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martedì 18 ottobre 2022

Lettonia: rifugiati e migranti arrestati, torturati e respinti alla frontiera con la Bielorussia. Gravi violazioni diritto internazionale e UE

Corriere della Sera
 “Ci costringevano a rimanere nudi, a volte ci picchiavano e poi ci obbligavano a tornare indietro in Bielorussia, in alcuni casi anche attraversando un fiume la cui acqua era molto fredda. Ci dicevano che ci avrebbero sparato se non avessimo attraversato il confine”.“Dormivamo nella foresta, sotto la neve. Accendevamo dei fuochi per riscaldarci. C’erano lupi e orsi”.

“Un agente mi ha preso la mano, mi ha imposto di mettere la firma e mi ha fatto firmare con la forza”.

Queste testimonianze non provengono da una brutale dittatura ma da uno stato membro dell’Unione europea.

Sono contenute in un rapporto sulla Lettonia, pubblicato oggi da Amnesty International, che denuncia violenti respingimenti di migranti e rifugiati al confine con la Bielorussia e gravi violazioni dei diritti umani commesse nei loro confronti, tra cui detenzioni segrete e persino la tortura.

Il rapporto, intitolato “O tornerai a casa tua o non lascerai mai la foresta”, rivela il brutale trattamento di migranti e rifugiati, bambini compresi, trattenuti arbitrariamente in strutture segrete all’interno della foresta e costretti illegalmente e con la violenza a tornare in Bielorussia.

Molti di loro sono stati picchiati e sottoposti a scariche elettriche con le pistole taser, anche sui genitali. Alcuni sono stati obbligati a tornare “volontariamente” nei paesi di origine.

Questa situazione è iniziata il 10 agosto 2021, quando a seguito dell’aumento del numero di migranti e rifugiati incoraggiati dalla Bielorussia ad arrivare al confine, le autorità lettoni hanno posto in vigore lo stato d’emergenza.

Lo stato d’emergenza ha privato persone in cerca di rifugio dei loro diritti, sanciti dal diritto internazionale e da quello dell’Unione europea, consentendo alle autorità di rimandarle in Bielorussia in modo sommario e forzato, in violazione del principio di non respingimento.

Le autorità lettoni hanno ripetutamente prorogato lo stato d’emergenza, attualmente in vigore fino al novembre 2022, nonostante la diminuzione degli arrivi alla frontiera e la loro stessa ammissione che il numero dei tentativi d’ingresso era il risultato di più attraversamenti da parte delle medesime persone.

Così, decine e decine di migranti e rifugiati sono stati arrestati arbitrariamente e trattenuti in condizioni insalubri. A una piccola percentuale di loro è stato consentito l’ingresso in Lettonia, mentre la maggior parte è stata posta in centri di detenzione con scarsa o nulla possibilità di accedere alla procedura d’asilo, all’assistenza legale e a una supervisione indipendente.

Riccardo Noury

venerdì 4 giugno 2021

Allarme nella Ue - La Danimarca vuole deportare i suoi rifugiati in paesi africani, violando il diritto di asilo e trattati fondanti della UE

La Repubblica
Profughi e migranti in arrivo nel regno si vedranno rifiutata ogni richiesta di asilo, anche se perseguitati politici, e verranno trasportati in strutture realizzate in Paesi africani, per le quali si prevede la stipula di accordi bilaterali. Protesta l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati

La linea dura "migranti zero" del governo a guida socialdemocratica danese causa un duro scontro tra Copenaghen e l'Unione europea, appoggiata nelle sue proteste dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ma la premier danese Mette Frederiksen non dà segni di volontà di cedere o di cercare un compromesso.

Origine dello scontro è la legge approvata con 70 voti a favore e 24 contrari dal Folketing, il Parlamento unicamerale danese, che decide la costruzione di centri d'accoglienza per profughi e migranti in Paesi esterni all'Unione europea. 

Concordata in accordi bilaterali, possibilmente con Stati lontani, quindi Paesi africani come Rwanda, Tunisia, Etiopia ed Egitto. Profughi e migranti in arrivo nel regno si vedranno rifiutata ogni richiesta di asilo, anche se perseguitati politici a rischio della vita, e verranno trasportati in quei centri lontani. E anche se in casi eccezionali la ottenessero, non avrebbero la garanzia del permesso di soggiorno.

L'obiettivo dichiarato del governo danese è di arrivare a lungo termine a una situazione di "migranti zero". Allo stesso scopo, il mese scorso Copenaghen aveva deciso di revocare il diritto allo status di esuli politici ai cittadini siriani, preparandosi a radunarne a forza centinaia in centri di raccolta per poi farli riportare in Siria. Nonostante moltissimi di loro dichiarino di rischiare dura repressione, tortura e in alcuni casi anche la pena di morte per renitenza alla leva o contatti con le opposizioni. Dopo la vittoria di Assad alle elezioni-farsa tali rischi sono semplicemente aumentati.

"Condividiamo le preoccupazioni dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati per questa legge danese, i rischi che apre per i profughi e la sua compatibilità con gli impegni internazionali, e condividiamo anche le preoccupazioni che la legge danese mini le basi del sistema di protezione internazionale per i rifugiati", afferma un portavoce della Commissione europea. Aggiungendo: "La legge suscita interrogativi sia sull'accesso alle procedure del diritto d'asilo sia sull'effettivo accesso alla protezione. Non è possibile (la legge, ndr) né secondo le procedure esistenti dell'Unione europea né in base alle proposte per il Nuovo patto per la protezione e l'asilo, patto basato su leggi e trattati fondamentali della Ue e sulla concezione del diritto d'asilo come valore costitutivo dell´Unione". La Commissione europea esaminerà ulteriormente la legge danese prima di reagire con decisioni operative.

Secondo l'Alto commissariato Onu (Unhcr), con la legge danese si rischia l'effetto domino. Applicando una revisione così drastica della sua legislazione in materia di rifugiati, la Danimarca apre il rischio che altri Stati seguano il suo esempio, e la sua nuova legge è contraria allo spirito del valore del dovere della protezione internazionale dei rifugiati.

La legge danese non è ancora passata alla fase operativa, cioè a negoziati con i Paesi dove Copenaghen vorrebbe inviare gli esuli col dichiarato effetto di avere il minor numero possibile di "non europei" sul suo territorio. Il partito liberale di sinistra ha chiesto che ogni accordo bilaterale sul trasferimento forzato di esuli con Paesi extraeuropei venga esaminato dal Parlamento. Tuttavia è già in vigore appunto la disposizione contraddittoria in sé secondo cui anche le persone cui in casi eccezionali la Danimarca concederà diritto d'asilo non avranno la garanzia del permesso di soggiorno. In altre parole, la legge apre per molte persone il rischio, anche se riconosciuti come esuli perseguitati, di non potersi salvare da governanti come Assad o Lukashenko. Per far passare la legge anti-esuli Mette Frederiksen non ha esitato a chiedere e ottenere i voti dei legislatori di destra e di estrema destra, nonostante appartenga al Partito socialista europeo.

Andrea Tarquini

venerdì 19 marzo 2021

Oxfam - Migliaia di migranti allo stremo nelle isole greche. Fallimento delle politiche UE per i migranti dopo 5 anni dall'accordo con la Turchia'

ANSAmed
A 5 anni esatti dall'annuncio dell'accordo tra Ue e Turchia, siamo di fronte a un totale fallimento delle politiche europee sulla gestione dei flussi migratori, che hanno di fatto calpestato i diritti fondamentali di decine di migliaia di innocenti. 


Da allora infatti non è passato un giorno senza che moltissime famiglie rimanessero intrappolate nei campi sulle isole greche, in condizioni disumane. 

È la denuncia lanciata oggi da Oxfam, "in occasione dell'infausto anniversario di un accordo, nato con l'esplicito obiettivo di bloccare i migranti in Grecia per poi rispedirli indietro verso la Turchia". 

Una politica che non ha prodotto altro che condizioni di vita spaventose, episodi di violenza sui migranti alle frontiere e ritardi enormi nelle richieste di asilo, rendendole impossibili in molti casi. Tutto questo nonostante le famiglie arrivate sulle isole greche provenissero spesso da paesi in conflitto da molti anni, come Siria, Afghanistan o Iraq.


Nel 2021 gli arrivi in Grecia sono stati 1068 di cui 566 via mare. Da qui l'appello in una lettera aperta diretta all'Unione europea e agli Stati membri, firmata da altre 7 organizzazioni umanitarie, per un radicale cambio di rotta, che implichi uno stop definitivo alla costruzione di nuovi campi nelle isole greche, come prevede proprio il nuovo Patto europeo.

domenica 20 dicembre 2020

Migranti, Corte Ue condanna Ungheria: 'Non ha accolto. Violato il diritto Ue su asilo e rimpatri'

AnsaMed
"L'Ungheria è venuta meno agli obblighi del diritto dell'Unione in materia di procedure di riconoscimento della protezione internazionale e di rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare": lo ha stabilito la Corte di giustizia dell'Ue in una sentenza. 


In particolare, Budapest ha violato il diritto dell'Unione per "la limitazione dell'accesso alla procedura di protezione internazionale, il trattenimento irregolare dei richiedenti in zone di transito nonché la riconduzione in una zona frontaliera di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, senza rispettare le garanzie della procedura di rimpatrio".

La Corte ha di fatto accolto la parte essenziale del ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione contro l'Ungheria. Ed ha stabilito che "è venuta meno al proprio obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, in quanto i cittadini di Paesi terzi che desideravano accedere, a partire dalla frontiera serbo-ungherese, a tale procedura si sono trovati di fronte, di fatto, alla quasi impossibilità di presentare la loro domanda".

Per la Corte Ue è poi una violazione delle norme europee anche "l'obbligo imposto ai richiedenti protezione internazionale di rimanere in una zona di transito durante l'intera procedura di esame della loro domanda", che "costituisce un trattenimento". Infine, l'Ungheria è venuta meno agli obblighi della direttiva 'rimpatrio', "in quanto la normativa ungherese consente di allontanare i cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nel territorio è irregolare senza rispettare preventivamente le procedure e le garanzie previste da tale direttiva".

giovedì 18 luglio 2019

Migranti - La UE in Croazia realizza espulsioni di massa in Bosnia e Serbia, territori extra-UE

L'Espresso
Un'inchiesta-reportage dell'Espresso in edicola da domenica e già online su Espresso+ rivela le espulsioni di massa effettuate di notte dalla polizia di Zagabria. Una pratica che viola tutte le regole dell'Unione ma che, paradossalmente, viene effettuata con i soldi di Bruxelles. 


L'Unione Europea ha deportato illegalmente oltre i propri confini migliaia di profughi, rispedendoli verso Paesi extra Ue come Serbia e Bosnia. Una pratica che continua anche in queste settimane.

A confermare quello che fino a ieri era solo un sospetto (e un atto di accusa di Amnesty International) ci sono ora diverse testimonianze, tra cui quella del sindaco della città bosniaca di Bihac, Šuhret Fazlic, oltre a quella di un ufficiale della polizia croata che ha deciso di rivelare le pratiche illegali di deportazione collettiva.

Ciò che succede nei boschi tra Bosnia e Croazia è questo: migliaia di persone che provengono da Siria, Afghanistan e Pakistan e che hanno fatto tutta la rotta balcanica attraversano il confine della Ue entrando in territorio croato.

La Croazia, membro Ue, utilizza i fondi di Bruxelles per rimandare con la forza i rifugiati in Bosnia e Serbia. Una prassi del tutto illegale. Migliaia di persone portate via di nascosto e di notte attraverso i boschi, con i gps oscurati

A questo punto le norme della stessa Ue (tra cui il Trattato di Dublino) imporrebbero che i migranti venissero mandati negli appositi centri per l'identificazione, le impronte digitali e la richiesta dello status di rifugiati. Invece quello che accade in Croazia è che i migranti vengono prelevati e forzosamente riportati oltre la frontiera bosniaca (o talvolta serba), in violazione di tutte le norme.

I trasferimenti forzosi avvengono in camionette della polizia e molto spesso in maniera violenta, come provano le diverse testimonianze e le fotografie delle ferite degli stessi immigrati una volta riportati in Bosnia. Milena Zajovic Milka dell'Ong croata Are You Syrious sostiene che nel 2018 sono stati effettuati, secondo le loro stime, ben 10 mila respingimenti illegali oltre le frontiere Ue.

Il sindaco di Bihac, Šuhret Fazlic sostiene di aver personalmente incontrato dei poliziotti croati armati, mentre andava a caccia nei boschi fuori dalla sua città: stavano riaccompagnando con la forza in Bosnia un gruppo di 30-40 migranti. "Erano a circa 500 metri dal confine croato, sul suolo bosniaco. Mi presentai agli agenti e dissi loro che erano sul territorio bosniaco e che quello che stavano facendo era illegale. Ma fecero spallucce e si giustificarono spiegandomi che avevano ricevuto degli ordini". Un ufficiale anonimo della polizia croata spiega nei dettagli come avvengono queste deportazioni: di solito di notte e sempre di nascosto, dopo aver distrutto tutti i telefonini dei migranti per evitare che possano lasciare tracce digitali dei loro percorsi.

L'Europa sempre più piena di muri e frontiere. La Lega inzeppata di traffichini e fascisti. E il web in bilico tra libertà e privatizzazione selvaggia. Ecco cosa trovate sul numero in arrivo in edicola e sui device. E gli articoli in anteprima per gli abbonati Espresso+

Anche il difensore civico croato, Lora Vidovic, conferma la pratica delle deportazioni illegale di migranti dalla Croazia - cioè dalla Ue - verso Bosnia e Serbia. La Commissione europea ha stanziato oltre 100 milioni di euro per la Croazia negli ultimi anni, una parte significativa dei quali è stata destinata alla sorveglianza dei confini e al pagamento degli stipendi degli agenti di polizia e delle guardie di frontiera. Di fatto quindi, la stessa Ue finanzia operazioni illegali e contrarie alle norme Ue per espellere migranti che hanno diritto a chiedere lo status di rifugiati.

Barbara Matejcic


Fonte: Espresso 

martedì 4 giugno 2019

Nuovo esposto all’Aja contro l’Italia e l’Ue. «I politici responsabili di crimini contro l’umanità»

Corriere della Sera
La denuncia di un esperto di diritto internazionale e di un giornalista. «I Paesi europei tentano di aggirare il diritto affidando i respingimenti ai libici». Un testimone: «Così la guardia costiera libica è collusa coi trafficanti».

I primi ministri italiani Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Il ministro dell’Interno Marco Minniti. E poi Matteo Salvini. Ma anche il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. 

Sono questi i nomi che compaiono nelle 250 pagine che compongono l’esposto che verrà presentato alla Corte Penale internazionale dell’Aja dall’esperto di diritto internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, l’israeliano Omer Shatz, e dal giornalista franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. L’accusa è di crimini contro l’umanità a seguito delle politiche migratorie dell’UE nel Mediterraneo centrale. 

In particolare — si legge nella denuncia di cui il Corriere ha avuto il testo in anteprima -«esternalizzando le pratiche di respingimento dei migranti in fuga dalla Libia alla Guardia costiera libica, pur conoscendo le conseguenze letali di queste deportazioni diffuse e sistematiche (40 mila respingimenti in 3 anni), gli agenti italiani e dell’UE si sono resi complici degli atroci crimini commessi contro nei campi di detenzione in Libia».

Il periodo preso in esame è dal 2014 ad oggi mentre le accuse riguardano, le morti in mare, i respingimenti e «crimini di deportazione, omicidio, carcere, riduzione in schiavitù, tortura, stupro, persecuzione e altri atti disumani». Secondo l’analisi, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 l’Unione europea ha cambiato linea politica lasciando i migranti in difficoltà in mare, «al fine di dissuadere altri in simili situazione dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa». Questa scelta ha trasformato «il Mediterraneo centrale nella rotta migratoria più letale del mondo, dove tra il 1 ° gennaio 2014 e la fine di luglio 2017, sono morte oltre 14.500 persone». La denuncia si basa in parte su documenti interni di Frontex, l’organizzazione dell’Ue incaricata di proteggere le frontiere esterne e che, secondo gli avvocati, avrebbe avvertito che abbandonare la missione di salvataggio italiana Mare Nostrum avrebbe portato a un «più alto numero di vittime». I legali non individuano nel loro documento responsabilità specifiche di singoli politici o funzionari ma citano messaggi diplomatici e commenti di leader nazionali, tra cui Angela Merkel e Emmanuel Macron.

Sempre in modo consapevole, l’Ue avrebbe deciso di espellere le Ong dal Mediterraneo decidendo di collaborare con la guardia costiera libica, «diventato un attore chiave nell’intercettazione e nel respingimento illegale dei migranti». Il meccanismo si aggrava proprio a causa di quest’ultimo provvedimento. «Attraverso un complesso mix di atti legislativi, decisioni amministrative e formali accordi, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito alla guardia costiera libica sostegno materiale e strategico, incluso ma non limitato a navi, addestramento e capacità di comando e controllo». Una decisione che avrebbe permesso agli Stati membri di aggirare il diritto marittimo e internazionale.

Se il riferimento è alla creazione di una Sar Zone libica, confermata dall’Imo (organizzazione marittima internazionale) il giugno scorso, a dimostrazione dell’impianto accusatorio, viene allegata la testimonianza di un migrante, proveniente dal Darfur settentrionale che proverebbe la collusione della Guardia costiera libica con i trafficanti. «Eravamo 86 migranti, tutti sudanesi. La barca era troppo pesante. Abdelbasit (uno dei trafficanti, ndr) si è messo alla guida del barcone mentre un piccolo scafo guidato da Fakri (l’altro trafficante, ndr) faceva ricognizione», racconta. Una volta che i trafficanti se vanno, il barcone viene avvicinato da un’altra imbarcazione. «C’erano otto uomini in uniforme, con un mitragliatrice, che hanno speronato la nostra barca», spiega ancora l’uomo. Secondo il testimone, i militari dopo essersi fatti dare il numero di telefono dai migranti avrebbero telefonato uno dei trafficanti, Abdelbasit. «”Are you Ammo?”, hanno detto. Ma poi lui ha spento il telefono». A quel punto il barcone viene riportato indietro verso la Libia. «Sulla via del ritorno, hanno intercettato altre 4 barche. Al mattino presto, quando abbiamo raggiunto Zawiya, ne erano rimaste solo tre. Le altre due barche erano state rilasciate perché avevano raggiunto un accordo con la guardia costiera libica». Una volta riportati a terra, i migranti vengono trasferiti in una prigione. «Le guardie ci hanno detto: “Ognuno di voi deve pagare 2000 dinari, e noi poi vi riporteremo al punto in cui sarete salvati. Paga o se non hai soldi telefona, chiama la tua famiglia in modo che ci mandino dei soldi. Un agente può riscuotere denaro a Tripoli. Chiunque non riesca a pagare, lo trasferiremo nella prigione di Osama (noto anche come Al-Nasr detention center, ndr)”».

Il racconto del migrante prosegue. «Siamo stati detenuti per 15 giorni, io e mia moglie eravamo separati. Non voglio parlare di cosa è successo a lei. Alla fine, mia moglie è riuscita a chiamare i suoi fratelli che hanno mandato i soldi per tirarci fuori. Sono stati giorni molto difficili. Abbiamo bevuto una tazza d’acqua al giorno. Anche il cibo era disgustoso». Dopo 15 giorni «ci hanno rimesso in mare, siamo stati mandati sulla stessa barca di legno, con altri due gommoni. La barca che ci ha scortato era la stessa barca della guardia costiera libica che ci ha intercettato la prima volta. Gli uomini armati che erano sulla barca delle Guardie costiere libiche erano gli stessi uomini armati che erano sulla barca quando siamo stati intercettati la prima volta. Ci hanno scortato per due o tre ore, finché la luce della città non è diventata sbiadita». Superata la piattaforma petrolifera di fronte Sabratha gli uomini se ne vanno. «Le onde erano così alte e la gente ha iniziato a farsi prendere dal panico. Eravamo 87 sulla nostra barca - gli stessi passeggeri che erano con noi quando siamo stati intercettati per la prima volta, tranne quattro persone che non potevano pagare. Al mattino abbiamo scoperto che erano stati sostituiti da cinque libici che erano sulla barca. Poi siamo stati avvistati e salvati da una barca che ci ha portato a Trapani».

L’ufficio della procura dell’Aja dovrà decidere ora se acquisire la denuncia, un passaggio che non garantisce automaticamente l’avvio di un’inchiesta, ma è comunque evidentemente il primo passo che può portare ad essa. A gennaio è stata acquisita le denuncia di razzismo fatta contro il governo italiano dal “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo.

venerdì 24 maggio 2019

La UE alla Cina: rilasci l'avvocato Yu Wensheng e gli altri avvocati difensori dei diritti umani

Corriere della Sera
L'Unione Europea si aspetta dalle autorità cinesi l'immediato rilascio dell'avvocato Yu Wensheng, così come di altri difensori dei diritti umani detenuti e condannati tra cui Wang Quanzhang, Qin Yongmin, Gao Zhisheng, Ilham Tohti, Huang Qi, Tashi Wangchuk, Li Yuhan, Wu Gan e Liu Feiyue.
L'avvocato Yu Wensheng
Lo ha dichiarato il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae). L'organismo ha sottolineato come il noto avvocato cinese per i diritti umani, Yu Wensheng, che per diversi anni ha difeso i diritti umani, promosso lo stato di diritto in Cina e rappresentato attivisti e avvocati per i diritti umani, è stato processato a porte chiuse il 9 maggio presso il tribunale popolare intermedio della città di Xuzhou.

In questo contesto, secondo il Seae, non sono stati rispettati i suoi diritti ai sensi della legge sulla procedura penale cinese né gli obblighi della legge internazionale per un processo equo, senza indebito ritardo, per la difesa adeguata e l'accesso a un avvocato di sua scelta. Poiché la data del processo non è stata annunciata pubblicamente in modo tempestivo, né la sua famiglia né l'avvocato nominato erano in grado di partecipare al processo.

"In linea con il loro dichiarato obiettivo di rafforzare lo stato di diritto, le autorità cinesi dovrebbero rispettare gli obblighi di legge internazionali della Cina, inclusa la Dichiarazione universale dei diritti umani, e rispettare i diritti di tutti i cittadini come garantito dalla Costituzione cinese. L'Unione europea si aspetta l'immediato rilascio di Yu Wensheng, così come di altri difensori dei diritti umani detenuti e condannati e avvocati tra cui Wang Quanzhang, Qin Yongmin, Gao Zhisheng, Ilham Tohti, Huang Qi, Tashi Wangchuk, Li Yuhan, Wu Gan e Liu Feiyue".

venerdì 17 maggio 2019

Migranti: 50 morti da inizio anno in rotta Turchia-Ue - In maggioranza assiderati a confine Iran, 16 annegati nell'Egeo

ANSAmed
Istanbul - Sono almeno 50 i migranti che hanno perso la vita dall'inizio di quest'anno nel tentativo di raggiungere dalla Turchia il territorio dell'Unione europea senza regolari documenti.
 

La maggior parte delle vittime, secondo i dati delle autorità di Ankara elaborati da Anadolu, si registrano al confine turco-iraniano, da cui passano ogni anno decine di migliaia di persone, soprattutto afghani e pachistani.

Almeno 32 sono i corpi assiderati ritrovati nella provincia orientale turca di Van, la maggior parte emersi dopo lo scioglimento delle nevi invernali. Altri 2 migranti sono morti assiderati nella provincia di Edirne, al confine con la Grecia.

Sono invece 16 le vittime accertate in 4 naufragi nel mar Egeo di barconi diretti verso le isole greche.

martedì 19 marzo 2019

Migranti: Unicef, 650mila bambini frequentano scuole turche

AnsaMed
A 3 anni da patto Ue, investiti 85 milioni di euro.

Adana (Confine Turchia-Siria) - Sono 645.000 i minori rifugiati che frequentano le scuole in Turchia, circa il 60% del totale di quelli in età scolare. È la stima dell'Unicef, che insieme ai ministeri del Welfare e dell'Educazione di Ankara e alla Mezzaluna Rossa turca gestisce il maggior programma di sostegno nel Paese contro la dispersione scolastica dei profughi (Ccte).
Il progetto è finanziato fino al luglio prossimo con 85 milioni di euro della prima tranche di 3 miliardi di aiuti previsti dall'accordo Ue-Turchia, che oggi compie 3 anni, e verrà riproposto anche con le nuove risorse, già impegnate da Bruxelles.
Attraverso il Ccte, 487.000 minori rifugiati - l'85% dei quali siriani - ha ricevuto finora un sostegno economico legato alla regolare partecipazione alle attività educative, in modo da incentivare le famiglie più vulnerabili a mandarli a scuola.

venerdì 8 febbraio 2019

Il commissario per i diritti umani per la UE Dunja Mijatovic scrive a Conte: "Preoccupati per i diritti umani in Italia"

Globalist
Dunja Mijatovic ha espresso i dubbi europei per le conseguenze negative del decreto legge sulla protezione internazionale, l'immigrazione e la pubblica sicurezza


Una deriva etica e civile sulle cui macerie vogliono costruire l’Italia reazionaria: il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, ha pubblicato una lettera che ha inviato al primo ministro italiano, Giuseppe Conte, in cui esprime preoccupazione per le conseguenze negative che il decreto legge sulla protezione internazionale, l'immigrazione e la pubblica sicurezza potrebbe avere sui diritti umani dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione. 

Nella lettera, il Commissario chiede al governo italiano di chiarire le misure che intende adottare per garantire la continuità dei servizi essenziali per i richiedenti asilo e i beneficiari di protezione.
La preoccupazione è per le conseguenze negative che il decreto legge può avere sui diritti umani dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione, comprese le persone cui è stata concessa la protezione umanitaria, in particolare all'accesso all'accoglienza e servizi essenziali, come l'assistenza sanitaria e l'istruzione.

In particolare, il Commissario deplora l'apparente rapidità con cui le persone sono state trasferite dal centro di accoglienza dei richiedenti asilo a Castelnuovo di Porto (Roma) in vista della sua chiusura ed esprime preoccupazione per il fatto che questa misura potrebbe interrompere gli encomiabili sforzi messi in atto a livello locale per l'integrazione e la riabilitazione dei residenti di questo centro negli anni passati.

Il Commissario sottolinea anche la necessità di sostenere i diritti umani delle persone soccorse in mare. Pur riconoscendo il ruolo dell'Italia nel passato nel salvare vite umane in mare e nell'accogliere richiedenti asilo e migranti che arrivano sulle sue coste, il Commissario esprime le sue profonde preoccupazioni su una serie di recenti misure. "Continuerò a stupire gli altri stati europei sull'importanza della solidarietà per garantire che l'Italia e gli altri stati di primo arrivo non siano lasciati ad affrontare questa situazione da soli", scrive il commissario.

Allo stesso tempo, sollecita il governo italiano a garantire che i diritti umani delle persone salvate in mare, incluse le Ong che svolgono un ruolo cruciale in questo senso, "non vengano mai messi a rischio a causa degli attuali disaccordi tra stati membri sullo sbarco, e che le considerazioni umanitarie hanno sempre la priorità".

domenica 11 novembre 2018

L’Ue vuole bypassare Salvini: approva fondi diretti agli enti locali che accolgono migranti, senza passare dai ministeri

EuropaToday
Al Parlamento europeo passa un emendamento del Pd che stabilisce che le amministrazioni che offrono sostegno umanitario potranno chiedere finanziamenti comunitari senza passare per i ministeri.


All’indomani dell’approvazione all’unanimità del Decreto sicurezza presentato da Matteo Salvini in Consiglio dei ministri, il gruppo del Partito democratico in Parlamento europeo esulta per il passaggio in commissione Bilancio di una loro proposta che punta a mitigare gli effetti del decreto. 

I deputati europei vogliono permettere a Comuni e Regioni che accolgono migranti di ricevere fondi europei senza dover fare domanda ai ministeri. Si tratta dei fondi gestiti dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) che finanzia interventi di “accoglienza mirata” che vanno oltre la semplice distribuzione di vitto e alloggio.

Regioni e Comuni diventano autonomi
“Fino ad oggi i fondi per lo Sprar venivano richiesti dagli Stati”, ha spiegato l’eurodeputato Pd Daniele Viotti, che ha presentato l’emendamento, “ma visto che Salvini vuole abolire la protezione, cosa che considero anticostituzionale, daremo possibilità alle regioni e ai comuni di chiedere direttamente le risorse per progetti specifici”

Nel solo mese di luglio lo Sprar ha finanziato 877 progetti in Italia coinvolgendo oltre 1.200 amministrazioni comunali nell’accoglienza di 35.881 migranti tra cui vi sono 734 persone con disagio mentale o disabilità e 3.500 minori non accompagnati. L’emendamento presentato da Viotti, che è anche relatore dell’intero bilancio europeo per il 2019, è stato votato a larga maggioranza.

Gli altri provvedimenti
Tra gli altri provvedimenti presi in materia di immigrazione, la commissione dell’Eurocamera ha aumentato di 147,5 milioni i fondi per la cooperazione e lo sviluppo, di 146 milioni le spese per paesi “vicini” dell’Ue, di 53 milioni il supporto per i Balcani occidentali e di 33 milioni i fondi per la migrazione e l’integrazione. 

La votazione finale in Parlamento europeo della bozza di bilancio è prevista per 24 ottobre. Nelle tre settimane successive, si dovrà trovare un accordo col Consiglio, che rappresenta la volontà dei singoli Paesi membri. L’approvazione definitiva del bilancio 2019 arriverà solo a fine novembre.

venerdì 20 luglio 2018

La Ue contro Salvini: «Non consideriamo sicura la Libia»

Il Manifesto
La scelta cinica di adoperare i migranti come ostaggi da spendere nel braccio di ferro con l’Unione europea ha forse fatto le prime vittime. Il ministro Salvini, da Mosca, trascura il particolare. Conferma di procedere sulla stessa linea e ingaggia un nuovo scontro con l’Europa. 

Chiede alla Ue di considerare la Libia «porto sicuro». Incassa un secco no da parte della portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud: «Non consideriamo che lo sia». Nessun Paese nessuna imbarcazione europea riporteranno i profughi su quelle spiagge. Il ministro italiano replica minaccioso: «O si cambia o saremo costretti a procedere da soli».

SIA CHIARO, se la cura suggerita da Salvini, cioè la blindatura dei confini, «il blocco delle partenze aiutando Tunisia, Marocco, Libia ed Egitto a controllare mari, porti e confini», è totalmente sbagliata, non si può dire altrettanto della diagnosi. Quando accusa l’Europa di doppiezza dargli torto è impossibile: «C’è un’ipocrisia di fondo in base alla quale si danno i soldi ai libici, si forniscono le motovedette, si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». In effetti da un lato, giustamente, l’Europa riconosce che respingere i profughi significherebbe metterli nelle mani di torturatori e stupratori, ma allo stesso tempo la commissaria Mogherini vanta come risultato eccezionale la «caduta degli sbarchi dell’85% rispetto all’anno scorso». Come se fosse inumano riportare i migranti nei lager libici ma non lasciarceli per impedirgli di arrivare in Europa.

LE STESSE FONTI della Commissione devono percepire la contraddizione, perché fanno filtrare una spiegazione di tipo giuridico e non politico. C’è una sentenza del 2012 della Corte europea per i diritti dell’uomo che va in questo senso, spiegano. Ecco perché sia Salvini che la stessa Mogherini che la sottosegretaria agli Esteri Del Re insistono sulla possibilità che la Libia venga dichiarata invece «Paese sicuro» nel prossimo futuro. Pensando alle notizie che dalla Libia arrivano, suona come una beffa macabra.

Salvini ci spera. Punta a fare della Fortezza Europa la nuova strategia dell’intera Ue: «Non far partire e non far più sbarcare nessuna persona è l’obiettivo. La Ue deve convincersi che è l’unica soluzione». E sul divieto dei respingimenti: «Qualcosa che è vietato oggi può diventare normalità domani». Non è la linea di Conte, che mira a ripetere lo schema di accordi bilaterali con vari Paesi che ha sbloccato la situazione dei 450 profughi tra sabato e domenica. Non è la linea degli «alleati a metà» della Lega, i forzisti che, al contrario, insistono con la Gelmini sulla revisione di Dublino. Non è neppure, ovviamente la linea della Ue, che però gela anche Conte. «Siamo contenti che nel weekend si sia trovata una soluzione sulle due navi, ma siamo convinti che soluzioni ad hoc non possano durare a lungo termine», commenta infatti il portavoce della Commissione Schinas. «La politica estera non si improvvisa», chiosa la capogruppo azzurra al Senato Bernini.

TRA LA FINE di questo mese e l’inizio del prossimo la Commissione cercherà di mettere a punto una soluzione provvisoria basata sui «centri sorvegliati» nei Paesi di primo ingresso e sul tentativo di codificare maggiormente le ridislocazioni. La Mogherini insisterà per un’accelerazione della già prevista modifica della missione Sophia. L’idea di Conte è apportare una modifica lieve ma radicale: ripartire nei diversi paesi i porti di sbarco, mentre al momento le navi arrivano tutte in Italia. Far accettare la proposta è però un’impresa quasi impossibile. Difficilmente però la «revisione» metterà in discussione la guida italiana della missione. Perdere il comando significherebbe infatti avere meno argomenti e minor potere contrattuale. Sarebbe autolesionismo anche per Salvini, che pare essersi convinto.

LA SITUAZIONE è in realtà lontanissima da una soluzione. Le parole di Salvini da Mosca, dopo aver minacciato il veto sulla conferma delle sanzioni contro la Russia, sfiorano la dichiarazione di guerra: «La Ue vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome».

Andrea Colombo

mercoledì 16 maggio 2018

Bielorussia, ultimo paese Ue con la pena di morte

Italia Star Magazine
Drammatico servizio della Bbc sul braccio della morte nelle carceri di Minsk. Detenuti giustiziati all'improvviso, sepolti in aree segrete. I familiari informati solo con la restituzione di vestiti e oggetti. Il caso Yakovitsky.
[...]
Le esecuzioni vengono eseguite con un colpo alla testa, ma il numero esatto non è noto: si ritiene che ne siano state eseguite più di 300 dal 1991, anno in cui la Bielorussia è diventata un paese indipendente. Secondo Amnesty International , l'anno scorso vi sono state due esecuzioni capitali.

Attualmente, si ritiene che almeno sei uomini si trovino nel braccio della morte - mentre, secondo le leggi del paese, le donne non possono essere condannate a morte. I condannati - di solito per omicidi con circostanze aggravanti - sono tenuti in una delle celle di alta sicurezza nel seminterrato del Centro di detenzione pre-processuale, una prigione allestita nella costruzione di un castello del XIX secolo, ora parzialmente crollato, nel centro della capitale Minsk. Raramente gli attivisti e i giornalisti hanno accesso a tali informazioni. Il concetto Sono trattati come se fossero già morti, il concetto del Dead Man Walking, come negli Usa. Gravi le violazioni dei diritti umani, tra cui la "pressione psicologica", con agenti che spesso usano "torture e altri trattamenti crudeli, disumani e degradanti", ha detto un rapporto di Viasna, un gruppo locale per i diritti umani, nel 2016.

Ai detenuti non è consentito sdraiarsi o sedersi sui letti al di fuori dell'orario di sonno stabilito, ha detto al gruppo un ex operatore carcerario, e trascorrere la maggior parte della giornata passeggiando per le loro celle. Spesso si dice che anche il loro diritto di inviare e ricevere lettere non sia rispettato. "Le condizioni sono spaventose", ha dichiarato Aisha Jung, attivista di Amnesty International per la Bielorussia, che ha lavorato per un decennio alle esecuzioni capitali del paese. Gennady Yakovitsky, che ha vissuto a Vileyka, una città a circa 100 km da Minsk, era stato accusato di aver ucciso la sua convivente di 35 anni nel loro appartamento dopo due giorni di bevute con gli amici nel luglio 2015, secondo i rapporti dei gruppi per i diritti umani.

Dopo un litigio, in cui l’avrebbe colpita con pugni, si erano divisi, Yakovitsky si era poi addormentato. Quando si svegliò, la donna era già morta, con la mandibola rotta e parzialmente nuda. Tre giorni dopo fu arrestato.

Gli attivisti hanno detto che Yakovitsky ha affrontato pressioni psicologiche durante il suo primo interrogatorio e che le persone che erano in appartamento al momento ha dato testimonianza contraddittoria. "Alcuni testimoni erano ubriachi in tribunale", disse sua figlia. "Più tardi] dissero che non riuscivano a ricordare quello che era successo. Non è stato fornito alcun elemento di prova".

Yakovitsky era già stato condannato a morte per omicidio nel 1989, ma questo è stato commutato in un periodo di 15 anni di carcere. Alexandra ha detto che il tribunale di Minsk aveva usato questo come "la prova principale" contro suo padre. Nel gennaio 2016 è stato giudicato colpevole di un secondo omicidio, che ha negato, e condannato a morte.

Il giorno dell'esecuzione, un pubblico ministero comunica ai detenuti che il loro appello per l'indulto presidenziale è stato respinto. Aleh Alkayeu, ex capo del carcere in cui vengono eseguite le esecuzioni, ha dichiarato a Viasna: “Tremavano per il freddo o per la paura”. Spesso descritta come "l'ultima dittatura d'Europa", la Bielorussia è l'unico paese in Europa e nell'ex Unione Sovietica a non aver ancora eliminato la pena di morte, e il processo è avvolto nella segretezza.

lunedì 7 maggio 2018

Orban posizione anti-migranti alla Ue: No fondi Ue per i paesi che li accolgono e non vuole firmare il bilancio

AnsaMed
Ma senza Ungheria bilancio non si approva.Budapest - Non piace al premier ungherese Viktor Orban la proposta della Commissione europea sul futuro bilancio europeo. 

Il premier ne ha parlato oggi nell'intervista settimanale alla radio pubblica M1. "È inaccettabile che si taglino i fondi di coesione e quello degli agricoltori per dare di più ai Paesi che accolgono migranti", ha detto. 

Secondo Orban, non si deve spendere di più per i migranti, aumentando il fondo per la gestione dei flussi migranti. "I Paesi che accolgono migranti devono risolvere il problema con risorse proprie, e non devono avere neanche un centesimo dalla cassa europea", ha detto. Il bilancio di sette anni dovrà essere approvato all'unanimità, ha sottolineato. "Senza il consenso degli ungheresi, niente bilancio", ha tranquillizzato i suoi elettori.

domenica 6 maggio 2018

Russia - Proteste anti-Putin, fermati Navalni e 1600 manifestanti. Ue, arresti minaccia a libertà fondamentali.

Ansa
L'oppositore russo Alexiei Navalni è stato fermato dalla polizia in viale Tverskaia, a Mosca, durante la manifestazione 'Per noi non è lo zar' contro Putin, da lui organizzata.

Almeno 1.607 persone sono state fermate in 23 città della Russia durante le manifestazioni anti-Putin: lo riferisce la ong Ovd-Info, secondo cui è stato quasi eguagliato il numero di fermi della manifestazione anticorruzione del 26 marzo 2017, la più imponente dopo le proteste di piazza Bolotnaia del 2011-2012. Nel marzo dello scorso anno furono fermate tra 1.660 e 1.800. A Mosca oggi sono state fermate 704 persone e a San Pietroburgo 229.

Ci sono almeno cinque giornalisti tra le persone fermate, riportano i media russi. L'ong Ovd-Info fa sapere che a Mosca sono stati fermati i giornalisti Oksana Gandziuk, della tv d'opposizione Dozhd, e Ilia Gorshkov e Aleksandr Antiufeev, di Daily Storm. I tre avevano al collo la 'Press card'. La radio Eco di Mosca riferisce del fermo del fotoreporter di Novaia Gazeta Mikhail Grebenshikov. Radio Liberty inoltre fa sapere che anche una sua collaboratrice è stata fermata.

Gli arresti in Russia "minacciano le libertà fondamentali di espressione, associazione e assemblea" e "la detenzione di giornalisti minaccia anche la libertà di stampa". Così un portavoce dell'Alto rappresentante Federica Mogherini, sottolineando che "anche se alcune delle manifestazioni non erano autorizzate, questo non può giustificare la brutalità della polizia e gli arresti di massa". L'Ue "si aspetta che le autorità russe rispettino pienamente gli impegni internazionali che la Russia ha preso" in materia e che "rilascino senza indugio i manifestanti pacifici e i giornalisti".

mercoledì 28 marzo 2018

Vergogna umanitaria - La Turchia con i fondi UE per l'aiuto ai migranti ha costruito il muro al confine siriano e acquistato mezzi militari

Espresso
Mezzi blindati, apparecchi per la sorveglianza, tecnologia anti-cecchini, navi per il pattugliamento delle frontiere. I fondi dell'Unione europea al presidente turco Tayyp Erdogan sono stati usati non solo per aiutare i profughi siriani ma per l'acquisto di attrezzatura militare. 


Un'inchiesta esclusiva del consorzio EIC.

Il volto dell'Unione Europea è un muro di ferro e cemento. Alto tre metri, lungo più di 800 chilometri, pattugliato notte e giorno da mezzi militari pagati anche con fondi di Bruxelles. È così che si presenta oggi il confine lungo l'intera Turchia a chi cerca di fuggire alle stragi in corso in Siria.

Un'inchiesta condotta dai media danesi Politiken e Danwatch, in collaborazione con L'Espresso e il consorzio investigativo Eic, può rivelare come l'Unione abbia fornito oltre 80 milioni di euro ad Ankara per l'acquisto di mezzi militari blindati, apparecchi per la sorveglianza e navi per il pattugliamento delle frontiere.

Fra le centinaia di contratti legati alla gestione dei profughi siriani e all'avvicinamento del paese agli standard Ue, infatti, non ci sono solo aiuti umanitari. Ma anche il supporto tecnico per quella che si presenta ora come una frontiera invalicabile. E che rischia di diventare un monumento imbarazzante per l'Europa dei diritti.
Perché quei sistemi bellici regalati alla Turchia sono ora al centro di un fronte di guerra. Nelle mani dello stesso esercito impegnato ad attaccare i curdi, alleati dell'Occidente, in un'operazione estranea a ogni regola internazionale e che sta provocando centinaia di morti. Come ad Afrin, nella Siria settentrionale, dove le milizie appoggiate dai turchi stanno operando un massacro.

Non solo. Se il governo turco ha affermato che è possibile per i rifugiati siriani attraversare la frontiera, report di Human Rights Watch, dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, e le voci degli abitanti nella zona di confine, mostrano una realtà diversa: a chi tenta di avvicinarsi si spara. Fino ad uccidere. E quel muro è pattugliato con dei "Cobra II" pagati anche dalla Ue. "In base alla convenzione di Ginevra è vietato respingere rifugiati", commenta Laura Ferrara, europarlamentare del Movimento 5 stelle esperta di questioni migratorie: "ma chiaramente l'Unione non lo può controllare, questo, in territorio turco".

venerdì 8 dicembre 2017

Rifugiati - Giudici di Lussemburgo si avviano a deferire, Ungheria, Polonia e Cechia per il mancato rispetto dei piani di ricollocamento

Il ManifestoLa Commissione Ue deferisce Ungheria, Polonia e Cechia ai giudici di Lussemburgo. "Mi auguro che negli ultimi minuti che rimangono questi tre Paesi cambino posizione. Se sarà così ne terremo conto", dice Dimitri Avramopoulos al termine del Consiglio Affari interni di ieri. 


Le speranze del commissario europeo per l'immigrazione sembrano però destinate a rimanere tali. Le reazioni che arrivano da Polonia, Repubblica ceca e Ungheria alla decisione della Commissione Ue di deferire i tre Paesi dell'Est alla Corte di giustizia europea perché si rifiutano di accogliere richiedenti asilo da Italia e Grecia, non lasciano infatti pensare a un possibile passo indietro. 

"Per noi la migrazione illegale è una minaccia e nessuna pressione ci farà cambiare idea" ha subito fatto sapere il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto. Appena più conciliante il neo premier ceco Andrej Babis, che ha annunciato di voler proporre al Consiglio europeo del 14 dicembre soluzioni alternative per risolvere la crisi dei migranti. La sostanza, però, non cambia.

La decisione di ricorrere alla Corte di Lussemburgo è l'ultimo passo della procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea contro Ungheria, Polonia e Cechia per la chiusura dimostrata al piano di ricollocamenti deciso nel 2015 dal Consiglio europeo. 

Un meccanismo che prevede la distribuzione automatica dei rifugiati tra gli Stati membri e la cui validità è stata confermata il 6 settembre scorso proprio dalla Corte di giustizia europea.

A Bruxelles si sperava in una cambio di passo da parte dei tre Paesi che con la Slovacchia formano il blocco di Visegrad. Invece niente. "Mentre gli altri Stati membri hanno ricollocato e preso impegni nei mesi passati - spiegava ieri una nota della Commissione - l'Ungheria non ha intrapreso nessuna azione", "la Polonia non ha ricollocato nessuno e non ha preso impegni dal dicembre 2015" e "la Repubblica ceca non ha redistribuito nessuno dall'agosto 2016 e non ha preso alcun impegno per oltre un anno". Insomma chiusura totale, è la conclusione amara.

Adesso il deferimento alla Corte di Lussemburgo è destinato a complicare ulteriormente i già difficili rapporti tra le istituzioni europee e i paesi dell'Est. Per quanto riguarda l'Ungheria, in particolare, ieri la Commissione ha anche deciso di ricorrere al parere della Corte di giustizia per quanto riguarda la legge anti-Ong approvata da Budapest, ma anche di procedere con la procedura di infrazione in relazione alla sua legislazione in materia di diritto d'asilo. 

"Una cosa deve essere molto chiara: non possono esserci soluzioni alla free-rider" ha spiegato il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, lasciando intendere che nessun Paese può decidere da solo come agire. "Se uno Stato membro si trova ad affrontare una crisi, deve poter contare sulla solidarietà di ciascun altro Stato membro. Non ci si può sfilare dalla solidarietà perché non ci si sente a proprio agio".

Seppure indirettamente, la risposta a Timmermans è arrivata da Varsavia. Le quote - spiega una nota del ministero degli Esteri polacco - non solo non hanno contribuito a migliorare la situazione della migrazione né la sicurezza europea", ma "hanno approfondito in modo significativo le divisioni tra gli Stati membri". Una situazione a quanto pare destinata a proseguire.

Carlo Lania

mercoledì 16 agosto 2017

Migranti, UNHCR: “Codice ong riduce la capacità di salvare vite. Rischio violazione diritti umani”

Il Fatto Quotidiano
Secondo Agnes Callamard dell'Unhcr c'è il sospetto che l’Italia, la Commissione Ue e gli altri Stati europei "considerino il rischio e la realtà delle morti in mare un prezzo da pagare per dissuadere migranti e rifugiati". I finanziamenti alla Libia inoltre espongono chi viene riportato nel Paese a "violenze abominevoli". L'organizzazione umanitaria italiana Intersos: "Grazie alle scelte di Minniti migliaia di innocenti verranno torturati".


Il codice di condotta delle ong che operano nel Mediterraneo, scritto dal governo italiano con la collaborazione della Commissione Ue, impone “procedure che potrebbero ridurre la capacità delle organizzazioni di effettuare attività di salvataggio di vite”. 

Questo “potrebbe portare a più morti in mare, e la perdita di vite, essendo prevedibile ed evitabile, costituirebbe una violazione degli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani“. 

Ad affermarlo è Agnes Callamard, relatrice speciale dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Unhcr), dopo che le maggiori organizzazioni non governative hanno comunque fermato le proprie attività di soccorso per timore delle minacce libiche e in polemica nei confronti degli accordi tra l’Italia e Tripoli.

Secondo l’esperta, questo “suggerisce che l’Italia, la Commissione Ue e i Paesi dell’Ue considerano il rischio e la realtà delle morti in mare un prezzo da pagare per dissuadere i migranti e rifugiati” dal compiere la traversata dalla Libia all’Italia. 

La relatrice Onu, poi, avverte che il finanziamento di 46 milioni di euro dalla Commissione europea alla Libia per appoggiare la sua guardia costiera e le sue operazioni di ricerca e salvataggio possono esporre i migranti e i rifugiati che vengono riportati in Libia a “più violenze abominevoli“. 

“Alcuni vengono assassinati deliberatamente, altri muoiono in conseguenza di tortura, malnutrizione e negligenza medica”, avverte Callamard, aggiungendo che ci sono informazioni di violazioni del diritto alla vita da parte della guardia costiera libica, secondo le quali gli agenti hanno sparato contro imbarcazioni di migranti o impiegato tecniche di individuazione pericolose.

La relatrice segnala inoltre che il numero di immigrati e rifugiati riportati in Libia pare superi il numero di persone che risultano registrate nei centri di detenzione per immigrati, il che indica che alcuni vengono portati in strutture “non ufficiali e luoghi in cui possono essere privati della libertà e a rischio di gravi abusi, morte compresa“. 

Callamard ha ammesso che la guardia costiera libica ha bisogno di migliorare il suo lavoro, ma questo appoggio da parte dell’Ue “non si può fornire senza garanzie dimostrabili che i diritti dei migranti intercettati vengano rispettati e che i migranti stessi vengano protetti da violazioni e abusi da parte di agenti statali, milizie armate e trafficanti”, conclude l’esperta, che ha chiesto chiarimenti a Ue, Italia e Libia su tutte queste questioni.

Attacca le scelte del governo anche l’organizzazione umanitaria italiana Intersos, impegnata con progetti di risposta all’emergenza e protezione dei più vulnerabili in 16 paesi del mondo e in Italia, con un intervento a tutela dei minori stranieri non accompagnati. 

“Sulla migrazione il ministro Minniti vede la luce. Purtroppo grazie alle sue scelte, sostenute dal Governo Italiano e dall’Unione Europea, migliaia di persone innocenti vedranno il buio del carcere, delle torture, dello stupro e della morte in Libia“, scrive in una nota l’Ong replicando alla consueta conferenza stampa delministro dell’Interno il 15 agosto. 

“Nella sua conferenza di ferragosto il ministro dell’ Interno ha ancora una volta omesso di chiarire le conseguenze che la scelta di appaltare la gestione dei flussi migratori alla Libia avrà per uomini, donne e bambini. Uomini, donne e bambini che quando vengono fermati dalla Guardia Costiera libica subiscono frequentemente rapine e violenze, per poi essere portati in centri di detenzione dove sono tenuti prigionieri in condizioni inumane. 

Un’altissima percentuale degli uomini e dei bambini transitati dai centri di detenzione libici portano i segni di violenze e torture, la stragrande maggioranza delle donne subisce stupri ripetuti. Buona parte del paese, a cominciare dalle regioni vicine alla frontiera meridionale, sono prive di autorità statale, in mano a gruppi armati. Le prove di questi abusi sono enormi e riconosciute nei rapporti ufficiali delleNazioni Unite“, spiega la ong.

Intanto il Corriere scrive che a fine agosto è in agenda un vertice tra il ministro degli Interni e le maggiori ong, compresa Msf che si è rifiutata di firmare il codice di condotta. Lunedì mattina, secondo il quotidiano, c’è stata una telefonata tra il Viminale e i rappresentanti italiani dell’organizzazione, che avevano accusato il governo italiano di complicità con la Libia dove i migranti subiscono torture e stupri. Secondo la fonte del Corriere “si parlerà del codice ma anche di resettlement e autentici corridoi umanitari“.

di F.Q.

mercoledì 14 giugno 2017

UE - Infrazione contro Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca perché non accettano rifugiati

EUNews
I tre Paesi non partecipano al programma di ricollocamento dei migranti da trasferire da Italia e Grecia. La Commissione: “Troppi ritardi, è il momento dell’azione”


Bruxelles – Nel programma di ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia ci sono “troppi ritardi”, mentre ora “è il momento dell’azione”, per questo al Commissione ha deciso di aprire una procedura di infrazione contro Ungheria, Repubblica Ceca e Polnia che “nonostante i ripetuti richiami non hanno preso i provvedimenti necessari” per ospitare i rifugiati come prescritto dal programma europeo. 

Dopo mesi di tolleranza, il commissario all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, ha annunciato che l’esecutivo ha deciso di usare le maniere forti, anche se all’ultimo momento visto che il programma terminerà il prossimo 27 settembre.

In totale, finora, in Grecia 27.208 persone hanno aderito al programma e 13.973 sono state ricollocate in un altro Paese membro. L’Italia ha registrato 8.600 migranti di cui 6.896 sono stati trasferiti. Altre persone 700 sono in attesa di essere registrate, ma sulle nostre coste sono sbarcati quest’anno altri 2.500 eritrei, una delle nazionalità che insieme a siriani e iracheni rientrano nel programma, e che potrebbero presto essere inclusi nel piano di ricollocamento. 

Dopo le insistenze di Bruxelles, il ritmo dei trasferimenti è cresciuto arrivando a 1.300 al mese, nel 2017 sono stati in tutto 10.300, il quintuplo rispetto allo stesso periodo del 2016. Secondo le stime della Commissione dovrebbe essere possibile ricollocare tutti gli aventi diritto, attualmente circa 11.000 registrati in Grecia e circa 2.000 in Italia, entro settembre ma bisogna considerare che gli arrivi del 2016 e 2017 sono in attesa di registrazione e che il programma lanciato nell’estate del 2015 proponeva un obiettivo finale di 160mila. In ogni caso, l’obbligo giuridico di ricollocazione per gli Stati membri non terminerà dopo settembre perché le decisioni del Consiglio sono applicabili a tutti coloro che sono arrivati sulle coste dei due Paesi fino al 26 settembre 2017.

“Europa significa anche condividere i momenti difficili e le sfide”, ha affermato Avramopoulos in conferenza stampa a Strasburgo ricordando che al programma di resettlement partecipano solo migranti “in chiara necessità di protezione internazionale, identificate e registrate tramite impronte digitali” e che quindi “non facilitando il ricollocamento si contribuisce ai movimenti secondari di migranti, agli ingressi irregolari e questo contribuisce a sua vola a creare rischi alla sicurezza”.

Ungheria e Polonia sono gli unici Stati membri che non hanno accettato di ospitare un solo migrante dall’inizio del programma anche se Varsavia aveva preso un impegno nel dicembre scorso che però poi non ha mai rispettato. La Repubblica Ceca aveva invece accettato alcuni trasferimenti ma dall’agosto scorso non ha più accettato nessuno. Secondo il programma gli impegni dovrebbero essere presi almeno ogni tre mesi.

Ungheria e Slovacchia hanno addirittura portato il piano europeo alla Corte di giustizia dell’Ue, ma questo non sembra intimidire la Commissione. “Le decisioni prese dal Consiglio sono leggi europee e sono obbligatorie per tutti gli Stati membri e contestare il meccanismo portandolo alla Corte non ha effetti sospensivi e resta vincolante a meno che la Corte non decida altrimenti”, ha spiegato il commissario.

Migliore la situazione per quanto riguarda i reinsediamenti, ovvero i trasferimenti dei migranti dai Paesi terzi direttamente in Europa, con quasi tre quarti (16.419) dei 22.504 concordati nel giugno 2015 già effettuati.

“Non possiamo permettere agli Stati membri di sottrarsi alle proprie responsabilità comune nei confronti dei rifugiati. La Commissione ha ascoltato il Parlamento europeo e ha diritto di agire contro gli Stati che stanno boicottando la loro ricollocazione”, ha commentato Ska Keller, presidente del gruppo Verdi-ALE al Parlamento europeo. 

“Mentre l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca hanno rifiutato di accettare i rifugiati, i campi in Grecia e in Italia sono sempre più sovraffollati. Questo è inaccettabile. Abbiamo bisogno di lavorare sulla solidarietà tra i Paesi – ha concluso Keller – nella nostra politica europea nei confronti dei rifugiati. ”

Alfonso Bianchi

mercoledì 17 maggio 2017

Oim, 54.000 migranti via mare in Europa in 2017, 1.316 i morti

AnsaMed
E' salito a 53.912 il numero dei migranti e rifugiati giunti in Europa via mare dall'inizio del 2017 e a 1.316 il dato delle persone morte nel Mediterraneo durante la traversata. Lo riferisce l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) che ha reso noti oggi i dati aggiornati al 14 maggio.



Quasi l'85% degli arrivi è stato registrato in Italia, con circa 45.118 arrivi dal primo gennaio (contro i 32.292 nello stesso periodo del 2016), con una crescente presenza di migranti da Bangladesh e Marocco.

Anche la maggioranza dei decessi in mare - riferisce l'Oim - è stata segnalata sulla rotta del Mediterraneo centrale tra l'Africa del Nord e l'Italia, con 1.229 decessi (966 nello stesso periodo del 2016).