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domenica 18 settembre 2022

Siria, il martirio di un popolo continua ma il mondo ha chiuso gli occhi. La guerra non e finita e il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà

Globalist
In Siria, circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.
Un obbligo morale. Un dovere professionale: non spegnere i riflettori sulla tragedia siriana. Una tragedia che continua undici anni dopo l’inizio della guerra dichiarata dal “macellaio di Damasco”, al secolo il presidente Afez al-Asad, al suo popolo, “colpevole” di essere sceso in strada per reclamare libere elezioni, giustizia, diritti. La Siria, il martirio di un popolo continua.


La testimonianza di Grandi
Una nota ufficiale dell’Unhcr : “A seguito di una visita terminata ieri (15 settembre 2022), l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha esortato ad assicurare maggiore sostegno per far fronte alle drammatiche esigenze umanitarie rilevate in Siria. La visita dell’Alto Commissario mirava ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sui 14,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria nel Paese, di cui oltre 6,9 sono sfollati interni. Circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.

“È diritto di tutti vivere al sicuro e avere accesso a cibo, mezzi essenziali di sostentamento, acqua, alloggio e calore”, ha affermato Grandi. [...]

La piaga del colera
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la prima epidemia di colera confermata da anni nella regione: è necessaria un’azione urgente per prevenire ulteriori casi e morti, dicono dal Palazzo di Vetro.

Imran Riza, che rimane per il momento il rappresentante delle Nazioni Unite e il coordinatore umanitario in Siria, ha espresso seria preoccupazione per l’epidemia. Il numero di casi confermati di colera finora è di 20 ad Aleppo, 4 a Latakia e 2 a Damasco. Le Nazioni Unite in Siria chiedono ai paesi donatori di fornire urgenti finanziamenti aggiuntivi per contenere l’epidemia e impedirne la diffusione. [...]
L’epidemia si concentra nelle province di Aleppo e Deir al Zor. Si ritiene che derivi dall’acqua contaminata del fiume Eufrate, che scorre attraverso le province, e che viene usata sui raccolti.
L’epidemia è un indicatore della grave carenza di acqua in tutta la Siria causata dai cambiamenti climatici e dal conflitto. 


I numeri dell’emergenza umanitaria
La guerra ha provocato quasi 400mila morti e 200mila dispersi, secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Su una popolazione di 21 milioni di persone prima della guerra, 6,6 milioni sono fuggite dalla Siria per cercare rifugio all’estero, principalmente negli Stati vicini. Inoltre le statistiche rivelano che il 90 per cento della popolazione rimasta nel Paese è costretta a vivere sotto la soglia della povertà. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che più di 12 milioni di siriani, ossia il 60 per cento della popolazione, vive in situazione di insicurezza alimentare. In totale sono 14,6 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario, di cui 9,6 urgente.

L’illusione della pace
Il sanguinoso conflitto in Siria, in corso da più di undici anni e che ha finora ucciso almeno mezzo milione di persone, rischia di riaccendersi dopo l’inasprimento della tensione lungo diverse linee del fronte. Lo afferma o l’ultima relazione della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulle violazioni commesse in Siria. “La Siria non può permettersi un ritorno a combattimenti su larga scala, ma questo è ciò verso cui si sta andando”, ha affermato Paulo Sergio Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta.

“A un certo punto – ha detto Pinheiro parlando ai giornalisti a Ginevra e citato dai media siriani e libanesi – credevamo che la guerra in Siria fosse completamente finita (…) le violazioni documentate hanno dimostrato che non è così”.

La relazione di 50 pagine afferma che nonostante il fatto che numerosi fronti di guerra, a lungo attivi, si siano in apparenza pacificati, negli ultimi sei mesi si sono registrate numerose e gravi violazioni dei diritti umani fondamentali.


In particolare, si legge nella relazione dell’Onu, l’inasprimento di combattimenti e raid aerei nel nord-est e nel nord-ovest della Siria hanno provocato la morte di decine di civili. Le popolazioni sono inoltre private in diverse aree di cibo e acqua potabile.

Secondo la commissione d’inchiesta, negli ultimi tre mesi si è inoltre registrato un aumento dei bombardamenti aerei russi nelle regioni nord-occidentali, dove da anni sono ammassati circa 4 milioni di persone, fuggite negli anni da altre zone del martoriato paese.

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Inferno siriano
Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore.

Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. [...]
Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”, conclude Russell.

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lunedì 13 giugno 2022

Somalia, Etiopia, Kenya, 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione, senza interventi la loro vita è in serio pericolo.

Africa Rivista
Una “esplosione di morti infantili” è probabile e imminente nel Corno d’Africa se la comunità internazionale non dovesse intervenire con urgenza per scongiurare tale scenario, garantendo aiuti per gli oltre 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuti in Somalia, Etiopia e Kenya.


L’allarme è stato lanciato dall’Unicef, i cui operatori hanno raccontato alla stampa a Ginevra di aver incontrato genitori costretti a seppellire i propri figli lungo la strada mentre percorrevano centinaia di chilometri alla ricerca di assistenza medica.


Dopo quattro stagioni consecutive di mancate piogge nella regione orientale del continente africano, situazione che non si registrava da almeno 40 anni, nella sola Somalia sono almeno 386.000 i bambini che hanno urgente bisogno di cure salvavita a causa di una grave malnutrizione. 

Si tratta di una siccità peggiore di quella che colpì il Paese nel 2011, quando in Somalia si contarono 250.000 morti, soprattutto bambini, ha spiegato Rania Dagash, vice direttore dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le vite dei bambini nel Corno d’Africa sono a maggior rischio anche a causa della guerra in Ucraina e penso sia importante sottolinearlo, perché la sola Somalia importava il 92% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ora le linee di approvvigionamento sono bloccate”, ha rimarcato.

“Se il mondo non distoglie lo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa sta per verificarsi un’esplosione di morti infantili”, ha detto Dagash. Perché il numero di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuta è aumentato di oltre il 15% nell’arco di cinque mesi, e oggi in Etiopia, Kenya e Somalia si contano oltre 1,7 milioni di bambini che hanno urgente bisogno di cure. Ma non bastano gli aiuti salvavita, ha aggiunto, occorre investire in misure volte a rafforzare la resilienza, per salvare i mezzi di sussistenza delle persone e impedire loro di dover lasciare le proprie case, in cerca di cibo, acqua e assistenza sanitaria. Anche perché le ultime previsioni meteorologiche mettono in forse anche le piogge della stagione ottobre-dicembre, con la conseguente perdita di altri raccolti e di altri capi di bestiame per il venir meno delle fonti idriche.

Secondo l’Unicef, tra febbraio e maggio di quest’anno il numero di famiglie rimaste senza accesso ad acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni. Per aiutare le comunità a resistere alle sempre più frequenti siccità causate dai cambiamenti climatici, i team e i partner delle Nazioni Unite hanno dovuto scavare pozzi ancora più profondi di prima, in alcuni casi fino a due chilometri.

“Stiamo aiutando le famiglie rurali a rimanere dove si trovano garantendo trasferimenti di denaro salvavita per l’acquisto di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, nonché beni di sussistenza”, ha detto da parte sua Etienne Peterschmitt, rappresentante della Fao in Somalia, sottolineando che al momento il sostegno richiesto per il 2022 per garantire questa forma di assistenza “non si è ancora completamente concretizzato e centinaia di migliaia di somali corrono un rischio molto reale di morire di fame”.

Stando all’ultima analisi della Fao, 7,1 milioni di persone, ovvero il 45% della popolazione somala, sono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Simona Salvi

venerdì 6 maggio 2022

La guerra in Yemen, periferia dimenticata dal mondo - 30 milioni di persone in grave sofferenza - A rischio la vita di 2,2 milioni di bambini

Vatican News
La guerra in Ucraina può aggravare la grave crisi umanitaria e la fame nello Yemen: lo spiega il vicario apostolico emerito dell'Arabia meridionale, ricordando che 30 milioni di persone soffrono gravemente nel Paese della penisola in guerra da tempo, nel silenzio dei media. In un'ampia intervista con Vatican News, il vescovo mette anche in guardia dal trarre profitto dalla produzione di armi.


L'emergenza umanitaria nello Yemen che affama milioni di persone, ricordata dal Papa in tante occasioni ma dimenticata dal mondo e da quanti si sono stancati di sentir parlare di conflitto. La considerazione è al centro della lunga intervista a Vatican News del vescovo Paul Hinder, che ha ricoperto per più di un decennio l'incarico di vicario apostolico della penisola arabica, e le cui dimissioni per raggiunti limiti di età, sono state accettate domenica primo maggio dal Papa. 
Tragici i dati del Paese: su una popolazione di 31,9 milioni di persone, 23,4 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, secondo l'ONU. 17,4 milioni, cioè più della metà del totale, sono in condizioni di insicurezza alimentare acuta, e 2,2 milioni di bambini rischiano la vita.
Deborah Castellano Lubov 

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mercoledì 20 aprile 2022

Nell'Afghanistan dimenticato da gennaio sono morti 13.000 neonati per malnutrizione. Onu: 95% afgani non ha cibo sufficiente

Askanews
Hrw rilancia allarme Kabul; Onu: 95% afgani non ha cibo sufficiente.
Circa 13.000 neonati sono morti dall’inizio dell’anno in Afghanistan per malnutrizione e malattie causate da povertà e cattiva alimentazione. E’ quanto denuncia Human Rights Watch, rilanciando l’allarme del ministero della Sanità afgano sul tasso di mortalità infantile nel Paese.



Nei giorni scorsi, il vice rappresentante speciale Onu per l’Afghanistan, Ramiz Alakbarov, ha denunciato che “il 95% della popolazione non mangia cibo a sufficienza, con questa percentuale che sale a quasi il 100% per i capifamiglia di sesso femminile” e che “i tassi di malnutrizione acuta sono alti in 28 province su 34, con oltre 3,5 milioni di bambini che necessitano di cure nutrizionali”.

“Le persone in Afghanistan si trovano oggi ad affrontare una crisi di insicurezza alimentare e malnutrizione di proporzioni senza precedenti – ha aggiunto Alakbarov, che è anche coordinatore degli aiuti umanitari – il rapido aumento di quanti soffrono la fame acuta, da 14 milioni di luglio 2021 a 23 milioni a marzo 2022 – ha costretto le famiglie a ricorrere a misure disperate come saltare i pasti o a fare debiti senza precedenti per assicurarsi che ci sia del cibo in tavola alla fine della giornata”.



domenica 24 ottobre 2021

Sulle strade di Haiti tra fame e miseria. I giovani disperati in lotta per il futuro. Contro la fame i rapimenti come principale fonte di guadagno

La Repubblica
In un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni manca tutto: il cibo, l'energia elettrica, l'assistenza sanitaria. I più fortunati fuggono sperando di arrivare negli Stati Uniti. Per molti di quelli che restano i rapimenti sono diventati una delle principali fonti di reddito. Ieri il sequestro di diciotto missionari protestanti.


Vedere con i propri occhi i numeri del dramma di Haiti suscita per un verso sgomento, per l'altro sdegno assieme all'urgenza di gridarlo comunque. Chi ha letto il rapporto 2020 sulla fame e la denutrizione nel mondo redatto dalla Fao sa che il 48,2% della popolazione di Haiti (più di 5 milioni di persone, poco meno della metà della popolazione del Paese) patisce una fame cronica; il 21,9% dei bambini sotto i cinque anni soffre di arresto della crescita, il 6,5% muore. Il 70% della popolazione è senza assistenza sanitaria, il 60% senza accesso all'elettricità, il 27% vive sotto la soglia di povertà...e si potrebbe continuare.

Mentre atterro a Port au Prince, capitale di questa nazione martoriata, ho in mente anch'io questi e molti altri tragici numeri che ho letto per prepararmi a un breve viaggio. Vengo da Santo Domingo, e chi ha fatto questo volo si accorge della frontiera tra i due Paesi dal cambio di paesaggio: verde quello da dove viene e il deserto quello dove si atterra. E già questo mette sull'avviso. Quando poi la macchina che mi accompagna inizia ad attraversare la città, lo spettacolo di nugoli di bambini e cumuli di spazzatura mi assorbe: i numeri diventano volti (quale fra la ventina dei più piccoli che ho visto non festeggerà i cinque anni?). Neanche le frenate brusche per evitare le infinite buche delle strade dissestate mi distraggono. Al più mi ricordano che dobbiamo mantenere la velocità elevata e rimanere attaccati alla macchina della scorta: proprio ieri hanno rapito diciassette missionari protestanti - in una delle numerose zone abbandonate del Paese - e non è il caso di fare soste o deviazioni.

Il business dei rapimenti
I rapimenti sono diventati, così mi raccontano, una delle principali fonti di reddito di non pochi giovani che hanno fatto di questa attività l'unica fonte di reddito della loro vita. Non ci sono praticamente prospettive di lavoro...la più prospera è quella dei rapimenti. Il 70% della popolazione è sotto i 30 anni! I giovani più fortunati, e i pochi che non si arrendono malgrado tutto, sperano di prendere al più presto il diploma e di volare negli Stati Uniti: anche loro pretendono un pezzetto del sogno americano, e non importa se questo significa abbandonare il loro Paese, le loro famiglie, i loro amici. Haiti sembra non avere nulla da dare al 70% della sua popolazione che ha meno di 25 anni. Se poi sono donne, il destino è ancora più triste e pieno di violenza: sopravvivere alla fame non è sempre foriero di buone notizie. Lo sfruttamento delle ragazze e delle bambine è abitudine quotidiana.

Mi mostrano alcuni articoli che raccontano come si scappa da Haiti. Per raggiungere gli Stati Uniti un giovane Haitiano deve andare nella vicina Santo Domingo e da lì prendere un volo per il Cile, l'unico Paese del continente americano che non chiede il visto. Dopo alcune settimane di lavoro per racimolare qualche soldo si mette in marcia e, a piedi (sì, a piedi!) inizia un viaggio che dura anche tre mesi e che attraversa tutto il Centramerica. Chi resiste a passaggi in mare, superamento di valichi montani e attraversamento di foreste, si trova a un certo punto il Rio Grande che segna il confine tra Messico e Stati Uniti e il muro che in tutti i modi cerca di contenere questa onda continua. Sono dati che conosco, ma sentire i racconti carichi di rabbia e delusione e vedere le immagini delle persone travolte dal flusso delle acque del fiume volutamente innalzate per "pulire" il Rio Grande è un'altra cosa.

La speranza nel lavoro di associazioni e ong
Il vuoto politico e culturale di questa nazione - la tragedia dell'assassinio del Presidente rende il vuoto politico ancor più drammatico - sposta la speranza all'esterno dei suoi confini: ogni visitatore è accolto con favore ed è destinatario di una richiesta di aiuto. Insistono: qui manca totalmente la speranza per il domani e l'oggi è invivibile. 

Ci sono esempi e me li presentano di Ong e associazioni straniere che hanno progetti di risanamento e di sviluppo. Mi commuovono alcuni giovani di Sant'Egidio che con la "scuola della pace" si impegnano a far crescere più serenamente, per quanto possibile, i bambini di uno slam della capitale. Ma è come la goccia nel mare, o meglio nel deserto di vita e di speranza. Mi chiedono di parlare di loro al Papa, convinti che la sua autorità morale possa innescare un rinnovamento in una popolazione che non riesce a trovare al suo interno una forma strutturata e feconda per affrontare la situazione in cui versa.

Penso al recente discorso che Papa Francesco ha rivolto ai movimenti popolari latinoamericani in cui ha lodato la loro capacità di accompagnare e fare crescere un popolo e mi chiedo se possa valere anche qui. Vedo un popolo resiliente che attende un nuovo futuro per il proprio Paese.
Vedo il bene che fanno, anche a medio termine quei progetti che, seppur avviati da soggetti stranieri, fanno crescere le realtà locali chiedendo di diventare protagonisti del loro futuro e, dono ancor più prezioso di soldi e contributi, offrono loro un motivo per farlo.

Il grido di aiuto di questa popolazione giovane e martoriata risuona sempre più prepotente nella mia testa e nel mio cuore: da oggi ha la forma della giovanissima madre il cui sguardo incrocio in uno "slum" della capitale, o del giovane vescovo di Anse-à-Veau che mi racconta dell'infinito disastro prodotto da un terremoto che ha colpito la sua città.

Il grido di aiuto di una nazione non può essere inascoltato. Men che meno dall'Europa che questa isola magnifica ha, lungo i secoli, diviso, depredato e infine abbandonato. In diversi mi chiedono perché l'Italia non riapre l'ambasciata ad Haiti chiusa diversi anni fa. Io mi chiedo come possiamo tornare a camminare insieme a questo popolo, dismettendo le vesti terribili dei colonizzatori e assumendo quelle amichevoli dei compagni di viaggio. Perché, in questo mondo ormai fattosi stretto, ci possiamo salvare solo insieme: noi, ormai avanti negli anni, e i giovanissimi ragazzi che stazionano rumorosamente lungo le strade tutto il giorno senza che nessuno faccia qualcosa per loro. Solo insieme. Ci salveremo.

Vincenzo Paglia -  Presidente della Pontificia Accademia per la vita



sabato 3 luglio 2021

Tigray - Guerra dimenticata - Nella regione del conflitto la fame uccide centinaia di persone, si teme una catastrofe umanitaria

Il Bo Live
Dopo quasi otto mesi di conflitto, le armi in Tigray hanno smesso di sparare. Il premier etiope Abiy Ahmed (primo ministro dell'Etiopia dal 2018 e premio Nobel per la pace nel 2019) ha annunciato lo scorso 28 giugno un cessate il fuoco «unilaterale e incondizionato» di circa tre mesi.
Getty Images

Una decisione presa, secondo quanto dichiarato dal premier, per ragioni umanitarie. Centinaia di migliaia di tigrini stanno infatti affrontando, la peggior carestia degli ultimi dieci anni da quando cioè, tra il 2010 e il 2012, una pesantissima carestia ha colpito la Somalia uccidendo più di un quarto di milione di somali, più della metà dei quali, bambini. L'Etiopia non è nuova alle carestie. Quella che ha colpito il Paese negli anni '80 è considerata come uno delle peggiori catastrofi umanitarie del XX secolo che tra il 1983 al 1985 ha portato a circa un milione di morti per fame e milioni di persone sfollate.

La guerra nel Tigray ha avuto inizio a novembre 2020, dopo mesi di tensioni tra governo federale e governo regionale del Tigray controllato dal Fronte di liberazione del Tigray (TPLF), un partito che per molto tempo aveva dominato la scena politica nazionale dell’Etiopia e che aveva iniziato a perdere importanza dopo l’insediamento del governo di Abiy. 
Nonostante lo stesso premier a novembre avesse dichiarato che la guerra civile era finita e che il TPLF era stato sconfitto, i conflitti non sono mai cessati. È stata definita la ‘guerra oscurata’, questa, perché quanto è stato raccontato (quando se ne è parlato) spesso è stato reso in maniera parziale. Anche per questo Onu, Usa e Ue hanno più volte chiesto commissioni di inchiesta indipendenti nel tentativo di fare chiarezza. 

È stata una guerra dura quella nel Tigray che ha portato due milioni di sfollati interni, migliaia di morti, violenze, massacri, la distruzione di paesi, interi villaggi e di quasi tutti degli ospedali. Una guerra subdola che ha usato anche come armi di guerra lo stupro di massa e la fame.

Secondo quanto riferito dall’Unicef, a causa del conflitto, circa 350.000 persone nella provincia del Tigray ad oggi sono gravemente minacciate dalla fame, mentre in tutta l’Etiopia, il Paese più popoloso del Corno d'Africa,quasi due milioni di persone si trovano in situazione di emergenza alimentare e oltre il 60 per cento della popolazione, più di 5,5 milioni di persone, è a rischio. Una classificazione, questa, stilata sulla base dell’Integrated Food Security Phase Classification, un sistema usato dalle agenzie umanitarie per determinare i livelli di crisi alimentare di un Paese.

A causa della guerra, sono tante le persone, specialmente nelle aree rurali, che non hanno potuto ricevere aiuti a causa dei blocchi imposti agli accessi dai gruppi armati. Tantissime sono state anche quelle in fuga verso altri territori e quelle che hanno perso il raccolto e mezzi di sussistenza.

Le armi dovranno tacere fino a settembre, per tutta la durata della stagione agricola. "Un’opportunità per i contadini di coltivare la loro terra – ha esplicitato il comunicato con il quale il governo ha annunciato il cessate il fuoco - per i gruppi umanitari di operare e per le forze ribelli del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray di riprendere il cammino della pace".

Francesca Forzan

Link Correlati: La Repubblica: Etiopia, l'appello di un villaggio del Tigray: "Aiutateci, almeno 125 persone già morte di fame" - 30 giugno 2021

giovedì 3 giugno 2021

Etiopia - Dopo sette mesi di guerra nel Tigrai continuano violenze e stupri e la fame uccide. Distrutti 80% raccolti e 90% bestiame. 2 milioni di sfollati

Avvenire
L’Onu fa i conti della crisi: «L’80% dei raccolti nell’area è andato distrutto mentre il 90% del bestiame è stato abbattuto o requisito» Ancora violenze e stupri.

Lapresse

Lo spettro della fame incombe sul Tigrai e il mondo si gira dall’altra parte. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno chiesto al Consiglio di sicurezza Onu di varare urgenti misure per evitare la carestia. 

Il sottosegretario generale per gli Affari umanitari Mark Lowcock ha scritto in una nota, che il «20% dei sei milioni di abitanti della regione settentrionale etiope dopo sette mesi di conflitto sta affrontando una seria penuria di cibo». L’80% del raccolto nell’area, che vive di agricoltura, è stato distrutto o saccheggiato mentre il 90% del bestiame è stato ucciso o requisito. 

Secondo Lowcock gli sfollati sono 2 milioni. Per l’Onu l’accesso degli aiuti è peggiorato ancora con attacchi, ostruzioni e ritardi al- le operazioni umanitarie. Inoltre gli stupri – commessi da truppe eritree ed etiopi secondo le testimonianze raccolte da operatori, Ong e e media internazionali – rimangono «diffusi e sistematici e le infrastrutture pubbliche continuano ad essere distrutte».
1,2 milioni
i tigrini che secondo l’Onu stanno affrontando una seria penuria di cibo nella regione 2 milioni sono gli sfollati interni della regione che affollano le città e che hanno bisogno urgente di aiuti
150 mila
gli sfollati interni ospitati soltanto a Macallè dove sopravvivono in condizioni spesso drammatiche

1,4 milioni
i bambini che non possono frequentare le scuole nella regione dilaniata dal conflitto
Siamo distratti dalla pandemia, ma questa guerra deve finire. Lo dico a chi crede: serve la nostra preghiera per la pace perché questa gente non si senta abbandonata», conclude Magnus MacFarlane-Barrow. Intanto dopo la denuncia dell’Onu e i servizi della Cnnle forze armate etiopi ed eritree hanno rilasciato quasi tutti i 500 giovani rapiti dai campi per sfollati di Sciré, nel nord-ovest. 
L’accusa ai i militari è di aver torturato e abusato i prigioneri per estorcere loro la confessione di essere membri del partito nemico del Tplf, che ha guidato l’Etiopia fino al 2018, è stato messo fuorilegge per “terrorismo” dal Parlamento di Addis Abeba e continua la guerriglia.

Paolo Lambruschi



mercoledì 30 settembre 2020

Nel Sud Sudan provato dalla guerra, livelli di fame catastrofici per una serie di alluvioni

greenreport.it
Le piogge torrenziali hanno lasciato centinaia di migliaia di senzatetto e gonfiato i campi profughi di chi era fuggito dalla guerra civile

Il World food programme (Wpf) ha lanciato un nuovo terribile allarme su quanto sta accadendo in Sud Sudan, lo Stato più giovane dell’africa che non ha ancora trovato la pace. Circa 700.000 persone sono in gravissime difficoltà dopo che una serie di alluvioni hanno colpito tutto il Paese, paese, sommergendo centri abitati, coltivazioni e bestiame.

Matthew Hollingworth, direttore del Wfp in Sud Sudan ha sottolineato che «Più di 36 contee del Paese sono sott’acqua, le alluvioni hanno sommerso interi villaggi, case, fattorie, uccidendo il bestiame e mettendo fine ai mezzi di sussistenza».

La situazione sembra particolarmente grave negli Stati di Jonglei e Unity, dove sono stati sommersi centri sanitari e abitazioni, molte comunità sono isolate e gli animali «giacciono morti nei campi». Le scuole che avrebbero dovuto aprire la prossima settimana «sono piene di senzatetto». Secondo Hollingworth, «L’inondazione è probabilmente la peggiore degli ultimi 60 anni, Le piogge di quest’anno sono iniziate prima che le acque alluvionali dell’anno scorso si fossero ritirate completamente».

Il Wfp dice che circa 5,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, la metà della popolazione totale del Sud Sudan.

venerdì 10 aprile 2020

Coronavirus. Lo studio Unu: con la crisi fame per oltre mezzo miliardo di poveri in più. Medio Oriente e Africa indietro di 30 anni

Avvenire
Secondo una ricerca dell'Unu, l'università delle Nazioni Unite, avremo il primo aumento della povertà globale dal 1990. In Medio Oriente e Africa passo indietro di 30 anni

La crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus farà aumentare la povertà nel mondo per la prima volta dal 1990 e nel caso peggiore potrebbe ridurre in povertà più di mezzo miliardo di persone.

Tre studiosi del centro di ricerca sullo sviluppo economico dell’Università delle Nazioni Unite (Unu) – Andy Sumner, Chris Hoy e Eduardo Ortiz-Juarez – hanno provato a stimare l’impatto del virus sulla povertà a livello mondiale. La ricerca delinea tre possibili scenari, dal più ottimistico al più pessimistico: in quello migliore il calo medio del reddito pro capite delle famiglie sarebbe del 5%, in quello intermedio del 10% e in quello peggiore del 20%.

Gli studiosi dell’Unu hanno stimato il possibile impatto sulla povertà secondo questi scenari. A seconda di dove si colloca la soglia di povertà il punto di partenza e i risultati sono diversi: oggi ci sono 759 milioni di persone che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno, 1.898 milioni di persone sotto i 3,2 dollari al giorno e 3,27 miliardi di persone sotto i 5,5 dollari al giorno.

Nel caso migliore, quello di un calo dei redditi del 5%, scivolerebbero sotto la più severa delle soglie di povertà 85 milioni di persone, mentre 135 milioni andrebbero sotto i 3,2 dollari a testa e sarebbero 124 milioni le persone che tornerebbero sotto la soglia dei 5,5 dollari quotidiani a testa. Nello scenario di una caduta dei redditi del 20% sarebbero ben 420 milioni le persone che finirebbero sotto la soglia degli 1,9 dollari al giorno, mentre 581 milioni scenderebbero sotto i 3,2 dollari al giorno e 523 milioni sotto i 5,5 dollari al giorno. Il numero di poveri nel mondo, se si usa il criterio più esteso dei 5,5 dollari al giorno, passerebbe così da 3,27 miliardi a 3,79 miliardi.

«Questi potenziali aumenti sarebbero equivalenti a un passo indietro di almeno un decennio nella riduzione della povertà mondiale» notano i ricercatori, sottolineando come la ricerca abbia dei limiti (ad esempio usa uno standard unico a livello mondiale e non considera altri tipi di povertà), ma in ogni caso la crisi complicherà molto la possibilità di raggiungere l’obiettivo di ridurre la povertà entro il 2030, il primo degli obiettivi di Sviluppo sostenibile. In aree come il Medio Oriente, il Nordafrica e l’Africa Subsahariana il livello di povertà tornerebbe addirittura a quello dei primi anni ‘90.

Riprendendo i dati dell'analisi di Unu, l'organizzazione non governativa Oxfam ha rilanciato l'allarme aggiungendo alcune richieste specifiche al G20, che si riunirà il prossimo 15 aprile: sospensione delle sanzioni e dei pagamenti dei debiti dei Paesi in via di sviluppo; garanzie per 1000 miliardi di liquidità aggiuntiva sempre per i Paesi in via di Sviluppo; mobilitazione di 500 miliardi di aiuti allo Sviluppo.

Pietro Saccò

sabato 7 dicembre 2019

Yemen, se la guerra finisse adesso i bambini soffriranno per 20 anni fame e povertà.

Asia News
Il costo del conflitto pari a 29 miliardi di dollari per la comunità internazionale in termini di aiuti. Secondo il rapporto Irc è la nazione in cui un più alto numero di persone sperimenta insicurezza alimentare. Miliband: la situazione attuale specchio di anni di “impunità” e di sostegno delle potenze occidentali.

Sana’a  - Almeno 20 anni: è questo il tempo che servirà, se la guerra dovesse finire oggi e così non sembra, ai bambini nello Yemen per tornare al livello di malnutrizione “minore” fatto registrare prima dell’inizio del conflitto. È un quadro allarmante, quello che emerge dall’ultimo rapporto - pubblicato in questi giorni - dall’International Rescue Committee (Irc), secondo cui il conflitto nel Paese arabo costerà, se dovesse continuare per altri cinque anni, almeno 29 miliardi di dollari alla comunità internazionale in risorse e aiuti umanitari.

Intitolato “La guerra distrugge i nostri sogni”, il documento di 20 pagine conferma che lo Yemen è oggi la nazione al mondo in cui un numero più vasto di persone vivono una situazione di insicurezza alimentare. E la situazione appare in continuo peggioramento: meno di un anno si è parlato di carestia per alcune aree del Paese e sono i più piccoli a subirne gli effetti peggiori.

La nazione araba, già da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Ad oggi il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti.

Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e - fonti Onu - innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”. Circa 24 milioni di yemeniti (pari all’80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria e 16 milioni vivono sull’orlo della soglia di povertà. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.

Secondo il rapporto il conflitto non ha diminuito l’influenza iraniana; anzi, esso avrebbe rafforzato le posizioni separatiste e destabilizzato ancor più la regione, creando al contempo maggiore insicurezza anche in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau). Ripercussioni si sono registrate anche a livello globale in termini di scorte energetiche e diffusione di gruppi terroristi, fra i quali al-Qaeda e l’Isis.

Le “terribili” previsioni odierne, afferma il presidente e Ceo Irc David Miliband, sono specchio e costo di anni di “impunità”. Ciò che è peggio, aggiunge, “è che la guerra in Yemen si è perpetrata con il sostegno attivo sul piano militare e diplomatico di Stati Uniti, Regno Unito e altre potenze occidentali”. 

I soli aiuti umanitari, conclude, “non possono risolvere questa situazione di malessere” ed è oggi più che mai necessaria una forte “azione diplomatica” a sostegno dei negoziati.

lunedì 24 giugno 2019

Guerre dimenticate - La strage silenziosa della fame in Yemen, in 3 anni morti 85 mila bimbi sotto i 5 anni

La Stampa
Quasi 85mila bambini sono morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto tuttora in corso nel paese arabo. 

Lo riferisce un rapporto pubblicato oggi dall’ong Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. 

Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (Unicef) ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen. 

La guerra ha provocato in tutto oltre 10mila vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. 

L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

sabato 15 giugno 2019

Sud Sudan, 7 milioni soffrono la fame. La guerra civile a causato migliaia di vittime e il blocco dell'economia.

Africa - Missione e cultura
Almeno sette milioni di persone soffrono la fame in Sud Sudan, un numero mai raggiunto prima: a lanciare l’allarme, le tre agenzie Onu Fao, Unicef e World Food Program, in una nota congiunta

«Nei prossimi mesi si prevede che il 61% della popolazione dovrà affrontare livelli estremi di insicurezza alimentare – riferiscono le tre agenzie – ed entro la fine di luglio circa 6,96 milioni di sud-sudanesi dovranno affrontare livelli acuti, o addirittura peggiori, di mancanza di cibo».

Saranno circa 21.000 le persone, si stima, esposte a una catastrofica mancanza di accesso al cibo, mentre circa 1,82 milioni di persone saranno nella Fase di emergenza e altri 5,12 milioni di persone nella Fase 3 della scala delle carestie. 

Tra le cause del peggioramento della situazione, le piogge scarse e giunte in ritardo, e il prezzo elevato del cibo che ne limita l’accesso a una grande parte della popolazione, che si aggiungono alla scarsità di scorte del misero raccolto del 2018.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo. Raggiunta l’indipendenza nel 2011, è subito sprofondato in una sanguinosa guerra civile che ha causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati. L’insatbilità diffusa ha bloccato l’economia locale.

venerdì 15 febbraio 2019

Africa, sempre più fame: 257 milioni sono denutriti 1/5 della popolazione. 59 milioni di bambini colpiti da arresto della crescita

Avvenire
Secondo l'Onu è cresciuto di 34,5 milioni in un anno il numero di coloro che soffrono la denutrizione nel continente: in totale sono 257 milioni. «Cruciali le rimesse degli emigrati».



I nuovi dati presentati nel rapporto congiunto delle Nazioni Unite, l'Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition (Panoramica regionale dell'Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione) indicano che 257 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica in Africa, capovolgendo i passi avanti realizzati negli ultimi anni.


Quali sono le regioni africane più colpite?
Nel 2017 il 20% della popolazione africana era denutrita. Dei 257 milioni di denutriti, 237 milioni vivono nell'Africa sub-sahariana e 20 milioni nell'Africa settentrionale. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite indica che, rispetto al 2015, ci sono 34,5 milioni di persone denutrite in più in Africa, di cui 32,6 milioni nell'Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell'Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all'aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall'Africa orientale.


Quali sono le conseguenze sui bambini?
A causa della denutrizione, i bambini sotto i 5 anni colpiti da arresto della crescita sono 59 milioni (30,3%), di contro i bimbi sotto i 5 anni in sottopeso sono 9,7 milioni (5%). A livello regionale, la diffusione dell'arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi Paesi sono sulla buona strada per raggiungere l'obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza. Il numero di bambini in sovrappeso è particolarmente alto nell'Africa settentrionale e meridionale. Secondo il rapporto regionale, i progressi verso la realizzazione degli obiettivi nutrizionali globali dell'Organizzazione mondiale della sanità sono molto lenti nel continente.

Che influenza ha il clima sulla fame?
In molti Paesi, in particolare nell'Africa orientale e meridionale, condizioni climatiche avverse dovute a El Niño hanno portato a un calo della produzione agricola e all'aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. La situazione economica e climatica è migliorata nel 2017, ma alcuni Paesi continuano a risentire della siccità e delle scarse precipitazioni. Ma a preoccupare sono innanzitutto gli eventi climatici più estremi e l'aumento della variabilità climatica, che "stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione". Nell'ultimo decennio questi eventi estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l'anno e causato annualmente danni per 670 milioni di dollari in tutto il continente africano.

Che ruolo hanno le rimesse degli emigrati?
Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna, si avverte nel Rapporto dell’Onu, "svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil africano e rappresentano un'opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare".

Paolo M. Alfieri

venerdì 28 dicembre 2018

La guerra dimenticata e la fame in Yemen hanno ucciso 85.000 bambini. Un paese condannato a morire per il disinteresse del mondo

Globalist
Questi i numeri agghiaccianti dopo quattro anni di guerra: 20 milioni di yemeniti soffrono la fame, 65mila non sono in grado di sfamare i propri figli.


Venti milioni di yemeniti, dopo quattro anni di guerra, soffrono la fame. Non perché il cibo non ci sia, ma perché l'inflazione dovuta alla guerra ha raggiunto livelli esasperanti per due terzi della popolazione, che non può permettersi di sfamare i propri figli.
Una guerra dimenticata, quella in Yemen, eppure definita dall'Onu come la peggiore crisi umanitaria dell'era moderna: di questi 20 milioni, 65mila sono in condizioni di povertà assoluta e 85mila è il numero dei bambini sotto i cinque anni morti di fame in quattro anni. 

Una strage di innocenti in una guerra che ha il suo responsabile nel modo vergognoso in cui il principe saudita Mohammed bin Salman, indicato dalla Cia tra l'altro come mandante dell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, sta conducendo la sua battaglia contro i ribelli iraniani.
La conseguenza è che i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati del 137% e la coalizione saudita ha imposto al governo dello Yemen, totalmente incapace di reagire alla situazione, delle restrizioni sull'importazione di beni, tra cui cibo, medicina e carburante. 

Questo per strangolare i ribelli a scapito, ovviamente, della popolazione. Senza contare che i continui raid aerei hanno distrutto fattorie, campi coltivabili e strozzato completamente l'economia.
Un paese condannato a morire, mentre il mondo resta a guardare.

sabato 3 novembre 2018

Yemen - Morta per fame a sette anni in un campo profughi, Amal Hussain. La sua storia in un reportage del NYT

HuffPost
La sua fotografia pubblicata una settimana fa in un reportage del New York times che ha fatto discutere. La madre: "Il mio cuore è spezzato".

Foto: New York Times
E' morta di fame in un campo profughi ieri Amal Hussain, la bambina yemenita di sette anni denutrita, la cui fotografia pubblicata sul New York Times il 26 ottobre scorso, in un reportage intitolato "La Tragedia della guerra saudita", è diventata il simbolo della guerra di cui nessuno parla in Occidente e della crisi umanitaria in cui è precipitato il paese.

La notizia della morte è stata data al New York Times dalla famiglia. "Il mio cuore è spezzato. Amal sorrideva sempre. Ora ho paura per i miei altri figli", ha testimoniato ieri Mariam Ali, la mamma.
I tentativi di cure per Amal, accanto la madre - Foto: New York Times
A scattare la foto era stato il premieo Pulitzer Tyler Hicks che nei giorni scorsi aveva spiegato come fosse stato "difficile" ma anche "importante" fotografare Amal. La sua immagine "riassume davvero come fame e malnutrizione siano diventate una tragedia nello Yemen", aveva detto.

Il quotidiano americano aveva denunciato che le immagini pubblicate avrebbero potuto "essere inquietanti come nulla abbiamo pubblicato prima. Ma c'è una ragione per cui abbiamo deciso di farlo. Abbiamo pensato che avremmo fatto un torto alle vittime di queste guerra se avessimo pubblicato immagini sterilizzate che non riflettono pienamente la loro sofferenza".

sabato 13 ottobre 2018

Giornata alimentazione: 821 mln soffrono fame, 672 mln obesi

AnsaMed
Con un minuto di silenzio ''per ogni bambino che ancora muore di fame'' il vice ministro agli Affari Esteri, Emanuela Del Re ha aperto i lavori della Giornata mondiale dell'alimentazione in occasione della quale la Farnesina ospita una conferenza internazionale sugli obiettivi per lo sviluppo sostenibile. 



Una conferenza ''operativa'' ha auspicato Del Re perché ''per raggiungere l'obiettivo che ci siamo proposti 'fame zero' entro il 2030 è necessario fare passi concreti subito''. ''E' dunque necessario - ha aggiunto - restituire a queste giornate di confronto il valore che meritano, il valore dell'azione''.

I numeri parlano chiaro: la fame uccide di più dell'aids e della tubercolosi. Sono 821 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2017, il 60% di loro sono donne. Circa il 70% delle popolazioni più povere vive in aree rurali e lavora in agricoltura. Il 45% delle morti infantili è dovuto alla denutrizione mentre 151 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni soffrono di rachitismo. Di contro 1,9 miliardi di persone, oltre un quarto della popolazione mondiale sono in sovrappeso.

Gli obesi sono 672 milioni e 3,4 milioni di persone muoiono ogni anno per problemi legati all'obesità.

giovedì 11 ottobre 2018

Cesvi - Indice Globale della Fame 2018 - Migranti: 124 mln di affamati nel mondo, 68,5 mln scappano

AnsaMed
Sono 124 milioni le persone che soffrono di fame acuta e 68,5 milioni di individui in tutto il mondo abbandonano la propria casa. 


Sono alcuni dei dati contenuti nella tredicesima edizione dell'Indice Globale della Fame (GHI) di Cesvi, presentati oggi a Milano presso Palazzo Clerici. 

Secondo l'indice, sono 51 i Paesi del mondo in cui i livelli di fame e malnutrizione mondiale sono molto preoccupanti. E dei 79 Paesi che presentano un livello di fame "moderato, grave, allarmante ed estremamente allarmante", solo 29 raggiungeranno l'Obiettivo Fame Zero fissato dalle Nazioni Unite entro il 2030. 

Globalmente, secondo l'indice GHI, circa 124 milioni di persone soffrono di "fame acuta", mentre 151 milioni di bambini sono affetti da arresto della crescita e 51 milioni da deperimento. Le regioni del mondo più colpite sono l'Asia meridionale e l'Africa a Sud del Sahara.

A livello mondiale, infine, il fenomeno delle persone costrette ad abbandonare la propria casa ha raggiunto proporzioni enormi. Le stime UNHCR parlano di 68,5 milioni di individui in tutto il mondo, tra cui 40 milioni di sfollati interni, 25,4 milioni di rifugiati e 3,1 milioni di richiedenti asilo. Il GHI 2018 evidenzia comunque che dal 2000 la fame e la malnutrizione sono diminuite.

venerdì 21 settembre 2018

Allarme Save the Children: Yemen, 5 milioni di bambini rischiano di morire di fame

Ansa
Sono più di 5 milioni i bambini che rischiano di morire di fame in Yemen, secondo Save the Children. Lo riferisce Gulf Times.

"Milioni di bambini non sanno quando o se arriverà il loro prossimo pasto" ha dichiarato Helle Thorning-Schmidt, CEO di Save the Children International. 

"Questa guerra rischia di uccidere in Yemen una generazione intera di bambini che affrontano diverse minacce, dalle bombe alla fame, a malattie che si possono prevenire come il colera - ha aggiunto - In un ospedale che ho visitato nel nord dello Yemen, i neonati erano troppo deboli per riuscire a piangere, i loro corpi erano stremati dalla fame". 

Dal 2015 è in corso un conflitto in Yemen tra le forze governative, sostenute dalla Coalizione Araba a guida saudita, e le milizie Houthi: in questi tre anni le vittime sono state circa 10mila, soprattutto fra i civili.

giovedì 13 settembre 2018

Onu allarme: fame nel mondo in continua crescita. 821 mln soffrono fame, oltre 150 mln bambini colpiti

Askanews
Roma – Nuove prove continuano a segnalare che il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo è in crescita, raggiungendo nel 2017, 821 milioni, vale a dire una persona su nove, secondo lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel mondo 2018 pubblicato oggi. 




Sono stati compiuti progressi limitati nell’affrontare le molteplici forme di malnutrizione, che vanno dai ritardi della crescita dei bambini all’obesità degli adulti, mettendo a rischio la salute di centinaia di milioni di persone.

La fame è cresciuta negli ultimi tre anni, tornando ai livelli di un decennio fa. Questa inversione in atto manda il chiaro avvertimento che occorre fare di più e con urgenza se si vuole raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di Fame Zero entro il 2030.

La situazione sta peggiorando in Sud America e nella maggior parte delle regioni dell’Africa, mentre la tendenza in calo della sotto nutrizione che ha caratterizzato l’Asia sembra aver rallentato in modo significativo.

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite ha rilevato che la variabilità del clima che influenza l’andamento delle piogge e le stagioni agricole, oltre ad estremi climatici come siccità e alluvioni, sono tra i fattori chiave dietro l’aumento della fame, insieme ai conflitti e alle crisi economiche.

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sabato 26 maggio 2018

Venezuela, la responsabile delle "Damas salesianas": “È come se fossimo in guerra”

La Stampa
Eliana Ghirardi descrive la situazione drammatica del Paese: «Mancano medicine, si muore anche per una influenza. Il prezzo dei beni al supermercato cambia mentre sei in coda per pagare».


Eliana Gherardi, 56 anni, è responsabile internazionale della formazione delle Damas salesianas (Ads), organizzazione nata in Venezuela cinquant’anni fa. Il gruppo, presente in tutto il mondo, si occupa di aiutare la popolazione venezuelana sotto tanti punti di vista: dall’istruzione alla sanità, passando per i bisogni primari delle persone che oggi, in Venezuela, faticano a trovare anche da mangiare. «Non siamo in guerra, ma è come se lo fossimo». Così Eliana riassume la situazione difficile del suo Paese in questo momento. Dopo l’elezione di Maduro, non riconosciuta dai Paesi del G7 e da molti oppositori politici, la situazione non è cambiata, anzi. «Da dicembre a oggi il tracollo è stato velocissimo. Non si riesce neppure a spiegare».

La situazione del Venezuela è problematica da diverso tempo: mancano cibo, acqua, medicine. Cosa hanno significato le elezioni? «La gente ha dimostrato di non essere d’accordo con queste elezioni non andando a votare, le strade erano completamente vuote, era tutto vuoto. Le persone sono rimaste in casa per dimostrare che non volevano prendere parte a questo voto. Formalmente, si sarebbe dovuto tenere a dicembre. Ma dal punto di vista sociale, per adesso, non è cambiato nulla, anzi: il governo non permette l’apertura di canali umanitari quindi non arrivano aiuti internazionali. La crisi economica è molto dura e si prevede che sarà ancora peggio. Il prezzo dei beni al supermercato cambia anche mentre sei in coda per pagare. Possiamo dire che in qualche modo è come se fossimo in guerra».

La crisi economica è grave e l’inflazione altissima. Come sopravvivere nella quotidianità?
«Nel mercato ufficiale del governo il cambio è un dollaro per 70 mila bolivar. Ma in quello non ufficiale, dove tutti noi dobbiamo cambiare i soldi, arriva anche a 1 milion1 di bolivar. Lo stipendio, se va bene, è di due milioni: la carne costa cinque milioni al chilo, per dare un’idea. Non si riesce a comprare nulla, manca tutto. E il mercato nero fiorisce».

Nei mesi scorsi siete spesso stati definiti dai media “un popolo in coda”: è ancora così? «Certo. Le persone sono in coda prima di tutto in banca per ottenere i contanti anche solo per prendere l’autobus e andare al lavoro. Ma la maggior parte di loro non ci riesce. Sono in coda al supermercato ma non sanno mai cosa trovano. E se possono permettersi di comprare qualcosa».

Il problema è anche sanitario. Come uscire dalla fase di stallo?
«Non ci sono medicinali, non possiamo importarli. Ogni giorno muoiono bambini di malattie banali, anche di influenza. Stanno tornando la malaria e altre malattie debellate. Non c’è acqua, non c’è cibo. Non puoi lavarti o lavare quello che mangi. C’è però un “mercato nero” anche di medicine di aiuto. Dalla Colombia riusciamo a far arrivare qualcosa e abbiamo anche alcune farmacie venezuelane che fino a poco tempo fa riuscivano a comprare via internet. Chi riesce a uscire dal Paese, come me, riporta indietro qualche medicinale e si cerca di andare avanti così. Noi come Damas salesianas abbiamo degli ambulatori: per i 50 anni dell’organizzazione, compiuti il 13 maggio, abbiamo scelto di radunare medici e medicine per vaccinare e aiutare quanti più bambini possibile. Ma molti medici lasciano il Paese, sono parte di quei 4 milioni di persone che se ne sono andate».

Il vostro ruolo, in quanto organizzazione religiosa sul territorio, è quindi importantissimo. Come operate?
«Tutte le organizzazioni religiose si sono mobilitate e si mobilitano ogni giorno. Lo facciamo insieme. Il Venezuela è un Paese profondamente cattolico per questo per noi rimanere lì è naturale e il ruolo è importante. Aiutiamo come possiamo: fornendo pasti, medicine ma tanti offrono anche una casa ai bambini abbandonati dalle famiglie che non possono più mantenerli. Si fa qualsiasi cosa pur di dare una mano».
Come si avverte nel Paese il ruolo della Chiesa, del Vaticano?
«Il Papa parla spesso del Venezuela nei suoi discorsi. Il ruolo del Nunzio Apostolico è stato importante per provare a mediare tra governo e opposizione ma non è riuscito a cambiare le cose. Noi rimaniamo nel Paese perché in fondo è una questione di fede: vogliamo che le cose cambino, vogliamo aiutare. La fratellanza è la base di tutto, non possiamo tirarci indietro. Siamo un sassolino, che però dà fastidio e finché restiamo sentiamo la speranza che le cose cambino».

Come?
«Serve l’arrivo di un uomo forte che guidi verso un cambiamento. Forse ci serve il nostro Mandela. Ma oggi non c’è. Le fratture nei blocchi al potere possono essere un segnale che un cambiamento è possibile. Ma non si vede ancora la fine, non è facile. È come se vivessimo in prigione. Uscire dal Paese, venire qui a Torino, per me è stato come respirare per un momento la libertà. Ma nonostante questo dobbiamo rimanere, per aiutare e per cambiare le cose».

Camilla Cupelli