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venerdì 18 dicembre 2020

Pakistan False accuse di blasfemia: Imran Masih, cristiano assolto dopo 11 anni di carcere

Avvenire
Imran Masih, 38enne di Faisalabad, era stato condannato all'ergastolo. Ora la Corte d'appello ha ribaltato la sentenza del 2010. Un vicino di casa lo accusò di aver bruciato un Corano.
Una manifestazione in Pakistan contro le persecuzioni dei cristiani - Ansa

Imran Masih, 38enne di Faisalabad, condannato all'ergastolo per blasfemia, è stato assolto oggi, 15 dicembre, nel processo di appello davanti all'Alta Corte di Lahore. Il tribunale, secondo quanto riporta l'agenzia Fides, ha ribaltato la sentenza di primo grado che, nel 2010, lo aveva condannato al carcere a vita.

Lo comunica all'Agenzia Fides Khalil Tahir Sindhu, avvocato cattolico che ha preso a cuore il caso e ha difeso Imran, come numerosi altri cristiani pakistani accusati ingiustamente di blasfemia. "E' una buona notizia per la giustizia, per i cristiani, per il paese. Siamo felici per esito positivo del processo che, finalmente, riconosce la libertà a un innocente. Ma d'altro canto c'è amarezza: basti ricordare che il caso ha subito in tribunale oltre 70 rinvii. Imran è rimasto per 11 anni e mezzo in carcere ingiustamente, non ha potuto salutare i suoi genitori, entrambi deceduti durante la sua prigionia, ha perso parte della sua giovinezza recluso per un crimine non commesso", dice a Fides l'avvocato, in un commento a caldo.

Visto il perpetrarsi di casi del genere, l'avvocato Sandhu osserva: “Occorre continuare a lottare, a tutti i livelli, per modificare questa ingiusta legge di blasfemia. Da troppo tempo si abusa di questa legge e spesso i cristiani ne sono vittime innocenti. Va notato che fino al 1986 non c’erano in Pakistan casi di accuse di blasfema. Dal 1986 in poi – quando il generale Zia-ul-Haq promulgò la legge – sono scoppiati i casi di blasfemia un po’ dappertutto. Ma per la maggior parte le accuse sono totalmente false e strumentali”.

Imran Masih è in carcere dal primo luglio 2009. A gennaio del 2010 è stato condannato all'ergastolo. Le accuse a suo carico erano totalmente false e inventate. Un suo vicino di casa lo ha accusato di aver bruciato una copia del Corano. Il giovane è stato vittima di un tranello: ripulendo il suo negozio, voleva infatti disfarsi di alcuni libri scritti in arabo (lingua che non comprende) e, per questo, aveva chiesto aveva un suo vicino di esaminarli, per appurare se i libri non fossero di argomento religioso o di preghiera islamica. Il vicino ha assicurato che non era così, e così Imran Masih li ha bruciati. Poi si è ritrovato vittima di una denuncia per blasfemia, inoltrata dallo stesso vicino, con l’accusa di aver dissacrato e incenerito una copia del Corano.

venerdì 31 luglio 2020

Buone notizie dal Sudan: diritti civili per le donne, nuove garanzie per i cristiani e abolita la pena di morte per apostasia

Globalist
Una bella sorpresa: nel Sudan si riaffacciano i diritti civili e soprattutto delle donne.
La rivista comboniana Nigrizia plaude alle prime riforme: vietate le mutilazioni genitali femminili, abolita la pena di morte per un musulmano che si converte ad altra religione e più garanzie per i cristiani.


Il Sudan è stato per tanti anni guidato da generali golpisti che hanno posto alla base della loro politica reazionaria e totalitaria una visione altrettanto reazionaria e golpista dell’Islam. A lungo sostenuto dalle anime più anti moderne all’interno del vasto e complesso mondo islamico, il Sudan con o senza il sostegno del più noto leader del fanatismo fondamentalista, Hassan al Turabi, in passato anche presidente del Parlamento sudanese, si è posto da decenni alla testa di un cartello oscurantista, assassinando uno dei più autorevoli e noti esponenti dell’Islam illuminato, Mohammad Taha.

Ora le cose finalmente cambiano e “Nigrizia”, la rivista dei comboniani, congregazione alla quale è particolare caro proprio il Sudan, paese dove volle vivere San Comboni, ha richiamato l’attenzione di tutti su quanto accade a Khartoum, un vento nuovo che proprio l’Osservatore Romano ha ritenuto giusto notare e sottolineare.

Dopo l’annuncio di Nigrizia, proprio oggi il quotidiano della Santa Sede , infatti, conferma che il nuovo corso politico che ha preso piede in Sudan deponendo il generale golpista e responsabile di crimini contro l’umanità, Omar al Bashir, ha varato in questi giorni importanti revisioni del codice penale, che “abrogano alcune norme” che erano evidente violazione dei più elementari diritti umani. Così sparisce la “pena di morte per un musulmano che si converte ad un'altra religione” e si conferma l’inammissibilità di qualsiasi forma di mutilazioni genitali femminili.

E’ stato il presidente provvisorio, che guida il Consiglio sovrano sudanese, Abdelfattah El Burhan, a firmare le riforme che aboliscono varie norme che degradano la donna, come quelle che la sottopongono al potere del marito, o del padre, o di un uomo della famiglia.

L’Osservatore Romano richiama l’attenzione su un altro aspetto molto importante: per i non musulmani, che attualmente sono il 3% della popolazione vista la scelta di secessione del Sud Sudan, “è stata abolita anche la proibizione di procurarsi e consumare bevande alcoliche.”

Tornando a Nigrizia è importante notare che la rivista dei comboniani ricordi in materia di apostasia il caso di Meriam Ibrahim, condannata a morte perché non aveva voluto seguire la religione del padre, musulmano, e aveva preferito l'insegnamento della madre, cristiano copta. Meriam era stata poi scarcerata grazie all'intercessione della comunità internazionale, ma mai assolta.

Tutto questo conferma il valore umano e “cittadino” dei grandi movimenti di piazza che hanno attraversato il mondo arabo in questo periodo a dir poco turbolento, quasi ovunque combattuti con ferocia dai vari fregi i regimi arabi, poco sostenuti dalla comunità internazionale, ma che ora proprio nell’enorme Sudan hanno consentito di rimuovere dal potere un riconosciuto responsabile di crimini contro l’umanità e finalmente anche alcuni effetti perversi del suo sistema di potere.

La spinta popolare, e quindi musulmana visto che solo il 3% dei sudanesi non lo sono, che ha sostenuto il nuovo corso sudanese restituisce, nel nome dell’Islam, dignità non solo alla donne, ma a tutta la popolazione, sovvertendo un’ offesa arrecata a una religione che rappresenta ben più dei un miliardo di persone.

Riccardo Cristiano

sabato 1 giugno 2019

Il libro "Liberi dentro" presentato nella Moschea della Magliana a Roma. Dal carcere un messaggio di fratellanza tra cristiani e musulmani al servizio di chi è più povero.

Blog Diritti Umani - Human Rights
La collaborazione e l'amicizia tra cristiani e musulmani trova un suo frutto nella vicinanza a chi è più povero ed in difficoltà.

Da molti anni all'interno delle carceri il sostegno e l'aiuto agli immigrati privati della libertà che professano la fede musulmana è svolto da rappresentanti di fede islamica sostenuti da volontari della Comunità di Sant'Egidio e del Movimento Genti di Pace.

Uno dei risultati è la realizzazione, in collaborazione, dal 1998 della festa dell'Aid al Fitr, per la fine del mese santo di digiuno del Ramadan all'interno di alcune carceri del Lazio.

Tratti di questa realtà la troviamo raccontata nel libro di recente pubblicazione: "Liberi dentro - cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

La presentazione del libro all'interno della Moschea della Magliana, con l'Imam Sami Mohamed Salem Ali, e il regista  e scrittore Gualtiero Peirce, si  è svolta ieri venerdì 31 maggio.

Dagli interventi che si sono succeduti è emerso come dal libro parte un messaggio alla società civile, in un tempo dove si semina odio, dove i diritti dei più poveri con difficoltà vengono rispettati, dal carcere, luogo separato e da molti ignorato, viene un esempio di umanità e di fratellanza tra uomini di fede diversa che si mettono al servizio di chi è in difficoltà, segno di speranza di cui abbiamo tutti un grande bisogno.


Scheda del libro >>>

martedì 23 aprile 2019

Oltre 4.000 cristiani uccisi per fede in un anno. Perseguitati in 73 paesi

interris.it
Su 150 Paesi monitorati, 73 hanno evidenziato un livello di persecuzione da "alta" a "estrema". Sono molte migliaia i cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede ogni anno. Lo scorso anno, sono stati 4.305, in crescita rispetto ai 3.066 del 2017; il maggior numero di vittime si è contato in Nigeria per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. 

Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi. Lo evidenziano gli ultimi dati della World Watch List, il Rapporto sulla persecuzione anti-cristiana nel mondo pubblicato dalla ong Porte Aperte, l'ultima volta a gennaio 2019. Nel 2018, si legge nel Rapporto, sono saliti a 245 milioni i cristiani perseguitati nel mondo.

"Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo. Oggi sono ben 11 i paesi ad ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva", ha commentato il report Cristian Nani, direttore di Porte Aperte/Open Doors.

Sui 150 Paesi monitorati, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema, mentre l'anno scorso erano 58. Tra i Paesi che rivelano una persecuzione definibile estrema, lo Sri Lanka è in 46/ma posizione. Al primo posto c'è la Corea del Nord, dove si stimano tra 50 e 70mila cristiani detenuti nei campi di lavoro per motivi legati alla loro fede. Anche Afghanistan (secondo posto), Somalia (terzo), Libia (quarto) si confermano tra i Paesi dove la vita per i cristiani è più difficile. 

Il rapporto riporta una mappa/classifica dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani. I metodi di ricerca e i risultati sono sottoposti a revisione indipendente da parte dell'Istituto Internazionale per la Libertà Religiosa. Nella mappa consultabile nel sito porteaperteitalia.org, la mappa interattiva è divisa in 3 colori diversi per segnalare i 3 gradi dipersecuzione (in base al punteggio): Alta (41-60), Molto Alta (61-80), Estrema (81-100).

I sette Paesi "estremi", sono - oltre ai primi 4 già citati - Pakistan; Sudan; Eritrea; Yemen; Iran; India e Siria. In Asia, incluso il Medio Oriente, un cristiano su 3 è definibile perseguitato. 

Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India, la quale dall'ascesa al potere del Primo Ministro Modi è stata scenario di un costante aggravamento della condizione dei cristiani, fino ad entrare nella top 10 della WWL 2019. 

A proposito di incarceramenti, registriamo 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo, si legge nel rapporto.

Milena Castigli

mercoledì 16 gennaio 2019

Dall'Egitto al Pakistan, quando gli Imam proteggono I cristiani

Famiglia Cristiana
Al Cairo, il 5 gennaio, lo sheikh Saad Askar ha sventato un attentato in una chiesa copta. Negli stessi giorni, oltre 500 guide spirituali islamiche pakistane hanno firmato la Dichiarazione di Islamabad contro la discriminazione religiosa, a difesa di tutte le minoranze, con un riferimento particolare ad Asia Bibi.


«Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l'uno dell'altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani». E' un messaggio forte, di grande speranza, quello lanciato dall'imam egiziano Saad Askar, ripreso dall'agenzia Asianews. Un richiamo al dialogo e all'unità tra fedeli di diverse religioni in un Paese che vive sotto la minaccia del terrorismo.

Lo scorso 5 gennaio, alla vigilia delle celebrazioni del Natale ortodosso, è stato proprio lo sheikh Saad Askar a sventare un attentato nella chiesa copta della Vergine Maria e Abu Seifin a Ezbat al-Haganah, nel quartiere di Nasr City al Cairo: l'imam e un dipendente della vicina moschea Diaa al-haq hanno notato dei movimenti sospetti di uomo con un pacco in mano nei pressi del luogo di culto. Ad accorgersi del tizio sospetto sono stati due studenti dell'università al-Azhar, che lo hanno visto scappare di corsa e hanno avvertito l'imam. Lo sheikh Askar ha così avvertito i fedeli copti del pericolo lanciando un grido di allarme dal suo microfono: "Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente". Lui stesso si è poi recato nel luogo dove il pacco era stato lasciato. Sul posto sono intervenuti gli agenti e purtroppo un artificiere è morto a causa dell'esplosione di una delle bombe che erano contenute nel pacco.
[...]
Un appello alla tolleranza religiosa è stato lanciato, negli stessi giorni, in Pakistan: più di 500 imam del Paese hanno formato la Dichiarazione di Islamabad contro il terrorismo di matrice islamista, contro le violenze che vengono perpetrate in nome delle fatwa, gli editti emessi sulla base della legge coranica dagli ulema - ovvero gli esperti della legge religiosa islamica o sharia - più radicali, schierandosi contro la discriminazione di tutte le minoranze religiose - non solo cristiane - presenti nel Paese. Il documento riconosce che il Pakistan è un Paese multietnico e multireligioso, condanna gli omicidi compiuti "con il pretesto della religione", affermando che nessuna setta può essere dichiarata "infedele". Pertanto, nessun uomo, musulmano o di altra religione, può essere ucciso sulla base di sentenze emesse al di fuori dei tribunali e i fedeli di qualunque confessione hanno il diritto di vivere in Pakistan secondo le loro consuetudini religiose e culturali.

La Dichiarazione degli imam contiene inoltre un riferimento specifico al caso di Asia Bibi, la donna pakistana cristiana del Punjab arrestata nel 2009 e condannata a morte con l'accusa di blasfemia, assolta dalla Corte suprema a ottobre del 2018. La travagliata vicenda, tuttavia, non è ancora terminata: un gruppo di estremisti islamici ha presentato richiesta di revisione del verdetto e, fino al pronunciamento definitivo, Asia Bibi, che è stata scarcerata, è costretta a vivere in un luogo segreto.

La donna è stata arrestata sulla base della controversa legge contro la blasfemia, entrata in vigore nel Paese nel 1986 e che, nei casi più gravi, contempla la pena di morte. Asia Bibi nel 2010 è stata la prima donna condannata alla pena capitale sulla base di questa legge che, di fatto, si presta a molte strumentalizzazioni e in molti casi è un pretesto giuridico per colpire e punire le minoranze religiose, come i cristiani.


Giulia Cerqueti

domenica 13 gennaio 2019

Cairo, un imam, Saad Askar, ha sventato strage di cristiani alla vigilia del Natale copto

Asia News
Lo sceicco Saad Askar ha lanciato l’allarme da un microfono, dopo aver raccolto segnali di alcuni fedeli. Fondamentale la testimonianza di due studenti di al-Azhar. L’imam invita a “restare vicini”. Cristiani e musulmani devono prendersi “cura l’uno dell’altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione”. 


Il Cairo - “Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l’uno dell’altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani”. È quanto ha affermato l’imam egiziano Saad Askar (nella foto), che nei giorni scorsi ha scongiurato con il proprio intervento un attentato contro una chiesa nel sobborgo orientale del Cairo. L’allarme lanciato dal leader musulmano ha portato all’intervento di una squadra di artificieri, che ha disinnescato due dei tre ordigni. L’ultimo è esploso, uccidendo sul colpo uno dei poliziotti.

La vicenda risale alla sera del 5 gennaio, alla viglia dei festeggiamenti per il Natale copto-ortodosso. Nel mirino la chiesa della Vergine Maria a Ezbat al-Haganah, Nasr City, sobborgo orientale della capitale egiziana. Un dipendente della vicina moschea Diaa al-Haq, il 63enne Gouda Shaaban Khalifa e l’imam Askar hanno notato movimenti sospetti, in particolare un uomo (clicca qui per il filmato) che si muoveva con in mano un pacco sospetto.

A preoccupare il guardiano e l’imam, il fatto che l’uomo - secondo la testimonianza di due studenti di al-Azhar - sarebbe scappato via di corsa dall’area dopo aver lasciato nei pressi dell’edificio il pacco sospetto. L’intervento della polizia ha poi chiarito che si trattava di una valigia di medie dimensioni contenente, al suo interno, tre ordigni esplosivi. Il capitano della polizia Mustafa Ebeid, funzionario della Direzione della sicurezza del Cairo, ne ha disinnescati due prima che il terzo esplodesse uccidendolo sul colpo.

Fonti locali riferiscono che l’obiettivo dell’attacco erano i cristiani copti, pronti a celebrare il Natale. Lo sceicco Saad Askar, imam della moschea che si trova dal lato opposto della chiesa, ha avvertito i fedeli invitandoli a lasciare il luogo di culto. Un video, diventato virale sui social, mostra lo sceicco che grida attraverso un microfono: “Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente”.

L’imam racconta di essersi recato lui stesso nell’area e di aver visto la borsa vicino all’ingresso della chiesa. Le forze di sicurezza, prosegue, “sono intervenute immediatamente” e hanno “creato un cordone di sicurezza”. Disinnescato gli ordigni, gli agenti hanno “pattugliato la zona alla ricerca di altri esplosivi”.

In una nazione di quasi 95 milioni di persone a larga maggioranza musulmana, i cristiani [soprattutto copti ortodossi] sono una minoranza consistente, pari al 10% circa del totale della popolazione. Fra il 2016 e il 2017 il Paese dei faraoni ha registrato una serie di attentati sanguinosi, che hanno coinvolto la stessa comunità cristiana.

In vista delle feste, le autorità avevano innalzato il livello di allerta e rafforzato la sicurezza nei pressi dei luoghi di culto. Tra gli obiettivi sensibili vi sono proprio le chiese e gli edifici cristiani, visti come “anello debole” della catena e target “facile” e “accessibile” per i fondamentalisti. Un obiettivo che, secondo gli esperti, garantisce “ampia visibilità” sul piano internazionale.

mercoledì 13 giugno 2018

Pakistan - Asia Bibi in cella da 3.300 giorni. Condannata a morte semplicemente perché cristiana

Corriere della Sera
La mostruosità di una donna pakistana cristiana condannata a morte semplicemente perché cristiana non muove a pietà, è un po' meno mostruosa, è troppo poco "altra" da noi per farne motivo di indignazione.

Asia Bibi 
Tra pochissimo si toccherà quota 3.300. Un record molto triste perché 3.300 sono i giorni che Asia Bibi, in Pakistan, ha già scontato, colpita da un'accusa grottesca di "blasfemia". Asia Bibi è una donna pakistana che ha la sventura di essere cristiana e per il solo fatto di aver avuto la spudoratezza di girare per strada da sola è stata condannata a morte, con una condanna per il momento, ma solo per il momento, sospesa. 

Per qualche tempo Asia Bibi ha ricevuto la solidarietà di molte organizzazioni umanitarie, e ovviamente del Vaticano. Dopo un po' la campagna in suo favore è però venuta a noia. La difesa di una donna cristiana perseguitata non si porta molto, sa di vecchio, non attira, non è cool. 

E perciò Asia Bibi se ne sta in galera da quasi 3.300 giorni condannata nel silenzio e nell'indifferenza. I diritti umani non esistono più nella nostra coscienza se vengono violati a troppi chilometri di distanza. La mostruosità di una donna cristiana condannata a morte semplicemente perché cristiana non muove a pietà, è un po' meno mostruosa, è troppo poco "altra" da noi per farne motivo di indignazione. La sorte dei cristiani massacrati e discriminati non interessa più a nessuno.

L'universalità dei diritti fondamentali è buona solo per i discorsi retorici, non per motivare un impegno vero. E Asia Bibi giace in una cella, in condizioni disumane, sola, abbandonata, dimenticata, con la colpa di non aver commesso nulla: solo di aver pregato e onorato il suo Dio, che nel Pakistan islamista è crimine troppo grave. 

Il silenzio su Asia Bibi svela in tutta la sua meschinità la nostra ipocrisia, la nostra grottesca doppiezza morale, la mancanza di credibilità di organismi internazionali come l'Onu, nata proprio per reagire alla violazione dei diritti umani e trasformatasi via via in un baraccone in cui le commissioni per i diritti umani sono presiedute dai Paesi in cui quegli stessi diritti sono sistematicamente violati. Povera Asia Bibi, condannata a morte e dimenticata da noi, come tutte le donne e tutti gli uomini che non possono nemmeno possedere un rosario perché indizio di "blasfemia". Noi che sembriamo buoni solo a intermittenza, che non siamo più credibili, meritandoci questo attestato non proprio motivo di orgoglio. Quanti giorni dovrà scontare ancora in carcere Asia Bibi? E a noi, che ce ne importa?




Pierluigi Battista

domenica 5 novembre 2017

La storia dei cristiani in Siria e Iraq appare alla vigilia della fine. di Andrea Riccardi

Corriere della Sera - Opinioni
di Andrea Riccardi
Ora comincerà la ricostruzione, ma nelle regioni sconvolte dal «califfato» un mondo di convivenza religiosa è stato distrutto e i traumi pesano.


Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate.Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani. Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent’anni fa tra Siria e Iraq l’accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell’antica Chiesa d’Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio. Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all’islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d’Israele.

Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c’è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov’erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la «N» in arabo, per indicare «nazareni», i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l’islamismo?

lunedì 23 ottobre 2017

Cristiani eritrei in Sudan: in fuga da una persecuzione per trovarne un'altra

ACI Stampa
Khartoum - Da un regime totalitario ad uno islamista. È questa la tragica sorte di migliaia di cristiani eritrei che in fuga dal loro Paese, sono costretti a fermarsi per diversi anni in Sudan.

Una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre ha incontrato alcune famiglie rifugiate nella periferia di Karthoum. Come quella di Isaias, che vive con sua moglie e i suoi figli in una piccola capanna ricoperta di metallo ondulato. "È qui che dormiamo, che cuciniamo, che mangiamo, ed è qui che i nostri figli giocano".

La famiglia di Isaias è tra le decine di migliaia che ogni anno fuggono dal regime eritreo, il quale oltre ad imporre ai propri cittadini di prestare servizio militare a tempo indeterminato, perseguita i cristiani. Il viaggio verso una vita migliore passa per il Sudan dove sono costretti a fermarsi anche anni per guadagnare il denaro necessario a proseguire il loro cammino. Per giungere in Sudan hanno infatti dovuto pagare 1500 dollari e altrettanti ne occorrono per giungere in Europa o in America.

Se tutti i rifugiati affrontano gravi difficoltà, il governo islamista sudanese si accanisce in particolar modo contro i cristiani. "Sono completamente alla mercé della polizia - racconta ad ACS un volontario che lavora in un campo profughi – Gli agenti arrivano fino ad arrestarli per poi chiedere un riscatto alle famiglie. I cristiani affrontano prove durissime sorretti soltanto dalla loro fede e non possono neanche scappare, perché se tornassero in Eritrea sarebbero incarcerati o uccisi".

ACS sostiene le famiglie di cristiani eritrei rifugiati a Karthoum, con un’attenzione particolare ai più piccoli. La Fondazione permette infatti a 1200 bambini di studiare e di strutturare la propria fede. «Così non rischieranno di perdere le proprie radici cristiane in un Paese quasi completamente islamico come il Sudan – spiega Christine du Coudray-Wiehe, responsabile dei progetti ACS in Sudan – e al tempo stesso avranno la possibilità di costruirsi un futuro».

domenica 8 ottobre 2017

Ritrovati i corpi dei 21 cristiani copti sgozzati dall’Isis nel 2015

In Terris
Sono state ritrovate a Sirte – a due anni dalla mattanza – le salme dei 21 cristiani copti egiziani decapitati dall’Isis in Libia nel 2015. Lo ha annunciato ieri sera la Procura generale libica.



Attese le analisi del Dna
Secondo quanto riportato dall’agenzia Fides, i corpi sono stati rinvenuti in una zona costiera presso la città libica con le mani legate dietro alla schiena e vestiti con le tute arancioni che indossavano nel video filmato dai carnefici al momento della loro decapitazione. Le teste sono state ritrovate accanto ai corpi. Al momento, sono in corso le procedure per identificare le vittime attraverso l’analisi del loro Dna.

L’identificazione del luogo di sepoltura era stato reso possibile a fine settembre dopo l’arresto di un uomo accusato di aver preso parte alla strage. La notizia aveva suscitato grande emozione in Egitto, soprattutto nelle comunità copte della regione di Minya, da dove provenivano gran parte delle vittime della strage. I 21 cristiani erano stati rapiti a Capodanno dai miliziani in Libia.
Martiri copti
Nel video della decapitazione – che venne diffuso sui website jihadisti nel febbraio del 2015 – si vedevano i cristiani copti sussurrare il nome di Cristo mentre venivano sgozzati. Pochi giorni dopo la diffusione del video, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere le 21 vittime nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata ogni 15 febbraio.

Milena Castigli

mercoledì 2 agosto 2017

Centrafrica, cristiani e musulmani insieme per evitare il massacro

La Stampa
Parla il vescovo di Bangassou assediato nella cattedrale che ospita 2100 islamici minacciati da milizie cristiane. «Solo l’accoglienza reciproca e il dialogo ci potranno salvare»


«Da noi ormai vige la legge “occhio per occhio” e in breve tempo, se continua così, saremo tutti ciechi». È un appello disperato quello che lancia il vescovo comboniano di Bangassou, monsignor Juan José Aguirre Muños, raggiunto al telefono da Vatican Insider nel corso di una delle sue regolari visite ai campi profughi disseminati nella sua diocesi. La sua cattedrale è ormai cinta d’assedio da mesi e a minacciare di morte tutti gli oltre 2mila musulmani che lui ha scelto di ospitare, sono qualche centinaio di sbandati affiliati alle milizie cristiane anti-Balaka.

«Siamo letteralmente in ostaggio, in ginocchio, terrorizzati da quattrocento ragazzi armati molto violenti e crudeli. Sono stato testimone di numerosi atti efferati che posso senza dubbio giudicare crimini contro l’umanità. Ho visto bambini lanciati in aria e colpiti, una crudeltà che ha dell’incredibile. Delle undici missioni della mia diocesi, tre sono in mano delle truppe anti-Balaka e una è ostaggio di un’altra formazione. La cattedrale è circondata, hanno vietato che arrivino acqua e cibo, hanno minacciato tutti i commercianti che vendono prodotti alimentari nei pressi della chiesa. Il 13 maggio, le zone islamiche della città sono state abbandonate dalle forze Minusca (Missione Onu in Centrafrica) e immediatamente attaccate dalle milizie cristiane. Noi abbiamo così deciso di aprire le porte della cattedrale e ospitarli tutti, e siamo andati a prelevarli direttamente per evitare un massacro. Al momento ci sono 2100 musulmani, tra questi, moltissimi bambini. Ma l’assedio dura da oltre due mesi e la situazione sta precipitando».

Non sono solo i musulmani a essere terrorizzati…
«No, qui ormai il terrore è trasversale: al momento le parlo da un campo di sfollati non musulmani mentre stamattina ho fatto visita a un campo di musulmani. La gente non ne può più, il 50% della popolazione è fuggita e ha superato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove, peraltro, la situazione è molto instabile. Non sono solo le varie milizie cristiane o musulmane a fare paura. Molta gente, in realtà, teme di più i soldati della Minusca».

Quelli che dovrebbero garantire la pace?
«Sì proprio loro. Il contingente è formato da giovani marocchini, tutti musulmani. Si tratta di una forza inefficace se non dannosa. Non penso sia sensato inviare in un Paese dove c’è una radicalizzazione etnico-religiosa un contingente interamente musulmano, non credo si trovi nella migliore posizione per fare mediazione tra due fazioni al momento così ostili. I nostri concittadini sono ormai il bersaglio incrociato di varie entità, incluse le truppe Onu. È una specie di “tutti contro tutti” che peggiora una situazione già sull’orlo del baratro».

Il complesso quadro della situazione, in cui è ormai difficile distinguere chi combatte contro chi e le appartenenze entico-religiose, è ben rappresentato da un terribile episodio avvenuto poco più di una decina di giorni fa, che ha innescato un domino di reazioni molto violente. Lo scorso 21 luglio alcuni soldati anti-Balaka (cristiani) hanno rapito una ragazza di fede islamica incinta e un gruppo di giovani musulmani, in risposta, ha sequestrato le famiglie di due operatori della Caritas, in tutto una trentina di persone. La Minusca (come detto, interamente formata da islamici) è intervenuta riuscendo a liberare tutti e i giovani estremisti, furibondi, si sono diretti verso la cattedrale (che offre rifugio a migliaia di musulmani ma che è assediata da truppe cristiane) cercando di appiccare incendi e distruggendone varie parti. La tensione è salita ulteriormente e alcuni effettivi della forza Onu hanno reagito seminando il terrore in città e uccidendo anche civili inermi.

Poco più di un mese fa è stato siglato a Roma un accordo di pace tra le varie fazioni in conflitto…
«Sì ma purtroppo per il momento non funziona per niente. Alcuni dei giovani appartenenti alle milizie probabilmente non hanno neanche saputo dell’accordo. Continua a esserci una enorme dose di violenza che porterà tutti noi alla cecità. Forse l’accordo di Sant’Egidio un giorno sarà efficace, lo speriamo tutti. Per il momento nessuno dei gruppi armati ci crede davvero. Due formazioni, peraltro, quella di Noureddine Adam, sostenuto dal presidente del Ciad, che opera nel nord, al confine settentrionale con il Ciad, e l’Upc di Ali Darass, una milizia molto violenta in gran parte composta da una etnia nomade, non lo hanno neanche firmato».

Che cosa spera che succeda da ora in poi?
«Concretamente credo che il governo debba immediatamente inviare qui un prefetto militare che prenda il potere totale e faccia capire che lo Stato, a differenza di quello che ormai credono tutti, non è assente. Inoltre spero che al più presto cambi la composizione delle truppe Minusca, che vengano, come sembra, militari dal Gabon, dal Bangladesh, dal Ruanda. Per quanto riguarda i marocchini spero che vadano via al più presto: mi creda, al momento sono detestati e di poco aiuto.

Fino alla fine, però, continueremo a ripetere che con la pace si vince tutto, con la guerra si perde tutto. Da anni vediamo sangue sparso ma non cesseremo mai di lanciare un appello alla fratellanza, al dialogo. Non sono solo le armi a essere “armate”, anche i nostri cuori e dobbiamo fare di tutto perché si disarmino al più presto. Le gente vuole vivere in pace e noi questo chiediamo al Signore, senza distinzione tra religione, etnia o stato sociale».


Luca Attanasio

lunedì 5 giugno 2017

Filippine. A Marawi i musulmani fanno da scudo ai cristiani contro il Daesh

Avvenire
Nella città, sotto attacco dei fondamentali, la popolazione in stragrande maggioranza islamica ha protetto i cristiani. E sta trattando la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici
Sfollati dalla città di Marawi, nell'isola meridionale
di Mindanao: il centro cona 200mila abitanti (Epa)
A Marawi si combatte ancora. Insieme alle informazioni frammentarie, emergono i racconti dei testimoni che raccontano la solidarietà della popolazione locale verso i cristiani, l’un per cento degli abitanti in questa roccaforte dell'islam filippino. 

All’alba di ieri, oltre 160 persone hanno scortato e nascosto ai jihadisti decine e decine di cattolici, affinché potessero lasciare la città. Nei giorni precedenti, in tanti hanno ospitato i cristiani nelle loro case per proteggerli dalla minaccia del Daesh. Come il politico Norodin Alonto Lucman che ha dato ospitalità a 71 cattolici o Leny Paccon, che ne ha alloggiati 44. 

Lo stesso vescovo De la Peña aveva evidenziato nei giorni scorsi come quella battezzata sia abitualmente una comunità “tutelata” e non “perseguitata” dai concittadini musulmani. Alcuni notabili islamici sarebbero coinvolti anche nelle trattative per la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici presi in ostaggio.
I militari, che avrebbero voluto chiudere venerdì la partita iniziata il 23 maggio con il gruppo Maute legato al Daesh, hanno ammesso ieri che la presenza dei guerriglieri in città resta “consistente”.

Un rischio per migliaia di individui in molti casi ridotti alla fame che non sono riusciti a fuggire. Sarebbero 3.000 i civili secondo l’amministrazione della Regione autonoma di Mindanao musulmana di cui Marawi fa parte. Da venerdì i soldati impegnati nella riconquista delle aree occupate ne hanno liberati almeno 200, ma vi sono state vittime in altri tentativi data la presenza di cecchini che colpiscono anche i civili. 

La situazione di Marawi avrebbe incentivato, come rivendicato dal Daesh, l’azione del “lupo solitario” che dopo la mezzanotte di giovedì ha attaccato a Manila il casinò del Resorts World provocando 38 morti. Ancora ieri il presidente Rodrigo Duterte ha ribadito la posizione ufficiale che si sia trattato di un tentativo di rapina, ma restano forti dubbi e anche il presidente della Camera, Pantaleon Alvarez, ha apertamente dichiarato di non credere all’azione isolata di un criminale ma invece a un atto terroristico.

sabato 3 giugno 2017

Mosul, i ragazzi musulmani aiutano a ricostruire una chiesa distrutta dall'Isis

La Repubblica
Il monastero di San Giorgio era stato gravemente danneggiato dagli jihadisti dell'Isis nel 2015. Oggi un gruppo di giovani islamici è accorso in aiuto della comunità cristiana per ricostruire l'antico edificio



Due religioni, un solo obiettivo: dimostrare che a Mosul possono convivere tutti, a prescindere dal dio che si prega. Nella città irachena, rimasta ostaggio per circa tre anni dello Stato Islamico, un gruppo di giovani musulmani ha deciso di aiutare la comunità cristiana a sistemare il monastero di San Giorgio che era stato danneggiato dai miliziani dell'Isis nel 2015. Così, insieme, si sono rimboccati le maniche e hanno ripulito parte dei locali interni della struttura liberata quest'anno dalle forze curde e alleate.


La storia è stata documentata dalla pagina Facebook "This is Christian Iraq" che in un post ha spiegato come a spingere i ragazzi alla mobilitazione sia stata la volontà di smentire una falsa voce che circolava in città e che vedeva i musulmani del quartiere Al Arabi, dove sorge l'antico monastero, protagonisti di angherie e vessazioni nei confronti di una famiglia cristiana. "Questo gesto è la prova che Mosul è nostra e vostra - si legge nella pagina Facebook - è il segno che le nostre differenze sono la nostra forza".

Il monastero, costruito nel X secolo, appartiene all'Ordine antoniano di sant'Ormista dei caldei. Dopo la sua conquista, i miliziani decisero di usarono come prigione. Nel dicembre 2015, vi portarono almeno 150 prigionieri, compresi alcuni capi tribù sunniti che si erano opposti alla presenza dello Stato Islamico, ed ex membri degli apparati di sicurezza iracheni, detenuti in precedenza nella prigione di Badush.

Tra gli scatti diffusi su Facebook ce n'è uno che immortala due giovani mentre ergono, sul tetto dello stabile, un grande crocifisso. Lo stesso che nel marzo di due prima gli jihadisti avevano buttato giù, non paghi di aver devastato già la facciata della struttura, rinomata per la sua configurazione architettonica in cui mattoni e aperture sono disposti per disegnare una grande croce.

Sorte, quella della devastazione e del saccheggio, condivisa anche da altre chiese irachene, soprattutto quelle dei territori finiti sotto il controllo dello Stato Islamico. Un esempio tra tutti è Qaraqosh, città da sempre punto di riferimento dei cristiani iracheni, liberata a ottobre 2016. Dove quest'anno, per la prima volta dal 2014, i cristiani hanno potuto nuovamente celebrare il Natale e la Pasqua.

mercoledì 24 maggio 2017

Centrafrica, vescovo e cristiani fanno da scudo ai musulmani

Avvenire
Per scongiurare ulteriori stragi, monsignor Aguirre ha protetto la comunità in Centrafrica. Barricati in moschea nel sud del Paese per evitare una strage.




«Sto molto bene. Ma mi sono messo a fare da scudo affinché non vengano uccisi 500 donne e bambini all’interno di una moschea. Insieme ad altri, siamo qui da tre giorni. Raccogliamo feriti e cadaveri. Finora abbiamo contato 40 morti e cento feriti». 


Questa è una parte del messaggio telefonico inviato mercoledì alla famiglia da monsignor Juan-José Aguirre, vescovo spagnolo della cittadina di Bangassou, nel sud della Repubblica Centrafricana. Parole preoccupanti che però, grazie al coraggio di questo religioso e di pochi altri come lui, hanno incontrato, alla fine, una conclusione buona.

Almeno per ora. «Sono arrivati i caschi blu portoghesi – ha potuto spiegare padre Aguirre –. E il cardinale Dieudonné Nzapalainga sta negoziando con i ribelli anti-balakà per far evacuare la gente in sicurezza». 

Da più di una settimana si sono riaccesi pericolosi focolai di guerra nel Paese. La regione di Bangassou, presa recentemente di mira dagli anti-balakà a maggioranza cristiana, è tra le più tese. «Juan sta aiutando da tempo musulmani e cristiani a riconciliarsi – spiega il fratello, Miguel Aguirre –. Lui vuole far conoscere la realtà centrafricana poiché il Paese è invisibile agli occhi del mondo nonostante le continue gravissime sofferenze». Dal 2000, anno in cui diventò capo della diocesi di Bangassou, il comboniano Aguirre ha lanciato diverse iniziative per migliorare la società di tale provincia centrafricana.

Durante la sua permanenza sono stati istituiti asili, scuole, ospedali, orfanotrofi, spazi Internet e un centro di salute per i malati di Aids. «Monsignor Aguirre non ha mai lasciato la popolazione, né durante gli attacchi dei famigerati ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) né quando gli insorti dell’ex coalizione musulmana Selekà avanzavano nel 2013 per effettuare il colpo di Stato», spiega l’operatore (che chiede di restare anonimo) di un’organizzazione non governativa. L’opera del religioso per assistere i cristiani della cittadina e promuovere la riconciliazione delle due comunità religiose ha avuto esiti molto positivi ed evitato ulteriori massacri nella regione. Il fratello del vescovo racconta che «i milizia- ni anti-balakà in questi giorni erano entrati a far parte di gruppi armati provenienti dalla capitale, Bangui».

«Non erano originari della zona in cui lavora Juan-José», sottolinea Miguel Aguirre. La crisi mel Paese si sta aggravando velocemente. Secondo il Comitato internazionale della croce rossa (Cicr) sono almeno 115 i cadaveri ritrovati dopo gli ultimi massacri a Bangassou. Vari gruppi di miliziani hanno preso di mira anche la missione Onu nel Paese (Minusca) uccidendo cinque caschi blu il 9 maggio nel villaggio di Yogofongo e un altro soldato Onu nei i combattimenti di Bangassou. «La calma raggiunta a Bangui e in altre cittadine del Paese rischia di essere coperta dall’aggravarsi della situazione nelle zone rurali - ha detto ieri Zeid Raad al-Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani –. I cittadini indifesi, come sempre, pagheranno il prezzo più alto per l’aumento di violenze tra le comunità».


Matteo Fraschini Koffi, Lomé (Togo)

venerdì 19 maggio 2017

Centinaia di morti in Centrafrica. «Musulmani rifugiati nella Cattedrale»

Tempi
Potrebbe arrivare a 300 vittime il bilancio degli scontri a Alindao e Bangassou, dove è stato attaccato il quartiere musulmano da ribelli anti-Balaka


Quasi 300 morti in due settimane. Potrebbe essere pesantissimo il bilancio degli scontri che si sono verificati in due città del Centrafrica, Alindao e Bangassou, nelle ultime due settimane. Nè l’identità degli autori degli attacchi né il numero delle vittime è stato chiarito con certezza, vista la difficoltà di raccogliere informazioni sul luogo.

«Bruciati vivi». I primi scontri sono avvenuti tra l’8 e il 10 maggio nel sud del paese, ad Alindao, dove secondo la Croce rossa centrafricana circa 150 persone sono morte in scontri tra anti-Balaka ed ex ribelli Seleka. In particolare, le violenze sarebbe state perpetrate dai miliziani di «Ali Darass, ex Seleka, oggi a capo dell’Unione per la pace in Centrafrica (Upc)». 

Secondo la testimonianza di un sacerdote della città, che ha parlato a Jeune Afrique, «l’Upc si trovava in città per scongiurare un dispiegamento degli anti-Balaka. A un certo punto sono cominciati gli spari, nessuno capiva chi combatteva chi. Molte persone sono state bruciate vive nelle loro case. Altre si sono salvate per miracolo. Migliaia di persone si sono rifugiate nella missione cattolica». Oggi la situazione è tornata quasi alla normalità dopo un avvenuto dialogo tra il sacerdote, il vescovo, Ali Darass, i rappresentanti dei musulmani e dell’Onu. Non è stato facile: «C’erano le milizie musulmane per le strade, ragazzi con i machete volevano ucciderci».

Scontri per il potere. Dopo il colpo di Stato dei ribelli Seleka nel 2013, i violentissimi scontri con gli anti-Balaka del 2014 e la parziale riappacificazione del paese anche grazio all’intervento di papa Francesco e al lavoro del cardinale Dieudonné Nzapalainga, gli scontri tra le milizie sono diminuiti ma continuano. Il Centrafrica non ha ancora un esercito regolare, l’Onu, presente nel paese con 12.500 uomini, fatica a difendere la popolazione (spesso perché non può, spesso perché non vuole). E mentre il presidente Faustin-Archange Touadéra continua a invocare il processo di disarmo, gli uomini armati si contendono il paese. La capitale Bangui è relativamente sicura, ma la maggior parte del paese è in mano ai miliziani. Oltre a gruppi anti-Balaka fuori controllo (nel 2013 erano nati per contrastare gli abusi dei Seleka), si scontrano tra di loro milizie islamiche un tempo appartenenti alla disciolta coalizione Seleka. Tra queste ci sono l’Upc e la Fprc, che in certe zone si è alleata con gli anti-Balaka per il controllo del territorio.

Attacco ai musulmani. Domenica sono scoppiati altri violentissimi scontri a Bangassou, 470 chilometri a est di Bangui, vicino al confine naturale con la Repubblica democratica del Congo. Se fino a pochi giorni fa si pensava a poche vittime, la Croce rossa centrafricana ha parlato di 115 morti, ai quali si devono aggiungere altre 34 vittime denunciate da altre Ong. Alcune milizie anti-Balaka hanno attaccato il quartiere islamico della città, Tokoyo, costringendo alla fuga migliaia di musulmani: circa mille si sono rifugiati in moschea, altri 1.500 nelle chiese e 500 in ospedale. Altri 3.000 sono scappati in Congo. Negli scontri, sono morti anche sei caschi blu dell’Onu.

Protetti in cattedraleNon si sa perché siano cominciati gli scontri ma il vescovo di Bangassou, monsignor Juan Jose Aguirre Muños, ha rischiato la vita per difendere i musulmani nella moschea e farli uscire in sicurezza dal luogo di culto per trasferirli in Cattedrale. Durante l’evacuazione, l’imam, che si trovava accanto al vescovo, è stato colpito da uno sparo e ucciso. Ora, testimonia padre Federico Trinchero da Bangui, «la situazione sembra più tranquilla. I ribelli, grazie alla mediazione del cardinale Nzapalainga, hanno accettato di deporre le armi».

Leone Grotti

sabato 1 aprile 2017

Pakistan. Ricatti sui detenuti cristiani: chi si converte all'Islam viene liberato

Avvenire
Proteste della comunità a Lahore dove un pm ha "garantito" l'immunità a 42 imputati per terrorismo. Anche ad Asia Bibi venne proposto. Le pressioni per la conversione dei cristiani alla fede islamica in Pakistan sembrano non avere limiti.


E, mentre da un lato una magistratura laicista e fautrice dello Stato di diritto cerca di contenere le richieste degli islamisti di giudizi sommari in base alla sharia, dall'altro è un pubblico ministero a chiedere la conversione di prigionieri cristiani in cambio di un provvedimento di clemenza. 


La notizia che il procuratore Syed Anees Shah ha segnalato a decine cristiani di cui era in corso il giudizio davanti a un tribunale anti-terrorismo in Lahore, nella provincia del Punjab, di "garantire il loro rilascio" se si fossero convertiti all'islam ha sollevato forti polemiche nel Paese. Leader religiosi e attivisti cristiani hanno chiesto di aprire un'indagine sull'episodio e avviare provvedimenti contro il pubblico ministero, che ha prima negato ogni addebito ma ha poi confessato, motivando la sua azione con la volontà di offrire una possibilità agli accusati.
I 42 battezzati erano stati arrestati con l'accusa di avere linciato due musulmani dopo l'attacco dinamitardo di matrice taleban contro due chiese - una cattolica e una protestante - nel quartiere di Youhanabad a Lahore. In quell'evento del 15 marzo di due anni fa i morti furono una quindicina e una settantina i feriti. 

Un "vile ricatto", quello del offerto in un'aula di giustizia, simile a quello proposto alla cattolica Asia Bibi, in carcere da 2.838 giorni, condannata a morte per offesa all'islam ma salda nella sua fede in attesa di una decisione definitiva della Corte suprema che si fa attendere. 

Più volte la madre aveva ribadito che la sua fede è viva" e non si "convertirà mai". Secondo l'avvocato cristiano Nadeem Anthony, non un'eccezione, ma invece "una pratica comune" quella attuata sui detenuti. "Queste imposizioni - ha segnalato Anthony - sono ovvie in un contesto di persecuzione religiosa". Come ricorda l'agenzia missionaria AsiaNews, sono in molti nel Paese a essere costretti a conversioni forzate con vari espedienti.
Il caso più noto e anche più condannato dalle organizzazioni per i diritti umani all'interno e all'estero è quello delle donne cristiane e indù - un migliaio ogni anno - costrette a convertirsi per sposare uomini musulmani dopo il rapimento e lo stupro. Sovente senza potere far più ritorno alle famiglie d'origine. "Il pubblico ministero può essere denunciato per quest'atto discriminatorio. Abbiamo intenzione di incontrarlo presto - ha affermato ancora a AsiaNewsil pastore Arshad Ashknaz della Chiesa di Cristo, una delle chiese colpite a Youhanabad. Il governo dovrebbe respingere questa iniziativa. La paura della morte può spingere chiunque a cambiare religione".

di Stefano Vecchia

giovedì 16 febbraio 2017

Iraq - Mosul - Volontari musulmani restaurano una chiesa e invitano i fratelli cristiani a tornare. Mosul ha bisogno di loro.

Il Post Internzazionale
“Questo è un messaggio ai nostri fratelli cristiani perché tornino alle loro case, Mosul ha bisogno di loro”, ha detto uno dei volontari

Diversi volontari musulmani hanno cominciato la restaurazione di una chiesa nella parte orientale di Mosul, in Iraq, recentemente sottratta ai miliziani del sedicente Stato islamico.

Si tratta di una cinquantina di giovani iracheni che ripuliranno e risistemeranno la chiesa della Vergine Maria nel quartiere di Dergazliya, che durante l’occupazione dell’Isis era stata trasformata in una sede della polizia morale. Molti altri luoghi di culto, sia chiese che moschee, sono state distrutte dai miliziani jihadisti.

“Abbiamo deciso di assumere un ruolo diretto per ripulire la nostra città”, ha detto Maher al-Obaidi, a capo della Rete delle organizzazioni della società civile. “Adesso è il momento di ripulire e risistemare moschee, chiese e altri luoghi di culto”. 

Tutti i volontari all'opera sono musulmani, perché i membri delle altre comunità sono stati cacciati dalle loro case dai miliziani di Daesh (acronimo arabo che indica l’Isis, ndr) e ancora non si sentono sicuri a tornare”, ha aggiunto Obaidi.

“Questo è un messaggio ai nostri fratelli cristiani perché tornino alle loro case, perché Mosul ha bisogno di loro”, ha confermato Mohammad Badrany, dell'Ong Ramah, che collabora all'iniziativa.

L'offensiva per espellere l'Isis dalla sua capitale irachena è cominciata il 17 ottobre 2016. Il 18 gennaio 2017 le forze irachene avevano annunciato di aver completato la riconquista di Mosul est, sulla sponda orientale del Tigri.

lunedì 30 gennaio 2017

Mosul. Georgette, la cristiana nascosta al Daesh per due anni dagli amici musulmani

Avvenire
La donna, lievemente inferma, nel 2014 non riuscì a fuggire con i parenti da Telkeif, in mano al Califfato. Una famiglia islamica per due anni l'ha tenuta nascosta a rischio della vita
La cristiana Georgette Hanna ha 60 anni: per due anni è sopravvissuta in clandestinità a Mosul
Nascosta per due anni e mezzo a Telkeif, a 15 chilometri da Mosul caduta in mano agli uomini con le bandiere nere del Daesh. Georgette Hanna, 60 anni, è una sorta di Anna Frank cristiana, però sopravvissuta alla barbarie del Califfato islamico grazie a una famiglia di amici musulmani che l’ha ospitata in casa a rischio della vita. Georgette in buona salute, rivela il sito di «Mondo e missione», è stata ritrovata solo pochi giorni fa dalle forze di sicurezza irachene.
Nell’agosto del 2014 anche a Telkeif, come ben presto nel resto della Piana di Ninive, giunsero i guerriglieri di Abu Bakr al-Baghdadi che due mesi prima avevano preso il controllo di Mosul. Subito l’ordine gridato strada per strada o scritto su volantini a tutti i cristiani: andatevene subito se non volevano essere uccisi. Una fuga obbligata, una deportazione forzata anche di tutti i parenti di Georgette. Ma la donna, lievemente inferma, non era certo in grado di camminare per una trentina di chilometri nel deserto fino a Erbil. Così la famiglia di amici musulmani le ha aperto la porta di casa e le ha dato rifugio. Un gesto che altri musulmani, a Mosul e dintorni, hanno pagato con la vita ij questi ultimi due anni.

Il terrore era tale - si legge su “Al-Jaraby al-Jadeed” che per primo ha lanciato la notizia - che Hanna ha preferito tenere sempre il velo in testa anche quando sono arrivate le forze di Baghdad. Temeva che anche quelli, in realtà, fossero uomini del Califfato. Solo quando ha capito che l’incubo era finito ha rivelato la sua identità: cristiana vissuta come murata viva e salvata dai suoi amici. Ora Hanna, ritornata dai suoi parenti, può raccontare di aver conosciuto dei «giusti dell’islam».

Luca Geronimo

martedì 10 gennaio 2017

Iraq: liberato un quartiere cristiano di Mosul - Dove le case erano segnate con la lettera "Nun"

Zenit 
Distrutti o danneggiati ospedale pediatrico ed edifici dei cristiani. Il rientro dei profughi ancora prematuro Nella giornata di ieri l’esercito regolare iracheno ha ripreso il controllo di al Sukkar, quartiere orientale di Mosul un tempo abitato in maggioranza da famiglie cristiane. Lo riferiscono fonti locali alla testata online ankawa.com, spiegando che il quartiere comprende almeno 700 case appartenenti a proprietari cristiani, alcune delle quali erano state occupate da miliziani stranieri dello Stato Islamico (Daesh) confluiti a Mosul dopo che la città era divenuta la principale roccaforte in terra irachena dell’auto-proclamato Califfato. 

Una delle case di Mosul segnate dalla lettera "Nun" iniziale della parola Nasara: cristiano -
Che potevano essere espropriate dai miliziani del Daesh
Molte delle case del quartiere erano state segnate con la lettera araba “Nun”, iniziale della parola Nasara, che significa cristiano, per indicare che quelle case potevano essere espropriate ed erano a disposizione dei sostenitori del Daesh. Le abitazioni erano state abbandonate dai cristiani da quando, il 9 giugno 2014, Mosul era caduta nelle mani dei jihadisti del sedicente Stato Islamico. Secondo le notizie riportate dalle fonti locali, buona parte degli edifici e anche l’ospedale pediatrico situato nel quartiere risultano distrutti o danneggiati.

“Le notizie che giungono da Mosul richiamano certo la nostra attenzione” dichiara all’agenzia Fides padre Thabit Mekko, sacerdote caldeo della città nord-irachena, attualmente sfollato a Erbil insieme ai suoi fedeli “ma la situazione è ancora pericolosa, ci sono cecchini nelle strade ed è ancora prematuro pensare a un rientro dei cristiani fuggiti dalle loro case. Una tale ipotesi sarà presa in considerazione solo quando la sicurezza sarà assicurata. Tante famiglie non hanno ancora deciso cosa faranno. E comunque non tutti quelli che hanno lasciato Mosul davanti all’avanzata del Daesh vi faranno ritorno”.

venerdì 9 dicembre 2016

Israele: "Donne per la pace" - 4 mila: cristiane, ebree e musulmane marciano per la pace.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nel 2014 in Israele è nato il movimento delle “donne per la pace”, Women Wage Peace, che nell’ottobre 2016 ha raccolto in una marcia per la pace dal nord di Israele a Gerusalemme circa 4mila donne coraggiose di diverse religioni.


In quell’occasione si è creata un alleanza fra cantanti folk sia israeliane sia palestinesi che hanno composto e cantato la Preghiera delle Madri e ne hanno fatto un video.
Le riprese sono state fatte nel deserto che si trova a nord del Mar Morto, richiamando il lungo cammino biblico degli ebrei nel deserto per passare dalla schiavitù egiziana alla libertà.
Della marcia delle madri ha parlato anche l’Osservatore Romano:
«È molto di più di un flash mob, spiegano le attiviste di Women Wage Peace, un movimento senza leader organizzato grazie al passaparola che corre sui social network. Lo dimostrano i numeri – ha scritto il quotidiano della Santa Sede – : migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane hanno camminato insieme in Israele per la pace durante l’ultima iniziativa dell’ottobre scorso, una marcia verso Gerusalemme lunga duecento chilometri.


Accanto a loro c’era anche Leymah Gbowee, Nobel per la pace nel 2011 per la promozione della riconciliazione nel suo paese, la Liberia, alla fine della guerra civile del 2003.
Le manifestazioni per chiedere dialogo e concrete soluzioni per porre fine ai conflitti sono iniziate dopo lo stallo delle trattative del 2014: «Non ci fermeremo – si legge nel sito dell’organizzazione – finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli, ai nostri nipoti un futuro sicuro».

Fonte: Avvenire.it