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martedì 17 marzo 2020

Il mondo dopo la pandemia COVID-19 dovrà essere diverso. Con il costo di un solo F35 si sarebbero potuti comprare 6.000 ventilatori polmonari

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il mondo ha ripreso la corsa agli armamenti  con una spesa di 1.800 miliardi all'anno ma non ha investito in modo adeguato, e in alcuni casi ha smantellando il Sistema Sanitario abbassando la difesa da altri nemici veramente pericolosi. 
Con una Sanità indebolita i paesi si trovano in difficoltà davanti ad un nemico globale come il COVID-19 che sta mietendo migliaia di vite e mettendo in ginocchio l'economia mondiale.
Con il costo di un solo F35 (100 milioni di Euro) si sarebbero potuti acquistare 6.000 ventilatori polmonari.
Il mondo dopo questa epidemia non sarà più lo stesso e dovrà imparare la lezione per difendere veramente la sua popolazione.

domenica 21 luglio 2019

Prima gli italiani ma ... Gli anziani italiani non si curano più. Terapie costose e tempi lunghi.

Avvenire
Tempi troppo lunghi di attesa per accedere alle prestazioni, visite specialistiche e ticket sanitari costosi, mancanza di strutture ambulatoriali e carenza di medici nel territorio. 


Roberto Messina, FederAnziani: «L’allarme c’è: l'età media sale e i soldi pubblici non sono sufficienti, i cittadini si sono stancati, governo e parlamento devono intervenire»

Aumentano, in Italia, gli ultrasessantacinquenni che, scoraggiati dalle difficoltà, rinunciano a curarsi o a sottoporsi ad accertamenti clinici: sarebbero circa 3 milioni e 200mila (su 4 milioni di malati cronici) secondo il Rapporto OsservaSalute 2018. 

Un fenomeno, peraltro, che cresce durante l’estate, per il caldo che impedisce agli anziani di uscire di casa anche nel caso di malesseri per i quali dovrebbero rivolgersi al pronto soccorso o andare dal medico di famiglia.

«Si tratta di un’emergenza – denuncia Roberto Messina, presidente di Senior Italia FederAnziani – causata soprattutto dalle scelte di Stato e Regioni che devono di contenere i costi della sanità e quindi limitano i servizi ma determinate anche da un complesso sistema di accesso alle prestazioni e ai piani terapeutici individuali. Le procedure amministrative previste sono spesso complicate e così, più di un quinto dei malati cronici – prosegue Messina – abbandona la cura senza rendersi conto che gli effetti negativi sulla propria salute, nella maggior parte dei casi, non sono immediati ma possono comparire anche dopo molto tempo».

Ma cosa accade, in concreto? «Che un diabetico, per esempio, non prenda più le sue compressine perché costano o perché è difficile ottenere la prescrizione del medico: subito non avrà sintomi ma si sentirà male dopo sei mesi...». Sapere di dover attendere anche un anno per una tac e una scintigrafia, è un altro fattore che induce a... lasciar perdere. Il numero dei medici, ospedalieri e di base, poi, è insufficiente. Quali provvedimenti sono necessari, allora? «La prima cosa da fare – dice il presidente di FederAnziani – è diminuire le liste d’attesa attraverso l’aumento del numero di ore sul territorio degli ambulatori specializzati portandoli al massimale orario di 38 ore settimanali e istituendo nuovi turni per le branche critiche».

Una soluzione prospettata anche dal Sumai (sindacato che rappresenta il 90% dei medici specialisti italiani), il quale, attraverso il segretario generale Antonio Magi, auspica anche l’aumento delle borse di studio nelle specialità carenti come medicina d’urgenza, radiologia, anestesia, chirurgia, ginecologia, ortopedia. Manca una rete di assistenza socio-sanitaria adeguata, «ormai è improcrastinabile il potenziamento delle strutture territoriali – aggiunge Magi – dopo anni di depauperamento dei servizi, che sta costringendo i cittadini a rinunciare alle cure o a rivolgersi in maniera inappropriata al pronto soccorso». E, ancora, i farmaci: non tutti quelli che servono a un malato cronico (quindi soprattutto “over 65”) sono mutuabili: costano e non sempre sono reperibili.

Le proiezioni dell’Osservatorio sulla salute indicano peraltro che nel 2028 il numero di malati cronici salirà a oltre 25 milioni (più dell’80% dei quali sopra i 65 anni). La patologia più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette mentre l’artrosi/artrite interesserà quasi 11 milioni di italiani: per entrambe le patologie si stima già la presenza di oltre 1 milione di malati in più nel 2018 rispetto all’anno precedente. Tra 10 anni gli italiani affetti da osteoporosi, invece, saranno circa 5,3 milioni (+500 mila) e i diabetici saranno oltre 3,6 milioni, i cardiopatici circa 2,7 milioni. 

Un “esercito” al quale bisogna cominciare a pensare subito con iniziative concrete. «L’allarme c’è: gli anziani aumentano e i soldi pubblici non sono sufficienti, i cittadini si sono stancati – commenta Messina –, governo e parlamento devono intervenire».

Fulvio Fulvi

Fonte: Avvenire

venerdì 19 luglio 2019

Migranti - Nuovo governo in Grecia - Ministro del Lavoro Vroutsis blocca accesso alla Sanità per gli immigrati. Criticato per scelta 'razzista ed inumana'

ANSAmed
Il nuovo ministro del Lavoro greco, Yiannis Vroutsis, ha come primo atto bloccato una legge passata solo poche settimane fa dal governo di sinistra di Alexis Tsipras, che garantiva accesso al sistema sanitario nazionale e ad altri servizi pubblici a tutti gli stranieri extracomunitari (compresi i rifugiati), senza eccezione. 

Yiannis Vroutsis
La mossa del governo di destra guidato da Kyriakos Mitsotakis ha scatenato dure polemiche, con il Movimento contro la minaccia razzista e fascista (Keerfa) che parla di "misura razzista, senza cuore e disumana contro persone che arrivano in Grecia per sfuggire alla morte. Questa disumanità è diretta contro i diritti di poveri, disabili, donne e rifugiati, dal momento che impedisce loro il libero accesso a ospedali pubblici, scuole e servizi pubblici". 

"Con questa mossa, il governo di Nea Dimokratia attacca il movimento di solidarietà che è stato appoggiato dalla maggioranza dei greci a partire dal 2015. Chiediamo che venga revocata questa decisione razzista e che sia ristabilito il libero accesso per tutti ad ospedali, scuole e servizi, senza eccezione", continua la nota. Molte altre ngo si sono unite alla protesta.

Vroutsis ha annunciato la sua decisione con un tweet, affermando che la decisione del governo Tsipras era "lacunosa e contraria alla legge", aggiungendo: "Il nostro paese non è una vigna senza recinto!". Vroutsis non è nuovo alle controversie. 

Già ministro del Lavoro col premier Antonis Samaras (2013-2015), fu oggetto di dure critiche quando durante il suo periodo al ministero la disoccupazione toccò il 28%.

giovedì 6 dicembre 2018

Migranti - Emendamento alla manovra - Le Regioni saranno libere di utilizzare in altro modo i fondi per l'assistenza sanitaria dei migranti.

La Repubblica
Un emendamento dei relatori fa sparire la norma che riservava oltre 30 milioni all'assistenza sanitaria degli immigrati. Dal 2019 le Regioni potranno spendere questa somma anche per altri scopi. Il Lazio in controtendenza: "Servizi sanitari anche per gli invisibili". M5S: "Nessun taglio, riutilizziamo le risorse".

La manovra rispecchierà, sui migranti, l'approccio del decreto sicurezza. Continua il lavorio dei relatori a caccia di risorse per le legge di stabilità. E una delle novità delle ultime ore riguarda i fondi per la sanità. 

Dal 2019 le Regioni potranno spendere anche per altri scopi i fondi finora vincolati a garantire l'assistenza sanitaria agli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale. Questo almeno è quanto previsto da un emendamento dei relatori alla legge di bilancio.

I 30,99 milioni ad oggi "vincolati" all'assistenza agli immigrati con questo articolo, a partire dal 2019, "confluiranno nella quota indistinta del fabbisogno sanitario standard nazionale". Saranno quindi ripartiti tra le Regioni secondo criteri e modalità "in materia di costi standard". In pratica, ogni Regione procederà in autonomia ma non ci saranno più garanzie per l'assistenza nei confronti di una delle fasce meno protette della popolazione.
[...]
La regione Lazio si prepara ad andare in controtendenza. Il governatore, Nicola Zingaretti, commenta con Repubblica: "È un fatto grave, soprattutto per le regioni che come il Lazio hanno una incidenza maggiore di migranti. Ma è ancora più grave perché quando si abbassano i diritti e i livelli di assistenza sanitaria delle persone c'è un arretramento culturale e sociale che colpisce tutti noi". In precedenza aveva parlato delle ripercussioni del decreto sicurezza in materia sanitaria:
"Cancellare l'iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo potrebbe significare anche l'esclusione dai servizi sanitari per migliaia di persone, con tutti i rischi per la salute che ciò comporta. Per questo, nel Lazio daremo indicazione alle Asl di erogare cure e assistenza sanitaria a tutte le persone, anche ai nuovi 'invisibili' creati dal decreto".
[...]

sabato 26 maggio 2018

Venezuela, la responsabile delle "Damas salesianas": “È come se fossimo in guerra”

La Stampa
Eliana Ghirardi descrive la situazione drammatica del Paese: «Mancano medicine, si muore anche per una influenza. Il prezzo dei beni al supermercato cambia mentre sei in coda per pagare».


Eliana Gherardi, 56 anni, è responsabile internazionale della formazione delle Damas salesianas (Ads), organizzazione nata in Venezuela cinquant’anni fa. Il gruppo, presente in tutto il mondo, si occupa di aiutare la popolazione venezuelana sotto tanti punti di vista: dall’istruzione alla sanità, passando per i bisogni primari delle persone che oggi, in Venezuela, faticano a trovare anche da mangiare. «Non siamo in guerra, ma è come se lo fossimo». Così Eliana riassume la situazione difficile del suo Paese in questo momento. Dopo l’elezione di Maduro, non riconosciuta dai Paesi del G7 e da molti oppositori politici, la situazione non è cambiata, anzi. «Da dicembre a oggi il tracollo è stato velocissimo. Non si riesce neppure a spiegare».

La situazione del Venezuela è problematica da diverso tempo: mancano cibo, acqua, medicine. Cosa hanno significato le elezioni? «La gente ha dimostrato di non essere d’accordo con queste elezioni non andando a votare, le strade erano completamente vuote, era tutto vuoto. Le persone sono rimaste in casa per dimostrare che non volevano prendere parte a questo voto. Formalmente, si sarebbe dovuto tenere a dicembre. Ma dal punto di vista sociale, per adesso, non è cambiato nulla, anzi: il governo non permette l’apertura di canali umanitari quindi non arrivano aiuti internazionali. La crisi economica è molto dura e si prevede che sarà ancora peggio. Il prezzo dei beni al supermercato cambia anche mentre sei in coda per pagare. Possiamo dire che in qualche modo è come se fossimo in guerra».

La crisi economica è grave e l’inflazione altissima. Come sopravvivere nella quotidianità?
«Nel mercato ufficiale del governo il cambio è un dollaro per 70 mila bolivar. Ma in quello non ufficiale, dove tutti noi dobbiamo cambiare i soldi, arriva anche a 1 milion1 di bolivar. Lo stipendio, se va bene, è di due milioni: la carne costa cinque milioni al chilo, per dare un’idea. Non si riesce a comprare nulla, manca tutto. E il mercato nero fiorisce».

Nei mesi scorsi siete spesso stati definiti dai media “un popolo in coda”: è ancora così? «Certo. Le persone sono in coda prima di tutto in banca per ottenere i contanti anche solo per prendere l’autobus e andare al lavoro. Ma la maggior parte di loro non ci riesce. Sono in coda al supermercato ma non sanno mai cosa trovano. E se possono permettersi di comprare qualcosa».

Il problema è anche sanitario. Come uscire dalla fase di stallo?
«Non ci sono medicinali, non possiamo importarli. Ogni giorno muoiono bambini di malattie banali, anche di influenza. Stanno tornando la malaria e altre malattie debellate. Non c’è acqua, non c’è cibo. Non puoi lavarti o lavare quello che mangi. C’è però un “mercato nero” anche di medicine di aiuto. Dalla Colombia riusciamo a far arrivare qualcosa e abbiamo anche alcune farmacie venezuelane che fino a poco tempo fa riuscivano a comprare via internet. Chi riesce a uscire dal Paese, come me, riporta indietro qualche medicinale e si cerca di andare avanti così. Noi come Damas salesianas abbiamo degli ambulatori: per i 50 anni dell’organizzazione, compiuti il 13 maggio, abbiamo scelto di radunare medici e medicine per vaccinare e aiutare quanti più bambini possibile. Ma molti medici lasciano il Paese, sono parte di quei 4 milioni di persone che se ne sono andate».

Il vostro ruolo, in quanto organizzazione religiosa sul territorio, è quindi importantissimo. Come operate?
«Tutte le organizzazioni religiose si sono mobilitate e si mobilitano ogni giorno. Lo facciamo insieme. Il Venezuela è un Paese profondamente cattolico per questo per noi rimanere lì è naturale e il ruolo è importante. Aiutiamo come possiamo: fornendo pasti, medicine ma tanti offrono anche una casa ai bambini abbandonati dalle famiglie che non possono più mantenerli. Si fa qualsiasi cosa pur di dare una mano».
Come si avverte nel Paese il ruolo della Chiesa, del Vaticano?
«Il Papa parla spesso del Venezuela nei suoi discorsi. Il ruolo del Nunzio Apostolico è stato importante per provare a mediare tra governo e opposizione ma non è riuscito a cambiare le cose. Noi rimaniamo nel Paese perché in fondo è una questione di fede: vogliamo che le cose cambino, vogliamo aiutare. La fratellanza è la base di tutto, non possiamo tirarci indietro. Siamo un sassolino, che però dà fastidio e finché restiamo sentiamo la speranza che le cose cambino».

Come?
«Serve l’arrivo di un uomo forte che guidi verso un cambiamento. Forse ci serve il nostro Mandela. Ma oggi non c’è. Le fratture nei blocchi al potere possono essere un segnale che un cambiamento è possibile. Ma non si vede ancora la fine, non è facile. È come se vivessimo in prigione. Uscire dal Paese, venire qui a Torino, per me è stato come respirare per un momento la libertà. Ma nonostante questo dobbiamo rimanere, per aiutare e per cambiare le cose».

Camilla Cupelli

sabato 23 dicembre 2017

Spagna - La sanità non è un diritto per tutti. No cure agli irregolari

Ansa
La Corte costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale il decreto legge del governo della comunità di Valencia che consente l'accesso universale alla sanità anche agli immigrati in situazione irregolare.


Secondo la sentenza dell'alta corte, riferiscono i media iberici, il decreto approvato nel 2015 dal governo regionale presieduto dal socialista Ximo Puig invade le competenze del governo centrale. Quest'ultimo, in particolare con il decreto legge 16/2012, in piena crisi economica e finanziaria escluse dall'assistenza sanitaria 870mila 'sin papeles'. In risposta alla normativa, Valencia e le comunità delle Baleari, di Aragona, della Cantabria e dei Paesi baschi modificarono la legislazione regionale per garantire l'assistenza sanitaria ai migranti irregolari rimasti fuori dal sistema sanitario nazionale. Per l'assistenza sanitaria ai 30mila migranti in situazione irregolare stimati nella regione, la comunità di Valencia ha stanziato 6,05 milioni di euro, pari allo 0,1% del Bilancio dell'assessorato alla sanità previsto per il 2018. La sentenza dell'alta corte mette a rischio l'assistenza a decine di migliaia di irregolari in tutte le regioni che attualmente la erogano.

Il presidente Ximo Puig,in dichiarazioni ai media, ha assicurato che il governo regionale continuerà a garantire l'universalità delle prestazioni sanitarie "attraverso i meccanismi che saranno necessari". "Qualunque persona che entrerà in un centro sanitario o in un ospedale di Valencia sarà assistita e in nessun caso gli verrà passata la fattura sanitaria", ha assicurato. "Tutti hanno diritto alla sanità, oggi e nel futuro", ha aggiunto il governatore.

La Generalitat starebbe valutando strumenti giuridici per blindare l'assistenza sanitaria universale e aggirare il veto di incostituzionalità, inclusa la possibilità di una "sovvenzione personalizzata". Puig non ha risparmiato critiche all'esecutivo centrale presieduto da Mariano Rajoy: "Il governo di Spagna sta usando la via giudiziaria per giustificare comportamenti ingiustificabili", ha osservato. "E la sentenza della Corte costituzionale non è giusta né umana", ha concluso.

Da parte sua, Amnesty International, assieme al Centro per i Diritti Economici e Sociali e a Medici del Mondo, denuncia che la sentenza della Corte costituzionale contravviene agli obblighi fondamentali di diritti umani, è "regressiva, discriminatoria e mette a rischio la vita delle persone escluse dal sistema sanitario dal decreto legislativo 12/2012".

Paola Del Vecchio

mercoledì 7 giugno 2017

Africa - Per i malati di cancro solo il 5% può avere le cure!

Osservatorio Diritti 
L'80% di chi ha il tumore vive in paesi poveri o in via di sviluppo, ma solo il 5% si può curare.

Quattro malati di cancro su 5 vivono in paesi poveri o in via di sviluppo, ma solo il 5% di loro può accedere a cure adeguate. Questo dato è stato evidenziato ieri nel corso del meeting della American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso in questi giorni a Chicago. 


In particolare, ne ha parlato la Global Oncology Leadership Task Force attraverso gli interventi di Peter Paul Yu, direttore dell’Hartford Cancer Institute del Connecticut, e di Sana Al Sukhun, direttore della scuola di Medicina dell’Università della Giordania di Amman.

Nei paesi poveri e in via di sviluppo l’emergenza cancro ha sempre più le dimensioni di una tragedia ingestibile. Basti pensare che l’Africa, con l’11% della popolazione mondiale, registra il 25% dei malati complessivi mentre, per contro, assorbe appena l’1% delle spese mondiali. Al contrario, l’America assorbe il 50% dei valori economici, pur avendo poco più del 14% della popolazione globale e il 10% dei malati.

Situazioni e cause di questa escalation ricordano da vicino quelle già registrate con il progredire del diabete: le mutate condizioni di vita, con popolazioni sempre più inattive e con abitudini alimentari sempre più simili a quelle nordamericane, fanno sì che l’incidenza dei tumori sia sempre più pesante proprio nei paesi non occidentali. Inoltre, la mancanza di strutture sanitarie organizzate e d’eccellenza, la carenza di personale qualificato, di programmi di screening e di farmaci neoplastici rende i tumori una sorta di epidemia pressoché priva delle cure più elementari.

Basti pensare che, come ha denunciato Sana Al Sukhun, ben 29 paesi africani, per un totale di 198 milioni di abitanti, non hanno una radioterapia.

Una task force per affrontare il problema
La Global Oncology Leadership Task Force ha ricordato anche come può intervenire la comunità internazionale attraverso la ricerca, la raccolta di dati, promuovendo il training, lo screening e la prevenzione primaria. La Task Force si propone come partner per le azioni contro le neoplasie, in coordinamento con l’Organizzazione mondiale della sanità, per realizzare piani d’azione nei paesi poveri.

Il primo di questi interventi, già avviato nel 2005, è la Breast Health Global Initiative (Bhgi).
Peter Paul Yu ha chiesto di rilanciare questa iniziativa perché in molti paesi in via di sviluppo «l’attenzione alla salute della donna comporta una non indifferente rivoluzione culturale e sociale».

Il secondo intervento, invece, riguarderà la mobilitazione per favorire investimenti in apparecchiature radioterapiche. Una commissione internazionale, creata in collaborazione con il Lancet e a cui partecipano anche economisti ed esperti in tecnologie per la salute, ha stimato che un investimento globale di 184 miliardi di dollari potrebbe portare entro il 2035 a salvare oltre 26 milioni di vite all’anno.

Peter Paul Yu ha ricordato quindi che «l’Oms ha pubblicato all’inizio di febbraio la Guida alla diagnosi precoce del cancro: la diffusione di questo documento in tutti i paesi dovrebbe essere il prossimo passo per una strategia globale contro il cancro, fornendo una linea guida di riferimento a tutti i sistemi sanitari dei Paesi in via di sviluppo».

Alla ricerca dei soldi
Il primo problema da risolvere per poter realizzare questi progetti, naturalmente, è quello del reperimento dei fondi. E visto le cifre in ballo, l’Asco ha ribadito che il cancro si vince con il coinvolgimento di tutti. In particolare, è stato ricordato un passaggio storico da questo punto di vista: nel 2001 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, lanciò la prospettiva di un “Fondo globale” per combattere Aids, malaria e tubercolosi nei paesi poveri. 


Ebbene, il coinvolgimento di Onu, singoli paesi, assemblee di stati (tra cui l’Unione europea), agenzie internazionali e aziende del farmaco riuscì a dare un’accelerazione importante ai sistemi sanitari di molti paesi africani nei confronti delle patologie comunicabili. La speranza, dunque, è che si possa riprodurre un intervento della stessa portata.

martedì 19 aprile 2016

Più di 20 i detenuti palestinesi malati di tumore nelle carceri di Israele che non sono curati

Blog Diritti Umani - Human Rights
22 detenuti palestinesi affetti da diversi tipi di carcinomi non vengono curati dalle autorità carcerarie israeliane. Lo afferma il "
Palestinian Prisoners’ Center for Studies" (PPCS)
La salma di un palestine morto di malattia in carcere
per la negligenza delle autorità israeliane
Il PPCS ha detto che la cifra comprende i prigionieri che hanno speso più di 15 anni nelle carceri senza ricevere le cure necessarie. Il rapporto ha aggiunto che le autorità israeliane somministrano ai pazienti detenuti solo dei sedativi imprigionati, che possono anche peggiorare la loro condizione.

Alcuni di questi detenuti, sono morti in detenzione nelle carceri israeliane. Maysara Abu Hamdiya era uno dei prigionieri con il cancro che sono morti in carcere. Le autorità israeliane hanno negato il trattamento sanitario e ha rifiutato di liberarlo.
Egli ha anche detto che i prigionieri che si ammalano di cancro nelle carceri israeliane soffrono complicazioni a lungo termine che non migliorano dopo la liberazione.
Ashqar ha anche invitato le organizzazioni internazionali, tra cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità e Medici Senza Frontiere, per cercare far ottenere la libertà dei prigionieri palestinesi affetti da tumore .

Più di 7.000 sono i palestinesi detenuti, è riferito nelle carceri israeliane, tra di loro ci sono quelli sottoposti a detenzione amministrativa, che è una pratica che permette la loro incarcerazione a tempo indeterminato senza accusa né processo.

ES

Fonte: PressTV

martedì 24 novembre 2015

Sanità Oms Europa, 700.000 rifugiati e migranti nel 2015, al 5% servono cure. Realizzare le vaccinazioni

AdnKronos Salute
Meeting a Roma per tracciare strategia comune, focus su vaccinazioni

Roma - Sono stati oltre 700.000 i rifugiati e migranti entrati nella regione europea nel 2015, in aggiunta ai 2 milioni di rifugiati in Turchia. Fino al 5% di queste persone ha bisogno di assistenza medica, a fronte di problemi di salute come lesioni accidentali, ipotermia, ustioni, episodi cardiovascolari, gravidanze e complicanze legate al parto, al diabete e all'ipertensione. 

Per parlarne si apre oggi a Roma la Conferenza ad alto livello sulla salute dei rifugiati e dei migranti, ospitata dal Governo italiano. I partecipanti, tra cui ministri della Salute e alti rappresentanti provenienti dai 53 Paesi dell'Oms Europa e da altre regioni dell'Organizzazione mondiale della sanità, discuteranno le azioni che gli Stati membri e gli enti internazionali devono intraprendere per migliorare l'assistenza e la copertura sanitaria per queste persone.

"I sistemi sanitari della regione europea, compresi quelli dei Paesi che ricevono rifugiati e migranti - afferma Zsuzsanna Jakab, direttore Oms Europa - sono ben attrezzati per diagnosticare e curare le comuni malattie, infettive e non. Ma noi, come regione Oms, dobbiamo cercare di garantire che tutti i Paesi siano adeguatamente preparati e organizzati a sostenere l'afflusso massiccio di rifugiati e migranti, e allo stesso tempo proteggere la salute dei residenti. Una buona risposta alle sfide poste dai movimenti di popolazioni richiede che i sistemi sanitari siano pronti con dati epidemiologici affidabili sui flussi migratori, un'attenta pianificazione e formazione, e soprattutto l'aderenza ai principi di equità, solidarietà e diritti umani".

Al vertice capitolino, il tema delle vaccinazioni è al centro del dibattito. Le raccomandazioni specificano che i richiedenti asilo e i migranti devono essere vaccinati senza inutili ritardi, secondo i programmi di vaccinazione nazionali di qualsiasi Paese in cui intendano risiedere per oltre una settimana. Alla luce dei recenti focolai di morbillo nella regione, i Paesi dovrebbero dare la priorità alla vaccinazione contro questa malattia e contro parotite, rosolia e poliomielite, evidenzia l'Oms. I governi dovrebbero fornire i documenti attestanti le avvenute vaccinazioni per evitare che vengano ripetute. Molti Paesi hanno già intrapreso campagne del genere, ma ci sono ancora sfide complesse, tra cui l'accesso limitato ai servizi sanitari, a causa dei costi elevati, la mancanza di informazioni e barriere culturali.

"E' urgente - aggiunge Jakab - concordare una posizione comune per un'azione congiunta sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella regione europea dell'Oms. Ci auguriamo di poter usare questo incontro per raggiungere questo obiettivo".

giovedì 15 ottobre 2015

Messina, no alle cure: detenuto muore nel carcere di Gazzi

Stretto Web
Polemica infuocata dopo la scomparsa del 46enne: l’Osservatorio denuncia il mancato rispetto della normativa
Aveva chiesto di uscire dalla prigione per potersi curare, ma la sua istanza era stata respinta: la morte di un detenuto di 46anni nel carcere di Gazzi rischia di diventare un caso nazionale, almeno stando alle denunce dell’avvocato Domenico Andrè, delegato per la Camera penale di Messina e rappresentante dell’osservatorio carcere dell’UCPI (Unione Camere Penali Italiane). 

Questi ha posto all’indice il sostanziale boicottaggio delle misure alternative alla detenzione, quasi che i malati gravi non fossero uomini come gli altri. Il rischio, secondo il legale, è di far sì che le disposizioni di tutela della normativa restino lettera morta, vieppiù se si considera che il detenuto non sarebbe stato neppure sottoposto ad una visita medica da parte di un perito.

lunedì 3 agosto 2015

Ancona - D. Zoppi gravemente malato muore in carcere. La sospensione della pena richiesta più volete non è stata accettata

Ancona Today
Ancona - Daniele Zoppi, il 34enne anconetano morto nel carcere di Montacuto lo scorso 23 luglio, aveva più volte richiesto una sospensione della pena per motivi di salute. L'ultimo no appena pochi giorni prima del decesso, il 13 luglio.

Daniele Zoppi
Nell'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Ancona si legge che Zoppi necessitava di frequenti contatti con i presidi sanitari territoriali a causa proprio delle sue condizioni di salute ma i giudici hanno rigettato la richiesta di scarcerazione perché, come ricostruisce AnconaToday, nonostante un peggioramento, il quadro clinico di Zoppi non sarebbe stato tale da giustificare il rinvio facoltativo della pena. Le condizioni di Zoppi, secondo il Tribunale, non era compromesse al punto da non rispondere più alle cure disponibili: il 34enne poteva benissimo essere curato in carcere ma doveva essere seguito all'interno di adeguate strutture sanitarie (anche penitenziarie se ritenuto necessario dal medico della casa circondariale) per sottoporsi ad adeguati esami, come sottolineato nella stessa ordinanza. Esami che però non sono mai arrivati perché lo scorso 23 luglio Zoppi si è sentito male nella sua cella ed è morto.

Il suo avvocato Luca Bartolini ha chiesto che sia fatta luce sulla vicenda e ha depositato un esposto alla Procura di Ancona che, nel frattempo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti. Bartolini è convinto che Daniele Zoppi non fosse compatibile con il carcere non solo perché bisognoso di cure ma anche perché nel carcere avrebbe vissuto una condizione contraria alla dignità umana: il giovane era patologicamente obeso, nel 2014 era stato operato all'anca destra dopo un incidente e soffriva di stenosi a livello spinale con varie ernie, tanto da non aver perso in parte la sensibilità alle gambe. Daniele Zoppi era arrivato al punto di riuscire a stare a mala pena in piedi, costretto a vivere su una sedia nella sua cella, senza potersi mai alzare né per l'ora d'aria né per una doccia.

lunedì 17 novembre 2014

Malattie infettive in carcere, è emergenza. Gli interventi sanitari non sono adeguati.

Radio Vaticana
Epatite C, tubercolosi, Hiv. Sono le malattie infettive più diffuse in carcere, in Italia, e che il Sistema sanitario ha ancora molta difficoltà a curare. Ora, i medici che si occupano di sanità penitenziaria lanciano una campagna per sensibilizzare su questo tema. Il servizio di Alessandro Guarasci: Essere malati in carcere, è spesso una pena che si aggiunge alla pena data dal giudice. Le cure non sempre sono tempestive e la situazione cambia da carcere a carcere.


Almeno il 30% dei detenuti ha un’infezione da epatite C, che spesso poi evolve in cirrosi. Una vera emergenza. Oltre la metà, poi risulta positivo alla tubercolosi. L’Hiv colpisce soprattutto i tossicodipendenti, ma tra questi l’incidenza è maggiore del 20% rispetto agli altri detenuti. 

Per la società italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, l’introduzione di nuovi farmaci per il controllo di alcune di queste infezioni potrebbe permettere una cura migliore durante la detenzione. La competenza da qualche anno è delle regioni, ma sono troppe le differenze sul territorio. Il presidente Luciano Lucania:

Abbiamo una sanità penitenziaria con venti forme diverse. Il problema investimenti certamente è un problema che può e che deve essere affrontato. Ma, fondamentalmente, quello che deve cambiare è la cultura della salute in carcere: da un qualcosa di nascosto, da un qualcosa di riservato - da un qualcosa che è stato per oltre un secolo e mezzo una “proprietà” del Ministero della giustizia - a una situazione nuova, voluta dalla legge, per cui la salute dentro il carcere è una proprietà di tutti”.

Insomma, è anche necessaria più collaborazione tra i ministeri della Giustizia e della Salute.

venerdì 13 giugno 2014

Carcere - Muore d'infarto dietro le sbarre, condannato il medico negligente

Detenuto morto in carcere a Padova, condannato il medico
Padova oggi
Il 13 marzo 2011 un detenuto al carcere Due Palazzi di Padova è morto per un arresto cardiaco. Due anni di reclusione per il dottore 45enne: avrebbe sottovalutato il malore e sbagliato la diagnosi“

Aveva accusato forti dolori. Un infarto in corso che il medico non avrebbe diagnosticato in tempo e che a un paio d'ore di distanza si sarebbe rivelato fatale per un detenuto tunisino di 36 anni, rinchiuso al carcere Due Palazzi di Padova. 

Due anni per il dottore negligente. Questa, come riportano i quotidiani locali, la condanna inferta dal gip Lara Fortuna al termine del rito abbreviato.Detenuto morto in carcere a Padova, condannato il medico

Diagnosi frettolosa

Era il 13 marzo 2011, quando il carcerato aveva chiesto di essere visitato dal medico di guardia. Una visita poco approfondita, la prescrizione di un gastroprotettore, e le sbarre si erano richiuse. 
Un'ora dopo il 36enne aveva domandato nuovamente aiuto: stessa diagnosi svelta e poco accurata. 
A un'ora di distanza il cuore dell'uomo avrebbe cessato di battere. Per il dottore 45enne sono iniziati i guai e infine il processo e la sentenza: due anni di galera, con sospensione della pena previa liquidazione di 250mila euro, in risarcimento ai familiari della vittima. 
Un conto da saldare entro sei mesi dalla deposizione della sentenza.


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martedì 27 maggio 2014

Sanità: UNCHR, rifugiati siriani affetti da cancro senza cure per mancanza di fondi

AGENPARL
Il numero di rifugiati affetti da cancro grava sui sistemi sanitari in Giordania e in Siria, ha dichiarato il massimo esperto medico dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR), un’emergenza che costringe l’UNHCR e i suoi partner a prendere difficili decisioni su chi debba ricevere o meno le cure. 
In un nuovo studio pubblicato oggi domenica 25 maggio sulla rivista The Lancet Oncology, il Dott. Paul Spiegel ha documentato i casi di centinaia di rifugiati in Giordania e in Siria a cui sono state negate le terapie oncologiche a causa dei fondi limitati e sollecita l’urgente adozione di nuove misure nella lotta contro il cancro nelle crisi umanitarie. “Possiamo curare tutti i pazienti con il morbillo, ma non siamo in grado di far fronte a tutti i casi di cancro” dichiara il Dott. Spiegel. “Dobbiamo respingere i malati di cancro con poche prospettive di vita perché curarli è troppo costoso. Dopo aver perso tutto nel proprio paese, i malati di cancro devono affrontare sofferenze ancora peggiori all’estero, spesso con enormi costi emotivi e finanziari per le loro famiglie”. 

Secondo lo studio del The Lancet Oncology, che ha preso in esame i rifugiati in Giordania e in Siria tra il 2009 e il 2012, il numero dei casi documentati di cancro tra i rifugiati nella regione sono aumentati sia perché il numero dei rifugiati è complessivamente cresciuto, sia perché sempre più persone fuggono da paesi a medio reddito come la Siria. 

Il cancro è anche un problema crescente tra i rifugiati provenienti da paesi a basso reddito, dove l’attenzione si è tradizionalmente concentrata sulle malattie infettive e sulla malnutrizione. La forma tumorale più comune tra i rifugiati è il cancro al seno, che rappresenta quasi un quarto di tutte le richieste di cura presentate in Giordania al Comitato per le Cure Eccezionali dell’UNHCR (ECC), preposto a decidere se finanziare o meno trattamenti costosi

In Giordania, ad esempio, l’ECC ha potuto accogliere solo 246 su 511 richieste (48%) di cure oncologiche presentate dai rifugiati tra il 2010 e il 2012. Il principale motivo di rifiuto era una prognosi negativa, vale a dire un paziente con poche possibilità di recupero, motivo che ha indotto il Comitato a decidere di investire la limitata quantità di denaro in altri pazienti. 

Raramente, l’ECC si trova costretto a dover respingere anche i pazienti con prognosi favorevoli a causa degli elevati costi delle cure. Il Dott. Adam Musa Khalifa, medico dell’UNHCR e membro dell’ECC in Siria, racconta di una paziente irachena, madre di due figli, affetta da una rara forma di tumore al seno che ha dovuto interrompere la terapia in Iraq a causa della situazione di instabilità del paese, senza poter continuare le cure in Siria in quanto troppo costose. I costi delle cure possono infatti in alcuni casi sfiorare i 21mila USD. “Dobbiamo prendere decisioni terribili su chi aiutare”, afferma il Dott. Khalifa. 

Alcuni pazienti hanno una prognosi favorevole, ma i costi delle terapie sono troppo elevati. Queste decisioni hanno un profondo impatto psicologico su tutti noi”. I sistemi sanitari statali in Siria e Giordania sono stati travolti dalla situazione e le strutture private si stanno rivelando insufficienti. e dei farmaci, ma non basta, denuncia lo studio. 

I rifugiati ammalati di cancro spesso devono interrompere le terapie a causa del clima di insicurezza nel loro paese d’origine. In Siria, ad esempio, molti ospedali sono stati distrutti o chiusi e i medici sono fuggiti. “Lo studio del Lancet non lascia alcun dubbio sul fatto che il cancro è un problema di salute importante tra i rifugiati” afferma il Dott. Spiegel. “Dobbiamo trovare soluzioni migliori, insieme ai paesi ospitanti, per finanziare la prevenzione e il trattamento”. I nuovi approcci potrebbero includere campagne di informazione itineranti e online incentrate sulla prevenzione sanitaria e nuovi sistemi di finanziamento come il crowd-funding e un’eventuale assicurazione sanitaria. 

Qualsiasi misura che verrà adottata dovrà tener conto dei Sistemi sanitari dei paesi d’asilo nel loro complesso, al fine di evitare disparità tra le comunità ospitanti e i rifugiati.

giovedì 7 novembre 2013

Roma - Carcere Rebibbia - Reparto per detenuti comuni usato come centro clinico - Situazione drammatica

ANSA
Roma - "Il piano terra del reparto G 11 del carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso e', di fatto, utilizzato come Centro Clinico senza averne le caratteristiche tecniche e strutturali e senza, soprattutto la presenza di personale medico e paramedico adeguato". 

E' in sintesi il senso della lettera inviata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni al capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), Giovanni Tamburino. Allegata alla lettera la copia delle denunce firmate di 10 detenuti del reparto sulle gravi condizioni logistiche e sanitarie. Tra loro, invalidi al 100%, poliomielitici, diabetici, amputati con protesi, infartuati plurimi, alcuni dei quali in sedia a rotelle, costretti a stare in celle sovraffollate anche 24 ore al giorno.

"Il G 11 e' un reparto di Rebibbia N.C. destinato ad ospitare i cosiddetti detenuti comuni - si legge in un comunicato del Garante -. Organizzato su tre piani, ognuno dei quali diviso in tre bracci, ospita attualmente oltre 500 detenuti. I problemi di carattere logistico e sanitario sono cominciati circa un anno fa quando, con l'avvio dei lavori di ristrutturazione del Centro Clinico di Regina Coeli, buona parte dei detenuti malati li' ricoverati sono stati trasferiti a Rebibbia e qui, per ospitarli, e' stato adattato a Centro Clinico il piano terra del G 11".

"Trattandosi di una soluzione di ripiego - ha detto il Garante Marroni - la situazione e' rapidamente degenerata diventando, oggi, drammatica. Il reparto non ha le condizioni strutturali per ospitare detenuti affetti dalle piu' disparate patologie e con scarse o nulle capacita' deambulatorie. 

Celle e servizi non sono adeguati per ospitare persone disabili. Mancano le carrozzine ed ogni altro supporto per cui non e' infrequente che i detenuti siano costretti a stare tutto il giorno in cella.

La presenza sanitaria e' insufficiente a gestire una situazione del genere e moltissimi detenuti denunciano di non essere seguiti dalla sanita' di reparto. E' per questo che abbiamo chiesto un intervento urgente del Capo del Dap. Quelle che abbiamo segnalato sono tutte persone affette da patologie gravi, che avrebbero bisogno di ben altra attenzione; rispetto a cio' 
torna utile il dibattito sviluppato in questi giorni sul caso Ligresti, da parte del Ministro Cancellieri che ha posto all'attenzione nazionale le difficili condizioni di vita dimolti detenuti"

sabato 26 ottobre 2013

Madagascar: detenuti esposti a forte rischio contagio di peste bubbonica

Apcom 
La peste bubbonica, la grande pestilenza, il flagello dell'Europa del Medioevo, quella che uccise circa 25 milioni di persone, continua ancora a mietere vittime. 

Il Madagascar ha conquistato lo scorso anno un triste primato mondiale, con 256 episodi di contagi e 60 morti.

 E sembra che il peggio debba ancora venire: il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l'Istituto Pasteur hanno messo in guardia il governo malgascio spiegando come i detenuti nelle carceri siano pericolosamente esposti al contagio, e che, stando a quanto ha affermato Christophe Rogier dell'Istituto Pasteur, "le mura della prigione non potranno impedire alla peste di uscire e di invadere il resto della città". 

L'ispezione del Circ ha messo infatti in luce le disumane condizioni di 3.000 detenuti di Antanimora, il principale carcere della capitale Antananarivo, costretti a convivere - in tutti i sensi - con una nutrita popolazione di ratti infestati da pulci. 

"Una prigione non è un luogo sigillato", ha spiegato Evaristo Oliviera del Circ, osservando come anche tutti coloro che lavorano nella prigione, o anche semplici visitatori, possano divenire vettori del bacillo della malattia e provocare un'epidemia tra la popolazione. Ha poi continuato affermando che la malattia, se diagnosticata tempestivamente, potrebbe essere curata con degli antibiotici, ma la scarsità di strutture sanitarie efficienti in Madagascar ostacola enormemente questa possibilità.

mercoledì 3 luglio 2013

Lombardia : negato il diritto al pediatra di base ai bambini stranieri senza documenti dopo i sei mesi di vita

ASGI
Il voto contrario alla mozione presentata da Patto Civico e Partito Democratico che chiedeva l’accesso alla pediatria di base ai bambini stranieri anche se privi di permesso di soggiorno lede i diritti fondamentali dei soggetti già vulnerabili, viola il rispetto di obblighi nazionali ed internazionali, contrasta con le scelte operate dalla conferenza Stato Regioni. Secondo l’ASGI si priva del diritto alla cura chi e’ piu’ vulnerabile e non si tutela la salute pubblica.

La scelta operata ieri dal Consiglio Regionale lombardo ignora infatti che, come confermato da pronunce proprio del Tribunale di Milano, il minore non può mai essere considerato “irregolare”essendo comunque non espellibile ai sensi dell’art. 19 della legge italiana sull’immigrazione. Inoltre sia l’art. 35 dello stessa legge e la Convenzione ONU per i diritti del fanciullo all’art. 24 garantiscono il diritto di ogni minore di “beneficiare dei servizi medici” senza alcuna discriminazione, indipendentemente dalla loro nazionalità, regolarità del soggiorno o apolidia .

Infine l‘Accordo che la Conferenza Stato-Regioni ha recentemente elaborato proprio allo scopo di rendere uniforme ed efficace l’accesso dei migranti ai servizi sanitari su tutto il territorio italiano prevede il riconoscimento del pediatra di libera scelta anche per i minori senza regolare permesso di soggiorno.

La scelta della regione Lombardia è dunque in contrasto con tali norme; ma è anche una scelta miope e inefficiente perché meno difficoltà nell’erogazione delle prestazioni e una precoce diagnosi delle malattie grazie allamaggiore prevenzione si traduce in costi inferiori per la Pubblica Amministrazione e permette una migliore salvaguardia della salute collettiva.

Ancor piu’ fuori luogo e frutto di totale ignoranza delle norme sono poi le dichiarazioni rese ieri da alcuni politici regionali che hanno richiamato la questione della segnalazione degli irregolari da parte del medico: in proposito ASGI ricorda che ai sensi dell’art. 35 del T.U. sull’Immigrazione “l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità” dunque a nessuno sia esso pediatra, medico ospedaliero o chi altro è consentito operare segnalazioni a seguito di accesso alle cure sanitarie.

ASGI , come ha già fatto in passato, promuoverà in tutte le opportune sedi ivi compresa quella giudiziaria, tutte la azioni possibili affinché siano rispettate le norme nazionali e internazionali e sia tutelato il diritto alla salute di tutti, migranti compresi.

venerdì 31 maggio 2013

Siria. Msf: “Mancano organizzazioni umanitarie. È una catastrofe”

Quotidianosanità.it
La situazione nel Paese si sta aggravando. L’accesso alle cure è sempre più difficile e aumenta il numero dei rifugiati. Medici senza frontiere invita tutte le parti coinvolte nel conflitto a raggiungere un accordo di base per consentire la fornitura di assistenza umanitaria attraverso le linee del fronte.
Accesso alle cure estremamente limitato, non solo per i feriti, ma anche per i pazienti con malattie croniche, per le donne in gravidanza e per i bambini che necessitano di vaccinazioni. Mancano attori umanitari che possano fornire assistenza alle vittime della guerra e gli aiuti non sono più sufficienti per dare una risposta adeguata agli immensi bisogni delle popolazione. E ora la possibilità di ricevere cure mediche è diventata difficile anche nei Paesi vicini dove aumentano i rifugiati.

La Siria è allo stremo. Da più di due anni vive una grave emergenza umanitaria: la violenza senza fine del conflitto e l’insicurezza hanno causato oltre 70mila morti, e ora lo scenario si sta ulteriormente aggravando. Per questo Medici senza frontiere lancia un nuovo allarme.

“La situazione è peggiorata dall’ultima volta che sono stato nella zona di Idlib pochi mesi fa – ha dichiaratoLoris de Filippi, Presidente di Medici Senza Frontiere Italia, appena tornato da una missione in Siria - ho visto con i miei occhi che mancano acqua potabile, cibo e altri beni essenziali. Per rispondere ai bisogni, nonostante l’enorme sfida che rappresenta lavorare in Siria, siamo operativi con 5 ospedali e stiamo incrementando le nostre attività attraverso cliniche mobili. Ma questo non è sufficiente. Anche perché siamo soli: nelle zone in cui sono stato, non ci sono altre organizzazioni umanitarie”.

Indipendentemente dal progresso o meno delle iniziative diplomatiche in corso, la situazione sul campo è drammatica: ogni giorno sempre più persone hanno bisogno di cure mediche e assistenza umanitaria. Per questo MSF ribadisce la sua richiesta a tutte le parti coinvolte nel conflitto di raggiungere almeno un accordo di base che possa consentire la fornitura di assistenza umanitaria attraverso le linee del fronte e attraverso le frontiere.

“Il fallimento della risposta umanitaria all’emergenza in Siria – spiega l’organizzazione – è il risultato di vari fattori: soprattutto l’intensità dei combattimenti e bombardamenti che rendono la Siria un paese molto difficile in cui lavorare, ma anche il rifiuto da parte del Governo di Damasco all’assistenza umanitaria nelle aree controllate dall’opposizione, la diffidenza nei confronti degli aiuti attraverso le linee del fronte e la generale paralisi della comunità internazionale a fornire aiuti umanitari ovunque ve ne sia bisogno. A prescindere dalle cause, il risultato è lo stesso: la scarsa assistenza per oltre 4.200.000 siriani all’interno del paese e per oltre 1milione e 500mila rifugiati nei paesi vicini”.


Per garantire l’indipendenza del proprio lavoro in Siria, MSF si finanzia solo attraverso donazioni private. I bisogni della popolazione sono in crescita e sono aumentate di conseguenza anche le spese per sostenere i progetti. MSF chiede agli Italiani di continuare a dare il proprio supporto per poter garantire cure salva-vita alle persone intrappolate nel conflitto.

MSF in Siria ha realizzato 2.095 interventi chirurgici, più di 37.400 visite mediche, oltre 8.500 vaccinazioni e ha distribuito 166 tonnellate di materiali medici. L’organizzazione nelle zone di Idlib e Aleppo garantisce anche servizi ostetrici, dove si registrano circa 120 parti al mese e sta aumentando i servizi di salute mentale. Le équipe di MSF garantiscono assistenza medica ai rifugiati siriani in Libano, Giordania, Turchia e Iraq.

mercoledì 15 maggio 2013

Sanità in carcere: allarme hiv ed epatite nelle carceri e un detenuto su tre non sa di essere malato

Corriere della Sera
La positività per il test di epatite C è del 28% dei detenuti, per l’epatite B del 7%, e il 3,5% per l’Hiv. Nelle carceri italiane due persone su tre sono malate e una persona su tre non è consapevole del proprio stato di salute.

Parliamo di malattie infettive gravi: epatite, Hiv, tubercolosi, sifilide. Se ne è parlato in chiusura del quinto Congresso Nazionale Icar (Italian Conference on Aids and retrovirus) dedicato a Aids e Hiv, con 600 specialisti radunati al Centro Congressi del Lingotto a Torino.

“La positività per il test di epatite C è del 28% dei detenuti, per l’epatite B del 7%, e il 3,5% per l’Hiv. Inoltre il 20% ha una tubercolosi latente e il 4% ha presentato test positivi per la sifilide - ha spiegato Evangelista Sagnelli, professore di Malattie Infettive alla Seconda Università di Napoli.

Il dato più preoccupante è che una persona su tre non è a conoscenza del suo stato di salute in relazione a queste infezioni: occorre quindi essere molto cauti per evitarne un’ulteriore diffusione”. Lo studio sulle carceri italiane è stato fatto dalla Simit (Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali) e Nps (Network Persone Sieropositive) in venti istituti, su un campione pari al 60% dei detenuti, circa 2.700 persone.

Al Congresso è stato ricordato come si sia ridotta la percentuale di nuovi casi di infezione di Hiv legato alla tossicodipendenza in relazione agli altri fattori di rischio: i Sert, infatti, riescono a contenere la diffusione, grazie a un accurato controllo dei soggetti tossicodipendenti. Aumentano invece i casi per diffusione sessuale, ad oggi la causa principale dei nuovi contagi.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, dal 1985, escludendo le persone di età inferiore ai 15 anni diagnosticate con Hiv, si osserva un aumento costante dell’età media al momento della diagnosi di infezione, che è passata da 26 anni per i maschi e 24 anni per le femmine nel 1985 a, rispettivamente, 38 e 34 anni nel 2011. Nel 2010 la classe di età più rappresentata è quella 35-44 anni, nel 2011 quella 25-34 anni.

La proporzione di donne era aumentata all’inizio degli anni 2000 ma negli ultimi anni sta diminuendo di nuovo. L’età media alla diagnosi dei casi adulti di Aids mostra un aumento nel tempo, sia tra gli uomini che tra le donne. Infatti, se nel 1991 la mediana era di 31 anni per i maschi e di 29 per le femmine, nel 2011 le medie sono salite rispettivamente a 44 e 42 anni.

Nell’ultimo decennio, la proporzione di casi di Aids di sesso femminile tra i casi adulti è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 23-25%. Le regioni con la maggiore incidenza sono, in ordine, Lazio (3,2%), Liguria (2,9%), Toscana (2,7%) e Piemonte (2,7%); quelle con il minor numero di casi Trentino Alto Adige (0,2%), Umbria (0,7%), Molise, Campania e Sardegna (0,9%).


Human Rights - Diritti Umani - Droits de l'Homme - Derechos Humanos - For a World Without the Death Penalty - Rights of prisoners - No Justice Without Life


giovedì 9 maggio 2013

Emergenza rifugiati siriani: cresce il rischio epidemie, soprattutto fra i bambini

Il Sole 24 Ore 
Secondo testimonianze di operatori umanitari dell'Associazione libanese dell'Ordine di Malta sale l'emergenza sanitaria fra i rifugiati siriani all'estero che supereranno i 3 milioni e mezzo entro fine 2013.

L'emergenza umanitaria del conflitto siriano si sta trasformando sempre più in emergenza sanitaria, a causa delle precarie condizioni igieniche in cui vivono i rifugiati nei paesi confinanti, che – secondo stime ONU – hanno raggiunto un milione e mezzo e potrebbero raddoppiare entro la fine del 2013.

La situazione sanitaria è diventata esplosiva soprattutto per i bambini, a rischio di malattie infettive epidemiche. A lanciare l'allarme è l'Associazione Libanese dell'Ordine di Malta, che gestisce il Centro medico di Khaldieh nel nord del Libano con il supporto del Malteser International (la speciale Agenzia di soccorso umanitario dell'Ordine). Il Centro di Khaldieh ha recentemente avviato un programma di visite a domicilio per 400 famiglie siriane, che vivono in condizioni precarie nei villaggi di Zgharta e Kfarzayna, con l'obiettivo di vaccinare i bambini, offrire cure mediche e sensibilizzare la popolazione su salute e igiene. Il programma si aggiunge alle cure mediche gratuite fornite dal Centro negli ultimi 8 mesi a oltre 1.300 siriani.
L'allarme dell'Ordine di Malta rieccheggia quello di Medici Senza Frontiere: i siriani fuggiti dagli scontri nei loro villaggi, che hanno cercato rifugio in Libano, non ricevono un livello adeguato di assistenza sanitaria e vivono in condizioni estremamente precarie.

Il rapporto di MSF "Misery beyond the war zone - life for Syrian refugees and displaced populations in Lebanon" mostra come, tra gli altri risultati preoccupanti, molti dei siriani che si sono rifugiati in Libano non riescano a ottenere l'assistenza sanitaria necessaria. L'indagine mostra un notevole deterioramento della situazione umanitaria in Libano, in gran parte dovuto ai ritardi delle lunghe procedure di registrazione. I rifugiati non hanno il diritto a un'assistenza ufficiale se non sono registrati.
Sono oltre 428.000 i rifugiati siriani in Libano che ricevono assistenza dalle agenzie delle Nazioni Unite e dal governo libanese. Secondo l'ultimo rapporto dell'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sono 302.000 i registrati nel Paese dei Cedri e 125.000 coloro che stanno ancora aspettando di completare le procedure. Nel nord del Libano il numero maggiore di rifugati siriani,128.000, contro i 111.000 nella Bekaa, 38.000 a Beirut e 24.000 nel sud.

A gennaio le autorita' libanesi avevano rivolo un appello ai paesi arabi per una donazione di 370 milioni di dollari per contribuire ad aiutare i rifugiati siriani. L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Antonio Guterres, ha detto che il numero dei rifugiati in Libano ha superato il 10-15% della sua popolazione. E' come se in Italia ci fossero 8-10 milioni di profughi.
"Nelle mie visite a domicilio incontro persone che vivono in scantinati, dormono su letti di cartone improvvisati", spiega Rouba Azize, del gruppo dei coordinatori dei soccorsi di emergenza per i profughi e assistente sociale nel Centro di Khaldieh dell'Ordine di Malta. "Le condizioni igieniche sono terribili e costituiscono una minaccia per la salute di tutti. Molti bambini soffrono di infezioni della pelle e sono in aumento alcune malattie infettive, come la rosolia", dice ancora Azize. I rifugiati siriani coinvolti nel programma di visite a domicilio hanno ricevuto kit per l'igiene personale, coperte e materassi.

Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, sono circa 7 milioni i Siriani ad avere bisogno immediato di aiuti umanitari, fra questi 4 milioni e mezzo sono i profughi all'interno del Paese, che fuggono dalle aree teatro degli scontri armati.
Tra le molte situazioni di miseria, uno scantinato di 200 metri quadrati nella regione di Zgharta, vicino a Khaldieh. Una stanza buia e umida dove vivono stipate circa 100 persone. "Il bisogno è enorme. Molte sono le malattie e il rischio di epidemie tra i rifugiati è molto alto", racconta Miladia Hamati Aoun, una delle infermiere di Khaldieh. A fine marzo, il Centro medico ha condotto una campagna di vaccinazione di tre giorni per le decine di bambini e ragazzi rifugiati, contribuendo a proteggerli contro malattie come la poliomielite. Ai bambini sono stati inoltre somministrati integratori di vitamina A, come misura di prevenzione.
"I rifugiati sono molto grati per l'aiuto ricevuto" conclude Aoun. "Possa Dio proteggere voi, la vostra famiglia e la vostra casa" mi ripetono spesso. "Questa benedizione ha un significato molto particolare, considerando quello che stanno vivendo. Molti di loro hanno perduto membri della propria famiglia e la loro casa".

Da luglio 2012 il Malteser International, grazie al supporto di partner locali come la ONG turca Blu Crescent, ha fornito soccorso umanitario a più di 24.000 profughi in Siria, Turchia e Libano, distribuendo migliaia di kit di emergenza e igiene, stufe e coperte. Squadre di distribuzione sono impegnate nel trasporto di aiuti alimentari (tra cui cibo per l'infanzia) dalla Turchia ai distretti siriani di A'Zaz, Afrin e Al Bab, una regione rurale a nord di Aleppo in mano all'opposizione. Gli aiuti alimentari serviranno a sfamare 750 famiglie e 500 bambini per 5 mesi.