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sabato 22 ottobre 2022

USA - Tennessee, Alabama, Louisiana, Oregon e Vermont - 5 Stati al voto per abolire i lavori forzati dei detenuti

Il Fatto Quotidiano
Tennessee, Alabama, Louisiana, Oregon e Vermont al voto per l’abolizione. La forza lavoro praticamente a costo zero delle prigioni produce circa 2 miliardi all’anno in beni, ed oltre 9 miliardi in servizi per la manutenzione delle stesse prigioni. Negli Usa i detenuti sono circa due milioni.

Oggi, nel 2022, sono ottocentomila i detenuti che negli Stati Uniti sono sottoposti ai lavori forzati. Una forma di schiavitù, perché in sette Stati i prigionieri-lavoratori non vengono pagati nulla, mentre a livello nazionale la paga media è di 52 centesimi all’ora, un guadagno già infinitamente minimo che viene ancora ridotto dalle ‘detrazioni’ compiute dalle amministrazioni carcerarie per tasse e spese. 

Ma le cose potrebbero cambiare in Tennessee, Alabama, Louisiana, Oregon e Vermont, che l’8 novembre votano - oltre che per il midterm - per abolire completamente ogni forma di schiavitù ancora ammessa dalla Costituzione.

Il 13esimo emendamento con cui è stata abolita nel 1865 la schiavitù infatti la riconosce ancora possibile come punizione per un crimine. E nell’America della più grande popolazione carceraria al mondo - oltre due milioni secondo i dati del 2021, con un numero sproporzionato di afroamericani - la forza lavoro praticamente a costo zero delle prigioni produce circa 2 miliardi all’anno in beni, ed oltre 9 miliardi in servizi per la manutenzione delle stesse prigioni, secondo i dati dell’Aclu.

I referendum presentati tendono ad eliminare nelle loro Costituzioni statali la formula che, sul modello del 13esimo emendamento, permette i lavori forzati. Finora solo tre stati - Colorado per primo nel 2018, seguito due anni dopo da Nebraska e Utah - hanno adottato legislazioni in questo senso. E secondo gli esperti i referendum del prossimo mese potrebbero essere “l’inizio di un’ondata, sospetto che da qui a dieci anni saremo inorriditi al pensiero che nel 2022 vi erano stati che permettevano questo cose”, come ha detto Sharon Dolovich, docente di diritto dell’University of California a Los Angeles.

“Dobbiamo prendere coscienza del fatto che lo stesso emendamento che ha liberato gli schiavi ha una clausola che ha permesso di renderli di nuovo schiavi - aggiunge Robert Chase, docente della Stony Brook University che dirige il gruppo Historians Against Slavery - permettendo che uomini e donne afroamericani siano rimessi in schiavitù incarcerandoli e vendendo il loro lavoro alle corporation private”. I detenuti che si rifiutano di lavorare a queste condizioni vengono puniti, messi in isolamento o perdono la possibilità di avere la pena ridotta per buona condotta, spiega ancora Chase.

Nel 2002 alla Corte Suprema è arrivato il caso di un detenuto dell’Alabama che era rimasto legato ad un palo sotto il sole per sette ore perché si rifiutava di lavorare alla ‘chain gang’, la fila di forzati, legati ad un’unica catena, che lavorano, nelle divise a righe, sui cigli delle strade, nei campi, sui binari delle ferrovie. Nel 2016 c’è stato anche il più grande sciopero delle prigioni d’America, con 24mila detenuti che si sono rifiutati di lavorare. Ed il mese scorso i detenuti dell’Alabama hanno scioperato ancora, paralizzando i servizi di pulizie del carcere.

La questione centrale infatti è che il sistema delle carceri si basa sul lavoro praticamente gratuito fornito dai detenuti: nei mesi scorsi in California non è stata accolta la misura che avrebbe abolito la servitù involontaria, costringendo l’amministrazione statale a pagare ai detenuti il salario minimo. “Stiamo facendo ricorso” annuncia Dolovich spiegando che pagare i detenuti sotto il salario minimo è sempre “una specie di schiavitù”.

martedì 25 luglio 2017

La Cina sfrutta le miniere africane con il lavoro forzato dei detenuti

Il Giornale
Almeno 50mila prigionieri politici o comuni costretti a estrarre oro in 549 giacimenti ghanesi. Un business da due miliardi a costo zero



Nonostante il Pil nel 2016 abbia fatto registrare un +8,6 per cento, non è tutto oro ciò che luccica nel Ghana. La nazione posizionata sulle cartine geografiche dalle performance dei suoi calciatori (come Asamoah, Muntari o Abedi Pelè), in realtà sull'oro galleggia. Peccato che i profitti delle miniere siano pari a zero, cannibalizzati dalla longa manu cinese, che si mette in tasca circa 2 miliardi di euro l'anno (l'8% della forza economica ghanese). 


Dal Paese della Grande Muraglia sono arrivati circa 50mila cercatori d'oro dall'inizio dell'anno. Un esercito di manovalanza a costo zero inviata da Pechino per estrarre il metallo prezioso. Lavoratori impiegati anche diciotto ore al giorno nelle 549 miniere artigianali, e spesso illegali, disseminate nell'ex colonia britannica. A buona parte dei cercatori d'oro non viene riconosciuto uno stipendio: sono quasi tutti prigionieri comuni o prigionieri politici, condannati alla catena perpetua, ed esportati per continuare a svolgere i lavori forzati dove l'economia cinese vanta un qualche interesse.

È l'altra faccia del made in China, quella che offre tecnologia e manodopera in Ghana, costruisce stadi in Angola, centrali elettriche in Guinea Equatoriale e autostrade in Tanzania, e in cambio ottiene il diritto d'esclusiva nello sfruttamento di qualsiasi materia prima. 

Uno sfruttamento che viaggia di pari passo all'invasione silenziosa e incalzante dell'Africa nera. Ci sono parecchie associazioni umanitarie che vorrebbero vederci chiaro sulle miniere del Ghana e sulla forma di schiavitù camuffata da contratto di lavoro. Alcune miniere sono diventate enclave cinesi, senza controllo da parte del governo di Accra. Zone dedite ai peggiori traffici, compresi quelli della droga e della prostituzione, un business nel business. Inoltre, l'utilizzo scriteriato del mercurio per l'estrazione dell'oro ha provocato l'inquinamento delle falde acquifere.

Pechino rispedisce al mittente critiche e accuse, continuando a flirtare con i suoi partner africani. Il Ghana potrebbe però a breve spezzare questa sorta di circolo vizioso. Almeno secondo le parole di uno dei tanti personaggi bizzarri del continente nero, l'attuale presidente della repubblica Nana Akufo Addo, che ha assunto il potere lo scorso 7 gennaio. Addo vorrebbe tagliare il cordone ombelicale con la Cina, per prendere le distanze dal suo predecessore John Mahama, fedele alleato di Xi Jinping, e privatizzare le miniere. Ha assicurato di potere risolvere tutto nello spazio di un anno. 

Il che significherebbe rispedire in Cina circa 400mila persone tra maestranze e lavoratori forzati, mandando all'aria tra l'altro una lunga serie di accordi economici con Pechino. Qualcosa del genere venne messo in atto una sola volta nella storia dell'Africa Nera: era il 1977 e il sanguinario presidente dell'Uganda Idi Amin Dada cacciò dal Paese tutte le forze lavoro straniere. L'Uganda venne travolta da una crisi economica devastante e Amin Dada costretto a riparare in Arabia Saudita dopo il colpo di stato perpetrato da Yusufu Lule.

Molto più prosaicamente Addo vorrebbe azzerare le ingerenze straniere non tanto per far crescere l'economia ghanese, la cui locomotiva viaggia a buon passo, ma per far fronte ai costi della pachidermica macchina statale. Il Ghana, che conta 25 milioni di abitanti, ha un governo composto da 97 ministri, 254 sottosegretari e quasi 500mila funzionari governativi che a vario titolo succhiano avidamente dalle floride (per il momento) mammelle delle casse statali. Controllare l'oro sarebbe di vitale importanza per mantenere a vita la corte dei miracoli (ovvero i collettori di voti per lo stesso Addo).

Lo scorso maggio il ministro delle Risorse naturali ha lanciato un ultimatum, dando tre settimane di tempo a tutti i minatori e alle aziende minerarie cinesi per lasciare il Ghana. A luglio non è cambiato nulla. Anzi soltanto nelle ultime settimane sarebbero entrate illegalmente almeno altre duemila persone. Nessuno le ha viste arrivare all'aeroporto di Accra, ma a quello di Lomè, in Togo, ottenendo alla dogana un visto turistico. Qualcuno potrebbe domandarsi come abbiano fatto a trasferirsi in Ghana. Semplice: Lomè capitale togolese, si trova per un terzo del territorio in... Ghana. Di frontiere quindi neanche a parlarne. 

La Cina da parte sua ha chiesto al presidente Addo di rivedere i suoi propositi bellicosi, offrendo 14 milioni di euro sull'unghia per irrorare le casse dello Stato e offrendosi di cofinanziare i recenti progetti della rete autostradale e ferroviaria per collegare Accra alle città di Kumasi e Tamale. 

Per la manovalanza di problemi non ce ne sono, fa sapere Pechino, le carceri funzionano meglio di un ufficio di collocamento. Non solo, la Cina vorrebbe diversificare gli investimenti, fino a controllare anche le coltivazioni di cacao. Una produzione senza precedenti, 820mila tonnellate, ha provocato il crollo dei prezzi, e per coprire la retribuzione agli agricoltori locali il governo ghanese dovrà attingere al fondo di stabilizzazione. La Cina si è offerta di mettere mano al portafogli, anche per indebolire la concorrenza (in materia di cacao) della vicina Costa d'Avorio, che durante il braccio di ferro armato tra Gbabgo e Ouattara nel 2011 non aveva ceduto alle lusinghe di Hu Jintao.

Luigi Guelpa

venerdì 30 giugno 2017

Uzbekistan - Human Right Watch: la Banca mondiale finanzia progetti legati al lavoro forzato e minorile

Riforma.it
La denuncia lanciata da Human Right Watch che ieri ha pubblicato un rapporto nel quale si registrano sistematiche violazioni soprattutto nel settore del cotone.


Le immagini di uomini, donne, bambini africani costretti dai negrieri al lavoro forzato nelle piantagioni di cotone americane sembravano ormai archiviate in un triste e lontano passato. 

Invece nel XXI secolo in Uzbekistan, stato dell’Asia centrale, un numero enorme di persone, a volte bambini fino ai 10/11 anni, sono costretti a lavorare lunghe ore nei campi di cotone in condizioni difficili. Ancor più grave è che tale lavoro forzato e minorile riceva ingenti risorse dalla Banca Mondiale: circa mezzo miliardo di dollari che va a finanziare progetti soprattutto nel settore dell’agricoltura.

È la denuncia lanciata da Human Rights Watch (Hrw) e dal Forum per i diritti umani uzbeco-tedeschi in un rapporto presentato ufficialmente ieri, intitolato «Non possiamo rifiutarci di raccogliere il cotone: il lavoro forzato e minorile legato agli investimenti del Gruppo della Banca Mondiale in Uzbekistan».

Il rapporto di 115 pagine evidenzia nel dettaglio come il governo uzbeko abbia costretto studenti, insegnanti, operatori sanitari, dipendenti del settore privato, e talvolta anche bambini, a raccogliere il cotone nel 2015 e nel 2016, oltre a piantarlo nella primavera del 2016. Il governo avrebbe anche minacciato di dar fuoco alle persone, di interrompere i pagamenti sociali e sospendere o espellere gli studenti qualora si fossero rifiutati di lavorare nei campi di cotone.

«La Banca Mondiale dà copertura all’Uzbekistan per mantenere un sistema di lavoro abusivo nell’industria del cotone», ha dichiarato Umida Niyazova, direttrice del Forum uzbeco-tedesco per i diritti umani. «La Banca Mondiale deve chiarire al governo uzbeco e ai potenziali investitori che non vuole far parte di un sistema che dipende dal lavoro minorile e dal lavoro forzato, sospendendo i finanziamenti fino a quando questi problemi non saranno risolti».

Il rapporto si basa su 257 interviste dettagliate e circa 700 brevi conversazioni con le vittime di lavoro forzato e minorile, agricoltori e attori chiave del sistema del lavoro forzato; su alcuni documenti governativi e su dichiarazioni di funzionari governativi. A partire da queste fonti e documenti, Human Rights Watch e il Forum uzbeco-tedesco sostengono che è altamente probabile che i progetti agricoli e irrigui sostenuti dalla Banca Mondiale, così come gli investimenti nel campo dell’istruzione, siano legati al lavoro forzato e, in alcuni casi, a quello minorile.

L’Uzbekistan è il quinto produttore di cotone più grande al mondo. Esporta circa il 60% del suo cotone grezzo verso la Cina, il Bangladesh, la Turchia e l’Iran. L’industria uzbeca del cotone genera più di 1 miliardo di dollari in fatturato annuo, ovvero circa un quarto del prodotto interno lordo del paese. I ricavi della produzione del cotone vanno in un conto «opaco» extra ministeriale delle Finanze che non è aperto al controllo pubblico ma gestito da funzionari governativi di alto livello.

Gruppi indipendenti, tra cui il Forum uzbeko-tedesco, hanno presentato le prove del lavoro forzato e minorile alla Banca mondiale durante e dopo il raccolto autunnale 2015, nonché prove sulle violenze, intimidazioni, detenzioni arbitrarie subite da attivisti indipendenti e giornalisti impegnati in attività di monitoraggio dei diritti umani e dei diritti del lavoro nel 2015 e nel 2016.

Invece di sospendere il prestito al governo uzbeco, in linea con gli accordi del 2014, la Banca mondiale ha aumentato i propri investimenti nell’industria agricola dell’Uzbekistan attraverso il suo settore di prestito privato, la IFC (International Finance Corporation).

Finora un totale di 274 aziende si sono impegnate a non acquistare cotone dall’Uzbekistan a causa dell’utilizzo del lavoro forzato e minorile nel settore, ma c’è ancora molta strada da fare.

Human Rights Watch e il Forum uzbeko-tedesco chiedono alla Banca Mondiale e all’IFC di sospendere il finanziamento nei settori dell’agricoltura e dell’irrigazione in Uzbekistan finché non sia provata l’assenza di utilizzo di lavoro forzato e minorile; di adottare tutte le misure necessarie per prevenire le repressioni contro i difensori dei diritti umani; infine, di rispondere rapidamente qualora si dovessero verificare degli abusi.

«La missione della Banca Mondiale è combattere la povertà, ma le persone che vivono in condizioni di povertà sono le più esposte al lavoro forzato e minorile in Uzbekistan», ha dichiarato Jessica Evans, ricercatrice senior dei diritti umani per Human Rights Watch e coautrice del rapporto. «La Banca Mondiale dovrebbe smettere di finanziare progetti che rafforzano il sistema di lavoro forzato del Paese, favorendo invece le iniziative che rispondono alle esigenze sociali ed economiche delle persone che vivono in povertà».

martedì 28 giugno 2016

Stati Uniti: pronto lo sciopero contro i lavori forzati, sarà il 9 settembre prossimo

Il Dubbio
Uno sciopero contro i lavori forzati nelle carceri americane. È quello che si appresteranno a fare i detenuti ristretti nei penitenziari americani il 9 settembre prossimo. Ad aprile lo sciopero era già stato attuato dai ristretti del Texas e lo rivendicarono tramite un volantino di cinque pagine redatto dagli stessi detenuti nonostante il rigido controllo del sistema penitenziario statunitense. 


"A partire dal 4 aprile 2016 - così iniziava il volantino - tutti i detenuti in tutto il Texas si asterranno dal lavoro al fine di ottenere attenzione da parte dei politici e della comunità del Texas". Le richieste erano ben articolate, partono dalla riforma del sistema della libertà condizionale, a quelle per rendere più umane le condizioni di detenzione, per ridurre e abolire la pratica dell'isolamento, fino a chiedere un credito di "buona condotta" per la riduzione della pena, per migliorare il sistema sanitario e per metter fine al contributo medico di 100 dollari, oltre a chiedere un drastico ridimensionamento della popolazione carceraria dello stato.
La maggior parte dei prigionieri abili, presso le strutture federali, sono obbligati a lavorare gratuitamente e almeno 37 Stati permettono alle imprese private di far lavorare i prigionieri, anche se tali contratti rappresentano solo una piccola percentuale di lavoro carcerario. 

Judith Greene, un'analista di politica penale, ha detto al giornale on line Intercept: "Ironia della sorte, questi sono gli unici programmi di lavoro delle carceri dove i prigionieri prendono più di pochi centesimi all'ora". Nelle strutture visitate dalla Greene, i prigionieri lavorano tutto il giorno sotto il sole solo per tornare nelle celle e senza aria condizionata. "Le condizioni sono atroci, ed è giunto il momento che l'amministrazione penitenziaria del Texas ne prenda atto".
Una situazione che è anche legata alla gestione privata delle carceri: più detenuti ci sono e più aumenta il giro d'affari. Un business che nei prossimi anni potrebbe moltiplicarsi ulteriormente. 

Dipenderà tutto da chi vincerà a novembre, visto che Hillary Clinton e Donald Trump hanno visioni diametralmente opposte. La Clinton è decisa a invertire la rotta delle incarcerazioni di massa riformando il sistema delle prigioni; mentre Trump vuole la deportazione di tutti i clandestini ed è pronto a finanziare (anche con soldi federali) i privati.
[...]
di Damiano Aliprandi

venerdì 28 giugno 2013

Cina: detenuti al lavoro forzato fabbricano cuffie auricolari utilizzate da compagnie aeree

Il Punto
Qantas, Electrolux e altre aziende internazionali avrebbero acquistato prodotti, tra cui le cuffie che vengono distribuite sugli aerei, realizzati in una prigione cinese dove i detenuti vengono regolarmente picchiati e tenuti in isolamento se non rispettavano gli obiettivi fissati.
La notizia arriva da un’inchiesta del giornale australiano Financial Review. La denuncia proviene da Danny Cancian, un neozelandese liberato lo scorso anno dalla prigione di Dongguan, nella provincia meridionale cinese del Guangdong. 

L’uomo, che ha trascorso quattro anni in carcere per omicidio colposo dopo una rissa in un ristorante, ha raccontato di aver assemblato cuffie usa e getta per le compagnie Qantas, British Airways e Emirates. Aggiungendo anche che il mancato rispetto degli obiettivi di produzione, a Dongguan significa “essere portati fuori e colpiti con il taser”: un’arma che tramite una scossa elettrica fa contrarre i muscoli del soggetto colpito. 

L’ex detenuto Cancian, inoltre, ha affermato di aver lavorato anche alla produzione di piccoli componenti per apparecchi elettrici prodotti da aziende locali, tra cui una che rifornisce il gigante svedese Electrolux (elettrodomestici) e la società Emerson Fortute 500 (elettronica consumer e industriale). Tutte le aziende contattate hanno negato di essere al corrente dello sfruttamento del lavoro dei detenuti. Anche se Qantas, Electrolux ed Emerson, fanno sapere di aver avviato delle indagini interne. British Airways ha invece affermato che tutti i suoi fornitori “sono sottoposti a un rigoroso processo di controllo prima della nomina”. 

Anche Emirates si è rifiutata di fornire il nome del suo fornitore, aggiungendo semplicemente che le sue cuffie “sono fatte da un’azienda leader del settore, che fornisce più di 200 compagnie aeree”. La compagnia aerea australiana, viceversa, non si è potuta sottrarre dal fornire maggiori dettagli. Dopo aver spiegato di rifornirsi delle cuffie usa e getta da una società di nome Airphonics, che a sua volta avrebbe subappaltato il lavoro alla Dongguan City Joystar Electronic Company, che faceva produrre le cuffie ai carcerati della prigione di Dongguan. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, la Qantas ha infine annunciato di aver sospeso i rapporti con la Airphonicse, dicendosi molto preoccupata per le accuse che le sono state mosse. Aggiungendo, però, di essere totalmente estranea alla vicenda. Dopo Danny Cancian, anche un altro ex detenuto del carcere di Dongguan ha confermato di aver prodotto le cuffie per le compagnie aeree internazionali: “Li ho fatti per l’australiana Qantas, quella con il canguro come logo, ma le abbiamo realizzate anche per Emirates, British Airways e molte altre”. 

Entrambi i prigionieri hanno inoltre raccontato, che le cuffie venivano collocate in scatoloni con sopra riportati direttamente i nomi delle società di destinazione, accatastati in un magazzino e pronti per lasciare il carcere. “È però probabile - hanno aggiunto i due - che davvero le compagnie aeree non sapessero dove le cuffie venivano prodotte e, soprattutto, a che prezzo”. 

Cancian, che dopo il suo rilascio è diventato un avvocato per i diritti dei detenuti, ha denunciato che i prigionieri nelle carceri cinesi lavorano per oltre 70 ore la settimana e sono pagati appena 8 yuan al mese (1,40 dollari), poco più del prezzo di una saponetta all’interno del carcere. “Durante la detenzione, ci dicevano che non era vero che ci trattavano come schiavi, perché eravamo regolarmente retribuiti”, ha aggiunto Cancian. I tentativi da parte del Financial Review di intervistare la direzione del carcere di Dongguan, finora, non hanno avuto successo. Le autorità cinesi non hanno mai negato di ricorrere al lavoro dei detenuti, al punto da averlo reso obbligatorio durante l’espiazione della pena.