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lunedì 15 novembre 2021

Sahara Occidentale. Saharawi, la guerra dimenticata che può travolgere il Nord Africa, dove si combatte dal novembre 2020

Avvenire
I fuoristrada disegnano piste sulla sabbia incandescente del Sahara Occidentale. Omar Deidih Brahim sobbalza, avvolto nel suo turbante verde, mentre sfreccia rapido il convoglio dei mezzi militari saharawi. «Dobbiamo allontanarci subito – esclama – o i soldati marocchini ci scaricheranno addosso l’artiglieria pesante». All’orizzonte, colonne di fumo e polvere si alzano dal deserto piatto. A seguire, i boati sordi squarciano il silenzio, in lontananza. Sono le batterie di razzi lanciate dai saharawi. La risposta del Marocco non si fa attendere. Una salva di missili si abbatte sulle posizioni da cui è partita l’offensiva, a non più di un chilometro da dove ci siamo riparati. «È così tutti i giorni, da ormai un anno – spiega Omar – questa è la seconda guerra del Sahara Occidentale, che il Marocco si ostina a negare». 


Ci troviamo nell’area di Mahbes, VI regione militare dell’esercito di liberazione popolare saharawi (Elps). Uno scampolo di deserto dimenticato, dove convergono i confini di quattro Paesi dell’Africa settentrionale. A Nord c’è l’Algeria e l’arido deserto dell’Hammada, dove da 46 anni giacciono i campi di rifugiati saharawi. A Est c’è la Mauritania. Sul lato opposto, il Marocco. All’orizzonte si intuisce il muro militare, la lunga duna fortificata fatta costruire da re Hassan II, negli anni Ottanta. Oltre 2.700 chilometri di sabbia e mine, il muro più lungo mai edificato al mondo, dopo la Grande muraglia cinese. Taglia in due come una cicatrice quello che dovrebbe essere il quarto Paese, il Sahara Occidentale. «Abbiamo atteso per trent’anni una soluzione pacifica, ma invano – dice Omar, mentre balza giù dalla jeep – vogliamo solo quello che ci spetta: il referendum per l’autodeterminazione del nostro popolo, chiesto dalle Nazioni Unite dal 1966. Non vogliamo restare l’ultima colonia d’Africa».
Un anno fa il Fronte Polisario dichiarava decaduta la tregua con il Marocco, dopo 29 anni. Oggi il conflitto prosegue. Nei campi dei rifugiati, pandemia e penuria di cibo

Inizia nel 1975 la decolonizzazione incompiuta del Sahara occidentale, dannato dalle sue ricchezze: fosfati e pesca. La Spagna è al capezzale del caudillo Francisco Franco. Era stato lui a rendere provincia la colonia del Sahara spagnolo. Due anni prima, i saharawi avevano dato vita al loro movimento di liberazione nazionale, il Fronte Polisario. Gli spagnoli si ritirano e siglano a Madrid un accordo segreto con Marocco e Mauritania, che si spartiscono il territorio. Il Polisario prende le armi. La prima guerra del Sahara Occidentale inizia qui e dura 16 anni. La gran parte dei saharawi si rifugia nei campi algerini, dove fonda, in esilio, la Repubblica araba saharawi democra- tica (Rasd). La Mauritania abbandona. Il Marocco cristallizza l’occupazione, costruendo il muro. Le armi tornano a tacere solo nel 1991, dopo che l’Onu convince le due parti a firmare un faticoso cessate il fuoco. Viene creata la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale). Deve vigilare sulla pace e permettere il referendum. Ma i propositi restano tali, per 29 anni. Alla fine, il Polisario non riesce più a contenere la pressione dei giovani saharawi, fiaccati da 45 anni di esilio nel deserto. «Noi siamo un popolo pacifico – spiega ancora Omar – ma non ci era rimasta altra scelta. Siamo stati costretti a tornare alla guerra. Ora libereremo la nostra terra con le armi. O moriremo da martiri».

Omar ha 23 anni e parla quattro lingue. Con una mano tiene il kalashnikov, con l’altra un paio di libri: «L’arma più importante» sorride. Il suo percorso di studi è una mappa del vecchio mondo disallineato che appoggia la Rasd: le scuole superiori tra Libia e Algeria, l’Università a Cuba. Nei campi è tornato per combattere, dopo che la guerra è ripresa, il 13 novembre di un anno fa. Il casus belli ha luogo a Guerguerat, al confine Sud con la Mauritania. Un gruppo di civili saharawi blocca per settimane l’importante arteria commerciale che dal Marocco si dirige verso il meridione del continente. Si radunano nel tratto di strada che attraversa la buffer zone, tra il muro e il confine mauritano, l’area demilitarizzata sancita dall’Onu nel 1991. Mohamed VI decide di far entrare l’esercito. Il Polisario dichiara decaduta la tregua. E torna a combattere.

«Mi sono ferito a Guerguerat, proprio quella notte» racconta Abdalahi Mohamed Fadel, mentre si trascina zoppicando tra le corsie dell’ospedale militare di Bola. È un comandante del Polisario, uno dei veterani del primo conflitto. Da un anno si porta dietro una lacerazione al piede che non vuole saperne di guarire. «Sono stato il primo ferito di questa nuova guerra – dice – ma purtroppo non sarò l’ultimo. Da questo ospedale sono già passati diversi ragazzi. Quasi tutti feriti dall’artiglieria e dai droni da combattimento marocchini». È stato un drone ad uccidere, lo scorso aprile, Addah Al Bendir, capo di stato maggiore della gendarmeria saharawi. Finora, il Polisario conteggia una decina di perdite e circa venti feriti. «Il monarca del Marocco nega persino che ci sia un conflitto – dichiara il presidente della Rasd, Brahim Ghali – la realtà è che i combattenti saharawi attaccano le posizioni marocchine ogni giorno. Siamo disposti a fare qualunque sacrificio, pur di raggiungere quello che è un nostro diritto».

La sproporzione di forze è evidente. Ma il conflitto, seppure a bassa intensità, rischia di destabilizzare l’intero quadrante. A preoccupare è la profonda crisi diplomatica tra Algeria e Marocco. Negli scorsi mesi Algeri ha dapprima annunciato la rottura delle relazioni con Rabat. Quindi ha interdetto lo spazio aereo ai velivoli marocchini e francesi. Sullo sfondo, ancora una volta, la crisi del Sahara. Un popolo tagliato in due da un muro. Da un lato i saharawi rifugiati nei campi. Dall’altro coloro che vivono nei territori occupati dal Marocco. Salah Lebssir, per quanto giovane, appartiene a entrambe le categorie. «Sono nato e cresciuto nella città occupata di Smara – racconta – nel 2015 mi hanno arrestato per aver preso parte a una protesta saharawi. E mi hanno messo in carcere per quattro anni. Mi torturavano con cavi elettrici, bastoni, corde. Non potevo vedere la mia famiglia, né avere accesso a cure mediche». Oggi Salah vive ai campi, da rifugiato politico. Lavora come mediattivista per la Fondazione Nushatta. «Giriamo video – spiega – per bucare il blackout imposto dal Marocco e informare sul conflitto».

È sempre più difficile contenere la pressione dei giovani, fiaccati da 45 anni di esilio nel deserto Il dramma di un popolo tagliato in due da un muro

Dalle zone di guerra sono dovuti scappare circa 4.750 saharawi. Oggi sono rifugiati interni, di ritorno in un accampamento di rifugiati. E’ il caso del pastore Mohamed Moulud Sidahmed. Una vita trascorsa a pascolare le sue capre nei pressi della città di Tifariti, dove oggi si combatte. «Da quando è ripreso il conflitto – testimonia – ho dovuto abbandonare tutto. È troppo pericoloso, per me e per la mia famiglia. Siamo dovuti fuggire verso i campi. E non abbiamo più nulla». La guerra non è l’unico problema. Non piove da tre anni. E da due bisogna fare i conti anche con la pandemia. Il dottor Talebuya Brahim Ghali ci fa strada verso il reparto Covid dell’ospedale nazionale di Rabuni. Dodici letti e altrettanti respiratori, non certo di ultima generazione. Ci sono due pazienti ricoverati, un uomo e una donna, entrambi sulla sessantina. «Ora il virus è sotto controllo – spiega il dottor Ghali – ma c’è stato un momento in cui l’ospedale era saturo. Abbiamo dovuto evacuare pazienti verso Tindouf». In totale, dall’inizio della pandemia, nei campi saharawi si sono registrati oltre 1.700 casi e 67 morti.

Non c’è più farina, né riso, e per tutto il resto, è stato dato fondo agli stock d’emergenza.
Già 1.700 casi di Covid, e 67 morti, mancano i vaccini


Ma oltre al bilancio sanitario, a gravare su una popolazione che vive di aiuti umanitari, è stato il blocco delle frontiere, che ha reso impossibile l’approvvigionamento di cibo. «Non abbiamo più farina, né riso – constata Buhubaini Yahia, presidente della Mezzaluna rossa saharawi – e per tutto il resto, abbiamo già messo mano agli stock d’emergenza. Oggi, qui ai campi, tre donne su quattro soffrono di anemia. E un bambino su tre è malnutrito cronico». Stando ai numeri del Programma Alimentare Mondiale, l’insicurezza alimentare tra i saharawi è passata dal 77 per cento del pre-pandemia al 92 per cento di oggi. Meglio non va sul versante dei vaccini. Con fatica, negli ultimi mesi sono giunte anche quaggiù le prime dosi di Astra-Zeneca e SinoVac. Ma la percentuale dei vaccinati è ancora molto bassa. «Europa e Stati Uniti hanno un accesso privilegiato ai vaccini – denuncia il dottor Ghali – c’è uno squilibrio evidente. Spesso sono consapevole che alcuni miei pazienti non si salveranno, perché necessiterebbero di trattamenti che qui non possiamo fornire. È questa la cosa che fa più male».

Gilberto Mastromatteo 

sabato 14 agosto 2021

Migranti: espulsi in Marocco minori non accompagnati giunti a maggio nell'enclave spagnola di Ceuta

Ansa
Sono stati rimpatriati il 12 agosto dall'enclave spagnola di Ceuta, situata sulla costa del Nordafrica, decine di migranti minorenni arrivati lo scorso maggio nel corso di due giorni caotici in cui circa 10.000 persone entrarono in massa in territorio spagnolo. 

Lo riportano diversi media iberici, che citano fonti in loco. Autorità spagnole affermano che si tratta dell'applicazione di un accordo bilaterale firmato anni fa da Madrid e Rabat in materia di "emigrazione irregolare di minori non accompagnati". 

Le consegne dei minori al Paese nordafricano sono avvenute a piccoli gruppi, di circa 15 persone, secondo le informazioni arrivate da Ceuta.

Secondo la radio Cadena Ser, che ha anticipato la notizia, l'ordine di riconsegnare i giovani migranti a Rabat è partita dal ministro dell'Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, lo scorso 10 agosto. Il Ministero dell'Interno ha affermato all'ANSA che "non conferma né smentisce" quest'informazione. I media iberici sostengono che Madrid e Rabat hanno lavorato per giorni su un accordo di riconsegna dei giovanissimi migranti giunti a Ceuta a maggio senza accompagnatori adulti.

L'emergenza migratoria di tre mesi fa si aprì nelle prime ore del 17 maggio scorso, quando decine di migranti iniziarono a superare il confine tra Spagna e Marocco irregolarmente senza che le guardie di frontiera marocchine intervenissero per fermarli, in contemporanea con notizie di forti tensioni diplomatiche tra i due Paesi sul nodo del Sahara Occidentale (ex colonia spagnola rivendicata da Rabat). 

In poco più di 48 ore arrivarono circa 10.000 persone, tra cui numerose donne e bambini. Nei giorni successivi, vennero respinti o tornarono in Marocco spontaneamente circa 8.000 persone, mentre centinaia di minori rimasero a Ceuta. Alcuni vennero accolti in altre regioni della Spagna, mentre almeno 700, secondo i calcoli de El País, sono rimasti nell'enclave. Le autorità spagnole sostengono che l'accordo con Rabat prevede che il Marocco si faccia carico dei minori nel rispetto dei loro diritti, o consegnandoli ai genitori o attraverso i propri servizi sociali rivolti all'infanzia.

Save the Children e altre ong protestano per quanto sta avvenendo, sostenendo che "qualsiasi espulsione collettiva è illegale", in particolare se gli allontanamenti sono effettuati "contro la volontà dei minori".

mercoledì 19 maggio 2021

Migranti - Crisi di Ceuta - 8mila migranti arrivati in 48 ore nell’enclave spagnola - Foto simbolo: neonato salvato dalla Guardia Civil - 4 mila respinti.

Il Fatto Quotidiano
Nella serata di ieri il governo marocchino ha chiuso nuovamente i valichi di confine, dopo che Madrid aveva già respinto 4 mila delle persone giunte illegalmente sul territorio e schierato l'esercito per per impedire a migranti di raggiungere la città. Sanchez, "Il governo sarà fermo nella difesa dei confini nazionali". Dalla Commissione Ue: "Non ci lasceremo intimidire"

Almeno 8.000 migranti in due giorni, tra cui donne e bambini. A distanza di 48 ore, la crisi dei migranti di Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, non sembra destinata a concludersi, mettendo a rischio la vita di migliaia di persone. Questa mattina è stata diffusa una foto che ritrae un neonato salvato dalla Guardia Civil spagnola e che testimonia la drammaticità delle ultime ore.

Nella serata di ieri il governo marocchino ha fatto sapere di aver chiuso nuovamente i valichi di confine, dopo che Madrid aveva già respinto 4 miladelle persone giunte illegalmente sul territorio, e schierato l’esercito per per impedire a migranti di raggiungere la città. Il premier spagnolo Sanchez si è recato personalmente a Ceuta e Melilla, accolto tanto da fischi quanto da applausi. Il suo governo, dice, sarà “fermo” nella difesa dei confini nazionalie nelle attività volte a ristabilire l’ordine alla frontiera con il Marocco.

mercoledì 31 luglio 2019

Marocco. Il re Mohammed VI concede la grazia a migliaia di detenuti per festeggiare i 20 anni del suo regno

La Stampa
Tra loro alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese con le manifestazioni per chiedere equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. Il re del Marocco, Mohammed VI, in occasione del ventesimo anniversario del suo regno, ha graziato migliaia di detenuti. 


Il re del Marocco, Mohammed VI
Tra di loro, anche alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese maghrebino con manifestazioni in cui chiedevano equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. 

Un comunicato ufficiale ha annunciato la grazia per 4.764 persone. Tra i risultati più significativi del regno di Mohammed VI c'è la nuova Costituzione firmata nel 2011. 

Le precedenti risalivano al 1962, 1970, 1972, 1992 e 1996. La nuova costituzione è stata considerata rivoluzionaria perché recepiva proposte arrivate dal mondo sindacale e giovanile, anche sull'onda delle Primavere arabe.

Un altro risultato riguarda la Moudawana (Codice di stato personale marocchino), che è il diritto della famiglia marocchina codificata nel 1958 sotto il regno del defunto re Mohammed V. Questo codice è stato modificato per la prima volta nel 1993 dal defunto re Hassan II, poi rivisto nel febbraio 2004 dal parlamento marocchino e promulgato infine il 10 ottobre 2004.

martedì 20 novembre 2018

Tragedia senza fine di migranti. Barcone diretto alle Canarie affonda davanti alle coste del Marocco. 22 dispersi

AGI
Drammatico naufragio di un barcone di migranti davanti alle coste del Marocco, vicino alla città meridionale di Tiznit: sono almeno 22 i dispersi, ha riferito l'agenzia marocchina Map. 


Tre migranti sono riusciti a nuotare fino a una spiaggia e a dare l'allarme, prima di essere trasportati in ospedale. Il barcone era diretto verso le isole spagnole delle Canarie che distano un centinaio di chilometri dalla costa del Marocco.

Le autorità del paese nordafricano hanno avviato un'operazione di ricerca e salvataggio ed è stata aperta un'inchiesta sul naufragio. Nei primi anni dopo il 2000 le Canarie erano diventate una meta frequente per i migranti diretti in Europa ma ora per arrivare in Spagna puntano soprattutto sullo Stretto di Gibilterra. 

In 50.500 sono arrivati sulla costa spagnola da inizio anno e in 566 somno morti tentando la traversata.

Tra gennaio e settembre le autorita' marocchine hanno bloccato 68.000 tentativi di emigrazione clandestina e hanno smantellato 122 "reti criminali" di trafficanti di esseri umani.

mercoledì 3 ottobre 2018

Migranti: Ong Spagna denuncia, naufragio barcone al largo del Marocco con 60 persone, 34 morti, un neonato e un bambino.

ANSAmed
Una nuova tragedia umanitaria, con la morte di almeno 34 persone al largo delle coste marocchine è stata denunciata oggi dall'attivista della Ong Caminando Fronteras Helena Maleno. "34 morti, fra i quali un neonato e un bambino, su un barcone con 60 persone che l'altro ieri è naufragato di fronte al Marocco", ha scritto l'attivista rilanciando un messaggio dell'account #Fronterasur. 


"Hanno chiesto aiuto per 24 ore e li hanno lasciati morire lentamente", ha aggiunto. Helena Maleno aveva lanciato domenica su Twitter l'allarme per la scomparsa di un'imbarcazione "salpata dalle coste marocchine con 60 persone a bordo". 

E ieri, sull'account della Ong Caminando Fronteras scriveva: "Sono già sette le persone morte e nessuno vuole andare a salvarle. Chiediamo a Marocco e Spagna di coordinarsi per evitare una grande tragedia umana". Secondo l'attivista e portavoce della Ong, l'imbarcazione, sulla quale viaggiavano una sessantina di persone di origini subsahariane, fra le quali 20 donne e tre bambini, salpata sabato sera da una spiaggia marocchina, sarebbe rimasta per tre giorni alla deriva. 

La cooperante spagnola, che fa base a Tangeri, in Marocco, aveva ricevuto la prima richiesta di aiuto dal barcone semi-affondato da parte degli stessi migranti, alle 5 di domenica 30 settembre, dopo che avevano già lanciato un Sos alle autorità marittime marocchine. "L'ultimo contatto che abbiamo avuto con queste persone è stato alle 17 di domenica.

Erano disperate perché nessuno li soccorreva e dicevano che almeno dieci compagni erano già morti", ha spiegato la Maleno, citata dal quotidiano online Publico. 

Un portavoce del Salvataggio marittimo spagnolo ha assicurato a media iberici di aver "offerto collaborazione e coordinamento" alle autorità marocchine "per la ricerca e il salvataggio di questo barcone in acque marocchine, ma di non aver ricevuto risposta". 

Ieri fonti della Marina marocchina riferivano della localizzazione di un'imbarcazione diretta verso le acque spagnole con a bordo 17 persone originarie della regione magrebina del Rif, fra i 19 e i 30 anni di età, e di aver intercettato domenica altri due barconi con a bordo 112 marocchini, provenienti dalla stessa zona.

sabato 20 gennaio 2018

Marocco. Repressione nelle carceri contro gli studenti saharawi

wesatimes.com
La Commissione nazionale Saharawi per i diritti umani (Conasadh) ha denunciato la repressione nelle carceri marocchine contro gli studenti saharawi, afferma l'agenzia di stampa Saharawi Sps.


In una dichiarazione rilasciata dopo il rinvio del processo agli studenti in detenzione, Conasadh ha reso omaggio agli studenti saharawi per la loro resistenza e il loro coraggio di fronte all'occupazione marocchina e ha salutato la grande solidarietà con le famiglie dei simpatizzanti saharawi, in particolare gli studenti e attivisti per i diritti umani, riferisce SPS.

Il tribunale di occupazione marocchino di Marrakech ha deciso martedì di rinviare il processo agli studenti saharawi svoltosi il 13 febbraio, giustificando la sua decisione per l'assenza di quattro detenuti. Nello stesso contesto, il Conasadh ha denunciato il brutale e violento intervento delle forze d'occupazione marocchine il 12 gennaio contro un gruppo di cittadini saharawi che stavano organizzando un ricevimento per il detenuto politico liberato Saharawi, Belaid Babit, nella città occupata di Boujdour..

Il Conasadh ha espresso, a questo riguardo, "la sua assoluta solidarietà con tutti i prigionieri politici saharawi e le loro famiglie di fronte a pratiche marocchine morose, contrariamente alle consuetudini, alle usanze e alle carte internazionali". Invitando tutte le forze che amano la pace e la giustizia, nonché i media e le figure influenti a "fare pressione sul Marocco affinché rilasci tutti i prigionieri politici saharawi nelle prigioni marocchine", il Conasadh ha denunciato "tutte le forme di umiliazione e violazione contro tutti gli attivisti e i difensori dei diritti umani".

Il Conasadh ha invitato il governo di occupazione marocchino a "rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i difensori saharawi, attivisti e detenuti politici e annullare tutte le sentenze ingiuste e arbitrarie nei loro confronti". Ha anche chiesto di "far luce sul destino di tutti i Sahrawi scomparsi e di dare ai media, osservatori internazionali, personalità, delegazioni parlamentari internazionali l'accesso ai territori occupati della Rasd per rilevare le violazioni commesse dallo stato marocchino", aggiunge la stessa fonte.

venerdì 19 gennaio 2018

Marocco - Le schiave bambine - Latifa, storia della domestica torturata da datori di lavoro

ANSAmed
Il più recente rapporto dell'Alto commissariato al piano (HCP) stima che nel 2016 sono 193 mila i bambini che lavorano in Marocco e di questi 42 mila sono femmine. Uno studio realizzato nel 2010 da un collettivo di Ong ha ipotizzato che siano tra i 60 mila e gli 80 mila i minori di 15 anni che lavorano nelle case di famiglie facoltose, in tutto il paese. 
Baraccopoli alla periferia di Rabat
Il Parlamento ha di recente varato misure per regolarizzare una pratica molto diffusa come quella delle schiave bambine, più volte censurata dall'Onu. Alzando l'età a 16 anni, come soglia minima per i lavori domestici il Marocco ha creduto di porre argine a un fenomeno che affonda le radici nella notte dei tempi.

Da sempre le famiglie più povere, soprattutto nelle zone rurali e predesertiche, cedono le bambine a famiglie abbienti, che magari abitano nelle grandi città. A volte in cambio di denaro, spesso anche solo accontentandosi della garanzia per le piccole di un pasto e un riparo per la notte. Le bambine sono di fatto schiave e finiscono per vivere nascoste nelle case di cui si occupano, notte e giorno. Quando sono fortunate hanno diritto a un salario che però è fissato dalla consuetudine al 60 per cento della paga sindacale di base che in Marocco è pari a 300 euro mensili circa. 

Non hanno però i benefici della pensione e nemmeno la copertura sanitaria. La legge varata ad agosto fissa il limite dei 16 anni d'età al di sotto del quale le ragazzine non possono utilizzare per esempio elettrodomestici pericolosi come il ferro da stiro o sostanze nocive, quali la candeggina. Di fatto però i controlli sono impossibili, il domicilio è inviolabile per legge, gli ispettori sono troppo pochi e le assistenti sociali non hanno ancora statuto giuridico, quindi non sono riconosciute. 

Rabat - "Maltrattata e torturata dai suoi datori di lavoro". La storia di Latifa, 22 anni, originaria di Zagora, nel sud del Marocco, infiamma la Rete e riapre il caso delle schiave bambine. Ricoverata sabato scorso in ospedale, a Casablanca, in gravissime condizioni, Latifa ha il corpo devastato da ustioni. 

La famiglia che la ospitava in casa fin da quando era bambina, la colpiva su gambe e braccia con forchette arroventate. L'associazione Insaf che ha denunciato il caso ha definito la vicenda come "una violenza mai vista prima" e divulgando i dettagli ha raccontato anche che "la famiglia ospite, quando si è resa conto che la ragazza versava in gravi condizioni, l'ha accompagnata in una clinica, abbandonandola dopo aver depositato un assegno". Non è nemmeno la prima volta che Latifa finisce in ospedale: "Era successo anche tre mesi fa, poi però la famiglia aveva ripreso in casa la ragazza. Le ferite che ha su tutto il corpo sono l'evidenza di una barbarie continua. Ha 22 anni ma è denutrita e ne dimostra 16".

La polizia ha avviato un'inchiesta e l'associazione che è riuscita a far parlare la ragazza ha raccolto la terribile testimonianza di un calvario che dura da anni e che ha costretto Latifa a una vita di torture e stenti. Il caso è stato segnalato alla procura generale, la più alta autorità giudiziaria del regno e al Consiglio nazionale dei diritti dell'uomo (CNDH). Una petizione on line, lanciata sul sito avaaz.org chiede ora un processo esemplare e invita la società civile a reagire per "non essere complice della barbarie, attraverso il silenzio".

Olga Piscitelli

martedì 16 gennaio 2018

Spagna/Marocco - Ressa a frontiera Ceuta, per sfondare il confine, morte due donne marocchine.

Ansa
Madrid - Ancora una tragedia al varco del Tarajal II, alla frontiera fra il Marocco e Ceuta. Due donne sono morte schiacciate e numerose sono rimaste ferite all'alba di oggi nella ressa di ambulanti che premeva per entrare nell'enclave spagnola. 

Uno dei quattro migranti nascosti nell'auto che ha sfondato a Melilla
La nuova valanga umana si è registrata alle 5 e mezza del mattino nella fila di centinaia di 'portatrici' in attesa dal lato marocchino, secondo quanto hanno confermato fonti delle polizie di Madrid e Rabat, citate dall'agenzia Map, senza specificare il numero di feriti.

Le vittime sono Ilham Ben Charif e Souad Zniter, entrambe residenti a Castillejos, la prima madre di tre figli, informa il quotidiano on line El Faro de Ceuta. C'è stata una sorta di arrembaggio, ha detto una testimone a Faro TV, "e Ilham, che era davanti a me, è caduta ed è stata calpestata dalla folla.

L'altra donna, che ancora respirava, è stata portata via in ambulanza".

I tumulti sono quotidiani al varco del Tarajal II, l'unico aperto ai venditori ambulanti lungo gli 8 km del perimetro frontaliero fra il Marocco e la città autonoma, attraversato ogni giorno da circa 9mila persone, per il contrabbando di ogni tipo di merci, stimato in 405 milioni di euro l'anno, secondo uno studio dell'Università di Granada. L'anno scorso sono morte altre 4 donne marocchine, in tre diversi assalti - ad agosto, aprile e marzo - schiacciate nella ressa di chi voleva entrare in territorio spagnolo.

Per impedire le calche di 'portadores', come sono chiamati gli ambulanti, dall'agosto scorso le autorità marocchine hanno regolato l'accesso, consentendo quello delle donne i lunedì e mercoledì e quello degli uomini i martedì e i giovedì, con la distribuzione di tickets per il passaggio. Ma non è servito a frenare le tragedie.

Paola Del Vecchio

lunedì 4 settembre 2017

Marocco. Grazia reale per 665 detenuti in occasione della Festa del sacrificio

Nova
In occasione della Festa islamica del sacrificio (Eid al Adha), il re del Marocco, Mohammed VI, ha emanato un decreto di grazia che riguarda 665 detenuti. Alcuni di questi sono sotto custodia e altri sono liberi dopo essere stati condannati da vari tribunali nel regno, spiega in una nota l'agenzia di stampa marocchina "Map".

Il re del Marocco, Mohammed VI
I beneficiari del perdono reale che sono in carcere sono 563, di questi hanno ottenuto la fine della pena in 538. Si tratta del terzo decreto di grazia reale emanato negli ultimi mesi in occasione di festività nazionali marocchine che hanno coinvolto anche alcuni detenuti arrestati dopo le proteste dei mesi scorsi ad al Hoceima. 

Lo scorso 20 agosto il re del Marocco Mohammed VI ha concesso la grazia a 415 persone, tra cui 14 condannati per terrorismo, in occasione del 64mo anniversario della Rivoluzione del re e del popolo marocchino, ricorrenza dell'esilio forzato del sovrano Mohammed V durante l'occupazione francese nel 1953. 

Delle 415 persone, 343 sono detenute in carcere.
Tra i detenuti graziati figurano anche 14 condannati per terrorismo (13 a meno di 30 anni di carcere, uno a morte) che hanno partecipato al programma "Mossalaha" (riconciliazione). Secondo il ministero della Giustizia, i detenuti oltre a mostrare "pentimento per gli atti compiuti, attaccamento ai valori della nazione, ai sacri principi e alle istituzioni nazionali, hanno rivisto le loro posizioni e i loro pensieri, rigettando l'estremismo e rinnegando fortemente il terrorismo e si sono rimessi sulla retta via, dimostrando una condotta irreprensibile durante il periodo di detenzione". In 13, condannati a pene detentive, si sono visti cancellare pena e reato; l'unico condannato a morte ha avuto commutata la pena in 30 anni, beneficiando così di una "grazia parziale".

domenica 11 giugno 2017

Rifugiati: Amnesty, “25 siriani, tra cui 10 bambini, intrappolati nel deserto tra Marocco e Algeria”

SIR
Venticinque rifugiati siriani, tra cui 10 bambini, sono intrappolati in un’area desertica al confine tra Marocco e Algeria, cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo e la sempre più urgente assistenza umanitaria. 


Lo denuncia oggi Amnesty international, accusando le autorità marocchine di “non adempiere ai loro obblighi internazionali di dare protezione ai rifugiati”. Sono bloccati da due mesi in una zona cuscinetto in territorio marocchino, a un chilometro dall’oasi di Figuig e a cinque chilometri dal Beni Ounif, in Algeria. 

Finora sono riusciti a sopravvivere grazie a forme di assistenza informali favorite dalla polizia di frontiera del Marocco, che avrebbe però cambiato atteggiamento a partire dal 2 giugno e che finora non ha consentito l’ingresso nella zona alle organizzazioni per i diritti umani e di assistenza umanitaria, compreso l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). “Negando all’Unhcr di incontrare i rifugiati, le autorità marocchine stanno venendo meno ai loro obblighi internazionali. 

Si tratta di rifugiati fuggiti dal bagno di sangue e dai bombardamenti della Siria cui il governo del Marocco deve garantire il diritto di chiedere asilo”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice delle ricerche sull’Africa del Nord di Amnesty international. Il governo marocchino ha finora smentito che i rifugiati siriani si trovino nel suo territorio.

Amnesty ha esaminato mappe e immagini satellitari e, anche grazie alle coordinate Gps, ha potuto accertare che i 25 rifugiati siriani si trovano effettivamente all’interno del Marocco. Due soffrono di pressione alta e uno ha problemi ai reni “ma le autorità marocchine – informa Amnesty – non hanno fornito loro alcuna cura medica né hanno consentito l’accesso ai medici delle organizzazioni per i diritti umani che hanno provato a raggiungerli. I rifugiati dormono in rifugi improvvisati che non li preservano da temperature che arrivano anche s 45 gradi e dalla minaccia di attacchi dei serpenti”. 

Il 2 giugno le autorità algerine hanno annunciato che avrebbero accolto i rifugiati siriani, consentito all’Unhcr di fornire assistenza e facilitato i ricongiungimenti familiari. Ma i 25 rifugiati siriani preferirebbero registrarsi in Marocco, dato che 4 hanno parenti lì. Gli altri 21 desiderano ottenere il ricongiungimento familiare in Svezia, Belgio e Germania dove hanno stretti legami di parentela.

mercoledì 31 maggio 2017

Marocco: 106.000 arresti nel 2016, nelle carceri sofraffollate con oltre 80.000 detenuti

Nova
Il numero dei detenuti nelle prigioni del Marocco è in costante aumento. Si sono contati quest'anno infatti 106 mila detenuti, per lo più in detenzione provvisoria. 

Il numero di marocchini che perdono la loro libertà è in costante aumento di anno in anno. Nel 2016, il Marocco ha raggiunto un picco record nel mese di dicembre, con una popolazione carceraria di 80 mila detenuti in diverse prigioni.

A riferirlo è il quotidiano marocchino "Al Akhbar Yaoum" sulla base della relazione annuale della delegazione generale per l'amministrazione penitenziaria e la riabilitazione. Quest'anno sono 2.133 i detenuti condannati a pene detentive finali. Tuttavia, 104 mila sono in carcere in attesa di giudizio. Il rapporto affronta anche la spinosa questione del sovraffollamento delle carceri

"Una densità carceraria tale che sta ostacolando gli sforzi per garantire la dignità dei prigionieri, per garantire la loro sicurezza e per stabilire programmi di qualificazione in grado di combattere il fenomeno della recidiva", spiega Mohamed Salem Tamek, delegato generale per la riabilitazione dei carcerati.
Il rapporto, le cui linee principali sono citate da "Akhbar Al Yaoum", ricorda che una prigione nuova è stata aperta nel 2016, mentre il 2015 ha visto l'apertura di 10 carceri. 

La Delegazione generale per l'amministrazione penitenziaria e la riabilitazione prevede di aumentare il ritmo di lavoro per il completamento di nuove carceri a Tangeri, Berkane, Nador e Smara e mira inoltre a lanciare la costruzione di cinque nuove strutture carcerarie a Tan-Tan, Assilah e Oujda.

sabato 13 maggio 2017

Dal Marocco 333 bambini soldato e 284 donne tra le fila dell'Isis

Il Gazzettino
Ragazzini e jihadisti. Un quinto del contingente marocchino finito tra le fila dei jihadisti è rappresentato da minori. Su 1.631 arruolati per la causa dello Stato islamico, 333 sarebbero poco più che bambini. Le donne non sono da meno: in 284 hanno risposto all'appello. 


È il ministro dell'Interno Abdelouafi Laftit che svela i dati in un rapporto presentato in Parlamento a margine della richiesta di finanziamento sul progetto di legge antiterrorismo. La commissione era chiusa al pubblico, ma il rapporto è stato pubblicato dal quotidiano arabofono Hespress.

Secondo i dati del ministero tra i marocchini accolti dall'Isis, 558 sarebbero già morti in combattimento e 864 avrebbero raggiunto i luoghi di addestramento o di combattimento fuori dal paese. Nel 2016, in Marocco, sono state smantellate 16 cellule di presunti terroristi; un numero che corregge al ribasso le cifre del 2015, quando 23 gruppi di jihadisti erano stati consegnati alla giustizia.

venerdì 7 aprile 2017

Marocco. Le donne finiscono in carcere per adulterio

Corriere della Sera
Una relazione extraconiugale, come tante altre, è costata il carcere a una dirigente marocchina, Hind El-Achabi, 38 anni, presidente della Dalia Air, una compagnia aerea per gente facoltosa che non vuole viaggiare sui voli di linea. Siamo nel 2017 ma in Marocco l'articolo 490 del Codice penale prevede fino a un anno di detenzione per chi ha rapporti sessuali fuori dal matrimonio. 

Hind El-Achabi
La pena viene raddoppiata nel caso in cui la persona sia sposata e venga denunciata dal coniuge. Ed è stato proprio il marito di Hind, l'ambasciatore kuwaitiano in Austria Sadiq Marafi, ad accusare la moglie di corruzione, tradimento e frode alla procura di Rabat lo scorso giugno. 

La sentenza, arrivata solo in questi giorni, è stata mite per l'imprenditore Mohsine Karim Bennani e dura per lei. Sette mesi per l'uomo che ha ottenuto la sospensione della pena e due anni per la donna d'affari che è rinchiusa da giugno nel carcere di Salé, a Nord di Rabat.
La vicenda ha suscitato grandi polemiche in Marocco perché è l'ennesimo esempio della condizione subordinata della donna e della grande disparità di genere nell'applicazione della legge. Ad El-Achabi è stata comminata una pena tre volte superiore a quella del suo amante nonostante lei e il marito fossero separati di fatto dal 2014 e lui stesse insistendo per il divorzio. "Indignatevi" è il titolo dell'articolo che la scrittrice marocchina Leila Slimani ha pubblicato sul sito francese Le360. "
Nel nostro Paese, che ha firmato convenzioni internazionali, che non smette di parlare del suo attaccamento al processo democratico, che si vanta di essere un modello di apertura e di diversità, una donna è condannata alla prigione per adulterio. E senza che nessuno protesti" scrive la scrittrice vincitrice del Premio Goncourt con il romanzo Chanson Douce (che uscirà in primavera per Rizzoli con il titolo Ninna Nanna).
Ma il punto è proprio questo: in Marocco nessun partito politico ha in programma di cambiare una legge che non rispetta il diritto alla privacy garantito sia dalla Costituzione del 2011 che dalla Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici ratificata da Rabat nel 1979. Il caso di Hind El-Achabi è solo l'ultimo di tanti. A volte la legge viene usata per liberarsi di scomodi oppositori come è successo al giornalista Hicham Mansouri condannato a 10 mesi di prigione nel 2015 perché trovato in casa con l'amante. 

Per lui si mosse, inutilmente, Human Rights Watch. Ma le vittime principali rimangono le donne come sostengono anche le Nazioni Unite. "Il mio sesso non mi appartiene - ha scritto Leila Slimani su La Lettura. Avevo 16 anni quando per la prima volta l'ho pensato. Appartiene a mio padre, a mio fratello. Un giorno apparterrà a mio marito. E per tutta la mia vita Dio, lo Stato, la folla avranno un diritto su di esso". In Marocco, dice, è ora "di cambiare queste leggi medievali".

di Monica Ricci Sargentini

lunedì 20 marzo 2017

Migranti, le rotte nel Mediterraneo: i casi di Ceuta e Melilla

Look Out
Gli accordi stipulati tra UE e Marocco e i sistemi di controllo garantiscono stabilità in quest’area, ma molte ONG denunciano il mancato rispetto dei diritti umani. La situazione nelle due enclave spagnole


Ceuta e Melilla, due territori spagnoli nel Nord del Marocco, città autonome dal 1995, unico confine terrestre tra Europa e Africa. Quando si parla di flussi migratori verso l’Europa, si fa riferimento alla rotta balcanica o alla rotta del Mediterraneo centrale che collega la Libia alle coste italiane. Ma esistono anche due vie d’ingresso in Spagna. Da una parte, la rotta dell’Africa Occidentale, dalla costa atlantica del Marocco verso le isole Canarie, sempre meno utilizzata. Dall’altra, quella del Mediterraneo Occidentale, che passa per le due enclave di Ceuta e Melilla, circondate da una doppia barriera di filo spinato e fossati.

Negli anni Novanta, i migranti diretti in Spagna erano per lo più cittadini marocchini e algerini. Poi, a causa dei numerosi conflitti, il Marocco si è trasformato in Paese di transito per i migranti africani sub-sahariani, provenienti da Mali, Sudan, Ciad, Camerun, Nigeria, Repubblica Centrafricana. Con un aumento delle persone in movimento lungo questa rotta e diversi episodi di tensione al confine.

Oggi, secondo i dati forniti dall’agenzia europea Frontex e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), il flusso migratorio è contenuto, anche se in progressivo aumento per via della crisi siriana. Nel 2016, 10.231 migranti hanno tentato di oltrepassare illegalmente il confine spagnolo a Ceuta e Melilla. Dal gennaio del 2015 al marzo del 2017, sono stati registrati 18.985 arrivi in Spagna. Un numero comunque limitato, se confrontato con gli oltre 351.000 arrivi in Italia nello stesso periodo.

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di Alice Passamonti

mercoledì 8 febbraio 2017

Svolta in Marocco, cade la pena di morte per chi lascia l'Islam per convertirsi ad altre fedi

Ansa 
La massima autorità religiosa del paese apre alla possibilità di conversione ad altre fedi.

In Marocco, chi vuole uscire dall'Islam, non rischia la condanna a morte. Il Consiglio superiore degli Ulema, massima autorità religiosa del paese, apre alla possibilità di conversione ad altre religioni. Ne dà notizia il sito Morocco world News.

Secondo le regole in vigore in tutti i paesi musulmani, l'apostata è condannato a morte. 


È vietato anche fare proseliti tra i fedeli di Maometto, se si è di altre confessioni. Ma la fatwa degli Ulema marocchini intitolata "La via degli Eruditi" supera uno dei nodi cruciali dell'Islam, in linea con un paese che rispetta da sempre il pluralismo religioso e che, per volere del re Mohammed VI ha deciso di muovere guerra all'estremismo.

giovedì 12 gennaio 2017

Marocco. Grazia reale per 791 detenuti in occasione del manifesto di indipendenza

Nova
Il re del Marocco, Mohammed VI, ha emanato un decreto di grazia reale in occasione della commemorazione della presentazione del manifesto dell'indipendenza, avvenimento che risale all'11 gennaio del 1941. Beneficiano di questa grazia reale 791 detenuti condannati da vari tribunali del regno marocchino. 


"In occasione della commemorazione della presentazione del Manifesto di indipendenza - si legge in una nota dell'agenzia di stampa del Marocco "Map" - quest'anno 2017, Mohammed VI ha accettato di concedere la grazia ad una serie di condannati da vari tribunali". Molti dei beneficiari godranno quindi di uno sconto di pena.

martedì 1 novembre 2016

La morte di un ambulante e le proteste di massa. Cosa sta succedendo in Marocco?

La Stampa
Da Casablanca a Rabat, migliaia in piazza contro la polizia. E c’è chi paragona l’uccisione di Mouhcine Fikri con il suicidio del tunisino Bouazizi che scatenò le Primavere arabe


La morte di un venditore ambulante di pesce nella città settentrionale di Al Hoceima ha fatto esplodere una protesta di massa in Marocco. Da Casablanca a Rabat, centinaia di migliaia di persone hanno sfilato contro le violenze della polizia in diverse manifestazioni. Una mobilitazione rara nel Paese nordafricano guidato dal re Mohamed VI, che ha subito chiesto al ministro dell’Interno di avviare un’indagine. «E’ la più grande manifestazione dal periodo delle primavere arabe», hanno detto alcuni attivisti per i diritti umani citati dalla Bbc.

Mouhcine Fikri, 31 anni, aveva diverse tonnellate di pesce spada, la cui pesca è proibita in questo periodo. Venerdì la polizia gli ha confiscato la mercanzia e l’ha gettata nel camion dell’immondizia. Lui, insieme ad altri ambulanti, si è gettato nel camion per recuperare il pesce, quando è stata attivata la pressa. Gli altri sono riusciti a scappare, Mouhcine è invece rimasto intrappolato. Gli agenti, che secondo alcuni testimoni avrebbero ordinato di attivare la pressa, hanno negato ogni addebito. Ma la folla che circondava il camion ha puntato il dito contro di loro al grido di «assassini». La foto del corpo straziato di Mouhcine all’interno del camion è rimbalzata sui social network e al suo funerale si è raccolta una folla di 40mila persone, secondo i familiari. I pescatori hanno sospeso le attività nel fine settimana e in città i negozi sono rimasti chiusi in segno di lutto.

I media internazionali hanno rievocato la vicenda di Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante tunisino che si diede fuoco in piazza nel dicembre del 2010. Quella fu la scintilla della primavera araba in Tunisia, che poi si espanse in Egitto e in Medio Oriente. Il Marocco, in quell’occasione, venne soltanto sfiorato dalle proteste di massa, placate anche dalle aperture riformiste del re Mohamed VI.

lunedì 12 settembre 2016

Marocco. Mohammed VI grazia 698 detenuti per la Festa del Sacrificio

Nova
In occasione di Eid al-Adha, la Festa islamica del Sacrificio, il re Mohammed VI, ha graziato 698 detenuti in Marocco. Lo ha annunciato in una nota il ministero della Giustizia di Rabat. 

Si tratta di persone che hanno commesso reati di vario genere, molti dei quali erano però già in libertà condizionata ed hanno usufruito di uno sconto di pena mentre erano in 526 quelli in carcere che domani celebreranno la ricorrenza religiosa con le loro famiglie. 

Il re del Marocco oltre ad essere capo dello stato è anche un leader religioso nel suo paese e quindi può fare questo genere di concessioni in occasione delle ricorrenze religiose.

lunedì 1 agosto 2016

Marocco: grazia reale per 1.272 detenuti in occasione della festa del trono

Nova
Re del Marocco, Mohammed VI
È stato emanato oggi un decreto di grazia da parte del re del Marocco, Mohammed VI, che ha portato alla fine della pena detentiva per 1.272 persone. Secondo quanto riporta l'agenzia d stampa marocchina "Map", la grazia reale è stata concessa in occasione della festa del trono, a 17 anni dall'ascesa al trono del giovane re marocchino. 

I beneficiari della grazia reale sono tra i detenuti che erano in carcere al momento del decreto, distribuiti nelle carceri di tutto il paese. Ogni anno il monarca di Rabat emana una grazia reale per scarcerare i detenuti a fine pena o commutare le pene all'ergastolo a pene detentive di 30 anni o per trasformare alcune pene detentive di lieve entità nel pagamento di un'ammenda.