 

A bordo del peschereccio, lungo 13 metri, si trovavano 138 persone. L'incidente è avvenuto nelle vicinanze dell'isola di Saint-Martin, nei pressi della costa del distretto di Cox's Bazar in cui circa un milione di rifugiati vivono in campi profughi.

giovedì 2 maggio 2019

Il Bangladesh non vuole più accogliere altri profughi Rohingya dal Myanmar, e fa pressione per il rimpatrio dei 740 mila che sono nei campi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Bangladesh ha comunicato al Consiglio di sicurezza dell'ONU che smetterà di accettare altri musulmani Rohingya che fuggono dal Myanmar.



Il segretario agli Esteri Shahidul Haque ha accusato il Myanmar di "promesse vuote" durante i negoziati sui ritorni.
Più di 740.000 Rohingya sono nei campi in Bangladesh dopo essere stati cacciati dallo stato di Rakhine in Myanmar durante le repressioni militari nel 2016 e 2017.


L'ONU descrive la crisi come una pulizia etnica. Il Myanmar nega di perseguitare i Rohingya, una minoranza senza stato.

Il Myanmar aveva concordato di accettare 1.500 Rohingya ogni settimana, ha detto il Bangladesh, aggiungendo che intendeva restituirli tutti in Myanmar entro due anni.

Parlando alla riunione di giovedì del Consiglio di sicurezza dell'ONU, il sig. Haque ha dichiarato che il suo paese non è vuole accettare altri rifugiati.

"Nessun singolo Rohingya si è offerto volontario per tornare a Rakhine a causa dell'assenza di un ambiente favorevole", ha detto.

"Il Bangladesh sta pagando il prezzo per essere reattivo e responsabile nel mostrare empatia nei confronti di una minoranza perseguitata di un paese vicino?"

L'ambasciatore del Myanmar all'ONU, Hau Do Suan, ha fatto appello alla pazienza, parlando di "enormi barriere fisiche e psicologiche" nel rimpatrio dei Rohingya.


ES

Fonte: BBC News

domenica 20 gennaio 2019

Bangladesh - Sant'Egidio: il lavoro nei campi per rifugiati Rohingya al confine con il Myanmar

Blog Diritti Umani - Human Rights
Sud Bangladesh, zona di Cox's Bazar, confine con il Myamar. 
Missione di Sant'Egidio nei campi dei rifugiati Rohingya realizzata in collaborazione con dei volontari bengalesi del gruppo: "We The Dreamers".


Attualmente si contano 1.100.000 rifugiati in 34 campi profughi 
Tra loro sono presenti circa 550.000 bambini, sono dai 0 ai 12 anni.

Sant'Egidio con "We The Dreamers" hanno realizzato la "School of Hope and Peace" e un centro nutrizionale nel Campo Jamtoli.
Se si reperissero nuove risorse e volontari ci potrebbero aprire altri servizi in altri campi.

Reportage con foto inviate da Alberto Quattrucci della Comunità di Sant'Egidio attualmente presente nei luoghi della missione.








sabato 10 novembre 2018

Vi ricordate dei Rohingya? Il Bangladesh ne vuole rimpatriare 700mila. Appello di 42 ong: è molto pericoloso!

Corriere della Sera
Ben 42 organizzazioni non governative e associazioni umanitarie impegnate sul campo, tra cui Oxfam e Save the Children,hanno lanciato un appello alle autorità di Bangladesh e Myanmar, affinché l’eventuale rimpatrio dei profughi rohingya avvenga nel pieno rispetto dei loro diritti e con garanzie di sicurezza nelle regioni birmane in cui torneranno.



Il 30 ottobre i governi di Dakha e Naypyidaw hanno siglato un accordo lungamente negoziato, per avviare da metà novembre il rimpatrio in Myanmar degli oltre 700mila profughi di etnia rohingya residenti sul territorio bengalese. I difensori dei diritti umani denunciano che, a fronte di questa intesa, non siano state implementate misure per ripristinare la sicurezza nelle regioni da cui sono fuggite queste persone.

A innescare l’esodo, l’ondata di attacchi da parte dell’esercito birmano a fine agosto 2017 nello Stato di Rakhine, a maggioranza rohingya. Le Nazioni Unite hanno fatto richiesta più volte alle autorita’ birmane di avviare un’inchiesta per individuare i responsabili delle stragi, ma a oggi nulla è stato fatto. Inoltre, secondo le ong, ai profughi non sarebbe stata data nessuna garanzia di ottenere aiuti per reinserirsi in aree distrutte dagli attacchi, libertà di movimento e soprattutto la cittadinanza. 

Il fatto di non avere regolari documenti, in quanto storicamente considerati «profughi dal Bangladesh», fa sì che da decenni i rohingya in Myanmar non godano di alcun tipo di diritto, tra cui accesso a sanità e istruzione.

Infine, secondo le testimonianze raccolte dagli operatori umanitari e rilanciate dalle testate internazionali, i rifugiati in Bangladesh si dicono “terrorizzati” all’idea di tornare in patria, dopo essere fuggiti da violenze tra cui stupri, torture e uccisioni indiscriminate da parte dei militari, nonché dalla distruzione dei propri villaggi.

Monica Ricci Sargentini

giovedì 11 ottobre 2018

Bangladesh: ispirato dal modello Duterte nelle Filippine, approvato DDL per applicare la pena di morte per droga. Da maggio uccise dalla polizia 200 persone ritenute legate alla droga.

Diritti Umani - Human Rights
Dhaka - Il governo del Bangladesh ha approvato lunedì un progetto di legge che prescrive la pena di morte per reati di droga, nonostante le diffuse critiche per la repressione in cui la polizia ha ucciso più di 200 persone da maggio, persone ritenute legate al fenomeno della droga.


Il primo ministro Sheikh Hasina ha lanciato una campagna per rafforzare le pene per crimini contro la droga in vista delle elezioni generali previste per dicembre. Ma gli omicidi della polizia hanno suscitato timori tra i gruppi dei difensori dei diritti umani. Denunciando una sanguinosa campagna in stile filippino per annientare i criminali della droga.

Fonte: Reuters

sabato 29 settembre 2018

In Bangladesh, un'isola Bhashan Char si prepara a ricevere 100.000 rifugiati Rohingya. L'isola è una striscia di terra inospitale e soggetta a inondazioni a un'ora di navigazione.

EuroNews
Più di mille le case in costruzione in quest'area, distante un'ora in barca dalla terra più vicina. Nonostante il ritardo nei lavori, l'inaugurazione rimane fissata per il 3 ottobre prossimo.
Bhashan Char è una piccola isola emersa nel Golfo del Bengala poco più di 10 anni fa: si tratta di una striscia di terra inospitale e soggetta a inondazioni.



L'alta esposizione ai cicloni tropicali rende la rotta marittima un'avventura assai pericolosa, tuttavia il Governo del Bangladesh continua a sostenere la fattibilità della soluzione.

Ayesha Fardaus, Parlamentare:
"Bhashan Char è molto vasta e può ospitare più di 100.000 rifugiati Rohingya, siamo in grado di aiutare più di un milione di persone".

Diversi gruppi per i Diritti Umani hanno chiesto al Bangladesh di abbandonare il progetto, tuttavia, con i campi profughi sovraffollati e dopo un investimento di $ 280 milioni in infrastrutture, il Governo procederà nella prima fase con il trasferimento di circa 50 famiglie.
Un anno dopo l'esodo


Unchiprang è un insediamento spontaneo con oltre 23 mila Rohingya a Teknaf, nel Bangladesh meridionale. L’anno scorso non esisteva. Oggi un milione di Rohingya vivono in insediamenti simili, in campi ufficiali o con le comunità locali.

E’ passato un anno da quando 720mila Rohingya sono stati costretti a scappare in Bangladesh in seguito a una violenta repressione militare in Myanmar. Siamo tornati in Bangladesh per vedere se sono cambiate le loro condizioni di vita in uno dei paesi più poveri al mondo.

L’esodo iniziato lo scorso anno non è stato il primo per la minoranza musulmana del Myanmar. Tuttavia è il più significativo. Secondo l’Onu, la camapagna militare lanciata in Myanmar nell’agosto del 2017 ha sempre più le caratteristiche di un genocidio.

Nessuno sa quanti Rohingya siano stati uccisi. Ma l’ultimo rapporto pubblicato da un pool indipendente di ricercatori, parla di 24 mila morti dall’inizio dell’offensiva nel Rakhine del Nord, dove i Rohingya vivono da generazioni.

“Vengo da Tula Toli. Ho visto soldati uccidere civili e poi buttare i corpi in acqua. Ho visto donne violentate. Per questo sono venuto via”, ci racconta un rifugiato.

Il villaggio di quest'uomo è noto per essere stato teatro di uno dei massacri più violenti della repressione. I rifugiati hanno trovato un posto sicuro in Bangladesh e un’assistenza di base.

I campi però sono sovraffollati e costruiti in fretta per far fronte a questa crisi tra le più repentine e massicce al mondo.

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venerdì 1 giugno 2018

Bangladesh, azioni antidroga «alla Duterte»: almeno 100 vittime

Il Manifesto
Il governo difende la polizia: «Hanno ucciso spacciatori che hanno reagito agli arresti»
Lo scorso 15 maggio le autorità del Bangladesh hanno inaugurato una campagna antidroga nazionale, con l’obiettivo di mettere in ginocchio la diffusione di yaba – un derivato a basso costo della metanfetamina mischiato con caffeina – nel paese. La «guerra alla droga» promossa dalla premier e leader del partito Awami League, Sheikh Hasina, ha già mietuto oltre un centinaio di vittime, cui si aggiungono arresti e condanne lampo per almeno 12mila persone.

Le modalità di intervento delle forze dell’ordine bangladeshi ricordano la campagna antidroga inaugurata due anni fa nelle Filippine dal presidente Duterte: una mattanza condotta in spregio dei diritti umani che, secondo il senatore filippino Antonio Trillanes, ha già superato la cifra record di 20mila omicidi extragiudiziali.

All’inizio del mese la premier Hasina, durante un comizio per celebrare il 14esimo anniversario della fondazione del Rapid Action Batallion (Rab, corpo d’élite della polizia nazionale), dichiarava: «Abbiamo avuto successo nella campagna militare contro la militanza dell’estremismo islamico. Ora dobbiamo continuare, occupandoci dell’abuso di droghe». Pochi giorni dopo, le teste di cuoio del Rab sono state dispiegate in tutto il Paese. Secondo l’agenzia di stampa Afp, il bilancio ufficioso degli scontri a fuoco tra il Rab e i sospetti spacciatori al 29 maggio ha raggiunto quota 102 morti, trenta in più rispetto al conteggio fatto solo tre giorni prima.

Il Rab, per contro, sostiene di aver ucciso 24 «grandi spacciatori», colpevoli di aver aperto il fuoco per primi: circostanze che non sono supportate da alcuna prova. Il ministro dell’interno Asaduzzaman Khan, difendendo l’operato delle forze di polizia, ha spiegato ad Afp: «Non c’è dubbio che le vittime degli scontri a fuoco siano spacciatori. La maggior parte di loro era armata e ha aperto il fuoco non appena ha visto la polizia. Non sono brave persone, c’erano tra i 10 e i 12 capi d’accusa contro ognuno di loro». Secondo le autorità bangladeshi, tutte le vittime della guerra alla droga sono morte o in sparatorie con i reparti del Rab, o in sparatorie tra gang rivali.

Lunedì 28 maggio, la Bangladesh National Human Rights Commission ha dato seguito alle preoccupazioni già palesate da attivisti per i diritti umani locali e internazionali, condannando ufficialmente la scia di omicidi extragiudiziali nel Paese. Il presidente della commissione, Kazi Rezaul Hoque, ha dichiarato: «Vogliamo che i criminali, chiunque essi siano, affrontino conseguenze all’interno di procedure legali».

Critiche all’operato del governo Hasina sono arrivate anche dai partiti d’opposizione, che hanno denunciato una serie di morti sospette di avversari politici dell’Awami League giudicati dalle autorità «capibastone» del racket di yaba di Teknaf, località al confine col Myanmar.

Lo spaccio di yaba in Bangladesh è alimentato dalle importazioni illegali provenienti dal Myanmar, responsabile per oltre il 90 per cento della produzione di metanfetamine su scala globale. L’ultimo rapporto della narcotici bangladeshi indica che il giro d’affari della yaba supererebbe i 600 milioni di dollari. In Bangladesh ci sarebbero almeno 7 milioni di tossicodipendenti, di cui almeno 5 dipendenti da yaba. Diffuse in particolare tra i giovani della classe media, la yaba è venduta sul mercato locale a un prezzo che oscilla, in base alla qualità del prodotto, tra gli 8 e i 20 euro a pasticca.

Matteo Miavaldi

martedì 20 febbraio 2018

Rifugiati Rohingya in Bangladesh, una corsa contro il tempo in attesa dei monsoni

Agora Vox
“E’ una corsa contro il tempo”. Con queste parole Filippo Grandi, alto commissario dell’ONU per i rifugiati, ha definito la situazione dei Rohingya nei campi al confine con il Bangladesh: è infatti alle porte la stagione dei cicloni, solita sopraggiungere all’inizio di marzo, che potrebbe causare inondazioni e frane nella regione. 


Nel giro di un paio di mesi, i rifugiati dovranno anche avere a che fare con l’arrivo della stagione monsonica: si tratta di una stagione che durerà fino ad ottobre, e che porterà piogge torrenziali nella zona. In questo senso, i reportage che ci arrivano dal Bangladesh sono tutto tranne che incoraggianti. I campi che ospitano i profughi sono infatti in pessime condizioni sia dal punto di vista igienico-sanitario che da quello delle infrastrutture.
Le parole di Grandi fanno eco alle dichiarazioni di inizio febbraio rilasciate da Oliver White, che si occupa di situazioni di migrazione forzata presso la sezione australiana di UNICEF. Secondo lui, “Ciò che è già una gravissima situazione umanitaria, può trasformarsi in catastrofe”. White ha poi aggiunto come la priorità assoluta sia quella di salvaguardare le condizioni sanitarie dei bambini, che costituiscono la grande maggioranza nei campi. Il rischio maggiore è quello di contrarre gravi malattie, come l’epatite E o il colera.

Quasi contemporaneamente a queste dichiarazioni, la Birmania si è detta, attraverso le parole del ministro Kyaw Swe, pronta al rimpatrio dei rifugiati, onorando quindi a parole il trattato firmato con il Bangladesh a novembre. A riportarlo è stato “BD News”, canale di notizie bengalese, a seguito del meeting tra Swe e il Presidente del Bangladesh MD Abdul Hamid. Quest’ultimo, ha però sottolineato come il ritorno “in patria” (il governo birmano li considera apolidi) dei Rohingya debba essere volontario e sicuro, posizione condivisa fino ad ora da tutti coloro che hanno espresso la loro opinione sulla vicenda.

Vista la gravità della situazione, occorre agire in fretta e in modo intelligente: secondo le stime, sono circa 100.000 i rifugiati maggiormente in pericolo con l’incombere della cattiva stagione. E’ anche per questo motivo che i due governi stanno progettando la realizzazione di campi di transizione provvisori al confine tra i due stati.

Francesco Maria Cricchio

martedì 13 febbraio 2018

Bangladesh, firmato accordo per coinvolgere Onu in rimpatrio rifugiati rohingya

Agenzia Nova
Dacca - Il Bangladesh ha firmato un accordo per coinvolgere le Nazioni Unite nel controverso processo di rimpatrio dei rifugiati rohingya in Myanmar: lo ha detto il ministro degli Esteri Shahriar Alam, secondo cui il governo sta coinvolgendo l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite in modo che non possa essere accusato di rimpatriare i rifugiati della minoranza musulmana contro la loro volontà. 


“Chiederemo ai rifugiati di compilare moduli di rimpatrio in presenza di funzionari delle Nazioni Unite”, ha aggiunto il ministro. Il Bangladesh ha raggiunto un accordo con il Myanmar alla fine dell'anno scorso per rimpatriare i circa 700 mila rohingya fuggiti attraverso il confine da agosto per scappare da una brutale repressione militare. 

Il rimpatrio sarebbe dovuto iniziare il mese scorso, ma è stato ritardato dalla mancanza di organizzazione e proteste dei rifugiati, la maggior parte dei quali afferma di non voler tornare senza garanzie di sicurezza. "Abbiamo ripetutamente affermato che questo processo di rimpatrio è molto complesso", ha detto Alam.

martedì 30 gennaio 2018

Bangladesh - Una scuola per i bambini profughi Rohingya

Agenzia Fides
Dacca - “Nei campi profughi i Rohingya vivono in piccoli ripari realizzati con canne di bambù e pezzi di plastica; scarseggiano ancora l’acqua potabile e il cibo. Sono più di 500.000 i bambini, che bramano un futuro che non c’è. 


Ho appena visitato i campi dei rifugiati Rohingya in Bangladesh: quasi un milione di persone sono fuggite dal Myanmar per salvarsi la vita. Per rispondere al grande bisogno dei bambini, che ormai costituiscono più della metà della popolazione Rohingya nei campi, la Comunità di Sant’Egidio ha aperto una Scuola per 300 bambini, nel campo profughi di Jamtholi”: lo annuncia all’Agenzia Fides Alberto Quattrucci, inviato della comunità di Sant’Egidio in Bangladesh, dove ha visitatao i campi profughi che accolgono i Rohingya fuggiti dal Myanmar.

Quattrucci racconta: 
“Gli uomini dell’esercito birmano hanno distrutto i villaggi dei Rohingya, bruciato le loro case, torturato gli uomini e violentato le donne, ucciso solo nell’ultimo anno più di 7000 persone. Così, chi ci è riuscito è fuggito, portando con sé la propria famiglia o quello che ne restava. E' un popolo senza cittadinanza, il più numeroso popolo di apolidi nel mondo. Un popolo che non esiste e quindi senza alcun diritto. Si tratta della pulizia etnica del nostro secolo”.
Un piccolo seme di speranza, in tale situazione drammatica, è la nuova scuola avviata nel campo profughi di Jamtholi: funziona per sei giorni la settimana, dal sabato al giovedì, dalle 9.00 alle 15.00, in tre turni di 100 bambini. 

Gli insegnanti – spiega Quattrucci – sono quattro rifugiati Rohingya, che erano maestri nello stato birmano Rakhine prima di fuggire in Bangladesh. Le lezioni si tengono per ora in una baracca provvisoria, in attesa di avviare una costruzione più ampia e stabile su un terreno individuato per il quale si ha già l’autorizzazione. E’ realizzata in partnership con i volontari dei Dreamers e della Muhammadiyah, l’organizzazione islamica indonesiana che gestisce anche un piccolo centro nutrizionale.

“Fare scuola è un gesto di speranza per il futuro dei rohingya, in un momento in cui la situazione è ancora bloccata: infatti la prospettiva di un possibile rimpatrio annunciata dal governo del Bangladesh dopo l’incontro con il governo del Myanmar a Naypyidaw, il 16 gennaio scorso, si scontra con notevoli difficoltà”, rileva il delegato della Comunità di Sant’Egidio.

L'eventuale rimpatrio, infatti, è subordinato alla concessione ai rohingya della cittadinanza del Myanmar, e verrà concesso (secondo gli accordi sottoscritti) a non più di 300 persone al giorno. “Questo significa che i campi profughi saranno smantellati nell’arco di dieci anni”, nota.

La scuola, spiega, rappresenta “il primo passo per provare a trasformare questa lunghissima fase di emergenza in un tempo utile, che prepari le nuove generazioni ad un futuro che ci auguriamo veda un processo di integrazione in un una società multietnica, che tutela la convivenza e il pluralismo”.

domenica 28 gennaio 2018

Bangladesh - La metà dei 655.000 rifugiati Rohingya sono donne e ragazze vulnerabili a rischio violenze e matrimoni precoci

Globalist
Donne e ragazze rappresentano il 51% degli oltre 655.000 profughi che sono scappate nel Bangladesh. Le ragazze temono i matrimoni precoci.


Nell'insediamento di rifugiati di Balukhali, almeno 116 vedove e orfani hanno trovato rifugio in un affollato insediamento di 50 tende rosse dove non sono ammessi uomini o ragazzi di età superiore ai dieci anni.



Donne e ragazze rappresentano circa il 51% degli oltre 655.000 profughi musulmani Rohingya che hanno attraversato il confine dal Myanmar verso il Bangladesh.
Ma anche se sono fuggite dalla guerra e dalle persecuzioni non si può dire siano al sicuro: le donne rischiano di diventare vittime della tratta di esseri umani e fatte diventare schiave. 

Rischiano anche stupri e abusi sessuali. 
Le le adolescenti tra i 13 ei 20 anni devono affrontare la prospettiva di essere costrette ai matrimoni precoci e forzati.

Non c’è pace.

giovedì 25 gennaio 2018

Bangladesh - Apre la scuola con i primi 300 bambini rohingya nel campo rifugiati di Jamtholi.

www.santegidio.org
Per rispondere al grande bisogno dei bambini, che ormai costituiscono più della metà della popolazione Rohingya nei campi - si parla oggi di 520.000 bambini – Sant’Egidio ha aperto una Scuola per 300 bambini, nel campo rifugiati di Jamtholi.


La scuola funziona da oggi per sei giorni la settimana, dal sabato al giovedì, dalle 9.00 alle 15.00, in tre turni di 100 bambini.

Gli insegnanti sono quattro rifugiati Rohingya, che erano maestri nel Rakhine prima di fuggire. Si tiene per ora in una baracca provvisoria, in attesa di avviare una costruzione più ampia e stabile su un terreno individuato per il quale si ha già l’autorizzazione. E’ realizzata in partnership con i volontari dei Dreamers e della Muhammadiyah, che gestiscono anche un piccolo centro nutrizionale.