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mercoledì 26 ottobre 2022

Governo insediato, il ministero dell'Interno riprende a negare i porti alle due navi con centinaia di naufraghi, Humanity One e Ocean Viking delle Ong, Sea Watch e Sos Méditerranée

Rai News
Il passaggio nelle acque italiane per due navi impegnate a salvare vite nel Mediterraneo, è stato considerato “pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero” da parte del Viminale, ministro Matteo Piantedosi, con una direttiva che rispecchia quella analoga emanata dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini, nel marzo 2019.

Le due navi, di altrettante Ong, sono Humanity One e Ocean Viking e fanno riferimento, rispettivamente, alle ong Sea Watch e Sos Méditerranée. 


Humanity 1 è, in realtà, la Sea-Watch 4. Prima del suo impiego come nave di salvataggio, la Sea-Watch 4 era una nave di ricerca e si chiamava "Poseidon". Era di proprietà del Land dello Schleswig-Holstein e gestita dal Geomar Helmholtz Centre for Ocean Research Kiel. La nave è stata costruita nel 1976, è lunga oltre 60 metri e larga 11 metri. È stata acquistata all'asta nel 2020 da Sea-Watch e dalla coalizione di ong United4Rescue e battezzata con il nome di "Sea-Watch 4" nel febbraio del 2020. Batte bandiera tedesca.

"Dopo ampie misure di ristrutturazione - spiega la ong - rappresenta ora una delle navi di soccorso più grandi e meglio equipaggiate del Mediterraneo". Sulla nave sono presenti, tra le altre cose, un'area protetta per le donne e i bambini e un'infermeria.

La Sea-Watch 4, costata alla ong 1,3 milioni di euro, può ospitare e curare circa 300 profughi a bordo. In caso di gravi emergenze, tuttavia, può capitare che ce ne siano molte di più, per un breve periodo. Durante la missione, l'equipaggio è composto da 26 persone a bordo. Nelle ultime ore l'equipaggio della nave ha salvato 22 migranti che erano su un gommone in pericolo. Poche ore prima aveva soccorso 113 persone. Ora sono 180 le persone al sicuro sull'unità di Sos Humanity.

La Ocean Viking è registrata come nave cargo presso il Norwegian International Ship Registry (Nis), e batte perciò bandiera norvegese. Il vascello in passato era utilizzato come nave da supporto e soccorso per piattaforme offshore di petrolio e gas nel Mare del Nord. Costruita nel 1989, è lunga 69.3 e larga 15.5 metri. Il grande ponte, una volta vuoto, ospita ora un modulo-container. La nave adesso è equipaggiata per la ricerca e il soccorso con quattro High speed rescue boats (Rhibs), con una clinica per le consultazioni mediche, il triage e delle stanze per il recupero. La squadra di Sos mediterranee consiste di 13 persone ed è guidata da un Coordinatore della Ricerca e Soccorso (Search and Rescue Coordinator). Altre 9 persone fanno parte dell'equipaggio marittimo e sono dipendenti dell'armatore.

Dopo gli ultimi soccorsi, tra cui donne e diversi bambini, a bordo di Ocean Viking viaggiano in queste ore 146 migranti soccorsi al largo della Libia.

domenica 12 aprile 2020

Migranti - Nulla ferma le partenze dalla Libia - Sea Watch: "4 barconi con 250 persone nel Mediterraneo - Uno capovolto numerosi i morti"

ANSA
Numerose persone sarebbero morte in mare in seguito al naufragio di un barcone tra Malta e Tripoli.
Lo denuncia in un tweet Sea Watch, spiegando che "250 persone erano alla deriva da ieri su 4 gommoni", che avevano a bordo un numero variabile tra 47 e 85 persone, e che una di queste imbarcazioni si è capovolta e le persone sono naufragate. I quattro barconi - uno con 72 persone a bordo, uno con 47, uno con 55 e l'ultimo con 85 - sono stati segnalati ieri a Sea Watch da Alarm Phone, il servizio telefonico per i migranti in difficoltà. 

Era stata la stessa Sea Watch a chiedere l'intervento del Commissario europeo per i diritti umani "per chiarire che i diritti delle persone salvate in mare devono essere garantiti a prescindere da quale sia la nave che li soccorre". L'Ong ha quindi spiegato che l'agenzia europea Frontex ha oggi segnalato i barconi in mare, di cui uno capovolto.

mercoledì 3 luglio 2019

Carola Rackete e Sea Watch - Il GIP smonta il Decreto sicurezza bis: "Non può essere applicato a chi salva naufraghi"

La Repubblica
Sul decreto sicurezza bis innanzi tutto, secondo la gip, "le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali" previsto dal decreto sicurezza e per il quale le motovedette italiane hanno intimato l'alt alla Sea Watch fin dall'approssimarsi alle acque italiane non può essere applicato. Perché una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l'obbligo di portare in salvo le persone soccorse. In ogni caso, sottolinea il giudice, la violazione del divieto viene punito dal decreto solo con la sanzione amministrative e non più penale.

Il dovere di soccorso
E' il principio fondamentale dell'ordinanza della gip Vella, appunto la scriminante che la giudice ha fatto prevalere nell'analisi della condotta della comandante. "L'attracco al porto di Lampedusa - scrive la gip - appare conforme al testo unico per l'immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell'attraversamento irregolare della frontiera".
I porti sicuri
L'ordinanza mette per la prima volta per iscritto che la scelta di un comandante di nave che soccorre migrati in zona sar libica di far prua verso l'Italia è legittima perché "in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri" e l'obbligo del comandante non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d'asilo. Che la Tunisia non prevede.
La nave da guerra
Secondo il gip Vella, le motovedette della Finanza non sono da considerarsi una nave da guerra e dunque l'inosservanza di un loro ordine non è punibile secondo quanto previsto dal codice della navigazione. "Le unità navali della Guardia di finanza - scrive la gip - sono da considerarsi navi da guerra solo quando operano al di fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un'autorità consolare".
Nessuna volontà di schiacciamento
La giudice ha accolto in pieno anche la ricostruzione di carola Rackete secondo cui con la sua manovra in porto non aveva alcuna intenzione di colpire la motovedetta della Finanza. "Da quanto emerge dal video deve essere molto ridimensionato nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria".

Nelle prossime ore partirà anche l'iter di espulsione di Carola Rackete dal territorio nazionale firmato ieri sera dal prefetto di Agrigento Dario Caputo secondo le direttive impartite dal ministro Salvini. Ma l'esecuzione del provvedimento sembra impossibile visto che dovrà essere convalidato dal giudice. La Procura però ha già negato il nullaosta fino a quando non saranno cessate le esigenze di giustizia, dunque certamente fino al 9 luglio. 

Nel frattempo il procuratore Luigi Patronaggio e l'aggiunto Salvatore Vella valuteranno se proporre ricorso contro il provvedimento del gip andato ben oltre la loro richiesta di applicare a Carola Rackete il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Allo studio dei legali della Sea-Watch anche il possibile ricorso contro il sequestro probatorio della nave che ieri è stata condotta al porto di Licata.

Sea Watch - Carola Rackete è libera! - Il GIP: "ha agito per l'adempimento di un dovere, salvare vite umane". Ripristinato il primato del Diritto sulla forza.

La Repubblica
Una giornata in lunghissima attesa. Poi alle otto di sera il verdetto della gip di Agrigento Alessandra Vella. Carola Rackete, la comandante della Sea-Watch 3 torna libera dopo quattro giorni trascorsi agli arresti domiciliari. 


La comandante si dice "molto commossa per la solidarietà espressa nei miei confronti da così tanta gente". "Sono sollevata dalla decisione del giudice - ha aggiunto Carola - che considero una grande vittoria della solidarietà verso tutti i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli".

l gip è andata ben oltre la richiesta dei pm, non convalidando l'arresto della comandante della Sea-Watch, Carola Rackete, escludendo il reato di resistenza e violenza a nave da guerra e ritenendo che il reato di resistenza a pubblico ufficiale sia stato giustificato da una "scriminante" legata all'avere agito "all'adempimento di un dovere", quello di salvare vite umane in mare.

Viene dunque meno la misura degli arresti domiciliari deciso dalla procura che aveva chiesto la convalida della misura restrittiva e il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Il gip sottolinea anche che la scelta del porto di Lampedusa non sia stata strumentale, ma obbligatoria perché i porti dell Libia e della Tunisia non sono stati ritenuti porti sicuri.
[...]
Il gip ripristina il primato del diritto sulla forza
"Il provvedimento del gip di Agrigento ripristina il primato del diritto rispetto a quello della forza. Si era detto che la forza l’aveva usata Carola Rackete e su questo si era disposto il suo arresto: non è così - scrivono i legali della Sea-Watch, Alessandro Gamberini, Leonardo Marino e Salvatore Tesoriero - Come spiega dettagliatamente il gip nel provvedimento con il quale ha disposto la non convalida dell’arresto, il diritto stava dalla parte della comandante. Il Giudice, attraverso il richiamo a norme internazionali cogenti, dimostra l’illegittimità vuoi della pretesa di chiudere i porti da parte del ministro dell'Interno, vuoi del divieto finale di attracco della Sea-Watch dopo 15 giorni di attesa, così ripristinando l’equilibrio dei valori e la prevalenza dell’incolumità della vita umana rispetto all’arbitrarietà di scelte operate solo per motivi propagandistici".

Rackete dunque è libera di muoversi. Ad Agrigento dovrà tornare il 9 luglio per l’interrogatorio davanti ai pm nell’altro filone d’inchiesta in cui è indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La Sea-Watch 3 intanto è ripartita da Lampedusa: scortata da una vedetta della Finanza è diretta a Licata dove resterà sotto sequestro insieme alla Mare Ionio della Ong Mediterranea. Intanto Sea-Watch ha assicurato che le operazioni di salvataggio in mare andranno avanti. "Serve una soluzione politica in modo che situazioni del genere non tornino a ripetersi", ha detto il portavoce Ruben Neugebauren. Ed ha aggiunto: "Siamo molto delusi dal governo tedesco e dall'Europa".

sabato 29 giugno 2019

Sea Watch, De Falco ex comandante della Guardia Costiera e attualmente senatore: «Carola Rackete dovrà essere liberata, non era tenuta a fermarsi»

Il Messaggero

Sea Watch, De Falco: «Carola Rackete dovrà essere liberata, non era tenuta a fermarsi»
Sull'arresto della comandante della Sea Watch interviene Gregorio De Falco, ex comandante della Guardia Costiera e attualmente senatore del Gruppo Misto.





 

«L'arresto di Carola Rackete è stato fatto per non essersi fermata all'alt impartito da una nave da guerra ma la nave da guerra è altra cosa, è una nave militare che mostra i segni della nave militare e che è comandata da un ufficiale di Marina, cosa che non è il personale della Guardia di Finanza. Non ci sono gli estremi. La Sea Watch è un'ambulanza, non è tenuta a fermarsi, è un natante con a bordo un'emergenza. La nave militare avrebbe dovuto anzi scortarla a terra».

«Sea Watch non avrebbe potuto andare in altri porti, il più vicino è Lampedusa e non aveva alcun titolo a chiedere ad altri, sebbene lo abbia fatto. Ha atteso tutto quello che poteva attendere - continua De Falco - finché non sono arrivati allo stremo; a quel punto il comandante ha detto basta ed è entrata per senso di responsabilità. È perverso un ordinamento che metta un uomo, o una donna in questo caso, di fronte a un dramma di questo tipo. Quella nave aveva un'emergenza e aspettava da troppo».

lunedì 24 giugno 2019

La diocesi di Torino pronta ad accogliere i 43 migranti della Sea Watch - Nosiglia: "Se il Governo è d'accordo ce li andiamo a prendere sulla nave"

Globalist
“La diocesi di Torino è disponibile ad accogliere le 43 persone che sono a bordo della Sea Watch al largo di Lampedusa, senza oneri per lo Stato, perché al più presto si possa risolvere una situazione grave e ingiusta” ha detto l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, al termine della messa per San Giovanni, patrono di Torino.

“Come vescovo e come cristiano sento tanta sofferenza”, ha aggiunto invocando l’aiuto di San Giovanni “che ha sempre difeso i poveri”. “Noi ci siamo. Torino ha un numero abbastanza elevato di famiglie disposte ad accoglierli, è una particolarità specifica della nostra città” prosegue Nosiglia, “non ci sono solo realtà istituzionali o del terzo settore ma anche famiglie che hanno dato la loro disponibilità. Siamo pronti. Se il Governo e il ministro sono d’accordo li andiamo a prendere e li portiamo su, ma credo sia una disponibilità che potrebbe essere accolta per trovare uno sbocco a questa situazione”.


giovedì 20 giugno 2019

Parroco Lampedusa: "Dormiremo sul sagrato finché migranti non scenderanno da Sea Watch e invita a replicare l'iniziativa.

Adnkronos
"La notte è passata e siamo all’ottavo giorno di stallo: la Sea Watch 3 è ancora bloccata in acque internazionali, con a bordo salvati e salvatori. Continueremo a dormire sul sagrato della Chiesa finché non sarà consentito loro di scendere a terra in un porto sicuro". 


E' l'annuncio del parroco di Lampedusa don Carmelo La Magra che la notte scorsa ha dormito, con un gruppo di attivisti di Forum Solidale Lampedusa e alcuni turisti, sul sagrato della chiesa San Gerlando. 

"Il nostro è un semplice gesto di solidarietà nei confronti di persone che stanno soffrendo inutilmente - dice il parroco - Mettiamo simbolicamente in gioco i nostri corpi nel tentativo di dare visibilità e voce agli ultimi della terra, nostri fratelli e sorelle, nostri simili".
"Chiediamo a quanti condividono il nostro messaggio di organizzare iniziative analoghe - dice don La Magra-Rivolgiamo ai passeggeri e all’equipaggio della Sea Watch un abbraccio e un messaggio: siamo con voi!". E annuncia: "A Lampedusa ci ritroviamo questa sera a partire dalle 22 e speriamo di vedervi numerosi anche in altri luoghi".

mercoledì 19 giugno 2019

Consiglio d'Europa, dare subito un porto a Sea Watch: "Basta con politica porti chiusi, stop a collaborazione con Libia"

AnsaMed
Strasburgo - "I migranti salvati in mare non dovrebbero mai essere sbarcati in Libia, perché i fatti dimostrano che non è un Paese sicuro". Così all'ANSA Dunja Mijatovic, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, che si dice "preoccupata per l'atteggiamento del governo italiano nei confronti delle Ong che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo". 


Il commissario chiede che alla "Sea Watch 3 (che da sei giorni è al confine delle acque territoriali italiane, a 16 miglia circa da Lampedusa, ndr) sia indicato tempestivamente un porto sicuro che possa essere raggiunto rapidamente".

"Si deve mettere fine alla politica di chiudere i porti per tutte le Ong, di proibire la navigazione in acque territoriali o in certe aree in quelle internazionali": è quanto 'raccomanda' tra l'altro Dunja Mijatovic, nel documento sulla protezione di rifugiati e migranti nel Mediterraneo reso noto oggi.

Il commissario si dice "seriamente preoccupata per l'impatto che alcune parti del decreto sicurezza bis potrebbero avere sulla vita delle persone che necessitano di essere salvate in mare". Un riferimento alle sanzioni previste dal decreto per le imbarcazioni private che potrebbero essere impegnate in operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

Gli Stati membri della Ue devono sospendere ogni collaborazione con la Libia finché non sarà provato che non sono violati i diritti umani delle persone sbarcate sulle sue coste.

È una delle 35 raccomandazioni che Mijatovic, fa agli stati membri del Consiglio d'Europa, e in particolare a quelli che sono anche membri della Ue, affinché rispettino il giusto equilibrio tra il diritto di controllare i confini e il dovere di proteggere le vite e i diritti delle persone soccorse nel Mediterraneo. 

Nelle raccomandazioni il commissario evidenzia ripetutamente che la responsabilità per le operazioni di ricerca e salvataggio, gli sbarchi e l'accoglienza delle persone soccorse deve essere condivisa tra tutti gli Stati membri della Ue e non demandata unicamente a quelli costieri.

sabato 15 giugno 2019

Migranti - Sea Watch con 52 naufraghi ferma a 15 miglia da Lampedusa: "Noi non riporteremo nessuno in Libia"

La Repubblica
La nave, con a bordo 52 migranti, è a 15 miglia dall'isola di Lampedusa. L'Ong: "Una persona ci ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni".



"Noi non riporteremo mai nessuno in Libia", così la portavoce della Ong Sea Watch Giorgia Linardi ribadisce quello che il comandante aveva già detto ieri ovvero sia che "la Libia non è un porto sicuro", dicendo così di volgere la prua verso Lampedusa e chiedere all'Italia la concessione del porto sicuro mentre il ministro Salvini la accusava di essere una "nave illegale" e di "sequestrare i migranti" che avrebbero dovuto essere riportati a Tripoli, un porto che sia l'Unhcr che l'Oim hanno indicato come non sicuro invitando le autorità a fornire alla Sea Watch una diversa destinazione.

"Le persone a bordo ci hanno raccontato di aver trascorso lunghi periodi di detenzione in Libia - continua Linardi in un video postato su Twitter - e di aver subito vessazioni inenarrabili. Una persona ci ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni cercando di renderlo più presentabile. 

Anche il più piccolo dei naufraghi che ha solo 12 anni è stato imprigionato, senza un valido motivo. Un'altra persona ha raccontato di essere stata venduta ed ha lavorato come servo per riconquistarsi la libertà e partire per mare. Molte persone raccontano di essere state riportate indietro. Un altro naufrago ci ha raccontato di aver assistito all'uccisione di un familiare con un colpo di kalashnikov sempre mentre era in detenzione. Noi non riporteremo mai nessuno in un Paese in cui avvengono queste cose e ci aspetterremmo che i nostri Governi si impegnassero perché questo non avvenga invece di alimentare la spirale del traffico".

La nave Sea Watch 3 con a bordo 52 migranti, è a 15 miglia dall'isola di Lampedusa. Da due giorni è in acque internazionali. Le questione, per la portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud, si risolve in partenza: "Tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali e sulla ricerca e salvataggio in mare, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia". Quanto allo sbarco, "in generale la Commissione non ha le competenze per decidere se e dove" può avvenire, rimarca Bertaud, "è una questione sotto la responsabilità del Centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo (Mrcc), che ha in carico le operazioni"

sabato 1 giugno 2019

Migranti. Sea Watch dissequestrata, la nave dell’Ong libera di riprendere il mare

La Stampa
Per la procura di Agrigento sono cessate le esigenze probatorie. L’imbarcazione aveva salvato 47 migranti al largo della Libia


Dodici giorni dopo lo sbarco dei migranti ordinato dalla procura di Agrigento, la Sea Watch è libera di riprendere il mare. Il procuratore aggiunto Salvatore Vella e il pm Cecilia Baravelli hanno infatti dissequestrato la nave della Ong che era stata posta sotto sigilli il 20 maggio scorso, quando era alla fonda al largo di Lampedusa con 47 migranti a bordo.

Quel giorno la procura aveva deciso di sequestrare la nave per procedere con un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In quanto corpo del reato, la Sea Watch era stata posta sotto sequestro e i migranti erano stati fatti sbarcare in quanto, se fossero rimasti a bordo, i magistrati siciliani avrebbero commesso il reato di sequestro di persona. 

Il sequestro della nave, infatti, è una misura reale che si applica alle cose e non alle persone. Il sequestro era necessario per esigenze probatorie, si voleva congelare la situazione in modo da valutare l’esistenza di possibili reati.

Una soluzione che aveva fatto andare su tutte le furie il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che aveva appreso dello sbarco in diretta mentre era ospite in tv. In quell’occasione il ministro aveva minacciato di denunciare i magistrati e aveva accusato i ministri Cinquestelle di aver aperto i porti. 

Accuse rispedite al mittente prima dal ministro ai trasporti Danilo Toninelli e quindi dal capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, che aveva spiegato come lo sbarco fosse stato ordinato dalla magistratura senza alcun intervento da parte del governo.

Ora, 12 giorni dopo quegli avvenimenti, i magistrati hanno svolto gli accertamenti a bordo della nave. La Sea Watch è stata dunque dissequestrata essendo venute meno le esigenze probatorie.

mercoledì 15 maggio 2019

L’ong Sea Watch ha soccorso 65 persone al largo della Libia

Il Post
La nave della ong Sea Watch ha annunciato di aver soccorso 65 migranti da un gommone partito verosimilmente dalle coste della Libia. 
Se i numeri fossero confermati, sarebbe una delle operazioni di soccorso più ingenti delle ultime settimane.

In tutto il 2019 dalla Libia sono sbarcate in Italia circa 1.100 persone, mentre più o meno altrettanti sono stati riportati in Libia dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Le morti registrate in quel tratto di mare sono circa 300.

@SeawatchItaly
BREAKING #SeaWatch ha soccorso 65 persone da un gommone a 30 miglia (60 km ca.) dalle coste libiche, avvistato da aereo civile di ricognizione.
Libia, Malta, Italia, Olanda informate: nessuna risposta.
Nel #Mediterraneo stanno diminuendo i testimoni, non le partenze.

martedì 30 aprile 2019

La Chiesa sale a bordo della Mare Jonio che salva i migranti. Don Matteo con l'avallo di due vescovi è dell'equipaggio della nave

La Repubblica
Sulla nave italiana si è imbarcato anche don Mattia Ferrari, parroco a Nonantola. Con il permesso di due arcivescovi. Dirà messa ogni giorno. "Sono il cappellano di bordo, il mio compito è rappresentare vicinanza ai ragazzi di Mediterranea che hanno un gran rispetto per Papa Francesco".


C’è anche la Chiesa cattolica a bordo della nave italiana che salva i migranti. E non è una metafora spirituale. Sulla Mare Jonio, infatti, si è imbarcato don Mattia Ferrari, giovane vicario parrocchiale di Nonantola, nella diocesi di Modena. Venticinque anni, il seminario iniziato subito dopo il diploma al liceo classico, la prima messa un anno fa: un prete tra mangiapreti, a voler sintetizzare. “In effetti qui sono tutti atei e agnostici”, dice don Mattia, sorridendo. “Ma c’è un bel clima di fratellanza, i ragazzi di Mediterranea hanno un gran rispetto per Papa Francesco. E un fatto è certo: il Vangelo, oggi, passa anche dal Mediterraneo”.


Siamo alla terza missione del 2019, la sesta da quando un gruppo di associazioni (Arci, Ya Basta Bologna), l’ong Sea-Watch, il magazine online I Diavoli e l’impresa sociale Moltivolti di Palermo hanno dato vita alla piattaforma Mediterranea. Il vecchio rimorchiatore noleggiato e riadattato per il salvataggio dei naufraghi è attraccato al molo di Marsala e sta aspettando condizioni di mare favorevoli per tornare nella zona Search and Rescue della Libia: un’area assai sguarnita già prima della guerra civile, ma che ora è praticamente deserta perché le motovedette della guardia costiera libica sono bloccate al porto di Tripoli.
Ora, la sua presenza sulla Mare Jonio non è una storia di “colore”, merita una riflessione più approfondita. Perché per essere lì rispettando le procedure canoniche, don Mattia ha chiesto e ottenuto il permesso di due arcivescovi (quello di Modena Elio Castellucci e quello di Palermo, Corrado Lorefice, noto per essere molto vicino a Bergoglio), nonché il benestare della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana. Per dire che non siamo di fronte a una iniziativa personale di un parroco di provincia, ma a una scelta appoggiata da un pezzo rappresentativo delle gerarchie vaticane. Politicamente, non è un dettaglio.

Don Mattia Ferrari, inoltre, non lo si può nemmeno ascrivere alla categoria “prete barricadero”: è composto e ordinato nella sua camicia clergy, ben pettinato, porta occhiali da sole Rayban, gentile nel modo di fare. Ha fatto proprie le parole di Papa Francesco quando, durante l'ultima via Crucis, ha ringraziato “coloro che con ruoli diversi hanno rischiato la vita per salvare quella di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità”. Un motivo in più per meditare di fare qualcosa di concreto per i migranti che tentano la traversata.

Così racconta la sua scelta: “La richiesta di avere un prete a bordo è venuta dai ragazzi dell’equipaggio: lo aveva chiesto Luca Casarini (capo delle precedenti missioni di Mare Jonio, ndr) nell’incontro con l’arcivescovo di Palermo l’8 aprile scorso, e Lorefice aveva accolto molto positivamente l’idea. Con i ragazzi di Tpo e Labas di Bologna, che tramite l’associazione Ya Basta fanno parte di Mediterranea, siamo amici da tempo, perché due anni fa accolsero Yusupha, un ragazzo migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto, nonostante avessimo bussato a tantissime porte”. Un'amicizia nata grazie al comune sentimento di fratellanza con i migranti.

Fabio Tonacci

giovedì 28 marzo 2019

Migranti - Procura di Roma, si ipotizza il reato di sequestro di persona sui migranti della Sea Watch

Avvenire
La Procura di Roma in un fascicolo trasmesso al Tribunale dei ministri di Catania (via Siracusa) ipotizza il reato ai danni di 47 persone a cui non fu consentito di scendere


Intanto emergono novità su un'altra missione in mare, quella della Sea Watch: «Sequestro di persona» è il reato che secondo la Procura di Roma è stato commesso ai danni dei 47 migranti, tra i quali 15 minori non accompagnati, che nel gennaio scorso hanno dovuto attendere per 12 giorni l’ok allo sbarco. A rischiare una nuova incriminazione non è solo Matteo Salvini, ma stavolta anche il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.

La competenza dell’inchiesta, però, passa alla procura di Catania, che su questo episodio stava già indagando dopo che erano state depositate alcune denunce e successivamente all’inchiesta di Avvenire sul «segreto» apposto dal Viminale e dal ministero delle Infrastrutture su quanto accaduto in quei giorni. Trattandosi di «reati ministeriali», dovrà essere il Tribunale dei ministri di Catania a monitorare il caso.

La Guardia costiera ha consegnato un circostanziato rapporto nel quale emergono anomalie che vanno chiarite e che riguardano anche la gestione dei minori non accompagnati, che per legge vanno fatti sbarcare subito. All’ipotesi di sequestro di persona, se venisse condivisa anche dal procuratore etneo Carmelo Zuccaro (che oggi riceverà gli atti da Roma attraverso la procura di Siracusa, originariamente competente poiché la Sea Watch era stata trattenuta alla fonda davanti alla città) potrebbe aggiungersi l’aggravante del pregiudizio ai minorenni.

Secondo la procura capitolina, che aveva ricevuto un esposto e che aveva annotato l’inchiesta di Avvenire sul segreto opposto dalle autorità sul caso Sea Watch e le anomalie nella gestione dei minori, ci sono gli estremi per contestare il reato di sequestro di persona a carico di chi ha dato l’ordine di tenere la nave alla fonda e poi trasferirla a Catania. Come rivelato dal nostro giornale, nonostante le reiterate richieste del Tribunale dei minorenni di Catania, i minori non furono fatti sbarcare.

Peraltro compiendo «violazioni certe», come ha dichiarato a Report il procuratore dei minori di Catania, Caterina Ajello. «Violazioni» finite poi sul tavolo del procuratore Carmelo Zuccaro che stava già indagando e che adesso otterrà nuovi elementi.

L’indagine, coordinata a Roma dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, era stata aperta in seguito a un esposto presentato lo scorso 1 febbraio, in cui veniva ipotizzato il reato di omissioni di atti di ufficio.

La Sea Watch era arrivata nelle acque di Siracusa il 25 gennaio, dopo essere stata allontanata da Lampedusa proprio mentre la procura di Agrigento voleva interrogare i migranti su un naufragio e una strage in mare avvenuta nei giorni precedenti. L’autorizzazione a sbarcare venne poi concessa il 31 gennaio ma a Catania, costringendo la Sea Watch a lasciare Siracusa dove il procuratore Scavone non aveva ravvisato alcuna irregolarità da parte dell’equipaggio. Parere poi confermato anche da Zuccaro che aveva avviato analoga inchiesta a Catania.

Il garante dei detenuti
Ma i fronti giudiziari potrebbero moltiplicarsi. Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, ha ribadito nella relazione annuale presentata alla Camera, «l’intenzione di monitorare situazioni di privazione di fatto delle libertà personale effettuata sia su navi in acque territoriali italiane (sia battenti bandiera italiana, come la nave "Ubaldo Diciotti", che straniera, come la "Alexander Maersk" o la "Sea Watch") sia su navi italiane in acque internazionali (come ad esempio la nave "Asso 28")». Tutti episodi per i quali sono stati presentati ricorso anche alla Corte europea dei Diritti dell’uomo.

sabato 9 marzo 2019

Salvati dalla Sea Watch a dicembre. In attesa di essere ricollocati in Europa 49 migranti sono detenuti a Malta da due mesi.

dire.it
Dopo l'epopea che gli ha tenuti bloccati per 19 giorni in mare, i migranti della Sea Watch e Sea Eye si troverebbero da ormai due mesi all'interno di un centro di detenzione di Malta. 

"Dopo essere state bloccate in mare per 19 giorni, la maggior parte delle 49 persone soccorse lo scorso dicembre dalle imbarcazioni di Sea Watch e Sea Eye si trovano da ormai due mesi all'interno del centro di detenzione (Irs) per richiedenti asilo di Marsa, a Malta". 

È quanto denuncia Mediterranea Saving Humans, la piattaforma della associazioni italiane che con Nave Mare Jonio si alterna nel Mare Mediterraneo con le Ong Open Arms e Sea Watch.

"Chiunque - aggiunge - ricorda lo spettacolo desolante offerto dai governi europei che per settimane, mentre a queste donne, a questi bambini, a questi uomini, non veniva permesso di sbarcare dalle navi che li avevano salvati, hanno negoziato la loro redistribuzione al di fuori di ogni quadro di legalità trattandoli come merce invece che come soggetti di diritto, o come esseri umani".

"La loro sorte è la dimostrazione di quanto questa prassi- prosegue Mediterranea- comporti la sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone coinvolte. Dalla mattina del 5 marzo molti di coloro che sono sbarcati a gennaio sono in sciopero della fame, per protestare contro il regime di detenzione de facto al quale sono illegalmente sottoposti e per chiedere che venga fatta chiarezza sulle procedure di ricollocazione che gli Stati membri stanno portando avanti attraverso meccanismi di selezione totalmente arbitrari.

Apprendiamo dai racconti di chi si trova a Marsa che le delegazioni di Francia e Germania hanno escluso diverse persone dalla possibilità di essere trasferite in questi paesi, sulla base di motivazioni oscure e senza che il rifiuto venisse comunicato per iscritto, rendendo così impossibile agire per vie legali contro tale decisione. Altri invece non hanno avuto alcuna notizia in merito al loro trasferimento e non hanno avuto accesso nemmeno alla prima fase di questo meccanismo informale costituita da un'intervista condotta da funzionari degli stati di destinazione".

"Non è dato sapere quale sarà il destino di queste persone né quanto durerà il loro trattenimento e su quale base sia stato disposto, anche nei confronti di minori privi di figure familiari di riferimento e di nuclei familiari con bambini molto piccoli. Mediterranea Saving Humans chiede con forza che a questa detenzione arbitraria venga posta fine e che queste persone, dopo tanta sofferenza e tante violazioni subite, possano finalmente accedere ai loro diritti e iniziare la loro vita in Europa".

giovedì 24 gennaio 2019

La SeaWatch 3 con 47 migranti a bordo, in difficoltà cerca riparo nelle acque di Siracusa. Ma Salvini dice: "E' una provocazione"

Siracusa Oggi
Si trova nelle acque tra Siracusa e Portopalo la SeaWatch 3, nave ong olandese con 47 migranti a bordo. Si trova a poche miglia dalle coste siciliane. 


Le acque siracusane sono state considerate più tranquille dall’equipaggio della nave a causa del mare agitato e del maltempo.

Il ministro Salvini parla di “ennesima provocazione”. Il responsabile dell’Interno, rinnova la linea dura. “Dopo aver sostato per giorni in acque maltesi, la nave olandese Sea Watch3 si sta dirigendo verso l’Italia. Ribadisco che la nostra linea non cambia, né cambierà. Nessuno sbarcherà in Italia. Pronti a mandare medicine, viveri e ciò che dovesse servire ma i porti italiani sono e resteranno chiusi”.

mercoledì 9 gennaio 2019

Malta ha autorizzato lo sbarco dei migranti sulle navi Sea Watch 3 e Sea Eye, gioia e sollievo dei migranti

Il Post
I 49 migranti a bordo saranno poi accolti da otto diversi paesi europei, tra cui l'Italia: ma Salvini dice di non avere autorizzato alcun arrivo.

Malta ha autorizzato lo sbarco dei migranti a bordo delle due navi Sea Watch 3 e Sea Eye. I migranti, insieme ad alcune delle 280 persone soccorse dalla Guardia costiera maltese nelle ultime settimane, verranno ricollocati in otto diversi stati europei. 

La notizia è stata data mercoledì mattina in conferenza stampa dal primo ministro maltese, Joseph Muscat.
La nave Sea Watch 3, con a bordo 32 persone tra cui 3 minori non accompagnati, 2 bambini piccoli e un neonato, si trovava in mare da diciannove giorni; Sea Eye, con a bordo 17 persone, si trovava in mare da undici giorni. Quando è stato comunicato che Malta aveva autorizzato lo sbarco, la reazione dei migranti a bordo della Sea Watch 3 è stata questa.

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La Sea Watch 3, nave della ong tedesca Sea Watch che batte bandiera olandese, aveva soccorso 32 migranti al largo delle coste libiche il 22 dicembre. Nelle ore successive al soccorso, il comandante della nave aveva chiesto a diversi paesi europei – Italia, Malta, Spagna, Grecia – e alla Tunisia di poter attraccare in uno dei loro porti, ricevendo risposta negativa. Il 29 dicembre un’altra nave umanitaria tedesca, la Sea Eye, aveva soccorso 17 persone al largo della Libia e si era rifiutata di consegnarle alla Guardia costiera libica perché, secondo la ong, sarebbe stata una «violazione delle leggi internazionali».

La situazione era poi rimasta bloccata per giorni, con alcuni sindaci di Paesi Bassi, Germania e Italia che avevano dato la loro disponibilità all’accoglienza. Il 2 gennaio Malta aveva concesso alle navi l’ingresso nelle acque territoriali dell’isola, ma solo per ripararsi da condizioni meteo difficili e in ulteriore peggioramento.

Le condizioni delle persone a bordo erano da giorni piuttosto complicate. Sulle navi, avevano fatto sapere qualche giorno fa le due ong, si trovavano bambini e adulti stremati dalla traversata e dall’inverno, e traumatizzati dalla permanenza nei campi di detenzione della Libia.

sabato 5 gennaio 2019

Sant'Egidio: non far sbarcare i profughi è una vergogna per l'Europa

Globalist
La comunità interviene sul caso delle navi Sea Watch e Sea Eye: non agire significa offrire il volto di una Ue incoerente con i suoi valori.


Crescono le voci indignate: è una vera vergogna per l'Europa che non si trovi una soluzione per mettere in sicurezza un piccolissimo gruppo di profughi, appena 49: si tratta di un doveroso gesto di umanità che si deve realizzare subito". 

E' la netta presa di posizione della Comunità di Sant'Egidio davanti al caso delle navi Sea Watch e Sea Eye, attraverso la dichiarazione del suo portavoce Roberto Zuccolini.
"Le due navi devono attraccare immediatamente - chiede la S.Egidio - e visto che alcune nazioni si sono già offerte ad accogliere i migranti, in questo caso si può realizzare velocemente anche il loro ricollocamento, senza dividere le famiglie come talvolta è successo".
Per Zuccolini, "non agire entro le prossime ore, vorrebbe dire offrire al mondo l'immagine di una Ue incoerente con i suoi valori fondativi, con la sua storia e la sua tradizione: un atteggiamento incomprensibile anche rispetto al forte calo non solo degli sbarchi in Italia ma anche degli ingressi irregolari in tutto il Continente europeo".

Odissea senza fine. Paura e disperazione sulla Sea Watch 3. Le famiglie: non divideteci

Avvenire
Nello Scavo, inviato a bordo della Sea Watch 3
Sulle navi delle Ong ancora bloccate in mare alcuni superstiti della strage occultata dello scorso ottobre. Il gesto di protesta di un migrante che vorrebbe nuotare fino a Malta.


Mentre i numerosi bastimenti carichi di merci fanno ingresso nel porto de La Valletta, il bimbo libico di sette anni li indica uno a uno. E chiede: “Mamma, perché quelle sì e noi no?”. 


Nessuno se la sente di dirgli la verità: da quindici giorni lui e gli altri 48 esseri umani sulle due navi umanitarie tenute lontane dai porti sono dei “rifiutati”.
Ad aspettarci sulla Sea Watch 3, la nave che nessuno vuole, ci sono anche le storie delle stragi mai rese note dai libici. Decine di migranti affogati nei mesi scorsi senza che mai ne venisse data comunicazione. Come i 60 precipitati nell'abisso che si era aperto sul fondo squarciato del gommone e mai più risaliti a galla. È accaduto nei primi giorni di ottobre, e non se ne trova traccia nelle note ufficiali. Non sarà la sola amara sorpresa a bordo della nave dei respinti che, in balia delle cancellerie europee, aspettano di poter mettere piede sulla terraferma ed essere certi che non c’è più niente da cui scappare.

Il piccolo libico insieme alla madre è fuggito di casa l’ultima estate. I frequenti scontri nelle città e una condanna a morte sulla donna decretata dal marito e dai maschi della famiglia, per ragioni che non vuol spiegare, non le hanno lasciato scelta. Ci sono voluti quattro tentativi perché finalmente si potesse lasciare alla spalle Tripoli e la vita di prima. E nel corso di uno di questi lei e il bambino, che aveva da poco compiuto sei anni, furono tra i pochi superstiti della strage di ottobre. "Il canotto si è rotto e le persone cadevano dentro", racconta ricordando d’essere naufragata non lontano dalle piattaforme petrolifere di Melita: "Sono morte più di 60 persone". Poi la solita routine, spiegata in un inglese perfetto di chi in tasca aveva una laurea e ha visto sprofondare con la guerra ogni speranza. "Siamo stati presi dalla polizia libica, sono stati cattivi. Siamo rimasti in prigione con altri stranieri e in prigione si trova il modo per convincere la polizia a lasciarci andare". Denaro e schiavitù sono la regola. Poi altri due tentativi, "sempre andati male, o la barca si rompeva o ci prendevano i militari". Infine prima di Natale la traversata e l’avvistamento della Sea Watch.

La nave, intanto, ondeggia. Ma il vento sottocosta non fa paura. E il sole promette una mattinata senza le coperte addosso. La vista della terra, se da una parte fa sentire meno soli, per l’altro verso diventa un tarlo. E ci vuole poco perché sul ponte la paura torni a bussare. Stavolta la disperazione è nello sguardo di un trentenne, anche lui libico, che non ne può più di aspettare, di raccontare ai soccorritori le sue cicatrici, di sentirsi dire che bisogna stare calmi e che tutto andrà bene. Senza neanche prendere la rincorsa, si lancia nel vuoto. Un tuffo verso la costa. Quando riemerge è già tramortito dalle acque gelide. Altri tre, di nazionalità diverse, sono pronti a seguirlo. Li vediamo mentre si liberano delle felpe. Poi si fermano. Alla terza bracciata il fuggitivo capisce che non può farcela contro il freddo, la corrente e i due chilometri che lo separano dalla terraferma. L’equipaggio lo raccoglie in un istante, dopo avergli lanciato due ciambelle galleggianti. Quando lo accompagnano sottocoperta, lui urla e piange, anche gli altri sono arrabbiati e delusi. Sono stanchi di aspettare e sono abituati a non fidarsi. "Giurateci che non ci farete tornare il Libia", ripetono mentre mostrano il dorso coperto di bruciature.

Con l’Italia, che si è offerta di accogliere madri e figli (6 persone in tutto), sono adesso cinque i Paesi europei disposti a farsi carico di alcuni dei migranti a bordo. Una prospettiva che non piace affatto alle famiglie, che sarebbero costrette a separarsi. 

Mamme e bimbi (tre in totale: di 1, 6 e 7 anni) verrebbero ammessi nella Penisola, mentre i papà finirebbero tra Germania, Francia, Olanda e Portogallo. 

Lisbona ha espresso per via informale la disponibilità a risolvere la crisi umanitaria partecipando alla redistribuzione delle persone che verranno fatte sbarcare. Ma il problema rimane il porto di destinazione. "Se l’Italia fosse stata davvero disposta ad aiutare queste persone - commenta un volontario - avrebbe dovuto offrire subito uno dei suoi porti, accelerando lo sbarco e avviando la redistribuzione nell’Ue, senza infliggere a persone già molto provate anche una permanenza così lunga e immotivata in mare e in pieno inverno”. Il governo maltese, potendo contare sull’ostinato rifiuto allo sbarco in Italia, da giorni negozia con Bruxelles un trasbordo su proprie motovedette, in cambio di garanzie sulle politiche migratorie. Assicurazioni che sarebbero arrivate e che potrebbero porre fine all’odissea già nelle prossime ore.

Dall’altro vascello, il “Professor Albrecht Penck” dell’ong Sea Eye, arrivano notizie analoghe. "Le diciassette persone soccorse il 29 dicembre - spiega Nicole, il medico di bordo - si stanno riprendendo, ma soffrono il freddo e sono deboli. È per questo che è importante che ci venga assegnato un porto sicuro che possa accoglierle". La temperatura in mare non supera i 10 gradi, alla sera si sfiora lo zero termico. Le raffiche del vento e il moto ondoso impediscono a molti perfino di dormire.
A bordo di Sea Watch venerdì 4 gennaio è arrivata una delegazione di parlamentari tedeschi, insieme a giornalisti internazionali e ai rappresentanti di Mediterranea, la missione italiana di monitoraggio nel Canale di Sicilia. Di "gratitudine, gioia, imbarazzo e tristezza", ha parlato Christiane Groeben, vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) salita per qualche ora per vedere di persone e fare un annuncio. "Stiamo lavorando con i nostri partner - spiega - per costruire un corridoio europeo e la città tedesca di Heidelberg e le sue chiese hanno già manifestato la loro disponibilità. Siamo pronti a farci carico del trasporto dei migranti nella loro destinazione finale e a collaborare per la loro accoglienza".
Il piccolo libico è ancora sul ponte, mentre gioca e scruta il mare intorno. Arriva il tramonto e con esso nessuna buona notizia. Prima di andare a dormire domanda ancora: "Mamma, ma perché non abbiamo un passaporto? Non potevamo prendere un aereo per scappare?".

mercoledì 2 gennaio 2019

Sea Watch e Sea Eye, continua la vergognosa odissea. 49 naufraghi senza un porto sicuro per approdare da 10 giorni. Urgente mettere in sicurezza donne, uomini e bambini in condizioni sempre più critiche.

Adnkronos
Continua l'odissea delle navi Sea Watch e Sea Eye, da giorni in mare con a bordo 49 naufraghi soccorsi nel Mediterraneo. Nello specifico, 32 persone dal 22 dicembre si trovano sulla Sea Watch e altre 17 dal 29 dicembre sono sulla Sea Eye. 


"Nessuno potrà dire che non lo sapeva. A causa della lunga permanenza a bordo con cattive condizioni meteo, molti degli ospiti soffrono di forte mal di mare. Per una persona malnutrita e indebolita, la conseguente disidratazione può mettere a repentaglio la sua condizione” scrive Sea-Watch Italia in un tweet allegando il rapporto del team di medici a bordo della nave che lanciano un appello chiedendo la disponibilità di un porto sicuro.

Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, lancia un appello attraverso l'Adnkronos: "Non rimangano un minuto di più a bordo. E' rischioso, fateli approdare". "Sono molto preoccupato - dice - la situazione è drammatica e si aggrava sempre più sia dal punto di vista delle condizioni meteo, che sono in peggioramento, sia dal punto di vista sanitario: troppi giorni e troppe persone a bordo, anche donne e bambini, il rischio di epidemie è alto". 

"Ciò di cui ho paura, e spero di sbagliarmi, è che questo gioco cinico sulla vita di esseri umani venga portato fino all'estremo possibile perché, complice il clima, la distrazione per via delle feste e il fatto che non sono 300 ma 49, questa volta non si vede l'ombra di un governo disponibile". 

Per quanto riguarda la questione sicurezza e immigrazione, Noury afferma che "se noi analizziamo la cronaca degli attentati terroristici in Europa, possiamo constatare che il terrorismo nasce in casa e non arriva da fuori. E se noi continuiamo ad agitare lo spettro dell'approdo del terrorismo via mare dimenticandoci che in realtà lo abbiamo già in casa, dal punto di vista della sicurezza è un esercizio inutile e anche dannoso. 

E dal punto di vista del rispetto dei diritti umani è uno scempio completo. Abbiamo l'Europa - conclude - contro 49 persone".

lunedì 31 dicembre 2018

Due barconi alla deriva con 114 migranti soccorsi da Malta e dalla Turchia. Sea Watch e della Sea Eye ancora senza approdo. Italia ormai maglia nera dell'accoglienza.

La Repubblica
Salvate in tutto 114 persone. Ma è ancora senza risposta l'appello della Sea Watch e della Sea Eye con 49 profughi a bordo che hanno urgente bisogno di un approdo.



Un pattugliatore di Malta ha soccorso 69 migranti che si trovavano su un barcone di legno alla deriva a 117 miglia dalle coste dell'arcipelago, e li ha portati a La Valletta. Lo ha reso noto la Marina militare maltese.

L'annuncio arriva mentre rimane senza risposta l'appello delle navi delle Ong Sea Watch, che ha chiesto l'autorizzazione di far sbarcare a Malta i 32 migranti salvati prima di Natale al largo delle coste libiche, e della Sea Eye con altri 17 a bordo.
Altro soccorso in mare questa volta della Guardia costiera tunisina che ha tratto in salvo 45 migranti a bordo alba di ieri un barcone partito dalla Libia al largo delle isole Kerkennah.

I migranti soccorsi, tutti originari di paesi africani, sono stati presi in carico dal personale della Mezzaluna rossa tunisina e dell'Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), che ha fornito loro cibo e vestiti.