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sabato 8 maggio 2021

Diritti umani - Mentre l'Italia riapre, gli anziani nelle Rsa in eterna zona rossa, isolati da parenti e amici. La denuncia di Sant'Egidio.

La Repubblica
"Rsa, eterna zona rossa". La denuncia di Sant'Egidio sugli anziani isolati nonostante i vaccini.
Rapporto della Comunità sulle case di riposo: "Anche con le immunizzazioni, la vita lì resta insostenibile". Il 64% delle 237 strutture esaminate non consente visite. Meno del 20% ha una stanza degli abbracci. Solo la metà è organizzata con le videochiamate. Il presidente Impagliazzo: "Bene le risorse per rafforzare l'assistenza domiciliare".



Il Covid ha colpito gli anziani non solo sotto il profilo sanitario, ma anche perché ha aumentato il loro isolamento in Rsa e Case di riposo, che sono ormai "un'eterna zona rossa". La denuncia arriva dalla Comunità di Sant'Egidio che ha svolto un'indagine nazionale, su 237 strutture in 11 città e 10 regioni italiane. 
"La vita in Rsa o in Casa di riposo si è fatta durissima, insostenibile. Malgrado appelli, evidenze scientifiche e le raccomandazioni delle istituzioni sugli effetti nefasti della solitudine e dell'isolamento, e nonostante le vaccinazioni, nelle strutture per anziani dobbiamo constatare che nulla è cambiato" 
Dall'indagine risulta che il 64% delle strutture esaminate non consente alcun tipo di visita ai propri ospiti, e solo il 15%ammette, oltre ai parenti, amici e volontari; la cosiddetta stanza degli abbracci di cui si è a lungo parlato, dopo un anno è presente in meno del 20% delle strutture esaminate; il servizio delle video-chiamate è presente in meno della metà delle strutture; nel 61,18% delle strutture analizzate è proibita ogni tipo di uscita, comprese quelle per effettuare esami medici specialistici. L'assistenza religiosa, diritto fondamentale, è assente nel 65%delle strutture.

"Quello che chiediamo - afferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio - è che questi diritti negati vengano immediatamente ripristinati e che si proceda poi ad un ripensamento profondo, come è scritto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ad una 'riconversione' di queste strutture verso un modello di assistenza che consenta realmente ai nostri anziani di essere curati e sostenuti sul territorio, a casa propria".

Il video della conferenza stampa di Marco Inpagliazzo
Presidente della Comunità di Sant'Egidio


Sant'Egidio dunque chiede: "Che vengano consentite le visite in sicurezza a parenti e volontari, attraverso la fornitura di dispositivi Dpi all'ingresso e mediante l'effettuazione di tamponi; che vengano considerate le maggiori fragilità degli ospiti che non hanno alcun legame familiare effettivo; che vengano predisposti spazi adeguati, interni ed esterni alle strutture, per consentire le visite con dignità e in sicurezza; che le modalità di predisposizione delle visite siano 'adeguate' nella loro durata temporale (almeno 30 minuti) e negli orari stabiliti (mattina e pomeriggio); che venga consentito agli ospiti vaccinati l'uscita dalle strutture per effettuare visite mediche e, nel caso di ospiti autosufficienti, anche l'espletamento di necessità legate alle loro attività quotidiane interrotte da un anno; che vengano ripristinate le attività di riabilitazione e socializzazione; che venga effettivamente implementato un servizio di video-chiamate concretamente utilizzabile da tutti gli ospiti, anche da quelli parzialmente o non autosufficienti; che venga garantita la fruizione da parte di tutti gli ospiti dell'assistenza religiosa ove richiesta".

"Le Rsa - ha proseguito Impagliazzo - sono un sistema fuori controllo perchè sono in un regime di monopolio. Il sistema della istituzionalizzazione, che finora è l'unica risposta che ha saputo dare il paese ai nostri anziani, non può funzionare. E non funzionava già prima del Covid. C'è una sproporzione tra il costo di queste strutture e la qualità di servizio che erogano".

Impagliazzo ha poi ricordato che "l'assistenza domiciliareintegrata in Italia è ridotta a nulla: 18 ore all'anno per anziano". Questo fa si che le residenze siano "fuori controllo perchè sono l'unica risposta. Per uscire da questa mancanza di diritti l'unica soluzione è quella di differenziare".

Il presidente di Sant'Egidio ha lodato la proposta di usare le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza per aumentare l'assistenza domiciliare. "Esprimiamo grande soddisfazione per le parole di Draghi e per il modo in cui il Pnrr ha immaginato il futuro dei nostri anziani".

martedì 22 dicembre 2020

Amnesty - Il rapporto "Abbandonati" sugli anziani: «Nelle Rsa durante la prima ondata Covid violati i diritti umani»

Io Donna
La Ong raccoglie nel rapporto "Abbandonati" le indagini sulle carenze nelle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali durante la pandemia, sia nei confronti degli ospiti che del personale

Anziani abbandonati. In Italia, migliaia di ospiti delle Rsa durante la prima ondata di Covid 19 hanno perso la vita. E il ritardo nell’emanazione di provvedimenti adeguati, o la loro totale mancanza, si sono spesso tradotti in violazioni dei diritti umani, dal diritto alla vita, alla salute, alla non discriminazione.


Il rapporto “Abbandonati”, che nasce da una ricerca condotta da Amnesty International Italia, è una fotografia impietosa su cosa sia successo nelle strutture per anziani in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

L’indagine ha messo in luce le lacune delle istituzioni italiane a livello nazionale, regionale e locale nell’adottare misure tempestive per proteggere la vita e la dignità delle persone anziane nelle case di riposo nel corso dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

sabato 23 maggio 2020

Drammatiche cifre degli anziani morti di Covid negli istituti - Firma l'appello di Sant'Egidio: "Senza anziani non c'è futuro"

Ansa
"Nella pandemia del Covid-19 gli anziani sono in pericolo in molti Paesi europei come altrove. Le drammatiche cifre delle morti in istituto fanno rabbrividire".


E' da questa preoccupazione della Comunità di Sant'Egidio sul futuro delle nostre società che nasce un appello - "Senza anziani non c'è futuro" - diffuso oggi a livello internazionale "per ri-umanizzare le nostre società" e contro una "società selettiva". 

Primo firmatario Andrea Riccardi, insieme a personalità come Romano Prodi, Juergen Habermas, Jeffrey Sachs, Felipe Gonzalez, Hans Gert Pottering, il card. Matteo Zuppi, Irina Bokova, Giuseppe De Rita e altri. 

L'appello è rivolto a cittadini e istituzioni, per un deciso cambiamento di mentalità che porti a nuove iniziative, sociali e sanitarie, nei confronti delle popolazioni anziane. 

"Con questo appello - vi si legge - esprimiamo il dolore e la preoccupazione per le troppe morti di anziani di questi mesi e auspichiamo una rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani".



giovedì 23 aprile 2020

La campagna dei Giovani per la Pace per salvare gli anziani esposti a rischi letali: #SalviamoINostriAnziani: troppi morti nelle case di riposo. È ora di cambiare.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Circa il  50% dei modi da Covid-19 sono anziani che erano ricoverati negli Istituti.
Il movimento "Giovani per la Pace" lancia una campagna per salvare gli anziani dai rischi letali a cui sono esposti.






#SalviamoINostriAnziani: troppi morti nelle case di riposo. È ora di cambiare. Unisciti alla campagna social dei Giovani per la Pace





domenica 12 aprile 2020

Svezia - Coronavirus - Dispone la "soluzione finale" per over 80 e over 60 con patologie. Niente respiratori se scarseggiano.

Ansa
Drammatica e preoccupante situazione in Svezia. Se dovessero cominciare a scarseggiare i posti in terapia intensiva in Svezia per l'emergenza coronavirus i medici dovranno escludere le persone di 80 anni e quelle di 60-70 che hanno altre patologie. 
Sarebbero queste le indicazioni date agli operatori sanitari svedesi dal Karolinska Institute di Stoccolma secondo un documento pubblicato sul sito del quotidiano Aftonbladet. In pratica gli anziani che hanno più di 80 anni non sono considerati una priorità così come non lo sono quelle di 70 anni «che hanno un problema a più di un organo» e i 60-70enni «sui quali si riscontra una patologia su più di due organi». 

Stando al documento, inoltre, se una persona che viene contagiata dal Covid-19 è già gravemente malata la decisione dei medici dovrà basarsi non solo sull'età anagrafica ma anche su quella biologica. Interpellate dal quotidiano le autorità sanitarie svedesi hanno assicurato che non ci saranno carenze di posti in terapia intensiva. 

Bjorn Eriksson, direttore della sanità di Stoccolma, ha spiegato che al momento ci sono oltre 300 letti, di cui 79 ancora liberi. Ma secondo dati Ue, la Svezia è il Paese europeo con il più basso numero di posti in terapia intensiva.

domenica 5 aprile 2020

Coronavirus - Anziani - Marco Impagliazzo: "Tsumani nei luoghi di cura e assistenza spazza via una generazione. Più reti familiari e solidali, meno istituti."

Avvenire
È un tempo difficile, questo. Sentiamo il peso della riscoperta della fragilità, la sentono i nostri anziani, in particolare quelli ospiti negli istituti, nelle Rsa. Di loro ha parlato il Papa durante l’Angelus di domenica 29 marzo: «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo...».
Siamo tutti rimasti scossi, infatti, da quanto accaduto in tante residenze per anziani, nel Nord, ma anche in altre zone d’Italia: il contagio che arriva e colpisce tanti, in successione; l’ambiente che dovrebbe proteggerti diviene la prigione in cui un nemico invisibile può imperversare con facilità. In tanti, troppi, luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte a uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Ma forse c’è poco di 'naturale' in quanto sta avvenendo, frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti, con il risultato di concentrare tanti deboli e tanti fragili in uno stesso luogo.
[...]
È fondamentale pensare già oggi a un domani diverso, dopo aver scoperto la nostra fragilità. Il virus, purtroppo, porta a termine un’operazione di 'scarto' (Bauman) di chi è anziano iniziata molto prima. Mentre ci sarebbe stato bisogno di potenziare attorno a chi è più avanti negli anni una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventasse garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti, è cresciuto il numero degli istituti e il numero di coloro che ne oltrepassavano la soglia.

Conosciamo forse la folgorante battuta di don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato gli istituti». Un modello basato sull’allontanamento dalla rete sociale e dal concentramento di coloro che sono in maggiore difficoltà, di fronte all’avanzare del coronavirus ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. 


Le case di riposo sono istituzioni che rispondono a un bisogno. In molte di esse c’è attenzione e cura per gli ospiti, la consapevolezza di quanto l’umanità sia il primo requisito da preservare e condividere. Eppure, quanto sarebbe stato meglio investire su un sostegno alla famiglia per permettere di far restare a casa l’uomo e la donna fragili, come saremo tutti noi, prima o poi! Per il futuro se ne dovrà tenere conto.
[...]
Marco Impagliazzo
 

venerdì 15 novembre 2019

Gli anziani aumentano, ma mancano le badanti: meno 210mila in 7 anni. La chiusura agli immigrati causa disagio agli anziani, lavoro nero e mancato gettito da contributi

Avvenire

Le richieste sono in crescita, ma aumenta il lavoro nero o "grigio". Stranieri penalizzati per la mancanza di "quote" di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti "decreti flussi".


L’«esercito della salvezza» per centinaia di migliaia di anziani (e di loro famiglie) conta oltre 850.000 uomini; anzi, per la maggior parte si tratta di donne... E sono una "legione straniera". Parliamo dei lavoratori domestici, cioè colf e badanti, che a fine 2018 ammontavano esattamente – secondo gli elenchi Inps – appunto a 859.233, di cui 613.269 immigrati: un quarto esatto dei 2,4 milioni di lavoratori stranieri presenti nel Belpaese. 


Eppure le badanti risultano in calo: come mai? Ci sono forse meno anziani da assistere? Tutt’altro: l’utenza è in crescita ma – con essa – è in aumento purtroppo il lavoro nero. «Nel 2012 – spiega infatti Andrea Zini, vice-presidente dell’Associazione nazionale Datori di lavoro domestico (Assindatcolf) – i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nel comparto erano 823mila. Quindi in 7 anni si sono persi 210mila contratti, a causa di una politica che non ha saputo riformare il welfare familiare e valorizzare questa forza lavoro, contribuendo al contempo al dilagare del lavoro 'nero' o 'grigio' che nel settore ha percentuali altissime: si stima infatti che 6 domestici su 10 siano irregolari, ovvero 1,2 milioni di lavoratori». 

La stessa Assindatcolf presenta una fotografia aggiornata del settore grazie al Dossier Statistico Immigrazione 2019 elaborato da Idos Centro Studi e Ricerche e presentato ieri a Milano. Gli stranieri sono indispensabili soprattutto nel settore della cura e dell’assistenza domiciliare, dove la loro incidenza supera il 70% del totale, ma di fatto sono penalizzati per la mancanza di 'quote' di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti 'decreti flussi'.

«Dal 2011 in poi – chiarisce Luca Di Sciullo, presidente Idos – l’Italia ha sostanzialmente bloccato i canali d’ingresso legali agli stranieri che intendano venire stabilmente per motivi di lavoro. Tanto che ad oggi, per molti migranti economici, l’unica possibilità di entrare in Italia è quella di unirsi ai flussi di chi arriva come richiedente asilo, pur non avendo i requisiti per il riconoscimento. Una situazione che da una parte penalizza il mercato del lavoro, lasciando scoperti ambiti a forte domanda di manodopera estera e aumentando il lavoro nero, e d’altra parte complica la già critica gestione dell’immigrazione, sciupando un potenziale beneficio per la società e lo Stato».

Da qui l’appello alla politica: «È necessario tornare a una programmazione dei flussi d’ingresso, prevedendo quote dedicate a lavoratori non stagionali e modificando anche il sistema di rilevazione del fabbisogno. Si devono prendere in considerazione, oltre alle esigenze delle imprese, anche quelle delle famiglie, superando così una delle tante contraddizioni di una gestione miope».

venerdì 13 settembre 2019

Italia - Muore in carcere malato a 82 anni. Condannato per aver aiutato gratuitamente un immigrato irregolare

Avvenire
Egidio, malato e costretto a scontare in cella l’aiuto dato allo straniero. «Erano meglio i servizi sociali»

Nove mesi di galera per aver portato un migrante irregolare in Italia. Nessun passaggio di denaro, nessuno scambio di favori. Lo aveva fatto gratis. Ma la legge è legge, e quello si chiama «favoreggiamento dell’immigrazione irregolare». 

Perciò Egidio a 80anni passati è finito in galera. Ne è uscito da morto. Non di vecchiaia, ma di tumore. La giustizia avrà avuto le sue ragioni. Che poi si sia trattata di una sentenza 'giusta', è tutto da vedere. La storia, raccolta e rilanciata dall’agenzia Agi per la firma di Manuela D’Alessandro, è sconcertante. Il vecchio Egidio, che il suo avvocato Letizia Tonoletti ricorda come «operaio saldatore e giramondo in pensione», in carcere a Parma «spesso doveva attaccarsi a una macchinetta per respirare». 

E insomma «non doveva finire in una prigione». Il giorno prima del suo decesso, il 6 settembre, il magistrato di Sorveglianza ha autorizzato la detenzione domiciliare in ospedale. Troppo tardi. L’uomo era stato condannato nel 2017 a tre anni e mezzo di carcere dal Tribunale di Ancona. Nel 2012 avevano trovato un uomo dentro a un baule legato sopra al suo furgone, sbarcato con un traghetto dalla Grecia all’Italia. 

«Dopo essere stato denunciato, il mio assistito non ha più ricevuto notizie di quel procedimento perché spiega l’avvocato – ha cambiato domicilio dimenticandosi di comunicarlo alla magistratura ». Dopo la sentenza sono arrivate le forze dell’ordine a rinfrescargli la memoria. Per il diritto penale si tratta di un reato ostativo, che cioè non consente alternative alla detenzione in cella. Unico modo per evitare la galera sarebbe stata una perizia medica che non ne consentisse la permanenza in una casa circondariale. Istanza che, in casi come questo, può essere depositata solo dopo che il condannato sia stato arrestato. 

A maggio di quest’anno l’avvocato Tonoletti si è fatta avanti chiedendo i domiciliari. Anche in questo caso, però, la scelta non è stata facile. Egidio, infatti, a causa della condanna aveva perso anche l’assegno assistenziale a integrazione della misera pensione. Insomma, stare a casa da solo, senza una rete di solidarietà intorno, gli avrebbe restituito la libertà ma non la tranquillità. Ai primi di settembre, il giudice del tribunale di Sorveglianza di Reggio Emilia conferma al difensore che avrebbe concesso la detenzione domiciliare solo dopo le dimissioni dall’ospedale. 

Egidio, infatti, tempo prima aveva scoperto di essere affetto da un cancro, trascorrendo periodi di ricovero in ospedale prima di venire arrestato. Che non si trattasse di un delinquente di mestiere, del resto senza alcun precedente, lo prova il non avere comunicato il cambio di residenza. «Se l’avesse fatto, un legale avrebbe potuto chiedere di patteggiare una pena che non comportava il carcere – spiega ancora Tonoletti – o, almeno, fare appello, fermando così l’esecuzione della pena». 

Scorciatoie giudiziarie ben note ai mestieranti dell’illegalità, non certo a un povero vecchio. Comunque siano andate le cose, questa brutta storia una cosa la suggerisce: «Sarebbe giusto – suggerisce il legale – che, davanti a casi che coinvolgono soggetti così fragili, la magistratura, prima di emettere l’ordine di esecuzione, allerti i servizi sociali»

Nello Scavo

sabato 27 luglio 2019

Photo of the day. Le nonne di Campoli con i «nipotini» migranti

Avvenire
Questa foto, scattata in un piccolo paesino della provincia di Benevento, Campoli del Taburno, sta facendo il giro del web. Nell'immagine tre signore, zia Nicolina, zia Vincenza e zia Maria sono sedute all'aperto e in braccio tengono tre bambini ospiti del centro di accoglienza. 



Lo scatto è stato pubblicata sulla pagina Facebook "Sei di Campoli se...." che è stata inondata di commenti positivi. «Integrazione, accoglienza, bellezza» scrive Orsola, che in poche parole riesce a sintetizzare tutto quello che esprime la foto. 

Poi il ricordo, quasi nostalgico, di uno dei nipoti delle anziane: «Pensare che 37 anni fa ero su quelle stesse gambe – scrive Federico – avvolto dallo stesso sorriso e adesso a km di distanza e con qualche anno in più, sono contentissimo di poter condividere le stesse emozioni con un bambino che non conosco ma che merita tutto e di più, sei bellissima nonna, ovviamente belle e belli i soggetti ritratti».

domenica 21 luglio 2019

Prima gli italiani ma ... Gli anziani italiani non si curano più. Terapie costose e tempi lunghi.

Avvenire
Tempi troppo lunghi di attesa per accedere alle prestazioni, visite specialistiche e ticket sanitari costosi, mancanza di strutture ambulatoriali e carenza di medici nel territorio. 


Roberto Messina, FederAnziani: «L’allarme c’è: l'età media sale e i soldi pubblici non sono sufficienti, i cittadini si sono stancati, governo e parlamento devono intervenire»

Aumentano, in Italia, gli ultrasessantacinquenni che, scoraggiati dalle difficoltà, rinunciano a curarsi o a sottoporsi ad accertamenti clinici: sarebbero circa 3 milioni e 200mila (su 4 milioni di malati cronici) secondo il Rapporto OsservaSalute 2018. 

Un fenomeno, peraltro, che cresce durante l’estate, per il caldo che impedisce agli anziani di uscire di casa anche nel caso di malesseri per i quali dovrebbero rivolgersi al pronto soccorso o andare dal medico di famiglia.

«Si tratta di un’emergenza – denuncia Roberto Messina, presidente di Senior Italia FederAnziani – causata soprattutto dalle scelte di Stato e Regioni che devono di contenere i costi della sanità e quindi limitano i servizi ma determinate anche da un complesso sistema di accesso alle prestazioni e ai piani terapeutici individuali. Le procedure amministrative previste sono spesso complicate e così, più di un quinto dei malati cronici – prosegue Messina – abbandona la cura senza rendersi conto che gli effetti negativi sulla propria salute, nella maggior parte dei casi, non sono immediati ma possono comparire anche dopo molto tempo».

Ma cosa accade, in concreto? «Che un diabetico, per esempio, non prenda più le sue compressine perché costano o perché è difficile ottenere la prescrizione del medico: subito non avrà sintomi ma si sentirà male dopo sei mesi...». Sapere di dover attendere anche un anno per una tac e una scintigrafia, è un altro fattore che induce a... lasciar perdere. Il numero dei medici, ospedalieri e di base, poi, è insufficiente. Quali provvedimenti sono necessari, allora? «La prima cosa da fare – dice il presidente di FederAnziani – è diminuire le liste d’attesa attraverso l’aumento del numero di ore sul territorio degli ambulatori specializzati portandoli al massimale orario di 38 ore settimanali e istituendo nuovi turni per le branche critiche».

Una soluzione prospettata anche dal Sumai (sindacato che rappresenta il 90% dei medici specialisti italiani), il quale, attraverso il segretario generale Antonio Magi, auspica anche l’aumento delle borse di studio nelle specialità carenti come medicina d’urgenza, radiologia, anestesia, chirurgia, ginecologia, ortopedia. Manca una rete di assistenza socio-sanitaria adeguata, «ormai è improcrastinabile il potenziamento delle strutture territoriali – aggiunge Magi – dopo anni di depauperamento dei servizi, che sta costringendo i cittadini a rinunciare alle cure o a rivolgersi in maniera inappropriata al pronto soccorso». E, ancora, i farmaci: non tutti quelli che servono a un malato cronico (quindi soprattutto “over 65”) sono mutuabili: costano e non sempre sono reperibili.

Le proiezioni dell’Osservatorio sulla salute indicano peraltro che nel 2028 il numero di malati cronici salirà a oltre 25 milioni (più dell’80% dei quali sopra i 65 anni). La patologia più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette mentre l’artrosi/artrite interesserà quasi 11 milioni di italiani: per entrambe le patologie si stima già la presenza di oltre 1 milione di malati in più nel 2018 rispetto all’anno precedente. Tra 10 anni gli italiani affetti da osteoporosi, invece, saranno circa 5,3 milioni (+500 mila) e i diabetici saranno oltre 3,6 milioni, i cardiopatici circa 2,7 milioni. 

Un “esercito” al quale bisogna cominciare a pensare subito con iniziative concrete. «L’allarme c’è: gli anziani aumentano e i soldi pubblici non sono sufficienti, i cittadini si sono stancati – commenta Messina –, governo e parlamento devono intervenire».

Fulvio Fulvi

Fonte: Avvenire

giovedì 21 marzo 2019

Giappone, gli anziani che si fanno arrestare per combattere la solitudine

La Repubblica
La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni e le carceri faticano a ospitarli. “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno", dice una signora 80enne.


Pechino - “Quando sono uscita la seconda volta mi sono promessa di non cascarci più. Ma poi là fuori sentivo troppa nostalgia”. Così N. è entrata in un negozio e lo ha fatto di nuovo. Ha rubato un ventaglio, il terzo taccheggio della sua vita, una recidiva che le è costata una condanna a tre anni. Costata, o forse valsa: “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno, non mi sento sola qui”, racconta a Bloomberg questa signora 80enne. Già, anche con un marito, due figli e sei nipoti, in Giappone gli anziani possono sentirsi tremendamente soli. Specie le donne, spesso recluse in casa da una società tra le più maschiliste al mondo. Per questo per molte di loro la prigione è una necessità, se non addirittura una scelta.

La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni. E per molti di loro, nove su dieci nel caso delle donne, i reati sono minori, soprattutto piccoli furtarelli nei negozi. “Mio marito è morto lo scorso anno”, racconta una detenuta. “Non avevamo figli ed ero sola. Ho visto un pacco di carne al supermercato e lo volevo, ma pensavo che sarebbe stato un fardello economico. Così l’ho preso”. Il risultato è che le carceri ora faticano a ospitare tanti anziani. Il costo delle spese mediche nei penitenziari è salito dell’80% negli ultimi dieci anni. Di giorno molti detenuti senior ricevono assistenza da parte di personale specializzato, ma di notte sono i secondini che devono occuparsi di tutto.

Il governo ora assicura ai recidivi dai capelli bianchi una forma di assistenza pubblica. E indagando sul fenomeno, ha scoperto che il 40% di loro viveva da solo prima di commettere un reato. Una condizione sempre più frequente in Giappone, dove il tradizionale welfare familiare si sta velocemente sgretolando e quello statale fatica a tenere il passo. Provocando sofferenze economiche, ma anche sentimentali. “Mio marito ha avuto un ictus sei anni fa, e da quel momento è paralizzato a letto”, racconta a Bloomberg T., 80 anni e due figli, ora alla quarta condanna tutte per furtarelli. “Era durissima prendersi cura di lui, non potevo parlarne con nessuno perché me ne vergognavo. Quando ho rubato avevo soldi in tasca, ma non volevo tornare a casa e chiedere aiuto in prigione era l’unico modo”.

In questa reclusione pubblica questi anziani ritrovano, con le compagne di cella ma anche con il personale delle prigioni, delle relazioni umane che nella reclusione domestica avevano perso. “Non posso dire quanto mi piaccia lavorare nel laboratorio della prigione”, racconta N., 79 anni. “L’altro giorno mi hanno fatto i complimenti per la mia efficienza e ho capito la gioia del lavoro. Mi dispiace di non aver mai lavorato. La mia vita sarebbe stata differente”.




FILIPPO SANTELLI

venerdì 18 gennaio 2019

E' morta Maritsa, la "nonna di Lesbo" che aiutava migranti. Aveva 89 anni, lei e le altre anziane furono candidate a Nobel

ANSAmed
Maritsa Mavrapidou, un'anziana signora dell'isola greca di Lesbo che divenne celebre per una foto in cui lei ed altre 'nonne' davano il latte con il biberon ad un neonato arrivato su una barca di migranti, è morta all'età di 89 anni. 



La foto la rese celebre, tanto che lei e le sue compaesane furono anche candidate al Nobel per la pace. "Noi abbiamo accolto i rifugiati perché anche noi discendiamo da rifugiati", disse in un'intervista nel 2015, al culmine della crisi migratoria in Grecia, riferendosi al fatto che la sua famiglia era arrivata a Lesbo dalla Turchia, quando nel 1922 ci fu un traumatico scambio di popolazione tra i due paesi.

Le tre nonne della foto passarono mesi, nel 2015, sulla costa dell'isola. Portavano vestiti e pane fatto in casa ai migranti.

"Se stavano male appena scesi dalle barche, li aiutavamo", disse Maritsa, "Ci comportavamo da esseri umani". 

lunedì 13 agosto 2018

Sant'Egidio - Cocomerata dell'Integrazione. In decine di città italiane a Ferragosto anziani e immigrati insieme.

www.santegidio.org
Cocomerata per l’Integrazione: a Ferragosto 
in tutta Italia anziani e immigrati insieme.

Mercoledì 15 agosto, in tante città italiane, anziani e immigrati hanno aderito all’appello della Comunità di Sant’Egidio ad uscire dalle loro case per fare festa insieme secondo la tradizione.

Una grande “Cocomerata per l’integrazione” attraverserà la Penisola da Nord a Sud. In un periodo in cui si sentono troppe voci cariche di pessimismo, diffidenza e contrapposizione, e più frequenti sono gli episodi di intolleranza, la Comunità ricorda che il vivere insieme è una realtà del nostro Paese. Un esempio su tutti: i tanti immigrati che lavorano nelle case degli italiani e si prendono cura degli anziani e dei bambini.

Fare festa per Ferragosto è anche un modo per guardare al futuro con responsabilità: no alle paure, sì all’integrazione e al vivere insieme che assicura a tutti, italiani e immigrati - molti dei quali ormai “nuovi italiani” - sicurezza e lavoro.

L'invito è esteso a quanti vogliano partecipare.

lunedì 23 luglio 2018

Sant'Egidio: Contro l'isolamento degli anziani, principale causa di morte. Riaprire i flussi. Servono 50mila "badanti"

Roma Sette
Superare l’isolamento sociale degli anziani, causa principale della più alta mortalità degli over 70 nei mesi estivi. La vicinanza di un "badante" (figura molto richiesta e ormai quasi introvabile) può essere vitale.

Riaprire, per il 2019, del decreto flussi per motivi di lavoro a non meno di 50mila persone, sostanzialmente bloccato e non rinnovato dal 2011.


Questa è una delle priorità della Comunità di Sant’Egidio ribadita questa mattina, il 17 luglio, nel corso di una conferenza stampa tenuta dal presidente Marco Impagliazzo, il quale ha colto l’occasione per rilanciare una proposta presentata anche ieri sera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vale a dire la riapertura, per il 2019, del decreto flussi per motivi di lavoro a non meno di 50mila persone, sostanzialmente bloccato e non rinnovato dal 2011. 

Questo, ha spiegato Impagliazzo, permetterebbe agli immigrati un «ingresso legale» nel nostro Paese, che si avvarrebbe nuovamente di assistenti familiari, i cosiddetti badanti, figura professionale «molto richiesta ma quasi introvabile».

A Roma, stando ai dati aggiornati al 1° gennaio 2017, gli anziani sono 599.827, su una popolazione residente di 2.873.494. Gli over 80 sono 196.587, cioè il 6,8% del totale, gli over 85 sono 97.143. 
Allarmante nella Capitale il numero delle persone sole: 250mila anziani che costituiscono il 44,1% dei nuclei familiari e il 20,9% della popolazione residente. 
Nel municipio I le famiglie mononucleari sono il 62,3%, record assoluto tra i municipi di Roma. Sopra la media sono anche il II (l’unico, insieme al I, sopra al 50%), l’VIII, il III, il XII e il XV. In questo contesto rientra l’istituzionalizzazione degli anziani, sempre più spesso costretti a rivolgersi agli ospizi, case di cura o strutture «a volte non controllate né dalle Asl né dai municipi», ha spiegato Impagliazzo.
Il presidente di Sant’Egidio ha proposto «la difesa del modello italiano di cura dell’anziano in casa» e alle istituzioni ha chiesto la creazione di una cabina di regia che possa spingere all’assistenza sociale e sanitaria. «Il nostro appello affinché ci sia un indirizzo politico nuovo che rispecchi la tradizione del Paese è fare di tutto affinché gli anziani vivano a casa propria», ha aggiunto. 

In alternativa ha ricordato che la Comunità da oltre 40 anni per rispondere all’isolamento degli anziani propone soluzioni abitative alternative al ricovero in case di riposo come i condomini protetti e il co-housing. Nel primo caso di tratta di intere palazzine articolate in unità abitative autonome per una o due persone (mini appartamenti di 40 – 60 metri quadrati ciascuno), collocate in centri abitati forniti di servizi, dedicati a persone autosufficienti ma senza casa, sfrattati, persone sole. Vi è poi il co-housing, convivenze realizzate con l’incoraggiamento e con il sostegno della Comunità.

Nel corso della conferenza Impagliazzo ha ricordato il programma “Viva gli Anziani!” nato a Roma nel 2004 come sperimentazione della Comunità di Sant’Egidio e del ministero della Salute, in collaborazione con Roma Capitale, successivamente con Asl Rm 1, Asl Rm 3 e dal 2016 con Enel Cuore, in risposta all’impressionante picco di mortalità osservato nell’estate del 2003, quando morirono in Europa migliaia di anziani, a seguito delle eccezionali ondate di calore. 

Attivo a Garbatella, Monti, Trastevere, Testaccio ed Esquilino segue 5.120 over 70 e rappresenta un servizio innovativo per il contrasto dell’isolamento sociale, attraverso la creazione di reti che si collocano accanto alle risposte tradizionali (assistenza domiciliare, servizi residenziali) e raggiungono ampie coorti di popolazione esposte a rischi. 

Tra i risultati del programma la riduzione della mortalità, del ricorso all’ospedalizzazione e della residenzialità. Proprio grazie al lavoro di prevenzione messo in atto con l’iniziativa, gli anziani seguiti in questi anni sono riusciti a rimanere a casa propria, anche in condizioni di salute e socio-economiche difficili. 

Il tasso di ricovero in istituto fra gli anziani seguiti dal programma infatti è quasi dimezzato (lo 0,6% annuo tra il 2005 ed il 2013) rispetto all’1% osservato in situazione analoghe a Roma. Il costo: 81 euro all’anno per anziano.

Roberta Punto

sabato 21 aprile 2018

USA - Pena di morte - Messo a morte in Alabama Walter Leroy Moody Jr. di 83 anni: è il condannato a morte più anziano

La Repubblica
A 83 anni era il condannato a morte più anziano da quando, negli Stati Uniti, le esecuzioni della pena capitale sono riprese negli anni '70. 

Walter Leroy Moody Jr
La morte di Walter Leroy Moody Jr. è stata pronunciata in Alabama alle 20 e 42 ora locale, le 3 e 42 in Italia. È spirato dopo essere stato sottoposto ad una iniezione letale nella prigione di Atmore.

Era stato condannato per aver ucciso con una bomba un giudice federale - Robert S. Vance di Birmingham - nel 1989, in un'ondata di azioni terroristiche nel sud degli Stati Uniti. La Corte suprema aveva rinviato temporaneamente l'esecuzione. Ma si è trattata di una speranza vana. Esaminato il ricorso d'urgenza dei legali, alla fine è stato dato il via libera.

giovedì 5 ottobre 2017

2050, l’Europa si spopola. Senza migranti si va al collasso demografico.

Pagina 99
Troppi anziani: senza i migranti il continente andrà incontro al collasso demografico. E i flussi più consistenti verso l'Europa devono ancora cominciare.


L’immigrazione è un tema caldo, con forte impatto emotivo e ricadute elettorali. È bene allora chiarire alcuni aspetti che aiutano ad affrontarlo con la consapevolezza che siamo di fronte a una demografia nuova.

Le quattro sfide
Per prima cosa non siamo mai stati così tanti sulla Terra. Anche se il ritmo di crescita è più lento rispetto al secolo scorso, agli attuali 7,5 miliardi di abitanti si aggiungeranno almeno altri due miliardi entro il 2050. In secondo luogo, la crescita della popolazione non è mai stata così differenziata sul pianeta: il declino dell’Europa e la crescita dell’Africa a cui stiamo assistendo non hanno precedenti.

Inoltre non ci sono mai stati così tanti “anziani”, gli over 60 saranno la componente in maggior crescita di questo secolo. A guidare tale processo, conseguenza dell’aumento della longevità e della diminuzione delle nascite, saranno ovviamente i paesi più sviluppati. In ultimo, ma non meno importante, non ci sono mai stati così tanti “stranieri”. La popolazione che vive in un Paese diverso da quello di origine, infatti, è stimata a circa 250 milioni.

Transizione demografica
In una prima fase del processo di “transizione demografica”, la popolazione aumenta perché la mortalità si riduce. Solo in seguito rallenta perché diminuisce la natalità. Se la contrazione della mortalità può essere favorita dal trasferimento di conoscenze mediche e pratiche sanitarie, la decisione di avere meno figli richiede invece un passaggio culturale che non è automatico e né scontato: un diverso ruolo della donna e dell’investimento sulla prole (dalla quantità alla qualità). Cambiamenti, questi ultimi, strettamente interdipendenti con il percorso di sviluppo economico e sociale. Infatti 22 paesi sono bloccati su una fecondità superiore ai 5 figli per donna: due in Asia e ben venti in Africa, con particolare concentrazione nell’area sub-sahariana.

Mobilità internazionale
Se gli squilibri demografici ed economici influiscono sulla mobilità per lavoro, l’instabilità politica, le guerre e le catastrofi ambientali agiscono sugli spostamenti di rifugiati. Ma è necessario cercar di capire bene il fenomeno. In primo luogo, solo una minoranza di chi vive in un Paese diverso dal proprio è irregolare e arriva con mezzi di fortuna (come i barconi). Inoltre l’Africa non è il continente con il maggior numero assoluto di partenze. C’è poi da sottolineare che la maggioranza degli spostamenti avviene all’interno dei continenti e che i flussi di uscita dall’Africa non vanno solo verso l’Europa, ma in modo rilevante anche verso i Paesi del Golfo, Asia e Nord America.
In ultimo, per mettere in atto la scelta di emigrare serve un certo grado di sviluppo economico e sociale per innescare aspirazioni al miglioramento, disponibilità di risorse e conoscenze necessarie. Questo significa due cose. La prima è che i maggiori flussi dall’Africa sub-sahariana li vedremo quando decolleranno le condizioni di sviluppo, le stesse che sono alla base della riduzione della fecondità. La seconda è che non esistono risposte semplici.

Gli slogan proposti dalla politica (dalla chiusura delle frontiere all’aiutiamoli a casa loro) non aiutano. Il fenomeno è complesso e richiede azioni a tutti i livelli: vera integrazione nei Paesi di arrivo, reale sviluppo nei Paesi partenza ed efficace concertazione sovranazionale sui rischi ambientali e sulle condizioni di pace e sicurezza.


Alessandro Rosina - Professore di demografia dell’università Cattolica di Milano

domenica 19 marzo 2017

Foto simbolo della guerra in Siria - L'anziano seduto fra le macerie di casa con il grammofono

TPI
Lo scatto realizzato da un fotoreporter dell'Afp è diventato il simbolo della guerra che dura da 7 anni e della resistenza di molti siriani a rimanere nel proprio paese
Le note risuonano fra le pareti della sua abitazione in gran parte sventrata dai bombardamenti nella zona est di Aleppo, fino a pochi mesi fa teatro di violenti scontri tra forze governative fedeli al presidente Bashar al-Assad e gruppi ribelli.



Mohammed Anis sembra assorto nei suoi pensieri mentre rivolge lo sguardo oltre le finestre senza vetri della sua camera: in quel momento, il fotografo dell'agenzia francese Afp, Joseph Eid, lo immortala in uno scatto destinato di lì a poche ore a fare il giro del mondo.

L'immagine risale al 9 marzo scorso ma a distanza di pochi giorni ha assunto un significato particolare diventando il simbolo della distruzione di un paese – dilaniato da un conflitto scoppiato il 15 marzo 2011 – e incarnando per certi versi il sentimento di resistenza dei tanti siriani che hanno deciso di non abbandonare la propria casa, la propria vita e i propri ricordi.

Mohammed Anis è uno di loro. Nel quartiere di Aleppo dove l'uomo ha trascorso gran parte della sua esistenza, tutti lo conoscono con l'appellativo di "Abu Omar". Sposato due volte e padre di otto figli che fortunatamente sono riusciti a salvarsi e che ora vivono fuori dalla Siria, il 70enne ha deciso di non fuggire via, nonostante i pericoli.

Laureato in medicina, Anis parla cinque lingue e per qualche anno ha vissuto in Italia per lavoro, a capo di un'azienda produttrice di cosmetici.

Grande appassionato di oggetti di antiquariato, Mohammed Anis nel corso della sua vita ha collezionato un ingente numero di auto d'epoca di provenienza americana. Ma dopo sette anni di conflitto, le macchine sono andate in gran parte distrutte.

Proprio per questa passione, Mohammed era già stato intervistato nei primi mesi del 2016, quando viveva in un quartiere di Aleppo controllato dai ribelli. Nel mese di dicembre del 2016, la città siriana cadde completamente sotto il controllo del governo, dopo quattro anni e mezzo di bombardamenti.

In quel periodo, il capo dell'ufficio dell'Afp a Beirut, Sammy Ketz, incaricò il fotoreporter Joseph Eid di realizzare un reportage nella città distrutta, raccontando al mondo le storie dei residenti sopravvissuti ai bombardamenti. Tra loro c'era anche Mohammed Anis, l'anziano 70enne appassionato di auto d'epoca.

A distanza di pochi mesi, Eid è tornato in quei luoghi spettrali e qui ha incontrato di nuovo "Abu Omar" che gli ha mostrato la sua abitazione ridotta in macerie e gli ha raccontato come l'unica gioia provata in quei lunghi mesi di violenze e bombardamenti fosse il suo giradischi per dischi in vinile – che non ha bisogno di alimentazione elettrica per funzionare.

"Lui è così attaccato al suo passato e alle cose che ha sempre amato. Senza di loro si sente perso, privo di un'identità", ha raccontato Eid. "Per questo motivo insiste a rimanere lì, ancorato alla sua vita".

"Questa immagine – ha precisato il fotoreporter dell'Afp – tocca l'animo di ogni essere umano. Ogni volta che avvertirò dentro di me un sentimento di disperazione o penserò di arrendermi dinanzi agli ostacoli e ai problemi della vita, riporterò alla memoria l'immagine di Abu Omar che fuma la pipa seduto sulle macerie della sua casa mentre ascolta la sua musica preferita".

martedì 29 novembre 2016

74 anni Alzheimer grave e violento. Dove metterlo ... in carcere. Non supera il trauma e muore

Corriere della Sera - Milano
Arrestato a 74 anni per aver dato uno spintone alla moglie. Portato in carcere a Busto Arsizio, rilasciato dopo la relazione del perito sei giorni dopo. Non si è più ripreso: si è aggravato ed è deceduto un mese dopo


Cosa era successo in lui in carcere? «Questi malati hanno grandi difficoltà di adattamento ambientale — spiega Cinzia Negri Chinaglia, primario del centro del Trivulzio — e qualunque evento traumatico aggrava la loro situazione, figurarsi il carcere. Chiunque li prenda in carico dovrebbe esserne cosciente».

La Storia
«Tutto bene, va tutto bene» ripete canticchiando Franco mentre fissa un punto indefinito del soffitto nella stanza del giudice. È perfettamente chiaro a tutti che non capisce nulla di quello che gli succede intorno perché la sua mente, devastata a 74 anni dall’Alzheimer, vaga persa tra mondi che la scienza non è in grado di esplorare. Sarebbe dovuto bastare per farlo uscire dal carcere dopo quattro giorni, invece ce ne sono voluti altri due prima che terminasse la tortura di un’assurda detenzione che sarà l’anticamera della sua morte.

La mattina di sabato 8 ottobre scorso i Carabinieri di Busto Garolfo, comune a nord-ovest di Milano, vengono chiamati dalla figlia di Franco perché il padre ha spinto la madre che, cadendo a terra, si è rotta un femore. Malato da cinque anni, già il 9 novembre 2015 era in una fase «severa con disturbi comportamentali», certificava il responsabile del centro Alzheimer dell’ospedale di Garbagnate, il dottor Daniele Perrotta, secondo il quale Franco «necessita di assistenza e supervisione continue», è «molto irritabile» e «aggressivo verbalmente». Diventato ancora più violento, a febbraio scorso aveva aggredito la moglie che lo accudiva fratturandole un omero.

I Carabinieri trovano sul posto il 118, la guardia medica e i Vigili del fuoco. Quando riescono ad entrare, l’uomo (che si era chiuso in casa) è «particolarmente aggressivo», si legge negli atti, li insulta, cerca di colpirli, si divincola «energicamente» dopo che «l’avevano immobilizzato». Viene portato al pronto soccorso dell’ospedale di Legnano dal quale viene «dimesso con una diagnosi di “agitazione psicomotoria in demenza”». Dove metterlo? A casa non può tornare, visto che la moglie deve restare in ospedale 45 giorni e, ammesso che possa e voglia assisterlo, rischierebbe altre aggressioni. Potrebbe essere piantonato in una struttura sanitaria, ma anche questa soluzione viene scartata dal pm Chiara Monzio Compagnoli perché non sembrano essercene di disponibili. L’alternativa diventa l’infermeria del carcere di Busto Arsizio che, per quanto di buon livello, non è tarata per assistere un malato di Alzheimer.

Ma sarà davvero malato? Tutte le certificazioni già esistenti non paiono sufficienti, visto che nel pomeriggio il pm dispone una perizia psichiatrica. Deve però trascorrere l’intero fine settimana prima che al lunedì la richiesta del pm di convalidare l’arresto viene mandata al gip Luisa Bovitutti e ci vogliono altri due giorni per l’udienza in cui il giudice, mercoledì 12 ottobre, non solo convalida l’arresto ma emette anche un’ordinanza di custodia cautelare in carcere basata, tra l’altro, sulla «abitualità delle condotte criminose» nonostante sia palese che le condizioni mentali di Franco siano «gravemente compromesse in quanto egli è affetto da Alzheimer», si legge nell’ordinanza. «Eccezionali esigenze» permettono di superare la norma che vieta il carcere a chi ha più di 70 anni, e comunque Franco non può andare ai domiciliari dato che non ci sono «soggetti disposti ad accoglierlo» vista «l’estrema difficoltà della sua gestione».

Alle 21 dello stesso giorno, il perito del pm certifica l’evidenza: Franco non è in grado di intendere e volere, nemmeno lo era quando ha spinto la moglie, e non è «socialmente pericoloso». Neanche questo basta a uscire seduta stante dalla galera. Passano altri due giorni, e sono sei di fila. «C’è stato l’interesse di tutti per risolvere una situazione pazzesca, ma l’errore più grande è stato l’arresto. Doveva essere curato, non portato in carcere», dichiara il suo legale, l’avvocato Francesco Mitrano.

L’odissea non finisce. Tornato «libero», l’anziano malato viene ricoverato di nuovo a Legnano, prima in psichiatria, poi in medicina d’urgenza per disidratazione e insufficienza renale, alle quali nei giorni successivi si aggiungerà una polmonite. Il 3 novembre viene trasferito nel centro Alzheimer del Pio Albergo Trivulzio di Milano dove si spegne la mattina del 24. 

di Giuseppe Guastella

venerdì 14 ottobre 2016

Anziani: dopo la condanna della Casa di Cura di Aprilia per omicidio volontario non cali il silenzio

www.santegidio.org
Avviare con urgenza un programma di aiuti per permettere di restare a casa propria


La Comunità di Sant’Egidio, da sempre vicina, in Italia e in tutto il mondo, alla popolazione anziana, con numerosi programmi di inclusione sociale e solidarietà, invita a non lasciar cadere sotto silenzio la sentenza di condanna per omicidio volontario prescritta al gestore della casa di cura Villa Sant’Andrea di Aprilia e a tre infermiere per la morte di Elisabetta Pinna, 85 anni, abbandonata nella residenza senza cure mediche e senza cibo a sufficienza.
Da anni la Comunità segnala la gravità di situazioni simili, che si verificano in tali strutture dove anziani completamente abbandonati, malnutriti e privi di assistenza, vanno spesso incontro ad una morte anticipata e dolorosa, nell’anonimato e nell’indifferenza.
Recentemente la Comunità ha reso noto che negli istituti la mortalità annua tra gli ospiti è doppia rispetto a chi vive nel suo domicilio e che, nelle stesse strutture, la percentuale degli anziani malnutriti è da 2 a 5 volte superiore.

Restare a casa propria, con la dovuta assistenza, è garanzia di salute e di qualità della vita, anche ad un’età molto avanzata ed in condizione di fragilità. E’ quindi urgente avviare un programma di aiuti che lo permetta.
Ci auguriamo che la sentenza di condanna pronunciata contro i gestori della Casa di cura di Aprilia, apra la strada in tutta Italia ad un senso di maggiore civiltà e rispetto per questa categoria di cittadini, che è tra le più deboli del nostro Paese.

sabato 24 settembre 2016

Brexit: impatto sull'assistenza sociale degli anziani inglesi. Non avranno 1milione di badanti a disposizione

Vita
Un'associazione inglese ha calcolato l'impatto sull'assistenza sociale di uno scenario a "Immigrazione zero" nei prossimi vent'anni. Risultato: anziani e disabili rimarrebbero senza i migliaia di lavoratori di cura che attualmente provengono da paesi europei, soprattutto dell'Est


Si parla ancora tanto di Brexit e del futuro che attende la Gran Bretagna e l’Europa. Ma un’associazione non profit inglese si è fatta un’altra domanda: quale sarà il futuro degli immigrati Ue impiegati nel settore assistenziale, che oggi si prendono cura soprattutto degli anziani? Saranno i vecchietti britannici a pagare il risultato del referendum, dovendo dire addio alle badanti dell’Est europa? Il rischio è reale, e l’associazione Independent Age ha pubblicato un report sul tema, facendo due conti.

Ecco cosa ha scoperto: negli ultimi dieci anni, si è registrato un aumento significativo della percentuale di migranti europei impiegati nel lavoro di cura. Nella prima parte del 2016, oltre l'80% di tutti i lavoratori immigrati entrati in UK per lavorare in questo settore, proveniva da un paese europeo. 

L’entrata in vigore della Brexit avrebbe conseguenze importanti sul loro status, trasformandoli di colpo in “extracomunitari al contrario”, e portando probabilmente a una riduzione del numero complessivo di lavoratori nel settore dell'assistenza sociale. 

La ong si spinge a immaginare alcuni scenari possibili. Il primo: circa il 6% dei social workers attivi nel Regno Uniti provengono da paesi europei, e di questi il 90% non ha ancora ottenuto la cittadinanza britannica. Con gli attuali ritmi di invecchiamento della popolazione, e la promessa del governo di arrivare a una “Immigrazione zero” dopo l’uscita dalla Ue, calcola l’associazione, la mancanza di forza lavoro nl settore dell’assistenza sociale sarebbe pari a oltre 1,1 milione di persone entro il 2037; in uno scenario di bassa immigrazione, comunque, il gap oscillerebbe tra 750 e 350mila persone, con immaginabili ricadute sociali e relativi costi, a meno che tutti i britannici non si vogliano trasformare di colpo in badanti. Sicuri che Brexit sia stato un affare?