Pagine

Visualizzazione post con etichetta Croazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Croazia. Mostra tutti i post

lunedì 13 dicembre 2021

Non fa notizia! Migranti confine Croazia-Slovenia - Bambina di 10 anni trascinata via dalla corrente del fiume dalle braccia della madre. Ritrovato il corpo

Avvenire
La bambina, 10 anni, era sulle spalle della mamma mentre cercava di attraversare il fiume di confine ed è stata trascinata via dalla corrente. In salvo altri tre figli.
Le operazioni di salvataggio della donna turca che guadava il fiume tra Croazia e Slovenia
Foto polizia slovena, fotogramma di un video

È stato ritrovato il corpo senza vita della bambina di 10 anni travolta ieri dalla corrente del fiume Dragogna, al confine tra Slovenia e Croazia, che cercava di attraversare con la madre e i tre fratelli. Ne ha dato notizia la polizia croata, come riferito dall'agenzia Hina.

Il ritrovamento del corpo della bambina di nazionalità turca, ha riferito la polizia istriana, è avvenuto intorno alle 12.30 di oggi a circa 400 metri dal luogo della scomparsa. Le ricerche da parte di poliziotti sloveni e croati e di squadre di sommozzatori erano iniziate ieri immediatamente dopo che la piccola era stata strappata alle braccia della madre dalla corrente del fiume in piena.

La tragica scomparsa nel fiume di confine
Una madre e i suoi figli sfidano la piena del fiume Dragogna, al confine tra Croazia e Slovenia, nell'ultima tappa del loro disperato percorso migratorio dalla Turchia verso il cuore dell'Europa. I primi due, il maggiore di 18 anni e il più piccolo di 5, riescono ad attraversare il confine naturale tra i due Paesi. Un nipote di 13 anni aspetta ancora sul versante croato, quando la donna 47enne e la bambina di 10 anni vengono travolte dalla corrente troppo forte. Mentre la madre resta aggrappata come può al tronco di un albero nel letto del fiume, la bimba, che secondo le prime ricostruzioni era aggrappata alle sue spalle, viene trascinata via.

L'intervento dei primi soccorritori - un poliziotto croato e uno sloveno, insieme a un abitante del posto - riescono a mettere in salvo la donna, portata poi in ospedale in "cattive condizioni fisiche" con rischio di ipotermia e in stato di choc; ma della piccola, che secondo le autorità era disabile, non c'erano più tracce.

Le operazioni di ricerca, iniziate nella notte, sono proseguite stamani con la mobilitazione di una quarantina di membri delle forze di polizia locali e di squadre di sommozzatori croati e sloveni. Per pattugliare la zona, hanno spiegato le autorità locali, sono stati impiegati anche droni. A fine mattinata il tragico ritrovamento.

Migliaia di migranti sono bloccati da mesi lungo la rotta balcanica, raggiunta dal Mediterraneo orientale, e spesso rimangono accampati in tende di fortuna e case abbandonate, in una regione dove le condizioni meteo sono particolarmente rigide.

venerdì 22 gennaio 2021

Rotta Balcanica - Da 5 anni l'Europa rinnega se stessa - “Pestati a morte dai croati”. Nella foresta degli orrori dove spariscono i migranti.

La Stampa
Le guardie di Zagabria presidiano il bosco che confina con la Bosnia da dove passano i profughi. «Difendiamo la nostra frontiera». Ma nel 2020 il 90% dei respingimenti è avvenuto con la forza


Dall’inviato a Veliki Obljaj (croazia). Nessuno deve vedere quello che succede nel bosco. La neve attutisce le grida, il disgelo restituirà i cadaveri. Il 3 gennaio due ragazzini pachistani sono stati fatti spogliare dai poliziotti croati, erano qui. Via le giacche, le scarpe e anche le calze. «Adesso tornate indietro! Conoscete la strada, la Bosnia è di là». Chi prova a passare il confine viene torturato, irriso, fotografato come un trofeo, pestato, marchiato. Questo è il bosco dove da cinque anni l’Europa rinnega se stessa.

Se siamo qui è per Alì il pazzo, che non era affatto pazzo prima di dover tornare anche lui indietro a piedi nudi nella neve. Ha visto staccarsi le falangi dai piedi una dopo l’altra. La necrosi dovuta al congelamento gli saliva alle caviglie. «I poliziotti croati sono dei fascisti», ha detto seduto su una sedia davanti al ristorante «Addem» di Velika Kladusa, quando lo hanno soccorso. È nei giorni successivi che ha incominciato a sragionare, dopo il settimo tentativo fallito. Quando ha capito che non avrebbe mai raggiunto suo figlio in Germania. Lo sapeva in una parte della testa, ma si rifiutava di prenderne atto. «Salirò su un aereo, andrò in Germania, staremo insieme», ripeteva a cantilena. Alì il pazzo si opponeva all’amputazione. Stava sempre peggio. È stato suo fratello, rintracciato in un sobborgo di Tunisi, a firmare l’autorizzazione per l’operazione chirurgica. Ma gli hanno amputato i piedi quando era troppo tardi.

Se siamo qui, allora, è per Alì morto per le torture dei poliziotti croati. È per chi in questa notte ghiacciata sarà costretto a tornare indietro un’altra volta a piedi nudi. È per la donna che ha abortito per lo spavento in mezzo al bosco. Per gli annegati nel torrente Glina, di cui nessuno conoscerà mai il nome. Per chi è venuto a pregare e per la signora che ieri mattina è partita da Karlovac, perché voleva portare un po’ di cibo ai migranti. Ma i poliziotti hanno fermato anche lei, il pane è stato sequestrato e le hanno intimato di non farsi mai più vedere da queste parti.

Veliki Obljaj è un valico secondario. Non ci sono barriere doganali. Ma querce, abeti, larici, odore di resina di pino. Per arrivare servono tre ore di auto da Trieste. All’altezza di Tuposkò, in mezzo al nulla, c’è un carro armato con un cartello scritto in quattro lingue: «Grazie ai guerrieri». È un monumento che ricorda la «guerra per la patria», come la chiamano da queste parti, combattuta dal 1991 al 1995. In quel tratto la strada è una sequenza di piccole case senza intonaco e campi ghiacciati. Dopo Glina, che prende il nome dal torrente, un cartello indica verso destra il passaggio per la Bosnia. La salita è stretta, la zona scollegata per chilometri dalla rete telefonica. In cima c’è un pianoro, dalla cui sommità si può osservare l’orizzonte. Ecco quello che si scopre: tutto si rassomiglia. La frontiera è invisibile. Il confine è il bosco. Ma qui è ancora Europa, mentre quella al fondo della vallata è la Bosnia. L’altro mondo.

Veliki Obljaj è un villaggio costituito di poche case disabitate e in rovina. Solo da quattro comignoli esce un po’ di fumo. Sono cortili circondati da cani randagi che hanno paura di tutto. Il primo cittadino europeo si chiama Stanko Lončar, ha sempre vissuto facendo il contadino. Viene a salutare con il bastone. «I migranti? Li vedo passare nelle tempeste e nel gelo, arrivano sotto la pioggia con i loro bambini. Non hanno mai fatto del male, la porta del mio cancello è sempre aperta».

Oltre al bosco, dall’altra parte della frontiera invisibile, ci sono i centri di raccolta della Bosnia. Le case abbandonate di Bihac piene di persone abbrutite, la tendopoli di Lipa che stanno ricostruendo dopo l’incendio, il centro Miral e il «campo palude» di Velika Kladusa, dove uomini e cani dividono i giacigli nel fango e dove i pullman del servizio pubblico sono vietati ai migranti. La rotta balcanica si concentra davanti a questo ingresso per evitarne un altro peggiore. E cioè il passaggio in Serbia, che finisce dritto in faccia al muro alzato da Vickor Orban in Ungheria, dove milizie speciali usano i cani addestrati per la caccia agli stranieri.

Sono qui, dunque, questi ragazzi e queste famiglie, perché non hanno scelta. Meno di ventimila persone, adesso. Un piccolo flusso continuo che si origina principalmente in Pakistan, Afganistan e Iraq. Stanno iniziando ad arrivare gli aiuti spediti dall’Italia, la Croce Rossa ha portato vestiti e cibo. Ma quelli che vivono in condizioni penose in Bosnia sono gli stessi che proveranno ad attraversare il bosco in Croazia. Sono i ragazzi e le donne che il signor Stanko Lokar vede passare davanti a casa in Europa, quando non sono stati ricacciati indietro.

Oggi i poliziotti croati sono ventiquattro, tutti vestiti di nero. Divisi in due squadre, vanno giù da due versanti. Ragazzi giovani. Hanno un bavero elasticizzato che gli copre il viso fino alla bocca, ma niente mascherina. Hanno guanti, bastoni e pistole. Vanno avanti e indietro per i sentieri innevati da cui potrebbero arrivare quelli che non sono i benvenuti.

«Noi difendiamo la nostra frontiera, non siamo qui per i migranti ma per il confine della Croazia, siamo qui per la nostra patria», dice il poliziotto più alto in grado. Eppure «The Border Violence Monitoring Network» ha raccolto le testimonianze di almeno 4.340 respingimenti illegali negli ultimi due anni, mentre per il «Danish Refugee Council» sono stati 14.500 solo fra gennaio e la fine di ottobre del 2020. Sono dati sempre sottostimati. Molte storie si perdono letteralmente nel bosco. Ogni primavera svela i resti di altri cadaveri.

C’è un marchio di fabbrica dell’operato dei poliziotti croati: sono i telefoni presi a mazzate per impedire ai migranti di usare la mappa. Esiste una letteratura vastissima al riguardo, centinaia di foto tutte molto simili. Schermi frantumati, tastiere sfracellate. Ma i medici oltre la linea della frontiera vedono tornare sempre più spesso anche uomini a pezzi, ragazzi mangiati nelle gambe dai morsi dei cani da guardia della polizia, vedono crani tumefatti, schiene contuse, piedi piagati, geloni, frustate, lividi. Il dottor Mustafa Hodzic ha testimoniato anche un caso di stupro: «Un ragazzo è stato violentato da un poliziotto con un ramo». Questo succede nel bosco.

Li chiamano «pushback». Respingimenti. E sono illegali anche quando vengono eseguiti senza fare ricorso alla violenza, perché negano il diritto d’asilo. Anche l’Italia partecipa a questa catena di respingimenti. Secondo il rapporto che sta per essere pubblicato dal collettivo «Rete RiVolti», fra il primo gennaio e il 15 novembre 2020, la polizia italiana ha riammesso in Slovenia 1.240 persone. La quale Slovenia, a sua volta, ha scaricato quegli esseri umani in Croazia. Ciò che succede in Croazia è noto. Da cinque anni accade nell’indifferenza dell’Unione Europea. Nonostante le notizie precise raccolte dai volontari di «Sos Balkanroute» e «No Name Kitchen», nonostante le foto dei crani rasati e marchiati con vernice spray, testimoniati dal giornalista Lorenzo Tondo sul Guardian.

La Croazia è un Paese in cui i fantasmi della guerra sono ancora molto presenti. Restano 18 mila mine antiuomo disseminate nei boschi della zona, i cartelli mettono in guardia e segnano la strada. Nel novembre del 2019 un poliziotto ha ferito gravemente un migrante con la pistola d’ordinanza nella zona di Gorski Kotar, ma non è mai stata resa pubblica la dinamica dell’accaduto. Così come il ministro dell’Interno non ha mai aperto un’inchiesta su un caso specifico di violenza perpetuata da un suo poliziotto. «Secondo alcune testimonianze disponibili, riteniamo che in Croazia vi siano strutture utilizzate per detenzioni arbitrarie e illegali in cui sono stati segnalati atti di tortura», dice Lovorka Šošić. È la portavoce del «Centro studi per la pace» di Zagabria. Da quell’ufficio stanno cercando di denunciare ogni violenza. Gridano ma nessuno li ascolta. «Nel 2020, il 90% dei respingimenti fatti dalla polizia croata comprendeva una o più forme di abusi e torture. Abbiamo notizie di molte persone morte o scomparse lungo la rotta. I respingimenti continuano a avvenire ogni giorno. Tutto questo dovrebbe imbarazzare non solo il governo croato, ma anche i governi di tutti gli altri Stati membri che stanno perpetrando respingimenti, nonché le istituzioni dell’Unione Europea che incoraggiano silenziosamente queste pratiche illegali. L’Unione Europea da tempo chiude un occhio».

Ciò che succede nel bosco non si deve vedere. Ma si sa. Gli europei sono quelli che mandano le coperte in Bosnia, e sono anche quelli che bastonano in Croazia.

È sera. I poliziotti fanno il cambio turno. Ha ricominciato a nevicare e tutti i sentieri al confine sono di un bianco perfetto, immacolato.

Nicolò Zancan

domenica 10 gennaio 2021

Rotta Balcanica - Croazia. Poliziotti a caccia di migranti (tra neve e mine): «Ce lo chiede l'Europa»

Avvenire
«Nessuno di questi vuole fermarsi in Croazia, ma noi dobbiamo fermarli». Sulla rotta balcanica, tra i disperati in fuga dalle guerre (provocate anche dall'Occidente e dai suoi alleati)
Una famiglia di migranti catturata dalla polizia croata 
in una zona boscosa disseminata di mine - Maso Notarianni

La cronaca di un’altra emergenza umanitaria annunciata comincia dalla bufera di neve che per il terzo anno di fila ha quasi sepolto i campi profughi sul confine tra Bosnia e Croazia, trasformati in una trincea d’altri tempi. Pochi tra i migranti bloccati a Bihac e Velika Kladusa si azzardano a sfidare il manto bianco che poco più in là nasconde trappole mortali.

La maggior parte dei tremila accampati, tra cui i 1.200 in cerca di una sistemazione dopo l’incendio nel campo di Lipa, prima di ritentare i 300 chilometri di cammino verso l’Italia attenderanno che le temperature tornino sopra lo zero. Qualcuno però sfida la sorte, nella speranza che anche le guardie croate abbiano freddo.
[...]
Secondo l’accusa, «gli uomini in divisa nera hanno picchiato, umiliato e respinto le vittime dal territorio della Repubblica di Croazia fino alla Bosnia–Erzegovina».

Fonti del ministero dell’Interno hanno reagito sostenendo che potrebbe trattarsi di “civili armati” che sfuggono al controllo della polizia. Intanto l’ufficio del difensore civico presso la Commissione Ue ha avviato il 20 novembre una indagine per accertare se vi siano state omissioni o comportamenti illegali da parte delle polizie sui confini di Italia, Slovenia e Croazia, finalizzati al respingimento verso la Bosnia.

«Nessuno dei migranti è intenzionato a fermarsi in Croazia», ammette un poliziotto al posto di controllo di Veliki Obilaj. «Però dobbiamo fermarli lo stesso per proteggere i nostri confini. Sono gli ordini – dice –. E poi ce lo chiede l’Europa».

Nello Scavo - Inviato a Bojna (confine Croazia–Bosnia)

martedì 17 novembre 2020

Amnesty - Inchiesta dell’Ue: complicità europea nella violenza della Croazia contro migranti e rifugiati lungo la rotta balcanica

Amnesty Italia
L’Ufficio del difensore civico europeo ha annunciato, su sollecitazione di Amnesty International, l’apertura di un’inchiesta sulle possibili responsabilità della Commissione europea nel mancato rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati da parte delle autorità della Croazia, nel corso di operazioni di frontiera finanziate dall’Unione europea.


“In questi anni Amnesty International e altre organizzazioni hanno denunciato numerose violazioni dei diritti umani, tra cui pestaggi e torture, di migranti e rifugiati da parte delle forze di polizia croate, i cui stipendi sono in parte pagati dall’Unione europea. Dunque, è importante che si accerti perché la Commissione europea continui a consentire che i suoi fondi siano utilizzati senza pretendere il rispetto dei diritti umani”, ha dichiarato Eve Geddie, direttrice di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

“Proseguendo a finanziare operazioni del genere e dando via libera all’accesso della Croazia all’area Schengen, la Commissione viene meno al dovere di controllare come venga utilizzata l’assistenza europea e fa capire che gravi violazioni dei diritti umani possono andare avanti senza sollevare obiezioni”, ha aggiunto Geddie.

Già nel settembre 2020, la Commissione aveva ignorato le denunce di violazioni dei diritti umani da parte della polizia croata.
Amnesty International aveva anche rivelato che la Commissione aveva evitato di istituire un Meccanismo indipendente di monitoraggio che avesse lo scopo garantire che le misure adottate dalla Croazia lungo i propri confini, in larga parte finanziate dai fondi di emergenza all’assistenza dell’Unione europea, rispettassero i diritti umani.

Dal 2017 la Croazia è beneficiaria di oltre 108 milioni di euro del Fondo Asilo, migrazione e integrazione e ha ricevuto altri 23,3 milioni di euro dai fondi di emergenza destinati all’assistenza. Dallo stesso anno, le organizzazioni per i diritti umani denunciano pestaggi, distruzione dei beni personali e trattamenti umilianti (come l’obbligo di togliersi vestiti e scarpe e camminare per ore sulla neve o sui letti ghiacciati dei fiumi) ai danni di donne e uomini migranti, anche molto giovani.

venerdì 6 dicembre 2019

Migranti - Emergenza umanitaria lungo la rotta balcanica. Sono migliaia al freddo e al gelo. Condizioni disumane dentro il campo profughi di Vucjak in Bosnia.

Rai News 24
Nonostante le richieste di trasferimento prima dell'arrivo dell'inverno, centinaia di migranti sono ancora bloccati in una tendopoli improvvisata vicino a Bihac nella Bosnia nordoccidentale mentre un'ondata di gelo e neve imperversa sulla regione.

Con le tende che si piegano sotto il peso della neve, i migranti nel campo di Vucjak vicino alla città bosniaca di Bihac accendono fuochi e si avvolgono i coperte per cercare di rimanere asciutti e al caldo. 

Dall'interno delle tende dove il fumo dei fuochi accesi appesantisce l'aria si sentono i colpi di tosse. Fuori dalle tende, l'accampamento è un pantano e i migranti, alcuni con le ciabatte, camminano nel fango. "Questo posto non va bene", dice Tisham Hadi, 21 anni del Pakistan. 

"Nella mia tenda non ho nemmeno lo spazio per dormire." Le istituzioni internazionali e le organizzazioni umanitarie hanno ripetutamente chiesto che il campo di Vucjak fosse chiuso. 

Non ha strutture e si trova in una ex discarica presso un ex campo minato della guerra in Bosnia del 1992-95. Le autorità di Bihac hanno allestito il campo in emergenza per accogliere migliaia di persone rimaste bloccate nel Paese balcanico mentre cercavano di raggiungere Europa occidentale. 

La maggior parte dei migranti si accalca nell'angolo nord-occidentale della Bosnia perché confina con la Croazia, Stato membro dell'Unione Europea. Arrivano lì dopo aver viaggiato attraverso la cosiddetta rotta dei Balcani dalla Grecia, attraverso la Macedonia del Nord, la Bulgaria, la Serbia e il Montenegro. 

Gli operatori umanitari avvertono che i migranti saranno in pericolo di vita se rimangono nel campo di Vucjak durante l'inverno. Dragan Mektic, ministro dell'Interno bosniaco, ha annunciato che la nuova struttura per i migranti vicino a Sarajevo non sarà pronta prima di 20 giorni. Hadi racconta che ha cercato di andare in altri due campi di migranti a Bihac, messi meglio di Vucjak, ma che non c'era posto.

Photo gallery Rai News 24

domenica 20 ottobre 2019

Migranti - Rotta Balcanica - Denunce di respingimenti illeciti, uso della forza, sequestri ingiustificati e umiliazioni in particolare da parte della polizia croata

AnsaMed
Zagabria - Una coalizione di organizzazioni non-governative basate in Italia, Croazia, Serbia e Macedonia del Nord, che raccoglie gruppi per la difesa dei diritti dei migranti, ha denunciato oggi la "sempre più frequente pratica sulla rotta migratoria balcanica dei respingimenti illeciti a catena", da un Paese all'altro.

Secondo un comunicato diffuso oggi a Zagabria, "i migranti sono esposti a respingimenti illeciti ogni giorno, spesso con l'uso della forza, sequestri dei loro averi, maltrattamenti e umiliazioni". 

Le statistiche in possesso delle ong mostrano che a migliaia di migranti viene negato il diritto di chiedere asilo e che in molti casi vengono respinti e trasportati da un Paese all'altro, per finire spesso in Grecia.

Molti dei migranti che sono riusciti a ottenere la protezione umanitaria o lo status di richiedente asilo in Italia, avrebbero poi testimoniato di abusi e maltrattamenti che hanno subito sulla rotta balcanica, in particolare da parte della polizia croata.

giovedì 12 settembre 2019

Confine con la Croazia - Violenze, soprusi e respingimenti: il “gioco” pericoloso dei migranti sulla rotta balcanica

RomaSette
Lo chiamano il “game” il tentativo di passare le frontiere ma la maggior parte viene respinta dalla Croazia, anche con la forza. «Qui non abbiamo niente»

Seduto per terra, i piedi fasciati, il volto sfregiato, Karim si alza la maglia e mostra i lividi dietro la schiena: «Polizia, polizia» prova a dire in italiano. Originario del Marocco, ha vissuto qualche anno in Italia, per poi tornare nel suo Paese d’origine quando la madre si è ammalata. Ora per tentare di nuovo la fortuna in Europa ha preso un aereo per la Turchia e poi, passando per la Grecia e la Serbia, è arrivato fino a Velika Kladusa, cittadina a pochi chilometri dalla frontiera croata, e punto nevralgico, insieme a Bihac, per chi transita sulla rotta balcanica.

In tutto, secondo le ultime stime del governo centrale, sono almeno 21mila le persone arrivate in Bosnia dall’inizio dell’anno: alcuni sono riusciti a passare, altri restano bloccati, circa 5mila si trovano ora nel cantone Una-Sana. La maggior parte arriva dall’est: Afghanistan, Pakistan, India e Iraq. Ma negli ultimi mesi sono aumentati anche i maghrebini che tentano una via alternativa a quella del Mediterraneo centrale. Proprio come Karim e Moussa, che insieme ad altre centinaia di persone stanno tentando di raggiungere i Paesi del nord Europa, passando via terra.

Sulla rotta balcanica si arriva dalla Turchia o dalla Grecia per poi risalire attraverso la Bulgaria, la Serbia o l’Albania. Ma è in Bosnia che il percorso per tanti si interrompe: il Paese sta diventando, infatti, la nuova porta d’Europa. Chi prova a passare viene quasi sempre respinto dalla vicina Croazia. È stata la stessa presidente Kolinda Grabar-Kitarović, ad ammettere in un’intervista il pugno duro al confine, dicendo che il capo della polizia e il ministro degli Interni le hanno assicurato di non aver «fatto un uso eccessivo della violenza» ma sottolineando anche che per respingere i migranti «un po’ di forza» è necessaria. Secondo le testimonianze dei migranti, la Croazia non permette di fare domanda d’asilo nel Paese neanche a chi ne fa esplicita richiesta.

Eppure chi arriva qui non è disposto ad arrendersi: lo chiamano il “game” il tentativo di arrivare fino all’Italia superando le tre frontiere più difficili (Bosnia- Croazia, Croazia-Slovenia e Slovenia-Italia). In macchina ci vogliono circa tre ore e mezza da Trieste, a piedi dieci giorni di cammino, in mezzo alla foresta, con il rischio di essere attaccati da animali selvatici o fermati dalla polizia e respinti. 

Per poi ricominciare da capo, proprio come in un videogioco. Nei fatti, però, sono pochi a tagliare il traguardo e tanti a tornare al punto di partenza, portandone i segni sul corpo. Le violenze, infatti, sono sistematiche e continue. «Ho provato e riprovato sette volte – racconta Samah, originario dall’India, fuori dal centro di accoglienza Miral -. Ma i problemi sono tanti, specialmente con le autorità croate. Non hanno pietà di noi, ci prendono tutto e ci picchiano per evitare che riproviamo ancora. L’ultima volta mi hanno preso il cellulare, la borsa, i vestiti e le scarpe», racconta, mostrando le fasciature sui piedi, ancora pieni di cicatrici. Anche Fouad ha ricevuto lo stesso trattamento, pur avendo tentato almeno dieci volte. Ora dorme per terra, fuori dal centro. Il Miral, un ex complesso industriale che ha la capienza massima di 800 persone, è stato aperto a settembre per ospitare i migranti in transito. È gestito dall’Oim ed è in sovraffolamento. «Siamo senza cibo, senza vestiti, senza niente – aggiunge -. Quando ho provato a passare il confine c’è stata una colluttazione con la polizia croata – dice mostrando una cicatrice sul braccio destro -. Sono tornato indietro ma qui non c’era più posto, quindi sto aspettando fuori di poter rientrare. L’alternativa è riprovare il game. Non ho un documento di identità solo uno stay paper da quattro mesi, ma serve solo per stare qui».

A chi riesce a entrare nei centri viene dato un foglio che serve per la registrazione. Quasi nessuno ha intenzione di fare richiesta d’asilo in Bosnia. Nel Paese i rifugiati riconosciuti dalla guerra sono in tutto 80. Per chi volesse comunque tentare la formalizzazione dell’asilo è necessaria una residenza formale, che può essere richiesta anche in alcuni centri governativi. I pochi che hanno formalizzato la procedura d’asilo nel cantone Una-Sana hanno ricevuto una carta gialla e devono poi sostenere due interviste con la Commissione a Sarajevo. La maggior parte, però, non alcuna intenzione di fermarsi nel Paese, che ha un’economia in recessione e tassi di disoccupazione altissimi. Per questo l’unico tentativo è provare a passare la frontiera, a ogni costo.

Dal 2016 un gruppo di ong sta monitorando i respingimenti illegali e le violenze ai confini, con una serie di report dettagliati sul sito Border violence. L’ultimo respingimento al confine, documentato, risale al 17 agosto scorso e riguarda un gruppo di 84 persone, tra cui 11 minori non accompagnati. Sono stati tutti portati alla stazione di polizia in Croazia ma non gli sono state prese le impronte né è stato possibile formalizzare la richiesta d’asilo. Dopo una notte alla stazione, sono stati caricati su un pullman, arrivati al confine con la Bosnia la polizia ha aperto il vano posteriore e ha fatto scendere le persone. Gli oggetti personali dei migranti (vestiti, scarpe, cellulari) sono stati raccolti insieme e dati alla fiamme. Stando ai racconti dei migranti, quella di deprivarli di tutto sarebbe una pratica diffusa, che viene utilizzata per dissuadere le persone dal riprovare ancora. «Il fuoco hanno accesso – dice Akim, originario della Siria -; quando ho visto il cellulare andare in fiamme sono scoppiato in lacrime: era l’unica cosa che mi teneva in contatto con la mia famiglia. Ora sto qui, dormo per terra, non ho più nulla: indietro non posso tornare, avanti è impossibile andare. Riproverò ancora finché avrò forza». 

Eleonora Camilli

giovedì 18 luglio 2019

Migranti - La UE in Croazia realizza espulsioni di massa in Bosnia e Serbia, territori extra-UE

L'Espresso
Un'inchiesta-reportage dell'Espresso in edicola da domenica e già online su Espresso+ rivela le espulsioni di massa effettuate di notte dalla polizia di Zagabria. Una pratica che viola tutte le regole dell'Unione ma che, paradossalmente, viene effettuata con i soldi di Bruxelles. 


L'Unione Europea ha deportato illegalmente oltre i propri confini migliaia di profughi, rispedendoli verso Paesi extra Ue come Serbia e Bosnia. Una pratica che continua anche in queste settimane.

A confermare quello che fino a ieri era solo un sospetto (e un atto di accusa di Amnesty International) ci sono ora diverse testimonianze, tra cui quella del sindaco della città bosniaca di Bihac, Šuhret Fazlic, oltre a quella di un ufficiale della polizia croata che ha deciso di rivelare le pratiche illegali di deportazione collettiva.

Ciò che succede nei boschi tra Bosnia e Croazia è questo: migliaia di persone che provengono da Siria, Afghanistan e Pakistan e che hanno fatto tutta la rotta balcanica attraversano il confine della Ue entrando in territorio croato.

La Croazia, membro Ue, utilizza i fondi di Bruxelles per rimandare con la forza i rifugiati in Bosnia e Serbia. Una prassi del tutto illegale. Migliaia di persone portate via di nascosto e di notte attraverso i boschi, con i gps oscurati

A questo punto le norme della stessa Ue (tra cui il Trattato di Dublino) imporrebbero che i migranti venissero mandati negli appositi centri per l'identificazione, le impronte digitali e la richiesta dello status di rifugiati. Invece quello che accade in Croazia è che i migranti vengono prelevati e forzosamente riportati oltre la frontiera bosniaca (o talvolta serba), in violazione di tutte le norme.

I trasferimenti forzosi avvengono in camionette della polizia e molto spesso in maniera violenta, come provano le diverse testimonianze e le fotografie delle ferite degli stessi immigrati una volta riportati in Bosnia. Milena Zajovic Milka dell'Ong croata Are You Syrious sostiene che nel 2018 sono stati effettuati, secondo le loro stime, ben 10 mila respingimenti illegali oltre le frontiere Ue.

Il sindaco di Bihac, Šuhret Fazlic sostiene di aver personalmente incontrato dei poliziotti croati armati, mentre andava a caccia nei boschi fuori dalla sua città: stavano riaccompagnando con la forza in Bosnia un gruppo di 30-40 migranti. "Erano a circa 500 metri dal confine croato, sul suolo bosniaco. Mi presentai agli agenti e dissi loro che erano sul territorio bosniaco e che quello che stavano facendo era illegale. Ma fecero spallucce e si giustificarono spiegandomi che avevano ricevuto degli ordini". Un ufficiale anonimo della polizia croata spiega nei dettagli come avvengono queste deportazioni: di solito di notte e sempre di nascosto, dopo aver distrutto tutti i telefonini dei migranti per evitare che possano lasciare tracce digitali dei loro percorsi.

L'Europa sempre più piena di muri e frontiere. La Lega inzeppata di traffichini e fascisti. E il web in bilico tra libertà e privatizzazione selvaggia. Ecco cosa trovate sul numero in arrivo in edicola e sui device. E gli articoli in anteprima per gli abbonati Espresso+

Anche il difensore civico croato, Lora Vidovic, conferma la pratica delle deportazioni illegale di migranti dalla Croazia - cioè dalla Ue - verso Bosnia e Serbia. La Commissione europea ha stanziato oltre 100 milioni di euro per la Croazia negli ultimi anni, una parte significativa dei quali è stata destinata alla sorveglianza dei confini e al pagamento degli stipendi degli agenti di polizia e delle guardie di frontiera. Di fatto quindi, la stessa Ue finanzia operazioni illegali e contrarie alle norme Ue per espellere migranti che hanno diritto a chiedere lo status di rifugiati.

Barbara Matejcic


Fonte: Espresso 

mercoledì 13 marzo 2019

Migranti: Amnesty, abusi e violenze su rotta balcanica sopratutto al confine Croazia-Bosnia

AnsaMed
Zagabria - Vari governi europei "sono complici nei respingimenti sistematici e nelle persecuzioni illegali, spesso violenti" di migliaia di migranti e profughi sulla rotta balcanica, in primo luogo sul confine tra la Bosnia-Erzegovina e la Croazia. Lo sostiene oggi Amnesty International (AI) in un rapporto sul trattamento dei richiedenti asilo dal titolo "Violenze e abusi contro rifugiati e migranti lungo la rotta balcanica".


Secondo AI i governi europei stanno evidentemente dando priorità al rafforzamento dei controlli sui confini, mettendo in secondo piano il rispetto del diritto internazionale sulla protezione dei richiedenti asilo. In questo modo vengono ignorati e tollerati i comportamenti violenti della polizia croata, accusata da varie organizzazioni internazionali di sistematici respingimenti illeciti e abusi. Inoltre i consistenti aiuti finanziari dati negli ultimi anni alle forze dell'ordine croate da parte dell'Ue, rappresenterebbero per Amnesty International un appoggio diretto a tali operazioni illegali e agli abusi, che contribuiscono ad "alimentare ulteriormente la crisi umanitaria sulla rotta balcanica". "Gli aiuti umanitari sono molto inferiori a quelli per la sicurezza dei confini", ha sottolineato Massimo Moratti, responsabile per la ricerca nell'ufficio europeo di AI.

Il rapporto cita numerosi esempi di abusi e violenze subite dai migranti. "Mentre queste persone continuano a fuggire dalle guerre - sostiene AI - la polizia croata le sottopone a violenze fisiche, a volte privandole dei loro averi per poi respingerle in Bosnia, dove si ritrovano in un limbo, alla mercé del sistema disfunzionale sull'asilo vigente in quel Paese". Inoltre, tramite la Croazia verrebbero respinti illegalmente in Bosnia anche migranti fermati in Italia e in Slovenia.

In Bosnia, nei campi situati ai confini con la Croazia, in questo momento si trovano "confinati circa 5.500 migranti, in condizioni igieniche precarie, senza acqua calda o assistenza medica". Secondo Amnesty International gli abusi e le violenze "sembrano far parte di una politica sistematica e deliberata delle autorità croate al fine di scoraggiare futuri tentativi di entrare nel paese". A causa di ostacoli burocratici, di un'assistenza legale inadeguata e della limitata capacità delle autorità della Bosnia-Erzegovina, ai richiedenti asilo non resta che tentare di raggiungere la zona Schengen, di solito la Slovenia e l'Italia, attraverso un percorso pericoloso e difficile. Sono costretti, spesso a piedi, ad attraversare il confine montuoso tra la Bosnia e la Croazia, fitte zone boschive e fiumi impetuosi, a volte anche campi minati. Il rapporto sostiene che nei primi dieci mesi dello scorso anno "almeno dodici persone sono annegate, soprattutto attraversando il confine sloveno-croato". Decine di altre avrebbero perso la vita in altri modi.

mercoledì 24 ottobre 2018

200 profughi dalla Bosnia sfondano cordone di polizia al confine croato, 2 feriti

ANSAmed
Sarajevo - In Bosnia-Erzegovina circa duecento migranti hanno sfondato un primo cordone di polizia di fronte al valico di confine croato di Maljevac, a Velika Kladusa (nordovest), e il passo di confine è bloccato.


Secondo fonti giornalistiche sul posto, almeno due migranti sono rimasti feriti. Sul luogo degli incidenti è arrivato anche un elicottero con a bordo unità speciali della polizia croata.

domenica 26 agosto 2018

Rotta balcanica: migranti derubati e picchiati dalla polizia croata e respinti in Bosnia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Rifugiati che attraversano la Bosnia "picchiati e derubati dalla polizia croata"
I migranti parlano anche di telefoni danneggiati di essere stati umiliati,  ma le autorità croate negano le accuse.

Foto: Brigitta Mayer
I fortunati sono riusciti a fuggire con solo i loro telefoni cellulari distrutti. Quelli meno fortunati dicono di essere stati picchiati con bastoni, umiliati o attaccati con i cani non risparmiando neanche i bambini. Molti sostengono di essere stati derubati di ingenti somme di denaro.

Secondo la testimonianza dei migranti e dei gruppi di monitoraggio, le forze di polizia croate si stanno svolgendo in una sistematica campagna di violenza e di saccheggio contro migranti e rifugiati che tentano di trovare una strada verso l'Europa occidentale attraverso il paese.

Il Guardian ha parlato con dozzine di uomini nelle città di frontiera bosniache di Velika Kladuša e Bihać, che hanno dichiarato di essere stati vittime di violenze per mano della polizia croata dopo l'ingresso nel paese. 

La maggior parte delle donne intervistate ha dichiarato di non essere state prese di mira, ma di aver assistito ad attacchi nei confronti di uomini nei loro gruppi, anche se una minoranza di donne ha dichiarato di essere stata picchiata o perquisita.

ES

Fonte: 
The Guardian - Refugees crossing from Bosnia 'beaten and robbed by Croatian police'

mercoledì 16 maggio 2018

Croazia, si riapre la rotta balcanica: in arrivo 60 mila migranti. Il paese si attrezza per bloccarli alla frontiera.

Il Piccolo
Presenti nell’area tra Albania e Grecia, pronti a spostarsi verso nord. Sessanta nuovi fuoristrada alla polizia croata. La Slovenia segnala i punti deboli


Zagabria - Mentre l’Europa sta, come al solito, a guardare il problema dei profughi lungo la cosiddetta rotta balcanica si sta repentinamente aggravando. Cambiato il percorso che ora si snoda da Grecia a Albania, attraversa il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina per arrivare in Croazia, quasi 60 mila rifugiati premono per entrare in Occidente. Le fonti sono quelle della polizia della Croazia che è stata posta in massima allerta per cercare di essere pronta a fronteggiare quella che qui tutti si aspettano come una prossima ondata di migranti, soprattutto adesso che stiamo andando verso l’estate.

Le autorità croate pongono la massima attenzione lungo il confine con la Bosnia-Erzegovina. «Qui, se trovano un punto debole saranno guai», mette in guardia una fonte anonima del ministero degli Interni croato. E così sette dipartimenti di polizia, il Sisasčko-Moslavačko, il Karlovačko, il Ličko-Senjisko, lo Zadarsko, il Šibenisko-Kninsko, lo Splitsko-Dalmatinsko e il Dubrovačko-Neretvansko hanno ricevuto l’ordine di intensificare al massimo i controlli lungo il confine con la Bosnia-Erzegovina. Sebbene la situazione attuale non possa essere paragonata a quella di due anni fa, questa resta comunque molto seria anche perché in Bosnia-Erzegovina negli ultimi mesi sono arrivati circa cinquemila rifugiati il cui unico obiettivo è quello di entrare in Croazia (confine esterno Ue) per trasferirsi poi, attraverso Slovenia e Austria nell’Europa occidentale.

Per il momento non c’è un arrivo massiccio in Croazia anche perché, come spiegano fonti della polizia allo Jutarnji List di Zagabria, piccoli gruppi stanno cercando di individuare un punto debole nel confine tra Croazia e Bosnia per poter entrare in Europa. 

E se lo trovassero, immediatamente l’esodo verso Nord-Ovest diventerebbe di massa. E Zagabria brutte figure non se le può né se le vuole permettere visto che a fine anno vuole assolutamente fare il proprio ingresso nell’Area Schengen per cui deve dimostrare di essere in grado di “difendere” i confini esterni dell’Ue. E, non a caso, il governo croato ha immediatamente dato il via libera all’acquisto di 60 nuovi mezzi fuoristrada per la polizia di frontiera per una spesa complessiva di quasi 1,5 milioni di euro.

Attualmente i punti più vulnerabili lungo il confine tra Croazia e Bosnia, come confermano anche gli esperti della polizia di frontiera della Slovenia, sono quelli nelle aree di Cazin e Velika Kladuša. Polizia slovena che conferma come attualmente nella zona compresa tra la Grecia e l’Albania ci siano tra i 50-60 mila migranti che come unico fine hanno quello di arrivare in Europa. Secondo Slobodan Ujić, direttore del Dipartimento dei servizi esteri, nei primi dieci giorni di questo mese circa 100 migranti sono entrati quotidianamente in Bosnia-Erzegovina. Si tratta di gente proveniente da Siria, Libia, Afghanistan, Palestina, Pakistan, Algeria, Marocco, Iraq, Turchia, Iran e Tunisia e attualmente in Bosnia si trovano nella zona di Velika Kladuša e di Bihać. Critica anche la situazione a Sarajevo dove recentemente è stata sgomberata una tendopoli di migranti sorta autonomamente in centro città. 

Emblematici i dati forniti dalla polizia di Lubiana. Nei primi 4 mesi di quest’anno 1.266 migranti hanno tentato di attraversare illegalmente il confine tra Slovenia e Croazia, cifra che equivale a un aumento del 280% rispetto all’anno precedente.

Per la Croazia sorge all’orizzonte anche un ulteriore problema, ossia quello del respingimento dei migranti da Slovenia e Austria, entrambi pronti a rispedire, in base agli accordi di Dublino III gli immigrati nel primo Paese comunitario in cui hanno messo piede, nel caso della rotta balcanica la Croazia per l’appunto. 

E che la situazione sia grave lo conferma anche il fatto che quello dei migranti è stato il tema principale dell’ultima riunione dei Paesi del cosiddetto gruppo di Višegrad svoltosi venerdì scorso
Mauro Manzin

mercoledì 13 dicembre 2017

Madina, la bambina afghana respinta dalla Croazia, è stata sepolta in Serbia

Corriere della Sera
Diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Medici senza frontiere, hanno documentato il respingimento di centinaia di persone con diritto di chiedere asilo. Tutti respinti dai confini europei in Croazia, Ungheria e Bulgaria. Secondo Msf, almeno sette profughi, di cui tre bambini, sono morti al confine tra Serbia e Croazia nell’ultimo anno, proprio lungo la linea dei binari tra Tovarnik e Sid. Madina riposa in pace, purtroppo non da sola.
A sei anni, uccisa sul confine dopo che la famiglia stava cercando di entrare in Europa. La guardia di frontiera li aveva respinti.


Singhiozza sulla terra ghiacciata che copre il corpo della figlia. Madina aveva solo sei anni. La sua vita se l’è portata via un treno di notte al confine tra Serbia e Croazia, mentre camminava lungo un binario sognando l’Europa. Non si dà pace Rahmat Shah Hussein, 39 anni, da due in fuga dall’Afghanistan insidiato da Isis e talebani. Era stato minacciato perché aveva lavorato per le forze americane e voleva mettere la sua famiglia al sicuro. In quattordici avevano attraversato l’Iran e la Turchia, la Bulgaria infine la Serbia. Per quasi un anno sono rimasti intrappolati in quel limbo dove sono si trovano intrappolati altri settemila migranti da quando — nel marzo del 2016 — l’Europa ha chiuso le sue porte a quanti erano in marcia dai Balcani.

Gli Hussein erano pronti per l’«ultimo miglio». Ma per passare il confine si sono dovuti dividere: i soldi per avvicinarsi alla frontiera croata in taxi non bastavano per tutti. E hanno iniziato a farsi strada prima la moglie con Madina e altri cinque figli. Oltrepassato un campo con filo spinato — racconta la madre Muslima all’Agence France Presse — sono arrivati in Croazia, stato dell’Unione dove contavano di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

Dopo ore di cammino invece le guardie di frontiera li hanno bloccati a Tovarnik, cittadina al confine con la Serbia, e li hanno rispediti indietro. A nulla sono servite le suppliche della madre, che aveva implorato di poter almeno ripartire con la luce del giorno, per far riposare i suoi bambini, quattro sotto i dieci anni. Ma la polizia croata è stata irremovibile: li ha scortati alla frontiera, con l’indicazione di seguire i binari della ferrovia, «senza nemmeno avvisarci che di lì a poco sarebbe passato un treno» ha raccontato la donna. Stremati, al freddo e al buio pesto, Muslima e i suoi figli hanno ripreso il cammino. Fino a quel rumore sordo che si è portato via la sua bambina.

Madina è stata investita vicino a Sid, ultima cittadina in Serbia prima del confine croato. È il fratello Rashid a trovare la sorellina, sbalzata di qualche metro e coperta di sangue. Sconvolti, i familiari sono andati a chiedere aiuto alle stesse guardie croate di frontiera che li avevano respinti. Sono rimasti bloccati nella foresta per un’ora, con gli agenti che intimavano loro di aspettare la polizia serba. Nel frattempo la piccola è stata portata via da un’ambulanza: sua madre avrebbe voluto salire a bordo ma le è stato impedito. E nemmeno è riuscita a sapere dove veniva portata. I familiari vengono riuniti a Belgrado ed è qui che, due giorni dopo l’incidente, apprendono che Madina è morta.

L’indomani all’alba sono stati portati con un imam al cimitero cristiano ortodosso di Sid. «Sotterrateci con lei» ricorda di aver detto il padre, contrario a questa per la sepoltura fatta quasi di nascosto. La famiglia aveva chiesto che Madina fosse sepolta nella capitale, Belgrado, dove è presente una comunità afghana. Madina se n’è andata così, respinta illegalmente da un Paese dell’Unione europea. Ma la autorità croate hanno smentito questa ricostruzione, negano che la piccola e la sua famiglia abbiano messo piede nel loro Paese prima dell’incidente e tanto meno che le guardie di frontiera l’abbiano respinta e indirizzata verso i binari.
Alessandra Muglia

martedì 15 novembre 2016

Migranti: Serbia confine con Croazia, 130 respinti dalla polizia serba che usa i manganelli

AnsaMed
Belgrado - Sono stati respinti i circa 130 migranti giunti a piedi da Belgrado e che da ieri sera sostano all'aperto a ridosso del confine fra Serbia e Croazia a Sid, dopo aver tentato oggi di forzare il cordone di poliziotti serbi e di avvicinarsi alla linea di frontiera con l'intenzione di passare in Croazia. Gli agenti hanno fatto uso di manganelli.

Immigrati al confine tra Serbia e Croazia
Dalla 'terra di nessuno' i migranti sono stati fatti indietreggiare di circa 300 metri, in territorio serbo. Dall'altra parte del confine è stato rafforzato il pattugliamento da parte delle guardie di frontiera croate. 

Le autorità di Zagabria hanno detto a più riprese che non consentiranno l'ingresso nel paese a migranti clandestini. Come riferiscono i media, i migranti - in massima parte afghani e pachistani e che Belgrado considera 'migranti economici' senza alcuna chance di entrare nella Ue - rifiutano la sistemazione in centri di accoglienza nella zona e intendono restare alla frontiera - nonostante il freddo e la pioggia - fino a quando i croati non decideranno di lasciarli entrare e proseguire il viaggio verso Italia e Francia - le destinazioni da loro indicate alla partenza venerdì a piedi da Belgrado. La situazione resta tesa ma non si sono registrati altri incidenti.
Secondo l'emittente regionale N1, i migranti avrebbero in realtà deciso di desistere dalla protesta, accettando di farsi riportare in treno a Belgrado e continuare a vagare per la città come avevano fatto fino a venerdì.

martedì 8 novembre 2016

Croazia condannata dalla Corte europea dei diritti umani in materia di detenzione nelle carceri

euregion.net
La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha pronunciato contro la Croazia una sentenza in materia di rispetto degli standard per la detenzione carceraria. 


Nella pronuncia contro il Paese, la Corte ha ricordato che devono essere garantiti almeno tre metri quadri per ogni detenuto nella cella, con valutazioni che dovranno tuttavia considerare anche lo stato della stessa, la libertà del movimento del detenuto al di fuori della stanza, la possibilità di partecipare alle attività carcerarie.

mercoledì 9 marzo 2016

Migranti: Macedonia, Slovenia, Croazia e Serbia chiudono la rotta balcanica

La Repubblica
Tusk: "Stop è decisione a 28". Eccezione solo per chi chiede asilo nel Paese. Ungheria: "Lavoriamo alla costruzione di muro con la Romania"


Slovenia, Croazia e Serbia hanno cominciato oggi ad applicare le restrizioni alla frontiera per restaurare la normativa Schengen, il che suppone la chiusura effettiva della rotta dei Balcani per i rifugiati. Anche la Macedonia ha chiuso i suoi confini per i migranti, e dalla mezzanotte non si accettano più profughi nel centro di accoglienza di Gevgelija. Le autorità a Skopje hanno spiegato che ciò fa seguito alle decisioni di Slovenia Croazia e Serbia. Nessun migrante è entrato in Macedonia dalla Grecia nelle ultime ore, e in pratica la rotta dei Balcani è stata chiusa.

Una stretta arriva anche dall'Ungheria che ha deciso di rafforzare i controlli alle sue frontiere mettendo più agenti di poliza e più militari. Il ministro dell'Interno ha dichiarato che è già al lavoro per erigere il nuovo muro con la Romania e che se sarà necessario sarà pronto entro 10 giorni. Questo per bloccare un eventuale flusso di migranti e profughi che dovessero cambiare direzione e scegliere la Romania nel viaggio verso l'Europa occidentale.

"Il flusso irregolare di migranti lungo la rotta dei Balcani occidentali è finito. Non è una questione di azioni unilaterali, ma una decisione comune a 28", ha detto il presidente del consiglio europeo Donald Tusk su Twitter. "Ringrazio i Paesi dei Balcani occidentali per l'attuazione di parte della strategia globale europea per gestire la crisi dei migranti", ha aggiunto. "Abbiamo sempre tenuto in mente la possibilità di una frammentazione della rotta dei migranti e per questo abbiamo esteso le nostre videoconferenze dei Balcani occidentali a più Paesi, compresi Albania e Bulgaria", ha spiegato la portavoce della Commissione europea Natasha Bertaud a chi chiede di possibili attivazioni di nuove rotte, ora che quella dei Balcani occidentali è stata chiusa.

"A partire dalla mezzanotte non esiste più come finora la migrazione attraverso la rotta dei Balcani", ha indicato nella notte il ministero sloveno dell'Interno. In questo modo, questi Paesi non permetterano il passaggio di grandi contingenti di rifugiati in treno o autobus, come successo negli ultimi mesi, e ogni persona sarà sottoposta a un controllo individuale. Potranno entrare in Slovenia "solo gli stranieri che rispettino i requisiti per entrare nel Paese", cioè quelli con i passaporti e i visti validi per la zona Schengen. 
Inoltre potranno entrare nel Paese quelli che abbiano l'intenzione di chiedere asilo e a quelli che, in base a un'indagine personale, venga concesso i passaggio per ragioni umanitarie.

martedì 19 gennaio 2016

Europa sempre più chiusa ai migranti. Controlli ai confini di Austria, Slovenia, Croazia, Serbia

Il Manifesto
Dopo l'Austria, la Slovenia. E poi a ruota, anche se non appartengono all'area Schengen, anche Croazia e Serbia si preparano a chiudere i propri confini per fermare i migranti. Cosa che potrebbe accadere già nei prossimi giorni.


Il temuto effetto domino che porta al ripristino dei controlli ai confini nazionali - rendendo così sempre più precaria la libera circolazione - si sta verificando sotto lo sguardo preoccupato di una Bruxelles che appare incapace di arginare la voglia di chiusura dei singoli Stati. Sabato era stato il cancelliere austriaco Werner Faymann ad attaccare l'Ue accusandola di non essere capace di proteggere le sue frontiere esterne e costringendo per questo Vienna a chiudere le sue per mettere fine al flusso di rifugiati. Ieri è stata la Slovenia ad annunciare di essere pronta a fare la stessa cosa se i suoi "interessi nazionali venissero messi a rischio".

Subito seguita dalla Croazia. L'ingresso di Zagabria nell'area Schengen sarebbe previsto per il 1 luglio, ma il nuovo governo di centrodestra che si insedierà a giorni si è già detto pronto a seguire l'esempio di Lubiana. "Non permetterò che la Croazia diventi un hot spot per i migranti" ha proclamato Tomislav Karamarko, probabile prossimo vicepremier. Infine, in serata, stesso annuncio è arrivato anche dalla Serbia, seppure con toni più moderati. "Continueremo a rispettare i diritti umani dei migranti e a garantire i massimi standard possibili - ha spiegato il ministro delle politiche sociali Aleksandar Vulin - ma ci comporteremo a seconda di come si comporteranno gli altri paesi nella rotta migratoria". Tutto questo mentre la Macedonia ha quasi finito la costruzione del suo muro metallico ai confini con la Grecia.

È un'Europa sempre più spaventata nel vedere sbriciolarsi giorno dopo giorno ogni parvenza di unità, quella che si prepara ad affrontare un 2016 irto di pericoli. Il prossimo 25 gennaio a Bruxelles è previsto un nuovo vertice di ministri degli interni in cui la questione migranti terrà ancora una volta banco. Ma le divisioni sono forti. L'Italia si presenterà con una sua proposta sui ricollocamenti dei richiedenti asilo, visto il fallimento del sistema messo a punto dalla commissione Ue (meno di 200 profughi ricollocati su 160 mila). In particolare si chiederà di sveltire le procedure burocratiche, oggi particolarmente complesse e per questo usate come scusa da quegli stati che non intendono accogliere i migranti. Ma si proverà anche a far entrare che arriva dall'Afghanistan tra coloro da ricollocare (insieme a siriani, eritrei e iracheni) visto che si tratta comunque è un paese ancora in guerra. Sarà dura.

La sopravvivenza di Schengen è anche uno dei punti del dossier messo a punto dalle europarlamentari Cecile Kyenge (Pd) e Roberta Metsola (Pp) presentato ieri sera a Strasburgo e in cui si torna chiedere un rafforzamento dei confini esterni dell'Ue e l'istituzione di corridoi umanitari per i migranti. L'atteggiamento di molti governi è però sempre più teso alla chiusura e non è escluso che a discutere del destino di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra saranno due, o forse tre fronti contrapposti.

Da una parte c'è infatti il blocco di Visegrad (Polonia, Ungheria, repubblica Ceca e Slovacchia) il più tenace sostenitore di una politica di chiusura verso i migranti. Ma si profila anche la possibilità di un nuovo gruppo di paesi - che si è già battezzato dei "volenterosi" -, che sull'onda di quanto proposto prima dall'Olanda e più recentemente dalla Germania, punta a costituire una mini-Schengen.

Ne farebbero parte Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia e Austria. Blocco che lascerebbe fuori Italia e Grecia, considerate responsabili di non aver attivato gli hot spot. Un'ipotesi che a Palazzo Chigi viene vista come il fumo negli occhi anche se per ora si evita ogni commento. Volendo, infine, si potrebbero aggiungere Macedonia, Slovenia, Croazia e Serbia, i paesi della rotta balcanica che già si vedono in separata sede. Più che l'Unione europea, un puzzle in cui tutti si guardano con sospetto.

Il paradosso è che chi, come la Gran Bretagna, fino a ieri era criticato per le sue misure contro i migranti, adesso appare quasi come un modello da seguire. La cancelliera tedesca Angela Merkel non sarebbe infatti più contraria ad adottare alcune delle proposte del premier Cameron come la sospensione per quattro anni di ogni forma di welfare per i migranti che arrivano nel Regno unito. E come lei sarebbero favorevoli anche altre capitali.

di Carlo Lania

mercoledì 25 novembre 2015

Incubo Isis alza muro sui migranti. Macedonia, Serbia e Croazia chiudono le porte.

Ansa
Macedonia, Serbia e Croazia chiudono le porte ai profughi provenienti in gran parte da Pakistan, Bangladesh, Marocco, Iran


Dopo gli attentati di Parigi non chiudere la porta ai migranti, ma anzi prepararsi ad accogliere un numero sempre maggiore di persone in fuga dall'Isis. Per coordinare la risposta dal punto di vista sanitario i rappresentanti dei 53 paesi della regione europea dell'Oms si sono ritrovati a Roma, in un meeting immaginato in un momento completamente diverso ma che ora si trova a fare i conti con uno scenario internazionale cambiato.

Macedonia, Serbia e Croazia hanno chiuso intanto le porte ai profughi provenienti in gran parte da Pakistan, Bangladesh, Marocco, Iran, Kurdistan e Paesi africani.

Labbra cucite con ago e filo: e' una delle forme estreme di protesta che decine di migranti hanno inscenato nelle ultime ore al confine fra Grecia e Macedonia contro la decisione delle autorita' di Skopje di consentire l'ingresso in Macedonia esclusivamente a migranti provenienti da zone di guerre e conflitti di Siria, Iraq e Afghanistan.

Una decisione analoga a quella adottata negli ultimi giorni anche daSlovenia, Croazia e Serbia, tutti Paesi lungo la 'rotta balcanica'che migliaia di migranti mediorientali continuano a seguire per raggiungere Germania e altri Paesi del nord Europa.

Le immagini raccapriccianti dei migranti con le bocche cucite postate sul web stanno suscitando sdegno e inquietudine crescenti fra i responsabili politici e delle organizzazioni umanitarie. In tanti fanno anche lo sciopero della fame rifiutando cibo e acqua offerti dalle tante organizzazioni presenti sul posto. Il numero dei migranti bloccati nella 'terra di nessuno' alla frontiera greco-macedone, perche' ritenuti semplici 'migranti economici' e non profughi che hanno diritto all'asilo aumenta di giorno in giorno, e secondo le autorita' di Skopje ad oggi erano non meno di 1.300.

Alcuni hanno deciso di far ritorno in Grecia, ad Atene, per cercare di raggiungere l'Europa occidentale per altre vie, mentre quelli che decidono di restare vivono in condizioni sempre piu' precarie, riparati alla meno peggio in piccole sotto la pioggia e ormai anche la neve e a temperature decisamente invernali. 'Non siamo terroristi', 'Vogliamo la liberta'', scandiscono a piu' riprese i 'migranti economici', molti dei quali scrivono in rosso sulla fronte il Paese da dove provengono. In tanti si mostrano a torso nudo con scritte sul petto quali 'Aprite i confini', 'Sparateci, ma noi non torniamo indietro. La' ci uccideranno'.

venerdì 10 ottobre 2014

Diritti Umani - Croazia, segregati e isolati: è il destino dei disabili

La Repubblica
Nonostante l'impegno del governo di Zagabria, sono ancora molte le persone con disabilità intellettive o psiosociali che vivono in una condizione simile alla prigionia. Le case famiglia e gli istituti li privano delle libertà fondamentali. La denuncia di Human rights watch
Roma - In Croazia più di 8.200 persone con disabilità intellettiva o psicosociale sono rinchiuse in ospedali psichiatrici o case famiglia senza poter decidere con chi stare, senza poter trovare lavoro e private delle possibilità di scegliere il loro destino. A dirlo è il report di Human rights watch(Hrw) che, attraverso 87 interviste, denuncia le condizioni di semiprigionia dei disabili mentali croati.

Piccoli passi. Nonostante gli sforzi di Zagabria nell'attuare la Convezione sui diritti delle persone disabili, la deistituzionalizzazione delle strutture di reclusione procede a rilento. Il processo avviato nel 2011 di reintroduzione delle persone con disabilità mentali nella società è ancora lontano dalla meta designata da Nazioni Unite e Unione Europea. "Nella maggior parte dei casi - afferma Emina Cerimovic, di Hrw - queste persone spendono tutta la loro vita rinchiuse, private di cose che molti di noi danno per scontate, come andare a scuola e al lavoro o decidere a che ora svegliarsi la mattina". Su 46 strutture statali, undici si sono deistituzionalizzate, tanto che da luglio 2014 più di cinquecento persone sono state portate in comunità d'accoglienza, un lusso ancora negato a 8.200 persone ancora costrette a vivene negli ospedali psichiatrici.

Abusi e dignità. Tra aprile e agosto 2014 l'organizzazione ha intervistato 87 persone con disabilità intellettiva e psicosociali, le loro famiglie, istituzioni e ong. In molti hanno denunciato abusi come segregazione forzata, insulti verbali, mancaza di privacy e limitata libertà di movimento. Jelica, una donna di 58 anni, ha vissuto per 17 anni in un istituto prima di essere trasferita in una comunità d'accoglienza. "Mi è stata ridata la dignità - afferma - adesso mi sento un essere umano. Nell'istituto mi sembrava di essere in prigione, ma adesso mi sento di nuovo una donna perché sono io a decidere della mia vita".

Il Master Plan croato. In Croazia circa 18 mila persone con disabilità mentali sono "tutelate" dallo Stato. Ma questa tutela si traduce spesso nella negazione del diritto di scegliere se, per esempio, sposarsi, trovare lavoro o amministrare una proprietà. Decisioni spesso delegate a un terzo nominato dalle istituzioni. Nel 2008 Zagabria ha firmato la Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili che richiede ai governi firmatari di tutelare le persone con disabilità e facilitare il loro ingresso nelle comunità. Per far fronte a questi impegni il governo croato ha messo a punto un progetto, noto come Master Plan, di deistituzionalizzazione psichiatrica e di conversione di strutture in comunità d'accoglienza. Ma il nuovo piano esclude 24 istituti privati dove vivono più di 1800 persone e le Case-famiglia che, secondo Hrw, sono piccole istituzioni dove le persone sono recluse senza il loro consenso. Fuori dal Master Plan restano anche le persone con disabilità psicosociali per cui è prevista una reclusione a lungo termine negli ospedali psichiatrici.

Libertà e diritti. Secondo Hrw il governo croato dovrebbe sostituire il regime di tutela con un sistema di assistenza e supporto nel processo decisionale che rispetta l'autonomia, la volontà e le preferenze della persona con disabilità. Inoltre Zagabria dovrebbe impegnarsi per deistituzionalizzare tutte le strutture che ospitano disabili mentali contro la loro volontà. "Alla maggior parte delle persone - ha detto ? erimovi? - piace scegliere dove e come vivere e nessuno pensa che lo stato potrebbe privarlo di questa libertà. La Croazia, nuovo membro dell'Unione europea, non deve più avere atteggiamenti paternalistici e dovrebbe smettere di partire dal presupposto che le persone con disabilità non possono prendere decisioni".
dI Chiara Nardinocchi