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mercoledì 19 ottobre 2022

Europa - Oltre mille chilometri di muri anti profughi.

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Il conto delle barriere anti migranti in tutto il continente. Adesso arriva quello polacco.Tutta Europa sta costruendo muri e barriere contro l’accoglienza dei profughi. E chi non li sta costruendo significa che ce li ha già.

Da sud-ovest, partendo dalle enclavi spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla, fino a sud-est arrivando alla Grecia. E poi salendo a nord verso la Macedonia e la Bulgaria e quindi in Ungheria e Austria fino ad arrivare in Polonia e Lituania: l’Europa è attraversata da oltre 1000 chilometri di barriere, pari a sette volte la lunghezza del Muro di Berlino. Ma come si è arrivati a questo punto? Facciamo un passo indietro.

Il muro più lungo è quello costruito dall’Ungheria
La politica europea in fatto di accoglienza degli immigrati è cambiata e si sta radicalizzando. Nei confronti dei blocchi anti migranti, come per il muro dell’Ungheria voluto da Orbán, Bruxelles ha sempre espresso un fermo dissenso ma la crisi afghana e il flusso migratorio da parte della Bielorussia hanno cambiato le carte in tavola mentre per quanto riguarda l’accoglienza dei profughi ucraini l’atteggiamento sembra più “morbido”.

Ylva Johansson, commissaria agli affari interni della Commissione europea, non lascia margini d’interpretazione ha detto che “dobbiamo evitare una crisi umanitaria in Europa: per questo dobbiamo aiutare gli afghani a casa loro”. Una dichiarazione che sembra quasi un tacito via libera alla costruzione di muri contro l’accoglienza dei profughi. Vediamo dove sono queste barriere e quanto sono lunghe.
Il muro anti immigrati in Lituania
La Lituania ha iniziato a costruire una barriera lunga 508 km e alta 3,4 metri, la Grecia ha già costruito un blocco lungo 40 km, la Polonia, dopo la crisi dei migranti con la Bielorussia, progetta una recinzione di 180 km. Così arriviamo a 692 km. Ma il conto totale è molto più alto perché è il doppio della barriera tra Ungheria e Serbia voluta da Orbán, lunga 523 chilometri e circa un terzo del muro tra Messico e Usa, 3.169 km

Migranti, il ruolo della Bielorussia
Torniamo un secondo alla Lituania per capire come l’atteggiamento contrario all’accoglienza dei profughi dell’Europa si sia radicalizzato. L’11 agosto 2021 il parlamento del Paese, con 80 sì e 2 no, ha approvato una legge di emergenza del governo di centrodestra per la costruzione di una recinzione lunga 508 Km. Obiettivo: bloccare l’accoglienza dei profughi provenienti dalla confinante Bielorussia. La Lituania, Paese Nato e membro Ue con 2,7 milioni di abitanti, si è allarmata dopo aver registrato un incremento nel flusso d’immigrati clandestini nei mesi precedenti.

La ritorsione di Lukashenko contro l’Europa
Secondo il governo di Vilnius la responsabile di questo incremento è la confinante Bielorussia che risponde cosi alle sanzioni economiche imposte dall’Ue a Aleksandr Lukashenko a causa del suo presunto ruolo nel dirottamento di un aereo il 23 giugno 2021. Lukashenko, secondo il governo lituano, ha organizzato dei voli diretti da Baghdad a Minsk e favorito una tratta illegale di donne e uomini ben prima che iniziasse la ritirata americana dall’Afghanistan.
I muri anti migranti della Lituania

E quindi se una nazione ostile usa i flussi di uomini come arma per destabilizzare un paese l’unica soluzione è impedirlo, per questo lo scopo dichiarato del muro di 508 Km della Lituania è di fermare i profughi “usati” da Lukashenko come ritorsione nei confronti delle sanzioni Ue. Stesso discorso vale per la decisione del governo polacco, l’ultima cronologicamente in fatto di nuovi innalzamenti di barriere. Anche per Varsavia la costruzione di nuovi muri anti profughi rappresenta una reazione alle manovre Bielorusse, veri e propri atti di guerra ibrida, ossia atti bellici condotti tramite azioni non convenzionali come, ad esempio tramite l’uso dei migranti come arma di destabilizzazione.

Muri anti profughi, la barriera greca
Stesso discorso per il muro voluto dal governo di Atene che significa tolleranza zero verso il ricatto di Recep Tayyip Erdogan che ha incentivato il flusso dei migranti verso la Grecia fino a quando la Ue (per iniziativa della Merkel) non ha versato decine di miliardi. Costruito in fretta e furia, il blocco greco è al momento lungo 40 km ed è costantemente pattugliato da militari armati.
Dal muro dell’Ungheria a quello austriaco

Sommando i tre muri di Lituania, Grecia e Polonia, arriviamo a 670 Km di barriere anti migranti. Ma i chilometri sono destinati ad aumentare. Al momento la barriera più lunga in Europa è quella ungherese. Costruita dall’esercito è alta circa 3,5 metri e lunga 523 chilometri lungo tutto confine serbo e croato. Infine ci sono le recinzioni austriache al confine con la Slovenia, 3 chilometri e quello sloveno al confine con la Croazia, 200 km.

Il muro più alto è a Ceuta e Melilla, sei metri
Il conteggio deve comprendere anche il muro che separa le città autonome spagnole Ceuta e Melilla dal Marocco; quello che impedisce ai migranti di saltare sopra i camion diretti in Gran Bretagna nel porto di Calais in Francia. Le barriere di Ceuta e Melilla, in totale 20 km, sono le più alte di tutti: sei metri di barriere coronate da filo spinato e, queste sì, sono state finanziate da fondi europei.

Muri anti migranti: 12 Paesi chiedono che li finanzi la Ue
Sono 12 i Paesi europei che hanno chiesto all’Europa di disporre di finanziamenti ad hoc per proteggere i propri confini dall’immigrazione. Si tratta di: Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia. La Danimarca inoltre è il primo paese europeo ad aver approvato una legge sull’immigrazione, passata con 70 voti favorevoli contro 40 contrari, a “delocalizzare” le domande di asilo e di protezione internazionale. Le domande verranno prese in gestione da un paese terzo non ancora individuato. La decisione presa dal governo danese, guidato dalla socialista Mette Frederiksen, conferma la direzione che la Danimarca ha deciso di seguire rispetto all’immigrazione clandestina e l’accoglienza profughi: azzerare le domande di asilo.
Le barriere di filo spinato contro i profughi

Il governo danese ha fornito gratuitamente alla Lituania la stessa tipologia di filo spinato, affilatissimo e capace d’infliggere ferite mortali, usato dall’Ungheria di Orbán nel 2015 per blindare il confine con la Serbia. Un contributo simbolico per sostenere la costruzione di un nuovo muro in Europa. La Danimarca che sette anni fa aveva criticato le misure ungheresi di concerto con tutta l’Ue, ha adesso deciso di regalare alla Lituania ben 15 chilometri di filo spinato “speciale” per aiutare il paese, guidato da Ingrida Šimonytė, a proteggere il confine con la Bielorussia.
La Danimarca regala filo spinato

Il ministro degli esteri danese Mattias Tesfaye, proveniente da una famiglia etiope a sua volta rifugiata, il 28 settembre si è recato in Lituania per assistere ai lavori per la costruzione delle barriere anti immigrazione. Ora la Danimarca contribuisce ad accrescere il muro lituano. Il ministro degli esteri danese si discosta dalle critiche mosse dall’Ue dichiarando che quella di Orbán di sette anni fa è stata una decisione “di buon senso” per proteggere l’Europa e che i giudizi dati allora “non erano corretti“.

Il nuovo muro anti migranti in Polonia
Il conto non finisce qui. La Polonia, dopo l’ultima crisi migratoria che ha visto per oltre sei settimane scontri al confine dove almeno 4mila migranti provenienti dal Medio Oriente sono rimasti bloccati nelle foreste, ha dichiarato tramite il ministro della Difesa, Mariusz Blaszczak, la volontà di costruire una nuova recinzione alta 2 metri e mezzo e lunga circa 180 chilometri. Durante la crisi al confine Polacco sono morte almeno 14 persone, tra cui un bambino di solo un anno, la più giovane vittima nota della crisi al confine orientale. La costruzione della nuova barriera contro l’accoglienza dei profughi voluta dal governo polacco verrà iniziata a dicembre e sarà lunga 180 chilometri e alta 5,5 metri e costerà 335 milioni di euro. La domanda che pende come una spada di Damocle sull’Ue è relativa alla possibilità di un finanziamento da parte dell’Unione europea del nuovomuro anti profughi polacco.

domenica 12 settembre 2021

Emergenza migranti. La "fortezza Europa" non risponde con l'accoglienza ma con nuovi muri in Lituania, Grecia, Polonia che si aggiungono ai muri già costruiti in Bulgaria, Turchia, Croazia e Slovenia e altri.

Wired
La Lituania costruirà una barriera lunga 508 chilometri, la Grecia ne ha già completati 40 e la Polonia ne innalzerà altri 130. Oltre mille chilometri di recinzioni percorrono i confini europei.


Si stagliano invalicabili per oltre mille chilometri i muri anti-migranti eretti dai paesi europei negli ultimi anni. I confini orientali dell’Unione sono ormai delineati da schermi di ferro, filo spinato e muri che fanno sfigurare quello messicano voluto dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

Da quando la crisi migratoria del 2015 ha messo in mostra le carenze strutturali dell’Unione in tema di accoglienza, gli stati membri hanno eretto sempre più ostacoli, per impedire l’arrivo dei migranti dall’Africa, dal Medio Oriente o da altri paesi limitrofi, creando quella che viene chiamata la “fortezza” europea.

Ora, anche a causa della nuova crisi in Afghanistan, si stanno innalzando sempre più velocemente nuovi muri, equipaggiati con le ultime tecnologie di sorveglianza. Negli ultimi giorni la Grecia ha completato 40 chilometri di muro al confine con la Turchia, mentre i governi di Polonia e Lituania hanno approvato la costruzione di nuove barriere lungo tutto il confine con la Bielorussia.

Il muro greco
La presa di Kabul da parte dei talebani ha scatenato in tutta Europa il timore di dover affrontare una nuova ondata migratoria come nel 2015, quando più di un milione di persone ha tentato di attraversare le frontiere passando per la penisola ellenica. 

In Grecia si trovano già più di 400 agenti di Frontex(l’Agenzia europea di guardia costiera e di frontiera), diverse decine di veicoli, equipaggiati con videocamere termiche e cannoni sonori, otto motovedette e due palloni aerostatici dotati di telecamere di sorveglianza ibride con sistemi di identificazione automatica. 

Un apparato high tech di sorveglianza al quale vanno aggiunti 40 chilometri di muro, anch’esso provvisto di sistemi di riconoscimento e radar per individuare i migranti, terminato da pochi giorni lungo il confine con la Turchia e progettato da tempo.

Il blocco lituano
A inizio agosto, il parlamento di Vilnius ha autorizzato la costruzione di 508 chilometri di barriera che separeranno definitivamente il paese dalla sua ex compagna sovietica: la Bielorussia. 

Il muro dovrebbe essere completato entro la fine del 2022, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie che, non a torto, ricordano come lo stato del presidente Alexander Lukashenko sia già soggetto a sanzioni europee per le repressioni a danno dei dissidenti politici. 

Il progetto lituano potrebbe anche ricevere finanziamenti europei, dopo che i vari ministri degli Esteri del blocco hanno espresso solidarietà e approvazione verso la costruzione della nuova barriera.

La frontiera polacca
La Polonia è l’ultimo paese europeo ad aver iniziato la costruzione di un muro anti-migranti, sempre al confine della Bielorussia. La recinzione sarà alta circa 2 metri e mezzo e lunga circa 130 chilometri. Secondo le dichiarazioni del ministro della difesa polacco, Mariusz Błaszczak verrà anche aumentata la presenza militare lungo il confine, raggiungendo le 2000 unità militari impiegate.

Le altre barriere
Tra Bulgaria e Turchia esistono già circa 200 chilometri di filo spinato, torrette presidiate da militari e videocamere a infrarossi e sensibili al calore. L’Ungheria ha già eretto più di 500 chilometri di recinzione lungo il confine con Croazia e Serbia, mentre l’Austria ne ha costruita una di 3 chilometri con la Slovenia, che ne ha eretta un’altra di 200 con la Croazia. Inoltre altre recinzioni separano le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, in Marocco, e il porto di Calais, in Francia.

Kevin Carboni

venerdì 31 gennaio 2020

Messico, il muro della vergogna di Trump spazzato via dal vento. La natura corregge gli errori degli uomini.

Io Donna
Il forte vento ha abbattuto parte del muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico per il quale il presidente americano Donald Trump ha lottato strenuamente

Se non lo capisce l’uomo che sta facendo qualcosa di sbagliato, ci pensa la natura. E siccome costruire muri è ingiusto, la natura li abbatte senza chiedere il permesso.

Questa volta è stato un forte vento ad abbattere parte del muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico. Alcuni dei pannelli sono caduti sugli alberi dalla parte del lato messicano del confine con la California. Fortunatamente senza causare danni né feriti.

Donald Trump ha lottato strenuamente per ottenere l’allungamento di questa disumana barriera e, in un suo assurdo discorso, la definì una “grande e bella parete, dura”, “praticamente impenetrabile” e abbastanza calda da “friggere un uovo”.

Un ufficiale della dogana e della protezione delle frontiere a El Centro, ha dichiarato alla Cnn: «Questi pannelli sono stati recentemente installati e non erano ancora stati testati per resistere al vento. Per fortuna, non ci sono stati danni, né feriti».
Il muro della vergogna
Il muro messicano o muro di Tijuana, è conosciuto anche come “muro della vergogna”: il suo obiettivo è quello di rafforzare la barriera transfrontaliera in modo da bloccare il passaggio di migranti provenienti da Honduras, Guatemala e altri Paesi dell’America latina.

Trump e i suoi muri
Il muro fu una delle promesse elettorali di Trump, ma non è stato il tycoon a cominciarlo. La barriera, che si snoda per chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego (le dimensioni sarebbero paragonabili solo a quelle della Grande muraglia cinese), ha iniziato ad essere costruita nel 1990 durante la presidenza George H. W. Bush.

Poi nel 1994 venne ulteriormente sviluppata durante l’era Clinton aggiungendo una presenza fissa di forze di polizia al confine.

5mila persone hanno perso la vita
È composta da lamiera metallica alta dai due ai quattro metri, ed è dotata di illuminazione ad altissima intensità. Una rete di sensori elettronici e di strumentazione per la visione notturna, è connessa via radio alla polizia di frontiera statunitense che, inoltre, utilizza un sistema di vigilanza permanente effettuato con veicoli ed elicotteri armati.

Trump sta spendendo centinaia di milioni di dollari per finire la costruzionedi questa barriera. L’obiettivo è arrivare alla valle del Rio grande.

Secondo i dati della Commissione nazionale per i diritti umani del Messico, sono morte 5mila persone nel tentativo di superare il confine alla ricerca di un’esistenza più dignitosa.
Non solo disumana
Non solo una misura assolutamente inaccettabile dal punto di vista umano, ma anche dal fortissimo impatto dal punto di vista ambientale: il muro infatti, sta distruggendo l’Organ Pipe Cactus National Monument, il monumento nazionale degli Stati Uniti d’America e riserva della biosfera UNESCO situato nell’estremo sud dell’Arizona.

sabato 9 novembre 2019

30 anni fa cadeva il Muro di Berlino e si è aperta una nuova epoca segnata dai muri. Nel 1989 i muri nel mondo erano 16 oggi sono 63

Corriere della Sera

Trent'anni fa la caduta di un Muro chiuse la Guerra Fredda. Trent'anni dopo l'America chiude i battenti, la più lunga serrata della storia, pur di costruire un Muro. 


Fino al 1989 l'Occidente voleva abbattere le barriere per liberare chi vi era rimasto dentro. Nel 2019 vuole innalzarle per tenere fuori chi vuole entrare. Non c'è niente di più simbolico di una semplice parete di cemento per capire come è cambiata la storia del mondo in soli tre decenni. 

Con il Muro di Berlino finì la grande illusione del comunismo; quella di un nuovo ordine liberale sta svanendo adesso.

Scambiammo la globalizzazione con il cosmopolitismo, e ne stiamo pagando il prezzo con la rivincita delle nazioni. La storia, che al professor Fukuyama sembrava finita, si è rimessa in moto, ma all'indietro. Quando i berlinesi si liberarono del loro, di muri nel mondo ce ne erano 16. Trent'anni dopo sono 63. Una recinzione per tener fuori i messicani si erge già per più di mille chilometri, con tanto di sensori elettronici e visori notturni, ma a Donald Trump non basta. Dal canto loro i messicani se ne sono fatta una per tenere fuori i guatemaltechi. L'Ungheria, il Paese che rese inutile il Muro di Berlino smantellando il filo spinato elettrificato che sbarrava la frontiera con l'Austria, e aprendo così un varco verso Occidente ai tedeschi in fuga dall'Est, si è ora rifatta la sua barriera di filo spinato, lunga 175 chilometri e alta tre metri e mezzo, sul confine con la Serbia, per fermare gli immigrati.

I popoli che erano rimasti imprigionati dietro la Cortina di Ferro oggi sono i più ansiosi di costruirsene una nuova. 

E dove c'è il mare, e non si possono costruire muri, si chiudono le frontiere, come con la Brexit, o i porti, come con Salvini. 

Da che mondo è mondo, le civiltà umane usano le opere in muratura come un codice politico, un programma culturale, costruendo o abbattendo. L'imperatore Quin Shi Huang unificò la Cina facendo la Grande Muraglia. I comuni italiani, al culmine del successo, elevarono cattedrali e torri. Osama bin Laden è passato alla storia per le sue doti di demolitore. Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti. Alla fine dell'Ottocento il Circo Barnum portò su quello di Brooklyn ventuno elefanti per convincere i newyorkesi che era stabile e solido. Genova deve ancora abbattere il ponte Morandi per poterne avere uno così.

Chi ha speranza costruisce strade. Sulle vie dell'impero romano ha viaggiato la civiltà, merci e idee, soldati e apostoli. Al suo apogeo la rete si dipanava per centomila chilometri di vie lastricate, che univano tra di loro 32 nazioni dei nostri giorni. Senza quelle strade il cristianesimo non ce l'avrebbe mai fatta a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo a grande velocità, e la storia d'Europa sarebbe forse stata diversa. Più barbarica, per dir così. 

Ecco perché lo scontro politico sulla Tav e le infrastrutture è tutt'altro che banale, e anzi è forse la vera chiave della tenuta del governo. Si confrontano due culture, non solo due partiti. I leghisti vorrebbero chiudere l'Italia al Sud, al flusso che viene dall'Africa, ma aprirla verso il Nord, ai commerci con l'Europa. I Cinque Stelle si sentono aperti al Mediterraneo, ma preferiscono chiudersi all'Europa, pur di non scavare una galleria in una montagna. Sono ecologisti, ma hanno più tolleranza per il gasolio dei gilet gialli che per i binari di un treno. Non vogliono i tunnel ferroviari ma neanche le autostrade. Sognano un'Italia a chilometro zero. Alla moviola. Speriamo almeno che tra i due contendenti non finisca in pareggio, con l'Italia che si chiude al Sud e al Nord contemporaneamente. Costruire è il destino dell'uomo. L'autostrada del Sole fu fatta al ritmo di 94 chilometri all'anno, e lo chiamammo boom economico. Nell'Italia di oggi non si muove niente, e la chiamiamo stagnazione.

Antonio Polito

martedì 15 gennaio 2019

La nuova epoca segnata dai muri. Nel 1989 i muri nel mondo erano 16 oggi sono 63

Corriere della Sera
Trent'anni fa la caduta di un Muro chiuse la Guerra Fredda. Trent'anni dopo l'America chiude i battenti, la più lunga serrata della storia, pur di costruire un Muro. 


Fino al 1989 l'Occidente voleva abbattere le barriere per liberare chi vi era rimasto dentro. Nel 2019 vuole innalzarle per tenere fuori chi vuole entrare. Non c'è niente di più simbolico di una semplice parete di cemento per capire come è cambiata la storia del mondo in soli tre decenni. 

Con il Muro di Berlino finì la grande illusione del comunismo; quella di un nuovo ordine liberale sta svanendo adesso.

Scambiammo la globalizzazione con il cosmopolitismo, e ne stiamo pagando il prezzo con la rivincita delle nazioni. La storia, che al professor Fukuyama sembrava finita, si è rimessa in moto, ma all'indietro. Quando i berlinesi si liberarono del loro, di muri nel mondo ce ne erano 16. Trent'anni dopo sono 63. Una recinzione per tener fuori i messicani si erge già per più di mille chilometri, con tanto di sensori elettronici e visori notturni, ma a Donald Trump non basta. Dal canto loro i messicani se ne sono fatta una per tenere fuori i guatemaltechi. L'Ungheria, il Paese che rese inutile il Muro di Berlino smantellando il filo spinato elettrificato che sbarrava la frontiera con l'Austria, e aprendo così un varco verso Occidente ai tedeschi in fuga dall'Est, si è ora rifatta la sua barriera di filo spinato, lunga 175 chilometri e alta tre metri e mezzo, sul confine con la Serbia, per fermare gli immigrati.

I popoli che erano rimasti imprigionati dietro la Cortina di Ferro oggi sono i più ansiosi di costruirsene una nuova. 

E dove c'è il mare, e non si possono costruire muri, si chiudono le frontiere, come con la Brexit, o i porti, come con Salvini. 

Da che mondo è mondo, le civiltà umane usano le opere in muratura come un codice politico, un programma culturale, costruendo o abbattendo. L'imperatore Quin Shi Huang unificò la Cina facendo la Grande Muraglia. I comuni italiani, al culmine del successo, elevarono cattedrali e torri. Osama bin Laden è passato alla storia per le sue doti di demolitore. Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti. Alla fine dell'Ottocento il Circo Barnum portò su quello di Brooklyn ventuno elefanti per convincere i newyorkesi che era stabile e solido. Genova deve ancora abbattere il ponte Morandi per poterne avere uno così.

Chi ha speranza costruisce strade. Sulle vie dell'impero romano ha viaggiato la civiltà, merci e idee, soldati e apostoli. Al suo apogeo la rete si dipanava per centomila chilometri di vie lastricate, che univano tra di loro 32 nazioni dei nostri giorni. Senza quelle strade il cristianesimo non ce l'avrebbe mai fatta a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo a grande velocità, e la storia d'Europa sarebbe forse stata diversa. Più barbarica, per dir così. 

Ecco perché lo scontro politico sulla Tav e le infrastrutture è tutt'altro che banale, e anzi è forse la vera chiave della tenuta del governo. Si confrontano due culture, non solo due partiti. I leghisti vorrebbero chiudere l'Italia al Sud, al flusso che viene dall'Africa, ma aprirla verso il Nord, ai commerci con l'Europa. I Cinque Stelle si sentono aperti al Mediterraneo, ma preferiscono chiudersi all'Europa, pur di non scavare una galleria in una montagna. Sono ecologisti, ma hanno più tolleranza per il gasolio dei gilet gialli che per i binari di un treno. Non vogliono i tunnel ferroviari ma neanche le autostrade. Sognano un'Italia a chilometro zero. Alla moviola. Speriamo almeno che tra i due contendenti non finisca in pareggio, con l'Italia che si chiude al Sud e al Nord contemporaneamente. Costruire è il destino dell'uomo. L'autostrada del Sole fu fatta al ritmo di 94 chilometri all'anno, e lo chiamammo boom economico. Nell'Italia di oggi non si muove niente, e la chiamiamo stagnazione.

Antonio Polito

venerdì 11 gennaio 2019

Cisgiordania: quando lo spartitraffico in una autostrada diventa un muro alto 8 metri che divide israeliani da palestinesi

ANSAmed
Tel Aviv - A nord-est di Gerusalemme, in Cisgiordania, e' stata aperta al traffico automobilistico una arteria di quattro chilometri dove i veicoli palestinesi sono separati da quelli israeliani da un muro alto otto metri. 


In Cisgiordania, rileva Haaretz, esistono gia' altre arterie riservate esclusivamente al traffico palestinese, o a quello israeliano. Ma in questo caso, precisa, la suddivisione avviene mediante un muro che corre lungo il suo intero percorso. 

La arteria 4370 passa nelle vicinanze della citta'-colonia di Maale Adumim, situata fra Gerusalemme e Gerico. Essa facilitera' l'ingresso a Gerusalemme per gli israeliani che abitano negli insediamenti situati a sud di Ramallah. 

I palestinesi che volessero utilizzarla, secondo la televisione commerciale Canale 10, saranno bloccati all'ingresso dalla polizia israeliana: saranno cosi' indirizzati sul versante occidentale della stessa arteria che sfocia in un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme est. 

Il costo dell'opera, concepita secondo Israele per motivi di sicurezza, e' stato di 150 milioni di shekel, circa 40 milioni di euro.

sabato 14 ottobre 2017

Ungheria - Orban chiede soldi dall'Europa per il muro. Juncher: finanziamo l'accoglienza non i muri

East Journal
Lo scorso 31 agosto il primo ministro ungherese, Viktor Orban, ha scritto al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, chiedendo che l’UE si faccia carico della metà dei costi (circa 400 milioni di euro)sostenuti dallo stato ungherese per costruire il muro al confine con la Serbia. Orban si è appellato al principio di solidarietà europea”


Juncker ha risposto che il principio di solidarietà europea non è un “menu à la carte”, non si può chiederla per la gestione dei confini, e rifiutarla quando si tratta di adempiere alle decisioni prese in merito al ricollocamento dei migranti. 

Una risposta prevedibile, visto che il portavoce della Commissione, Alexander Winterstein, aveva già fatto sapere che la richiesta ungherese sarebbe senz’altro stata esaminata, ma anche che in genere il supporto dell’Unione Europea è volto a coprire i costi di sorveglianza, gestione ed equipaggiamento delle zone di confine, non la costruzione di muri o barriere.

La costruzione del muro ungherese, annunciata nel giugno 2015, in piena crisi migratoria, è stata ultimata lo scorso marzo. Il progetto prevedeva inizialmente un recinto, alto circa quattro metri, che avrebbe coperto il confine serbo-ungherese per circa 175 chilometri, a cui però hanno fatto seguito la chiusura del confine con la Croazia, nell’ottobre dello stesso anno, e la posa di una rete in filo spinato lungo tutto il confine con la Slovenia. Una barriera che isola l’Ungheria e che Orbán ritiene una difesa di cui si è giovata l’Europa intera: “Non è un’esagerazione affermare che la sicurezza dei cittadini europei è stata finanziata dai contribuenti ungheresi” ha dichiarato il premier ungherese, convinto che “l’Unione Europea dovrebbe almeno in parte contribuire alle spese straordinarie sostenute dall’Ungheria”.

La questione dei rifugiati
Dalle parole di Juncker si evince come la questione del muro sia legata a quella dei rifugiati. Viktor Orbán si è infatti opposto al piano di ridistribuzione dei rifugiati promossa dall’UE e la questione è arrivata fino alla Corte di giustizia europea che, infine, si è pronunciata negativamente riguardo al ricorso presentato da Ungheria e Slovacchia nel 2015 contro il sistema delle quote, confermandone la validità giuridica.

L’Unione Europea non costruisce muri e non li finanzia, ma davvero ha lasciato l’Ungheria da sola ad affrontare il flusso dei migranti? Le istituzioni europee hanno stanziato 93 milioni di euro provenienti sia dall’AMIF (il Fondo europeo per le migrazioni, l’asilo e l’integrazione) sia dal fondo di Sicurezza Interna (ISF). Altri 6 milioni erano stati garantiti in fondi di emergenza, per non parlare dei Fondi regionali europei e di quelli strutturali di cui l’Ungheria è all’ottavo posto tra i paesi beneficiari.

Queste due sconfitte rendono la sua posizione di Orban in Europa ancora più delicata con possibili contraccolpi anche all’interno del paese. Rimane da capire, in vista delle elezioni politiche del 2018, quanto la sua leadership ne risentirà: se Fidesz, il partito di governo, ha una quasi certa maggioranza, l’attuale premier potrebbe subire i contraccolpi della sua eccessiva intransigenza nei confronti dell’UE. Intransigenza che ha portato l’Ungheria ad assumere una posizione sempre più isolata all’interno delle istituzioni europee.

lunedì 18 settembre 2017

Troppi i muri che dividono i popoli: erano 15 nel 1989, oggi sono 63

Osservatore Romano
Aumentano le barriere che dividono i popoli: erano 15 nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, oggi sono diventate 63.



Nel 2015 sono stati avviati i lavori di 17 recinzioni, altre 4 nel 2016. Tanto che circa un terzo dei paesi del mondo ha oggi qualche forma di recinzione che divide i popoli. 

Sono alcuni dei dati contenuti nel dossier di Caritas italiana intitolato «All’ombra del muro». 

Lo studio prende in esame in particolare il muro tra Israele e Palestina, che condiziona ogni giorno la vita di 4,81 milioni di persone. In questa prospettiva, il dossier riporta anche l’esperienza dei gemellaggi avviati fra Caritas Gerusalemme, parrocchie locali e Caritas diocesane italiane. Iniziativa che ha l’intento di «costruire relazioni che siano segno di speranza e strumento per alleviare la povertà».
L’espandersi delle barriere ha toccato anche l’Europa, con 13 nuovi muri a partire dal 2013 per contenere i flussi migratori della rotta balcanica. 

Lo scorso anno sono stati costruiti anche i 175 chilometri tra Ungheria e Serbia, voluti dal governo magiaro di Viktor Orbán. Nel frattempo, viene evidenziato, anche il bilancio di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini, è quasi triplicato dal 2014 a oggi (da 97 milioni di euro a 281).
In America il muro più famoso è quello tra Stati Uniti e Messico ma ce n’è anche uno meno conosciuto tra Messico e Guatemala. «Il confine tra Messico e Stati Uniti — si legge nel dossier — è il più trafficato al mondo, con 350 milioni di attraversamenti legali ogni anno, e uno dei più sorvegliati. Dal 2005 a oggi gli Stati Uniti hanno speso 132 miliardi di dollari per rafforzarne la sicurezza. Eppure il confine è così lungo che è impossibile sorvegliarlo in maniera efficace».

domenica 21 maggio 2017

Marcia pro migranti. A Milano in centomila per abbattere i muri e costruire ponti

Avvenire
Adesioni da 70 Comuni e 700 associazioni. Sant'Egidio: i corridoi umanitari funzionano. Colori e allegria, anche se non sono mancati momenti di tensione dovuti ai soliti noti.


Insieme per dire no ai muri. O, come ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, per essere «costruttori di ponti». Anche perché, ha aggiunto il primo cittadino del capoluogo lombardo, «di fronte al tema epocale delle migrazioni non ci si può girare dall’altra parte. Lavoro ogni giorno per costruire una grande Milano, ma questo non avrebbe senso se si perdesse l’anima solidaristica della città». Affermazione che ha raccolto subito il gradimento del premier. «Grazie #Milano, sicura e accogliente», ha scritto su Twitter Paolo Gentiloni.

Sala assieme al presidente del Senato Pietro Grasso e ad Emma Bonino hanno aperto la grande marcia pro migranti, che ieri si è snodata per le vie del centro di Milano, da Porta Venezia fino a piazza del Cannone, tra il Castello Sforzesco e il Parco Sempione. Decine di migliaia di cittadini – gli organizzatori parlano di almeno 100mila persone – hanno voluto così ripetere a Milano quanto fatto a Barcellona, quando alcune settimane fa 160mila cittadini sono andati in piazza per chiedere al governo spagnolo una politica favorevole ai migranti.

«Questa manifestazione – ha detto il presidente del Senato – è un messaggio alla Ue: accogliere è un dovere. Chi è nato qui e studia qui è italiano. Dobbiamo dire stop ad ogni tipo di muro». Oltre alla manifestazione Grasso ieri si è recato anche in Questura dove ha ribadito anche un altro concetto: «L’accoglienza genera più sicurezza nelle città».
Venerdì il presidente del Senato era anche andato all’ospedale Sacco a visitare il militare e il poliziotto rimasti feriti nell’aggressione di giovedì alla Stazione centrale, fatto su cui indaga l’antiterrorismo. «Questa è la Milano dell’integrazione e della legalità», ha detto dal palco l’ex ministro Emma Bonino, rilanciando uno dei temi della manifestazione ovvero l’abrogazione della Bossi-Fini.

Il corteo, coloratissimo, è stato un coro unico nel dire, come recitava il titolo della manifestazione, «insieme senza muri». Alla marcia a sostegno dell’accoglienza hanno aderito 700 associazioni, oltre 70 sindaci, organizzazioni sindacali e caritatevoli come la Casa della Carità di don Virginio Colmegna. Oltre alle Acli, alle strutture del volontariato e della cooperazione sociale e anche personalità del mondo dell’arte e delle professioni. Presenti anche i politici: come Barbara Pollastrini, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani. Ma tra i temi del corteo c’era anche una critica al decreto Minniti, ritenuto da molti eccessivo. Un’istanza che è arrivata solo da una parte dei manifestanti ma che durante la giornata si è resa visibile generando non poche tensioni, come una contestazione dei centri sociali al Pd. Momenti di frizione soprattutto verso il sindaco e i membri della sua giunta come Carmela Rozza e la vice sindaco Anna Scavuzzo, che ha rischiato una vera aggressione.

Contestato anche il promotore della marcia: l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, che inserendosi nella dialettica nazionale del Pd aveva raccolto l’appello del ministro Andrea Orlando che a sua volta aveva lodato la marcia di Barcellona come elemento di unità dei dem. E sull’applicazione del decreto Minniti rimane divisa anche la giunta, che conta più di una posizione, con Majorino ad esempio prima rigido verso il testo del ministro e poi negli ultimi giorni un po’ più morbido.

Sicuramente la manifestazione è stata compatta contro le critiche ricevute dal centrodestra. Da Matteo Salvini per esempio, anche se lo stesso leader del Carroccio è stato contestato ieri al quartiere San Siro da gruppo di migranti e da ragazzi dell’area antagonista. «Io credo – ha detto Sivio Berlusconi – che questa iniziativa abbia un po’ delegittimato le forze dell’ordine che hanno fatto quella operazione per quanto riguarda gli immigrati stranieri presenti attorno alla nostra Stazione Centrale. Io personalmente non l’avrei fatta». «Meglio le contestazioni che l’annullamento della marcia come qualcuno aveva chiesto», ha replicato Sala.

Al corteo anche la Comunità di Sant’Egidio e il movimento Genti di Pace. Sant’Egidio ha ribadito «l’esistenza di alternative alle morti nel Mediterraneo», come dimostra il progetto-pilota dei "Corridoi umanitari" realizzato dalla Comunità con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Ad oggi sono circa 900 le persone già arrivate nel nostro Paese in sicurezza (aereo) e in modo legale (visto umanitario).

Davide Re

mercoledì 29 marzo 2017

Nuovi muri: Pakistan costruisce una recinzione al confine con l’Afghanistan

The Submarine
Il confine tra i due paesi è teatro di scontri e rivendicazioni da quasi un secolo. Ma fortificarlo danneggerà più i rifugiati e le persone comuni che i terroristi talebani.


I muri di confine vanno di moda — per essere un governo al passo con i tempi è indispensabile dotarsene. Dal Rio Grande all’Ungheria, passando per la Cisgiordania, sotto forma di muri veri e propri o semplici recinzioni militarizzate, il muro è diventato un tema simbolico forte del 2017.

Il nuovo arrivato nella famiglia correrà lungo un confine poco raccontato ma altamente conflittuale: quello tra Pakistan e Afghanistan. Il governo di Islamabad, infatti, ha annunciato la costruzione di una recinzione presidiata, con l’obiettivo dichiarato di ostacolare i movimenti dei guerriglieri talebani nella regione.

Imposto dalle autorità coloniali britanniche, il confine tra i due paesi (noto come Durand Line) è lungo quasi 2500 chilometri, perlopiù montuoso e storicamente non riconosciuto dall’Afghanistan — sin da prima che il Pakistan esistesse. Teatro di scontri dalla fine degli anni Quaranta, sfruttata da Pakistan e Stati Uniti per l’infiltrazione dei mujahideen oltre confine in funzione anti-sovietica, contestata tanto dai Talebani quanto dal governo di Hamid Karzai, la linea Durand è tuttora un caso geopolitico irrisolto.

Gli scontri armati tra militari afghani (o guerriglieri talebani) e pakistani al confine sono frequenti. Difficilmente presidiabile, il confine è riconosciuto come uno dei più pericolosi al mondo ed è ampiamente sfruttato anche per il contrabbando di qualsiasi cosa.

Una prima recinzione lungo la Durand Line, nell’area del Belochistan, è stata già completata nel 2016, dopo almeno tre anni di lavori, e si estende per oltre mille chilometri. A febbraio scorso, dopo una serie di attentati suicidi che hanno causato più di cento morti nel giro di una settimana, che ha causato almeno 90 morti e centinaia di feriti, il governo pakistano ha deciso di bloccare del tutto il confine, chiudendo i due principali punti di passaggio di Torkham e Chaman. Il confine è stato riaperto pochi giorni fa, il 20 marzo, per ragioni umanitarie.

La Durand Line non è attraversata infatti soltanto da terroristi e contrabbandieri, ma anche e soprattutto da centinaia di migliaia di rifugiati afghani — che spesso in Pakistan vanno incontro a persecuzioni e discriminazioni — oltre ad essere fondamentale per la circolazione di generi alimentari, beni di consumo e lavoratori da una parte all’altra del confine — che, è bene ricordare, taglia artificialmente a metà un territorio abitato da popolazioni pashtun.

La scelta di completare la fortificazione del confine rappresenta un nuovo atto di forza di Islamabad — che però, com’è prevedibile, finirà per danneggiare più i rifugiati e le persone comuni che vivono lungo il confine, che i guerriglieri talebani. Un portavoce del Ministero dell’Interno afghano ha detto ad Associated Press che le autorità del paese non hanno ancora visto nessun segno dell’inizio dei lavori di costruzione, ma che il governo si muoverà per prevenirlo. È difficile, insomma, immaginare come la scelta di fortificare il confine possa contribuire a pacificare una regione martoriata da quasi un secolo di conflitti.

Quasi contemporaneamente, la febbre dei muri ha contagiato anche la vicina India: il Ministro dell’Interno di Nuova Delhi, Rajnath Singh, ha annunciato sabato che il governo si muoverà per sigillare i confini con il Pakistan e il Bangladesh entro il 2018.

venerdì 24 marzo 2017

Roma, 25 marzo - #NotMyEurope: contro la politica dei muri per un'Europa più accogliente e umana.

Amnesty International
Contro le politiche dei muri e per un’Europa dell’accoglienza: il 25 marzo alle 15,30 Amnesty International, insieme a numerose altre sigle da sempre impegnate al fianco di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, dà appuntamento sulle acque del Tevere per la manifestazione #NOTMYEUROPE.


#NOTMYEUROPE: CHIEDIAMO UN’EUROPA PIÙ ACCOGLIENTE E UMANA 

La mobilitazione ha scelto proprio la data dell’anniversario dei 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma per chiedere ai rappresentanti dei vari governi che sono ospiti della Capitale un approccio più umano e accogliente verso chi fugge da guerre, persecuzioni o povertà.

L’installazione sul fiume Tevere

Lungo il fiume Tevere è prevista una imponente installazione che riproduce l’impatto delle politiche dei muri sulle persone in cerca di sicurezza in Europa.
Sul palco è in programma il reading di Moni Ovadia e Edoardo Buffoni dal titolo “Un uomo sopravvissuto al viaggio“. Previsti gli interventi di Emma Bonino, Luigi Manconi, Gad Lerner e quelli delle organizzazioni promotrici.

“Muri, blocchi e accordi disumani con paesi in Africa, Asia e Medio Oriente condannano persone in cerca di sicurezza a viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle – dichiarano le organizzazioni –. 

Il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali d’ingresso regolare e protetto. Mostriamo ai leader l’altra faccia dell’Europa, che vogliamo accogliente e solidale“.
#NOTMYEUROPE è promossa da tante organizzazioni della società civile impegnate in prima linea sulla migrazione. Tra le altre, oltre all’adesione di Amnesty International, Medici Senza Frontiere, A buon diritto, Amref, Arci nazionale, Baobab Experience, Centro Astalli, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Comitato 3 Ottobre, Intersos, Legambiente Onlus, MEDU – Medici per i Diritti Umani, R@inbow for Africa – R4A, Save the Children, Sea-Watch, Terre des Hommes.

Link dell'evento

lunedì 20 marzo 2017

Quante barriere e muri nel mondo ...

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il mondo torna a dividersi, a proteggersi, a chiudersi. Chilometri di muri, barriere, steccati per esorcizzare la paura della grande invasione. L'Africa che si espande verso il nord ricco e opulento alla ricerca di una nuova vita. L'Asia Centrale che sfugge alle guerre e alle carestie e punta verso l'occidente. L'America Centrale che guarda agli Usa per inseguire il mito intramontabile che anche l'ultimo può aspirare a diventare il primo. Un mondo al contrario. Chiuso in se stesso, aggredito da paure, prigioniero di un egoismo che lo rende più solo; incapace di immaginare un futuro che non ripeta gli errori (e gli orrori) del passato.


sabato 18 febbraio 2017

Ceuta, centinaia di migranti assaltano il muro: in 400 superano la frontiera

La Repubblica 
L'azione, la mattina del 16 febbraio, contro la barriera che circonda l'enclave spagnola in territorio marocchino: almeno la metà è riuscita a raggiungere il suolo europeo. Almeno quaranta feriti
Migranti africani con una bandiera europea dopo aver superato la barriera
di Ceuta dopo l'assalto di stamattina (ap)
Madrid - Circa 400 migranti illegali, ma alcuni dicono cinquecento, hanno forzato il passaggio questa mattina nel 'muro' che circonda l'enclave spagnola di Ceuta in territorio marocchino penetrando in suolo spagnolo. Lo riferisce l'agenzia di stampa spagnola Efe. Almeno 800 persone hanno partecipato all'assaltò alle porte d'ingresso nel 'muro', fatto di due recinzioni metalliche, e circa la metà è riuscita ad entrare a Ceuta. La polizia spagnola non ha potuto fermare il gran numero di persone che premevano sulle entrate.

Dopo aver scavalcato la barriera, gli oltre 400 migranti hanno cominciato a urlare "libertà, libertà" e sono stati accolti nei campi della Croce Rossa locale. Circa trenta migranti e almeno dieci agenti spagnoli, secondo la Ap, sono stati leggermente feriti e hanno dovuto essere medicati in ospedale.

A Ceuta una fitta rete di 8 chilometri e alta sei metri, supersorvegliata, cerca di impedire l'ingresso dei disperati provenienti dal resto del territorio africano. L'ultimo tentativo di una irruzione di massa fu a Capodanno scorso. E solo nel gennaio 2017, altri 1100 migranti, moltissimi dei quali africani subsahariani, hanno provato a entrare con la forza a Ceuta, forzando la barriera, quasi sempre senza successo.

Negli ultimi tempi sono emersi numerosi casi di tentativi disperati di superare il muro: migranti, anche bambini, che si nascondono nelle valigie o nei cruscotti delle automobili.

sabato 10 settembre 2016

“Il muro di Calais accentuerà i problemi anziché risolverli” Intervista a Marco Impagliazzo

Vatican Insider
Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ricorda che l’Europa è fondata sulla solidarietà e sul Diritto, per gestire poche migliaia di persone non c’è bisogno di muri

Un nuovo muro sta sorgendo a Calais, in Francia, ultima tappa sul continente prima di raggiungere la Gran Bretagna. Parigi ha deciso la costruzione - con fondi anche inglesi - dell’ennesima barriera che dovrà proteggere e difendere il traffico commerciale e non, in transito verso la Manica. Dietro il nuovo muro qualche migliaia di immigrati, la cosiddetta «giungla» di Calais. Abbiamo chiesto al presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, una valutazione su quanto sta accadendo.

Un nuovo muro per fermare gli immigrati sta sorgendo in Europa, e questa volta è costruito da due grandi nazioni del vecchio continente, la Francia e la Gran Bretagna. Che significato ha questa scelta?

«Significa che purtroppo la storia non ha insegnato molto, nel senso che i muri costruiti negli ultimi anni e nel secolo scorso, hanno solo diviso le popolazioni e non hanno mai risolto i problemi anzi, semmai li hanno accentuati. Come questo muro a Calais che sta ingigantendo un problema molto relativo, perché stiamo parlando di 3mila persone accampate dietro quel muro; stanno facendo di un piccolo problema un problema molto più grande e dando un’immagine che non giova all’Europa sotto tanti punti di vista, a partire dal fatto che l’Europa dovrebbe essere il continente fondato sulla solidarietà e sul Diritto».

Però anche a Calais ci sono state proteste, sia della popolazione locale che dei camionisti, di chi deve attraversare il confine. Come si affronta questo aspetto del problema?
«Vorrei dire innanzitutto una parola a favore della Gran Bretagna che è uno dei pochi paesi europei che sta mettendo in atto la ricollocazione dei migranti come era stato richiesto dall’Europa (ovvero la distribuzione dei migranti fra le varie nazioni e poi all’interno del proprio territorio, ndr), seppure con cifre molto basse; tuttavia la Gran Bretagna risponde applicando la legge, è un piccolo fatto positivo che va ricordato. Ma oltre ciò va ripetuto ancora una volta che tutta la questione può essere affrontata solo in una dimensione europea, e l’Europa non ha ancora accettato di affrontare il problema - così come pure l’Italia ha proposto – secondo un approccio che comunque garantisca a queste persone un collocamento dignitoso».

La logica del muro è dunque anche miope...

«In sostanza: più noi allarghiamo il muro più queste persone sceglieranno strade pericolose per attraversa il mare, la Manica, o provocheranno incidenti sulla strada di Calais (gruppi di immigrati nei pressi della cittadina francese provocano blocchi del traffico per intrufolarsi sui mezzi in transito verso la Gran Bretagna, ndr). Non è il muro che può risolvere il problema ma le politiche. Io credo che la Francia stia scaricando il problema, la Francia invece deve assumersi le proprie responsabilità perché questi cittadini sono sul suo territorio e vengono tenuti in condizioni fortemente precarie. È un problema che dovrebbe essere affrontato e condiviso a livello di strategie europee, di fenomeni migratori, e non a livello di muri. Per sistemare 3mila o 6mila persone, non c’è bisogno di un muro».
Tuttavia è proprio sul tema migranti che l’Europa sta vivendo una situazione critica: muri che sorgono dappertutto, dall’Ungheria alla Francia, movimenti xenofobi che guadagnano consensi, c’è un cortocircuito in atto, cosa sta accadendo?

«Bisogna tenere conto di vari aspetti. In primo luogo la cattiva informazione che viene data sul fenomeno migratorio sempre in termini di invasione, di sottrazione del lavoro da parte dei migranti, di rischio terrorismo, di paura dell’islam. C’è una cattiva informazione che gira intorno al tema migratorio in forza della quale le popolazioni invece di essere pronte ad affrontarlo in termini positivi lo guardano sempre in termini negativi. Qui devo dire per contrasto che l’esperienza dei corridoi umanitari che abbiamo messo in piedi con le Chiese protestanti, ha attivato la società civile in maniera intelligente e generosa. Oggi abbiamo più richieste da parte di famiglie, comunità parrocchie e imprenditori, di quanti “visti” abbiamo a disposizione per i corridoi umanitari, sembrerà paradossale ma è così. La gente è pronta ad accogliere se il discorso viene presentato in maniera corretta. Sono vent’anni che assistiamo a predicazioni di odio verso gli immigrati, in tale contesto va dato atto ad Angela Merkel di aver mantenuto una posizione favorevole all’accoglienza nonostante l’argomento facesse perdere voti».

Quali altri cause sono all’origine di questa ondata di paura?
«Troppo poco si spiega l’incidenza positiva che hanno gli immigrati sul pil (prodotto interno lordo, ndr) dei vari paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna che è una di quelle che guadagna di più dalla presenza di migranti. Inoltre ci sono problemi relativi ai paesi dell’Europa orientale chiusi verso tutto ciò che è islam o non è cristiano, in cui crescono forme sempre più estreme di nazionalismo. Infine conta il fatto che non ci sia stata una vera condivisione del problema a livello europeo, il caso italiano in questo senso è emblematico. L’Italia infatti insieme alla Grecia si è assunta un peso davvero eccessivo della questione senza ricevere nessun aiuto da parte dell’Europa, e in tal senso il tema del mancato ricollocamento fra i diversi paesi dell’Unione è l’esempio più clamoroso».

Il flusso di migranti sembra ormai da qualche tempo molto caratterizzato da ondate di profughi provenienti da zone di guerra: Medio Oriente, Siria, Iraq, nord Africa, Africa sub sahariana; alla fine è questa la radice del problema?

«La radice è questa in gran parte. Ormai fare il ragionamento sui migranti solo economici non ha più senso. È impossibile la divisione fra questi ultimi e chi fugge da una guerra, si tratta di categorie ormai saltate del tutto; cosa vuol dire infatti valutare uno che scappa dalla Siria come migrante economico? Certo si tratta di qualcuno che cerca anche un futuro, quindi in parte è anche un migrante economico, ma sarebbe rimasto volentieri in Siria. Sono categorie e distinzioni che non reggono più, noi dobbiamo aggiornarle; ma rivolgo soprattutto un appello agli Stati europei: unitevi alla società civile, chiedete alla società civile, la politica non ha più le soluzioni. La politica deve assolutamente passare per un nuovo rapporto con la società civile che spesso ha soluzioni molto più avanzate tipo quella dei corridoi umanitari o della sponsorship: ci sono migliaia di europei che sono pronti a essere sponsor di immigrati. Uscite dai palazzi, parlate con la società civile e collaborate con essa».

Fra pochi giorni, il 20 settembre, il Papa torna ad Assisi (un evento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme ai Francescani) e con lui tanti leader religiosi, per parlare di pace. Ma appunto questo resta un nodo irrisolto: l’Europa, la diplomazia, sono assenti davanti alle grandi crisi umanitarie, ai conflitti, che causano molti dei problemi di cui parliamo; non crede si tratti di un nodo irrisolto importante, di aspetto decisivo per affrontare alla radice il problema?

«Certo, a forza di piangere su noi stessi, di riflettere sulla crisi che sta attraversando l’Europa e di parlare di nostra impotenza, stiamo diventando corresponsabili di situazioni internazionali drammatiche che non riusciamo più a risolvere perché appunto amiamo piangere su noi stessi. Invece l’Europa deve assumersi le responsabilità storiche, sociali e umane che le competono e che vengono dalla sua storia. Lungo la strada che stiamo seguendo, al contrario, passiamo dall’impotenza alla corresponsabilità. Basta col dire: non si riesce a risolvere la crisi siriana, in realtà non si vuole risolvere la crisi siriana. La cosa naturalmente non riguarda solo l’Europa, però il quadro è questo. Si passa il tempo ad assegnare le varie colpe, si dice c’è l’Arabia Saudita, l’Iran, la Russia, Hezbollah, ma poi, alla fine? Ora basta, non possiamo continuare a dire: non è possibile».

Francesco Peloso

giovedì 8 settembre 2016

Crescono i muri in Europa. Ha più barriere fisiche che durante la guerra fredda

Blog Diritti Umani - Human Rigths
L'Europa avrà presto più barriere fisiche sui suoi confini nazionali, di quelle presenti durante la guerra fredda. 


La crisi dei rifugiati in atto, insieme con il conflitto dell'Ucraina con la Russia, ha visto i governi progettare e costruire nel 2015 muri di confine e recinzioni di sicurezza in tutto il continente. Il 15 settembre l'Ungheria ha completato una recinzione lungo il confine con la Serbia, un importante punto di ingresso nello scorso anno per i rifugiati nella loro strada verso l'Unione europea. In poche ore, più di 60 persone sono state arrestate per aver tentato di scalarlo. L'Ungheria è solo uno tratto di un anello di recinzioni anti-migranti che si stanno creando lungo i margini meridionali della zona Schengen. 

A nord, alla fine di dicembre, le piattaforme alla stazione ferroviaria di Kastrup di Copenaghen sono state recintate dalla Svezia per controllare il numero di migranti che entrano a Malmo dalla Danimarca attraverso il ponte Oresund.

E' di ieri la notizia che la Gran Bretagna costruirà un muro anti immigrati di 2 Km a Calais.  

Non tutte le barriere in Europa sono nuove, i rifugiati stanno ancora cercando di scalare o nuotare intorno a recinzioni originariamente costruite a metà degli anni '90 per racchiudere le enclave marocchine della Spagna di Ceuta e Melilla. Recinzioni sono state erette ai confini della Grecia e della Bulgaria con la Turchia nel 2012, e l'Ucraina ha iniziato isolando il suo confine con la Russia nel 2014. L'anno scorso gli Stati baltici hanno annunciato che stanno seguendo l'esempio. Questo lascerebbe la Bielorussia come unico confine non sigillato tra il Baltico e il Mar Nero.

Fonte: The Economist

giovedì 14 aprile 2016

Migranti, mons. Paglia: “All’Europa cristiana serve scossa morale. Muri scandalosi”

TV 2000
“Ricordando la frase di mons. Romero quando disse ai militari: ‘In nome di Dio vi ordino di non uccidere’, oggi verrebbe da dire: ‘In nome di Dio vi ordino di non costruire muri’ perché lì la gente muore, viene uccisa. E’ questo lo scandalo che ci dovrebbe rendere più attivi nella scossa morale che deve attraversare tutti. Questo mi auguro avvenga nell’Europa cristiana”

Mons. Vincenzo Paglia
Lo ha detto il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, durante il programma ‘Siamo Noi’ su Tv2000 sottolineando che è necessario “creare un’alleanza di solidarietà tra tutti i cristiani”.
“Per noi il problema dello stare accanto – ha aggiunto mons. Paglia – è un obbligo e una gioia, non un problema di concorrenze. Qui il vero problema è che non si coglie la crudeltà degli eventi”.


“Credo che sia indispensabile – ha proseguito mons. Paglia – uno sdegno morale che attraversi tutte le confessioni. E’ significativo che a Lesbo il Papa incontrerà gli ortodossi. Non c’è distinzione o divisione. Questo è un messaggio che noi cristiani, di tutte le tradizioni, dovremmo cogliere con grande forza perché la divisione dei cristiani è congeniale alla divisione provocata dagli ‘spiriti’ poco amorevoli”.

martedì 1 marzo 2016

Migliaia di rifugiati bloccati alla frontiera tra Grecia e Macedonia, molti i bambini

Rai News
Circa 6.500 persone sono bloccate al campo Idomeni, nella frontiera nord della Grecia con la Macedonia, dal momento che i responsabili di frontiera macedoni hanno consentito il giorno precedente il passaggio di appena 300 rifugiati. I problemi al campo sono iniziati la settimana scorsa, quando la Macedonia ha iniziato a rifiutare l'ingresso agli afgani e imporre più rigidi controlli ai documenti sui siriani e gli iracheni


Circa 6.500 rifugiati sono rimasti bloccati sabato a Idomeni, alla frontiera tra Grecia e Macedonia. Molti sono bambini. Il blocco dei migranti arriva all'indomani della decisione di quattro paesi balcanici che hanno deciso di reintrodurre il regime delle quote di ingresso. 

Slovenia e Croazia, membri della Ue, e Serbia e Macedonia, hanno annunciato venerdì che limiteranno a 580 il numero quotidiano di uomini, donne e bambini nei loro paesi. 

Misure arrivate sulla "scia" del giro di vite dell'Austria, che ha introdotto un tetto giornaliero di ottanta richiedenti asilo e che ha annunciato consentirà il transito di soli 3.200 migranti. "La situazione sarà regolata da qui a 15 giorni", ha detto il ministro greco per le Politiche migratorie, Yiannis Mouzalas, aggiungendo che il governo ha l'intenzione di realizzare dei campi provvisori che potrebbero ospitare fino a 2-3 mila persone. "Dobbiamo fronteggiare una crisi umanitaria che altri hanno provocato", ha sottolineato il ministro greco. 

Oltre alle persone bloccate a Idomeni, altre 800 persone sono state fermate in un campo provvisorio situato a una ventina di km dal posto di frontiera. Il numero totale di rifugiati su suolo greco e' arrivato al momento a circa 25 mila persone, secondo le autorità di Atene. Solo 150 profughi sono stati fatti passare al confine macedone giovedi' prima della chiusura d'Idomeni. Una settimana fa la Macedonia ha deciso di fermare alla sua frontiera gli afghani. Skopje chiede ai siriani e agli iracheni i documenti di identità, oltre al lasciapassare rilasciato nei centri di registrazione greci.

lunedì 7 settembre 2015

Papa Francesco: «È violenza alzare barriere contro chi fugge da condizioni disumane»

Vatican Insider
Nel messaggio all'incontro della Comunità di Sant'Egidio che inizia questo pomeriggio a Tirana, Francesco torna a parlare del dramma dei profughi. Le parole del presidente Mattarella
Accorato appello papale all’accoglienza e all’equità sociale. Con un messaggio di Francesco ed uno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella si apre oggi pomeriggio a Tirana l’Incontro Internazionale “La pace è sempre possibile” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. «Non dobbiamo mai rassegnarci alla guerra e non possiamo restare indifferenti di fronte a chi soffre per la guerra e la violenza. Ma è violenza anche alzare muri e barriere per bloccare chi cerca un luogo di pace. È violenza respingere indietro chi fugge da condizioni disumane nella speranza di un futuro migliore. È violenza scartare bambini e anziani dalla società e dalla stessa vita. È violenza allargare il fossato tra chi spreca il superfluo e chi manca del necessario», avverte il Pontefice.

Mentre mutano gli scenari della storia e i popoli sono chiamati a confrontarsi con trasformazioni profonde e talora drammatiche, sottolinea il Papa, «si avverte sempre più la necessità che i seguaci di diverse religioni si incontrino, dialoghino, camminino insieme e collaborino per la pace, in quello “spirito di Assisi” che fa riferimento alla luminosa testimonianza di san Francesco». L’Albania, aggiunge il Papa, è «simbolo della convivenza pacifica tra religioni diverse, dopo una lunga storia di sofferenza: ho voluto scegliere l’Albania come primo tra i Paesi europei da visitare, proprio per incoraggiare il cammino di convivenza pacifica dopo le tragiche persecuzioni subite dai credenti albanesi nel secolo scorso». Dunque, «la fede in Dio ci fa credere e ci fa gridare a voce alta che la pace è possibile: è la fede che ci spinge a confidare in Dio e non rassegnarci all’opera del male». Come credenti «siamo chiamati a riscoprire quella vocazione universale alla pace deposta nel cuore delle nostre diverse tradizioni religiose, e a riproporla con coraggio agli uomini e alle donne del nostro tempo».

Francesco ribadisce che la religione autentica è fonte di pace e non di violenza: «Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza, uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio, discriminare in nome di Dio è inumano». Secondo il Pontefice sostenere che la pace è sempre possibile non è un’affermazione ingenua, ma esprime la fede che nulla è impossibile a Dio: «Ci è chiesto un coinvolgimento sia personale che delle nostre comunità per il grande lavoro della pace». Con l’auspicio che possa dalla terra d’Albania, terra di martiri, partire una nuova profezia di pace e nella varietà delle tradizioni religiose si possa continuare a vivere.

Sulla stessa linea il monito all’integrazione di Mattarella. «La risposta delle nazioni democratiche non può essere la chiusura e l'arroccamento. La soluzione è porsi alla guida dei processi mondiali. Per farlo, serve una coraggiosa azione politica che coniughi dialogo, sviluppo, integrazione e sicurezza per i cittadini -afferma il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Le religioni possono dare un contributo molto importante per alzare lo sguardo, per mobilitare le coscienze, per vincere l'indifferenza. Papa Francesco ha recentemente ribadito che è un sacrilegio uccidere in nome di Dio. Le grandi religioni hanno una speciale responsabilità nel promuovere il dialogo e la comprensione. L'uomo autenticamente religioso incarna gli ideali di pace, di rispetto, di collaborazione, di rifiuto della violenza, di carità e di amore». Perciò, sottolinea il presidente della Repubblica, «la libertà religiosa, minacciata in molte parti della terra, è uno dei fondamenti dei diritti umani e delle democrazie: il dialogo è un lavoro complesso e paziente, ma la conoscenza reciproca mitiga la diffidenza, l'amicizia e il rispetto estirpano l'intolleranza».

Quindi «dobbiamo combattere e isolare i predicatori di odio, chi strumentalizza la fede religiosa, propria e di altri, per diffondere violenza e terrore, dobbiamo contrastare, con azioni concrete ed efficaci, chi alimenta l'idea dell'ineluttabilità dello scontro di civiltà: la sola civiltà che accettiamo è quella della pace, dell'incontro, della collaborazione, dei diritti fondamentali dell'uomo, della riduzione delle diseguaglianze. Non è un cammino facile, ma è l'unica strada concessa se desideriamo raggiungere una pace autentica senza smarrire o, peggio, tradire i nostri valori». E, avverte Mattarella, «quando prevalgono l'egoismo e la demagogia, l'Europa e l'intero Occidente risultano più deboli e la loro voce diventa meno efficace nel mondo».

La cerimonia di apertura del meeting di Sant’Egidio in Albania avrà luogo al palazzo dei Congressi della capitale albanese dove è prevista la presenza di alcune migliaia di persone. I discorsi di apertura saranno tenuti dal fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e dal primo ministro albanese Edi Rama; porteranno il loro saluto il ministro del Welfare e della Gioventù del governo albanese Blendi Klosi e il presidente della Repubblica del Montenegro Filip Vujanovic. Sono poi previsti interventi del ministro della Giustizia italiano Andrea Orlando e del patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq) Louis Raphael I Sako; e contributi del Primate della Chiesa autocefala ortodossa di Albania Anastasios, dell’ex rabbino capo di Irlanda David Rosen, del Segretario generale della “Al-Sharif Islamic Research Academy” di Al-Azhar, Muby al-Din Afifi, e del presidente della “Research Hindu Foundation” di Mumbay (India) Sudheendra Kulkarni.

Per tre giorni la capitale albanese vedrà riuniti 400 capi religiosi, rappresentanti delle diverse tradizioni culturali mondiali, missionari, giovani di tutta Europa, Asia e Africa che parteciperanno a 27 Panel tematici e faranno di Tirana la capitale del dialogo e della pace. L’obiettivo è costruire un nuovo soggetto che unisca la forza pacifica di tutte le religioni che si contrappone alla violenza con proposte concrete e realizzabili. «La religione – sottolinea il presidente di Sant’Egidio Marco Impagliazzo – sta tornando centrale nella vita personale e delle società, dopo un Novecento concentrato molto sulle tante scelte possibili e poco sul senso di quelle scelte». La Comunità di Sant’Egidio è amica dell’Albania da almeno 30 anni, ben prima della caduta del comunismo. Il paese delle Aquile, un tempo primo Stato ufficialmente ateo nel mondo, si è oggi aperto alle fedi religiose ed è diventato un esempio di convivenza pacifica, aperto all’Europa e impegnato nella costruzione di uno sviluppo sostenibile e nel superamento delle diseguaglianze sociali ancora fortemente avvertite nel paese. L’Incontro di Tirana si concluderà martedì pomeriggio con una grande preghiera per la pace e la lettura dell’Appello di Pace 2015 che i giovani consegneranno ai capi religiosi e alle personalità presenti alla cerimonia.

Giacomo Galeazzi
Città Del Vaticano

lunedì 17 agosto 2015

I "muri" europei contro l'immigrazione. Reazioni della destra e muri reali

Corriere della Sera
Gevgelija, nel Sud della Macedonia: centinaia di migranti danno l'assalto a un treno per la Serbia, l'ultimo Paese che rimane fra loro e l'Unione Europea.


Nuovo muro tra Ungheria e Serbia
Gevgelija, una città di 22 mila abitanti del Sud della Macedonia: dopo aver sostato a lungo sulla banchina, centinaia di migranti danno l'assalto a un treno, cercando di assicurarsi un posto per la Serbia, l'ultimo Paese che rimane fra loro e l'Unione Europea. I migranti arrivano dalla Grecia e sono soprattutto di origine mediorientale e afghana.

Tra proteste di piazza e scontri politici l'emergenza immigrazione moltiplica le linee di frattura in Europa. A Nord il premier britannico David Cameron non fa retromarcia dopo i richiami di Bruxelles e le dichiarazioni sugli "sciami che attraversano il mare" ma rilancia: "Fermeremo le irruzioni". Dalla Svezia alla Lettonia fino all'Italia, le destre evocano "il genocidio dei bianchi".

E a Est s'infiamma l'ex blocco sovietico. Non c'è solo l'Ungheria del nazionalista Viktor Orbán che alza il muro di filo spinato e lancia una campagna per scoraggiare gli ingressi illegali dai Balcani. In Slovacchia migliaia hanno manifestato a Bratislava contro la decisione del governo socialdemocratico di accettare 100 profughi in arrivo da Grecia e Italia secondo le ricollocazioni previste dall'Agenda Immigrazione della Commissione Ue. Gli smistamenti di circa 32 mila persone partiranno a settembre, Bruxelles vuole arrivare a 40 mila. Ci sarà battaglia.

La cattolica Polonia si è offerta di accogliere mille-duemila rifugiati, su 38 milioni di abitanti. Cinquanta famiglie siriane sono arrivate a luglio. Il dibattito politico ruota intorno alla richiesta delle frange più conservatrici di aprire le porte solo ai cristiani. Il tema è incandescente, Varsavia non ha i problemi economici dei vicini regionali ma a ottobre va al voto e la destra nazional-populista è in ascesa. Alle ultime presidenziali è stato eletto Andrzej Duda, del partito di Jaroslaw Kaczynski, che considera prioritario il rafforzamento della presenza Nato in funzione anti-russa. Sarà questa la carta negoziale degli occidentali. Come ricorda il ministro dell'Interno tedesco Thomas de Maizière, "la solidarietà dev'essere reciproca".

Se il Centro-Est vuole più protezione, la contropartita è l'accoglienza. La Germania, che prevede 600 mila arrivi nel 2015, ha visto negli ultimi mesi una fiammata di violenze anti-immigrati. La cancelliera Angela Merkel ieri ha condannato gli attacchi - "Non sono degni del nostro Paese" - e richiamato l'urgenza di "valutazioni comuni da parte della Ue" sulle condizioni di sicurezza negli Stati di provenienza degli immigrati, riferimento alla condivisione di sforzi anche nelle procedure di identificazione e asilo.

Il governo lettone, che accoglierà 200 persone giunte in Europa via mare, ha attrezzato una base militare abbandonata dove per ora dormono in 50. Nei raduni della sua Alleanza nazionale, che governa in coalizione con i liberali, il segretario generale Raivis Zeltits ricorda che la dominazione sovietica ha privato il Paese di una tradizione multiculturale e che "nel resto dell'Unione Europea l'integrazione dei musulmani non ha dato buoni risultati". Nella Repubblica Ceca, dopo una rivolta in un centro di immigrati, il presidente socialdemocratico Milos Zeman ha tagliato corto: "Nessuno vi ha invitati, se qui non vi piace andatevene".
di Maria Serena Natale