Pagine

Visualizzazione post con etichetta Suicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Suicidio. Mostra tutti i post

lunedì 13 febbraio 2023

Suicida in carcere a 21 anni al San Vittore. Era da un mese in carcere per furto.

Fanpage.it
Detenuto di 21 anni suicida nel carcere di San Vittore: si è impiccato in cella
Il detenuto 21enne era recluso dal 31 dicembre a San Vittore, dopo un arresto per furto aggravato: è il primo suicidio in carcere del 2023 a Milano. Proprio nelle celle del penitenziario milanese, la scorsa estate, si erano tolti la vita altri due detenuti ventenni.


Ancora un suicidio nelle carceri nazionali. Quello di un detenuto 21enne, recluso nell'istituto penitenziario di San Vittore a Milano, è solo il primo del 2023 nel capoluogo lombardo: si chiamava Luis Fernando Villa Villalobos, peruviano, senza fissa dimora. Trovato impiccato in cella il 2 febbraio e trasportato in ospedale in gravissime condizioni, è morto nella notte di venerdì 10 febbraio.

A portare il 21enne dietro le sbarre di San Vittore, un arresto per furto aggravato e un processo per direttissima. Poi, dopo poco tempo, la morte dentro la sua cella. Per fare chiarezza sulla vicenda il caso è al vaglio del magistrato di turno Angelo Renna che, come da prassi, ha aperto un fascicolo necessario a svolgere gli accertamenti. Dalle prime ricostruzioni non emergerebbero comunque responsabilità da parte di terze persone.

Emergenza suicidi in carcere
Il primo suicidio dell'anno nelle carceri di Milano, coda di un 2022 che ha visto l'esplosione del fenomeno nei penitenziari di tutta Italia: ben 80 casi accertati nei 12 mesi dell'anno appena trascorso, ovvero il numero più alto degli ultimi 10 anni, mentre nel solo distretto della corte d'Appello di Milano (che comprende anche Busto Arsizio, Como, Lecco, Lodi, Monza, Pavia, Sondrio e Varese) l'anno scorso si sono uccisi 15 detenuti. 

Con oltre il 60 per cento di morti avvenute nei primi mesi di detenzione, molto probabilmente a causa dell'impatto traumatico contro la durezza della vita dietro le sbarre, e la stragrande maggioranza di vittime con condanne lievi, spesso con la prospettiva di uscire a breve dal carcere.
[...]

A cura di Francesca Del Boca

domenica 16 ottobre 2022

Carcere, la strage silenziosa. Arrivano a 70 i suicidi nel 2022. Mai così tanti morti dal 2009

Avvenire
Ancora un suicidio. Non si ferma la strage nelle carceri italiane. Stavolta a togliersi la vita è stato, giovedì nella Casa circondariale di Sollicciano a Firenze, un detenuto marocchino di 29 anni. E nello stesso giorno un ragazzo recluso nell’istituto minorile “Ferrante Aporti” di Torino ha tentato di uccidersi ma è stato salvato in extremis dalle guardie. 


Il nordafricano avrebbe finito di scontare la sua condanna il 22 ottobre prossimo: gli mancavano solo 9 giorni ma non ce l’ha fatta a resistere allo stress psicologico, forse anche perché su di lui pendeva un mandato d’arresto europeo appena confermato dalla Corte d’Appello. Da Aosta era stato temporaneamente trasferito a Firenze per poter partecipare a un processo ma giovedì sera, preso dallo sconforto, ha bloccato la serratura della sua cella con un pezzo di plastica, ha appeso una corda alle sbarre della finestra e si è impiccato. Erano le 20.30 quando i secondini se ne sono accorti, nel loro solito giro di controllo. 

E con questo di Sollicciano, il tragico bilancio dei suicidi tra le mura di un istituto penale sale a 70 dall’inizio dell’anno (dati di “Ristretti Orizzonti”): mai così tanti dal 2009 quando – al 31 dicembre però per propria mano ne morirono 72. 

E non vanno dimenticati i 4 agenti di polizia penitenziaria che in questi nove mesi e mezzo del 2022 hanno avuto la stessa sorte, come sottolinea Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa della categoria. Segno di un malessere profondo che arriva spesso alla disperazione, una situazione, per detenuti, personale e volontari, diventata ormai impossibile in gran parte dei 192 istituti di pena italiani, sovraffollati, con gravi carenze di organico e strutturali e in condizioni igienico-sanitarie spesso precarie. Il ragazzo scampato alla morte a Torino aveva cercato di uccidersi formando un cappio con un lenzuolo che aveva legato alla grata della sua stanza. 
Con il lembo stretto attorno al collo il ragazzo si è lasciato cadere ma il tempestivo intervento degli agenti è stato decisivo. 
Nello stesso carcere minorile, inoltre, come denunciano i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, una guardia è stata ferita mentre, all’ora di pranzo cercava di separare due reclusi che stavano litigando con violenza: colpito in faccia da un contenitore metallico il secondino è stato portato al pronto soccorso del Cto. 
La situazione nella struttura torinese è «drammatica e pericolosa» «Il personale è allo stremo e abbandonato a se stesso tanto da essere costretto a improvvisare qualsiasi intervento senza idonee e chiare direttive, il carcere minorile di Torino – accusano i sindacati – ha bisogno di un direttore titolare e non di un direttore pendolare che arriva da Bari una volta al mese». 

Secondo l’ultimo Report dell’associazione Antigone, a tutt’oggi, l’istituto dove sono avvenuti più casi di suicidio dall’inizio dell’anno è quello di Foggia con quattro decessi. Seguono con tre suicidi ognuno, Milano San Vittore, Monza e Roma Regina Coeli. 

«Attendiamo l’insediamento del prossimo governo per chiedere al nuovo ministro della Giustizia un confronto ad ampio spettro su tutte le questioni che investono il sistema d’esecuzione penale – afferma De Fazio - ma sia chiaro sin d’ora che servono riforme strutturali, investimenti per organici ed equipaggiamenti e persino un banale accorgimento: subito un direttore e un comandante della Polizia penitenziaria titolari in ogni carcere». 
«Vanno assunti immediati e urgenti provvedimenti da parte del ministero» aggiunge Aldo Di Giacomo, segretario del Spp (Sindacato di Polizia penitenziaria), che ricorda la promessa del ministro Cartabia di introdurre nelle carceri italiane 2mila psicologi.

Fulvio Fulvi

lunedì 14 febbraio 2022

Carcere: 12esimo suicidio da inizio anno - Uno ogni 3 giorni e mezzo. Segnale di un grave disagio nei luoghi di pena italiani

AGI
Ancora un suicidio nelle carceri italiane, il 12esimo dall'inizio del 2022: un detenuto 24enne originario del Marocco, l'11 febbraio, nel penitenziario romano di Regina Coeli, in carcere per rapina, si è tolto la vita inalando il gas della bomboletta del fornello da campeggio comunemente usato per cucinare.
 

Lo rende noto il segretario generale della Uilpa penitenziari Gennarino De Fazio, rilevando che "la media si porta così a un suicidio ogni tre giorni e mezzo, cui vanno aggiunti anche i due appartenenti alla Polizia penitenziaria che si sono tolti la vita in questo 2022".

"Il Governo vari immediatamente un decreto legge per mettere in sicurezza le carceri, sia sotto il profilo di quella che è una vera e propria emergenza umanitaria, sia sotto l'aspetto della tenuta dell'intero sistema, il quale vede gli operatori di Polizia penitenziaria. Servono, altresì, interventi urgentissimi per migliorare le strutture e le infrastrutture, ma soprattutto per potenziare gli organici della Polizia penitenziaria, mancanti di 18mila unità.".

martedì 21 gennaio 2020

Carcere - Primo suicidio del 2020, è un 24enne detenuto a Sanquirico a Monza

giornaledimonza.it
Venerdì scorso il gesto estremo di un detenuto in regime di carcere aperto. Inutili i soccorsi. Ha approfittato di restare solo in cella per impiccarsi. È morto in carcere un uomo italiano di 24 anni detenuto al Sanquirico nel settore cosiddetto di "regime di carcere aperto".
L'uomo ha atteso che i due compagni si recassero uno al lavoro nella struttura e uno a un corso in un'altra sezione per mettere in atto il proposito suicida e farla finita. Il fatto è avvenuto venerdì attorno alle 14.30. A trovare il corpo senza vita del detenuto sono state le guardie di Polizia penitenziarie che hanno tentato inutilmente di rianimarlo.

È il primo episodio del 2020, ma arriva a poco da un altro suicidio quando a togliersi la vita era stato a novembre un 46enne (detenuto per aver preso a martellate la moglie, ferendola gravemente).

martedì 12 novembre 2019

Viterbo. Nuovo suicidio in carcere, ventenne trovato impiccato in cella

fanpage.it
Ennesimo suicidio nel carcere di Mammagialla. Ieri, poco dopo le 14, un ragazzo sudanese del 1995 si è tolto la vita appendendosi con le lenzuola. Il giovane era recluso nell'istituto penitenziario viterbese da poco tempo, secondo quanto appreso aveva dei problemi psichiatrici. Gli agenti della penitenziaria che lo hanno soccorso non hanno potuto far nulla, quando sono entrati in cella aveva già smesso di respirare.
Non è la prima tragedia che accade a Mammagialla. Lo scorso anno furono due i ragazzi morti suicidi in cella: Andrea De Nino a maggio e Hassan Sharaf a luglio. Avevano 36 e 21 anni. "Il problema - afferma il segretario dell'Uspp, Danilo Primi - è sempre lo stesso e lo abbiamo denunciato più volte. Non è possibile gestire la mole di detenuti psichiatrici, devono essere inseriti in strutture adeguate che possano seguirli. Viterbo sta diventando un putiferio".

Il Garante dei detenuti: "Dare risposta a disperazione stranieri in carcere" - "Ancora un suicidio in carcere, oggi a Viterbo. Un ragazzo di ventiquattro anni, detenuto da marzo, fine pena nel 2020, un anno circa il totale. Sudanese, non faceva colloqui né telefonate. Impressionano la giovane età, la solitudine, il fine pena breve, alla faccia di quelli che dicono che tanto in carcere non ci va nessuno, che sotto i due-tre anni di pena stanno tutti fuori". Lo ha dichiarato in un post su Facebook Anastasia, denunciando la vicenda.

"C'è una disperazione tra i giovani stranieri in carcere a cui non sappiamo dare risposta, minacciando loro solo la pena aggiuntiva della espulsione. Ancora una volta: non perdiamo tempo su presunte colpe individuali, della mancata assistenza, della mancata vigilanza, e pensiamo piuttosto se tutto questo carcere per cose da niente serva davvero a qualcosa".

sabato 6 aprile 2019

Italia - Morte in carcere. Un decesso ogni 3 giorni. Un suicidio a settimana.

Dimano Press
Nelle carceri continua a morire una persona ogni tre giorni. È così da vent’anni, un arco di tempo durante il quale più di mille detenuti si sono tolti la vita. Eppure, le condizioni in cui versa il sistema penitenziario italiano dovrebbero essere ben conosciute dai parlamentari, se non altro perché i deputati lo scorso 27 marzo hanno ricevuto la mappa completa e aggiornata in 400 pagine della reclusione italiana, cioè, la relazione annuale sulla detenzione (del 2018) che il Garante Nazionale Detenuti, Mauro Palma, ha presentato al Parlamento.


Un suicidio alla settimana. Un morto, per le cause più disparate, ogni tre giorni. Sono i numeri, le cifre fredde dei decessi nelle celle italiane, nei primi tre mesi del 2019. 

È un bollettino di guerra che si continua ad aggiornare, di anno in anno. Come ha rilevato in vent’anni di attività l’Osservatorio sulle carceri Ristretti Orizzonti nei penitenziari italiani si muore costantemente, «a causa dell’assistenza sanitaria disastrata, per overdose, per la volontà del detenuto di togliersi la vita, o, in alcuni casi, accade anche che qualcuno di loro muoia per cause e in circostanze, non del tutto chiare». Il centro studi di Padova ha calcolato che dal 1990 a oggi sono decedute in carcere 2915 persone (i dati sono aggiornati a ieri) e, tra questi, più di un terzo sono stati classificati come suicidi

Nel carcere di Viterbo si muore spesso. L’ultimo decesso in cella è avvenuto qualche giorno fa, lo scorso 29 marzo, nel carcere di Viterbo. Si è trattato di un omicidio; come le cronache hanno riferito «un detenuto indiano, già arrestato lo scorso febbraio per tentato omicidio, ha ucciso un altro detenuto, un uomo italiano di 61 anni, suo compagno di cella, dopo averlo colpito con uno sgabello. La lite sarebbe scoppiata per futili motivi». E in riferimento all’episodio, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini era intervenuto subito con una nota stampa, annunciando di «aver chiesto l’invio delle relazioni di servizio, al fine di poter ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e valutare eventuali profili di responsabilità da parte del personale».

Continua a leggere l'articolo >>>

Gaetano De Monte

domenica 17 febbraio 2019

Berberio, lo psichiatra che cura i migranti a Moria: “Allucinazioni, autolesionismo, suicidi anche tra i bambini. Un trauma collettivo si consuma alle porte di casa nostra”

TPI
Moria è il più grande campo d’identificazione ed espulsione in Grecia, allestito sull’isola di Lesbo nel 2015 per identificare i richiedenti asilo e i migranti in arrivo dalle coste turche a quelle greche dall’Asia, dall’Africa e dal Medio Oriente. 


Per ridurre il flusso di persone, circa 861.000 arrivate via mare e via terra secondo l’Unhcr nel 2015, l’Unione europea ha stipulato nel 2016 un accordo con la Turchia, che prevedeva che in questi hotspot, a Lesbo e nelle altre tre isole greche di Samos, Kos e Kios, le persone fossero registrate e sottoposte a interviste per valutare il grado di vulnerabilità e l’idoneità alla protezione internazionale.

Quelli considerati non idonei dovevano essere rispediti in Turchia, la quale però non accetta migranti rimpatriati provenienti dalla terra ferma. La conseguenza è che le persone, prima di essere sottoposte alla commissione d’asilo, che può avvenire anche anni dopo l’arrivo a Lesbo, rimangono bloccate sull’isola, diventata così una prigione a cielo aperto. 

Il campo di Moria non è più solo un campo di transito, ma un accampamento dove i richiedenti asilo stanziano per anni in condizione igieniche, sanitarie e sociali decadenti.

C’è un bagno ogni 70 persone e non tutti riescono a procurarsi il cibo se non si svegliano all’alba per mettersi in fila. Gli ospiti vivono in cattività, alcuni subiscono e perpetrano violenze, o tentano il suicidio, perdono lentamente il loro senso di umanità, già messo alla prova nei paesi da cui sono fuggiti, principalmente Afghanistan, Siria e Iraq.

Alessandro Barberio è uno psichiatra dell’equipe del dipartimento di salute mentale di Trieste e ha testimoniato tutto questo a partire da gennaio del 2018, quando è arrivato per la prima volta a Lesbo per far parte dell’equipe di Medici Senza Frontiere (MSF).

“A Trieste avevo già curato migranti vittime di tratta o tortura, ma mai avuto a che fare con un numero così alto di persone che ogni giorno presentava gli stessi sintomi, con storie simili e stessi livelli di violenza subita. Chi arriva da paesi come il Camerun o il Congo, subisce una violenza devastante. Le persone sono perseguitate, vedono i propri cari morti davanti a loro, fratelli decapitati”.

“Questa violenza li insegue fino a Moria, dove le condizioni del campo non li tranquillizzano, ma anzi fanno esplodere i sintomi. Alla sindrome post traumatica da stress, si aggiungono allucinazioni visive e uditive, angoscia elevata, confusione, disorganizzazione, che a volte li porta a tentare il suicidio: se per giorni non riesci a dormire perché senti o vedi continuamente allucinazioni minacciose, collegate agli episodi di violenza, sei portato a fare anche questo”.

Continua a leggere l'articolo >>>

mercoledì 7 novembre 2018

Carcere, 2 suicidi in meno di 24 ore, 53 nel 2018, superato il totale dei suicidi del 2017. Preoccupazione Garante nazionale detenuti.

Articolo 21
Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, Mauro Palma, esprime forte preoccupazione per il picco raggiunto dai suicidi di persone private della libertà: 53 detenuti e detenute si sono tolti la vita a partire dall’inizio dell’anno, di cui due nelle ultime 24 ore negli Istituti di Palermo-Pagliarelli e di Velletri. 

Anche tenendo conto dell’incremento della popolazione carceraria verificatosi negli ultimi mesi, si tratta comunque di un numero allarmante. Da un lato perché supera già quello complessivo dei suicidi avvenuti lo scorso anno. E dall’altro perché alcune categorie di detenuti, come le donne o i cittadini stranieri, hanno visto crescere notevolmente il numero di suicidi, sempre rispetto al 2017.

Pur considerando le difficoltà di ricondurre eventi del genere a un’unica matrice e posto che la privazione della libertà personale inevitabilmente causa notevole sofferenza nella persone coinvolte, compito dello Stato, che dispone secondo la Legge quella stessa privazione, è fare il possibile per ridurre il rischio che la persona in questione non veda alternative rispetto a quella di porre tragicamente fine alla propria esistenza. 

Pertanto, il Garante nazionale invita l’Amministrazione penitenziaria a continuare a tenere alta l’attenzione nei confronti dell’emergenza suicidi e dichiara la propria disponibilità a lavorare insieme su questo tema, con tutta la riservatezza necessaria, anche al fine di evitare fenomeni di emulazione.

Comprendere se tale scelta estrema si realizzi maggiormente in alcuni ambienti o in alcune fasi della detenzione potrebbe offrire elementi utili per prevenirla, mettendo in campo azioni mirate.

domenica 4 novembre 2018

Carcere: donna suicida a Salerno e un uomo in fin di vita per tentato suicidio ad Avellino

Blog Diritti umani - Human RIghts

Salerno carcere di Fuorni - Ha strappato un lenzuolo e lo ha rigirato formandone una corda, poi lo ha legato alle inferriate della finestra del bagno della sua cella. Ha deciso di farla finita così, all'alba di ieri, mentre le sue compagne dormivano ancora, Maria Di Matteo, 44 anni di Pontecagnano, ristretta a Fuorni con pena definitiva per furto e rapina. Sarebbe dovuta uscire dal carcere tra tre anni ma la libertà l'ha trovata scegliendo di togliersi la vita.


Ci aveva già provato alcune settimane fa, ma era stata salvata in extremis e, proprio per questo, era sotto osservazione. Ieri quando l'agente in servizio verso le 6.30 durante il giro di controllo si è accorto della tragedia, era già troppo tardi.

A nulla sono valsi i tentativi di soccorso del sanitario dell'istituto e del personale del 118 giunti sul posto.

Carcere di Avellino - Ha tentato il suicidio in carcere e lotta tra la vita e la morte Pellegrino Pulzone. L'uomo si trova ricoverato nel reparto di Rianimazione dell'ospedale Moscati e le sue condizioni sono critiche. Ieri mattina ha provato a farla finita. Erano da poco passate le 8,30 quando ha deciso di legare delle lenzuola alle sbarre della finestra del bagno per impiccarsi. 

Tempestivo l'intervento di un agente della polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale di Bellizzi Irpino, dove Pulzone è detenuto da cinque anni. Il poliziotto non ha visto l'assassino nella sua cella. Lo ha chiamato più volte senza avere risposte. A quel punto ha aperto la porta ed è entrato nel bagno, trovandosi di fronte la terribile scena. Con l'aiuto di altri colleghi lo ha subito liberato dal cappio. Pulzone è stato quindi trasportato all'interno dell'infermeria. Sono riusciti i tentativi di di rianimazione ma le condizioni sono molto gravi.

ES

Fonte: Il Mattino

domenica 18 febbraio 2018

Bologna: carcere della Dozza, due detenuti salvati dal suicidio

Bologna Today
Due detenuti del carcere di Bologna, nell'arco di pochi giorni, hanno tentato di togliersi la vita all'interno della loro cella: uno per dissanguamento e il secondo per impiccagione. Sono stati salvati in extremis dagli agenti della Polizia Penitenziaria della Dozza, così come spesso accade.

"Un detenuto di origini italiane del circuito AS ha tentato di togliersi la notte fra venerdì e sabato nel carcere bolognese Dozza - a darne notizia è il Segretario Generale della Uil Polizia Penitenziaria di Bologna Domenico Maldarizzi. Il ristretto si è procurato dei tagli all'avambraccio rimanendo a letto sotto le coperte ma, solo grazie alla prontezza di riflessi e la grande professionalità di un Agente di Polizia Penitenziaria che ha notato una macchia di sangue per terra ed allertato tutti, si è riusciti a strapparlo dalla morte."

"Il tempestivo intervento di altro Personale di Polizia Penitenziaria, del medico di turno e dell'infermiera in servizio ha riportato il detenuto, ormai privo di battito cardiaco, in vita. Solo due giorni fa - continua Maldarizzi - la Polizia Penitenziaria di Bologna ha salvato in extremis un altro detenuto di origini magrebine da un tentativo di impiccagione nel Reparto Penale. Anche qui grazie al tempestivo e provvidenziale intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria di Bologna si è riusciti a soccorrere in tempo il detenuto e a strappargli dal collo la corda rudimentale".

"Questi interventi sono solo gli ultimi casi delle migliaia di salvataggi avvenuti negli ultimi anni nelle carceri italiane". Per Maldarizzi, "gli Agenti operano quotidianamente "tra indicibili difficoltà operative e indegne condizioni lavorative, le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria non solo assicurano la sicurezza all'interno delle nostre prigioni ma sono costantemente impegnati a salvare vite umane".

I tentativi di suicidio in cella sono molto frequenti e negli ultimi dieci anni la Polizia Penitenziaria ha salvato circa 6.000 detenuti in extremis: "Non possiamo, quindi, che essere grati alle donne e agli uomini dei baschi azzurri che - chiosa il coordinatore Provinciale Domenico Maldarizzi - in silenzio, armati di umanità, tolleranza e professionalità, impediscono, il definitivo collasso del nostro sistema carcerario. "Ciò che è accaduto alla Dozza di Bologna ne è la riprova - conclude Il Coordinatore Provinciale della Uil Penitenziaria - ed è la risposta silenziosa della Polizia Penitenziaria che, come tutto il Comparto Sicurezza ormai, opera senza uomini e mezzi.

lunedì 31 luglio 2017

Suicidio nel carcere di Rebibbia è il quarto nelle carceri romane nel 2017

Roma Today
L'uomo è stato trovato privo di vita nel reparto G9 della casa circondariale della via Tiburtina. E' il quarto caso tra Roma e Velletri dall'inizio dell'anno.



Suicidio nel carcere romano di Rebibbia dove un detenuto di 46 anni è stato trovato privo di vita nel Reparto G9 della Casa Circondariale della via Tiburtina. A togliersi la vita un cittadino romeno, in carcere per omicidio. La macabra scoperta intorno alle 6:30 di oggi 28 luglio. Secondo quanto si apprende l'uomo si sarebbe tolto la vita impiccandosi con le lenzuola nel bagno della cella dove era detenuto.

Quarto suicidio nelle carceri di Roma e provincia
Quello di stamattina è il quarto caso di suicidio nelle carceri di Roma e provincia dall'inizio di questo 2017 (due a Regina Coeli, uno nel carcere di Velletri ed oggi a Rebibbia). Lo rende noto la Fns Cisl che evidenzia come in più occasioni il sindacato dei 'baschi azzurri' "ha evidenziato la situazione in cui versa il reparto G9 dell'Istituto NC Rebibbia di Roma", dove nell'ottobre del 2016 avvenne l'evasione da film di tre detenuti albanesi. Un reparto che "necessita di urgenti interventi a causa di pavimenti rotti", e che si trova in condizioni "che il personale di polizia penitenziaria non può sopportare e dove i detenuti si trovano in condizione disumana".

Allarme sovraffollamento
Per la Fns Cisl "occorre chiudere l'intero reparto G9 poichè risulta anche scarno di illuminazione e riscaldamento al fine di evitare ricorsi presso la Commissione Europea Diritti Umanitari (CEDU)". Infatti il "sovraffollamento del carcere è attualmente di 252 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare, dove ne sono previsti 1172 rispetto ai 1424 presenti". "L'ennesimo suicidio in carcere - conclude il sindacato di polizia penitenziaria - è una sconfitta per tutti".

“

domenica 23 luglio 2017

Ferrara: uomo in crisi, pugni ad una macchina del caffè, arrestato non ricoverato. Si è impiccato in cella.

Il Dubbio
Stava male, perché è finito in cella invece che all'ospedale?. Pugni alla macchina del caffè Arrestato: si suicida in cella. Un ragazzo di trent'anni, Roman Horoberts, di origine ucraina, si è ucciso in cella qualche giorno fa, poche ore dopo essere stato arrestato.
Perché era finito in cella? Per una crisi nervosa che aveva avuto davanti a una macchina che distribuisce il caffè, nell'atrio di una palestra di Ferrara. Aveva colpito la macchina a pugni, furioso perché gli si era rovesciato addosso un bicchierino di caffè. Qualcuno ha chiamato la polizia e lo hanno arrestato. 

Il questore dice che si erano accorti che era molto agitato. e allora, perché in cella e non all'ospedale? Si è impiccato alle sbarre verso le 6 della mattina. È il ventisettesimo suicidio quest'anno. Uno ogni settimana. Una macelleria.

Se fosse stato portato in ospedale, forse non si sarebbe tolto la vita. Giallo sul suicidio del 30enne ucraino che si è impiccato il 17 luglio scorso nel carcere di Ferrara. Spunta la testimonianza indiretta pubblicata su Facebook, della presidente di Circomassimo e Arcigay Ferrara, Manuela Macario. È operatrice e socia di una cooperativa specializzata in progetti di formazione e inserimento al lavoro dedicati a persone in condizione di svantaggio sociale, con problemi di salute mentale o di tossicodipendenza.

Conosce, quindi, molto bene il disagio psichico e sa come ci si debba comportare. Macario, 45 anni, fa una denuncia forte: "Alcuni presenti (in palestra al momento dell'intervento della polizia, ndr) raccontano di aver visto picchiare il ragazzo e fare anche il segno della vittoria portandolo via. Ancora una volta nessuno è disposto a testimoniare". Secondo la polizia che era intervenuta, il ragazzo sarebbe andato in escandescenze picchiando la macchinetta del caffè situata nella palestra. L'hanno, infatti, tratto in arresto con l'accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate.
[...]
Secondo la dinamica riferita dagli operatori penitenziari, il trentenne è entrato in carcere domenica pomeriggio ed è rimasto agitato tutta la notte, tanto che il compagno di cella era riuscito ad addormentarsi solo attorno alle 6, per essere poi svegliato un'ora dopo dall'urlo dell'agente penitenziario che ha ritrovato il ragazzo impiccato.
Qualche ora dopo avrebbe dovuto svolgersi l'udienza per direttissima e probabilmente il giovane sarebbe stato liberato. Nel frattempo, ieri, è stata effettuata l'autopsia che ha confermato la dinamica. Oltre a presentare una lesione nel cranio riconducibile però a giorni prima, vengono riscontrate leggere escoriazioni sul dorso delle mani: sono lievi ferite compatibili con i pugni che il ragazzo diede contro la macchinetta del caffè. Il corpo non presenta altri segni particolari. Per quanto riguarda invece la causa della morte non ci sono dubbi sulla causa: soffocamento.

Damiano Aliprandi

domenica 18 giugno 2017

Italia - Al carcere duro ci si suicida di più. Sono 3,5 volte di più.

Il Dubbio
Studio dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere: sono 3,5 volte maggiori rispetto al resto della popolazione detenuta. 


Nella sentenza Cedu del 17 settembre 2009 sul caso "Enea contro Italia", la Corte sottolinea che le condizioni di detenzione di una persona malata devono garantire la tutela della sua salute.

Casi di suicidi, morti per malattia, disturbi psichici. In 41 bis, secondo uno studio dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, la frequenza di suicidi tra i detenuti è 3,5 volte maggiore rispetto al resto della popolazione reclusa. 
[...]
Tanti sono i casi di morte in carcere. C'è il caso di Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, che morì in regime di 41 bis nonostante soffrisse di diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci e con un cancro polmonare scoperto quando aveva già raggiunto i sette centimetri di massa ed una metastasi al fegato. Oppure il caso di Palmerino Gargiulo, ergastolano sottoposto al regime del 41 bis, che fu ritrovato impiccato nel carcere di massima sicurezza del Cerialdo di Cuneo. Utilizzò una corda rudimentale fatta di lenzuola e lacci.

Attualmente ci sono diversi casi che Il Dubbio ha segnalato. La storia dei tre detenuti ultranovantenni che attualmente sono in regime del 41 bis al carcere di Parma, tra i quali uno che soffre di diverse patologie come l'Alzheimer e ci si chiede come mai possa ritenersi ancora pericoloso e lucido, tale da giustificare il regime duro. Altro caso emblematico riguarda la storia di Vincenzo Stranieri, ex boss della sacra corona unita, che presenta gravi patologie come il tumore alla faringe e viene alimentato con un sondino: infatti, attualmente recluso al carcere milanese di Opera, fa andirivieni tra il carcere e l'ospedale di San Paolo.
Ovviamente sempre in regime di 41 bis. In realtà avrebbe già da tempo finito di scontare la sua pena, ma il ministero della Giustizia ha deciso di internarlo per altri due anni. Anna, la figlia di Stranieri, sta conducendo una battaglia giudiziaria per ottenere almeno la revoca del 41 bis, vista la sua vistosa incompatibilità con tale regime. Chiede di poterlo almeno abbracciare o dargli una carezza, ma non può farlo: c'è sempre il vetro divisore a separarli.

di Damiano Aliprandi

domenica 26 marzo 2017

Roma: emergenza carcere, da inizio anno secondo suicidio a Regina Coeli

La Repubblica
Ha aspettato che i suoi compagni di cella si addormentassero e poi, nel silenzio della notte, si è tolto la vita. Appeso a una corda attaccata alla grata del bagno. Sono gli agenti penitenziari a scoprire il detenuto che si è suicidato ieri a Regina Coeli. L'uomo, 30 anni, rom di origine bosniaca, era in carcere da agosto. Era in attesa di giudizio per tentato omicidio. 


Quindici giorni fa il detenuto aveva ricevuto una terribile notizia, quella della morte della figlia di un anno. Un duro colpo. Tanto che la direzione dell'istituto penitenziario aveva disposto il trasferimento nel reparto della "grande sorveglianza", un settore all'interno del quale i detenuti dovrebbero essere sottoposti a controlli più rigidi con ispezioni ogni 15 minuti.

Lo spostamento era stato ordinato dalla direzione del carcere, sebbene i medici che l'avevano visitato, in seguito alla morte della figlia, non avevano notato segni di squilibrio. Ieri notte, però, intorno alle 2 e 30, dietro quella porta uno dei quattro letti era vuoto. Il detenuto si era alzato ed era andato in bagno per impiccarsi. Si tratta del secondo suicidio avvenuto a Regina Coeli dall'inizio dell'anno: il 23 febbraio un ragazzo di 22 anni con disturbi psichiatrici si è ucciso nello stesso modo. 

Il giovane era finito dentro per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, dopo essere fuggito dalla Rems nella quale era ricoverato.
"È una nuova tragedia che si ripete nel giro di poche settimane - ha commentato il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - non conosco nel dettaglio quest'ultimo caso ma forse bisognerebbe fare più attenzione alla misura cautelare del carcere". I due suicidi sono avvenuti nello stesso reparto: "Si tratta della seconda sezione - rende noto il sindacato della polizia penitenziaria Fns Cisl Lazio - un'area che contiene 170 detenuti con un solo agente a vigilare".

Il bilancio in tutta Italia, nei primi tre mesi del 2017, parla di 14 suicidi e di 19 morti per malattia. "Quella di quest'anno è una situazione ancora più grave rispetto all'anno scorso - ha detto il presidente dell'associazione Antigone Patrizio Gonnella - il numero dei detenuti cresce, e cresce la sofferenza. Se continuiamo di questo passo raddoppieranno rispetto al 2016".

di Francesco Salvatore

sabato 25 marzo 2017

Monza: due detenuti suicidi nell'arco di poche ore

Corriere della Sera
Il primo si è impiccato nei locali dell'infermeria, verso le cinque del mattino. Il secondo, un 29enne in carcere per questioni di droga, è stato trovato alle undici dalle guardie agonizzante dopo avere inalato il gas dal fornelletto in dotazione ai detenuti per cucinare.

Due suicidi a distanza di poche ore, entrambi avvenuti all'interno del carcere di Monza, scatenano le polemiche dei sindacati della polizia penitenziaria, che lamentano problemi di "sovraffollamento", e di "cronica mancanza di personale" all'interno della struttura di via Sanquirico.

Alle prime ore di ieri la prima tragica scoperta da parte del personale della casa circondariale. Vittorio Vincenzi, 56 anni, proprietario di una farmacia in Brianza e titolare di una gelateria in Corso Garibaldi, nel cuore della movida di Brera, probabilmente solo pochi minuti prima che trovassero il suo corpo, aveva annodato un paio di lenzuola e si era impiccato.
Era in carcere dallo scorso novembre, quando i carabinieri lo avevano arrestato con l'accusa di omicidio per aver strangolato la ex compagna, una 29enne peruviana, uccisa nella casa di Seveso dove era rimasta a vivere con i due figli piccoli avuti proprio da Vincenzi. 

Poche ore dopo, viene soccorso il 29enne, un pregiudicato con problemi di tossicodipendenza. Inizialmente, gli operatori intervenuti riescono a rianimarlo, ma le sue condizioni si aggravano successivamente, sino al decesso avvenuto all'ospedale San Gerardo.
[...]

di Federico Berni

mercoledì 1 marzo 2017

La morte del Dj Fabo, un caso su cui riflettere

Notizie Italia News
La morte per suicidio assistito del Dj Fabo ha certo avuto grande eco sui media, conquistando l'attenzione dell'opinione pubblica e suscitando numerosi commenti. Una storia seguita da tempo dagli organi di informazione e il cui esito è stato in qualche modo annunciato, così che l’eco della notizia è stato ancora maggiore. 

Del resto era dichiarata l’intenzione, da parte di chi ha sostenuto e accompagnato in questa scelta il Dj Fabo, di accendere i riflettori sulla vicenda per farne un nuovo “caso” emblematico da poter associare ad una stessa battaglia, insieme ad altri che si sono succeduti nella storia recente e altri che verranno. Storie diverse che rischiano però in questo modo di essere appiattite e confuse. 

Se la storia del Dj Fabo chiede rispetto e vicinanza al dolore e alla sofferenza da lui vissuta e da chi gli è stato accanto, credo che parimenti non meriti di essere lasciata ad una comprensione semplificata o peggio ad essere usata in modo strumentale o politico. Il rischio c’è, in una società in cui le opinioni si formano e consolidano facilmente su impressioni emozionali suscitate dall’impatto mediatico e meno sulla riflessione e approfondimento delle notizie o meglio delle storie che le notizie, soprattutto se lette distrattamente, solo in parte riescono a rendere nella loro complessità.


Continua a leggere l'articolo >>>

Marco Peroni


domenica 26 febbraio 2017

Carceri: due suicidi in 24 ore. Un 22enne si toglie la vita a Roma, un 43enne a Bologna

Ansa
Il giovane era nel carcere di Regina Coeli per resistenza, lesioni e danneggiamento ed era internato, fuggito da una struttura psichiatrica. L'uomo di 43 anni invece, detenuto al Dozza, aveva problemi di tossicodipendenza ed era stato in osservazione psichiatrica.

Un detenuto italiano di 22 anni si è impiccato utilizzando un lenzuolo legato alla grata del bagno nel carcere romano di Regina Coeli. Ne dà notizia la Fns Cisl del Lazio, secondo cui il suicidio è avvenuto alle 23 nella seconda sezione, al terzo piano, dov'erano presenti 167 reclusi. 

Il giovane era in carcere per resistenza, lesioni e danneggiamento ed era internato. 
In passato era evaso dalla Rems ma ripreso e ricondotto in carcere. Il personale di custodia, intervenuto immediatamente non ha potuto salvarlo.

La Fns Cisl sottolinea che Regina Coeli "ha un sovraffollamento di più di 289 detenuti: il dato detenuti presenti è attualmente 911 rispetto ai previsti 622". 


La triste lista di suicidi nei penitenziari italiani purtroppo si allunga. Ieri un detenuto italiano 43 enne si è suicidato nel carcere bolognese del Dozza. Il detenuto ha usato come cappio per l'impiccagione dei lacci delle scarpe legati alle grate delle finestre nel Reparto Infermeria del "Rocco D'Amato" di Bologna.
A darne notizia è il Coordinatore Della Uil Polizia Penitenziari di Bologna Domenico Maldarizzi che aggiunge: "L'uomo con problemi di tossicodipendenza e con provvedimento definitivo fino al 2025, era stato in osservazione psichiatrica in altre strutture e a quanto pare non destava particolari sospetti tali da richiedere particolari accorgimenti".

venerdì 27 gennaio 2017

Detenuto tenta il suicidio nel carcere di Porto Azzurro, l'agente lo salva

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'agente di sorveglianza sventa il suicidio di un detenuto che ha provato ad impiccarsi, il sindacato lo propone per una lode ministeriale


Porto Azzurro — Se E.J., detenuto nel carcere di Porto Azzurro, è ancora vivo, lo deve alla prontezza di riflessi dell'agente Francesco Panicoche, nella giornata di ieri, è intervenuto salvandogli la vita e sventando il tentativo di suicidio che l'uomo stava mettendo in pratica.

Lo rende noto il Cosp, coordinamento sindacale di polizia penitenziaria, che fornisce maggiori dettagli sulla vicenda: "Il detenuto, confinato nel 3° Reparto, Sezione 13^ cella n. 7, poco dopo le 20 ha tentato l'ultimo estremo gesto con l'impiccamento legando alle sbarre della finestra della cella di detenzione uno straccio attorcigliato di colore rosso".

L'agente Panico, attirato dalle urla dei ristretti è intervenuto immediatamente soccorrendo il detenuto aiutato dagli altri colleghi giunti sul posto alle grida di allarme dell'agente, insieme lo hanno liberato sorreggendolo e trasportandolo all'infermeria dello stesso penitenziario per le cure del caso. Al termine della visita medica è stata disposta anche la sorveglianza a vista.

Un'intervento tempestivo che merita, secondo il Cosp, una lode ministeriale: "Il sindacato congratulandosi con l'agente Panico Francesco, esempio di alta professionalità e spirito di corpo, altruismo e coraggio nell'azione di sostegno e di aiuto, propone che l'amministrazione territoriale di Porto Azzurro e il comando di reparto, a cui vanno dal Cosp anche la gratitudine di tutti noi per aver formato agenti del temperamento del soccorritore, diano avvio alle procedure di legge per la ricompensa della lode ministeriale".

Fonte: Elba.it

domenica 8 gennaio 2017

Velletri (Rm): ancora una tragedia in carcere, 19enne del Bangladesh muore suicida

castellinews.it
Ancora una tragedia senza appello tra le mura della Casa Circondariale di Velletri. Un detenuto di appena 19 anni, del Bangladesh, si è tolto la vita impiccandosi con una corda rudimentale (fatta con un lenzuolo) alle sbarre della finestra della propria cella. Il giovane era stato trasferito nel penitenziario veliterno da Regina Coeli dopo una tentata evasione.

venerdì 6 gennaio 2017

Como, detenuta somala di 37 anni si toglie la vita nel carcere del Bassone

Il Giorno
Era ormai a fine pena ma la donna di 37 anni che si trovava in isolamento non aveva più nessuno a cui rivolgersi fuori dal carcere e nemmeno una casa

Como - Era da sola, in una cella di isolamento, e ha deciso di togliersi la vita. Un gesto estremo e irrimediabile, scoperto dagli agenti di polizia penitenziaria alle 21.30 di martedì sera, all’interno della sezione femminile della casa circondariale Bassone. La detenuta, una donna somala di 37 anni, si era impiccata poco prima, con un gesto deciso che non le ha lasciato speranza. Immediatamente è stato chiamato il medico in servizio all’interno del carcere, che a sua volta ha avvisato il 118.

L’ambulanza è arrivata pochi minuti dopo, e sono stati fatti tutti i tentativi di rianimazione possibili in questi casi, anche se la situazione era drammatica, ma per la giovane donna non c’è stato nulla da fare. Era in carcere da due anni, arrestata per reati contro il patrimonio che le erano costati tre anni di condanna: a luglio sarebbe stata rimessa fuori, tornata in libertà, per quanto senza un punto di riferimento in Italia a cui rivolgersi o una dimora fissa. Cosa l’abbia spinta a prendere quella tragica decisione, rimane un mistero. Non risulta che abbia lascito nulla utile a capire i motivi di quella disperazione, e all’interno della sezione, non era ritenuta una detenuta critica, o in condizione di particolare disagio. Già abituata alla vita del carcere, con davanti una prospettiva di fine pena ormai vicina, che avrebbe dovuto incoraggiarla ad andare avanti.

Eppure gli agenti, e l’intera struttura penitenziaria, sono stati travolti da questo accadimento drammatico. Per quanto gli atti di autolesionismo siano una realtà con cui ogni giorno devono fare i conti tutte le strutture penitenziarie, cono sempre un evento traumatico per tutti, per chi ci lavora e per chi lo vive suo malgrado. Un trauma molto forte anche per gli altri detenuti, che condividono la difficoltà di dover sopravvivere in un ambiente ostile e di privazione. Che fatti di questo genere accadano in sezioni femminili, è però un evento raro: da un lato per la percentuale molto bassa di donne rispetto alla popolazione carceraria maschile. Dall’altro per una diversa capacità di reagire alle avversità, che raramente spinge le donne verso scelte di questo genere. Eppure questa volta è stata proprio una sezione femminile a dover far i conti con questa triste pagina.