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martedì 29 ottobre 2019

New Book - "Porte aperte - Viaggio nell'Italia che non ha paura" di Mario Marazziti. Storie di persone che vincono la diffidenza e accolgono i rifugiati arrivati con i corridoi umanitari che fuggono da guerra, persecuzione e morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Porte aperte: della comunità, della propria casa, della mente. Le storie raccolte in questo libro iniziano così, da persone che, vincendo la diffidenza, hanno accolto in vario modo persone in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla morte. 

Attraverso di loro la rete dei Corridoi Umanitari promossi dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche e dalla Conferenza Episcopale Italiana si è allargata ed è diventata il modello concreto e praticabile di una vera integrazione. 

Mario Marazziti, esperto e protagonista di politiche sociali innovative, ha attraversato l'intero Paese, da Treviso a Palermo, visitando città e piccoli centri, per raccogliere esperienze di un tipo di accoglienza diffusa che funziona e non richiede finanziamenti pubblici e che, mentre offre una nuova vita ai profughi, fa rinascere anche le comunità locali intorno a un progetto comune.

Nel suo viaggio dà voce all'Italia che non cede alla paura, non distoglie lo sguardo dalle sofferenze degli altri; a cittadini che a partire dalle ragioni della solidarietà e di un umanesimo profondo, hanno dato l'avvio a una significativa trasformazione sociale. 

E nella conclusione offre proposte operative per le politiche italiane ed europee. Un libro di storie autentiche che lasciano intravedere un futuro alternativo ai muri e ai porti chiusi e rappresentano l'antidoto alle narrazioni che impediscono di vedere nell'altro la somiglianza con noi stessi.

Mario Marazziti
Nato a Roma nel 1952, giornalista e scrittore, autore di diversi libri, è stato per anni editorialista per il Corriere della Sera, Avvenire, Famiglia Cristiana, Huffington Post e portavoce della Comunità di Sant'Egidio.
Presidente del Comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, è stato promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) e ha portato a termine, tra l'altro, la riforma delle professioni sanitarie, la legge di sostegno ai disabili gravi «Dopo di noi», e quella sul recupero degli sprechi alimentari. È cofondatore della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.


Novità sugli venti collegati al libro e sulle  storie di accoglienza su Instagram: @porte.aperte

sabato 20 maggio 2017

"Le case lavoro di reclusione, non offrono lavoro e reinserimento, vanno superate" Intervista a Mario Marazziti

TV Qui Modena
Il presidente della Commissione Affari Sociali Mario Marazziti ha visitato questo pomeriggio la Casa di Lavoro e di Reclusione di Castelfranco.


“Le Case di Lavoro, in un tempo dove le occupazioni scarseggiano, rischiano di diventare un parcheggio di passività senza cambiamento. Quindi vanno chiuse e pensata un’altra soluzione di reinserimento” 

Questa l’opinione del presidente della Commissione Affari Sociali Mario Marazziti che nel pomeriggio ha visitato la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia che attualmente ospita un centinaio di persone da riabilitare, con un aumento nell’ultimo periodo del 50% dei detenuti dopo la chiusura di altre strutture.

domenica 12 marzo 2017

Suicidio assistito e pena di morte: radicale contraddizione del pentobarbital

Avvenire
Caro direttore,
c’è una parola che unisce due storie che apparentemente non hanno nulla in comune, e che attraversano la coscienza di tanti in questi giorni. Pentobarbital. 


Tanti hanno imparato a conoscerla, seguendo con angoscia e partecipazione la tragica vicenda di Fabiano Antoniani. È il farmaco usato per il suo suicidio assistito nella clinica azzurra di moduli prefabbricati Dignitas. In tanti abbiamo appreso particolari che non sapevamo. Per esempio che il protocollo utilizzato è quello di un antivomito somministrato alla persona, e poi, dopo circa mezzora, l’assunzione di una overdose unica di 15 mg di pentobarbital, appunto. Si dice che da due a cinque minuti dopo l’assunzione ci si addormenta, si entra in un coma, e dopo, circa 30 o 40 minuti, il respiro si ferma. Si muore in mezzora, quaranta minuti al massimo. Una infermiera italiana della Exit, che con i radicali accompagna questo tipo di morte, dice che non ha mai visto piangere dopo l’assunzione del farmaco.

La seconda storia di questi giorni è quella di 8 esecuzioni da fare a marzo in Arkansas. Un record. Solo il Texas l’aveva fatto, una volta, negli ultimi vent’anni. Una corsa contro il tempo, perché la scorta di pentobarbital non può più essere usata, a breve, perché sta scattando il divieto di farlo. 8 esecuzioni e per di più con il pentobarbital: un orrore, denunciato coralmente "New York Times" e da molti altri grandi media in tutto il mondo.

A "Radio Anch’io", su Radio1 Rai, il 28 febbraio, ho sentito un ascoltatore che diceva più o meno: «È una vergogna che per un farmaco che costa meno di quindici euro, il pentobarbital, Dj Fabo sia stato costretto a spendere migliaia di euro in Svizzera». Sappiamo delle cliniche dove si va a morire a Chiasso. Traffico e molti soldi attorno al morire e al far morire.

Che c’entrano le due storie tra di loro? Per le esecuzioni capitali, prima del sodio pentobarbital si usava il sodio thiopental (pentothal). Fermarne la produzione e l’uso è stata una vittoria tutta italiana. L’abbiamo bloccato cinque anni fa. Lo produceva l’americana Hospira, Illinois, in Italia, vicino a Milano. Serviva da anestetico per gli interventi chirurgici. Conosco i dettagli perché, su segnalazione degli inglesi di Reprieve, fu una iniziativa della Comunità di Sant'Egidio e mia – ero, al tempo, vicepresidente della Coalizione mondiale contro la pena di morte - condotta assieme a Nessuno Tocchi Caino, e con il sostegno del Governo italiano. Una volta fatta responsabile la società produttrice dell’uso improprio, la casa-madre americana in una settimana decise di fermare la produzione. Da allora, tutte le case europee che producevano farmaci utilizzati nel cocktail letale hanno aderito al divieto di esportazione o hanno smesso di produrli. Le scorte si sono esaurite e nei bracci della morte hanno cercato un sostituto.

Nessuno Tocchi Caino lo racconta così: «Per la penuria di pentothal o per l’imminente data di scadenza delle scorte del farmaco su tutto il territorio nazionale, molti Stati americani sono stati costretti a sospendere o a rinviare le esecuzioni. In mancanza del pentothal, alcuni Stati hanno pensato anche di acquistarlo all’estero, ma quando ci si è resi conto che stanti le leggi vigenti queste importazioni erano a rischio di essere dichiarate irregolari, hanno modificato i loro protocolli inserendo un barbiturico di nuova generazione, il pentobarbital».

Era il 2011. E l pentobarbital è stato usato per la prima volta in un'esecuzione capitale in Ohio nel 2011. Prima serviva per le crisi di epilessia grave. Il produttore, la casa farmaceutica danese Lundbeck, ne vietò subito l’uso in qualunque processo legato alla morte. Questo ha preceduto un bando totale di prodotti similari "made in Uk" e, a catena, - altre venti case farmaceutiche hanno vietato qualunque uso del farmaco "per la morte" e non "per terapia". Ultima la Pfizer. Adesso, però, lo producono a Miami, alla Group Ltd, come Nembutal: lo si può acquistare online, incoraggiati a farlo dalla Exit Italia e dall’associazione Luca Coscioni, legata a Radicali italiani, alcuni dei quali o contribuito alla battaglia per messa al bando internazionale per le sentenze capitali.

Negli Stati Uniti per le esecuzioni vengono usate in associazione normalmente altre due sostanze, il potassium chloride e il rocuronium bromide, come anestetici e come veleni, nel tentativo impossibile di dare una “morte pulita”, per eliminare completamente il dolore dall’esecuzione: ma questo, nonostante l’apparente serenità legata alla paralisi completa, è stato contestato in passato dal "British Medical Journal". Non si esprimono emozioni, ma si brucia e si esplode dentro senza poterlo comunicare. Uccidere con una sostanza sola e senza dolore è ancora più complicato. Il pentobarbital è stato denunciato dalle associazioni mediche, perché mentre è stato utilizzato per uccidere gli animali da esperimento, non ci sono studi analoghi sugli esseri umani. È comunque in corso l’ultimo sforzo globale per metterlo fuori legge, come il pentothal.

La diciassettesima esecuzione nel nuovo “regime pentobarbital” è stata quella di Roy Blankenship. I testimoni parlano di «una smorfia» dopo l’iniezione, raccontano della testa che più volte si è mossa a scatti, durante tutta la procedura, e di «parole mangiucchiate e rumori che uscivano dalla bocca». David Waisel, medico, ha testimoniato in proposito: «Posso dire con certezza che Mr Blankenship è stato anestetizzato in maniera inadeguata e che è stato cosciente almeno per i primi tre minuti dell’esecuzione, con grande sofferenza». In tutto questo, c’è una contraddizione davvero radicale.


Mario Marazziti
Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera,
Co-fondatore della Coalizione Mondiale contro la pena di morte

sabato 19 novembre 2016

Evento “Pena e speranza”: Un carcere più umano è possibile

Corriere Sociale
Roma – Cosa si può fare per rendere più umana la vita nel carcere e fare dell’esecuzione della pena non la parentesi prima della recidiva? Come risolvere alcune criticità fondamentali come la salute e la riabilitazione? Hanno ancora senso pene come l’ergastolo e l’ergastolo ostativo (che nega ogni misura alternativa al carcere e ogni beneficio penitenziario)? Su questi temi fondamentali si è incentrato l’incontro del 16 novembre a Roma intitolato “Pena e speranza”, promosso dal Presidente della Commissione Affari Sociali, Mario Marazziti, e dal “Cortile dei Gentili”, struttura del Pontifico Consiglio della Cultura guidato dal Cardinale Gianfranco Ravasi, costituita per favorire il dialogo tra credenti e non credenti.


Grazie alla presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, del senatore Luigi Manconi (Presidente della Commissione Diritti Umani) e di eminenti studiosi, l’incontro è servito anche per fare il punto sull’attuale situazione carceraria che pure ha visto un miglioramento rispetto agli anni passati. «Quando l’Italia fu condannata dalla Corte europea con la sentenza Torreggiani i detenuti erano 65.905 su 46 mila posti. Oggi sono 54.912 e i posti sono diventati 50.062» spiega Marazziti, che snocciola anche i dati sulle misure alternative: raddoppiate, in tre anni, da 21 mila a 40 mila. «Vuol dire che si può costruire sicurezza senza ricorrere al carcere». Permangono tuttavia numerose criticità, come i 920 suicidi dal 2000 ad oggi, più le 2587 morti legate soprattutto a cattiva salute, sanità disuguale, violenza e droghe.

Non meno importanti sono poi questioni come l’implementazione del lavoro (38 mila le persone in ozio forzato), il problema degli stranieri in carcere (la cui alta percentuale è “legata alla marginalità e alla condizione di irregolarità”), fino al diritto a vivere e praticare il proprio sentimento religioso. Esigenze che vanno di pari passo con appuntamenti politici non più rimandabili: dalla calendarizzazione della Riforma penale – attualmente ferma al Senato – all’approvazione della delega sulla riforma dell’Ordinamento penitenziario. Anche l’amnistia e l’indulto, ancorché impopolari, potrebbero diventare un «volano di trasformazione strutturale verso un sistema di giustizia più efficace». Infine, la proposta di abolire l’ergastolo, tema che più di tutti si ricollega al senso dell’incontro: «Non c’è pena senza speranza – spiega Marazziti –. E la pena che non offre speranza è controproducente, perché la speranza è il DNA del cambiamento».

di Anna Toro 

domenica 22 maggio 2016

Marazziti «Ora un’amnistia in nome di Marco, invece di fare solo una celebrazione postuma»

Il Dubbio
«Invece di fare solo una celebrazione postuma e per certi aspetti surreale, chiediamo una tregua contro il giustizialismo»

«Visto che quasi tutte le forze politiche manifestano oggi grande apprezzamento dell’operato di Marco Pannella, il modo più serio per ricordarlo è una stabilire una tregua parlamentare per convergere su un provvedimento di amnistia. Invece di fare solo una celebrazione postuma e per certi aspetti surreale, chiediamo una tregua in nome di Marco».


Mario Marazziti, presidente della commissione Affari Sociali della Camera, in quota Democrazia solidale, chiede a tutte le forze politiche di passare dalle parole di cordoglio ai fatti per onorare il leader radicale appena scomparso.

Onorevole Marazziti, perché secondo lei l’amnistia sarebbe il modo migliore di ricordare Pannella?
Perché è una battaglia che ho condiviso personalmente con Marco. Il sistema carcerario italiano viene da un periodo di grande illegalità, sanzionato in Europa. In questa legislatura abbiamo provato a sanare la situazione con una serie di provvedimenti che hanno abbassato il tasso di sovraffollamento e rimesso in circolazione risorse ed energie. All’inizio, anche a causa della crisi economica, non eravamo più in grado nemmeno di sostenere i costi per accompagnare i detenuti a farsi curare fuori dal carcere. Scendere da 67 mila detenuti a un po’ più di 50 mila significa che le stesse risorse possono essere in parte destinate per i percorsi di riabilitazione. E Con il ricorso alle misure alternative, la recidiva è molto più bassa.

Per che tipi di reato propone l’amnistia?
Per quelli che prevedono una pena inferiore a 4 anni e in generale per reati non socialmente pericolosi.

Per un provvedimento del genere serve una maggioranza molto ampia. Crede che sarà mai possibile trovare una convergenza in Parlamento su questi temi?
Una volta chiarito che la sicurezza non è in questione, perché non verrebbe liberato nessun mafioso, e perché alcuni reati corruttivi contro la cosa pubblica potrebbero rimanere esclusi dall’amnistia, credo che a questo punto anche il mondo giustizialista potrebbe aderire a questa richiesta. Prima era quasi una prassi concedere l’amnistia in occasione dell’elezione di un Presidente della Repubblica. Questo percorso si è interrotto con mani pulite.

Lei però ha chiesto anche di riaprire una discussione sull’ergastolo ostativo, cioè la condanna legata a reati associativi per cui non è previsto l’accesso al sistema dei benefici. Non le sembra una proposta un po’ troppo audace?
No. Da due anni ho presentato un disegno di legge per rivedere l’ergastolo ostativo, per cancellare il “fine pena mai”. Spieghiamoci meglio. In Italia tutti sanno che c’è l’ergastolo, ma forse in pochi sanno che si tratta di una condanna che non supera mai i 30 anni di carcere, poi si accede a una serie di benefici. Per i reati associativi, invece, non è previsto alcuno sconto, a meno che non ci sia un percorso di collaborazione. Ecco, io non metto in discussione il fatto che debba esserci un carcere certo e anche duro per determinati reati, propongo la possibilità di studiare un riesame personalizzato durante l’esecuzione della pena. E propongo l’introduzione di tempi certi per tutti.

Cioè?
Pensiamo ai 1.200 detenuti che attualmente si trovano in una posizione di “fine pena mai”. Tra loro c’è sicuramente chi ha commesso reati - anche di mafia - da ragazzo, magari a 25 anni. Secondo me per loro la legge deve prevedere almeno una possibilità di riabilitazione. E poi pensiamo all’errore giudiziario, fosse anche solo l’un per mille. In quei casi il detenuto non può accedere ai benefici perché non collabora con la giustizia. Ma in realtà non può collaborare, perché innocente. Secondo me sarebbe bene, magari a metà della pena, riesaminare i casi singoli. Che non vuol dire cambiare una sentenza di condanna, ma ragionare sul tipo di esecuzione della pena. Che preveda una fine.


di Rocco Vazzana

domenica 28 febbraio 2016

"Vivere senza pena di morte" - Gianfranco Ravasi sul libro "LIFE" di Mario Marazziti

Il Sole 24 Ore
Gianfranco Ravasi

Alle mie spalle, nella cosiddetta «Sala del Prefetto», quando dirigevo la Biblioteca Ambrosiana di Milano, si levava una libreria interamente occupata dal Fondo Beccaria. In esso, con la segnatura Becc. B. 202, si notava una sorta di reliquia custodita in un astuccio in pelle e con una legatura altrettanto solenne scandita da uno scudo stellato vagamente massonico: era l’autografo, dalla stesura piuttosto tormentata, dell’opera massima di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764). Il testo, con l’intera sua biblioteca, era passato attraverso gli eredi al presidente della Camera di Commercio e consigliere comunale di Milano Angelo Villa Pernice, un appassionato bibliofilo, la cui vedova aveva donato all’Ambrosiana nel 1910 l’intero patrimonio librario del marito. Ricordo ancora l’emozione con cui i due presidenti Ciampi e Napolitano – in visita a quell’istituzione fondata dal cardinale Federico Borromeo – sfogliarono il manoscritto. L’opera è un po’ alla base della moderna civiltà giuridica: anzi, Napolitano mi aiutò a ricostruire persino l'influsso che questo saggio ebbe su Caterina di Russia e sul suo fallito tentativo di riforma del codice penale zarista. 

Questa premessa autobiografica vuole idealmente attestare la personale condivisione dell’appello implicito che regge tutte le pagine del volume di Mario Marazziti della Comunità di S. Egidio che, inseguendo la scia di sangue che nella storia va da Caino al Califfato, spinge «verso un mondo senza pena di morte», come recita il sottotitolo. Il genere letterario di queste pagine è molto fluido ed è simile a un arcobaleno, se vogliamo adottare un simbolo pacifista abusato ma pertinente. Si oscilla, infatti, da un lato tra dati brutali, basati su eventi sconcertanti e cifre impressionanti, e d’altro canto riflessioni articolate e puntuali. Si introducono le voci che escono da quell’oltretomba anticipato che sono le carceri ove i detenuti sono nel limbo dell’inferno e ove si consumerà l’esecuzione capitale, vere e proprie «voci dal silenzio». Si producono i documenti elaborati dall’Onu e da altre istituzioni perché cessi questa barbarie, ma si offre una parallela documentazione della mattanza che continua serena in molti stati, anche in quelli spesso elevati a vessillo di civiltà (leggi gli Usa). 

Non ci si appella a vaghi alibi quando si analizza il fenomeno scandaloso dei condannati innocenti, così come non si hanno esitazioni nel coinvolgere in questo dibattito rovente le grandi religioni e le loro ambiguità. E qui entra in scena il grande rischio del fondamentalismo e l’assenza di una corretta ermeneutica dei testi sacri, a partire dalle pagine bibliche. O anche si denunciano certe esitazioni, come nel caso del n. 2267 del Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, poi superato dai reiterati interventi contro la pena di morte di s. Giovanni Paolo II, nella linea di una coerente tutela integrale della sacralità della vita, posta – nella concezione religiosa – sotto il sigillo esclusivo della suprema cassazione divina, come suggerisce il celebre asserto biblico su Caino (Genesi 4,15: «Il Signore pose a Caino un segno perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse»).

Le rievocazioni storiche nel libro di Marazziti si associano alle testimonianze che grondano umanità, miseria, incubo, ma anche illuminazione, redenzione, speranza: emblematico è il dialogo con Ray Krone, liberato dopo dieci anni di inferno nel braccio della morte di Tucson in Arizona, «uscito innocente, pieno di ferite della vita, ma ancora vivo». Alla genealogia cronologica di questa atroce storia delle esecuzioni di stato, a partire dall’antico Egitto e dal codice di Hammurabi (in esso 25 reati contemplano la pena capitale), giù giù fino all’ultima votazione per l’abolizione di questa prassi, il 27 maggio 2015 nel Nebraska, si unisce un altro curioso elenco, quello dei «tredici modi per vivere senza la pena di morte», pagine da far meditare non solo ai politici ma anche ai molti cittadini che si lasciano abbandonare ai fremiti delle reazioni “di pancia”, spegnendo ogni collegamento con la ragione.

Marazziti non teme anche di affrontare l’altro versante speculare ove sono insediati i familiari delle vittime, senza incorrere nella banalità dell’intervistatore televisivo che col microfono impugnato domanda: «Lei perdona?». È, questo, un altro capitolo del complesso rapporto tra giustizia e amore, tant’è vero che, se è necessario che «nessuno tocchi Caino», è altrettanto decisivo che si stia dalla parte di Abele. Al contrasto senza “se” e senza “ma” alla logica della vendetta proclamata dal truce personaggio biblico Lamek (Genesi 4,23-24: «Uccido un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette»), si deve però associare la voce dei profeti che, senza esitazioni, esige che «come acqua scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Amos 5,24).

In questo anno giubilare posto all’insegna della misericordia sarebbe significativa una moratoria per la pena di morte. È, perciò, significativo ascoltare le ragioni che Marazziti, attraverso pagine striate di esperienze personali e di passione, cerca di comporre in un caleidoscopio, scuotendo le coscienze. È questa la vera opposizione contro chi, invece, imbraccia la spada della violenza criminale: è noto, infatti – e la statistica lo conferma – che la pena capitale non è un deterrente al terrorismo o ai delitti di sangue e ai crimini in genere. Un appello, certo, alla giustizia vera, efficace, celere ma anche un impegno a elaborare un sistema educativo che ritrovi il senso trascendente (laicamente e religiosamente) di ogni vita e del suo rispetto. Incisivo è il monito divino proposto nel libro del profeta Ezechiele: «Forse che io, il Signore, ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?... Io non godo della morte di chi muore» (18,23.32).

sabato 16 gennaio 2016

Presentazione del libro "Life - Da Caino al Califfato: verso un mondo senza la pena di morte" di Mario Marazziti - VIDEO


Presentazione del libro 
"Life - Da Caino al Califfato: verso un mondo senza la pena di morte" 
di Mario Marazziti 
(presidente della Commissione Affari sociali della Camera)



martedì 12 gennaio 2016

Presentazione del libro: "LIFE - Da Caino al Califfato: verso un mondo senza la pena di morte" di Mario Marazziti


Presentazione del libro


LIFE
Da Caino al Califfato: 

verso un mondo senza la pena di morte

di Mario Marazziti



CAMERA DEI DEPUTATI
Sala Della Regina
Giovedì 14 gennaio 2016

Ingresso dalle ore 17.15
Inizio ore 18.00

Intervengono
Lucia Annunziata - Direttore Huffington Post

Mons. Paul Richard Gallagher - Segretario per i Rapporti con gli Stati, Segreteria di Stato
 
Paolo Gentiloni - Ministro degli Esteri

Andrea Riccardi - Fondatore della Comunità di Sant'Egidio


Sarà presente l'Autore

venerdì 25 dicembre 2015

“I corridoi umanitari sono un’iniziativa straordinaria”. Intervista a Mario Marazziti

Riforma.it
«L’iniziativa ha un valore esemplare in quanto per la prima volta si realizza un’attività necessaria e atta ad affrontare in maniera civile, umana e intelligente il tema delle migrazioni mondiali. L’esodo dei profughi forzati che scappano dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle desertificazioni che stanno cambiando il mondo. Lo si fa introducendo un principio semplice: che si possono fare i viaggi sicuri» 

lo ha detto Mario Marazziti, deputato PI-CD e presidente della Commissione Affari sociali alla Camera e vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione dei migranti nei centri di identificazione e espulsione e nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. Marazziti è anche portavoce della Comunità di Sant’Egidio: gli abbiamo rivolto alcune domande.

L’apertura dei corridoi umanitari dal Marocco e dal Libano e Etiopia – promossa dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio – è una buona pratica messa in essere da organizzazioni religiose. Qual è il suo parere in qualità di portavoce della Comunità di Sant’Egidio e di uomo delle istituzioni?
«I corridoi umanitari sono un’iniziativa straordinaria, una buona pratica, non solamente dal sapore simbolico ma dal valore concreto. Lo sano bene le famiglie e le persone fragili e vulnerabili che inizieranno nei prossimi giorni i primi viaggi verso una nuova vita. L’iniziativa ha un valore esemplare in quanto per la prima volta si realizza un’attività necessaria e atta ad affrontare in maniera civile, umana e intelligente il tema delle migrazioni mondiali. L’esodo dei profughi forzati che scappano dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle desertificazioni che stanno cambiando il mondo. Lo si fa introducendo un principio semplice: che si possono fare i viaggi sicuri. Togliendo dalle mani dei trafficanti il business della tratta di esseri umani e togliendo possibilità di controllo di questo traffico ai terroristi di Daesh, un modo per restituire all’Europa la possibilità di non contraddire sé stessa: i suoi valori più profondi e la sua stessa identità».

È una partenza o è il punto di arrivo di un lungo percorso culturale, solidale ed ecumenico?
«È un punto d’arrivo eccezionale che ha impegnato per più di un anno la Fcei e la Comunità di Sant’Egidio. È il frutto di quell’anima evangelica e buona del nostro mondo occidentale che, in maniera generosa e libera, riesce a pensare e realizzare quello che i governi, le regole e le strutture dei nostri Stati nazionali e democrazie in questo momento un po’ fragili, non sono riuscite neanche a immaginare».

Quando è nata l’idea dei corridoi insieme alla Fcei?
««All’indomani della tragedia che il 3 ottobre 2013 causò al largo di Lampedusa la morte straordinaria di troppi esseri umani. Ricordo che l’apertura di corridoi umanitari fu l’idea che spontaneamente sorse a chi assistette a tale dramma. Quando ci recammo con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e altri cinque deputati a Lampedusa all’indomani dei tragici fatti, proprio mentre venivano composte in quell’hangar le prime salme e venivano fatti i primi passi per dare un nome a quei 113 morti, tra i quali si contavano già i primi quattro bambini, facemmo la nostra prima preghiera e aiutammo i sopravvissuti eritrei a essere meno disperati dimostrando la nostra vicinanza e il nostro affetto, regalammo un po’ di sollievo in quei drammatici momenti. Scoprimmo però che quelle salme, le prime, che stavano giungendo a Lampedusa, erano solo una parte di una tragedia ben più grande che stava ancora aspettando di essere ritrovata in fondo al mare».

Che cosa si intende per corridoi umanitari?
«Il modo più adeguato per poter far giungere in Europa, o in quella parte del mondo in cui è possibile ancora vivere, le persone che sono in fuga da terre invivibili, facendolo in modo sicuro e grazie alla distribuzione di visti umanitari rilasciati in Marocco e in Libano ed Etiopia attraverso le ambasciate e gli uffici che la Fcei e Sant’Egidio hanno predisposto. I visti sono un modo per dare a queste persone la certezza di un viaggio dignitoso e privo di rischi, ma anche per dare loro, attraverso le nostre organizzazioni, un futuro di integrazione grazie agli accordi che le chiese, la società civile, le istituzioni hanno attivato per garantire loro un futuro concreto con possibilità lavorative e ricongiungimenti famigliari. Sono attive reti di solidarietà tra siriani e iracheni, ad esempio, che potrebbero accogliere i propri fratelli».

Come dovrebbero funzionare?
«L’attivazione dei primi tre corridoi umanitari, dal Marocco, dal Libano e dall’Etiopia – in un tempo in cui il terrore e la brutalità sono arrivati anche in Europa, facendo aumentare sensibilmente il numero di persone preoccupate per quanto sta accadendo nel mondo con la richiesta di maggior sicurezza – acquistano oggi un valore aggiunto, ossia, il fatto che vi è la possibilità di poter identificare le persone prima della loro partenza e dunque prima che esse giungano sul territorio europeo e individuando, altresì, le persone più fragili e vulnerabili fra i tanti profughi in partenza. Un modo per dare loro la dovuta priorità: famiglie con bambini fragili, malati o disabili, ad esempio. I tre uffici aperti dalla Fcei e sant’Egidio permettono di poter raccogliere queste storie di avviare in seguito il percorso di identificazione e predisporne l’arrivo in Italia grazie all’accordo fatto con i ministeri degli Esteri e dell’Interno, e quindi di poter far avere per un anno un permesso umanitario. Tutto ciò senza costi per lo Stato: un progetto sostenuto dai credenti che assegnano le risorse attraverso la destinazione delle quote Otto per mille all’Unione delle chiese metodiste e valdesi, grazie ai fondi stanziati da sant’Egidio e a quanto si raccoglierà attraverso le donazioni. Un nuovo modello di integrazione che definirei di “integrazione immediata”. Ciò che manca in tutto il sistema di accoglienza nazionale».

Ossia?
«I Cara, per non parlare dei Cie (centri di identificazione ed espulsione), gli Sprar, dunque i centri più piccoli sparsi sul territorio nazionale, sovente servono a far “buttare via” sei mesi, un anno, due anni di vita di queste persone ospitate. Un tempo che queste persone passano proprio nell’attesa di un documento di asilo, se accolto, o di eventuale ricorso, in caso di espulsione. Luoghi dove vengono fatti micro corsi di lingua, più spesso dove si pratica il nulla. Tutto questo tempo perso è un rischio in quanto crea marginalità, un tempo buttato anche per la crescita della nostra Europa, la crescita della nostra Italia. Il nostro Paese, lo sappiamo tutti, ha invece un enorme bisogno di nuovi italiani per via dell’invecchiamento della popolazione, per lo squilibrio nel pagamento delle pensioni, per la difficoltà di poter essere competitivi. La mancanza di generazioni giovani è la prima causa di questo malessere europeo e queste persone che arrivano nel nostro paese sono generazioni di giovani. Iniziare immediatamente un percorso di integrazione è uno dei modi per favorire il nostro sviluppo. Dunque i corridoi umanitari della Fcei e in collaborazione con la comunità di Sant’Egidio hanno convinto il governo italiano, un prototipo e una buon esempio che potrebbero riproporre tutti i paesi europei, un progetto umanitario che ritengo essere di grande valore».

Fa riflettere il dato che solo grazie all’impegno delle chiese e della società civile si sia arrivati a convincere la politica e le istituzioni che questa fosse una buona pratica. Non poteva essere il contrario?
«In questa fase politica italiana ed europea c’è una grave debolezza delle democrazie occidentali. Una deriva populistica legata ai tanti anni di crisi economica e finanziaria, crisi in cui anche la ripresa che vi è stata è una ripresa senza lavoro e di una concezione diversa anche del poco lavoro esistente. L’Unione Europea, seppur frammentata, in questa nuova crisi è tuttavia l’antidoto a derive nazionaliste che portarono dopo la crisi del 1929 all’avvento del nazismo. Tuttavia persistono delle forti spinte populiste che indeboliscono tutti i parlamenti. Dunque è molto difficile poter prendere delle decisioni complesse e impopolari in un tempo in cui c’è chi sfrutta il disagio sociale creando capri espiatori. Lo sappiamo bene ed è sempre stato così, sono “quelli che vengono da fuori”, a essere la causa di ciò che non va bene da noi. In questo senso, a mio avviso, dalle chiese, dalla società civile, arriva quella libertà che è radicata proprio nella fede e nella coscienza di ognuno di noi».

Soffiare sul vento della paura, tra le liste antisemite pubblicate online e luoghi comuni su rom, sinti e immigrati è una vecchia litania populista?
«Ogni volta che si apre il coperchio delle paure e degli istinti peggiori non si sa mai dove si va a finire e l’antisemitismo ritrova sempre “fiato” e soprattutto ritrovano “fiato” gli stereotipi che vedono nell’altro, nel diverso da noi, il nemico. Questo è certamente ciò che vogliono diffondere gli estremisti radicali e gli assassini di Daesh, ad esempio. È difficile capire chi c’è dietro e chi redige le liste come quelle di Radio Islam, se sono islamisti radicali o chi, invece, decide di utilizzarne le sembianze per creare scontri tra correnti differenti interne per questioni di controllo e supremazia. Diciamo che su questi fatti, condannabili come indegni e inauditi, c’è purtroppo anche molta opacità. L’unica cosa chiara è che noi siamo chiamati a condannare ogni atto di antisemitismo e di dover aiutare l’Islam a resistere alla tentazione di sentirsi perseguitato da noi. Dunque, non regalare al cosiddetto Stato islamico l’idea che l’Occidente si stia coalizzando contro l’Islam. OggiDaesh è ancora una minoranza brutale che vuol far passare l’idea di essere il vendicatore dell’Islam. Un miliardo di musulmani nel mondo non solo non si riconoscono in questa organizzazione ma si sentono fortemente minacciati. Sta a noi non creare i presupposti per regalare a Daesh la forza di poter proseguire nel suo nefasto obiettivo. È necessario resistere alle tentazioni di odio e conflitto e alle semplificazioni, dobbiamo ricostruire le radici civili, umane e morali e valoriali della bellezza del nostro vivere insieme».

Oltre alla buona pratica di intervento c’è anche la buona pratica del dialogo ecumenico…
«Alla grande divisione delle guerre e dell’odio che fanno scappare molte persone dalle loro terre noi rispondiamo con l’unità. Le chiese cristiane hanno la capacità di riunirsi e di andare verso un punto comune in avanti e riconoscendosi come sorelle e fratelli, nel servizio ai poveri e nel recupero della dignità umana. Solo tornando a essere autentici cristiani, saremo in grado di cambiare il mondo».

martedì 1 dicembre 2015

Citta’ per la vita: Marazziti, pena morte nel mondo “in cattiva salute”

Onu Italia
“Nonostante i venti di guerra e la minaccia del terrorismo, la pena dimore nel mondo oggi per fortuna non gode di buona salute”. Lo ha detto Mario Marazziti, presidente della commissione Affari sociali della Camera incontrando a Roma una delegazione parlamentare del Nebraska, il primo Stato conservatore degli Usa che in maggio ha abolito la pena capitale.

L’occasione e’ stata “Cities for Life”, la manifestazione organizzata dalla Comunita’ di Sant’Egidio e che quest’anno, partendo da Roma con il Colosseo illuminato, ha coinvolto 2030 citta’ in tutto il mondo. “La vita e’ più forte della morte. Ecco perche’ vinceremo sulla pena di morte”, ha detto Sister Helen Prejan, la religiosa americana di Dead Man Walking che ha partecipato, con il presidente della comunità trasteverina Marco Impagliazzo e la delegazione del Nebraska, all’accensione dell’anfiteatro Flavio, luogo storico di esecuzioni al tempo di Roma antica.

Marazziti, portavoce della Comunita’ e autore di molti libri sulla pena capitale e da ultimo di “Life”, ha osservato che a livello globale il boia e’ stato mandato in pensione in ormai cento Stati mentre una cinquantina applicano una moratoria di fatto. “Dagli anni ’70, i Paesi che non ricorrono più alla pena capitale sono aumentati di oltre 7 volte: erano 20, oggi sono più di 150”, ha sottolineato Marazziti, aggiungendo però che alcuni Stati hanno sospeso la moratoria, riprendendo le esecuzioni: tra questi, Indonesia, Pakistan, Ciad e Giordania.

“La storia del mondo cambia rapidamente”, ha spiegato, presentando l’esperienza abolizionista del Nebraska, illustrata dai senatori Colby Coash e Mark Kolteman, oltre che da Miriam Kelle, parente di una vittima e attivista contro la pena capitale nello stesso Stato degli Usa: “Eventi come Cities for Life sono davvero una speranza per le famiglie delle vittime che hanno subito un omicidio in casa”, ha detto la Kelle.

Il lavoro per l’abolizione della pena di morte in Nebraska è cominciato più di trent’anni fa. Secondo Marazziti, lo Stato americano e’ “un esempio per tutto il mondo conservatore”.

Il senatore Kolterman ha spiegato la filosofia che ha portato il suo stato a votare contro le esecuzioni: “Sono sempre stato per la vita. Penso che la vita incominci col concepimento e termini con la morte naturale. Nessuno ha il potere di toglierla. Ho votato in coscienza quattro volte contro la pena di morte. L’ho fatto per i miei elettori e per lo Stato del Nebraska, perché uno Stato del Nebraska senza pena di morte è uno Stato migliore”.

“Città per la vita” si celebra ogni 30 novembre, in ricordo dell’anniversario della prima abolizione per legge della pena capitale decisa da uno stato europeo, il Granducato di Toscana, nel 1786. È un’iniziativa che negli anni ha riunito amministrazioni locali e società civili di ogni parte del mondo, unite in questa battaglia di civiltà e per la vita. Assieme alla Giornata Mondiale che si celebra ogni 10 ottobre, è la più estesa mobilitazione mondiale dell’anno contro la pena capitale. (@alebal)

sabato 28 novembre 2015

Alla luce degli eventi di Parigi – Intervista a Mario Marazziti sul nuovo libro “Life - Da Caino al Califfato verso un mondo senza pena di morte”

Blog Diritti Umani - Human Rights
“La pace è sempre possibile, con la guerra si perde sempre tutto. I fatti di Parigi mostrano che c'è una escalation. C'è una situazione terribile ma non è con la guerra che si vincono le guerre. Nella pena di morte l'idea di far sparire la morte uccidendo è un'illusione e penso che sia la stessa illusione terribile di chi pensa davanti ai fatti di Parigi che ci vuole più guerra e più morte. Se si prendessero i colpevoli che si farebbe: pena di morte o no?
L'unica cosa chiara e che il Califfato ha un culto della morte, vuole la morte, non ha paura della morte, sono attacchi suicidi. Noi dobbiamo essere diversi. E' l'unica cosa che possiamo fare.”

domenica 1 novembre 2015

“Life”, il nuovo libro di Mario Marazziti contro la pena di morte, in libreria il 3/11

OnuItalia
Roma – Un libro che attraversa la storia, le religioni, le diverse culture. “Life” di Mario Marazziti, in libreria il 3 novembre con Francesco Mondadori, fa il punto sul movimento mondiale che ha portato il pianeta, in maggioranza, a rinunciare alla pena capitale. 

“E’ un libro a cui tengo molto. E’ un pezzo di vita e un’idea della vita”, ha detto l’autore, parlamentare, presidente della Commissione per i Diritti Umani della Camera dei deputati e portavoce della Comunità di Sant’Egidio, con proprio all’interno della cosiddetta ONU di Trastevere, ha avuto un ruolo personale in questo cambiamento epocale.

Sottotitolo, “Da Caino al Califfato, verso un mondo senza pena di morte”, “Life” e’ un libro sulla vita, “l’arte di vivere che si scopre assieme alle famiglie delle vittime, ai condannati, agli innocenti, mentre si fa un viaggio in luoghi sconosciuti”. Scritto in presa diretta, nelle sue 256 pagine porta dentro il braccio della morte in Texas, nel sistema giudiziario e nelle sue contraddizioni, nella vita di un condannato a morte innocente, il numero 100 in America. “Life” è anche un resoconto dettagliato del ruolo che l’Italia e l’Europa hanno avuto e ancora hanno in questa intelligente diplomazia umanitaria.

Il libro segue a ruota “13 Ways of Looking at the Death Penalty”, scritto da Marazziti qualche mesi fa in inglese e diretto specificamente al mercato americano. E’ in America, e per la precisione a San Quentin, che nasce l’impegno dell’autore per chiudere per sempre con la pena di morte: Marazziti aveva otto anni nel 1960 quando Caryl Chessman fu messo a morte con la camera a gas: “Ricordo l’infografica sui giornali: la capsula di veleno che cadeva da una fessura sul soffitto in una catinella di acqua, il veleno che si sprigionava, il condannato soffocato a morte”.

Il metodo di Marazziti, che nel 2007 ha contribuito all’approvazione all’ONU della prima moratoria sulla pena di morte, è quello della “ricetta Sant’Egidio”, lo stesso mix di ricerca di rapporti personali e di strumenti ancora non usati, che ha portato la Comunità di Trastevere, fondata da Andrea Riccardi, a mediare i conflitti in Mozambico e Costa d’Avorio, Centrafrica e Filippine. Che ha creato, fra l’altro, il progetto Dream, che cura e assiste i malati di Aids e le loro famiglie in Africa, e l’iniziativa Città per la Vita: dal Colosseo illuminato a 1.500 eventi ogni novembre in giro per il mondo.

di Alessandra Baldini

giovedì 24 settembre 2015

Marazziti: Straordinario intervento di papa Francesco al Congresso americano, è tempo di abolire la pena di morte!

Blog "Città per la Vita"
Marazziti: straordinario intervento di papa Francesco al Congresso americano.
E’ tempo di abolire la pena di morte anche in tutti gli Stati Uniti.
Una grande democrazia rischia di abbassare tutti al livello di chi uccide quando utilizza la pena capitale.

Mario Marazziti, al termine della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati da lui presieduta, che ha espresso il parere favorevole sul disegno di legge per la cittadinanza per i bambini stranieri e figli di immigrati, ha commentato a caldo il passaggio del discorso di papa Francesco al Congresso americano sulla necessità di “scelte coraggiose” e di abolire la pena di morte.

“Uno intervento straordinario, che aiuta tutte le democrazie a capire che non c’è giustizia senza vita, e che la pena di morte abbassa l’intera società al livello di chi uccide. C’è una cultura di morte e una sconfitta evidente nel mantenimento della pena capitale. E’ una società che non sa immaginare la riabilitazione, ma solo la punizione. E questo l’ha detto con chiarezza papa Francesco quando detto, anche in termini personali:

"Proteggere e difendere la vita umana mi ha portato, fin dall'inizio del mio ministero, a sostenere a vari livelli l'abolizione globale della pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal momento che ogni vita è sacra", e che "ogni persona umana - specifica - è dotata di una inalienabile dignità e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini".

Come co-fondatore della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte ho sottolineato più volte come da quindici anni la pena capitale si stia restringendo negli USA e nel mondo e come gli Stati Uniti siano oggi al numero più basso di esecuzioni e di condanne da 15 anni. Con la Comunità di Sant’Egidio ho lavorato direttamente all’abolizione, avvenuta, della pena di morte in New Jersey, New Mexico, Illinois, Nebraska. E accompagnato i processi che l’anni eliminata anche in Connecticut, Maryland e nello Stato di New York. Ma adesso è il tempo per una moratoria ufficiale delle esecuzioni a livello federale come primo passo verso l’uscita degli Stati Uniti dal numero dei paesi retenzionisti.

Il movimento mondiale di ogni cultura e credo religioso deve essere molto grato a papa Francesco per avere messo al centro della sua azione e del suo messaggio la dignità della vita senza eccezioni e, per questo, anche la necessità di porre fine a una pratica barbara come la pena capitale.

domenica 6 settembre 2015

Mario Marazziti: "Va convocata una conferenza mondiale sulle migrazioni per una politica globale di un problema epocale"

www.mariomarazziti.it
I muri e i fili spinato non fermano migrazioni epocali e il diritto e il bisogno di vivere e di non morire. I muri e I fili spinato allungano solo i viaggi, aumentano le vittime, la sofferenza, il guadagno dei trafficanti umani. E svuotano di dignità e di umanità i paesi che li alzano. 


E' tempo di una svolta definitiva. Un'Europa che sa creare i viaggi sicuri, avviare una strategia e una politica europea e mondiale delle migrazioni, tornare ad essere se stessa. L'Italia, la Germania e la Francia promuovano una conferenza mondiale sulle migrazioni per gestire questo cambiamento epocale. E' la sfida di questo XXI secolo. La nostra conferenza di Yalta.

mercoledì 26 agosto 2015

Lettera di Mario Marazziti al direttore de "Il Foglio". Utile riflessione su immigrazione, Italia, media, politica ...

Il Foglio
Ci scrive un leader storico di Sant’Egidio e va all’attacco del capo della Lega, di Grillo e della politica esasperata dai media. L’estate di vent’anni fa e quella del 2015



Al direttore – Vent’anni fa, Seconda Repubblica. Dopo l’enfasi di “Mani Pulite” – quando le tangenti erano in gran parte un modo di finanziamento della politica e un esito della Guerra Fredda, e solo in maniera secondaria arricchimenti personali, al contrario della “deregulation” attuale, dove la pervasività degli arricchimenti personali e del “mondo di mezzo”, delle fatturazioni gonfiate, arriva fino a lucrare sui soldi marginali per i poveri, in maniera scientifica e speculare alle raffinate leggi e norme anticorruzzione che sono intanto fiorite – d’estate imperversava il gossip. Famiglie reali, canottiere padane, delitti e misteri dell’estate. Traumatica la fine di agosto 1997, quando Lady Diana muore in una notte tragica di inseguimenti e paparazzi nel sottopassaggio dell’Alma, a Parigi.

La nostra estate 2015 ha notizie vere. Migliaia di profughi che attraversano il Mediterraneo e barche che affondano con carichi di vite umane. L’esplosione di Tianjin, e quella routinaria, con più morti ma “meno interessante” in Iraq, l’attacco del sedicente Stato islamico in Libia, la morte assurda di Andrea Soldi che doveva essere aiutato e che è morto durante un Tso, l’alluvione in Calabria che ci ricorda decenni di cattiva politica, abusi edilizi, mancato investimento sul nostro territorio. E poi il raffinato eloquio di chi dice “i vescovi non rompano…”.

Il gossip è stato soppiantato a piene mani, per spazi sui giornali, da Grillo-Salvini. Ovvero dalla linea dura contro i migranti in più somministrazioni.

Quella Grillo – che poi annuncia un “mi sto per ritirare dalla politica”: quanto durerà questo “mi sto per?”, un mese, un anno? Un modo per lanciare il nuovo spettacolo? – che rilancia il reato di clandestinità, e che dice “meno ingressi più respingimenti” (come?). Quella Salvini, pirotecnica, bulimica. “Riportarli a casa propria invece di pagare con i nostri soldi i trafficanti” e “investire nei paesi da cui scappano così non vengono. Adesso vado in Nigeria per favorire gli investimenti italiani” – a parte l’amenità, come se eritrei e siriani fossero nigeriani. Fino al “genocidio degli italiani” da parte dei profughi che sopravvivono alla traversata. Soluzioni disponibili? “Tombini di ghisa!”: al collo?

Sulla scia di questo, quando mons. Galantino parla di profughi diventa un bersaglio. Per avere detto semplici cose vere. Dopo avere visitato in Giordania la scuola per 1.400 ragazzi che la Cei ha realizzato – ma è solo l’ultima di una miriade di iniziative ecclesiali e di organizzazioni non governative e di associazioni di cristiani per i profughi perseguitati, dalla Siria a Erbil, inclusa una piccola scuola per 500 ragazzi nel nord della Bekaa alla cui nascita ha lavorato anche chi scrive, con la Comunità di Sant’Egidio – non può che dire che c’è chi specula a buon mercato sui profughi per motivi elettorali, e che è uno sconcio. Infatti, che cosa sono 80 mila siriani in Europa e 200 mila profughi in Italia rispetto a un milione e mezzo nel piccolo Libano e a un terzo della popolazione fatta di sfollati nella sola Giordania? Ma dalla Lega arriva così l’ultima “campagna d’estate”. Contro mons. Galantino e la Chiesa italiana, forse per arrivare fino a Papa Francesco: “Galantino un vescovo comunista, io un cattolico peccatore”. In prima serata al TG1 era stato chiesto a Salvini: “Ma se i profughi sono in mare e chiedono aiuto non bisogna soccorrerli?”. La risposta era stata da libro dei sogni: “Vorrei che i migranti non partissero e che non morissero”. L’intervistatore si è solo dimenticato di fare l’ovvia domanda successiva: “Ma scherza, on. Salvini? Dove vive? Guardi che i profughi fuggono e muoiono perché comunque c’è chi li sgozza. Spendono fortune e rischiano la morte, schiavizzati e rivenduti da diversi gruppi di trafficanti, con viaggi anche di uno o due anni, perché la guerra e gli sgozzatori esistono e pure le dittature e le persecuzioni religiose e etniche”. “Tutta qua la sua proposta politica per un problema epocale”?


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Mario Marazziti è presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati

martedì 14 luglio 2015

New Book - Mario Marazziti: "13 Reasons to Stop Executing People"

The Daily Beast
In his new book, anti-death-penalty activist Mario Marazziti examines America’s unchecked legal, moral, and geographic schizophrenia when it comes to the ultimate punishment.

The timing could not be better for 13 Ways of Looking at the Death Penalty, a short, intellectually probing book by Mario Marazziti, an Italian parliamentarian and activist against capital punishment.
The federal jury that returned an execution verdict to Dzhokhar Tsarnaev for his role in the 2013 Boston Marathon bombing did so in a state that long ago abolished the death penalty: Massachusetts had its last execution when Harry Truman was president, in 1947.
One hundred and five of the 192 countries represented at the UN have abolished the death penalty, notes Marazziti, a leader of the Community of Sant’Egidio, a progressive Catholic movement in Rome that has spread to 70 countries.
Marazziti, who wrote the book in English, was a major figure in the effort that presented 3 million signatures from people opposed to capital punishment in various countries to the UN for last year’s resolution that called for a moratorium on executions. The United States joined Saudi Arabia, Iran, Egypt, and North Korea, among others, in voting against the proposition, which passed.
One sign of American society’s ambivalence came in 1972, when the Supreme Court outlawed capital punishment, only to reinstate it four years later. Public opinion today stands at 56 percent in favor of the death penalty, according to polling by the Pew Research Center and CBS News. That majority, however, is “the lowest level ever recorded by the CBS poll.”
Our public opinion is more schizophrenic that those numbers suggest: In 2013, Gov. Martin O’Malley signed a bill making Maryland the 18th abolitionist state. That same year, Texas executed its 500th inmate. In 2014, Tennessee passed a law mandating use of the electric chair, around the time that a federal judge ruled California’s death penalty violates the U.S. Constitution, and the same year that Pope Francis called for the universal abolition of capital punishment.
Federal law trumped state law in the Boston prosecution of the younger, surviving Tsarnaev brother responsible for the horrific massacre. The Justice Department assumed responsibility in order to make Tsarnaev eligible for execution. In the voir dire phase, U.S. attorneys were careful to select jurors willing to impose capital punishment. A long appeals process is anticipated; if the verdict is upheld, Tsarnaev will be put to death outside Massachusetts.
It is not coincidental that a movement against execution is building in an era when militants with the self-proclaimed Islamic State group post macabre videos of its decapitations of innocent Muslims and Christians. The implicit message among those seeking to stop established states from executing the worst criminals is that civilization must build on a priority of forgiveness and give human life the ultimate value.
“When a society will stoop to lawlessness to, I guess, eradicate lawlessness, basically what you’re saying is you’re going to become killers to kill killers,” a since-executed Texas inmate, Dominique Green, tells Marazziti in one of the book’s most powerful cameo profiles:
And to do that, you throw all the rules out of the window, continues Green, like a voice from the grave. So innocent people, retarded people, mentally impaired peopleall of them gonna get caught up in that wheel because lawlessness doesnt care. I mean, its about exacting revenge, and so thats what always makes the death penalty wrong: the fact that to enforce it, there are things you have to do away with. There can be no fairness. You have to break the rules to get what you want, to murder people. Thats the thing about a killer. When somebody wants to kill someone, do you think theyre thinking about how to do it fairly? It doesnt make sense, trying to kill someone fairly.
Green’s cri de coeur echoes something Albert Camus wrote in his essay “Reflections on the Guillotine,” published in 1957 in France, and in translation three years later. With the enormity of the Holocaust and trials of Nazi collaborators heavy on the French mind, Camus made his case against capital punishment. He cast a cold eye on Christianity:
The unbeliever cannot keep from thinking that men who have set at the center of their faith the staggering victim of a judicial error ought at least to hesitate before committing legal murder. Believers might also be reminded that the Emperor Julian, before his conversion, did not want to give official offices to Christians because they systematically refused to pronounce death sentences or to have anything to do with them. For five centuries, Christians therefore believed that the first strict moral teaching of their master forbade killing.
“Legal murder” and “trying to kill someone fairly” are phrases that grind against the moral sensibility of prosecutors, judges, some jurors, and an American public that—by a majority still—deem life-for-life retribution a fair form of punishment. The states divide 32-18 in favor of execution. The transparent unfairness is that a person convicted of the same heinous crime in Louisiana or Texas would not be executed if found guilty of the same charges in Maryland or Massachusetts.
Marazziti marshals an array of evidence on how unfairly people have been executed in the past. Fifty-one Americans were executed for stealing horses. The youngest American executed in the last century was a 14-year-old boy named George Stinney. In 2005, the U.S. Supreme Court ruled it unconstitutional to execute defendants who committed their crimes as juveniles.
Sodomy was a capital offense in Britain in 1533. In 1699, “Shoplifting to the value of five shillings or more is deemed a capital crime in Britain,” the author writes. In 1822, “William Reading is hanged for shoplifting; the last time that crime is so punished in Britain,” he continues. Ten years later, the government removed shoplifting, as well as theft of sheep, cattle, and horses from the list of crimes punishable by death.
Media coverage of Tsarnaev and the trial’s penalty phase in May put all the contradictions on the table. The guilty man’s impassiveness at the statements of survivors and relatives who lost loved ones cut a chilling contrast with his fleeting expression of pathos at the emotional testimony of an aunt from his atomized family. His parents and other immediate relatives were not in court.
But by June, alone in facing his formal death sentencing, Tsarnaev finally spoke, apologizing to victims and praying for God’s forgiveness. “I pray to Allah to bestow his mercy on those affected in the bombing and their families. I pray for your healing.” Who knows what he really thinks, or who he really is? The words suggest that the man who sat like a cipher had experienced a crack in his own human armor.
“We can look at the death penalty every which way,” writes Marazziti, “but it is always a travesty, even when it is not being used for reasons that are obviously unjust—to eliminate enemies, rivals, or unpopular beliefs; to dehumanize a group of people. Even when the death penalty is used for the supposedly civilized reasons of public safety and deterrence, or when its goal is simple retribution, even when its aims are modest, capital punishment fails to achieve them.”
Marazziti punctures the certitude of the “fair” execution by pointing out that since 1992, 321 prisoners have been exonerated by DNA testing in America, and of them 20 were on death row, waiting to die for crimes they did not commit. How many died before we had DNA?
With the accumulated news reports in many jurisdictions where convictions that relied on police deception, or prosecutorial withholding of evidence, led to the release of prisoners long-incarcerated, the logic of a fair standard grows weaker still. If a system is so prone to abuse that it will kill innocent people in pursuit of justice, what moral value does the death penalty have?

martedì 30 giugno 2015

Mario Marazziti - Migrazioni, il contesto insaguinato nel quale si muovono 60 milioni di persone

La Repubblica
Il deputato primo firmatario della proposta di legge per una disciplina organica del diritto di asilo analizza lo scenario nel quale si generano i flussi migratori. I molteplici obiettivi della campagna d'estate del jihadismo


Caro direttore,
guerre diverse sono in corso. La campagna d'estate del jihadismo vuole raggiungere più obiettivi contemporaneamente. Con l'attacco alla moschea in Kuwait (dopo quella in Arabia Saudita) cerca di incrementare la guerra globale sunniti-sciiti, accusati di essere "politeisti" eretici. Tenta di acuire lo scontro globale tra Iran e paesi del Golfo. Prova anche a colpire gli Stati sunniti, che resistono al progetto jihadista, come la Tunisia, accusata di collaborazionismo con l'Occidente.

La posta in gioco è la supremazia sull'Islam. Vuole uccidere gli occidentali, attaccando il cuore anonimo della Francia, per creare paura e insicurezza globale. Ad abundantiam continuano le azioni in Somalia e in Nigeria tanto da non fare titolo di giornale. Il Califfato ha da tempo lanciato la guerra per la supremazia nel mondo islamico. L'attacco agli occidentali fa parte di questo. Il sogno del Califfo è che l'Europa cada nella trappola: Europa contro Islam, come ha ripetuto Andrea Orlando a Palermo.

Questo il quadro nel quale avvengono le migrazioni. Le migrazioni mondiali avvengono in questa cornice. 60 milioni di profughi nel mondo. Molte le cause, ma la catastrofe umanitaria che sconvolge Siria, Irak, Medio Oriente e Nord Africa, è direttamente connessa a tali trasformazioni epocali, al tentativo di cambiare confini, convivenze secolari, equilibri. Il terrorismo mondiale jihadista si sta facendo stato con il Califfato. Prima non aveva queste caratteristiche, fornita dalla frantumazione provocata da sequenze di errori e decisioni contraddittorie di Irak, Libia, Yemen e Siria. Un misto di indifferenza ed escalation militare hanno prodotto il Califfato che non esisteva solo tre anni fa.

I messaggi contraddittori dell'Occidente. Elemento unificante: guerre che hanno indebolito il fronte sunnita non jihadista e controversia sull'influenza sciita nell'area. Con l'Occidente che trasmette messaggi contradditori su alleanze e strategie, disattento al - vecchio - fenomeno dei "foreign fighters", giovani nati in casa e catturati dalla propaganda terrorista. Ma anche un Europa egoista e ripiegata, che lascia il Mediterraneo trasformarsi in un cimitero (25.023 morti accertati dal 1990 ma sono molti di più...) e fa crescere dentro di sé aggressivi populismi nostrani, sorta di apprendisti stregoni.

La proposta di legge. Ho presentato la proposta di legge per una disciplina organica del diritto di asilo. Contiene, all'art.25, la possibilità di avanzare la domanda di asilo prima di toccare il suolo europeo: un permesso di 15 giorni, dopo vaglio, rappresenterebbe la possibilità di viaggi legali e sicuri. E' la chiave per ridurre i morti nel Mediterraneo, al cui incremento l'Europa non può restare ferma, pena il fatto di diventare una cosa diversa. Diversa dal Trattato sul funzionamento dell'Unione, fondato sul Trattato di Lisbona che, all'art.67, parla dell'Europa come "spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali" e, all'art. 78, dice che l'UE deve sviluppare "una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta ad offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un Paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento".

Un sogno? Una necessità. Ma occorre interrompere una narrazione che confonde. Alzare la vigilanza è sacrosanto. Ma presidiare i confini nel Nord Africa è parola vuota, come quelle di chi dice: 'rimandiamoli a casa loro'. I rimpatri della UE sono cosa diversa dai respingimenti. E' ancora timido l'accordo per i 40.000 da ricollocare anche se è un piccolo successo italiano, impossibile solo pochi mesi fa. Non è ancora la soluzione, se la si paragona al milione e mezzo di profughi in Libano, un abitante su tre. Conviene all'Europa accogliere con intelligenza e in maniera adeguata. O si rischia di lasciare quel mondo alla sofferenza e poi a Daesh.

Il "regalo" da non fare al Califfato. Il Califfato vuole che dichiariamo anche noi guerra contro i migranti e l'Islam. Sarebbe fargli un regalo. L'Europa deve fare presto, facendo le cose giuste sulla questione migrazioni. Non sono una emergenza ma un dato strutturale. L'Italia può indicare la strada, anche a leggi vigenti, trovando alleati come la Germania, la Svezia, molto più vicine di quanto si dice, come si è visto l'altra notte di negoziato.

Intercettare i flussi prima che arrivino in Libia. Si può intensificare le operazioni di search and rescue e creare viaggi legali e sicuri. A partire dai luoghi di transito, intercettando i flussi prima della Libia, in Niger o Sudan con la possibilità di raccogliere in loco le domande di asilo. Desk umanitari, come quello in via di attivazione in Marocco per iniziativa della Comunità di Sant'Egidio e delle Chiese evangeliche, con relocation europea (o anche extra-europea) mediante sponsorship private, individuali, familiari, di Chiese e associazioni, con permessi umanitari che non intaccano le restrizioni di Dublino. In aggiunta i visti umanitari come previsto dall'art. 25 del regolamento europeo. Ogni Paese può concederli autonomamente. Una eccezione per i profughi siriani può essere esemplare.

E rivedere il trattato di Dublino. Poi ridiscutere la Convenzione di Dublino, che funzionava quando i richiedenti asilo arrivavano al 90 per cento in maniera legale, mentre oggi la proporzione è ribaltata. Infine una grande politica di cooperazione allo sviluppo per creare minime condizioni di vivibilità in Africa. All'escalation del terrore la risposta dell'arroccamento è miope: una nuova politica è più che necessaria. E' urgente.

Mario Marazziti primo firmatario della proposta di legge organica