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martedì 22 dicembre 2020

Amnesty - Il rapporto "Abbandonati" sugli anziani: «Nelle Rsa durante la prima ondata Covid violati i diritti umani»

Io Donna
La Ong raccoglie nel rapporto "Abbandonati" le indagini sulle carenze nelle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali durante la pandemia, sia nei confronti degli ospiti che del personale

Anziani abbandonati. In Italia, migliaia di ospiti delle Rsa durante la prima ondata di Covid 19 hanno perso la vita. E il ritardo nell’emanazione di provvedimenti adeguati, o la loro totale mancanza, si sono spesso tradotti in violazioni dei diritti umani, dal diritto alla vita, alla salute, alla non discriminazione.


Il rapporto “Abbandonati”, che nasce da una ricerca condotta da Amnesty International Italia, è una fotografia impietosa su cosa sia successo nelle strutture per anziani in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

L’indagine ha messo in luce le lacune delle istituzioni italiane a livello nazionale, regionale e locale nell’adottare misure tempestive per proteggere la vita e la dignità delle persone anziane nelle case di riposo nel corso dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

sabato 7 marzo 2020

Rapporto Amnesty: “Chi aiuta rifugiati e migranti rischia il carcere”: la criminalizzazione della solidarietà in Europa.

Amnesty International
In un nuovo rapporto presentato oggi a Berna, Madrid, Parigi e Roma, abbiamo passato in rassegna i procedimenti giudiziari e le intimidazioni cui va incontro chi, in Europa, agisce solidalmente verso i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, ad esempio fornendo vestiti caldi e ospitalità o effettuando salvataggi in mare.


Nella nostra ricerca, intitolata “Punire la compassione: solidarietà sotto processo nella Fortezza Europa“, documentiamo in che modo le forze di polizia e le procure usino impropriamente le già imperfette leggi antiterrorismo e sugli ingressi illegali ai danni di difensori dei diritti umani che aiutano rifugiati, richiedenti asilo e migranti.

“Aver sempre di più dato la priorità alla limitazione e all’impedimento degli arrivi in Europa ha comportato che accogliere i rifugiati e i migranti e farli sentire più sicuri siano diventate azioni minacciose“, ha dichiarato in una nota ufficiale Elisa De Pieri, ricercatrice di Amnesty International sull’Europa.

“Poiché gli stati europei non vengono incontro ai bisogni fondamentali dei rifugiati e dei migranti, spesso sono le persone comuni a fornire sostegno e servizi essenziali. Punendo chi cerca di colmare questo vuoto, i governi europei stanno mettendo ancora più a rischio rifugiati e migranti“, ha aggiunto De Pieri.

Il rapporto passa in rassegna casi di difensori dei diritti umani che, dal 2017 al 2019, sono stati raggiunti da accuse pretestuose in Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Regno Unito, Spagna e Svizzera.

Ore di lavoro delle forze di polizia, risorse giudiziarie e leggi contro le reti criminali del traffico di esseri umani sono ingiustamente destinate a perseguitare chi aiuta i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti.


sabato 26 ottobre 2019

Ricerca Amnesty - La Turchia ha rimpatriato a forza centinaia di migliaia di profughi i Siria, prima dell'azione militare contro i curdi.

AnsaMed
Una nuova ricerca di Amnesty International ha rivelato che, nei mesi che hanno preceduto la sua incursione militare nel nordest della Siria e prima del tentativo di creare la cosiddetta "zona sicura" oltre i suoi confini, la Turchia avrebbe rimpatriato forzatamente rifugiati siriani. 


Amnesty International ha incontrato o parlato con rifugiati che hanno denunciato di essere stati picchiati o minacciati dalla polizia turca affinché firmassero documenti in cui attestavano di aver chiesto di tornare in Siria. "In realtà - sostiene la Ong -, le autorità turche li hanno costretti a tornare in una zona di guerra e hanno posto le loro vite in grave pericolo".

"L'affermazione della Turchia secondo le quali i rifugiati siriani stanno scegliendo di tornare indietro in mezzo al conflitto è pericolosa e disonesta. La nostra ricerca mostra che queste persone sono state ingannate ed obbligate a tornare in Siria", ha dichiarato Anna Shea, ricercatrice di Amnesty International sui diritti dei migranti e dei rifugiati. 

"La Turchia merita apprezzamento per aver dato ospitalità a oltre tre milioni e 600 mila siriani negli ultimi 8 anni, ma non può usare la sua generosità come una scusa per violare le norme nazionali e internazionali eseguendo rimpatri in una zona di conflitto", ha aggiunto Shea. In assenza di statistiche ufficiali, stimare il numero delle persone rimpatriate a forza è difficile. 

Ma sulla base di decine di interviste realizzate tra luglio e ottobre del 2019, Amnesty International ritiene che negli ultimi mesi i rimpatri siano stati centinaia. Le autorità turche parlano di un totale di 315.000 persone tornate in Siria in modo del tutto volontario. Amnesty International "ricorda che rimpatriare rifugiati siriani è un'azione illegale che li espone a gravi rischi di subire violazioni dei diritti umani".

"L'accordo tra Turchia e Russia dei giorni scorsi - ha sottolineato Anna Shea - fa riferimento al 'ritorno volontario e sicuro' dei rifugiati in una cosiddetta 'zona sicura' ancora da realizzare. La cosa agghiacciante è che i rimpatri ci sono già stati e in modo né sicuro né volontario. Ora altri milioni di rifugiati siriani sono a rischio".

sabato 19 ottobre 2019

Amnesty denuncia la Turchia: "In Siria crimini di guerra contro i civili"

Globalist
La Ong: "La Turchia mostra un vergognoso disprezzo delle vite dei civili e si è macchiata di crimini di guerra".


Bombe sui bambini; sparatorie sui civili; sodalizi con i prigionieri dell'Isis. Queste sono solo alcune delle atrocità compiute dall'esercito turco in questi giorni di guerra in Rojava. E Amnesty International li chiama per quel che sono: crimini di guerra. 

"Ankara è colpevole di una serie di violazioni e crimini di guerra, omicidi sommari e attacchi illegali e ha un vergognoso disprezzo per la vita dei civili" denuncia Amnesty. 

Tra i casi segnalati che anche la brutale esecuzione sommaria dell'attivista curda Hevrin Khalaf e della sua guardia del corpo da parte di milizie siriane addestrate e armate dalla Turchia. 

La denuncia è stata elaborata sulla base dei racconti di 17 testimoni diretti, tra cui personale medico, giornalisti e sfollati, e di registrazioni video. "Le informazioni raccolte forniscono prove schiaccianti di attacchi indiscriminati in aree residenziali, compresi attacchi a una casa, un panificio e una scuola, condotti dalla Turchia e dai gruppi armati siriani suoi alleati", sostiene l'ong.

venerdì 12 ottobre 2018

“In quattro mesi l’amministrazione Trump ha separato oltre 6mila famiglie di migranti dai loro bambini”

TPI
La denuncia di Amnesty International: l’Agenzia per le Dogane e la protezione delle frontiere ha riferito di aver forzatamente separato oltre 6mila nuclei familiari nel periodo compreso tra il 19 aprile e il 15 agosto 2018.
Rapporto Amnesty: Separazioni familiari al confine con il Messico,
le crudeli politiche di Trump: 6.000 in 4 mesi. Il report
“In un periodo di soli quattro mesi il governo statunitense ha volutamente adottato politiche e prassi in materia d’immigrazione che hanno prodotto la separazione di oltre 6mila famiglie, un numero maggiore di quello reso noto in precedenza dalle autorità”.
È quanto denunciato da Amnesty International in un nuovo rapporto dal titolo: “Tu qui non hai alcun diritto: respingimenti illegali, detenzioni arbitrarie e maltrattamenti di richiedenti asilo negli Usa”, pubblicato giovedì 11 ottobre 2018.

Il rapporto mette in evidenza i respingimenti illegali di massa di richiedenti asilo alla frontiera tra Messico e Usa, la separazione di migliaia di nuclei familiari e il sempre maggiore ricorso alla detenzione arbitraria e a tempo indeterminato dei richiedenti asilo, spesso con diniego della libertà condizionata.

Complessivamente, l’amministrazione Trump ha ammesso di aver separato circa 8mila nuclei familiari a partire dal 2017.

Da maggio, circa 2mila bambini alla frontiera sud degli Stati Uniti sono stati separati dai lori genitori, colpevoli di essere entrati in territorio americano illegalmente. Ma quei numeri sono ora da rivedere, secondo l’organizzazione non governativa.

venerdì 21 settembre 2018

Venezuela: Amnesty denuncia oltre 8mila casi esecuzioni extragiudiziali

AdnKronos/Dpa
Buenos AiresUn rapporto di Amnesty International denuncia migliaia di casi di esecuzione extragiudiziali da parte delle forze di sicurezza del Venezuela, di cui sono vittima soprattutto giovani uomini delle fasce più povere della popolazione.


La Cofavic, una Ong venezuelana che rappresenta le famiglie delle vittime, ha documentato 6.385 esecuzioni extragiudiziali fra il 2012 e il 2017, nota il rapporto. Ma secondo Amnesty, i casi fra il 2015 e il 2017 arrivano a 8.292.

Il rapporto, presentato in una conferenza stampa a Buenos Aires, cita anche i dati della procura generale venezuelana, secondo i quali 4.667 persone sono state uccise dalle forze di polizia nel 2016 e 1.848 nei primi sei mesi del 2017. 

Secondo Amnesty, la polizia fa un'uso eccessivo e militarizzato della forza, spesso con l'intento di uccidere. Le vittime vengono poi presentate come criminali, anche se erano manifestanti o persone disarmate. Nel 2017, il 95% di queste vittime erano maschi fra i 12 e i 44 anni.

Le uccisioni extragiudiziali si aggiungono al contesto di estrema violenza del Venezuela, che ha un tasso di 89 omicidi ogni 100mila abitanti, uno dei più alti del mondo. Solo in un paese in guerra come la Siria vi sono livelli maggiori di violenza, ha denunciato il portavoce di Amnesty Esteban Beltran. 

"La violenza è uno dei motivi per i quali i venezuelani sono stati costretti a lasciare il paese negli ultimi anni", ha sottolineato Mariana Fontoura Marques, della sezione argentina di Amnesty, ricordando gli oltre 2,3 milioni di persone che dal 2014 hanno lasciato il Venezuela guidato dal presidente Nicolas Maduro, in preda ad una drammatica crisi politica ed economica.

sabato 28 aprile 2018

Proteste Gaza-Israele: 4 palestinesi morti, quasi mille feriti. Onu e Amnesty: "Uso sproporzionato della forza"

SKI TG24
Ancora vittime nel quinto venerdì di tensioni per la “Grande Marcia del Ritorno” voluta da Hamas. Dal 30 marzo i morti sono oltre 40. Trump: potrei andare all'apertura dell'ambasciata a Gerusalemme



Ancora scontri, vittime e feriti lungo la barriera tra la Striscia di Gaza e Israele, nel quinto venerdì di protesta sotto lo slogan della "Grande marcia del ritorno" voluta da Hamas. Il numero dei palestinesi rimasti uccisi negli scontri è salito a 4. Lo rende noto il ministero della Sanità palestinese, riferisce Haaretz. La quarta vittima è un ragazzo di 15 anni morto per le ferite riportate. 


Negli scontri sono rimasti feriti almeno 833 palestinesi: di questi, 4 fanno parte del personale medico e sei sono giornalisti, riferisce sempre il ministero della Sanità palestinese. Due feriti sono in gravi condizioni. Dal 30 marzo sono morti più di 40 palestinesi nelle proteste indette per rivendicare il "diritto al ritorno".

Le proteste al confine
Secondo un portavoce, alle manifestazioni hanno partecipato 10mila palestinesi, suddivisi in cinque punti di frizione lungo la linea di demarcazione con Israele. Come nelle settimane precedenti, gruppi di giovani hanno incendiato pneumatici lungo il confine, hanno lanciato verso Israele aquiloni con oggetti in fiamme e hanno cercato di trainare verso la Striscia tratti di reticolati. In una di queste azioni, al valico di Karni, sono stati vicini ad aprire un varco e sono stati respinti col fuoco e con i lacrimogeni. Secondo un portavoce israeliano, i dimostranti “hanno lanciato ordigni esplosivi, bombe a mano, bottiglie incendiarie e pietre” e i soldati hanno impedito il tentativo di infiltrazione.

Gli appelli
La giornata era iniziata a Gaza in un clima di febbrile mobilitazione, dopo che in nottata nel campo profughi di Jabalya è stato sepolto Fadi al-Batsh, l'ingegnere di Hamas ucciso la settimana scorsa in Malesia in un attentato che la sua organizzazione attribuisce al Mossad israeliano. Nel corso della giornata alcuni dirigenti di Hamas hanno raggiunto i dimostranti e hanno esortato la popolazione di Gaza a non desistere dalla lotta per forzare il blocco e rompere le linee di confine. Un consigliere del presidente Abu Mazen ha invece fatto appello agli abitanti di Gaza perché non seguano la politica degli "avventurieri" e "non mandino i figli a morire".
Le accuse

Intanto, l'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu e Amnesty International sono tornati separatamente ad accusare i militari israeliani di aver fatto “un uso sproporzionato della forza nei confronti di dimostranti disarmati”. Il Centro di informazione sull' intelligence e il terrorismo (Iitc) di Tel Aviv, invece, ha pubblicato un'analisi secondo cui l'80 per cento dei primi 40 palestinesi uccisi sul confine erano “membri attivi o fiancheggiatori di gruppi terroristici”.

venerdì 13 aprile 2018

Ungheria, Amnesty: resistiamo ad offensiva contro diritti umani

Diario del Web
Dopo la vittoria del partito Fidesz alle elezioni.
Commentando la vittoria di Fidesz, il partito del presidente Viktor Orban, nelle elezioni generali in Ungheria, la direttrice di Amnesty International per l`Europa, Gauri van Gulik, assicura che l'azione della ong andrà avanti: "Per quanto il clima possa essere ostile, siamo determinati nel nostro impegno. Resisteremo all`offensiva contro i diritti umani in Ungheria per e con tutte le persone e i gruppi che combattono per i diritti e le libertà di tutti".



"Continueremo a contrastare i tentativi di attizzare l`ostilità contro i migranti e i rifugiati e proseguiremo a prendere la parola in favore di chi li sostiene e difende. Non ci faremo spaventare - continua van Gulik - da coloro che cercano di ridurre al silenzio le voci critiche e di creare un`atmosfera di paura".

Infine Amnesty chiede solidarietà in favore delle ong in Ungheria. "Il legittimo lavoro delle organizzazioni che difendono i diritti umani in Ungheria è adesso più necessario che mai e più che mai siamo determinati a stare al loro fianco".

Il governo ungherese sta cercando di mettere a tacere la società civile che denuncia e si attiva contro le violazioni dei diritti umani attraverso delle leggi che, se verranno votate, renderanno impossibile alle Organizzazioni non governative (Ong) proseguire con il loro lavoro di assistenza e protezione di chi ha bisogno.

Il pacchetto legislativo rientra in un giro di vite contro i diritti umani e le organizzazioni della società civile in Ungheria, ormai sotto attacco da diversi anni. L'obiettivo del governo è semplice e chiaro - denuncia Amnesty: mettere a tacere le Ong indipendenti e apertamente critiche. Tra queste vi sono Amnesty International, l'Unione delle Libertà Civili e la Commissione Helsinki.



giovedì 15 febbraio 2018

Monitoraggio Amnesty in campagna elettorale, la Lega è il partito che diffonde più odio

Democratica
Si chiama Conta fino a 10 l’iniziativa dell’associazione per i diritti umani che dopo il 2 marzo pubblicherà un report finale con tutte le dichiarazioni violente e discriminatorie.



Sono soprattutto i migranti – ma non solo loro – nel mirino di certi partiti che sui migranti e sull’odio stanno costruendo un’intera campagna elettorale. Una campagna molto spesso brutale, con frasi dure, discutibile, spesso basate su dati e notizie false usate però per cavalcare la rabbia di certe persone e trovare un capro espiatorio per ciò che non va bene.


Su questa campagna elettorale ha acceso i riflettori Amnesty International Italia che ha lanciato Conta fino a 10, un’iniziativa di sensibilizzazione per contrastare i discorsi violenti, aggressivi e discriminatori che prevalgono nel confronto politico in questo periodo. “C’è chi l’odio, anziché contrastarlo, lo semina, favorendolo e persino giustificandolo – ha dichiarato il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi – Speriamo che questa campagna renda ognuno e ognuna più consapevole delle parole che usa e dell’effetto che possono suscitare”.

L’associazione per i diritti umani ha creato un osservatorio che monitorerà ogni giorno fino al 2 marzo l’odio in rete diffuso dai partiti politici, raccogliendo l’uso di stereotipi, dichiarazioni offensive, razziste, discriminatorie e di incitamento alla violenza nei confronti di migranti e rifugiati, ma anche di persone lgbti, donne, minoranze religiose, rom.

A controllare sarà una task force specializzata, la rete di attivisti, coordinamenti e volontari di Amnesty International Italia che rileveranno eventuali dichiarazioni discriminatorie e di odio – divise tra offensive, gravi e molto gravi – pubblicate sui social di un campione rappresentativo di candidati alle politiche. Le dichiarazioni raccolte verranno rese pubbliche solo alla fine del monitoraggio, quando verrà presentato il rapporto finale.

I primi risultati del monitoraggio
Non è una sorpresa, ma la Lega è il partito che diffonde più spesso di tutti messaggi violenti o discriminatori. E probabilmente il partito di Matteo Salvini resterà in testa alla fine di questo monitoraggio. Che la Lega basi la propria campagna elettorale sull’odio non è una novità, ma di certo l’operazione di Amnesty servirà a mettere nero su bianco e in un unico report tutte le bestialità pronunciate da coloro che si candidano alla guida dell’Italia. 

E che hanno un seguito e anche un’influenza sull’opinione e – come nel caso di Macerata – sulle azioni di molte persone. Ma saranno di certo utili anche i dati riguardanti gli altri partiti; in questi giorni Amnesty ha raccolto quelli di Forza Italia, Fratelli d’Italia e M5S, partiti che in questa campagna rincorrono il Carroccio in questa gara a chi offende e attacca di più. 

Difficile sarà smuovere la Lega dal suo primo posto, ma sarà interessante – per quanto inquietante – vedere quanto saliranno anche gli altri partiti.
Dall’8 febbraio, quando è partito il monitoraggio dell’associazione per i diritti umani, sono state individuate già 89 frasi razziste e xenofobe. La Lega è il partito che le ha usate di più, per il 69% delle volte. Seguono Forza Italia, Fratelli d’Italia e il Movimento 5 stelle.
Dieci, invece, sono le dichiarazioni islamofobe – da offensive a molto gravi – tutte riconducibili alla Lega (90%) e a Forza Italia (10%).

Tra le dichiarazioni discriminatorie ce ne è una anche contro le donne pronunciata da Forza Italia.

Di questo passo, visto che il monitoraggio è iniziato da appena una settimana, i numeri sono destinati a salire e di molto nelle prossime due settimane che restano al silenzio elettorale. Ma i partiti che usano questo tipo di linguaggio sono già stati individuati.

venerdì 25 agosto 2017

Siria: allarme Amnesty per migliaia civili intrappolati

AnsaMed
Migliaia di civili sono intrappolati a Raqqa, sotto il fuoco di tutte le parti in conflitto, e "centinaia" sono stati uccisi o feriti, anche dai bombardamenti della Coalizione internazionale a guida Usa che appoggia l'avanzata delle forze a predominanza curda per strappare all'Isis la sua 'capitale' siriana. 


Lo afferma Amnesty International in un rapporto basato su testimonianze dei sopravvissuti che sono riusciti a fuggire.
Secondo stime dell'Onu, sono tra i 10.000 e i 50.000 i civili ancora intrappolati in città, che dall'inizio di giugno è investita dall'offensiva delle cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf), a maggioranza curda.
Sopravvissuti e testimoni hanno detto ad Amnesty che i miliziani dell'Isis usano trappole esplosive e cecchini per fermare chiunque tenti di fuggire dalla città, mentre continuano gli incessanti bombardamenti di artiglieria e aerei della Coalizione internazionale. 

Allo stesso tempo, altri testimoni parlano di bombardamenti compiuti dalle forze governative siriane, sostenute dalla Russia, a sud dell'Eufrate, anche con l'impiego di bombe a grappolo vietate dalle normative internazionali.

"Migliaia di civili - ha affermato Donatella Rovera, senior adviser per la risposta alle crisi di Amnesty International - sono intrappolati in un labirinto mortale dove sono sotto il fuoco di tutte le parti. Sapendo che l'Isis usa i civili come scudi umani, le Sdf e le forze Usa devono raddoppiare gli sforzi per proteggere i civili, soprattutto evitando di effettuare attacchi sproporzionati e indiscriminati e creando vie di fuga sicure".

giovedì 27 luglio 2017

Arabia Saudita: Amnesty, 14 detenuti rischiano esecuzione per decapitazione

AdnKronos/Aki
Quattordici sauditi rischiano l'esecuzione al termine di un processo "gravemente irregolare". Lo denuncia Amnesty International secondo cui l'esecuzione dei 14 prigionieri mediante decapitazione potrebbe essere "imminente". 

A metà luglio la Corte suprema della monarchia ha confermato le 14 condanne a morte emesse il primo giugno 2016 dalla Corte penale speciale della capitale Riad per presunti reati collegati a proteste. L'esecuzione potrebbe essere "imminente", sottolinea l'organizzazione, perché manca solo la ratifica del re Salman.
I 14 prigionieri sono stati condannati a morte, al termine di un "processo gravemente irregolare e basato su 'confessioni' estorte con la tortura", per una serie di reati tra cui ''rivolta armata contro il re'', ''attacco con le armi a personale e veicoli della sicurezza'', ''preparazione e uso di bombe Molotov'', ''furto e rapina a mano armata'' e ''incitamento al caos e partecipazione a disordini'', come riporta Amnesty.
Secondo l'organizzazione dall'inizio del 2017, in Arabia Saudita sono state eseguite 66 condanne a morte, 26 delle quali solo nel mese di luglio. Il 20 luglio la Corte suprema ha ricevuto dalla Corte penale speciale gli atti relativi ad altre 15 condanne a morte inflitte il 6 dicembre 2016 per presunto spionaggio in favore dell'Iran.
In attesa dell'esecuzione si trovano almeno 34 appartenenti alla minoranza sciita (che rappresenta circa il 10-15% della popolazione), condannati per attività considerate minacciose nei confronti della sicurezza nazionale.

mercoledì 19 luglio 2017

Turchia: direttrice Amnesty resta in carcere con 5 attivisti. Ong, colpo tremendo ai diritti umani

Ansa
Un tribunale di Istanbul ha convalidato l'arresto di 6 dei 10 attivisti per i diritti umani fermati quasi due settimane fa durante un seminario sulla sicurezza informatica, tra cui la direttrice di Amnesty International in Turchia, Idil Eser. 


I magistrati li hanno accusati di aver "commesso reati nel nome di un'organizzazione terroristica senza esserne membri". 

Restano in carcere anche 2 formatori stranieri, un tedesco e uno svedese. 

I 4 attivisti rilasciati avranno l'obbligo di firma e un divieto di espatrio. 

Amnesty ha definito la decisione come "un colpo tremendo per i diritti in Turchia".

mercoledì 29 marzo 2017

Denuncia Amnesty: centinaia di civili uccisi dai raid aerei a Mosul

TPI
In un bombardamento della coalizione a guida statunitense sarebbero stati uccisi oltre 150 persone nella parte occidentale della città, ma il premier iracheno nega
L'organizzazione afferma che in un solo bombardamento sono state ucciso “fino a 150 persone” nel quartiere di al-Jadida, nell'ovest della città.


Secondo le Nazioni Unite dall'inizio dell'offensiva a Mosul ovest, a metà febbraio, sono stati uccisi 307 civili e altri 273 sono rimasti feriti.


L'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra'ad al-Hussein, ha chiesto alle forze irachene, martedì 28 marzo, di “evitare di cadere nella trappola” del sedicente Stato Islamico, che impiega i civili come scudi e si chiude nelle loro case per scappare dai soldati della coalizione.

Le autorità irachene e americane hanno aperto un'inchiesta sugli ultimi episodi, ma il primo ministro di Baghdad Haidar al-Abadi ha affermato che si tratta di “disinformazione”.

Gli ispettori statunitensi sono arrivati martedì 28 marzo a Mosul per ulteriori indagini su quanto avvenuto e sull'uccisione dei civili iracheni durante i raid aerei della coalizione. La maggior parte delle morti sono state provocate dai bombardamenti sulla parte occidentale di Mosul, la più popolosa. Le forze governative irachene hanno fatto partire un'offensiva per strappare la città al sedicente Stato Islamico il 19 febbraio 2017.

I raid della coalizione a guida statunitense hanno distrutto case con all'interno intere famiglie e l'alto numero delle vittime civili suggerisce che le forze della coalizione hanno mancato di prendere adeguate precauzioni per prevenire le morti dei civili, in violazione della legge umanitaria internazionale”, ha affermato Donatella Rovera, consigliera per la risposta alle crisi di Amnesty International che ha condotto l'inchiesta sul campo.

Il 23 marzo la televisione curdo-irachena Rudaw aveva dato notizia di un bombardamento nel quale almeno 200 persone sono state uccise nella zona ovest di Mosul nel quartiere di al-Jadida. In riferimento a questa notizia, il premier iracheno Abadi ha affermato che i risultati preliminari di un'inchiesta aperta dal governo di Baghdad “differiscono da quanto è stato finora diffuso”. Abadi ha denunciato quelli che ha definito “i tentativi di disinformazione”.

Il 25 marzo gli Stati Uniti hanno detto di aver avviato delle indagini sul raid aereo che avrebbe ucciso centinaia di civili a Mosul ovest.

Gli Stati Uniti hanno annunciato lunedì 27 marzo che circa 240 soldati verranno inviati in Iraq per supportare le operazioni per la riconquista di Mosul ovest dallo Stato Islamico.

martedì 7 febbraio 2017

Amnesty, in carcere Damasco 13.000 eseguiti in 5 anni Impiccagioni di massa a Saydnaya. Autorità negano

ANSA
Beirut - Oltre 13.000 persone sono state eseguite in un carcere di Damasco in cinque anni: lo rende noto Amnesty International in un rapporto pubblicato oggi. L'organizzazione per i diritti umani riporta che impiccagioni di massa sono avvenute nella prigione di Saydnaya, soprannominata dai detenuti il 'mattatoio', in un un periodo che va dall'inizio della rivolta del 2011 al 2015.

Nel rapporto, basato su interviste a 31 ex carcerati e oltre 50 funzionari, Amnesty sottolinea che le esecuzioni sono state autorizzate da alti funzionari, inclusi i vicepresidenti di Bashar Assad.

Le autorità siriane hanno negato le esecuzioni di massa, ma Amnesty scrive che nel carcere di Saydnaya gruppi di 20-50 persone venivano impiccate una o due volte alla settimana.

venerdì 7 ottobre 2016

Rapporto Amnesty - Rifugiati. L’egoismo delle nazioni ricche peggiorerà la crisi

Dazebao News
Roma - In un rapporto sulla crisi globale dei rifugiati Amnesty International ha accusato i Paesi più ricchi di una "completa assenza di leadership e responsabilità", che ha fatto sì che solo 10 Paesi, che assommano meno del 2,5% del prodotto interno lordo globale, abbiano accolto il 56% dei rifugiati del mondo.


Il rapporto, intitolato 'Dall'evasione alla condivisione delle responsabilità: come affrontare la crisi globale del rifugiati', descrive la precaria situazione in cui si trovano molti dei 21 milioni di rifugiati: da coloro che in Grecia, Iraq, al confine siro-giordano o sull'isola di Nauru hanno disperatamente bisogno di essere accolti, a chi in Kenya e Pakistan subisce la sempre maggiore persecuzione dei governi. Per risolvere la crisi globale dei rifugiati, Amnesty International presenta una proposta basata su un sistema che utilizza criteri obiettivi, per mettere in evidenza la giusta quota che ogni Stato dovrebbe prendere per dare ogni anno accoglienza al 10% dei rifugiati. "Oggi solo 10 Stati su 193 ospitano più della metà dei rifugiati: un piccolo numero di Paesi, lasciati a fare più di quanto potrebbero solo perché sono vicini alle aree di crisi. Questa situazione è insostenibile e causa miseria e sofferenza a milioni di persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, da Paesi come Siria, Sud Sudan, Afghanistan e Iraq", ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.
"È giunto il momento che i leader mondiali avviino un dibattito serio e costruttivo su come le nostre società possono aiutare le persone costrette a lasciare le loro terre a causa della guerra e della persecuzione. Devono spiegare perché il mondo può salvare banche, sviluppare nuove tecnologie e combattere guerre ma non può trovare un riparo sicuro per 21 milioni di rifugiati, ossia solo lo 0,3% della popolazione mondiale", 
ha aggiunto Shetty sottolineando che "se gli Stati lavoreranno insieme e condivideranno le responsabilità, potremo assicurare che chi ha dovuto lasciare il suo Paese possa rifarsi una vita altrove, in condizioni di sicurezza". Secondo Amnesty International, "in Pakistan e Iran cresce il numero di rifugiati in fuga dalla recrudescenza del conflitto dell'Afghanistan. I rifugiati afghani in Pakistan stanno andando incontro a una sempre più marcata persecuzione: le autorità ne hanno già costretti oltre 10.000 a tornare nel loro Paese. In Kenya, i rifugiati del campo di Dadaab stanno subendo pressioni per tornare in Somalia. Il governo ha intenzione di ridurre di 150.000 persone, entro la fine del 2016, la popolazione del campo. Più di 20.000 somali sono già ritornati in Somalia. Oltre 75.000 rifugiati in fuga dalla Siria sono attualmente intrappolati al confine con la Giordania, in una stretta striscia di deserto chiamata Bern". Prosegue la denuncia di Amnesty International: "L'Unione Europea sta sviluppando loschi accordi con Paesi come Libia e Sudan per limitare gli afflussi di migranti e rifugiati. Nei centri di detenzione per migranti della Libia si verificano violenze di massa ai danni di persone intercettate in mare dalla Guardia costiera o a terra da gruppi armati o forze di sicurezza e poi trattenute illegalmente e private di difesa legale. Le forze di sicurezza del Sudan adibite al controllo dell'immigrazione sono associate a violazioni dei diritti umani nella regione del Darfur".

"La crisi dei rifugiati non è limitata al Mediterraneo. In tutto il mondo, rischiano di morire a bordo di imbarcazioni stipate all'inverosimile, in campi dove si vive in condizioni abiette e di sfruttamento, o nelle mani di trafficanti e gruppi armati. I leader mondiali devono trovare un modo equo per condividere la responsabilità di aiutarli", ha commentato Shetty. Il rapporto di Amnesty International sostiene che l'ineguale condivisione delle responsabilità sta acuendo la crisi globale dei rifugiati e i molti problemi cui vanno incontro questi ultimi. Il rapporto evidenzia il profondo contrasto tra il numero di rifugiati provenienti dalla Siria accolto dai Paesi confinanti e quello ospitato in altri Paesi. Dal 2011, il Regno Unito ha accolto meno di 8.000 siriani mentre la Giordania - che ha una popolazione 10 volte inferiore e un prodotto interno lordo pari all'1,2 per cento - ne ha accolti 650.000. 

Il Libano, con una popolazione di 4.500.000 abitanti, una superficie di 10.000 chilometri quadrati e un prodotto interno lordo pro capita di 10.000 dollari, ospita oltre 1.100.000 rifugiati siriani mentre la Nuova Zelanda - con la stessa popolazione ma una superficie di 268.000 chilometri quadrati e un prodotto interno lordo pro capite di 42.000 dollari - ne ha accolti solo 250.

Altro esempio messo in evidenza dal rapporto di Amnesty International: "L'Irlanda, con una popolazione di 4.600.000 abitanti, una superficie sette volte superiore a quella del Libano e un'economia cinque volte maggiore, ha finora accolto 758 rifugiati siriani. I Paesi più ricchi potrebbero dunque accogliere una quota maggiore di rifugiati che si trovano in condizioni di vulnerabilità". Così, "utilizzando i criteri della popolazione, del benessere e del tasso di disoccupazione, la Nuova Zelanda potrebbe accoglierne 3.466: un numero ampiamente gestibile rispetto ai 1.100.000 siriani accolti dal Libano. "Il problema non è il numero globale dei rifugiati ma quello delle nazioni più ricche che ne ospitano pochi e fanno il minimo", ha dichiarato Shetty. "Se ognuna delle nazioni più ricche accogliesse rifugiati proporzionalmente alla sua dimensione, al suo benessere e al suo tasso di disoccupazione, trovare posto per molti più rifugiati sarebbe una sfida ampiamente risolvibile. A mancare sono la cooperazione e la volontà politica", ha concluso Shetty.

mercoledì 28 settembre 2016

Amnesty in Ungheria 'trattamento orribile' dei migranti. Grave degrado di centinaia al confine con Serbia/Croazia

Ansa Med
Berlino - "Centinaia" di profughi si trovano "in condizioni di degrado lungo il confine" meridionale ungherese "o nei centri sovraffollati della Serbia": lo denuncia Amnesty International in un comunicato in cui sottolinea un "orribile trattamento" riservato ai richiedenti asilo da parte del governo di Budapest.


La situazione, denuncia l'organizzazione per la difesa dei diritti umani, e' creata sia dal vasto reticolato eretto nel settembre scorso dall'Ungheria alla frontiera con la Serbia e poi esteso a quella con la Croazia, sia da "una legge che prevede un esame sommario delle domande d'asilo". 

In due varchi di confine sono state aperte cosiddette 'zone di transito', ricorda Amnesty riferendosi a container metallici in cui vengono esaminate le domande d'asilo e trattenuti coloro che vengono accettati. Ogni giorno nelle 'zone di transito' vengono ammesse solo 30 persone. Al momento di una visita di Amnesty International "oltre 600 persone si trovavano in campi improvvisati, in molti casi da mesi".

martedì 26 luglio 2016

Amnesty - Fiaccolata a Roma a sei mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni

La Repubblica

A sei mesi dalla scomparsa in Egitto del ricercatore friulano Giulio Regeni, trovato poi morto con evidenti segni di tortura in una strada fuori dal Cairo, al Pantheon di Roma si è tenuta una fiaccolata per chiedere ancora una volta ai governi egiziano e italiano, di impegnarsi affinché emerga la verità sulle circostanze della morte del cittadino italiano

venerdì 26 febbraio 2016

Amnesty: 2015 anno difficile per i diritti umani in EU Discriminazione rifugiati e rom nei Balcani

ANSA
Rapporto annuale 2015, 'Anno turbolento per l'Europa'
Trieste - Il 2015 è stato un "anno turbolento" per l'Europa. Così il rapporto annuale dell'Amnesty International sui diritti umani nel mondo, secondo il quale "il rispetto dei diritti umani è peggiorato in tutta la regione". Nei Balcani, il report segnala soprattutto la discriminazione dei rom, le violazioni dei diritti dei rifugiati e della libertà di informazione come problemi ricorrenti tra vari Paesi della regione.

I
n particolare, in Albania Amnesty segnala che alle comunità rom ed egiziana è stato negato un alloggio adeguato e sono state sottoposte a sgomberi forzati. Inoltre, migliaia di albanesi, spinti dalla povertà, hanno cercato asilo nell'Ue. Problematica anche la protezione contro la violenza domestica, che è rimasta "inadeguata".

Anche in Bosnia-Erzegovina sono continuati a verificarsi atti di discriminazione contro ebrei e rom e violazioni del diritto alla libertà di espressione. Inoltre, l'accesso alla giustizia e alla riparazione per i crimini del passato è rimasto limitato "a causa della mancanza di impegno".

Dal canto suo, la Croazia ha incontrato difficoltà nel fornire adeguate condizioni di accoglienza e accesso alle procedure di asilo per il grande numero di rifugiati e migranti giunti nel Paese, mentre non è cessata la discriminazione contro serbo-croati e rom.
Più di 600.000 rifugiati e migranti hanno attraversato la Serbia diretti nei paesi Ue. Il perseguimento dei crimini di guerra è progredito con lentezza. In Kosovo, i partiti di opposizione hanno ritardato l'istituzione di un Tribunale speciale per crimini di guerra e l'attuazione di un accordo con la Serbia mediato dall'Ue.

In Macedonia, la diffusione di audioregistrazioni "non ha soltanto rivelato prove di corruzione del governo ma ha dimostrato quanto fosse diffusa la sorveglianza clandestina", segnala Amnesty. Inoltre, le autorità non hanno rispettato i diritti di rifugiati e migranti, ricorrendo alla detenzione illegale e all'uso eccessivo della forza.

In Montenegro non sono cessate le minacce e le aggressioni contro organi d'informazione e giornalisti indipendenti; pochi responsabili sono stati assicurati alla giustizia. La polizia ha fatto uso eccessivo della forza durante le proteste di massa organizzate dai partiti dell'opposizione contro l'incapacità del governo di affrontare povertà, criminalità e corruzione.

Anche in Bulgaria sono perdurate le segnalazioni di respingimenti di rifugiati e migranti da parte della polizia di frontiera; le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo sono rimaste carenti e non è stato organizzato un piano di integrazione per i rifugiati riconosciuti. Le autorità locali e nazionali hanno continuato a sgomberare con la forza i rom. La riforma delle norme sui crimini d'odio è in una fase di stallo.

Discriminazioni contro i rom anche in Romania, dove nell'arco dell'anno scorso sono stati registrati sgomberi forzati e altre violazioni. A seguito della diffusione del rapporto del senato Usa sul programma di detenzioni segrete della Cia, è stata aperta una nuova inchiesta sulla collaborazione della Romania.

Ad aprile, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha esaminato la situazione della Romania per la prima volta in 18 anni.

giovedì 21 gennaio 2016

Turchia: Amnesty, 200mila a rischio in operazioni anti-Pkk - "punizione collettiva"

ANSA
Attacco governo turco a città curde è "punizione collettiva'
Istanbul - "L'attacco del governo turco sulle città e i quartieri curdi, che comprende coprifuochi 24 ore su 24 e tagli ai servizi, sta mettendo a rischio le vite di 200 mila persone ed equivale a una punizione collettiva". Lo scrive oggi Amnesty International in un dispaccio relativo alle operazioni di sicurezza condotte dalla scorsa estate da polizia ed esercito di Ankara nel sud-est a maggioranza curda contro il Pkk e il suo braccio armato giovanile, l'Ydg-h. 

La distruzione in una città curda dell'est della Turchia
L'allarme lanciato da Amnesty International si basa su ricerche sul campo e resoconti dei residenti "nelle aree che sono al momento inaccessibili agli osservatori esterni", compresi i deputati turchi. "I tagli alle forniture di acqua ed elettricità insieme ai pericoli legati all'accesso al cibo e alle cure mediche durante gli scontri a fuoco stanno avendo un effetto devastante sui residenti, e la situazione è probabilmente destinata a peggiorare rapidamente se non affrontata", accusa l'ong. 

Tra i resoconti, ci sono episodi di ambulanze a cui non è stato permesso l'accesso nelle città sotto coprifuoco per curare i feriti e di cadaveri di cui è stata impedita la sepoltura per oltre dieci giorni. Secondo Amnesty, inoltre, "diverse morti potrebbero essere state causate da cecchini in località lontane dagli scontri" e tra le vittime ci sono "bambini, donne ed anziani". "Mentre le autorità turche sembrano determinate a silenziare le critiche interne, ne hanno affrontato molto poche dalla comunità internazionale - denuncia John Dalhuisen, direttore del programma per l'Europa e l'Asia centrale - Le considerazioni strategiche sul conflitto in Siria e gli sforzi determinati di affidarsi all'aiuto della Turchia nel tamponare il flusso di rifugiati verso l'Europa non devono oscurare le accuse di gravi violazioni dei diritti umani".

mercoledì 13 gennaio 2016

Arabia Saudita: arrestata sorella del blogger Badawi. Amnesty: altro colpo ai diritti umani

La Stampa
Samar Badawi, sorella del blogger saudita Raif Badawi, condannato da Riad a 10 anni di prigione e mille frustate, è stata arrestata in Arabia Saudita: la notizia arriva da Amnesty International, che definisce il fermo "un nuovo colpo allarmante ai diritti umani" nel Paese.

Samar Badawi
Samar Badawi, moglie dell'avvocato saudita per i diritti umani Waleed Abu al-Khair, è stata arrestata martedì a Gedda, insieme alla figlia di due anni, interrogata dalla polizia per quattro ore e poi trasferita nel carcere di Dhahran, riferisce l'Ong nel suo sito web.

Secondo Ensaf Haidar, la sorella di Raif Badawi, "è stata arrestata con l'accusa di aver animato l'account Twitter @WaleedAbulkhair" dell'ex marito, attivista dei diritti umani. La prigione centrale di Dhahran è la stessa dove si trovano tanto il fratello, Raif Badawi, che il marito, Waleed Abdulkhairm, scrive su Twitter Ensaf Haidar, che si è rifugiata in Quebec con i tre figli, due femmine e un maschio. Anche Human Rights Watch (Hrw) ha chiesto alle autorità saudite di "liberare immediatamente" Samar Badawi e di "cessare di perseguire le persone unicamente per le loro critiche alle pratiche saudite in materia di diritti umani. Secondo Amnesty, Samar Badaoui, comparirà oggi dinanzi a un giudice. La donna era stata fatta oggetto di un divieto di lasciare il regno wahabita nel dicembre 2014.

In carcere dal 2012, Raif Badawi ha ricevuto le sue prime 50 frustate nel gennaio 2015, ma dopo un'ondata di proteste internazionali la condanna è stata sospesa. Il 29 ottobre ha ottenuto il premio Sakharov per la libertà di espressione assegnato dal Parlamento Europeo, che ha anche chiesto la sua liberazione "immediata".