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martedì 21 dicembre 2021

Giappone - Eseguite 3 condanne a morte, il boia era fermo dal 2019. Le esecuzioni sono le prime sotto il primo ministro Fumio Kishida

Blog Diritti Umani - Human Rights 

Il Giappone ha impiccato tre prigionieri martedì, sono le sue prime esecuzioni negli ultimi due anni.

La camera ella morte dove vengono impiccati e condannati in Giappone

Il governo che ha affermato che era necessario mantenere la pena capitale di fronte ai continui "crimini atroci".

Il Giappone è uno dei pochi paesi sviluppati a mantenere la pena di morte e il sostegno pubblico alla pena capitale rimane alto nonostante le critiche internazionali, specialmente da parte di gruppi per i diritti umani.

Più di 100 persone sono attualmente nel braccio della morte, la maggior parte per casi di omicidio plurimi. L'esecuzioni avviene per impiccagione, di solito molto tempo dopo la sentenza.

Le persone messe a morte son: Yasutaka Fujishiro, 65 anni,  Tomoaki Takanezawa, 54 anni e Mitsunori Onogawa, 44 anni.

Le esecuzioni sono state le prime sotto il primo ministro Fumio Kishida, entrato in carica a ottobre.

ES

mercoledì 30 dicembre 2020

Giappone - Iwao Hakamada - 84 anni, da 50 anni nel braccio della morte - Il nuovo processo che lo potrebbe scagionare

Corriere della Sera
Da 50 anni nel braccio della morte: nuovo processo (e speranze) per Iwao Hakamada
L’ex pugile, oggi 84 anni, è stato condannato nel 1968 per avere ucciso la famiglia del suo capo. Ha sempre parlato di «confessione estorta» e oggi potrebbe essere scagionato.

Iwao Hakamada - 84 anni

Il suo caso ha fatto il giro del mondo quando, nel 2011, è entrato nel Guinness dei Primati: Iwao Hakamada, ex pugile giapponese condannato a morte per avere ucciso il suo capo e la sua famiglia, è in attesa di essere giustiziato dal 1968. Oggi ha 84 anni, e una sentenza della Corte Suprema potrebbe riaprirne il processo, dopo più di mezza vita passata in carcere.

Quando nel 1966 il capo di Hakamada, la moglie e i loro due figli erano stati trovati accoltellati a morte nella loro casa poi incendiata a Shizuoka, nel Giappone centrale, fu lui il primo sospettato. Unico indizio, tracce di benzina e sangue su un suo pigiama. Iwao Hakamada, ex pugile allora già ritiratosi dallo sport, e operaio in una fabbrica di miso, fu accusato di incendio doloso, rapina e omicidio plurimo. Ammise tutto in una confessione che poi definì sempre «estorta» con botte e minaccedalla polizia. Già nella fase istruttoria del processo, ritrattò la confessione. I giudici non gli credettero, e lo condannarono a morte.

Dal 1980 al 2014, i legali di Hakamada e varie campagne di Amnesty International e di associazioni di pugilato di tutto il mondo hanno chiesto in ogni modo che il processo fosse riaperto; solo nel 2014, al compimento del suo 78esimo anno, il tribunale di Shizuoka ne ha disposto la scarcerazione «in ragione della sua fragilità mentale e fisica» e ha disposto di istruire un nuovo processo, con nuove prove a disposizione che l’avrebbero scagionato
Ma nel 2018 l’Alta Corte di Tokyo ha annullato la riapertura del processo. I suoi legali allora hanno fatto appello alla Corte Suprema, per paura che l’ex pugile dovesse tornare nel braccio della morte; la Corte Suprema, giovedì, ha rovesciato la pronuncia dell’Alta Corte, consentendo la riapertura del processo.

Hakamada, che per anni si è detto ingiustamente recluso e che ha atteso per mezzo secolo l’impiccagione, nelle lettere al figlio ha sempre scritto «tornerò da te avendo provato la mia innocenza». Nel frattempo però in carcere ha sviluppato pesanti disturbi psichici; la sorella, che si prende cura di lui dal 2014 , riporta «lievi miglioramenti», ma è difficile che possa mai tornare completamente lucido.

In Giappone la pena di morte è comminata solo agli omicidi plurimi. A differenza che negli Stati Uniti, dove le esecuzioni sono programmate con anticipo, i condannati in Giappone vengono a sapere la data e l’ora dell’impiccagione (unico metodo in vigore) con poche ore di preavviso. E anche se l’esecuzione dovrebbe avvenire a non più di sei mesi dalla sentenza, non sono rari i casi in cui i condannati aspettano anche per anni. Speculare a quello di Hakamada è stato, ad esempio, il caso di Masaru Honikishi, condannato nel 1961 per aver servito vino adulterato a cinque donne, che poi morirono: dopo una confessione estorta fu incarcerato poco dopo nella prigione di Nagoya, da dove uscì nel 2015 malato in modo ormai irreversibile, per essere ricoverato in ospedale. Morì pochi giorni dopo.

Irene Soave

venerdì 8 novembre 2019

Giappone. Detenuti di un Centro per l'immigrazione in sciopero della fame

Agenzia Nova
Una decina di cittadini stranieri detenuti presso un centro per l'immigrazione a Osaka, in Giappone, hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il protrarsi del loro confinamento nella struttura. 


Lo riferisce l'agenzia di stampa "Kyodo", secondo cui la maggior parte di quanti prendono parte allo sciopero della fame sono rinchiusi nel centro da oltre due anni. L'Ufficio per l'immigrazione giapponese non ha fornito commenti ufficiali, limitandosi ad affermare che "non esistono situazioni che necessitino di essere resi pubblici.

I detenuti chiedono un miglioramento dei servizi medici e una maggior selezione di beni acquistabili all'interno della struttura, oltre alla fine delle detenzioni di lungo termine e ai respingimenti ingiustificati delle richieste di rilascio. 

Ad aprile dello scorso anno 40 cittadini stranieri detenuti in un centro per l'immigrazione a Ushiku, nella provincia di Ibaraki, avevano intrapreso uno sciopero della fame dopo il suicidio di un uomo di nazionalità indiana nella struttura.

giovedì 21 marzo 2019

Giappone, gli anziani che si fanno arrestare per combattere la solitudine

La Repubblica
La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni e le carceri faticano a ospitarli. “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno", dice una signora 80enne.


Pechino - “Quando sono uscita la seconda volta mi sono promessa di non cascarci più. Ma poi là fuori sentivo troppa nostalgia”. Così N. è entrata in un negozio e lo ha fatto di nuovo. Ha rubato un ventaglio, il terzo taccheggio della sua vita, una recidiva che le è costata una condanna a tre anni. Costata, o forse valsa: “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno, non mi sento sola qui”, racconta a Bloomberg questa signora 80enne. Già, anche con un marito, due figli e sei nipoti, in Giappone gli anziani possono sentirsi tremendamente soli. Specie le donne, spesso recluse in casa da una società tra le più maschiliste al mondo. Per questo per molte di loro la prigione è una necessità, se non addirittura una scelta.

La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni. E per molti di loro, nove su dieci nel caso delle donne, i reati sono minori, soprattutto piccoli furtarelli nei negozi. “Mio marito è morto lo scorso anno”, racconta una detenuta. “Non avevamo figli ed ero sola. Ho visto un pacco di carne al supermercato e lo volevo, ma pensavo che sarebbe stato un fardello economico. Così l’ho preso”. Il risultato è che le carceri ora faticano a ospitare tanti anziani. Il costo delle spese mediche nei penitenziari è salito dell’80% negli ultimi dieci anni. Di giorno molti detenuti senior ricevono assistenza da parte di personale specializzato, ma di notte sono i secondini che devono occuparsi di tutto.

Il governo ora assicura ai recidivi dai capelli bianchi una forma di assistenza pubblica. E indagando sul fenomeno, ha scoperto che il 40% di loro viveva da solo prima di commettere un reato. Una condizione sempre più frequente in Giappone, dove il tradizionale welfare familiare si sta velocemente sgretolando e quello statale fatica a tenere il passo. Provocando sofferenze economiche, ma anche sentimentali. “Mio marito ha avuto un ictus sei anni fa, e da quel momento è paralizzato a letto”, racconta a Bloomberg T., 80 anni e due figli, ora alla quarta condanna tutte per furtarelli. “Era durissima prendersi cura di lui, non potevo parlarne con nessuno perché me ne vergognavo. Quando ho rubato avevo soldi in tasca, ma non volevo tornare a casa e chiedere aiuto in prigione era l’unico modo”.

In questa reclusione pubblica questi anziani ritrovano, con le compagne di cella ma anche con il personale delle prigioni, delle relazioni umane che nella reclusione domestica avevano perso. “Non posso dire quanto mi piaccia lavorare nel laboratorio della prigione”, racconta N., 79 anni. “L’altro giorno mi hanno fatto i complimenti per la mia efficienza e ho capito la gioia del lavoro. Mi dispiace di non aver mai lavorato. La mia vita sarebbe stata differente”.




FILIPPO SANTELLI

martedì 8 gennaio 2019

Il Giappone ha bisogno di stranieri. Supera le "remore culturali" e apre ai visti per motivi di lavoro

Agenzia Nova
Le aziende giapponesi interessate ad assumere lavoratori stranieri nell'ambito del nuovo sistema di visti per lavoratori qualificati dovranno non soltanto garantire salari pari a quelli dei lavoratori giapponesi, ma anche compilare rapporti trimestrali per attestare il rispetto di questo ed altri requisiti. 


Questo ed altri obblighi sono parte del nuovo sistema di visti per lavoratori stranieri che entrerà in vigore dal prossimo mese di aprile, e di cui il ministero della Giustizia giapponese ha pubblicato una bozza lo scorso fine settimana. 

Del nuovo visto di lavoro, limitato a una serie di competenze professionali specifiche, potranno servirsi aziende in 14 diversi settori produttivi. Tra le altre cose, le autorità giapponesi effettueranno controlli periodici per garantire l'assenza di legami con il crimine organizzato o con "mediatori" che abusino del sistema.

domenica 30 dicembre 2018

Giappone: uccisi due condannati a morte per un reato compiuto nel 1988. 15 esecuzioni quest'anno, 100 detenuti nel braccio della morte.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Due condannati a morte sono stati impiccati Giovedì 27 dicembre in Giappone, portando a 15 il numero di esecuzioni di quest'anno, dopo quelli nel mese di luglio di 13 ex membri della setta Aum responsabili dell'attacco gas sarin mortale nel 1995 nella metropolitana di Tokyo .
La camera della morte in Giappone dove vengono seguite le impiccagioni 
Sono stati portati al patibolo Keizo Kawamura, 60, e Hiroya Suemori, 67, che nel 1988 compirono un omicidio.
La loro condanna è stata confermata nel 2004.

Il ministro della Giustizia Takashi Yamashita ha dichiarato: "Penso che la pena di morte è inevitabile in questo tipo di crimine e penso che non sia opportuno abolirla",  ribadendo le osservazioni già fatte da molti dei suoi predecessori.

Dopo il ritorno al potere di Shinzo Abe nel dicembre 2012, 36 prigionieri sono stati impiccati.

Il Giappone è, con gli Stati Uniti, l'unico paese ricco a praticare la pena capitale.

Più di 100 detenuti sono presenti nel braccio della morte sono in attesa di esecuzione nelle carceri giapponesi, circa la metà dei quali per più di dieci anni, anche se la legge prevede che i condannati alla pena capitale si debba eseguire sei mesi dopo la conferma della loro pena. In realtà, trascorrono anni nell'anticamera della morte.

"Le esecuzioni in Giappone sono segrete e i prigionieri sono messi a conoscenza della loro esecuzione poche ore prima, ma non sempre. Le loro famiglie, i loro avvocati e il pubblico sono informati successivanebte", ha spiegato un recente rapporto di Amnesty International, che denuncia: "Anche diversi detenuti con disabilità mentali e intellettuali sono stati messi a morte o rimangono nel braccio della morte"

ES

martedì 19 dicembre 2017

Pena di morte: il Giappone esegue due condannati a morte per reati nel '90, uno di loro aveva 19 anni.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Tokyo - Ministero della Giustizia del Giappone riferisce che ha eseguito le condanne a morte di due prigionieri accusati per degli omicidi avvenuti nel 1990, portando a 21 le esecuzioni  firmate dal governo del primo ministro conservatore Shinzo Abe .
Detenuti condannati a morte in Giappone
I prigionieri uccisi Teruhiko Seki di 44 aveva compiuto il reato a 19 anni e l'altro condannato è  Kiyoshi Matsui di 69 anni.
Le condanne a morte sono avvenute entrambe a Tokyo.

Dopo queste esecuzioni sono 123 prigionieri i condannati a morte in Giappone in attesa dell'esecuzione e 94 di loro hanno richiesto la revisione della condanna.
Il Giappone, l'unico paese industrializzato e democratico insieme agli Stati Uniti che mantiene la pena di morte, dove la legislazione stabilisce che il condannato deve essere impiccato e informato solo alcune ore prima dell'esecuzione.
Questa pratica è duramente criticata da organizzazioni come Amnesty International (AI), che denuncia l'onere psicologico per il condannato deve subire, che in molti casi trascorre decenni isolato in prigione senza sapere quando verrà ucciso.

La Federazione degli avvocati del Giappone (JFBA) ha approvato in modo pionieristico nell'ottobre 2016 l'adozione di una dichiarazione contro la pena di morte nel paese asiatico, chiedendo la sostituzione con il ergastolo per l'anno 2020.

A questo proposito, il ministro della giustizia giapponese ha dichiarato che la pena capitale "è una questione sulla quale ogni paese adotta la propria politica" e ha difeso la situazione attuale, affermando che "la maggior parte dei I giapponesi sono favorevoli a mantenerla".

Ezio Savasta

Fonte: EFE

giovedì 13 luglio 2017

Giappone - Tokyo: eseguite due condanne a morte per impiccagione

Blog Diritti Umani - Human Rights
Tokyo Il ministero della Giustizia giapponese comunica che sono state eseguite le condanne a morte n°18 e 19 dell'attuale governo guidato dal primo ministro conservatore Shinzo Abe.

Il patibolo giapponese per l'impiccagione
L'ordine di esecuzione è stato firmato dal ministro, Katsutoshi Kaneda, che ne ha già siglato un precedente nel mese di novembre 2016.

Il Giappone è l'unico paese industrializzato con gli Stati Uniti che mantiene la pena di morte ed è riluttante ad abbandonare questa barbara pratica.

Questa pratica è stata criticata da organizzazioni come Amnesty International (AI) che bollato la legge giapponese "crudele" che prevede tra l'altro che i condannati a morte devono essere impiccati, sono tenuti in isolamento e ricevere la notizia della loro esecuzione solo poche ore prima che venga effettuata.

Nel ottobre 2016 la Bar Association of Japan (JFBA) in primo luogo ha approvato l'adozione di una dichiarazione contro la pena di morte in Cina sostienendo la sua sostituzione ergastolo per il 2020.

Il ministro Kaneda ha pubblicamente espresso opposizione ad abolire la pena di morte, sostenendo i dati dei sondaggi, dove più del 80 per cento dei giapponesi si dichiarano a favore della pena di morte, anche se alcune organizzazioni la hanno messa in discussione.

ES

Fonte: EFE

venerdì 11 novembre 2016

Giappone - Pena di morte - Esecuzione di Kenichi Tajiri, 45 anni. 17esima con Shinzo Abe

Blog Diritti Umani - Human Rights
Tokyo - Un uomo è stato eseguito Venerdì in Giappone, l'ultima era avvenuta nel mese di marzo ed è la 17esima in quattro anni di potere del primo ministro conservatore Shinzo Abe.


Il governo ha comunicato che Kenichi Tajiri di 45 anni, condannato per omicidio è stato impiccato all'alba dopo l'approvazione del ministro della Giustizia, Katsutoshi Kaneda.
Giappone e Stati Uniti sono le uniche democrazie industrializzate che applicano la pena di morte, una pratica regolarmente denunciata da associazioni internazionali di difesa dei diritti umani. Essi inoltre criticano la crudeltà del sistema giapponese in quanto i prigionieri possono aspettare l'esecuzione per anni in isolamento e sono informati della loro esecuzione solo poche ore prima.

Secondo i dati citati dalla stampa, attualmente, 128 detenuti sono in attesa nel braccio della morte. 

Fonte: AFP

lunedì 17 ottobre 2016

Pena di morte: in Giappone qualcosa di muove verso l'abolizione o la moratoria

Il Sole 24 Ore
Finalmente qualcosa si muove in Giappone sul fronte di un percorso verso l'abolizione della pena di morte o almeno di una moratoria. In questi giorni le iniziative di sensibilizzazione sulla questione che la Comunità di Sant'Egidio promuove a Tokyo presso la Dieta da cinque anni con l'appoggio dell'Unione Europea si sono svolte in una atmosfera di relativo ottimismo, dopo che la Federazione degli Avvocati giapponesi si e' pronunciata ufficialmente per la prima volta contro la pena capitale. 

L'ottantenne Iwao Hakamada incontra Mario Marazziti e Alberto Quattrucci
Un film su un errore giudiziario
Una decisione - quella dei mondo legale - arrivata sulla scia di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 48 anni – molti dei quali nel braccio della morte – e scarcerato due anni fa per il fondato sospetto che alcune prove a suo carico erano state manipolate dalla polizia. Sulla sua vicenda all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo - nell'ambito del convegno “No Justice without Life” promosso dalla Comunita' di Sant'Egidio il giorno dopo il meeting alla Dieta – e' stato proiettato il film-documentario “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, che narra la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell'adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento. Era presente la sorella di Hakamada, Hideko, che per quasi mezzo secolo ha sempre lottato perche' l'innocenza del fratello venisse riconosciuta.

Segnali incoraggianti
“Due anni fa avevo iniziato a parlare con la Federazione degli Avvocati giapponesi – afferma Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari sociali della Camera -. Abbiamo incoraggiato la possibilita' di una presa di posizione pubblica ufficiale, che e' arrivata questo mese. Un fatto storico, in un Paese dove tra l'altro la conoscenza del problema e' in realta' molto scarsa”.
Sono 104 Paesi hanno abolito la pena di morte (contro i 60 di 20 anni fa) e una quarantina non la applicano da almeno 10 anni pur prevedendola nel loro sistema giuridico. Lo scorso anno sono stati 25 le nazioni che hanno effettuato esecuzioni capitali, tra cui il Giappone (unico – con alcuni stati degli Usa – tra i Paesi del G7, anzi tra i 35 Paesi Ocse, visto che in Corea del Sud non si fanno esecuzioni dal 1997). Ma un cambiamento potrebbe essere vicino, magari – come suggerito dal Congresso degli avvocati - nel 2020, quando il Paese ospitera' le Olimpiadi e il Congresso delle Nazioni Unite sulla Prevenzione dei crimini e la giustizia penale.
Il Giappone ha una grande attenzione a quello che il mondo pensa del Giappone – osserva Marazziti – Il mondo non sa che il Giappone ha la pena di morte: quando lo scopre si stupisce. Credo che il fatto di stare in compagnia di Paesi come Corea del Nord, Cina – con cui il Giappone e' sempre in competizione -, Arabia Saudita, Somalia tra i Paesi che usano la pena di morte, e non con Europa, Canada, Australia, buona parte degli Stati Uniti, sia qualcosa che possa avere una influenza sulla classe dirigente giapponese”.
“Anche se rispetto a 5 anni fa il numero dei parlamentari giapponesi aderenti alla lega per l'abolizione presieduta dall'onorevole Shizuka Kamei e‘ calato, si e' allargato il numero dei partiti che partecipano in modo ufficiale alle discussioni che promuoviamo e che si dicono favorevoli a una revisione del sistema giuridico - dice Alberto Quattrucci, della Comunita' di Sant'Egidio – Varie personalita' hanno detto che sarebbe una vergogna se nel 2020, quando sono attesi in Giappone 40 milioni di stranieri, ancora il Paese eseguisse condanne alla pena capitale”.
Sant'Egidio ha in corso da trent'anni contatti con il mondo religioso giapponese, tanto che all'incontro delle religioni di Assisi per la pace di tre settimane fa 120 partecipanti venivano dal Sol levante ( “Siamo stati anche invitati a collaborare per la preparazione del 30esimo anniversario della preghiera interreligiosa del Monte Heiei che si terra' nell'agosto 2017”, dice Quattrucci).
Il vicepresidente della Soka Gakkai, Tamotsu Sugiyama, al Convegno all'Iic ha sottolineato che il partito appoggiato dall'organizzazione buddista, il Komeito, e' schierato contro la pena di morte, anche se fa parte della coalizione di governo con il partito Liberaldemocratico del premier Shinzo Abe: proprio in questo ruolo di alleato filo-governativo, puo' cercare di esercitare una influenza importante sul processo di revisione del sistema penale anche al fine di introdurre una moratoria.

In 124 nel braccio della morte
Ci sono 124 persone nel braccio della morte in Giappone, una per ogni milione di giapponesi. E sono 89 i condannati che chiedono al revisione del processo. Dall'avvio dell'esecutivo guidato da Shinzo Abe, a fine 2012, le esecuzioni sono state 16. Quest'anno “solo” due. Secondo la legislazione vigente, 18 reati sono punibili con l'impiccagione.
“E' molto chiaro che il caso di Sagamihara, del folle Uematsu che ha ucciso accoltellando 19 disabili il 26 luglio scorso, e' totalmente al di fuori di ogni possibile tipo di contenimento dato dalla pena, tanto piu' quella capitale che, soprattutto in questi casi, non farebbe altro che esaltare il rischio e quindi moltiplicare l'attrazione per vivere tali drammatiche ‘avventure'”, ha detto Quattrucci nell'intervento presso la Dieta riferendosi a un recente caso di cronaca che ha sconvolto il Paese. “Sentiamo la pena capitale in Giappone come una stridente contraddizione con tanti, troppi aspetti della cultura e della tradizione di questo amato Paese che, in altri campi della vita sociale e civile, continua a esprimersi in favore della difesa dei diritti umani e sul grande valore della vita”, ha aggiunto Quattrucci, citando in particolare il recente impegno manifestato da Tokyo nella confernza TICAD a Nairobi per lo sviluppo dell'Africa.

“La pena di morte e' irrilevante rispetto alla sicurezza e alla difesa della vita umana – ha detto nel suo intervento Marazziti – E' senza logica rispetto al crimine. Ma rischia di essere un simbolo potente di cultura di morte e un residuo del passato”. Come il mondo puo' imparare dal Giappone il rifiuto e l'orrore per la follia nucleare, ha aggiunto Marazziti “e' importante che il Giappone sia piu' vicino all'Europa e all'Occidente su questo punto e che senta l'affetto di un amico europeo, di un paese europeo, dell'Unione Europea, che viene a dire che il Giappone puo' essere migliore, piu' forte e piu' stimato nel mondo senza pena di morte”.


La questione dei sondaggi
L'obiezione secondo cui i sondaggi (con domande, tra l'altro, tendenzialmente suggestive) indichino che la maggioranza dei giapponesi e' favorevole, per Marazziti non regge: basti pensare che gli stessi sondaggi nella sostanza indicano che se il governo procedesse verso un percorso di moratoria e poi di abolizione, la maggioranza dei cittadini accetterebbe il cambiamento. E' quindi un problema di scelta e saggezza politica: “E non e' un fatto di cultura la differenza sulla pena di morte tra Europa e Giappone: un Paese che rinuncia completamente a una cultura di morte e' anche un paese piu' forte anche di fronte al terrorismo, perche' non da' ragione alla logica della paura”, ha concluso Marazziti. L'ultimo dei sondaggi governativi quinquennali ha comunque indicato una percentuale dell'80,3% al mantenimento dello status quo; tuttavia circa il 40% non ha escluso cambiamenti in futuro e il 37,7% si e' dichiarato abolizionista nel caso venisse introdotto l'ergastolo senza possibilita' alcuna di scarcerazione.

Gli avvocati contro
Nel congresso svoltosi a Fukui, il 6 ottobre la Japan Federation of Bar Associations, che raggruppa 37mila avvocati e centinaia di altri operatori legali, ha emesso una dichiarazione (546 voti a favore su 786 partecipanti) che chiede l'abolizione della pena capitale entro il 2020, citando in particolare il “crescente trend internazionale” abolizionista e la possibilita' di errori giudiziari. Su quest'ultimo punto, gli attivisti per i diritti umani hanno spesso fatto notare come problematico il fatto che in Giappone il 99% dei processi penali si concluda con la condanna, molto spesso basata sulla confessione (che potrebbe essere estorta nelle fasi iniziali della detenzione preventiva senza garanzie). Inoltre le modalita' del trattamento dei condannati a morte e dei loro familiari (dall'isolamento costante al mancato preavviso sul giorno dell'esecuzione)
costituiscono anch'esse un problema di rispetto dei diritti fondamentali: gia' nel 2009 Amnesty International ha accusato il Giappone di trattamento “crudele, inumano e degradante” dei condannati a morte per alcuni aspetti procedurali. Il Congresso dei legali propone come alternativa l'ergastolo, il che richiederebbe comunque modifiche legislative piu' ampie (ad esempio, un innalzamento del termine di 10 anni oltre il quale anche un ergastolano puo' essere ammesso alla semiliberta').

Le nazioni unite contro
Per il World Day against the Death Penalty (10 ottobre) il segretario dell'ONU Ban Ki- moon ha invocato l'abolizione della pena di morte in ogni circostanza e in tutti i luoghi, in quanto “pratica crudele e disumana” che “non ha spazio nel XXI secolo”. Intanto in Giappone c'e' chi non demorde e chiede la revisione di processi anche a distanza di decenni dalle esecuzioni. “Non c'e solo il caso Hakamada – afferma Ryuiji Furukawa del tempio Seimeizan Schweitzer di Kumamoto – Altri condannati a morte sono stati poi scarcerati. E io proseguo la battaglia di mio padre perche' sia riaperto il “caso Fukuoka”. Anche se sono passati oltre 40 anni dall'esecuzione di un innocente”.

Stefano Carrer

martedì 30 agosto 2016

Dopo 70 anni il Giappone risarcirà le "donne di conforto" sudcoerane

Corriere della Sera - Blog
Ci sono voluti 70 anni. Ma alla fine Giappone e Corea del Sud hanno scritto la parola fine sull’ultimo, doloroso capitolo che si trascinava dal 1945, impedendo una vera normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi asiatici. Le donne sudcoreane sopravvissute che durante la seconda guerra mondiale furono costrette alla schiavitù sessuale da parte dell’esercito giapponese, riceveranno ciascuna un risarcimento di circa 100 milioni di won (circa 90.000 dollari). Mentre alle famiglie delle vittime decedute sarà data una somma di circa 20 milioni di won (18.000 dollari). 


L’annuncio è stato dato giovedì 25 agosto dal ministero degli esteri sudcoreano. I risarcimenti arriveranno da una fondazione lanciata dal governo sudcoreano lo scorso mese e finanziata dal governo giapponese. Seul si aspetta che il governo giapponese trasferisca presto 1 trilione di yen (9,9 milioni di dollari) a questa fondazione. 

Secondo le autorità sudcoreane, delle 196 donne sottoposte a schiavitù sessuale dai militari giapponesi ne sono sopravvissute solo 46. Il primo passo lo scorso dicembre quando il ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida ha espresso all’omologo sudcoreano Yun Byung-se le “profonde scuse” del governo del Giappone per il danno causato alle donne reclutate forzatamente dall’esercito nipponico: “Abe, come primo ministro del Giappone, offre nuovamente le scuse dal suo cuore e una riflessione per tutte coloro che hanno sofferto molto dolore e hanno cicatrici che sono difficili da rimarginare sia fisicamente, sia mentalmente”, ha detto. 

Le circa duecentomila giovani filippine, sudcoreane e cinesi strappate alle loro famiglie, furono costrette, a partire dagli anni Trenta fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale, a diventare vere e proprie schiave sessuali dei soldati giapponesi, subendo stupri e sevizie per anni. Gran parte di queste disperate, una volta tornate a casa, dovettero anche affrontare l’onta e l’umiliazione di una società conservatrice. Più di un premier giapponese, negli anni, provò a esprimere «rimorso» per quanto accaduto. Ma mai con parole chiare e con l’impegno economico del governo, ragion per cui la controparte aveva sempre respinto i messaggi al mittente."

Monica Ricci Sargentini

mercoledì 20 aprile 2016

Giappone - Com'è la vita di Iwao Hakamada (80 anni), innocente dopo 46 anni nel braccio della morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Cosa vorresti essere come se avessi speso l'ultimo mezzo secolo della tua vita isolato in una piccola stanza, senza sapere se avessi finito la tua giornata ancora vivo?


Iwao fa una passeggiata con sua sorella Hideko
Questa è la domanda Kim Sungwoong in un nuovo documentario sulla ex pugile professionista giapponese Iwao Hakamada, che è stato condannato a morte nel 1968 per un omicidio. E' stato nel braccio della morte per quasi 46 anni - un record mondiale - prima del suo rilascio nel 2014.

Nel 1966 è avvenuta una strage in una casa. Due mesi più tardi, Iwao confessa il delitto ed è stato arrestato. Ma quando il caso ha raggiunto la corte ha subito ritrattato la sua confessione, affermando che era stato costretto alla confessione dopo lunghi periodi di tortura.

Secondo i suoi avvocati, Iwao è stato interrogato per 264 ore, più di 23 giorni. Altre prove della colpevolezza di Iwao si erano mostrate traballanti.

Diversi appelli per un nuovo processo sono stati negati, ma una volta che Norimichi Kumamoto - uno dei giudici che originariamente avevano condannato Iwao - ha iniziato a sostenere la sua innocenza, la lotta per la revisione del suo processo ha preso slancio, e nel 2014 è stato finalmente concesso un nuovo processo. E' stata dimostrata la sua innocenza ed è stato rilasciato dalla prigione.

Ormai il danno alla vita di Iwao era già stato fatto. Soffriva di psicosi istituzionale già parecchi anni prima del suo rilascio. Questo è stato senza dubbio il risultato del metodo disumano del Giappone di trattenere i detenuti nel braccio della morte in isolamento, in celle minuscole, senza alcun preavviso della loro data di esecuzione.
Al suo rilascio, Iwao è stato preso sotto la cura di sua sorella, Hideko Hakamada, di 83 anni, che aveva sostenuto che il fratello era innocente fin dal suo arresto.

Colpisce l'attuale grave situazione di Iwao. Cammina di continuo in cerchio nel piccolo appartamento di Hideko apparentemente ignaro dell'esistenza di altre persone. Egli sembra aver perso il senso di chi è, dicendo di se di essere Dio, il capo di tutte le società, o un imperatore imbattuto.

La pena disumana subita ormai ha avuto conseguenze irreversibili e gravi sulla psiche di Iwao.

ES

Fonte:VICE



sabato 26 marzo 2016

Giappone, eseguite due condanne a morte. Sono 16 con il premier Shinzo Abe

In Terris
Sale a quota 16 il numero di esecuzioni durante il governo del Premier
Due condannati a morte sono stati eseguiti in Giappone, facendo salire a quota 16 il totale delle esecuzioni disposte dal governo del premier conservatore Shinzo Abe, insediatosi nel dicembre del 2012. Il ministero della Giustizia ha reso noto che si tratta di Yasutoshi Kamata, un uomo di 75 anni, giudicato colpevole dell’omicidio di una bambina di 9 anni a Osaka e di altre quattro donne tra il 1985 e il 1994, e di Junko Yoshida, ex infermiera di 56 anni, autrice di un duplice omicidio nel 1998 e nel 1999 a Fukuoka, allo scopo di riscuotere il premio assicurativo sulla vita.

Nello stato del Sol Levante, la pena di morte è prevista per 18 reati, considerati più gravi, tra cui omicidio, attentato contro lo Stato e uso di esplosivo. Il Ministro della Giustizia è l’unica persona che può firmare l’ordine di esecuzione. La condanna avviene nella casa di detenzione che si trova nelle città che ospita la Corte d’Appello (Sapporo, Sendai, Tokyo, Nagoya, Osaka, Hiroshima, Fukuoka), tramite impiccagione.

Sono scarsissime le informazioni sulla pena capitale in Giappone. Solo di recente, è stato ammesso per la prima volta un gruppo di giornalisti selezionati a visitare il luogo di esecuzione all’interno della casa di detenzione di Tokyo. Dopo la condanna definitiva, i contatti (visite e corrispondenza) vengono limitati ai più stretti familiari e legali, scelti a discrezione della direzione carceraria. Il condannato viene a sapere della propria esecuzione soltanto pochi istanti prima. Per i carcerati che si trovano nel braccio della morte, ogni mattina potrebbe essere l’ultima.

domenica 24 gennaio 2016

Giappone maglia nera accoglienza: 99% richieste asilo respinte. Accolti solo 27 rifugiati nel 2015

Askanews
Roma - Il Giappone ha accolto lo scorso anno solo 27 rifugiati, respingendo più del 99 per cento delle richieste di asilo. L'hanno riferito oggi le organizzazioni per i diritti umani.

Il ministero della Giustizia ha annunciato di aver ricevuto nel 2015 qualcosa come 7.586 richieste s'asilo. Solo 27 sono state accolte. Il dato dello scorso anno rappresenta comunque un record: nel 2014 erano state accolte 11 richieste, nel 2013 solo sei.

L'Associazione giapponese per i rifugiati ha detto che, nonostante i progressi degli ultimi anni, bisognerebbe fare di più. "Io spero che il Giappone discuta con l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e che con le organizzazioni non governative e prenda in considerazione misure per certificare rifugiati in linea con gli standard internazionali", ha detto l'associazione.

L'Unhcr ha annunciato che il Giappone ospita 2.419 rifugiati. Gli Stati uniti ne ospitano 267.222 e la Turchia 1,8 milioni. 

domenica 20 dicembre 2015

Giappone: dopo ultime 2 esecuzioni l'Ue ribadisce appelli a moratoria sulla pena di morte

La Presse
L'Unione europea ha ricordato al Giappone i suoi ripetuti appelli ad adottare una moratoria sulla pena di morte, condannando l'esecuzione per impiccagione di due detenuti e ribadendo la propria richiesta a Tokyo di rivedere le proprie politiche sull'argomento.
"L'Ue ha esortato in modo costante e ripetitivo le autorità giapponesi ad adottare una moratoria sulle esecuzioni, ricordando il periodo di 20 mesi precedenti al marzo 2012, in cui non ne venne compiuta nemmeno una", hanno detto i portavoce dell'Alta rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri, Federica Mogherini. Dal marzo di tre anni fa sono state 21 le pene capitali eseguite in Giappone, comprese quelle della scorsa notte.
L'Ue mantiene una posizione ferma contro la pena capitale e gli Stati membri rifiutano il ricorso alle condanne a morte "in qualunque circostanza", hanno ricordato i portavoce. "La pena di morte è crudele e disumana e non ha dimostrato in alcun modo di avere un effetto deterrente rispetto ai crimini", hanno aggiunto, affermando che per questo motivo l'Ue si adopererà per ottenere l'abolizione della pena capitale in tutto il mondo.

venerdì 18 dicembre 2015

Giappone, impiccati all'alba due condannati a morte

Il Velino
Tra di loro il primo ad essere giudicato passibile di esecuzione capitale da una corte composta anche da cittadini
Due condannati a morte sono stati impiccati questa mattina in Giappone. L'esecuzione inaugura una pagina nuova della amministrazione della giustizia nel paese asiatico. Uno dei due condannati, Sumitoshi Tsuda, è stato infatti giudicato passibile di pena di morte da una corte composta da magistrati e cittadini al pari di altri 26 imputati. 

Ma è la prima volta che il verdetto di una giuria almeno in parte popolare si traduce effettivamente in una esecuzione capitale. Tsuda, 63 anni, aveva ucciso tre persone nel 2009 a Kawasaki, periferia di Tokyo. L'altro condannato, Kazuyuki Wakabayashi, di 38 anni aveva ucciso due familiari tra cui sua madre.

venerdì 23 ottobre 2015

Alla Dieta di Tokyo un convegno sui diritti umani e la lotta alla pena di morte #nojusticewithoutlife

www.santegidio.org
Promosso dalla Comunità di Sant'Egidio, raccoglie rappresentanze giapponesi e internazionali del mondo religioso e politico per un comune impegno nell'affermazione del fondamentale diritto alla vita.
Il 22 ottobre nella Dieta del Giappone, con l'alto patronato dell'Ambasciata Italiana in Giappone e la Lega parlamentare per l'abolizione della pena di morte un importante convegno che si inserisce nella serie di eventi "NO JUSTICE WITHOUT LIFE".

Insieme a Mario Marazziti, presidente della Commissione per i Diriti Umani del Parlamento Italiano e ad Alberto Quattrucci della Comunità di Sant'Egidio, sono presenti rappresentanti del mondo politico e religioso giapponese, delegati internazionali, testimoni della condizione dei condannati nelle carceri giapponesi. VEDI IL PROGRAMMA

Mario Marazziti ha invitato il Giappone ad una serie di riforme legislative che gli consentano di occupare anche nel cmapo dei dirittiumani come già in quello dello sviluppo tecnologico, un posto di primo piano tra le democrazie mondiali.

"Perche’ il mondo e anche il Giappone possono essere migliori senza la pena di morte? - ha detto- Perchè quando lo stato uccide in nome della comunità, abbassa tutta la comunità al livello di chi uccide. Perché quando lo stato uccide, uccide dopo anni, a sangue freddo. Allora lo stato compie un’azione ancora più terribile di quella dell’assassino perché aggiunge un calcolo e una scientificità. E’ la differenza tra una prigione normale e un campo di sterminio, dove ogni azione è calcolata per distruggere lo mettano al pari delle moderne democrazie". LEGGI TUTTO IL TESTO

Anche Alberto Quattrucci ha esortato: "Continuiamo a lavorare per costruire ponti politici e culturali tra le isole giapponesi e il resto del mondo. Auspichiamo che il Giappone si misuri con gli standard internazionali, si inserisca con coraggio nel trend mondiale dell’abolizione della pena capitale" LEGGI TUTTO IL TESTO .

martedì 6 ottobre 2015

Giappone - pena di morte - Okunishi Masaru è morto a 89 dopo aver trascorso ogni giorno per 46 anni come se fosse l'ultimo

Comunità di Sant'Egidio
I condannati a morte in Giappone non conoscono la data dell'esecuzione. Per 46 anni l'esecuzione poteva avvenire in un giorno qualunque
Invecchiato in attesa dell'esecuzione è morto confessando ancora la sua innocenza

Okunishi Masaru
E' stato meno fortunato di Hakamada Iwao che nel marzo 2014, dopo aver trascorso 45 anni nel braccio della morte, è stato rilasciato in attesa di un nuovo processo.

Okunishi Masaru è morto di vecchiaia, domenica mattina, nel reparto ospedaliero della prigione di Hachioji. Aveva 89 anni. Ha trascorso 46 anni della sua vita nel braccio della morte, in attesa dell’esecuzione.

In Giappone i prigionieri passano decenni in isolamento e vengono informati dell’imminente impiccagione solo poche ore prima che abbia luogo. Ogni incontro coi familiari viene vissuto come se non ce ne sarà un altro. Sono 127 i detenuti in attesa dell’esecuzioneche vivono questa terribile condizione.

Okunishi Masaru era stato condannato all’impiccagione nel 1969 dopo essere stato giudicato colpevole dell’omicidio di cinque donne.

E' morto proclamando la sua innocenza e accusando la polizia di averlo costretto a confessare mediante tortura e al termine di estenuanti interrogatori condotti in assenza dell’avvocato.

Nel corso del lunghissimo iter giudiziario un tribunale, in effetti, gli aveva dato ragione, annullando la condanna a morte, poi reimposta.

Per decenni, Okunishi Masaru ha chiesto un nuovo processo. Invano. È morto prima dell’impiccagione ma dopo aver trascorso ogni singolo giorno di quasi mezzo secolo come se fosse l’ultimo della sua vita.

martedì 15 settembre 2015

Il Giappone accolga più rifugiati - Nel 2014 riconosciuti 11 profughi su 5000 richieste di asilo

Il Sole 24 Ore
Il Giappone dovrebbe rendersi disponibile ad accogliere un numero più ampio di rifugiati, nel quadro di una assunzione di maggiori responsabilità internazionali sul fronte della sicurezza che non dovrebbe esplicitarsi tanto sul piano militare quanto su livelli diversi. 

Lo ha dichiarato l'ex premier giapponese Naoto Kan, in un incontro al Foreign Correspondents' Club of Japan (Fccj) moderato dal Sole-24 Ore.

I rifugiati _ Il contrasto con Abe si estende alla politica di sicurezza che l'attuale premier sta promuovendo attraverso una controversa nuova “interpretazione ufficiale” della Costituzione ultrapacifista. Kan biasima gli scopi e i metodi di una politica che rischia di coinvolgere il Paese in future guerre attraverso l'introduzione della cosiddetta “difesa collettiva” (possibilità per le Forze di Autodifesa di intervenire all'estero in difesa di alleati anche in mancanza di un attacco diretto al Giappone).

Nel marzo scorso, Abe nel corso di una visita in Egitto ha promesso 200 milioni di dollari per lo più a sostegno dei rifugiati che cercano scampo dall'avanzata dell'Isis in Siria e Irak (l'Isis decapitò subito dopo due ostaggi giapponesi). Ma la sua amministrazione non sembra intenzionata ad allargare le maglie strettissime dell'accoglienza pratica. 
L'anno scorso il Giappone ha accolto solo 11 profughi, lo 0,2% delle circa 5mila richieste pervenute (un numero già di per sé basso, in quanto è notoria la difficoltà di accoglimento delle domande). 
Va detto che il Giappone è il secondo contribuente dell'agenzia Onu per i rifugiati, con oltre 181 milioni di dollari stanziati l'anno scorso.

Una generosità formale oltre la quale non va, nonostante l'aggravarsi di un problema che, ad esempio, ha spinto l'Australia ad annunciare mercoledì scorso che accoglierà 12mila profughi da Siria ed Irak in aggiunta all'impegno esistente di accoglienza umanitaria annuale per 13.750 persone.

Nello stesso giorno, un gruppo di richiedenti asilo è sfilato per le vie del centro di Tokyo per cercare di ottenere il visto. Alcuni siriani si sono anche rivolti alla magistratura sostenendo che la rigida interpretazione delle autorità sulla figura dei rifugiati non corrisponde agli standard internazionali (non basta fuggire da zone di guerra, ma occorre in genere dimostrare di sfuggire a specifiche persecuzioni con pericolo di vita).

In alcuni rarissimi casi il governo ha concesso, invece dello status di rifugiato, un visto per “ragioni umanitarie” che comunque rende molto difficile l'insediamento stabile nel Paese con le famiglie. In un position paper emesso già a luglio, l'ufficio di Tokyo della UNHCR (l'agenzia Onu dei rifugiati) ha chiesto che Tokyo consideri l'ammissione di rifugiati siriani con un atteggiamento umanitario più esplicito.

Quantomeno, secondo alcune organizzazioni per i diritti civili, il governo dovrebbe considerare un programma pilota simile a quello introdotto nel 2010 per accogliere profughi birmani rifugiatisi temporaneamente in Thailandia. Per ora, l'amministrazione Abe appare sorda alle sollecitazioni. Secondo Kan, questo è un venir meno a innegabili responsabilità internazionali, proprio quando si promuove la possibilità di interventi militari all'estero con l'argomento della necessità di un ruolo globale più spiccato del Giappone.

venerdì 24 ottobre 2014

Convegno di Sant’Egidio a Tokyo con reduce innocente per 46 anni nel “death row”, stop esecuzioni

OnuItalia
Tokyo– Iwao Hakamada ha vinto il suo ultimo match in un’aula di tribunale e oggi e’ vivo per raccontare la sua storia: l’ex pugile giapponese, al fianco del presidente della commissione Diritti Umani della Camera Mario Marazziti, ha preso parte a un convegno organizzato dalla Comunita’ di Sant’Egidio a Tokyo sulla pena di morte in Asia.


Hakamada, 78 anni, e’ stato rilasciato il 26 marzo dopo 48 anni di carcere, 46 dei quali nel braccio della morte. Una detenzione da Guinness, un record mondiale. Grazie alla prova del Dna il prigioniero aveva ottenuto la revisione del processo e la scarcerazione: non era stato lui a sterminare una famiglia di quattro persone, il delitto per il quale nel 1968 era stato condannato all’impiccagione.

Il Convegno di Sant’Egidio a Tokyo, e l’altro organizzato dalla comunità trasteverina a Manila, rientrano nella campagna internazionale ‘Non c’è giustizia senza vita’. “L’Asia resta il continente dove la pena di morte continua a mantenere il più alto numero di vittime, anche se non mancano significativi segnali di apertura da parte di alcuni governi e della società civile”, ha dichiarato Marco Impagliazzo, presidente dell’organizzazione.
“La Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte, che oggi raccoglie 150 organizzazioni internazionali, è nata nel 2002 nella sede della nostra Comunità a Trastevere”, ha aggiunto Impagliazzo aggiungendo che le parole di papa Francesco contro la pena di morte del papa “ci incoraggiano a proseguire sul cammino intrapreso e ad insistere affinché il tema della moratoria delle esecuzioni capitali venga riproposto ed approvato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in corso a New York”.