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domenica 24 novembre 2019

Cile, uccise due donne: Daniela Carrasco "el Mino" e Albertina Martínez fotografa dei cortei di protesta. Amnesty denuncia la dura repressione.

Il Manifesto
La denuncia di Ni una menos copntro i carabineros, sono 70 le accuse a pubblici ufficiali. Il rapporto di Amnesty contro la repressione delle forze di Pineras è durissimo.
Daniela Carrasco                                       Albertina Martinez
Mentre il Cile è ancora scosso dal dolore e dall’indignazione per la morte di Daniela Carrasco, l’artista di strada nota come «el Mimo» trovata impiccata alla periferia di Santiago – «violentata, torturata e assassinata», secondo la denuncia del movimento femminista Ni una menos – fa discutere nel paese il caso di un’altra donna, la 38enne Albertina Martínez Burgos, fotografa e assistente alle luci della rete televisiva Megavisión, trovata morta nel suo appartamento nella capitale con segni di percosse e di pugnalate.

Fin dall’inizio della rivolta popolare contro il governo Piñera, la giovane fotografa aveva partecipato attivamente alle proteste, documentando in particolare casi di repressione e di abuso da parte dei carabineros e dei militari nei confronti delle donne impegnate sul fronte della comunicazione. 

«Esigiamo che vengano chiarite le cause della sua morte», ha dichiarato Ni una menos, evidenziando come nel suo appartamento mancassero computer, macchina fotografica e qualunque traccia del suo lavoro sulle giornate di lotta.

Due casi, quelli di Daniela e di Albertina, che gettano una luce inquietante sulla violazione dei diritti delle donne durante la crisi attuale. Non a caso sono arrivate a 70 le denunce di violenza sessuale a carico di pubblici ufficiali, come emerge dal durissimo rapporto di Amnesty International sull’azione delle forze di sicurezza sotto il comando del presidente Piñera, accusate di ricorrere alla violenza – fino alla repressione indiscriminata, al pestaggio selvaggio, alla tortura, allo stupro, all’omicidio – per dissuadere i manifestanti dal partecipare alle proteste. 

E mentre si attende il rapporto dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, la cui équipe ha concluso venerdì la sua visita ufficiale, è chiaro che le violente azioni repressive delle forze dell’ordine – durante le quali oltre 2300 persone sono state ferite (1400 per colpi di arma da fuoco) e 220 hanno subito gravi traumi agli occhi – non servono di certo a rendere più credibile l’accordo sul plebiscito per una nuova Costituzione raggiunto da tutte le forze politiche (ad eccezione del Partido Comunista e di quello Humanista).
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Claudia Fanti

Fonte: Il Manifesto

lunedì 28 ottobre 2019

Cile - Continuano le manifestazioni di protesta, la repressione con sparizioni, torture, donne violentate dai Carabineros

Pacelink
Come ormai risaputo, il Cile si trova da diversi giorni in Stato di emergenza e i media ufficiali starebbero occultando gli abusi della polizia infiltrata
Patricia è una psicologa di 46 anni, vive a Santiago del Cile ed è grata di poterci raccontare quello che sta accadendo nel suo paese. Molte delle donne che sono state arrestate risultano tuttora disperse:“Proprio come sotto la dittatura, madri disperate vanno cercando i propri figli e figlie per i tribunali. Fra gli scomparsi vi sono diversi minorenni”.

Patricia racconta che, nel Cile di Piñera, le persone vengono sequestrate, fatte salire a bordo di camion e che molti loro famigliari ne ignorano la destinazione. Stanno già circolando immagini di incendi dove si riescono a distinguere cadaveri, che il circo mediatico vorrebbe far passare per sciacalli : “Abbiamo visto i video di come gettano via i corpi. Siamo tutti convinti che si tratti delle vittime, li stanno gettando al fuoco per cancellare ogni traccia”.

Funzionari dell’Istituto Nazionale per i Diritti Umani del Cile hanno tentato ieri di entrare nell'ospedale Posta Central di Santiago, uno dei maggiori centri di riferimento della sanità pubblica del paese. Hanno trovato le porte sbarrate con le catene, non riuscendo quindi ad entrare: “Non sappiamo cosa stia succedendo, ma il sistema sanitario sta iniziando a fermarsi, così come i lavoratori portuali: è come essere in guerra” aggiunge Patricia.

Chi ha vissuto la dittatura di Pinochet adesso ha molta paura a uscire per strada. Nel comune di San Bernardo, a sud della capitale, sono state fatte irruzioni nelle scuole e sono state sequestrate bambine e adolescenti. Nelle strutture sanitarie giungono notizie di lesioni a seguito di violenze sessuali su molte di queste ragazze.

Le donne che sono state arrestate a Santiago del Cile sono state denudate davanti al personale maschile e persino palpeggiate nella zona genitale. Patricia ci racconta che “gli hanno messo la punta del fucile nella vagina con minacce di stupro e morte”.


Fonte: Agencia de Noticias de Comunicación Alternativa y Popular - 22 ottobre 2019


Juliana Miceli

lunedì 19 novembre 2018

Cile. Ucciso dai corpi speciali Camillo Catrillanca, nuovo abuso contro del popolo mapuche

Il Manifesto
Proteste a Santiago per la morte di Camillo Catrillanca, a cui i carabinieri del corpo antiterrorismo hanno sparato alle spalle mentre guidava il suo trattore. Si aggiunge un nuovo capitolo, l'ennesimo, alla storia di violenza e abusi nei confronti del popolo mapuche. 



L'ultima vittima, appena 24enne, era un weichafe (un "guerriero" della causa mapuche) della comunità di Temucuicui, a Ercilla, nell'Araucanía: Camillo Catrillanca - questo il suo nome - era il nipote di Juan Segundo Catrillanca, lonko (guida) della comunità, e figlio di Marcelo Catrillanca, storico attivista per i diritti indigeni.

Il 14 novembre Camillo stava a bordo del suo trattore accanto a un adolescente, di ritorno dai campi, quando il Comando Jungla - il corpo antiterrorista dei carabinieri cileni - gli ha sparato alla nuca, nel quadro di un'operazione scattata in seguito al furto di tre veicoli nella zona. 

La reazione del ministro dell'Interno Andrés Chadwick è stata quella che ci si poteva attendere: quanto accaduto non è che "un episodio di delinquenza comune, senza alcun nesso con il cosiddetto conflitto mapuche". Secondo le autorità, insomma, Camilo Catrillanca sarebbe stato coinvolto nel furto di auto e poi raggiunto da un proiettile durante lo scontro a fuoco tra i ladri e i carabinieri.

Non ha però spiegato, il ministro, come mai il giovane mapuche sia stato colpito alle spalle, né, soprattutto, per quale ragione un comando speciale con compiti di antiterrorismo si occupasse di un reato comune. Per non parlare del controverso ruolo del corpo dei carabinieri, addestrato in Colombia e poi spedito nell'Araucanía dal governo di Sebastián Piñera come se la realtà del narcotraffico e dei paramilitari colombiani possa essere anche solo lontanamente paragonata a quella della regione più povera del paese.

Subito smentito è stato anche l'intendente dell'Araucanía Luis Mayol, che aveva accusato Catrillanca di avere "precedenti per ricettazione di veicoli rubati", malgrado la fedina penale del giovane comunero, come ha dimostrato il deputato socialista Leonardo Soto, dicesse tutt'altro. La morte di Camilo, che lascia una figlia di 6 anni e una moglie incinta, va così ad aggiungersi a un lungo elenco di vittime, come Alex Lemum, Matias Catrileo, Mendoza Collio, tutti giovanissimi, assassinati durante l'occupazione di terreni rivendicati dalle loro comunità.

Solo briciole dei 5 milioni di ettari usurpati dallo Stato cileno e rivenduti all'oligarchia o alle multinazionali, di cui i mapuche esigono la restituzione, insieme al riconoscimento della propria identità culturale e al risarcimento per il genocidio realizzato durante più di 150 anni nel sud del Cile e dell'Argentina, il Wallmapu, il Paese Mapuche dalla terra fertile e generosa.

E se il nuovo omicidio ha scatenato un'ondata di proteste nel paese (giovedì, a Santiago, la storica Plaza Italia si è riempita di manifestanti contro il governo), la promessa del ministro dell'Interno di investigare sull'accaduto - fondamentale sarà la testimonianza dell'adolescente che era accanto a Catrillanca sul trattore - andrà probabilmente ad aggiungersi a tutte le altre promesse mancate.
Claudia Fanti

martedì 6 giugno 2017

Cile. I cento anni di padre Aldunate, il «gesuita operaio» attivista dei diritti umani

Avvenire
Maestro dei novizi, provinciale, falegname, attivista per i diritti umani: l'impegno di padre José Aldunate per la giustizia del Regno. «Mi interessa la vita eterna. Che comincia quaggiù»


«Dato che ho scelto di concentrarmi sulla vita eterna, l’idea della morte non mi spaventa, anzi. Sono nelle mani di Dio, quando Lui vorrà chiamarmi…». A cento anni compiuti oggi, padre José Aldunate non ha mutato opinione. Ora come a 17 anni, quando è entrato nella Compagnia di Gesù, il sacerdote è convinto che solo la vita eterna conti. Quest’ultima, però, precisa «comincia quaggiù. Per questo, do’ importanza a quanto accade sulla terra. 

La politica mi ha sempre appassionato, l’evoluzione del Cile e del mondo. Però, tutto ciò, lo vedo alla luce dell’eternità, sub lumine aeternitatis. In questa luce, i fatti si comprendono meglio». Un insegnamento che padre José ha appreso da un altro gesuita, San Alberto Hurtado, di cui è stato stretto collaboratore tra il 1950 e il 1952. All’epoca, padre Hurtado si occupava della Acción sindical chilena. «Dato che avevo fatto la tesi sul rapporto tra economia e morale, il provinciale mi ha chiesto di affiancarlo», racconta padre Aldunate nella propria autobiografia. 

E aggiunge: «Padre Hurtado era un uomo dalla straordinaria carità. Eppure aveva compreso che quest’ultima non era cruciale. Il centro era la giustizia. La società doveva cercare la giustizia, che va oltre la carità». Tale consapevolezza ha portato il “teologo Aldunate” – maestro dei novizi, provinciale, docente universitario – a impegnarsi per dieci anni, tra il 1973 e il 1983, come sacerdote operaio. «Non ho mai, però, abbandonato l’insegnamento. Ero un operaio che dava lezioni di Teologia morale. Non lo facevo più solo in teoria ma nella realtà quotidiana». 
Nel lavoro manuale come falegname, padre José dice di aver scoperto «la prospettiva operaia della vita. Che è diversa di quella di sacerdote chiuso in parrocchia. Tuttora mi definisco un “gesuita operaio”».
La dittatura e la difesa della dignità umana

Padre Aldunate ha iniziato l’impiego in falegnameria il 10 settembre 1973. Il giorno successivo c’è stato il golpe del generale Augusto Pinochet contro il presidente Salvador Allende. Sono la realtà della dittatura e della repressione a spingere padre Aldunate in prima linea per la difesa dei diritti umani, insieme a molti altri esponenti della Chiesa cilena, tra cui l’arcivescovo di Santiago, il cardinale Raúl Silva Henriquez. 

Padre José ha aiutato i perseguitati a scavalcare la recinzione della nunziatura e delle ambasciate straniere per sfuggire agli aguzzini. E, insieme ad altri sacerdoti, ha dato vita a una rivista clandestina per denunciare i crimini del regime. Ma soprattutto, dal 1983, già anziano, padre José è diventato il rappresentante del Movimiento contra la tortura Sebastián Acevedo. 

Impegno per cui, l’anno scorso, ha ricevuto il prestigioso Premio per i diritti umani. «Nel settembre ’83 abbiamo fatto la prima manifestazione. Siamo andati di fronte a un centro clandestino di tortura, in avenida Borgoño, e vi abbiamo appeso sopra un cartello: “Qui si tortura”». Il compito di padre José non è stato facile. Il sacerdote ne ha assunto la direzione perché, dato il ministero e l’età, aveva meno probabilità di essere arrestato. «Mi è toccato farlo e non è stato semplice. 

Dovevo controllare che il movimento si mantenesse fedele alla linea di lotta pacifica. Noi praticavamo la non violenza attiva, in linea con i valori evangelici». Con il ritorno della democrazia, padre Aldunate ha continuato ad abbinare allo studio, un forte impegno per i diritti dei poveri. Anche ora, centenario e ormai cieco, il “gesuita operaio” non smette di pensare a quella vita eterna che comincia quaggiù, con la giustizia del Regno. «Sono stato felice – dice – perché ho cercato di seguire il cammino di Dio. L’unico in grado di dare pace, sicurezza, felicità».

Lucia Capuzzi