Pagine

Visualizzazione post con etichetta Bolivia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bolivia. Mostra tutti i post

sabato 11 aprile 2020

Bolivia. Coronavirus, indulto per detenuti con più di 58 anni e donne con figli

agenzianova.com
Un indulto riservato a detenuti più a rischio per età e alle detenute con figli. È quanto contenuto nel decreto approvato è stato deciso in Bolivia Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia. 


A beneficiarne saranno uomini con un'età superiore ai 58 anni e donne dai 55 anni in su con uno o più figli. Il provvedimento punta a ridurre il sovraffollamento delle carceri nel contesto dell'emergenza sanitaria provocata dal nuovo coronavirus.

La disposizione dovrà ora essere approvata dall'Assemblea nazionale. "È importante adottare queste misure in questo momento in cui vi è un sovraffollamento nelle carceri", ha affermato il ministro della Presidenza, Yerko Nunez. La misura era stata chiesta dalla Defensoria del Pueblo. Le carceri del paese operano infatti al dopo della loro capacità e i due terzi dei detenuti sono in attesa di giudizio.

Sono 264 in Bolivia le persone affette da Covid-19 conclamato e 18 i morti. La presidente Anez ha annunciato lo stato di emergenza sanitaria fino al 15aprile e la chiusura delle frontiere, nel tentativo di contenere la diffusione del nuovo coronavirus.

La disposizione stabilisce che solo una persona per nucleo famigliare può uscire di casa per fare la spesa dalle 7alle 12. Le uscite sono scaglionate sulla base dell'ultimo numero della carta di identità; una misura, questa, adottata anche i altri paesi della regione come Ecuador e Panama.

Il governo ha anche disposto la chiusura delle scuole e sospeso i voli da e per l'Europa. Saranno con ogni probabilità posticipate le elezioni generali previste per il 3 maggio a una data compresa fra il 7 giugno e il 6 settembre 2020. Le elezioni sono state indette in seguito alle contestazioni di quelle del 20 ottobre scorso, che hanno portato alle dimissioni del presidente Evo Morales su pressione delle forze armate.

sabato 29 dicembre 2018

Bolivia: da Morales amnistia e indulto per 2500 detenuti. Un atto di giustizia per le lentezza dei giudizi e della mancanza del diritto alla difesa dei poveri

genteditalia.org
Atto di clemenza del presidente: esclusi i traditori della patria e i trafficanti d'armi. Il presidente Evo Morales ha emesso un decreto di amnistia e indulto in favore di più di 2500 persone. 
Evo Morales 
"Abbiamo l'intenzione di porre fine ai ritardi della giustizia", le parole del presidente sudamericano riportate dal quotidiano El Deber. "La mia richiesta agli avvocati è stata come aiutare i fratelli detenuti, a volte per una semplice denuncia e per ragioni economiche per cui non possono assumere un avvocato difensore. Per questo abbiamo disposto questo decreto".
Poco più di mille persone potranno beneficiare dell'amnistia, mentre circa 1.500 dell'indulto.

I detenuti che potranno invocare la concessione del beneficio entro il prossimo anno non devono essere coinvolti in crimini di tradimento della patria e traffico di armi. 

Amnistia destinata alle donne incinte o con un bambino in allattamento, oppure disabili gravi con figli sotto i sei anni di età. 

Indulto invece riservato a coloro che hanno scontato due terzi della loro pena, a eccezione di colpevoli di femminicidio, infanticidio, tratta di esseri umani, rapina o contrabbando.

domenica 18 marzo 2018

Bolivia. Scontro fra detenuti e polizia in prigione di Palmasola, sei morti e venti feriti

Nova
Almeno sei persone sono state uccise e più di 20 ferite in un violento scontro nella prigione di Palmasola, in Bolivia. La prigione è considerata la più pericolosa del paese. 


Secondo le prime ricostruzioni delle autorità, riferisce l'agenzia stampa boliviana "Abi", diversi gruppi di detenuti hanno resistito con armi da fuoco a una perquisizione che la polizia ha effettuato nelle prime ore di ieri. L'operazione ha coinvolto almeno 2.200 agenti, di cui sei sono stati feriti da proiettili. Sei detenuti della prigione hanno resistito con armi da fuoco, ha spiegato il viceministro del Regime interno e della polizia, José Luis Quiroga.

Alcuni giorni fa, le autorità avevano ordinato la sottrazione dei figli che vivevano con i genitori detenuti a Palmasola, reagendo ad alcune accuse di prostituzione infantile e ai frequenti scontri verificatisi all'interno della prigione, nella quale vivono oltre 5.000 persone fra uomini e donne. 

Di questi, riferisce la stampa, solo 400 sono già stati condannati: la maggior parte sconta una pena di prigione preventiva, in una situazione che aggrava il problema di sovraffollamento delle carceri boliviane. Sempre a Palmasola, uno scontro del 2013 aveva provocato la morte di 34 detenuti.

giovedì 13 luglio 2017

Bolivia. Emergenza carceri: per ogni donna arrestata tre bambini in strada

Fides
La Fides informa sulla stato delle carceri in Bolivia, soprattutto quelle femminili. "In Bolivia ci sono circa 1.181 detenute. Uno studio realizzato nel 2016 dalla Fondazione 'Construir' - espone in una nota la Fides -, riferisce le critiche conseguenze che si generano quando una donna viene messa in carcere, tra queste è emerso che per ogni donna detenuta, tre bambini finiscono per la strada. 


Secondo lo studio, il 75% delle donne ha confessato di aver abbandonato i figli; altri bambini rimangono con i parenti più vicini, affidati al fratello maggiore o soli" prosegue l'agenzia di stampa cattolica.

"Il 25% delle donne vive in carcere con i figli in spazi angusti - scrive in ultimo l'organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie, in condizioni pessime, dove spesso vengono preclusi programmi lavorativi e educativi. 

Delle 61 prigioni esistenti nel Paese, in otto ci sono anche donne. Solo quattro di queste sono state costruite esclusivamente per le donne, le altre sono strutture adattate. 

La maggior parte delle recluse hanno subito violenza domestica. Sono madri che commettono crimini per cercare di sfamare i propri figli. Tra quelli più diffusi il traffico di droga e le rapine. 

Lo studio segnala che l'80% delle donne sono detenute per crimini minori e il 20% per omicidio o rapina aggravata".

martedì 18 agosto 2015

Bolivia: migliorano le condizioni dei detenuti, grazie alla mediazione di Papa Francesco

Agenzia Fides
Grazie alla mediazione di Papa Francesco, che lo scorso 10 luglio ha incontrato i delegati delle carceri boliviane durante la sua visita apostolica in Bolivia, è stato portato "il giornaliero" (la cifra spesa del governo per mantenere giornalmente un carcerato) a 8 bolivianos. Il provvedimento riguarda i 13.573 detenuti nelle carceri del Paesi, ha sottolineato il direttore generale delle carceri, Jorge Lopez.
Bolivia, carcere di Palmasola
visitato da Papa Francesco
"Durante l'incontro dei delegati delle prigioni in Bolivia a Palmasola, si ha parlato della richiesta al Pontefice di intercedere per loro, quindi, abbiamo lavorato con i responsabili del governo per soddisfare queste esigenze", ha detto Lopez in una conferenza stampa, afferma una nota pervenuta a Fides. 

"Al tal fine - ha detto - è stata approvata la risoluzione amministrativa 62/2015 che stabilisce un aumento del "giornaliero" per i detenuti nelle carceri in Bolivia, che passa così da 6.60 bolivianos a 8, a partire da agosto". Secondo il cambio attuale 8 bolivianos equivalgono a 1 euro. Oltre all'aumento del "giornaliero" si prevede anche di migliorare il servizio sanitario per i detenuti.

lunedì 13 luglio 2015

Bolivia - Palmasola, viaggio nel carcere incubo

Avvenire
L’enorme scritta interrompe il monotono rincorrersi di mattoni scuri. I caratteri rossi spiccano sul fondo bianco: “Oggetti proibiti”. Poi, in nero, segue una lunga lista che va dai telefoni cellulari, alle bevande alcoliche, ad armi ed esplosivi. Perché nessuno resti escluso dal messaggio, il contenuto è riassunto in una serie di disegni. La gente la chiama la “pubblicità”. Perché – dicono – il cartello offre appena una sintesi di tutto quello si può 

trovare all’interno, oltre la cancellata verde, che segna la fine di Santa Cruz. Oltrepassata la “frontiera” si entra nella “città” di Palmasola, in cui risiedono 5. 361 detenuti – il 36 per cento del totale nazionale –, le famiglie, gli agenti, i funzionari. Il maggior centro penitenziario della Bolivia. Una piccola metropoli carceraria in perenne attività. Il confine tra prigione e città è, al contempo, blindato e permeabile. Un controsenso che ho potuto verificare. Per entrare nel complesso occorre un’autorizzazione dell’Amministrazione penitenziale. Nei giorni precedenti alla visita di papa Francesco, le richieste dei media vengono rifiutate «per ragioni di sicurezza». Si può, però, percorrere un’altra via. Mi presento al cancello verde di Palmasola lunedì, l’ultimo giorno prima del blocco totale degli ingressi agli esterni. Provo ancora a chiedere. Il “no” è quasi scontato. Nulla impedisce, però, a chi vuole entrare di mettersi in fila con i parenti, sotto la tettoia di metallo, stretti dalla calca e dal passamano di metallo.


La “porta verde” si apre a intervalli intermittenti: ogni volta la fila sussulta compatta per guadagnare posizione. Con un po’ di pazienza, arriva il momento dell’entrata. Nessun controllo delle borse, più o meno voluminose, nemmeno dei documenti. Basta indicare il nome del detenuto a cui si fa visita in un apposito gabbiotto: in cambio si riceve un timbro sulla pelle. Il “lasciapassare”, dicono le mendicanti che, dall’altra parte del cancello, lo eliminano con un panno umido in cambio di pochi spiccioli. Non è, però, indispensabile nemmeno questo: una volta varcata la soglia, si può camminare per i padiglioni senza che nessuno chieda spiegazioni.


Il primo è quello delle donne, circa 400. Una rete metallica le separa dal resto del complesso, dove risiedono gli uomini. Passare quella rete per una notte – dicono fonti ben informate – costa 15 dollari. «C’è un problema di controllo a Palmasola, come nel resto delle carceri boliviane. A vigilare su oltre 5mila reclusi ci sono appena 16 funzionari. Questi hanno, dunque, dovuto delegare ai 300 poliziotti, a loro volta impreparati per un simile incarico. Dal 2006, dunque, si è optato per un sistema “misto”, in cui i detenuti eleggono dei rappresentanti, chiamati “reggenti”, che collaborano nelle funzioni di “governo” e sicurezza. Il meccanismo da una parte ha ridotto la violenza. Dall’altra, le opportunità di corruzione sono infinite», ci spiegherà poi Ramiro Llanos, fino a due anni fa responsabile dell’Amministrazione penitenziaria. Nell’autunno del 2013, Llanos ha dato le dimissioni per creare il Cenvicruz, una struttura amministrata solo da civili. «Solo penitenziari più piccoli, gestiti da personale civile specializzato, possono essere davvero centri di recupero», sottolinea.


Una strada di ciottoli e fango porta al Pc-4, il cuore di Palmasola, il cosiddetto “regime aperto”, dove sta la maggior parte dei reclusi. E dove ieri Francesco ha portato il suo messaggio di misericordia e speranza. Una cittadella terribilmente stratificata. Mini-appartamenti si sovrappongono a baracche. È solo una questione di soldi: chi li ha, può costruirsi la propria casa come preferisce. Gli altri si adattano. I più poveri condividono stanzoni con materassi sul pavimento.
Anche per quello si paga. A Palmasola tutto ha un prezzo. Appena entrati si versano tra 500 e mille dollari per la propria incolumità, 120 dollari per essere esonerati dal lavoro di pulizia. Poi c’è la tassa per il consumo di alcol, di droga. In media, al mese, ogni detenuto sborsa tra i 100 e i 150 dollari alla “rete” formata tra reggenti e poliziotti. «È una miniera d’oro. Non “conviene” velocizzare la giustizia. Ecco perché l’84 per cento dei reclusi è in attesa di giudizio», conclude Llanos. Il che spiega perché in una struttura costruita per 800 persone vivano in oltre 5mila. Ai reclusi, poi, si aggiungono mogli, mariti, figli. È la presenza dei familiari – in particolare di 160 bimbi – uno degli aspetti più controversi del sistema-Palmasola.


«La legge consente alle mamme di tenere con loro i piccoli fino a sei anni. Questi possono frequentare l’asilo vicino al penitenziario», spiega Ninoska Ayala Flores, capo nazionale del Programma detenuti di Capacitación y derechos ciudadanos. In genere, però, i bambini restano ben oltre. «Perché? Perché non hanno altro posto dove lasciarli», afferma Verónica Bustillos direttore del “Centro de apoyo integral carcerario y comunitario” (Caicc), che da 21 anni accompagna a scuola i bimbi delle prigioni di Cochabamba. La maggior parte delle detenute viene dall’interno. «Non ha parenti vicini e affidabili, i padri le hanno abbandonate. Non sempre, poi, gli istituti sono meglio del carcere. Non è solo un fatto di strutture. Nessuno delle migliaia di piccoli con cui ho lavorato avrebbe lasciato la madre per una stanza migliore. Il problema, semmai, è garantire ai bimbi istruzione, sostegno, occasioni di svago fuori», dice Verónica.


Affermazioni forse choccanti per l’Occidente. Ma qui siamo «nell’altro Occidente latinoamericano», dove nulla è bianco o nero. Lo stesso discorso vale per la presenza dei familiari: questa, da una parte, crea problemi di spazio, convivenza e sicurezza, dall’altra è un prezioso sostegno per i reclusi, quasi tutti in attesa infinita di giudizio.
A Palmasola, del resto, tutto è un gioco di paradossi. L’ultimo: prima di uscire dal penitenziario, chiedo di nuovo l’autorizzazione a visitare in futuro la struttura. «Niente da fare – risponde il responsabile –. Hasta luego».

domenica 12 luglio 2015

Papa Francesco nel carcere più violento della Bolivia: "Davanti a voi c'è un uomo perdonato dai suoi molti peccati ... "

Vatican Insider
Francesco ha visitato l'istituto di detenzione di Palmasola, il più pericoloso dell'America Latina. È autogestito e vi entrano liberamente le famiglie dei detenuti ma anche le prostitute, droga e armi

«Davanti a voi c'è un uomo perdonato dai suoi molti peccati...». Papa Francesco entra nel carcere più pericoloso dell'America Latina, nel settore PS 4, dove i detenuti convivono con le loro famiglie. In migliaia l'accolgono, con canti e palloncini bianchi e gialli. Bergoglio ascolta le testimonianze di tre carcerati. Una di loro, Anna Lia Parada, si commuove chiedendo al Papa di «intercedere per noi, per i nostri diritti», dopo aver raccontato la realtà delle centinaia di detenute, molte delle quali incinte, e molte altre malate. «Ammettiamo le nostre colpe per i delitti commessi, ma come donne subiamo l'abuso di potere, imploriamo nel tuo nome giustizia! Che tu sia il nostro intermediario perché si compia in Bolivia un indulto per le donne incinte e per le donne che devono scontare 30 anni e hanno già scontato un terzo della pena».

È considerato uno dei peggiori carceri dell'America Latina ma rappresenta anche un caso unico: qui a Palmasola i detenuti - 5500 detenuti, tra cui 2 italiani - dal 1989 si auto-gestiscono. La prigione si è trasformata in una città: i familiari possono entrare e uscire, ma entrano ed escono anche armi e droga. Francesco conclude il suo viaggio in Bolivia con quest'ultimo appuntamento pubblico, per manifestare la sua vicinanza ai carcerati.

«Non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi, senza condividere la fede e la speranza che nascono dall'amore offerto sulla croce. Grazie per avermi accolto».

«Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre».

«Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per voi, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta».

Francesco ha quindi ricordato l'esperienza di Pietro e Paolo che «sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, nell’oscurità che può scaturire dal non senso. È stata la preghiera. Personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri familiari».

«Quando Gesù entra nella vita - ha aggiunto il Papa - uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare».

«E se in qualche momento ci sentiamo tristi, male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate, con i sacerdoti che vengono, parlate... Gesù vuole risollevarci sempre».

Una certezza che «ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto – lo so bene -: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte. Tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora».
Francesco ha detto che qui a Palmasola, nel Centro di Riabilitazione, «la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Parlate tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca la rivalità, la divisione, le fazioni. Lottate per andare avanti».

«Mi piacerebbe chiedervi - ha detto Bergoglio - di portare i miei saluti ai vostri familiari. È tanto importante la loro presenza e il loro aiuto! I nonni, il padre, la madre, i fratelli, la moglie, i figli. Ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore».

Il Papa ha concluso con «una parola di incoraggiamento a tutti coloro che lavorano in questo Centro: ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutto il personale. Fate un servizio pubblico fondamentale. Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Creerà condizioni migliori per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti. Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza. Grazie».

Andrea Tornielli


mercoledì 5 novembre 2014

Bolivia: la denuncia dell'Ong Progetto Mondo; l'83% dei detenuti è in attesa di giudizio

Ristretti Orizzonti
Giustizia minorile e diritti umani in Bolivia. Lo scorso 30 ottobre una delegazione di rappresentanti di istituzioni e società civile boliviani ha presentato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) a Washington un dossier sulla drammatica situazione dell'abuso della detenzione preventiva in Bolivia dei minori e giovani in situazione di conflitto con la legge, i più alti dell'intero continente americano: l'83% dei minori detenuti in carcere è in attesa di giudizio. Anche per reati minori i tempi di attesa di una sentenza possono protrarsi anche fino a tre anni.
Il dossier presentato a Washington è frutto dell'impegno che l'ong Progetto Mondo sta portando avanti da più di un decennio in Bolivia a favore dei minori e giovani in conflitto con la legge, grazie a progetti finanziati tra gli altri dal Ministero degli Affari Esteri, Unione Europea e Conferenza Episcopale Italiana (Cei).

Dopo un decennio di impegno in difesa dei minori e giovani, indebitamente rinchiusi nel carcere per adulti di San Pedro, l'Ong italiana, con immense fatiche, ha costruito e avviato a El Alto (La Paz) il Centro Qalauma, la prima struttura carceraria del Paese dedicata espressamente a minori e giovani con responsabilità penali (benché una riforma del 2001 preveda la separazione tra adulti-minori, la legge non era mai stata rispettata).

E inoltre, grazie a diversi progetti di cooperazione allo sviluppo (Qalauma, Liber'Arte, Justamente), l'Ong sta concretamente contribuendo alla riforma del sistema di giustizia penale minorile, nonché a un cambiamento reale delle condizioni di vita dei minori detenuti, con la promozione di un approccio ispirato alla giustizia restaurativa, e dunque alla creazione di misure alternative al carcere nel caso di reati meno gravi, o attraverso percorsi di reintegro sociale post carcere per coloro subiscono una condanna di detenzione.

Un dato su tutti testimonia quanto i risultati ottenuti siano realmente incoraggianti: dall'apertura del nuovo Centro Qalauma, nel 2011, il centro registra tassi di recidiva tra i più bassi di tutti gli istituti carcerari del Paese, inferiore al 4%. Progetto Mondo sta inoltre sperimentando con successo alcuni programmi pilota di formazione, educazione finalizzati al reinserimento post detentivo e pratiche restaurative attraverso la mediazione tra reo e vittima o la creazione di reti comunitarie per favorire i processi di risocializzazione dei giovani.

E proprio in base ai risultati ottenuti a Qalauma, su iniziativa della Gobernación si sta ora replicando lo stesso modello socioeducativo anche in altri centri di privazione di libertà per minori e giovani, in particolare nell'omologo Centro Cenvicruz inaugurato nel 2013 a Santa Cruz.

Nonostante le enormi difficoltà e i rallentamenti di vario tipo, l'impegno italiano è stato quindi premiato dal governo boliviano (a breve anche un accordo quadro tra Progetto Mondo e il Ministero di Giustizia boliviano) con una collaborazione per l'effettiva applicazione del nuovo "Codice del Bambino, Bambina e Adolescente" promulgato lo scorso 17 luglio e alla cui elaborazione ha attivamente partecipato Progetto Mondo insieme alle altre organizzazioni e istituzioni che costituiscono il Tavolo inter-istituzionale sulla Giustizia Minorile creato nel 2007.

A fine settembre si è svolto a La Paz un seminario internazionale sulla Giustizia Restaurativa conclusosi con la firma di una Dichiarazione (ribattezzata la "Dichiarazione di La Paz") che sancisce il formale impegno del Governo boliviano nel continuare il cammino di riforme intrapreso. Il documento, che ha in calce le firme di 100 personalità del mondo accademico e giuridico nazionale e internazionale, è stato firmato anche dal ministro di Giustizia Sandra Guiterrez. L'ultimo atto, di questo lungo processo di cooperazione che sta dimostrando un notevole impatto sulla vita dei minori e giovani in conflitto con la legge e, più in generale, a favore di un maggiore rispetto dei diritti umani in Bolivia, è senz'altro rappresentato dall'udienza svoltasi a Washington.

Al termine della relazione, infatti, i relatori speciali della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) si sono detti impressionati della gravità della realtà presentata, riconoscendo in ogni caso gli importanti passi in avanti realizzati e lo sforzo di collaborazione con le istituzioni nazionali. Relatore per Progetto Mondo Mlal è stato il coordinatore del Programma su Giustizia Giovanile Restaurativa, Roberto Simoncelli.

giovedì 10 luglio 2014

La Bolivia autorizza i bambini dai 10 anni di età a lavorare - Dura protesta ONG

Wall Street ItaliaAlcune ONG fra cui Anti-Slavery International e Human Rights Watch hanno protestato con il capo dello Stato boliviano, Evo Morales.

Bogotà- In Bolivia è permesso lavorare a partire dai 10 anni di età. Dopo il Senato, il Parlamento boliviano ha approvato, il 2 luglio, il nuovo codice dell’infanzia e dell’adolescenza che prevede di abbassare, in taluni casi, l’età minima legale per lavorare sotto i 14 anni.

"In via eccezionale, i servizi di difesa dell’infanzia potranno autorizzare bambini e adolescenti da 10 a 14 anni a lavorare, a condizione che l’attività non pregiudichi il loro diritto all’educazione e che non sia pericolosa – indica il testo di legge adottato dai parlamentari ai danni delle numerose associazioni che si oppongono al lavoro dei bambini.

In una lettera indirizzata al capo dello Stato boliviano, Evo Morales, alcune ONG fra cui Anti-Slavery International e Human Rights Watch hanno messo in guardia dai pericoli derivanti dall’abbassamento dell’età minima legale a 10 anni.

"Se i bambini da 10 a 12 anni sono autorizzati a lavorare non andranno a scuola e senza rendersene conto entreranno nel circolo vizioso della povertà e dell’analfabetizzazione – sostengono queste organizzazioni, ricordando che la Bolivia ha firmato nel 1997 la Convenzione 138 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che fissa l’età minima legale per lavorare a 14 anni "eccezionalmente per i paesi in via di sviluppo" (altrimenti a 15 anni).

Critiche che però non dovrebbero impedire al presidente Evo Morales di promulgare la legge nei prossimi giorni : "Non si dovrebbe limitare l’età dei bambini che lavorano – dichiarava già nel dicembre 2013, spiegando che lui stesso da piccolo lavorava. (Fonte: Le Monde.fr)

venerdì 25 ottobre 2013

Bolivia: 2mila bambini condannati a vivere in carcere insieme alle madri

Radio Vaticana
Si calcola che circa 2mila bambini in Bolivia non hanno altra alternativa se non quella di vivere nelle carceri con le rispettive madri che scontano le loro condanne. 


La vita dietro le sbarre è il prezzo che pagano per stare con le loro madri. Il Governo - riporta l'agenzia Fides - ha iniziato a "liberare" quelli con più di 11 anni a causa dei maltrattamenti che subiscono. 

Nel carcere di massima sicurezza di Miraflores, in pieno centro a La Paz, vivono una centinaia di detenute. Per evitare l'isolamento totale dei loro figli, ogni giorno le maestre li portano fuori. 

A Miraflores la maggior parte dei bambini ha meno di 6 anni, tuttavia nell'intero Paese sono molti i Centri dove anche gli adolescenti vivono in cella con i rispettivi genitori. 

In Bolivia si registra un'ampia lista di denunce di violenze ai minori negli istituti di detenzione. Alcune di queste violenze sono commesse dagli stessi familiari dei piccoli. 

Spesso le situazioni si aggravano a causa dell'abuso di alcool e droghe. Il Governo spera che entro la fine dell'anno gran parte di queste piccole vittime verranno portate fuori dalle prigioni del Paese.

venerdì 27 settembre 2013

Bolivia: a un mese da tragedia del carcere di Palmasola la Chiesa chiede un nuovo indulto

Radio Vaticana
"Purtroppo, il decreto presidenziale di indulto approvato senza prendere in considerazione le osservazioni e le proposte delle diverse istituzioni che si occupano del settore penitenziario non corrisponde agli intenti umanitari del presidente Evo Morales e non contribuisce neanche a mitigare la scandalosa situazione provocata dai ritardi della giustizia e la crescente violenza nei carceri".

È la posizione espressa dalla Chiesa boliviana in un comunicato nel quale giudica negativamente la portata limitata dell'indulto dello scorso 16 settembre che "vedrà fuori dal carcere appena 601 persone" in un sistema penitenziario segnato dal sovraffollamento causato in gran parte dai ritardi della giustizia.

La nota afferma che a beneficiare dell'indulto per sentenze penali di meno di otto anni saranno solo 18 adulti, 34 adolescenti e giovani, 12 malati, 15 malati gravi, 2 handicappati e 3 padri o madri di famiglia, mentre gli altri sono detenuti in via cautelare per delitti la cui pena è di meno di 4 anni.

"Di conseguenza, siamo convinti che ci sia stato un errore di valutazione, perché se la decisione è stata presa deliberatamente sulla base di questa previsione, rappresenta una beffa contro la popolazione carceraria", si legge nel comunicato firmato da mons. Jesús Juárez Párraga, arcivescovo di Sucre e responsabile della Pastorale penitenziaria e dal sacerdote Leonardo da Silva Costa, Coordinatore nazionale della Pastorale penitenziaria.

Tra le proposte della Chiesa spiccano un nuovo provvedimento presidenziale di clemenza che contempli l'estensione dell'amnistia e la riorganizzazione integrale del sistema penitenziario: nuove strutture carcerarie, efficienza del sistema giudiziario e programmi di riabilitazione e di reinserimento sociale. La Chiesa rinnova il suo impegno pastorale ad accompagnare spiritualmente le persone private della loro libertà e ad appoggiare le istituzioni responsabili della formazione e dell'assistenza sanitaria, giuridica, psicologica ed economica dei detenuti. Nella nota i vescovi colgono l'occasione per rinnovare la vicinanza della Chiesa alle famiglie e alle persone che hanno perso i loro cari nella tragica rivolta del 23 agosto nel carcere di Palmasola, nella quale persero la vita 30 persone tra cui un bambino.

sabato 14 settembre 2013

Bolivia: sovraffollamento delle carceri, il presidente Morales spinge per un nuovo indulto

www.atlasweb.it
Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha firmato questa settimana un decreto presidenziale che, se approvato i prossimi giorni dall'Assemblea Legislativa Plurinazionale, concederà l'amnistia ai detenuti per reati minori con pene pari o inferiori agli otto anni. Una misura "necessaria" per risolvere il sovraffollamento nelle carceri e il ritardo della giustizia nel paese.
Beneficeranno dell'indulto i detenuti con pene pari o inferiori agli otto anni che hanno commesso reati minori, i detenuti più anziani, gli adolescenti, i giovani fino ai 25 anni, le persone con malattie gravi o terminali, i disabili e i padri di famiglia con figli sotto i dodici anni.

Ne beneficeranno anche i detenuti processati e quelli in custodia cautelare il cui processo sia durato quattro anni. Ne restano fuori le persone condannate per omicidio, pedofilia, tradimento della patria, spionaggio, sequestro e traffico umano, terrorismo, separatismo ed estorsione.

Si tratta del secondo decreto di indulto in meno di un anno: in dicembre il governo ha approvato l'amnistia per circa 1.600 detenuti. Morales, riportano i media nazionali, ha precisato che "questo indulto avrà una durata di un anno perché il primo, di tre mesi, non ha lasciato abbastanza tempo ai familiari delle persone recluse per presentare la relativa documentazione".

L'83% degli oltre 13.800 detenuti in Bolivia è in stato di detenzione preventiva senza processo e i loro casi soffrono il cronico ritardo della giustizia del paese.

Negli ultimi mesi la Bolivia è finita sotto i riflettori di tutti i media internazionali dal momento che circa 2.100 bambini vivono nelle carceri con i propri genitori, una situazione inedita nel mondo, secondo l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Il carcere che presenta i maggiori problemi è quello di San Pedro, a La Paz, costruito per ospitare 600 prigionieri maschi, ma dove al momento ce ne sono 2.500. Il centro è oggetto di continue critiche per la sua precaria infrastruttura e la situazione di estrema insalubrità.
di Luca Pistone

martedì 10 settembre 2013

Testimonianze dalla Bolivia - Quando i bambini crescono in carcere

VPS
Dal Centro Qalauma, in Bolivia, Roberto Simoncelli, coordinatore di ProgettoMondo Mlal testimonia la realtà delle carceri boliviane, dove il 10% della popolazione è costituita da bambini e dove la settimana scorsa sono morte 31 persone carbonizzate.  Racconta delle lunghe file di bambini che, al mattino, lasciano le carceri per andare all’asilo o alle scuole elementari e di quanto si possa fare cooperando.

Il carcere di Palmasola,
luogo della rivolta
"A differenza degli altri 31 corpi carbonizzati, quello di Leonardito era l’unico riconoscibile. Perché Leonardito è l’unico bambino tra le vittime dell’inferno scoppiato nel carcere di Palmasola nella città boliviana di Santa Cruz. Venerdì 23 agosto, alcuni prigionieri della sezione riservata ai condannati considerati ad alta pericolosità (responsabili cioè di omicidi efferati e violenze sessuali) hanno tagliato la rete di ferro che li separava dai detenuti in attesa di giudizio e scatenato un regolamento dei conti terminato con 32 vittime e numerosissimi feriti.
La versione ufficiale sostiene che all’origine del massacro ci sia la brutale rivendicazione di molteplici interessi imperanti all’interno del carcere, quali il controllo del traffico di droga e alcool, del pagamento dell’assicurazione sulla vita prevista per i detenuti, della compravendita degli appartamenti, della riscossione del pagamento degli affitti. Detto questo, nessuno saprà mai le vere ragioni che hanno scatenato l’inferno. Il Centro penitenziario Palmasola ospita piú di 5.000 persone fra detenuti, familiari in visita e bambini e costituisce il vero centro operativo della criminalità della regione.
Se ti rubano l’auto, è probabile che, il giorno dopo, la chiamata per la riscossione di una somma pattuita ti arrivi direttamente dal carcere. Leonardito era uno dei numerosi bambini che in Bolivia vivono in carcere insieme ai genitori. Si stima che il 10% della popolazione carceraria sia costituito infatti da bambini. E ogni mattina, lunghe file di bambini lasciano le carceri boliviane per andare all’asilo o alle scuole elementari. Nelle carceri boliviane, bambini, adolescenti e giovani convivono con gli adulti e, anche per questo, sono vittime predestinate di maltrattamenti, violenze psicologiche, fisiche e sessuali, nonché delle condizioni subumane che caratterizzano ancora oggi il sistema carcerario boliviano.
Il sistema della giustizia boliviano è una bomba a orologeria. Il sovraffollamento, la corruzione, il ritardo della giustizia, la mancanza assoluta di programmi di riabilitazione, la mancata applicazione di misure alternative alla privazione di libertà e l’assenza di un sistema normativo specializzato per adolescenti costituiscono le caratteristiche fondamentali del sistema attualmente in vigore."
[...]

venerdì 30 agosto 2013

Infanzia negata - Bolivia, orrore nascosto: migliaia di bimbi in cella

Avvenire
«La cassa di Leonardito si notava subito, perché era la più piccola». Porta l’immagine dei funerali scolpita nella mente Roberto Simoncelli, coordinatore di Progetto Mondo Missionari laici America Latina (Mlal) in Bolivia. Trentatré feretri uguali contenenti i resti dei prigionieri morti nella rissa esplosa lo scorso fine settimana nel carcere di Palmasola, a Santa Cruz. A chiudere la fila, una “bara in miniatura”: quella di un bambino di un anno e mezzo.

Tanti ne aveva Leonardito, una delle migliaia di piccoli reclusi negli istituti penali del Paese andino. In cui i minori rappresentano almeno il 10 per cento della popolazione carceraria. Secondo le stime preliminari dell’amministrazione penitenziaria, i “baby carcerati” sono oltre 2.100. Un registro preciso, però, non esiste. Per fonti umanitarie, dunque, sarebbero molti di più. Un caso unico al mondo. Che l’assassinio di Leonardito – massacrato insieme al padre durante uno scontro fra detenuti per il controllo dell’istituto penale – ha catapultato sulla ribalta internazionale. 


Eppure non è la prima volta che i minori vengono uccisi o seviziati nelle prigioni boliviane. Appena due mesi fa, ha suscitato scalpore il caso di una ragazzina di 12 anni, rinchiusa insieme alla madre a San Pedro, nella capitale, rimasta incinta dopo ripetute violenze da parte di altri detenuti. Un dramma prevedibile dato che i minori condividono gli stessi spazi, malsani e sovraffollati, degli adulti. In quell'occasione anche l’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha espresso preoccupazione per quest’infanzia invisibile, condannata senza processo a crescere dietro le sbarre. «È una conseguenza dell’inattività dei servizi sociali. Non esiste un sistema che si preoccupi di trovare famiglie sostitutive per i figli dei prigionieri. I genitori, non sapendo a chi affidarli, li tengono con loro, ben oltre i sei anni consentiti dalla legge», spiega ad Avvenire Simoncelli.

A questo si aggiungono i bimbi nati in cella. E quelli “portati” dai familiari. Gli stessi parenti, cioè, non potendo mantenerli, accompagnano i ragazzini in visita ai genitori reclusi e li lasciano là. Del resto, in Bolivia, come in buona parte dell’America Latina, il controllo statale sulle prigioni è blando, quando non assente. A comandare sono gruppi di detenuti affiliati alle mafie: sono questi a “garantire” vitto e alloggio. Oltre a gestire ogni genere di traffico illegale. «I detenuti devono pagare per tutto, perfino per avere una cella», continua il coordinatore. Sono sempre le gang a decidere se e a quali condizioni i bambini possono restare. In genere, i familiari devono pagare “un’assicurazione sulla vita” di mille dollari, più un “affitto” mensile, che va dai 100 ai 750 dollari. Le prigioni sono in pratica un grande giro d’affari per la criminalità, ma anche per poliziotti e giudici corrotti: nella sola Palmasola, il traffico di droga rende 450mila dollari al mese.

Non esistono, inoltre, strutture apposite per i prigionieri minorenni, come prevede la legge. A parte il Centro Qalauma di El Alto-La Paz, terminato un anno fa dal Mlal, dopo un decennio di difficoltà, grazie al prezioso contributo della Conferenza episcopale italiana (Cei) e del governo di Roma. Qui sono ospitati 160 ragazzi tra i 16 e i 21 anni, che hanno la possibilità di frequentare la scuola o un corso professionale. «E gli effetti si vedono. Il tasso di recidiva è sceso dall’80 al 4 per cento. Per questo, stiamo cercando di costruire un altro centro a Santa Cruz – conclude Simoncelli –. Oltre a sensibilizzare il governo perché riformi il sistema di giustizia e favorisca le misure alternative alla detenzione, la vera soluzione del dramma carcerario boliviano».​​

lunedì 26 agosto 2013

Bolivia, scontri in carcere a Sant Cruz: 30 morti, tra loro un bambino

La Presse
La Paz (Bolivia),  - È salito ad almeno 30 morti e 60 feriti il bilancio degli scontri scoppiati ieri in Bolivia all'interno del carcere di massima sicurezza di Palmasola, fuori da Santa Cruz, nell'est del Paese. Lo fa sapere l'ufficio di Santa Cruz dell'Assemblea permanente per i diritti umani. Tra le vittime anche un bambino di un anno e mezzo. Due mesi fa le Nazioni unite si sono lamentate con il governo della Bolivia contestando la sua politica di permettere ai bambini fino a sei anni di vivere con i genitori in carcere. Si è trattato di scontri fra detenuti per il controllo degli spazi del carcere.

GLI SCONTRI E LE VITTIME. Sembra che a scatenare gli scontri sia stato il rifiuto della gang di una unità di celle a pagare ai rivali dell'altra un'unità. Questi ultimi avrebbero dunque attaccato circa all'alba, mentre la maggior parte dei detenuti stava dormendo. Molte delle vittime sono morte a causa di un incendio. I disordini sono cominciati infatti con l'esplosione indotta di una bombola di gas, che ha provocato un rogo. Molti dei corpi sono stati ritrovati bruciati. "Si è trattato di una battaglia per il controllo di due unità della prigione", ha spiegato ai giornalisti il capo nazionale della polizia, Alberto Aracen, aggiungendo che i detenuti dell'unità A hanno fatto esplodere la bombola intorno all'alba nell'unità B. Dopo l'esplosione si sono sentiti spari. Secondo quanto ha riferito il ministro dell'Interno, Carlos Romero, nell'attacco sono stati utilizzati anche coltelli e machete. Alle autorità sono servite oltre quattro ore per riportare la situazione sotto controllo.

PALMAROLA IL CARCERE PIU' GRANDE DELLA BOLIVIA. Il carcere di Palmasola, con i suoi circa 3.500 detenuti la maggior parte dei quali in attesa di processo, è la prigione più grande della Bolivia e secondo le autorità quello di ieri sera è stato l'episodio peggiore di violenza in carcere mai avvenuto nel Paese. Nonostante siano stati avvertiti spari non sono state sequestrate pistole. Il ministro dell'Interno ha fatto sapere che sono stati individuati i presunti leader della rivolta e che altri 50 detenuti sono stati messi in isolamento.

LA COSTERNAZIONE DEL PRESIDENTE MORALES. Il presidente boliviano Evo Morales ha espresso costernazione e ha fatto sapere di avere ordinato una indagine accurata. Le sue dichiarazioni sono state riportate dall'agenzia di stampa Abi.

sabato 6 luglio 2013

Bolivia: il carcere autogestito di La Paz finisce fra coca e stupri, governo vuole chiuderlo

Sette - Corriere della Sera
A San Pedro vivono 2.500 detenuti con famiglia senza guardie a controllarli. Lavorazione e vendita di droga all’interno erano note, ma dopo le voci di violenze il governo pensa di chiudere. 

Il governo di Evo Morales ha annunciato di voler chiudere definitivamente il carcere di massima sicurezza di San Pedro, situato nel cuore della capitale. Dal 18 luglio non saranno più ammessi nuovi detenuti, che saranno trasferiti verso altre strutture. Il carcere di San Pedro è oggi il più grande del Paese, inizialmente concepito per ospitare 700 detenuti, accoglie attualmente una popolazione stimata di oltre 2500 carcerati. 

Sono proprio loro, i detenuti, ad essere insorti in seguito alla decisione presa dal governo: “La nostra vita è qui, nella prigione, non possiamo neppure concepire un’altra vita altrove”. Nonostante l’opposizione di chi nel carcere ci vive ormai da anni, la decisione del governo e del capo della polizia penitenziaria sembra determinata: si è diffusa la voce che una ragazza di appena 12 anni, figlia di uno dei detenuti, sia rimasta incinta all’interno del carcere dopo una lunga serie di abusi subiti forse con la complicità del genitore. 

Un portavoce dei prigionieri, Ever Quilche, ha rapidamente dichiarato alla BBC che le accuse sono infondate e ha assicurato che la ragazzina continua a vivere in carcere e sta bene. Mentre le autorità stanno ancora conducendo le indagini in cerca di prove, il carcere torna ancora una volta a far parlare di sé: già conosciuto come uno dei maggiori “punti caldi” per la raffinazione e la distribuzione della cocaina in Bolivia, la struttura penitenziaria detiene un altro sorprendente primato, essendo l’unico caso al mondo di carcere totalmente autogestito, in cui i detenuti scontano la pena vivendo assieme alle famiglie, dalle mogli ai figli, lontani da ogni forma di supervisione. 

Le guardie, che si limitano a perquisire gli ospiti in entrata e ad impedire ai detenuti di uscire, dichiarano di non aver mai messo piede all’interno della struttura. 
La nostra richiesta di essere scortati tra le corti interne del carcere è stata accolta con incredulità: “Noi non possiamo entrare, sarebbe troppo pericoloso per noi”, dichiara una guardia all’ingresso. Fino al 2009 accedere al carcere era piuttosto semplice e molti turisti si concedevano una visita per acquistare della droga a basso prezzo, questo almeno fino a che un “gringo” non è stato ucciso all’interno della prigione, causando notevole imbarazzo al governo boliviano che si dichiarava all’oscuro di tutto. 

In seguito a questi fatti e al successivo silenzio stampa dell’amministrazione l’entrata nel carcere è stata rigidamente vietata a stranieri e giornalisti, ma dopo mesi di tentativi siamo riusciti ad ottenere un permesso speciale, una possibilità di testimoniare quella realtà unica, da cogliere con o senza la scorta della polizia. I primi passi nel carcere di San Pedro si svolgono in un grande cortile, dove i detenuti accumulano tutta la spazzatura in attesa che venga portata fuori una volta alla settimana. 

Questo è ciò che di fatto vedono le guardie dalla loro posizione all’ingresso, le tracce meno nobili di una vita clandestina trascorsa nelle sezioni più interne, lontana da ogni supervisione. Superato il primo cortile, ogni passo verso il cuore della prigione è accompagnato da un senso di incredulità e stupore: mentre i detenuti, per lo più narcotrafficanti, assassini o stupratori, ci raccontano le proprie storie, i loro figli giocano vicino a loro, mentre le mogli bevono qualcosa in uno dei numerosi ristoranti sorti spontaneamente nelle aree più interne del carcere. Alcuni detenuti stanno lavando i vestitini delle figlie più piccole, altri stanno acquistando un gelato o giocando a dama seduti nei tavolini all’ombra di un bar. 

Passando per i tunnel che collegano una corte all’altra ci spostiamo nell’area dove risiedono i detenuti condannati per reati violenti, dall’omicidio allo stupro: tra loro una donna incinta sta cullando la figlia mentre il marito pulisce i pavimenti dei bagni delle “signore”, vicino a loro, totalmente inconsapevoli del paradosso che rappresentano, un gruppo di bambini sta giocando a guardie e ladri. 

Nel carcere di San Pedro i detenuti possono vivere con le proprie famiglie: le mogli possono entrare e uscire liberamente, spesso lavorano tutto il giorno fuori dal carcere per poi raggiungere i mariti la sera, altre volte lavorano in uno dei numerosi negozi ed esercizi commerciali che i prigionieri costruiscono e gestiscono all’interno della struttura, dagli alimentari alle saune e alle piscine. 

I bambini escono la mattina per andare a scuola, ma il pomeriggio ritornano in carcere dove trascorrono gran parte del proprio tempo. Quando chiediamo se si verifichino mai abusi o violenze nei confronti di donne e bambini ci viene subito spiegato che, a differenza del mondo esterno dove i crimini possono restare impuniti, all’interno della prigione vige una politica di tolleranza zero nei confronti di ogni reato: “Questi bambini sono figli di qualcuno e quelle donne sono le mogli di qualcuno, e quel qualcuno è uno di noi, per questo non danneggi solo quella particolare persona o la sua famiglia, ma ci danneggi tutti”. 

Esistono ovviamente delle regole non scritte, per cui la pena è sempre proporzionata al crimine a va dalla mutilazione a, nei casi più estremi, l’omicidio. “C’è anche un italiano tra noi, è dentro da poco per narcotraffico, ve lo andiamo a chiamare”. Vittorio, di Brindisi, è entrato da poche settimane per aver trasportato “appena” 4 chili di cocaina oltre il confine boliviano, ma sembra avere già le idee chiare su come funzioni la vita a La Paz: “Sono stato per un periodo nel carcere di Busto Arsizio, ma questo non è neppure paragonabile, se quello è un carcere, allora questo non lo è. Qui se hai i soldi puoi vivere da Dio, con 7000 dollari compri una cella privata e stai da solo o con la tua famiglia. Le donne? Qui la gente fa più sesso di quanto ne faccia fuori in una vita intera, oltre alle mogli ci sono anche le prostitute… In generale puoi trovare qualsiasi cosa, da mangiare, da bere o anche ogni tipo di droga” ci racconta Vittorio all’ombra di un grosso cartellone pubblicitario della Coca Cola in uno dei cortili del carcere. “Ad un altro italiano che è stato qui per il mio stesso reato hanno dato 4 anni, io ora sono ancora in attesa del processo. Spero vada tutto bene, ma certo qui non posso dire di passarmela male, ci sono anche diversi detenuti che stanno imparando l’italiano. Poi Abbiamo i cellulari, la televisione in camera, internet, ci sono giochi e saune un po’ dappertutto, se hai abbastanza soldi puoi vivere benissimo”. 

Nel carcere si ripropongono quindi le differenze sociali del mondo esterno, se si hanno abbastanza soldi si può vivere con lussi nemmeno immaginabili in altri istituti di detenzione, ma se non puoi permettertelo l’unica alternativa sono le stanze comuni, da 25 posti ognuna, senza nemmeno i letti. Eppure i detenuti non vogliono lasciare il carcere, si oppongono alla sua chiusura e a volte decidono di rimanere anche dopo aver scontato la propria pena: per molti il carcere è - o è diventato - l’unica alternativa di vita, dove poter lavorare, vivere dignitosamente con la famiglia e, in alcuni casi, anche arricchirsi. Se molti scelgono la via dell’onestà e decidono di aprire una bottega all’interno del carcere, altri approfittano del fatto di vivere, di fatto, nell’unico posto in Bolivia dove la polizia non può arrivare e si dedicano quindi ad una delle attività più proficue della prigione: la sintesi e la distribuzione della cocaina. In Bolivia la produzione e il consumo della coca non è illegale, ma la raffinazione in cocaina è invece severamente punita. 

All’interno del carcere di San Pedro esistono però le “cucine”, dei laboratori improvvisati, chiusi a chiave con grossi lucchetti e guardati a vista, dove alcuni detenuti si dedicano ad un’incessante attività di produzione di cocaina. La distribuzione è spesso affidata ai bambini, che la nascondono negli zaini quando vanno a scuola la mattina. Alcuni dicono, forse non senza ragione, che un traffico di questa entità non potrebbe avvenire senza il tacito consenso del personale giudiziario. Il carcere di San Pedro ha quindi la capacità di far parlare di sé, nel bene o nel male: estraneo ad ogni definizione nota, è l’unico caso al mondo a sfuggire completamente al dibattito (attualissimo anche in Italia) sull’utilità e la missione di ogni struttura carceraria, tra i sostenitori di un carcere riabilitativo e quelli invece di una prigionia punitiva. San Pedro è un terzo polo, una forma di allontanamento dalla società ma non di isolamento, un modo per dire: “non potete certo vivere nella nostra società civile, vediamo come ve la cavate nella vostra”.

giovedì 4 luglio 2013

Bolivia: sovraffollamento delle carceri, si cerca di estendere l’indulto

www.atlasweb.com
Il governo boliviano sta studiando un piano per estendere l’indulto approvato lo scorso dicembre dal presidente Evo Morales. La Paz intende ora includere nella misura più di 2 mila detenuti al fine di alleviare il sovraffollamento nelle carceri del paese.


 Le autorità penitenziarie, riportano i media locali, hanno elaborato nuovi rapporti tecnici per chiedere a Morales di emettere un nuovo decreto presidenziale per un’ “estensione dell’indulto”. In totale, potrebbero beneficiarne circa 9 mila persone condannate per reati minori (soprattutto minori di 25 anni, donne incinte e chi ha commesso un reato per la prima volta), mentre tra i 1.200 e i 1.500 detenuti in custodia cautelare opteranno per un “processo abbreviato” per esserne soggetti.

 L’indulto approvato nel dicembre 2012 avrebbe dovuto interessare 1.900 persone, pari al 13% dei detenuti del paese. Tuttavia, su circa 400 detenuti che hanno presentato i documenti per beneficiare dell’indulto, solo 220 lo hanno ottenuto e altre 180 richieste sono state respinte, secondo i dati ufficiali di maggio. 

Con il nuovo piano, sarà concesso ai detenuti un maggiore arco di tempo per presentare i documenti richiesti per l’ottenimento dell’indulto. L’83% degli oltre 13.800 detenuti in Bolivia è in stato di detenzione preventiva senza processo e i loro casi soffrono il cronico ritardo della giustizia del paese. 

Nelle ultime settimane la Bolivia è finita sotto i riflettori di tutti i media internazionali dal momento che circa 2.100 bambini vivono nelle carceri con i propri genitori, una situazione inedita nel mondo, secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. 

Il carcere che presenta i maggiori problemi è quello di San Pedro, a La Paz, costruito per ospitare 600 prigionieri maschi, ma dove al momento ce ne sono 2.500. Il centro è oggetto di continue critiche per la sua precaria infrastruttura e la situazione di estrema insalubrità. Inoltre, di recente è stato segnalato anche il caso di una bambina di 12 anni lì violentata più volte da padre, zio e padrino. Il prossimo 14 luglio si terrà una cerimonia nel limitrofo municipio di Palca, durante la quale i contadini locali formalizzeranno la cessione allo stato di 20 ettari di terra per la costruzione di una nuova prigione per La Paz.

mercoledì 12 giugno 2013

Bolivia - Preoccupazione dei vescovi per l'aumento del numero di linciaggi

Radio Vaticana
La crisi economica si fa sentire oggi anche in America Latina e ha effetti devastanti sul tessuto sociale. Alcuni governi non hanno le risorse o gli strumenti tecnici per fronteggiare il diffondersi di violenza e criminalità. Servirebbero aiuti internazionali.
In Bolivia i vescovi sottolineano con preoccupazione l'aumento dei casi di 'linciaggio', giustificati dalla cosiddetta 'giustizia comunitaria'. In El Salvador la Chiesa plaude alla legge anti-maras, nata per contrastare il fenomeno delle bande giovanili e appena entrata in vigore.

Bolivia - Preoccupazione dei vescovi per l'aumento del numero dilinciaggi

Radio Vaticana
La crisi economica si fa sentire oggi anche in America Latina e ha effetti devastanti sul tessuto sociale. Alcuni governi non hanno le risorse o gli strumenti tecnici per fronteggiare il diffondersi di violenza e criminalità. Servirebbero aiuti internazionali.

In Bolivia i vescovi sottolineano con preoccupazione l'aumento dei casi di 'linciaggio', giustificati dalla cosiddetta 'giustizia comunitaria'. In El Salvador la Chiesa plaude alla legge anti-maras, nata per contrastare il fenomeno delle bande giovanili e appena entrata in vigore.