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domenica 19 marzo 2023

Eritrea - Rapporto ONU - Situazione dei diritti umani disastrosa: torture, detenzioni inumane, sparizioni. Nessuna collaborazione dei governanti.

Nigrizia
«La situazione dei diritti umani in Eritrea rimane disastrosa e non mostra nessun segno di miglioramento». Lo dice un rapporto presentato ieri dall’Alta commissaria aggiunta al Consiglio dei diritti umani dell’Onu, Nada Al-Nashif.


La commissaria ha spiegato che l’Onu ha raccolto «informazioni credibili» che danno conto di «torture, condizioni di detenzione inumane e sparizioni forzate». Il rapporto rileva che «è allarmante che tutte queste violazioni dei diritti umani siano compiute nella totale impunità». E sottolinea che le autorità di Asmara non hanno offerto nessuna collaborazione.

Il paese del Corno d’Africa, governato da Isaias Afwerki fin dall’indipendenza dall’Etiopia (1993), non da oggi si segnala per l’autoritarismo e il disprezzo di ogni forma di democrazia.

Una dittatura che ha stabilito la leva universale obbligatoria e di durata illimitata, provvedimento che è diventato ancora più stringente con il sostegno dell’esercito eritreo alla truppe etiopiche nella guerra del Tigray scoppiata nel novembre del 2020. Il coinvolgimento nella guerra civile etiopica è stato fortemente criticato dalla Chiesa cattolica.

E in territorio etiopico l’esercito di Asmara si è macchiato – sostengono numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani – di atrocità, in particolare del massacro di centinaia di civili nella città di Aksum e nel villaggio di Dengolat.

Isaias Afwerki (che in sede Onu si è schierato con la Russia che ha aggredito l’Ucraìna) ha respinto le accuse a carico del suo esercito definendole «fantasie, frutto di disinformazione». Questo del resto è sempre stato l’atteggiamento del regime eritreo: chiudersi a riccio, negare tutto e farsi beffa della comunità internazionale.

venerdì 21 gennaio 2022

“In Libia crimini di guerra sui migranti” - Le accuse choc contro l’Italia e Malta - Le Ong Adala for All, StraLi e UpRights chiedono un’indagine all’Aia

La Stampa
Crimini di guerra contro i migranti in Libia. È l’accusa che le Organizzazioni internazionali Adala for All, StraLi e UpRights rivolgono contro le milizie libiche e che per la prima volta prende di mira due Paesi europei, l’Italia e Malta, per il loro sostegno alla Guardia costiera di Tripoli. 

Le tre Ong hanno depositato un esposto alla Corte Penale Internazionale (CPI) per i crimini commessi in Libia tra il 2017 e il 2021 contro migranti e rifugiati. L’esposto chiede alla CPI di indagare sui crimini commessi dai gruppi armati libici contro migliaia di migranti, tra cui donne e bambini, reclusi nei centri di detenzione dopo essere stati intercettati in mare. 

Le vittime sono state sistematicamente sottoposte a maltrattamenti e abusi, tra cui tortura, stupro, lavoro e arruolamento forzato, e in alcuni casi uccise. L’esposto richiede che il procuratore della CPI esamini la possibile responsabilità penale - oltre che degli attori libici – delle autorità e dei funzionari italiani e maltesi che hanno loro fornito sostegno.

Dopo la rivoluzione del 2011, la Libia è stata teatro di un costante conflitto armato che ha creato una forte instabilità politica. Gruppi armati hanno preso il controllo dei traffici di migranti e della tratta di persone in tutto il Paese, nutrendosi di un'economia predatoria che intercetta i migranti in mare durante il viaggio verso l'Europa, li riporta in Libia e li detiene in campi in cui sono sistematicamente sottoposti a gravi abusi. Tra gli attori coinvolti nella commissione di questi crimini figurano gruppi armati che gestiscono i centri di detenzione agendo sotto il controllo formale delle autorità libiche, la guardia costiera libica e il dipartimento preposto alla lotta all'immigrazione clandestina del ministero dell'interno libico.

«I crimini commessi contro i migranti - sostengono le tre Ong – possono e devono essere indagati come crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto della CPI». L’esposto sostiene infatti che i membri di gruppi armati che hanno preso parte alle ostilità in corso in Libia hanno sottoposto i migranti a numerosi abusi nei centri di detenzione sotto il loro controllo. «Questi atti soddisfano i requisiti previsti dallo Statuto della Corte per i crimini di guerra, in quanto sono stati commessi in un contesto di conflitto armato e sono ad esso correlati. Inoltre, questi crimini possono integrare dei crimini contro l'umanità ai sensi dell'articolo 7 dello Statuto. La necessità di investigare quanto accaduto nei centri di detenzione libici e di assicurare alla giustizia i responsabili è resa ancora più rilevante dal fatto che alcune autorità europee, in particolare italiane e maltesi, hanno facilitato il ritorno dei migranti in Libia e la loro susseguente detenzione e maltrattamento».

Tra il 2017 e il 2021, ossia dal governo Gentiloni fino all’attuale governo Draghi, le autorità italiane hanno infatti fornito alla guardia costiera libica un sostegno cruciale per intercettare i migranti in mare e riportarli nei centri di detenzione, tra cui la fornitura di risorse e di attrezzature, la manutenzione delle stesse, e la formazione del personale coinvolto. I funzionari italiani e maltesi hanno agito in maniera coordinata con la guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei migranti per garantire che essi fossero intercettati e riportati in Libia. L’esposto ritiene che il sostegno fornito dalle autorità italiane e maltesi alla guardia costiera libica integri una forma di concorso nei crimini commessi contro i migranti, da cui deriverebbe una responsabilità penale internazionale ai sensi dello Statuto della Corte.

«I crimini commessi contro i migranti in Libia – osserva Ramadan Amani, di Adala for All – rappresentano una emergente “sacca di immunità” sempre più apertamente accettata dalla comunità internazionale, nonostante la grande quantità di prove di crimini internazionali commessi alle porte dell’Europa. Peraltro, le prove disponibili indicano chiaramente le responsabilità delle autorità europee».

Alessandro Pizzuti, co-fondatore di UpRights, sottolinea che «in Libia le parti in conflitto prendono di mira i migranti perché li percepiscono come una risorsa cruciale per portare avanti i loro obiettivi politici e militari. Per rispondere alle nuove sfide che il mondo sta affrontando, è indispensabile che la Corte Penale Internazionale fornisca risposte forti a queste nuove dinamiche e scenari».

Le organizzazioni che hanno depositato l’esposto ribadiscono così la necessità di indagare e di perseguire tutti i possibili responsabili. Come osservato da Nicolò Bussolati, vicepresidente di StraLi, «l’esposto chiede alla CPI di avviare un'indagine e di fare quindi un primo importante passo per assicurare che questi crimini, legati alla migrazione e tradizionalmente rientranti nell'ambito dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, siano esaminati attraverso la lente del diritto penale internazionale».
Enrico Caporale

mercoledì 13 ottobre 2021

Migranti: Amnesty, in Libia arresti di massa senza precedenti. 5.000 uomini, donne e bambini, ora trattenuti in condizioni di tortura e di abusi sessuali

Keystone-ATS
Le forze di sicurezza e le milizie libiche a Tripoli hanno usato armi e violenza in una retata di oltre 5 mila tra uomini, donne e bambini, ora trattenuti in condizioni dove dilagano la tortura e gli abusi sessuali. Lo afferma una nota di Amnesty International.

Donne in un centro di detenzione a Tripoli, Libia. KEYSTONE/AP/MOHAME BEN KHALIFA sda-ats

Amnesty International afferma di avere avuto accesso a numerose prove dei fatti denunciati, tra cui alcuni filmati e fotografie condivisi in rete da testimoni oculari.

Nel comunicato, l'organizzazione umanitaria sostiene che "il primo ottobre, uomini armati delle milizie e delle forze di sicurezza affiliate al ministero dell'Interno libico hanno fatto irruzione con la violenza nelle abitazioni e nei rifugi temporanei nell'area di Gargaresh a Tripoli, dove risiede una folta popolazione di rifugiati e migranti, sparando proiettili veri, danneggiando effetti personali e rubando oggetti di valore.

Migranti e rifugiati terrorizzati, alcuni dei quali negli elenchi dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono stati poi trasferiti in centri di detenzione a Tripoli, dove viene negato l'accesso all'UNHCR e ad altre agenzie umanitarie, e sottoposti a torture e maltrattamenti.

Amnesty International esorta quindi le autorità libiche a rilasciare immediatamente tutte le persone detenute arbitrariamente esclusivamente sulla base del loro status di migrante e ad avviare indagini su tutti gli episodi di uso illegale della forza, tortura e violenza sessuale. 

Nel frattempo, le autorità dovrebbero garantire che le persone detenute siano trattate umanamente, trattenute in condizioni che soddisfino gli standard internazionali e garantire l'accesso immediato e senza ostacoli all'UNHCR e ad altre organizzazioni umanitarie.

martedì 28 settembre 2021

Siria - Continue e gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni, scomparse, torture, violenze di genere nei centri di detenzione.

AnsaMed
L'Italia rimane profondamente preoccupata per il gran numero di esecuzioni extragiudiziali e di persone scomparse o detenute illegalmente, nonché per le torture e la violenza di genere perpetrata nei centri di detenzione. 


Lo ha affermato la Vice Rappresentante Permanente d'Italia presso le Nazioni Unite, Marie Sol Fulci, intervenuta in occasione del dialogo interattivo con la Commissione d'Inchiesta sulla Siria, presieduta da Paulo Sergio Pinheiro, durante la 48ma Sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Fulci ha ricordato come il popolo siriano continui a subire gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e ha condannato gli attacchi ai civili e alle infrastrutture civili, condotti in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. 

La Vice Rappresentante Permanente ha poi esortato tutti gli attori sul terreno a rivelare la sorte di coloro che sono scomparsi o che sono ancora dispersi, invitandoli ad impegnarsi in modo significativo con i meccanismi internazionali competenti in materia. 

Fulci - riferisce una nota della Rappresentanza - ha inoltre condannato la violenza e le atrocità commesse da tutte le parti in conflitto, sottolineando l'importanza di acclarare le responsabilità di chi ha commesso gravi violazioni dei diritti umani. Infine, ella ha espresso il pieno supporto dell'Italia al lavoro della Commissione d'Inchiesta e il Meccanismo Internazionale, Imparziale e Indipendente sulla Siria e ha ribadito come il contrasto all'impunità sia un prerequisito per una soluzione pacifica del conflitto nel Paese.

giovedì 4 marzo 2021

Egitto - Pena di morte - Difensori diritti umani riferiscono 11 esecuzioni per reati comuni, dozzine nel 2020. Confessioni ottenute sotto tortura.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le autorità egiziane hanno messo a morte, martedì mattina, undici detenuti condannati per delitti comuni. I difensori dei diritti umani, riferendo fonti della sicurezza, denunciano dozzine di esecuzioni nel 2020.


Le nuove esecuzioni sono avvenute presso la prigione Borg el-Arab nei pressi di Alessandria, secondo la stessa fonte che specifica che i detenuti uccisi sarebbero stati "condannati per omicidi commessi negli ultimi anni nei governatorati di Alessandria e Beheira" .

Sabato altre cinque persone, tra cui tre donne, sono state uccise a Ismailia, anche loro per delitti comuni.

A dicembre, Amnesty International ha denunciato un incremento preoccupante di esecuzioni in Egitto con l'uccisione di dozzine di detenuti negli ultimi mesi del 2020.

Philip Luther, responsabile della "ONG pour le Moyen-Orient et l'Afrique du Nord", denuncia, oltre all'importante incremento di esecuzioni, che le condanne sono ottenute dopo confessioni ottenute sotto tortura.

Anche Human Rights Watch ha affermato che a ottobre 49 esecuzioni sono avvenute in 10 giorni nello stesso mese e ha chiesto la "fine immediata" delle uccisioni.

L'organizzazione stima che sotto la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, eletto nel 2014, l'Egitto sia diventato uno dei 10 paesi che eseguono più condanne a morte.

Le esecuzioni prendono colpiscono detenuti per reati comuni, ma anche oppositori politici accusati di atti di terrorismo.

Con l'ascesa al potere di Abdel Fattah al-Sisi, si è registrata una crescente repressione che ha colpito tutte le forme di opposizione, islamista o liberale.

ES
Fonte: AFP 

lunedì 1 febbraio 2021

Bielorussia, nel cuore dell'Europa, violazioni dei diritti umani nelle carceri e l'impunità per i torturatori

La Repubblica
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. 

Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. 

È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.

Nessuna denuncia contro le autorità - Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.

Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".

Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli

Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.

La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".

Flavia Carlorecchio

martedì 15 dicembre 2020

Egitto. Rapporto "Committee for Justice": Quei "mille Regeni" spariti nelle carceri di Al Sisi. 100 vittime nel 2020

La Stampa
Il rapporto di Committee for Justice inchioda il regime. Torture, maltrattamenti e negazioni dei diritti basilari hanno provocato 1.058 vittime. E nessuno ha mai pagato.


Ci sono 1.058 Regeni nell'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi. Sono le persone morte nelle carceri per torture, maltrattamenti, cure mediche negate, a partire dal 2013, quando l'ex capo delle Forze armate ha spodestato il presidente islamista Mohammed Morsi e ha preso il potere. 

Un bilancio sinistro, che ha visto una nuova accelerazione nel 2020, con cento vittime. Sono numeri che aprono una finestra sul sistema di repressione messo in campo per schiacciare l'opposizione dei Fratelli musulmani e l'insorgenza jihadista ma che ha finito per coinvolgere tutta la società, l'opposizione laica, sindacalisti, giornalisti, i ricercatori come Giulio. Il bilancio è stato stilato dalla ong americana Committee for Justice, Cfj, con sede a Washington.

Il rapporto del Cfj è in intitolato "The Giulio Regenis of Egypt", in ricordo del giovane italiano trovato morto il 3 febbraio del 2016 al Cairo, con il corpo martoriato dalle sevizie. Ma per il direttore esecutivo del Cfj Ahmed Mefreh, Regeni "non è l'unica vittima della autorità egiziane, dopo di lui sono venuti un cittadino francese, Eric Lange, l'americano James Henry Lawne, e altri che sono stati uccisi a sangue freddo, senza che i loro assassini e i loro torturatori abbiamo mai dovuto pagare, nel bel mezzo di un silenzio internazionale sospetto, mentre occorre far pressione per far sì che vengano investigate le morti di stranieri ed egiziani nei centri di detenzione"

È un lungo elenco che i ricercatori del Cfj hanno cercato di ricostruire nella maniera più dettagliata possibile.

La maggior parte delle 1.058 persone decedute in 7 anni hanno trovato la morte nei commissariati e nei centri comando delle forze di sicurezza, i posti più pericoloso in assoluto, con 584 vittime in totale

Seguono le prigioni con il 34 per cento dei casi, vale a dire 359. Poi i veicoli per il trasporto di arrestati e detenuti, dove sono morte 43 persone, e ancora i campi gestiti dalla Sicurezza centrale, 20 casi, e infine i tribunali, 16 decessi, compreso quello dello stesso Morsi, stroncato da un infarto per le mancate cure. Il diniego di un'assistenza medica adeguata è la causa di ben 761 morti su 1.058. Al secondo posto c'è la tortura, 144 vittime. Infine le cattive condizioni di detenzione, come quelle denunciate ieri da Patrick Zaki, sono responsabili di 29 decessi. Sono tutte violazioni dei diritti umani, anche se la più grave è la tortura.

La prima fase dell'era Al Sisi, i sei mesi seguiti al colpo di Stato del luglio 2013, è stata la più brutale. Delle 85 morti in carceri e centri detenzioni in quel periodo ben 57 sono attribuite alla tortura. Il numero di morti ha avuto un picco nel 2015, con 217, poi è calato fino al 2019, quando se ne sono registrate 90, per risalire nel corso del 2020, a 100. La crescita è in parte dovuta all'epidemia di coronavirus, che ha ucciso almeno 17 detenuti. 

Per il Jfj questo è dovuto "all'abuso da parte del ministero dell'Interno delle norme di emergenza, mentre il ministero della Salute è negligente e le infermerie sono incapaci di curare i contagiati". L'area più pericolosa resta quella del Cairo, con 236 vittime. Poi Minya, 104, e Giza, 100. I tre governatorati assommano il 41 per cento di tutti i casi e ciò è dovuto al "proliferare di prigioni e all'alto numero di commissariati".

Giordano Stabile

martedì 8 dicembre 2020

Egitto - Torture, crudeltà, abusi: la vita nel carcere di Tora in Egitto. Il volto del regime nella prigione dove è rinchiuso Patrick Zaki

Il Fatto Quotidiano
Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni che si occupano di diritti umani hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti. Confermate da chi è potuto uscire.
Carcere di Tora alla periferia Sud de Il Cairo - Foto: HRW

"High security prison 992": benvenuti all'inferno del rettangolo della morte. I blocchi a forma di H del carcere di Tora, alla periferia meridionale del Cairo, rimandano alla famigerata prigione di Maze, più comunemente denominata Long Kesh, nella cittadina nordirlandese di Lisburn, dove tra il 1971 e il 2000 morirono decine di detenuti, tra cui Bobby Sands, leader dell'Ira stroncato dopo 64 giorni di sciopero della fame e della sete. 

I livelli di crudeltà non sono dissimili, tra condizioni generali pessime, violenze e torture, con una differenza: la struttura alle porte di Belfast è stata chiusa dopo gli Accordi di Pace del 1998 (Good Friday Agreement) e una serie di spettacolari evasioni, mentre l'inferno di Tora è attivo e non sembra per nulla destinato ad abdicare. Proprio nel settembre scorso il tentativo di fuga da parte di un gruppo di reclusi nel braccio 'reati comuni' è stato represso nel sangue dall'apparato di sicurezza: 8 i morti, di cui 4 poliziotti. Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani, a partire da Amnesty International, hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti di Tora. Al resto hanno pensato i racconti dei testimoni oculari, vittime loro stessi di abusi e di pratiche di tortura, una volta fuori da quell'incubo.
[...]
Al massimo della sua capienza ufficiale la '992' dovrebbe ospitare 1500 detenuti, in realtà, a seconda dei periodi, la popolazione supera le 2mila unità. Per aumentare la portata della struttura, una volta esaurita l'area di espansione esterna, Tora ha iniziato a svilupparsi verso l'alto. La conseguenza è stata un peggioramento della vita carceraria vissuta dalla maggior parte dei detenuti in condizioni davvero disumane e le cronache dei racconti in arrivo dall'interno confermano l'interfaccia repressiva di un regime spietato contro i suoi oppositori.
[...]
L'ultimo ritocco all'immagine della prigione in ordine di tempo è stato portato a termine nel 2014 su ordine dell'attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi: la realizzazione di una sezione speciale di massima sicurezza per i prigionieri politici, cioè per gli esponenti dei Fratelli Musulmani. In quella sezione, tra gli altri, hanno trascorso un periodo di detenzione il capo della Fratellanza, Mohamed Morsi, e il numero due, Essam el-Erian, morti in circostanze mai chiarite nel 2019 e nel 2020.

I reclusi: da Zaki ai leader della Rivoluzione di Piazza Tahrir - Fino all'altra sera all'interno della sezione Liman Tora erano reclusi i vertici dell'Eipr, Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Bashir, rilasciati su cauzione e tornati a casa dalle rispettive famiglie dopo alcune settimane di detenzione. Nella vicina sezione Scorpion II, al contrario, Patrick Zaki è appena entrato nel decimo mese di reclusione. Con lui decine e decine di attivisti, tra cui Alaa Abdel Fattah, uno dei leader della Rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011.
[...]
Le celle e la luce regolata in una sala di controllo - Complessivamente il penitenziario più grande e temuto dell'Egitto è composto da 320 celle, equamente divise per i quattro blocchi ad H. La maggioranza di esse misura 2,5 metri per 3 e sono alte dai 3,5 metri a salire, ma ce ne sono anche di più grandi capaci di ospitare oltre 10 persone alla volta. Ogni cella ordinaria ha una finestra 90 per 80 centimetri e si affaccia o su altri edifici carcerari o sulle mura principali.

Oltre alle brande, spesso senza materasso, e al gabinetto la cella dispone di una lampadina la cui accensione è regolata da una sala di controllo. Originariamente quelle più grandi erano state realizzate per ospitare due detenuti, ma l'aumento della popolazione carceraria ha costretto la dirigenza ad inserire più brande a castello. Ogni sezione dispone del suo refettorio e dello spazio esterno e i detenuti di un'area non si mescolano mai con quelli di un'altra.

Nell'enorme città penitenziaria ci sono anche un campo da calcio e uno più piccolo multiuso nato originariamente come campo da tennis. Sulla parte retrostante dell'area di Tora è stata posta l'appendice per le celle di isolamento. Il cosiddetto "blocco disciplinare" ne comprende sette, tutte senza finestre, dunque senza luce naturale e ventilazione.

Non manca certo una sezione medica, una sorta di punto di primo soccorso, in grado di risolvere diagnosi elementari. I detenuti vengono trasferiti in uno degli ospedali cittadini solo quando non è possibile fare altrimenti. Spesso le richieste d'aiuto rimangono inascoltate. È successo nel maggio scorso al giovane regista Shady Habash, morto dopo aver ingerito del detersivo, non curato adeguatamente e lasciato in agonia dentro la sua cella.

Pierfrancesco Curzi

mercoledì 2 dicembre 2020

Siria - "Osservatorio siriano per i diritti umani": più di 16 mila uccisi nelle carceri di governo dal 2011. "Morti sotto tortura", tra loro anche 64 donne e 125 minorenni

AnsaMed
Sono più di 16mila i civili siriani uccisi sotto tortura nelle carceri governative siriane negli ultimi 10 anni: lo riferisce oggi l'Osservatorio siriano per i diritti umani in Siria, che pubblica una lista aggiornata e documentata di 16.224 vittime dal 2011 a oggi. 


Di questi, 16.035 sono uomini maggiorenni, 125 sono minorenni e 64 sono donne. Il governo siriano ha sempre negato di praticare la tortura e di detenere nelle sue carceri attivisti e dissidenti politici.

domenica 13 settembre 2020

Iran - Pena di morte - Eseguita la condanna del campione Navid. Testimoniaza estorta con la tortura e la famiglia della vittima disposta a perdonare

Huffpost
Il campione di lotta iraniano Navid Afkari ha perso la sua battaglia per la vita. Oggi è stato giustiziato in un carcere di Shiraz, dopo due condanne a morte per aver ucciso un funzionario pubblico nel corso di una delle tante manifestazioni svoltesi in Iran nel corso del 2018: tutte proteste originate da un profondo malessere economico e sociale, ma che in molti casi avevano finito per investire anche il sistema e le massime cariche della Repubblica Islamica. 

Credit: Graeme Sloan / Ipa / Fotogramma

Inutile dunque è stata la mobilitazione internazionale per la salvezza di Navid, con gli appelli lanciati anche da Amnesty International alla comunità internazionale ad intervenire presso le autorità iraniane per salvarlo dall’esecuzione. Con lui erano stati condannati anche i due fratelli Vahid e Habib, cui sono stati inflitti 54 e 27 anni di carcere. Tutti e tre avevano denunciato di avere subito torture in carcere, Vahid aveva confessato in pubblico sulla tv di stato ma poi ha ritrattato perché la sua confessione gli era stata estorta con la tortura, ha detto il suo legale Hassan Younesi. La richiesta di una revisione della sentenza sarebbe stata respinta in modo sommario dalla Corte suprema.

venerdì 7 agosto 2020

Cina - Innocente dopo 27 anni di carcere per aver confessato un omicidio sotto tortura. Xi Jinping : "Non è mai troppo tardi per correggere gli errori"

Il Dubbio
"Non è mai troppo tardi per correggere gli errori". Con queste parole il presidente Xi Jinping ha messo fine alla drammatica vicenda che ha visto protagonista un carpentiere cinese, oggi 52enne, finito in carcere per ben 27 anni, condannato per un assassinio avvenuto nel 1993 del quale però non esistevano prove sufficienti per detenere l'uomo.

Zhang Yuhuan al momento della liberazione
Zhang Yuhuan ha così scontato metà della sua vita, 9.778 giorni, ingiustamente in una cella. È l'errore riconosciuto dalla giustizia che molto probabilmente non risarcirà mai abbastanza l'uomo. 

In realtà la vicenda è importante per diversi aspetti. Il calvario di Zhang iniziò nell'ottobre 1993 quando i corpi di due ragazzi furono scoperti in un bacino idrico del villaggio a Jinxian, una contea di Nanchang, capitale del Jiangxi. Immediatamente i sospetti si appuntarono su Zhang, vicino di casa delle vittime. 

Nel gennaio 1995, un tribunale di Nanchang lo ha dichiarato colpevole condannandolo a morte, poi la pena è stata commutata in ergastolo dopo due anni. Zhang ha sempre urlato la sua innocenza sostenendo di essere stato torturato dalla polizia durante gli interrogatori. 

A marzo 2019, sotto la spinta di innumerevoli appelli pubblici l'Alta Corte ha riaperto il caso e a luglio scorso i procuratori provinciali hanno raccomandato l'assoluzione del sig. Zhang sulla base di prove insufficienti.

Implicitamente si è riconosciuto che le confessioni del condannato erano state estorte con la forza. Quella della tortura non è una pratica inusuale in Cina, già nel 2015 un rapporto di Amnesty International aveva messo in evidenza come su 127mila verdetti emessi in quell'anno ben 1898 potevano essere ricondotti a confessioni ottenute illecitamente, tra queste solo in 16 casi la Corte aveva deciso di non accogliere le dichiarazioni dell'imputato anche se ciò era dovuto solo all'emergere di altre prove. 

Si tratta di cifre ottenute tramite il lavoro di 40 avvocati, spesso i primi a subire le conseguenze delle loro denunce. Nel mirino delle autorità poi finiscono attivisti per i diritti umani, oppositori e i rappresentanti di minoranze etniche in lotta per il proprio riconoscimento.

Malgrado fin dal 2010 il sistema cinese abbia iniziato uno sforzo serio per sradicare l'uso delle confessioni forzate. Attualmente infatti, come nel caso Zhang, la condanna a morte deve essere approvata dalla Corte suprema cinese. Ma tali riforme sono ostacolate dal potere per due principali motivi. La polizia in molte province è sottoposta a forti pressioni da parte delle autorità centrali per risolvere i casi, inoltre spesso vengono detenuti imputati definiti "politicamente sensibili" come nel caso dei musulmani Uiguri. È molto probabile quindi che un possibile miglioramento della giustizia cinese riguarderà solo la criminalità comune lasciando fuori chi viene considerato una minaccia per il partito Comunista.

Alessandro Fioroni

mercoledì 13 novembre 2019

Nigeria. Hrw: migliaia di persone con problemi psichiatrici tenute in catene e vittime di abusi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un rapporto di Human Rights Watch denuncia  diffusione in tutta la Nigeria dell'abuso e della tortura dei pazienti con problemi di salute mentale, afferma che le persone vengono incatenate e subiscono violenze fisiche e sessuali inclusa la terapia con elettroshock nei centri gestiti da organizzazioni pubbliche e private.


Il rapporto di HRW mostra che gli interventi operati dal governo non sono riusciti a risolvere un problema diffuso in tutta la Nigeria. 
Stigma e idee sbagliate, comprese le convinzioni secondo cui le condizioni di salute mentale sono causate da spiriti maligni o demoni, di conseguenza i pazienti sono spesso detenuti, abusati e costretti a "dormire, mangiare e defecare all'interno dello stesso spazio confinato", spesso di fronte ad altri.

Sono presenti meno di 300 psichiatri in una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, la loro carenza aumenta il ricorso a centri di guarigione religiosa con trattamenti inadeguati. 

Una donna detenuta in un tradizionale centro di cura vicino alla capitale, Abuja, è stata trovata vincolata a un tronco d'albero con un anello di ferro. Era lì da tre settimane "con la parte superiore del corpo nuda ... non era in grado di muoversi e quindi è stata costretta a mangiare, urinare e defecare dove sedeva"

ES

Fonte: The Guardian: Abuse and torture of mental health patients ‘rife’ across Nigeria, says report

lunedì 11 novembre 2019

Yemen. Torture nella prigione nascosta nel sito Total

Il Fatto Quotidiano
Violazione dei diritti dell'uomo. L'Osservatorio sugli armamenti e altre Ong hanno raccolto testimonianze di dissidenti "bastonati e rinchiusi" nell'area segreta degli Emirati a Balhaf. 

Sono stato rinchiuso in una cella. Poi mi hanno preso a pugni e bastonato, trascinato per la barba e colpito al volto. Mi hanno fatto credere che i miei compagni di cella mi avessero denunciato e accusato di far parte dell'Isis, di Al Qaeda o dei Fratelli Musulmani".

Mohammad (nome di fantasia) è yemenita. Sostiene di essere stato rinchiuso e picchiato dalle forze emirate a Balhaf, costa sud dello Yemen, in un sito industriale gestito dal consorzio Yemen Lng (Ylng) il cui principale azionista è il gruppo francese Total (circa il 40%).

La sua testimonianza emerge da un rapporto pubblicato giovedì scorso dall'Osservatorio sugli armamenti e dalla Ong SumOfUs, in collaborazione con Amici della Terra ("Operation Shabwa - La Francia e Total in guerra nello Yemen?"), che Mediapart e Le Monde hanno potuto consultare.

Vi sono prove che l'impianto di Balhaf è stato usato dagli Emirati Arabi Uniti come prigione segreta dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a trattamenti "disumani e degradanti". I fatti risalgono al 2017 e 2018, durante la guerra, ancora in corso, tra i ribelli Huthi, un movimento politico islamico armato, e il governo di Abd Rabbih Mansur Hadi, presidente riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal 2015 dalla coalizione di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Abbiamo contattato sia Total che Ylng, senza risposta.
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Le associazioni denunciano anche la creazione sul sito nel 2017 e 2018 di una prigione segreta, basandosi sulle testimonianze di due yemeniti, tra cui Mohammad. "Tra 5 e 10 detenuti sono ammassati in celle minuscole, di 5-8 metri quadrati. Dormono per terra. Non c'è acqua corrente e si soffoca per il caldo. Vengono segnalati casi di tortura e maltrattamenti: i prigionieri sono picchiati e i malati lasciati senza cure", si legge nel rapporto. Anche l'associazione Sam di Ginevra per i diritti e la libertà aveva registrato l'arresto nell'agosto 2017 e la detenzione nel sito di Balhaf di diverse persone, tra cui bambini.
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"Le persone che vi sono rinchiuse sono in genere accusate di appartenere a al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap)", scrivono l'Osservatorio sugli armamenti e Sum Of Us. Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, verrebbe preso di mira anche chi critica la coalizione e i suoi alleati, tra cui attivisti e giornalisti, nonché sostenitori e membri del Congresso di riforma yemenita. "Tuttavia - scrive ancora Amnesty - molti arresti si baserebbero su sospetti infondati e vendette personali".

La Ong reclamava già nel luglio 2018 l'apertura di "inchieste per crimini di guerra". "In queste carceri si sono verificati atti di tortura", hanno dichiarato a Media-part Bonyan Jamal e Ali Al Razzaqi, due avvocati della Ong yemenita Mwatana for Human Rights, che lavorano sulle prigioni segrete. Le associazioni chiedono ora l'apertura di una commissione d'inchiesta per fare luce sulle responsabilità della Francia nella situazione in Yemen.

Dopo le rivelazioni di giovedì, Total ha diffuso un comunicato: "Total è stato informato nell'aprile 2017 dalla Yemen Lng, della requisizione, da parte delle autorità internazionalmente riconosciute dello Yemen, di una parte delle installazioni del sito di Balhaf, non in uso, a favore delle forze della coalizione". Ma che Total "non dispone di informazioni relative all'uso che la coalizione ne fa".

*Traduzione di Luana De Micco

lunedì 4 novembre 2019

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

lunedì 30 settembre 2019

Cina, Wang Meiyu attivista diritti umani morto in carcere: chiesta indagine. Secondo la famiglia, segni di tortura sul corpo

Askanews
La morte di Wang Meiyu, l’attivista cinese 38enne arrestato per aver innalzato un foglio con su chiedeva le dimissioni del presidente Xi Jinping, ha provocato lo sdegno degli attivisti per i diritti umani che chiedono un’indagine. Lo rileva oggi il Guardian.

Wang era stato arrestato a luglio, dopo aver innalzato il foglio davanti al dipartimento di polizia dello Hunan, e accusato di aver provocato “disagi”, un’accusa vaga spesso usata coi dissidenti.

Secondo l’avvocato e la madre di Wang, l’uomo è morto lunedì. La moglie Cao Shuxia ha ricevuto una chiamata dalla polizia, che ne notificava il decesso all’ospedale militare di Hengyang. La polizia non ha dato al telefono spiegazioni.

Secondo Mingsheng Guancha, un gruppo per i diritti umani cinese, ha affermato che in seguito la moglie ha visto il corpo di Wang: sanguinava dagli occhi, dalla bocca, dalle orecchie e dal naso, oltre ad avere bruciature sul volto.

“Il governo cinese deve indagare sulle accuse di tortura e morte in detenzione dell’attivista per i diritti umani Wang Meiyu e accertare la responsabilità penale per la tortura e le uccisioni extragiudiziali”, hanno scritto in un comunicato i Difensori dei diritti umani in Cina (CHRD). Secondo il Guardian, alla famiglia di Wang sono stati offerti 2 milioni yuan come risarcimento, circa 220mila dollari.

giovedì 29 agosto 2019

Migranti in fuga dalla Libia, il medico che cerca ricostruire le mani distrutte dalle torture: "Abbiamo una 'Auschwitz' a 120 miglia dalle coste italiane"

Rai News 24
Scappano dagli orrori dei lager libici con addosso i segni delle torture. A Monza c'è un chirurgo che li cura: si chiama Massimo Del Bene e all'ospedale "San Gerardo" ricostruisce le mani dei migranti menomati nelle carceri libiche. Elisabetta Santon l'ha intervistato, ascoltate che cosa ci ha raccontato...



giovedì 27 giugno 2019

26 giugno - Giornata Internazionale Contro la Tortura - Sono decine di migliaia nel mondo ogni anno le vittime di tortura

Vatican News
Il 26 giugno Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, una pratica aberrante, ancora largamente diffusa nel mondo. Intervista con Riccardo Noury, portavoce in Italia di Amnesty International.

I lager in Libia
La tortura è un crimine sancito dal diritto internazionale, non è mai consentita né giustificata, nemmeno in casi di emergenza, instabilità politica, minaccia di conflitto armato e perfino stato di guerra. Lo ricorda l’Onu, in vista della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, che ricorre il 26 giugno, istituita nel 1997 per rimarcare quanto stabilito già 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, proclamata nel dicembre del 1948: “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti”.


Una grande sfida non ancora vinta dalle Nazioni Unite
Eliminare la pratica della tortura è stata tra le prime e maggiori sfide affrontate dalle Nazioni Unite, fino all’approvazione nel 1984 della Convenzione contro la tortura, i trattamenti e le punizioni crudeli, inumani e degradanti, entrata in vigore nel 1987 ed oggi ratificata da 163 Paesi, gran parte dei quali si rende però colpevole di trasgressioni, come denunciato da diverse organizzazioni umanitarie.
Oltre 50 mila le vittime registrate ogni anno
La lotta a questa pratica aberrante e vigliacca, che mira ad annientare la personalità della vittima e a negare la dignità della persona, deve continuare e rafforzarsi così come il sostegno a quanti, centinaia di migliaia di donne, uomini, giovani, sono stati in passato e sono ancora oggi torturati. Il Fondo dell’Onu per le vittime della tortura - sorto nel 1981 e finanziato con contributi volontari degli Stati - assiste ogni anno oltre 50 mila persone. Sono vittime di torture fisiche e psichiche, ed è difficile stabilire se i danni permanenti alla persona siano più gravi, in un caso o nell’altro.
La tortura persiste anche negli Stati sviluppati
Allo scopo di prevenire la tortura le Nazioni Unite hanno attivato un sistema di visite regolari nei Paesi da parte di organismi internazionali e nazionali indipendenti, ma l’alto numero di vittime sopravvissute, molte delle quali non riconosciute e non sostenute, è la prova della drammatica persistenza di questa pratica in tutto il mondo, sovente tollerata anche nei Paesi democratici nel contesto della lotta al terrorismo. Altissima resta l’impunità, tanto che in molti Stati le prove d’accusa ottenute con la tortura sono ammesse nei tribunali, nonostante studi in materia ed opinioni di criminologi abbiamo dimostrato l’incertezza e l’infondatezza di questo ‘strumento’ coercitivo d’indagine: sotto tortura la vittima sovente fa il primo nome che ricorda, incolpa chiunque perfino se legato da vincoli affettivi, confessa reati non commessi.
Maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica
La strada per eliminare la tortura nel mondo è ancora lunga e richiede nuovi interventi e maggiore consapevolezza nella pubblica opinione della gravità del fenomeno, come spiega 
Riccardo Noury, portavoce in Italia di Amnesty international.

R. – Purtroppo non siamo a un punto incoraggiante perché buona parte dei Paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione dell’Onu contro la tortura, negli anni successivi alla sua adozione, si sono resi responsabili di torture saltuarie o sistematiche, non dando la minima idea di voler rispettare il dettato di quel trattato. La tortura in altre parole è universalmente vietata e quasi universalmente praticata. Ogni anno Amnesty international ha riscontrato casi di maltrattamenti e torture in un centinaio di Paesi. Certamente il continente in cui la tortura è maggiormente impiegata resta l’Asia, l’Oriente considerato come vicino e lontano, quindi dal Medio Oriente in poi è pratica sistematica, quasi politica di governo di molti Paesi. Però non c’è un continente nel quale la tortura sia stata definitivamente messa al bando. Può esserlo nelle forme più rudimentali delle torture fisiche. Però oggi in molti Stati, soprattutto quelli più sviluppati, ci sono forme di tortura che non prevedono il contatto tra il torturatore e il torturato. Penso all’isolamento sistematico o a tutta una serie di tecniche di deprivazione sensoriale che sono state praticate a Guantanamo da parte degli Stati Uniti, così come in altri Paesi, come la Cina, nei confronti di prigionieri politici.

La tortura è anche un business.
R. – E’ un grande business. Questo chiama in causa i Paesi più ricchi, quelli che dovrebbero essere all’avanguardia dal punto di vista dello sviluppo di una civiltà giuridica in favore del rispetto dei diritti umani. Questi Stati, invece, usano l’avanzamento tecnologico per produrre marchingegni infernali dalle sedie di contenimento fino ai manganelli elettrici, dalle cinture elettriche ai manganelli acuminati e altre diavolerie che oggi sono da tortura moderna, quella che lascia poche tracce visibili sui corpi delle persone ma segni indelebili nella psiche. Se penso all’orrore di alcuni strumenti, come le sedie o le cinture elettriche - usate in molti Stati negli Usa o nel Sudafrica - che scaricano alta tensione sui reni del prigioniero che ha queste cinture costantemente intorno alla vita… Ci sono pochi altri strumenti dell’orrore come quelli.

La tortura è ancora largamente praticata però se ne parla poco.
R. – E’ vero, è quasi un tabù ma è quasi come non esistesse più. Oppure c’è la consapevolezza che esiste ma è qualcosa che allontaniamo da noi perché incompatibile con il livello di civiltà e sviluppo che abbiamo raggiunto e devo dire anche perché sempre di più la tortura ha obiettivi mirati, serve contro le minoranze, contro i dissidenti, contro i cittadini stranieri, contro gli appartenenti a fedi religiose minoritarie, contro le donne, contro le persone Lgbt. Persone che nella maggioranza dei casi non suscitano grande attenzione o solidarietà. E’ come se venisse riservata in qualche modo agli ‘altri’ e dunque c’è un parte della società che non se ne interessa.

Quest’anno qual è l’impegno di Amnesty su questo importante fronte dei diritti umani?
R. – C’è un’importante scadenza. In questi giorni nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si discute una risoluzione per stringere e rafforzare i controlli sull’esportazione di strumenti di tortura. Nel mondo non c’è ancora un consenso sul fatto che queste ‘diavolerie’ non debbano essere prodotte o commercializzate; perfino l’Unione europea ha regolamenti molto blandi con un sacco di scappatoie. Allora, questa risoluzione dovrebbe rafforzare tutti i controlli impedendo che si facciano soldi letteralmente sulla pelle delle persone e quindi l’intento di questi giorni è di arrivare all’adozione di questa risoluzione all’Onu.


Roberta Gisotti

venerdì 8 marzo 2019

Libia - Reportage Video - Atrocità sui migranti, torture e schiavitù, donne stuprate nei luoghi di detenzione - Nessuno può o potrà dire: "Non sapevamo"

Blog Diritti Umani - Human Rights
La situazione delle migliaia di immigrati e richiedenti asilo nelle carceri e nei centri in Libia sono inumane e non si esagera se si paragonano i luoghi di detenzione a dei lager e la loro condizione sia quella di schiavi e schiave nelle mani di aguzzini. E' sicuramente difficile avere notizie complete di quello che succede. 


Arrivano notizie frammentarie dagli immigrati che riescono ad arrivare in Europa o vendono redatti con difficoltà rapporti delle organizzazioni internazionali presenti in Libia.
Questo servizio interroga e provoca sconcerto alle nostre coscienze. Nessuno potrà mai dire: "Non sapevamo"

La 7  - Piazza Pulita
Cosa succede in Libia? Cosa accade nei centri di detenzione? Il reportage di Adib Fateh Ali e Nello Trocchia svela atrocità, violenze e un regime di schiavitù.


giovedì 7 marzo 2019

#Iraq - 1.500 #bambini torturati e imprigionati per sospetti legami con jihadisti

Il Dubbio
Sono accusati di legami con il jihadismo. La denuncia di "Human Right Watch": molti di loro sono in carcere in base a semplici sospetti, senza lo straccio di una prova, mentre le "confessioni" vengono estorte con la forza.


Li chiamano "baby-jihadisti", alcuni sono poco più che dei bambini, molti sono finiti dentro sulla base di semplici sospetti, senza lo straccio di una prova, anche se la prova che ora stanno affrontando è tra più dura che si possano immaginare. 

"Le autorità irachene e del governo regionale del Kurdistan iracheno hanno incriminato migliaia di minori per terrorismo per presunti legami con il sedicente Stato islamico (Is)". 

È la denuncia che arriva da Human Rights Watch. Secondo l'organizzazione, alla fine dello scorso anno le autorità irachene e curde trattenevano circa 1.500 minori per presunti legami con il gruppo del sedicente Califfo Abu Bakr al- Baghdadi.

La ong statunitense cita dati del governo iracheno e afferma che dall'inizio dell'anno "almeno 185 bambini stranieri" sono stati incriminati per terrorismo e condannati a pene detentive. I minori, afferma l'organizzazione che ha diffuso un nuovo rapporto, sono spesso vittima di arresti arbitrari e costretti a confessioni estorte sotto tortura.

Hrw chiede al governo di Baghdad e al governo regionale del Kurdistan "modifiche immediate alle leggi anti-terrorismo" per porre fine a questi arresti, che costituiscono una violazione del diritto internazionale. Sinora non ci sono commenti da Baghdad ed Erbil. 

L'organizzazione accusa le autorità locali di "arrestare spesso bambini per qualsiasi percepito legame con l'Isis, di usare la tortura per estorcere confessioni e condannare" i sospetti "in processi sommari e del tutto iniqui".

"Questo approccio indiscriminato e punitivo non è giustizia e avrà per tutta la vita conseguenze negative per molti di questi bambini", ha denunciato Joe Becker di Hrw. L'organizzazione afferma di aver parlato lo scorso novembre con 29 minori trattenuti dalle autorità curde per presunti legami con le milizie dello Stato islamico. In 19, riferisce, hanno denunciato di essere stati torturati.

Sempre secondo il rapporto di Hrw, molti dei minori intervistati hanno riferito di essere uniti all'Isis per necessità economiche, per pressioni ricevute dalla famiglia, per fuggire da situazioni di difficoltà, molti perché costretti con la forza. "Per i bambini coinvolti nei conflitti armati ci sono la riabilitazione e il reintegro - ha concluso Becker - non torture e carcere".

Sara Volandri

domenica 27 gennaio 2019

Iran - Arresti, torture ed esecuzioni in carcere. Così si reprimono le rivolte per il pane

La Stampa
Rapporto di Amnesty fa il bilancio del giro di vite dopo le proteste del 2018. Giornalisti, studenti e attiviste fra le vittime. Centinaia condannati a pene detentive e alla fustigazione. Il regime piegato dalle sanzioni Usa, ma l'economia resiste.


Il 2018 è stato per l'Iran l'anno della grande repressione, con settemila persone arrestate. Le manifestazioni per la crisi economica sono state stroncate a gennaio, ma la macchina delle forze di sicurezza ha continuato a lavorare a pieno ritmo contro altre forme di protesta, come quelle delle attiviste peri diritti umani. 

Un clima cupo che ha segnato il secondo mandato del presidente riformista Hassan Rohani, messo all'angolo dalle nuove sanzioni americane e dall'erosione della sua base di consenso, che ha favorito il ritorno dei metodi oltranzisti.

I numeri del giro di vite sono stati rivelati da un rapporto di Amnesty International. Nel corso dell'anno sono state arrestate settemila persone. Fra loro "studenti, avvocati, giornalisti, ecologisti, sindacalisti e attivisti per i diritti delle donne".

Centinaia sono "stati condannati a pene detentive e alla fustigazione". Nove sono morti in prigione, 26 sono stati uccisi durante le proteste. Lo spettro sociale degli arrestati mostra anche la vastità del malcontento, come ha sottolineato il direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa, Philip Luther: "Dagli insegnanti che non ricevono lo stipendio agli operai delle fabbriche che faticano a nutrire le loro famiglie, tutti quelli che osano chiedere il rispetto dei loro diritti pagano un prezzo alto".

La repressione è stata dura nei confronti dei lavoratori salariati, i più toccati dalla crisi e dall'inflazione. Almeno 467, compresi insegnanti, camionisti, operai delle fabbriche sono stati arrestati e decine hanno ricevuto condanne pesanti. Trentotto anche la fustigazione. Il giro di vite non ha però fermato le proteste, che hanno assunto altre forme. Migliaia di donne che hanno cominciato a togliersi il velo in pubblico e 112 sono state arrestate. Fra loro l'attivista Nasrin Sotoudeh, accusata di reati contro "la sicurezza nazionale".

Mercoledì anche il marito Reza Khandan, che si è battuto per la sua liberazione, è stato condannato a sei mesi di prigione. Accanto alle femministe sono cresciuti i movimenti ecologisti, anche questi nel mirino del regime. Almeno "63 attivisti e ricercatori" sono stati arrestati. Sono accusati in genere di "spionaggio", cioè di raccogliere "dati sensibili" nelle aree investite dalle proteste, per esempio vicino a dighe che hanno devastato l'ambiente.

Cinque di loro - Morad Tahbaz, Niloufar Bayani, Houman Jokar, Sepideh Kashani, Taher Ghadirian sono statti accusati di "mofsed-e-filarz", cioè di "spandere corruzione sulla Terra", una imputazione con sfumature religiose che può condurre alla pena capitale. Stesso rischio corrono duecento persone della confraternita sufi dei Gonabadi, protagonisti di una protesta lo scorso febbraio. Uno di loro, Mohammad Salas, è stato giustiziato a giugno per aver investito e ucciso tre poliziotti con il suo pullman.

Altri 20 sufi sono stati condannati a lunghe pene detentive e alla fustigazione, così come il giornalista azero Mohammad Hossein Sodagar, accusato di diffondere "fake news". Con l'inizio del 2019, mentre la Repubblica islamica si prepara a festeggiare il 40esimo anniversario della Rivoluzione khomeinista, le proteste sembrano soffocate.

A dare il fiato al regime, anche se il presidente Rohani è indebolito, sono alcuni miglioramenti economici. Le sanzioni americane hanno incluso "eccezioni" per l'export di petrolio a otto Paesi. Anche se, secondo i dati ufficiali, le esportazioni sono calate da 2,5 milioni di barili al giorno dello scorso aprile ai 1,3 milioni di dicembre, quelle reali, secondo il sito specializzato Cargo Metrics, sono vicine ai 2 milioni e questo dà fiato all'economia. Un altro spiraglio di speranza è stata l'elezione a novembre del riformista Pirouz Hanachi a sindaco di Teheran. Potrebbe essere il nuovo volto dell'Iran.

Giordano Stabile