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sabato 26 febbraio 2022

Guerra in Ucraina - Appello di Andrea Riccardi, Comunità di Sant'Egidio: Kiev "città aperta", per il cessate il fuoco e salvare la città

santegidio.org
In queste ore drammatiche per la capitale dell’Ucraina, Andrea Riccardi e la Comunità di Sant’Egidio lanciano, con il seguente manifesto - aperto alle adesioni di tutti -, la proposta di giungere ad un immediato cessate il fuoco e di proclamare con urgenza Kiev “città aperta”:


Il testo dell'Appello per la salvezza di Kiev


Kiev, una capitale di tre milioni di abitanti, in Europa, è oggi un campo di battaglia. 

La popolazione civile, inerme, vive in una condizione di pericolo, terrore, mentre trova riparo nei rifugi sotterranei. I più deboli, dagli anziani ai bambini, ai senza dimora, sono ancora più esposti. Ci sono già le prime vittime civili.

Kiev è una città che rappresenta un grande patrimonio culturale. Non si può pensare alla cultura europea, alla storia dell'Europa senza Kiev, così come non si può pensare alla cultura russa, alla storia della Russia, senza Kiev. La città, tra tanti monumenti, ospita siti che sono patrimonio dell’umanità.

Kiev è una città santuario per tanti cristiani, in primo luogo per i cristiani ortodossi del mondo intero. A Kiev ha avuto inizio la storia di fede dei popoli ucraino, bielorusso, russo. A Kiev è nato il monachesimo ucraino e russo. Il grande monastero della lavra delle grotte che sulla collina sovrasta il grande fiume Dnepr è un luogo santo di pellegrinaggio e preghiera millenario. Kiev è una città preziosa per tutto il mondo cristiano. 

Il destino di Kiev non lascia indifferente chi, da oriente e da occidente, guarda con passione e coinvolgimento alla città e alla sua gente. Dopo Sarajevo, dopo Aleppo, non possiamo assistere nuovamente all’assedio di una grande città. Gli abitanti di Kiev chiedono un sussulto di umanità. Il suo patrimonio culturale non può essere esposto al rischio di distruzione. La santità di Kiev per il mondo cristiano esige rispetto.

Imploriamo chi può decidere di astenersi dall’uso delle armi a Kiev, di dichiarare il cessate il fuoco nella città, di proclamare Kiev “città aperta”, di non colpire i suoi abitanti con la violenza delle armi, di non violare una città a cui oggi guarda l’umanità intera. Possa accompagnare questa scelta la ripresa di un percorso negoziale per arrivare alla pace in Ucraina.

Andrea Riccardi
Comunità di Sant'Egidio

sabato 10 aprile 2021

La barbara violenza degli jihadisti ricaccia il Mozambico all'inferno

Andrea Riccardi, Il Blog
Chi sta dietro i terroristi di Ansar al-Sunna in un Paese che ha la terza riserva di gas naturale di tutta l'Africa?

Rifugiati del Nord del Mozambico - Foto OIM/Matteo Theubet

Ho conosciuto il Mozambico negli armi Ottanta, dopo la lotta di liberazione dal colonialismo portoghese. Era appena indipendente (dal 1975), già alle prese con una guerra civile con la Renamo, movimento di guerriglia antimarxista, collegato al Sud Africa. Quello che mi colpì era una miseria diffusa e profonda.

Al grande mercato centrale di Maputo c'era poco altro che pesce secco. La guerra civile ha provocato un milione di morti e tanti sfollati. Si è conclusa con un negoziato tra il Governo e la Renamo nel 1992, a Roma, presso Sant'Egidio. Da allora è cominciata la storia di un Mozambico pluralista, con tanti problemi, che ha conosciuto però lo sviluppo.

Dal 2017, la fame è purtroppo tornata in Mozambico. Ben 670.000 mozambicani hanno lasciato il Nord del Paese sotto gli attacchi dei jihadisti di Ansar al-Sunna, nato da terroristi keniani e tanzaniani, che hanno reclutato giovani marginali e senza lavoro.

La regione, arretrata, ha subìto l'impatto della scoperta della più grande riserva di gas naturale, la terza in Africa, dopo Nigeria e Algeria. Con la presenza di grandi imprese, il clima sociale è molto cambiato. Villaggi sono stati spostati e un mondo, un po' remoto, è stato sconvolto. Ne ha approfittato il jihadismo che, in una proiezione verso Sud, dalla Somalia verso Kenya, Tanzania e Mozambico, segue quasi le tracce dell'antica espansione arabo-musulmana. L'islam del Nord Mozambico, tradizionale, è stato sconvolto.

Se la violenza inumana dei terroristi è attestata da tanti rifugiati (e giunge sino alla decapitazione dei bambini), c'è incertezza su chi ci sia dietro il nuovo movimento jihadista. Si comprendono le cause sociali dell`adesione di parecchi mozambicani: rappresenta l'alternativa alla miseria e allo spaesamento di una generazione dell'area più povera di un Paese povero. Avevamo già segnalato su Famiglia Cristiana come il Jihad globale stia divenendo un'alternativa per i giovani africani marginali in molti Paesi.

Lo Stato mozambicano è fragile: non è riuscito ad arginare l'avanzata terrorista, che si profila quasi come un nuovo Boko Haram, rapisce le persone e ha provocato 2500 morti. Inoltre il centro del Paese è stato sconvolto da vari cicloni. Nella città di Beira, in buona parte distrutta, i lavori per la ricostruzione stentano a avanzare e molti vivono sotto le tende.

Purtroppo è un modello di economia che non dà i suoi frutti. Gli interessi delle grandi imprese internazionali, che operano nelle concessioni mozambicane, non producono in tempi ragionevoli sviluppo nella giovane società. 

Ci sono enormi problemi sociali e giovanili che si incrociano, aggravati dal Covid-19. C'è bisogno di una nuova riflessione sullo sviluppo e di un coinvolgimento della comunità internazionale, fuori dalle modalità di costante concorrenza che spesso caratterizza il suo agire. 

D'altra parte è triste constatare come l'Italia, così attiva e determinante in Mozambico tra gli anni Ottanta e Novanta, sia poco interessata a un Paese decisivo per l'Africa australe e in cui l'Italia ha investito tanto in energie umane e risorse.

Andrea Riccardi

venerdì 8 maggio 2020

Emergenza Covid-19 - Dimenticata e sola l'Africa chiede aiuto. di Andrea Riccardi

Andre Riccardi - Il blog
La pandemia, per ora, ha cifre basse, ma una mortalità più alta. Aggravata dalla carenza di cibo, acqua, medicine

Ancora nessuno sa con certezza quale sarà l'effetto del coronavirus in Africa. Per ora le cifre sono basse, anche se molti le attribuiscono alla carenza dei controlli, e il tasso di mortalità percentualmente è già più alto che altrove. Forte preoccupazione poi è per l'impatto economico dell'isolamento. Tra l'80 e il 90% degli africani vive di attività "informali": lavori piccoli o domestici, artigianato e commerci. La chiusura dei mercati e l'impossibilità di muoversi sono devastanti.



In vari Paesi e negli slum delle città ci sono già state delle rivolte per il pane. A parte la difficoltà di imporre il distanziamento sociale, il problema urgente in molti Stati è fornire acqua e cibo a tutti.

Alle prime immagini del disastro europeo, i governi africani hanno chiuso le frontiere e imposto la quarantena a chi arrivava da fuori. Hanno cercato di adottare le stesse regole occidentali, ma non è stato possibile, pena la fame. 


Salvo eccezioni come il Rwanda (dove è possibile lo smart working), generalmente si utilizza il sistema del coprifuoco a tempo. Alcuni Paesi si sono arresi: nessun divieto, ma solo raccomandazioni. Eppure, con un aiuto esterno, gli Stati colpiti dall'epidemia di ebola avevano limitato i danni. 

Ora però l'Africa è sola e l'Occidente totalmente preso da sé.
Vista la precarietà dei sistemi sanitari e la carenza di terapie intensive o respiratorie, bisogna investire fortemente sulla prevenzione. Di questo si occupano per ora solo i cinesi. Il mondo religioso è in effervescenza, specie le sette neopentecostali. Ve ne sono alcune che rispettano le regole. Altre che le sfidano: «È la malattia dei bianchi... Uscite!». Altre ancora - la maggioranza - somministrano cure "miracolose" in affollate cerimonie. La crisi del sistema sanitario ha indotto da tempo gli africani a tornare alle cure tradizionali. Per i più poveri, che sono la maggioranza, è un dramma.


Moltissimi sono senza cibo né cure, con un prevedibile innalzamento del tasso di mortalità non dovuto alla malattia. Sono le "vittime collaterali". Le Ong occidentali ancora presenti sono poche perché i cooperanti sono rientrati.


Soltanto chi ha davvero formato quadri locali funziona, anche riconvertendosi alla lotta alla pandemia, come i programmi Dream anti-Aids di Sant'Egidio, i dispensari delle chiese o gli ospedali di Emergency. La crisi impone agli africani di ripensare l`intero sistema sanitario, ma sul breve periodo occorre aiutare dall'esterno, soprattutto sulla prevenzione.


La nota positiva è che gli africani, per lo più giovani, hanno un livello di resilienza maggiore al virus. Ciò darebbe tempo per reagire. Alcuni però notano che decine di milioni di africani hanno già il sistema immunitario indebolito da Aids, malaria e altro.


Una nuova pandemia potrebbe essere fatale o cronicizzarsi. Si attende il vaccino. Se l'Europa esce dal suo solipsismo impaurito forse potrà aiutare.


L'Africa non può essere dimenticata, la speranza di vivere e di resistere della sua gente deve trovare in tutti noi un approdo. Altrimenti un altro disastro africano da coronavirus costituirebbe un forte push factor per l'emigrazione: siamo tutti avvisati.

Fonte: Andrea Riccardi, il blog

lunedì 16 settembre 2019

Andrea Riccardi: "Basta dividere l'opinione pubblica con gli slogan. Ora favoriamo corridoi europei per il lavoro legale"

La Stampa
"Non solo il nuovo governo è finalmente nella giusta posizione per il soccorso ai migranti, ma ha anche stimolato l'Unione Europea ad assumersi nuove responsabilità, come dimostrato dalla recente disponibilità di Francia e Germania ad accogliere una quota".


Dopo l'assegnazione del porto di Lampedusa all'Ocean Viking, per la prima volta negli ultimi quattordici mesi, Andrea Riccardi, ex ministro della Cooperazione e fondatore della Comunità di Sant`Egidio, è convinto dell`importanza di una nuova strategia politica.


Quale, più in dettaglio?
«Ritengo ci sino due punti prioritari. È innanzitutto necessario considerare le frontiere del Sud come europee. Un`Unione europea che non tiene conto delle frontiere mediterranee non è una vera Unione. Il trattato di Dublino va rivisto perché è figlio di altri tempi. E stato un errore firmarlo all`epoca, e sarebbe un grave errore non cambiarlo».

E l`altro punto?

«L`atteggiamento di apertura del governo nei confronti dell`emergenza immigrazione contribuisce a ridurre la passività europea e funge da stimolo affinché tutti siano attori protagonisti nella gestione del problema».

In che modo ritiene sia possibile affrontare l`emergenza immigrazione?
«Tenendo conto di due elementi chiave: la creazione di corridoi europei del lavoro, per favorire l`immigrazione legale, per consentire agli africani di trovare lavoro laddove c`è molta richiesta. Penso alla sempre maggiore esigenza di badanti e alla manodopera, sopratutto nelle imprese del Nord. E poi attraverso una reale politica europea in Africa».

In che modo?
«Bisogna smettere di parlare alla pancia della gente con slogan d`effetto».

Si riferisce a Salvini?
«Non è mia intenzione commentare i suoi appelli per la chiusura dei porti o la sua preoccupazione per la recente apertura di quello di Lampedusa. Ma registro le sue posizioni e sinceramente il problema mi pare più complesso. Non si può dividere l`opinione pubblica con slogan contrapposti, con pura propaganda, su un tema così delicato. I muri, le chiusure, non servono a nulla: abbiamo bisogno di far entrare extracomunitari nei nostri Paesi».

Attraverso i corridoi umanitari europei?
«Proprio così. La Comunità di Sant`Egidio da anni pratica i corridoi dei siriani in Africa, ora l`Europa deve farsi carico di far arrivare gli africani sani e salvi. Dobbiamo svuotare i lager libici e bloccare il traffico di esseri umani. È inoltre necessario rendere i presidenti africani responsabili di ciò che avviene nei loro Paesi. Devono convincere uomini e donne a non mettersi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Non ho mai visto un presidente africano venire a Lampedusa e piangere le centinaia di suoi connazionali morti in mezzo al mare».

Non tutta l`Europa però è disposta a nuove politiche per l`immigrazione e a rivedere il trattato di Dublino, che impone di inoltrare la richiesta di asilo al Paese di prima accoglienza.
«Purtroppo l`Europa del Nord fa resistenza, ma occorre un`inversione di rotta. Non ne guadagneranno solo i migranti, ma l`Europa stessa. Perché se si negano le frontiere mediterranee, si procederà verso la provincializzazione dell`Europa. E così, invece che agli Stati Uniti d`Europa assisteremo alla formazione di un agglomerato di provincie solidali nel loro egoismo».

Grazia Longo

domenica 21 luglio 2019

Andrea Riccardi: "La Libia approdo sicuro? Tra guerra e lager è un inferno" - "Apriamo corridoi umanitari, si salverebbero migliaia di persone e, con essi, l'onore del Paese"

Andrea Riccardi, il blog
Non lontano da noi ci sono 200 mila persone allo stremo. Apriamo corridoi umanitari insieme ad altri Paesi Ue
Frans Francken il Giovane, La parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro 
Più volte abbiamo parlato del dramma dei rifugiati e migranti in Libia: specie nei campi di detenzione ufficiali e in quelli "privati" dei vari signori della guerra e delle mafie. Abbiamo sempre auspicato l'apertura di corridoi umanitari per salvarli. 

Il recente bombardamento aereo del generale Haftar su un campo di profughi ha provocato quaranta morti. Come si può parlare della Libia come di una terra che offre garanzie di vivibilità e di porti sicuri? Come restare indifferenti? 

Papa Francesco, in un recente Angelus, si è così espresso dopo la morte dei quaranta profughi: «La comunità internazionale non può tollerare fatti così gravi. Prego per le vittime... Auspico che siano organizzati in modo esteso e concertato i corridoi umanitari per i migranti più bisognosi».

Se non si muoverà qualcosa, gli europei saranno accusati di aver abbandonato i profughi in un "inferno" come la Libia. Perché questa è la Libia di oggi. Basta pensare ai campi "irregolari", dove la gente vive in condizioni disumane: si muore per malattia, denutrizione, mentre i maltrattamenti e le torture sono all'ordine del giorno. 

Nei campi ci sono circa 20 mila persone. Papa Francesco, tempo fa, parlò di questi luoghi come "lager". Ci fu chi si scandalizzò, ma la realtà documentata di alcuni di essi lo conferma. I rifugiati in Libia sono presi nella morsa di una guerra tra leader in lotta con le loro milizie, tra mafie d`ogni genere, terroristi. 

Chi riesce a fuggire in mare ha oggi meno possibilità di salvarsi di ieri. Nel 2018 c'è stato un morto nel Mediterraneo su 14 che hanno compiuto il viaggio (nel 2017 il rapporto fu di uno su 38). Non si può abbandonare questa gente. 

In Italia si è creata una visione deformata della realtà. Non siamo invasi! Nei primi mesi del 2019, la Grecia ha ricevuto 17 mila rifugiati e la Spagna 12.500. Più di 1.000 sono stati accolti dalla piccola Malta (450 mila abitanti, poco più di Bologna). L`Italia ha ricevuto 2.400 persone. Sono i dati dell`Agenzia dell`Onu per i rifugiati. Eppure, a ogni sbarco in Italia, c'è un polverone mediatico, tanto che sembra siamo sulla soglia dell`invasione dal Sud.

Proviamo a ragionare responsabilmente. Assumiamo uno sguardo umano ed equilibrato, non emozionale: non solo nella prospettiva italiana, ma anche in quella di chi languisce a 500 chilometri dalle nostre coste. Ci sono 200 mila persone in gravissima difficoltà. 

Aprire corridoi umanitari significa che, a scaglioni e nel tempo, partendo dai fragili, si potrebbe liberare questa gente da una condizione impossibile, facendoli venire in Europa. L`Italia potrebbe stimolare accordi bilateri con Paesi europei che, come Francia, Belgio, Germania, Portogallo, praticano le ammissioni umanitarie.

Si salverebbero queste persone e, con essi, l'onore del Paese. Per noi cristiani, restare indifferenti ricorda l`atteggiamento del "ricco epulone" che banchettava lautamente, mentre il povero Lazzaro giaceva alla porta, affamato, coperto di piaghe e tra i cani. Sì, perché i rifugiati sono alla nostra porta! 

Non possiamo guardare solo a noi stessi. Non lo abbiamo fatto anche quando eravamo più poveri. Guardiamo oltre la nostra porta con meno paura!

Andrea Riccardi

venerdì 1 marzo 2019

Riccardi (Sant’Egidio) fa bilancio corridoi umanitari, “salvata gente tra due fuochi”

ONUItalia
In un editoriale su “Famiglia Cristiana”, il fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ha fato il bilancio della iniziativa dei Corridoi Umanitari promosso con gli Evangelici italiani: “Riguarda finora 1.432 rifugiati, in larga parte siriani rifugiati in Libano, dove erano in una condizione impossibile, non riconosciuti dal governo di Beirut, preoccupato di un loro insediamento permanente. 


Molti di essi hanno parenti e amici che hanno tentato il viaggio con gli scafisti, talvolta con drammatiche conseguenze. Del resto la loro situazione era angosciosamente tra due fuochi: l’immigrazione clandestina da una parte e, dall’altra, l’impossibile ritorno in Siria (non solo per la guerra ma anche per la volontà del governo di Damasco di non riaccoglierli)”.

Tutti sono stati accolti in Italia da famiglie, comunità locali o religiose, istituzioni, che hanno curato la loro sistemazione e la loro integrazione, sostenendone le spese, scrive Riccardi: “Questa esperienza ha mostrato un’Italia disponibile a integrare i migranti con le proprie energie e a costo zero per lo Stato. La mediazione di famiglie o enti della società civile ha favorito l’inserimento sociale e lavorativo. Così ci si è sentiti incoraggiati ad aprire un altro “corridoio umanitario” con il Corno d’Africa (gestito da Sant’Egidio e dalla Cei), che ha accolto con le stesse modalità 497 profughi sud-sudanesi, somali, eritrei, yemeniti. Si spera in un prossimo ampliamento dei “corridoi” in Italia”.

In altri Paesi europei, Sant’Egidio, gli Evangelici e le varie Caritas hanno riproposto questo modello: il Belgio ha ricevuto siriani e iracheni; la Francia 281 siriani e iracheni; il piccolo principato di Andorra sette siriani. Si tratta di un’esperienza positiva d’integrazione che permette di sottrarre persone ai trafficanti di vite umane, spiega Riccardi.

La pressione migratoria dall’Africa continua. La situazione siriana non ha trovato una soluzione pacifica, tale da poter dar luogo alla ricostruzione del Paese. La gente non smette di bussare alle porte dell’Italia e dei Paesi europei, che hanno spesso necessità di immigrati per il mondo del lavoro. 

Basta pensare solo alla necessità delle badanti. “Si devono aprire stabilmente “corridoi”, legali e sicuri, per i rifugiati e i migranti. Si tratta di doverose azioni umanitarie, cui non ci si può sottrarre quando si vedono le terribili situazioni in cui – per esempio – sopravvivono gli esuli siriani nei campi in Libano, Turchia o Giordania. 

Ma non solo”, sostiene il fondatore della Comunita’ di Trastevere: “La sponsorship dei privati consente di arrivare legalmente in Europa e di inserirsi nelle attività produttive. Un sistema attivo in Canada da decenni. Queste misure tolgono spazio al business criminale dei migranti nel Mediterraneo e sono anche una risposta efficace alle esigenze delle economie e delle società del Nord”.

mercoledì 9 gennaio 2019

Migranti. Riccardi (Sant'Egidio): "Decreto frena l'integrazione, l'emergenza non c'è"

Il Tirreno
Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, il Papa ha chiesto ai governi di aiutare non solo chi scappa dalle guerre ma anche i migranti economici.


Non le sembra che invece i governi siano sempre più lontani da questa richiesta?

"È una posizione espressa più volte dal Papa e non è soltanto sua ma viene da lontano. Anche Paolo VI ad esempio condivideva questo pensiero. La differenza è che oggi si colloca in un contesto nuovo, quello della globalizzazione in cui abbiamo l'illusione di vivere in un mondo unico. È solo una illusione perché al suo interno ogni Paese cerca di risolvere il problema in modo diverso".

La via scelta dal governo italiano non sembra aiutare affatto i migranti.
"Il cardinale Bagnasco ha ammesso la liceità dell'obiezione di coscienza contro il Decreto Sicurezza. Produrrà irregolarità per 120 mila persone, una cifra enorme. Avrà effetti sulla loro residenza, porterà a un allungamento dei tempi della richiesta della cittadinanza: sono tutti temi che rallentano l'integrazione, molte associazioni cattoliche sono impegnate in questo ambito e vengono messe in difficoltà. La Chiesa non ha mai avuto paura di questi flussi anche se portano religioni diverse. La maggior parte dei cattolici vive l'accoglienza come una forma di responsabilità. Oltretutto non mi sembra che esista più nemmeno un pericolo di invasione, gli sbarchi sono molto calati e la fase dell'emergenza è passata".

Non è quello che sostiene questo governo, anzi. Sembra che dai migranti arrivino tutti i problemi dell'Italia.
"La visione del Papa non è solo evangelica ma anche di estremo realismo. Come si potrebbero altrimenti risolvere i problemi dei tanti italiani che hanno bisogno di badanti? I migranti stanno svolgendo una funzione di ammortizzatore sociale necessaria. Il problema è che manca l'integrazione. Ci sono provvedimenti restrittivi e mancano i flussi che porterebbero migranti in modo controllato. Li vogliono gli imprenditori, non la Croce Rossa. È una visione che guarda alla crescita del Paese e che si rivelerà letale nel caso in cui dovesse mancare. Quella del Papa è una battaglia non politica ma legata a un'idea di Paese. È figlio di emigrati, cresciuto in un Paese di forte emigrazione, non può non pensare che l'economia si arricchisca accogliendo e integrando gli altri".

Lei è stato il primo ministro dell'Integrazione in Italia. Che cosa prova quando sente che i porti italiani restano chiusi anche a costo di far morire persone in mare?
"Mi ricordo che quando ero ministro parlare di integrazione in termini pacati aiutava gli italiani a credere nel futuro del Paese. Credo che sia necessario farlo anche oggi. Le diverse religioni possono convivere bene. Creare reti e integrazione è il compito della politica, ma anche della passione civile di tutti gli italiani".
Flavia Amabile

lunedì 15 gennaio 2018

Francesco traccia la differenza tra immigrazione e invasione

Corriere della Sera
di Andrea Riccardi
Spesso il dibattito politico, quando è gridato, crea caricature. Così è avvenuto per le parole di papa Francesco riguardo ai migranti. Il suo messaggio è stato ridotto a un’esortazione morale all’accoglienza. Ma il suo pensiero è più complesso: conosce articolazioni e sviluppi. 
Papa Francesco accoglie dei profughi siriani da Lesbo arrivati con i corridoi umanitari
Certo si muove dall’esigenza di non chiudere le porte ai drammi dei rifugiati. C’è però un dopo, in cui l’integrazione è passaggio decisivo e condizione essenziale. Per Francesco, va preservata assolutamente l’identità dei Paesi ospitanti. Così si è espresso ieri con chiarezza di fronte a una basilica di San Pietro piena di «stranieri» durante la Giornata mondiale del migrante. 

Ecco i passi salienti riportati anche nell’articolo di cronaca qui a fianco. «Per i nuovi arrivati — dice Bergoglio — , accogliere, conoscere e riconoscere significa conoscere e rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti». Il rispetto delle leggi e dell’identità culturale europea sono la base per partecipare alle società che accolgono. Il rispetto fa la differenza tra l’immigrazione e l’invasione.

Il Papa non pensa allo sviluppo di comunità separate in futuro, ma alla fusione di culture a partire dall’identità del Paese ospitante. Si mette anche dalla parte degli europei e guarda in faccia la paura: «Le comunità locali, a volte, hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, ‘rubino’ qualcosa di quanto si è faticosamente costruito». 

Non va demonizzata la paura dell’uomo globale di fronte a un mondo senza frontiere che appare invasivo e di cui l’immigrato è quasi la metafora: «Queste paure sono legittime... Avere dubbi e timori non è un peccato». 

Il Papa non è un «fondamentalista» dell’accoglienza o un fustigatore dei timori europei. Auspica però che le paure non «“condizionino le nostre scelte»: «alimentino l’odio e il rifiuto». Altrimenti «rinunciamo all’incontro con l’altro — continua — e alziamo barriere per difenderci». È la scelta praticata dai Paesi (cattolici) dell’Est europeo. 

Il futuro non si costruisce però con la paura. Il rispetto delle leggi e dell’identità delle società ospitanti da parte dei nuovi arrivati è una garanzia per tutti. E poi «aprirsi alla ricchezza della diversità» è una chance per l’Europa (si pensi solo ai vuoti creati dalla crisi demografica). Il pensiero del Papa raggiunge quello del rabbino britannico Jonathan Sacks: l’integrazione è costruire insieme la casa di domani, le cui fondamenta sono già chiare. Per noi, la Costituzione, le leggi e la nostra identità storico-culturale.

domenica 5 novembre 2017

La storia dei cristiani in Siria e Iraq appare alla vigilia della fine. di Andrea Riccardi

Corriere della Sera - Opinioni
di Andrea Riccardi
Ora comincerà la ricostruzione, ma nelle regioni sconvolte dal «califfato» un mondo di convivenza religiosa è stato distrutto e i traumi pesano.


Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate.Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani. Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent’anni fa tra Siria e Iraq l’accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell’antica Chiesa d’Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio. Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all’islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d’Israele.

Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c’è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov’erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la «N» in arabo, per indicare «nazareni», i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l’islamismo?

domenica 17 settembre 2017

Migranti - Riccardi: "Nel 2015 sono arrivati in Italia 153mila profughi, il 9% in meno del 2014, ma se ne è parlato l’80% in più e sui tg il 200% in più."

SIR
“Non dare la cittadinanza vuol dire non integrare, e quindi favorire la marginalizzazione”. Ne è convinto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che intervenendo ieri al “Cortile di Francesco” ha parlato anche del dibattito sullo “ius soli”, precisando che il ddl in discussione parla in realtà di “ius culturae”. 


In un’Italia in cui i cittadini “sono spaesati e domina la paura di fronte a migrazioni e terrorismo”, per non cadere preda degli “imprenditori della paura” occorre innanzitutto “superare la sproporzione tra parole e realtà”, ha affermato lo storico elencando i dati:
 “Nel 2015 sono arrivati in Italia 153mila profughi, il 9% in meno del 2014, ma se ne è parlato l’80% in più e sui tg il 200% in più. Negli ultimi due mesi del 2017 gli sbarchi sono calati del 79%, ma la paura per i migranti è cresciuta fino ad arrivare al 46%. Le parole della paura aumentano, ma gli sbarchi diminuiscono”.
 “Dobbiamo imparare a parlarne in modo emozionale e a non strumentalizzare o lasciarci strumentalizzare”, la proposta di Riccardi, che ai giornalisti ha affidato alcuni imperativi di manzoniana memoria: “osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare”. 

Sulla questione dei migranti, ha osservato lo storico, “in Italia manca la preparazione e mancano le reti: oggi il cittadino globale non ha più reti, è solo di fronte al mondo, il che vuol dire il più delle volte solo davanti alla tv”. “Bisogna creare un processo di ripensamento positivo sulle migrazioni”, l’invito di Riccardi, secondo il quale “occorre investire sulla cultura degli italiani perché sappiano leggere quello che accade. Le radici del populismo si battono attrezzandosi sul mondo globale”.

giovedì 10 agosto 2017

Migranti - Riccardi: tutti hanno il dovere di salvare vite

www.santegidio.org
La Stampa
'Anche le Ong che non firmano sono legittimate a salvare vite''

L'ex ministro Riccardi: servono quote e corridoi umanitari

Andrea Riccardi non è solo il colto ex ministro per la Cooperazione internazionale del governo Monti. Da fondatore della Comunità di Sant'Egidio lavora da mezzo secolo alla soluzione dei conflitti più o meno sanguinari da cui figliano le migrazioni, compreso quello storico del Mozambico di cui ha contribuito in modo determinante a scrivere la parola fine. 

Il governo italiano si sta spaccando su cosa significhi accoglienza. Cosa significa?
«Al di là delle polemiche, siamo di fronte a un problema di equilibrio più che di accoglienza. Assistiamo a un fenomeno epocale come lo spostamento di masse dal Sud del mondo e dobbiamo reagire in modo intelligente. Una politica di chiusura come quella auspicata dai Paesi dell'Est è contro la storia, anche perché noi abbiamo bisogno di quelle persone per ragioni demografiche. Non abbiamo più quote di migranti da anni (se non stagionali) ed è un grave gap perché le quote, insieme ai corridoi umanitari, svuotano un po' la pressione migratoria e contribuiscono al benessere dell'Italia. Non ho una posizione buonista ma realista. È chiaro che l'Italia si trova in una posizione difficile per la gravissima mancanza di solidarietà europea che inficia il progetto Ue: rispetto alla spinta dell'Africa, con una popolazione che nel 2100 sarà il 40% di quella mondiale, nessun Paese può fare da solo, la risposta deve essere europea».

A che tipo di risposta pensa?
«Da un lato ci sono i corridoi legali e dall'altro c'è la lotta contro i trafficanti di uomini, un terreno su cui ci sono grandi complicità, perché oggi il traffico è una piovra miliardaria paragonabile alla mafia».

Possiamo fidarci di Tripoli, pensando ai centri di detenzione?
«L'Europa ha fatto l'errore storico di avallare la guerra in Libia appoggiando la rimozione di Gheddafi senza un progetto per il futuro. L'esito è la parcellizzazione del Paese. Ora urge riportare la pace in Libia, ma bisogna anche giocare con tutti i soggetti presenti oggi in Libia, primo il governo di al-Sarraj. In ballo c'è la tenuta del territorio, la vita dei libici e dei migranti». 

Possiamo ignorare le condizioni dei migranti tenuti in Libia?
«È un problema gravissimo, alcuni di loro sono rifugiati. In molte parti della Libia si trovano in una condizione orribile. Se non entrano e monitorano le organizzazioni come l'Oim e l'Unhcr, la situazione è drammatica. Le testimonianze che abbiamo sono preoccupanti. Non mi pare che tra chi in Libia impugna le armi sia diffusa la cultura dei diritti umani».
[...]
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martedì 1 agosto 2017

La povertà non è un reato, lo dice la Cassazione, ma anche il buon senso di un’Italia solidale

Huffpost
Andrea Riccardi
La povertà non è un reato. E quindi non si può colpevolizzare o, peggio, punire con una multa o addirittura con misure giudiziarie, chi vive e dorme per strada. Così ha deciso la Corte di Cassazione salvando un clochard di Palermo dall'ingiusto pagamento di una salatissima ammenda che gli aveva inflitto un tribunale sulla base di un'ordinanza del Comune. La colpa? Dormire all'aperto, riparato da cartoni.


C'è già chi parla di sentenza "buonista". Ma in realtà, oltre ad esprimere il buon senso comune, non fa altro che ripetere pubblicamente una verità che spesso amiamo nascondere: esiste anche in Italia un popolo di senza dimora, uomini e donne di diversa età che vediamo e incontriamo ogni giorno e che, a seconda delle circostanze e delle persone, suscitano reazioni diverse. 
Ignoriamo, commiseriamo, respingiamo, facciano finta di non vedere. Oppure ci fermiamo, ascoltiamo, cerchiamo di fare qualcosa là dove le istituzioni non riescono, per assenza o inefficacia.

Il secondo atteggiamento è quello vincente: lo abbiamo visto durante l'emergenza freddo dello scorso inverno, quando l'offerta di aiuto per i senza dimora ha fatto argine all'indifferenza e certamente ha contribuito a salvare tanti con una mobilitazione che non ha conosciuto precedenti nel nostro paese. Un fenomeno che dimostra tre cose: che esiste un'Italia "buona" (non buonista), che tutti possiamo fare qualcosa per chi è in difficoltà e che le istituzioni dovrebbero impegnarsi di più, visto che il "popolo" dei senza dimora in Italia non è una folla, come in altri paesi del Nord del mondo: circa 50 mila persone in tutto, in gran parte italiani, rimasti indietro per tante ragioni diverse fra loro, economiche o familiari.

Restano per tutti una domanda aperta, una ferita da sanare nella nostra società. Si può e si deve fare di più per integrarli. Anche d'estate, quando la solitudine e l'isolamento sociale, specialmente nelle grandi città, possono fare male quanto il freddo dell'inverno.

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martedì 11 luglio 2017

Andrea Riccardi sulla legge Fiano: ''Non sottovalutare antisemitismo, xenofobia e propaganda fascista sul web''

Blog Andrea Riccardi
Andrea Riccardi interviene sulla proposta di legge Fiano, da oggi in discussione alla Camera, e invita a non sottovalutare la propaganda razzista e xenofoba attraverso internet. 
"Il web rappresenta un campo molto pericoloso per la diffusione di idee e comportamenti violenti, come dimostra la crescita di consenso, specie tra i giovani, di movimenti di estrema destra in vari paesi europei"
osserva il fondatore della Comunità di Sant'Egidio.
"In un'Europa che ha nella memoria di Auschwitz un suo elemento fondativo - continua Riccardi - è inaccettabile la propaganda antisemita e xenofoba. Ma anche la Repubblica italiana ha una storia che rappresenta l'antitesi del fascismo e del nazismo. Bene perciò che l'Italia si doti di una legge che, oltre a sanzionare in maniera circostanziata chi inneggia a queste ideologie, prevede un investimento nel campo dell'educazione per aiutare i giovani a conoscere la pagina più dolorosa della storia europea, proprio nel momento in cui si va affievolendo la voce dei sopravvissuti alla shoah". "Guardiamo al futuro - conclude Riccardi - ma per farlo, bisogna partire dalla memoria. E l'oblio non è libertà".

lunedì 22 maggio 2017

Nell’80° della strage di Debre Libanos, restituire all'Etiopia i beni trafugati dall'Italia

Blog Andrea Riccardi
Si compie oggi l’80° anniversario della strage di Debre Libanos, compiuta dalle truppe italiane agli ordini del generale Maletti, sotto la guida del maresciallo Graziani e di Mussolini. 

Una rarissima immagine che documenta l'eccidio di Debre Libanos (Tv2000)
Un vergognoso assassinio di oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini. La strage fu accompagnata anche dall’incendio del monastero e dalla razzia di oggetti preziosi e testi antichi.

In occasione di questo 80° anniversario un docufilm di TV2000 ha sensibilizzato l’opinione pubblica e io stesso sono intervenuto sul tema nelle pagine del Corriere e di Avvenire. Anche il giornalista Gian Antonio Stella ha lanciato un appello a non dimenticare.

Sono convinto che sia necessaria l’individuazione e la restituzione dei beni trafugati e portati in Italia. Le istituzioni dello Stato e le forze armate hanno la responsabilità di rendere omaggio ai caduti e di condannare l’accaduto, gravissimo episodio, espressivo dei metodi con cui fu condotta la repressione in Etiopia da parte degli italiani.

Un gesto sarebbe auspicabile da parte della Chiesa cattolica italiana che benedì l’impresa come “apertura dell’Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana” propagando una cultura del disprezzo verso quello che definì un clero “ignorante e corrotto”. 

Finora purtroppo sembra che le istituzioni del nostro paese preferiscano non ricordare.

Andrea Riccardi
21 maggio 2017

TG2000 Speciale Debre Libanos

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Avvenire: Etiopia. Debre Libanos, gli 80 anni di un eccidio senza scuse

domenica 16 aprile 2017

Il messaggio della Pasqua contro il mondo delle paure - di Andrea Riccardi

Corriere della Sera
Andrea Riccardi
Nell'intreccio tra il cristianesimo e l'umanesimo laico in Europa s'è sviluppata tanta lotta all'arbitrio della violenza. La Settimana Santa si è aperta con due terribili attentati in Egitto contro i copti. I terroristi volevano una Pasqua di sangue. Puntavano all'esplosione di un terrorista-suicida nella cattedrale di San Marco, dove il papa copto Tawadros celebrava la liturgia delle Palme. Se Tawadros fosse stato colpito, la protesta facilmente sarebbe degenerata nello scontro tra i copti, straziati dal dolore, e i musulmani. Così i terroristi sarebbero riusciti a innalzare il livello del conflitto tra islam e cristianesimo. E i morti sarebbero stati tanti. La triste Domenica delle Palme ha mostrato però come una parte importante dei musulmani respinga il terrorismo: lo s'è visto nelle manifestazioni di solidarietà in Egitto. Il grande imam di Al Azhar ha colto l'obiettivo terroristico: rompere l'"unità" del popolo egiziano. Del resto, sono stati alcuni musulmani a evitare la tragedia: i poliziotti che hanno impedito al suicida l'ingresso nella cattedrale e sono esplosi con lui.



Questa Domenica ha provocato un soprassalto tra i cristiani del mondo, scopertisi vicini ai copti, oltre le distanze ereditate dalla storia. Papa Francesco osserva come i persecutori non chiedano ai cristiani, prima di colpirli, quale sia la loro confessione. Appaiono allora insensate le divisioni tra le Chiese e la celebrazione della Pasqua in giorni distinti (non quest'anno per coincidenza dei calendari liturgici). Forse, dopo questa dolorosa Settimana Santa, ci sarà un nuovo impulso alle Chiese per far coincidere sempre la data pasquale. L'ecumenismo del sangue ravviva la passione ecumenica, un po' stanca e spenta nella diplomazia tra Chiese e nel culto dell'identità.

La Settimana Santa è stata carica di tensioni, anche per i riti pasquali, come si vede in una Roma ben presidiata. In Europa, dopo gli attentati terroristici, il clima è poco sereno. La settimana prossima, le elezioni francesi diranno la consistenza elettorale delle posizioni antieuropee e antislamiche di Marine Le Pen, ora dichiaratasi "estremamente cattolica", ma "molto contraria" alla Chiesa e al papa sui migranti. La Le Pen ha detto quello che vari cattolici europei pensano, specie nell'Est. Come difendere l'identità europea dagli attacchi e dalla presenza massiccia di gente estranea al nostro retaggio storico?
Non è solo questione di fede. Interessa anche i laici. Benedetto Croce, da laico, parlava del comune retaggio cristiano europeo: "non possiamo non dirci "cristiani"". Riguarda un mondo più vasto dei credenti. Tuttavia, a ben leggere il saggio di Croce, si scopre un'ammirazione per la figura di Gesù, tanto che - egli nota - la polemica contro la Chiesa "si è sempre arrestata e ha taciuto riverente al ricordo della persona di Gesù". Gesù esercita un fascino oltre il perimetro delle Chiese. Ed esse l'hanno spesso sottovalutato. Gandhi non dubitava che "Gesù appartenga non solo al cristianesimo, ma al mondo intero". In realtà, la Settimana Santa, più che rimeditare le strategie di difesa dell'eredità cristiana, ripropone con il Vangelo la figura di Gesù. Lo fa Francesco con le parole, ma anche con i gesti, come la lavanda dei piedi nel carcere di Paliano, il pellegrinaggio, sabato prossimo, nel santuario dei "nuovi martiri" a San Bartolomeo a Roma, e soprattutto il viaggio in Egitto, nonostante i rischi, per sostenere i cristiani. I cristiani perseguitati e i martiri rinviano a Gesù, ricordato - a Pasqua - crocifisso e risorto.
Con Gesù - scrivono Bruno Maggioni e Ezio Prato - , si rivela un "Dio capovolto": non più l'uomo che muore per Dio, ma Dio muore per l'uomo. Nel Vangelo, Gesù chiede a chi lo arresta che i discepoli siano lasciati incolumi: "Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano" (Gv 18, 8). Vuole che l'ultimo sangue sparso sia il suo e non dei discepoli. E intima al discepolo armatosi per difenderlo: "Rimetti la spada nel fodero, perché quelli che mettono mano alla spada periranno di spada" (Mt 26,52). Il Dio di Gesù non è guerriero, ma muore per l'uomo. Messaggio sorprendente in un tempo in cui si uccide e ci si uccide per Dio. E i terroristi suicidi si dichiarano martiri. Il martire cristiano invece non cerca la morte e non usa la violenza: "Coloro che fanno vivere sono quelli che offrono la vita, non quelli che la tolgono agli altri..." - scriveva padre André Jarlan, un nuovo martire caduto in Cile anni fa.
Le Chiese, a Pasqua, proclamano la resurrezione di Gesù, fondamento di fede e speranza. In questa luce, la fede non è un retaggio da difendere, eroso dal tempo e dai marosi della storia. Crede che il cristianesimo sia speranza per il futuro e debba ancora sviluppare potenzialità profonde. Scriveva padre Men, prete russo e ultima vittima del Kgb: "il cristianesimo non ha fatto che i suoi primi passi, timidi passi nella storia del genere umano. La storia del cristianesimo non fa che cominciare". Il cristianesimo non è esaurito nelle sue forme storiche, ma vive e risorge con nuova fiducia.
Il messaggio pasquale afferma che il male non è così forte da essere eterno: può essere vinto, anzi è colpito in radice. La speranza di Pasqua apre alla visione del futuro, che oggi sembra oscurato o smarrito per tanti. Il cristianesimo non è un passato da difendere o preservare, ma una ferma speranza per il domani, più forte del male. Così lo sentono, prima di tutto, i cristiani egiziani, nigeriani o pakistani che rischiano la vita per andare a pregare in chiesa. La Pasqua, più che il momento per pensarci assediati, è l'occasione di credere nella "forza debole" della fede, dell'amore e delle convinzioni. C'è un evidente cuore religioso del messaggio. In qualche modo però, si congiunge alla coscienza dell'umanesimo laico, che rifiuta il ricatto dalla paura. Perché, nell'intreccio tra cristianesimo e umanesimo laico in Europa, s'è sviluppata tanta lotta al mondo delle paure e all'arbitrio della violenza. Croce conclude laicamente: "alimentare il sentimento cristiano è il nostro ricorrente bisogno, oggi più che non mai acuto e tormentoso, tra dolore e speranza".

mercoledì 15 marzo 2017

New book: «La forza disarmata della pace. Movimento - Pensiero - Cultura» di Andrea Riccardi

Corriere della Sera
Un brano tratto dal saggio di Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace»,
sulla forza delle idee contro la guerra, in uscita per Jaca Book il 16 marzo
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Le guerre non sempre e non facilmente s’isolano in una determinata regione del mondo. C’è un contagio transnazionale dell’instabilità. 

La costruzione della pace in altri Paesi non è solo un impegno morale, ma alla fine è anche pensare in qualche modo alla propria sicurezza. Del resto l’impegno per la pace di un Paese e le missioni di pace danno dignità a uno Stato anche di fronte ai suoi cittadini.

Come agire di fronte a conflitti complessi, di fronte a ragioni e torti tanto interconnessi, a intrichi d’interessi, a storie contorte? E poi a che serve? Sono domande concrete, cui bisogna rispondere. In fondo, il movimento per la pace si è scoraggiato, non solo per le sue sconfitte di fronte alle decisioni di guerra, ma anche per la complicazione politica dei conflitti con cui si è misurato. 

Al tempo della Guerra fredda, si sapeva con chi stare, a seconda della propria collocazione politico-ideologica. Occorre riflettere sullo spaesamento del cittadino del mondo globale, che porta a undisinteresse dalle problematiche della pace. Come superare queste difficoltà?

sabato 18 febbraio 2017

Un'Europa più responsabile e integrata nell'era dell'America di Trump

riccardiandrea.it
Il mondo globale si è fatto complicato. È tramontato l'ordine - talvolta tragico - della guerra fredda; quello dei primi tempi della globalizzazione in cui gli Stati Uniti rappresentavano una potenza egemone. Ora l'America di Trump vive un protagonismo un po' imprevedibile, ma sembra non volersi far carico delle responsabilità storiche di "prima nazione" dell'Occidente. 


Questo provoca un brusco e necessario risveglio degli europei che avevano delegato una parte delle loro responsabilità - non tutte - agli Stati Uniti, in cambio di protezione. Anche l'Italia. Ma pure la Germania e, per certi versi, la Francia, pur autonoma di fronte alle scelte americane. Le domande sul futuro si addensano. Di fronte a uno scenario internazionale con tanti attori, quale il ruolo dei "medi" Paesi europei? Che fare nel confronto con i giganti del mondo, l'India o la Cina, o innanzi al protagonismo della Russia, così vicina all'Europa?   

Viene da chiedersi come sia possibile affrontare il futuro con la ristretta taglia di un medio o piccolo Paese europeo. La storia diverge tra europei dell'Est e dell'Ovest. In Europa orientale si è riconquistata da poco - meno di trent'anni - l'indipendenza dall'impero sovietico. Qualche leader dell'Est paragona i vincoli europei di Bruxelles con quelli sovietici. È un paragone infondato, ma esprime un sentire geloso della loro autonomia nazionale. Bisogna tenente conto. Stanno vivendo il loro Risorgimento nell'era globale, non in quella delle nazioni. Per i Paesi dell'Europa occidentale la storia è diversa

Con i Trattati di Roma del 1957, sei di essi (quelli del Benelux, la Germania, la Francia e l'Italia), hanno dato avvio al processo di unificazione europea. Si tratta di una lunga storia che gli Stati Uniti hanno visto in modo altalenante: talvolta con favore, altre volte preoccupati per la creazione di un polo occidentale alternativo. 

Gli Stati Uniti di Trump, invece, chiedono agli europei una maggiore responsabilizzazione. La Gran Bretagna se n'è andata dall'Unione. I Paesi dell'Est si preoccupano, perché l'America non conduce più una politica aggressiva verso la Russia di Putin. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici sono destinati all'irrilevanza o all`omologazione nella globalizzazione ed è quindi meno vicina alle loro paure verso Mosca. 

Tutto appare in movimento. Non si tratta solo di Trump, bensì di un futuro che va al di là della sua presidenza. Paolo Gentiloni, da ministro degli Esteri, aveva già pensato alle celebrazioni romane del 1957 come occasione per stabilire una maggiore coesione almeno tra i Paesi fondatori dell'Europa, proprio per la difficoltà a fare dei Ventotto (ora Ventisette dopo Brexit) un soggetto politico coeso. Il progetto era stato accantonato, per l'instabilità politica di vari Paesi, tra cui l'Italia. 

Al vertice di Malta, la Merkel però ha rilanciato l'idea: «L'Europa deve assumersi più responsabilità sulla scena internazionale». Da Roma, il 25 marzo prossimo, potrebbe partire un processo che offra un volano ai Paesi europei che vogliono una cooperazione maggiore, almeno un'integrazione su difesa, sicurezza, frontiere, dimensione sociale, euro e investimenti. 

La prospettiva è creare un "soggetto" europeo più forte per i Paesi che sentono questa esigenza. Naturalmente gli altri vivranno a velocità diverse. Una maggiore integrazione richiederà cambiamenti, sicuramente faticosi. Ma, sul lungo periodo, di là della nostra generazione, questa scelta darà un futuro all'Europa e costituirà nel mondo un "soggetto" rilevante.


È una prospettiva che risponde a esigenze economiche e di sicurezza, ma - mi sia permessa un'espressione forte - rappresenta anche qualcosa di più: salva la civiltà europea, quell'insieme di storia, cultura, diritti umani e umanesimo, configuratosi nella seconda metà del Novecento. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici, sono destinati all'irrilevanza o all'omologazione nella globalizzazione

Sono "barche", piccole seppur preziose, che non reggono ai marosi del mondo globale. Per affrontarlo occorre una nave più grande o, almeno, una flotta coesa. Se vogliamo segnare una presenza della nostra civiltà sugli scenari di domani, s'impone un passo forte e deciso verso l'integrazione.

Andrea Riccardi

domenica 5 febbraio 2017

"Un movimento di solidarietà con i senza dimora, in nome di Modesta"

Blog HuffPost 
Andrea Riccardi

Chiunque domenica 5 febbraio avrà l'occasione di entrare nella basilica di Santa Maria in Trastevere sentirà, a un certo punto, risuonare i nomi di persone che magari ha incontrato tante volte, ma davanti alle quali non si è mai fermato: sono i tanti senza dimora che negli ultimi anni hanno perso la vita. Per strada, da soli, spesso durante l'inverno.

È una tradizione ormai per la Comunità di Sant'Egidio, che si ripete ogni anno, da quando, il 31 gennaio 1983, al binario 1 della stazione Termini, morì una donna, Modesta Valenti. Aveva avuto un malore, ma, essendo sporca, l'ambulanza si rifiutò di portarla in ospedale. Non solo un caso di malasanità. Piuttosto un episodio che portò alla luce il disprezzo nei confronti degli ultimi tra i poveri, coloro che vivono e muoiono per la strada.

Quella di Modesta è una memoria che si è allargata nel tempo non solo in altri quartieri di Roma ma anche in altre città: celebrazioni inedite perché vedono, insieme a chi li aiuta, la partecipazione di centinaia di senza dimora, per i quali quella donna indifesa e tanto simile a loro è diventata come una "santa", da onorare con un ricordo commosso e collettivo. L'elenco dei nomi di chi ha perso la vita per il freddo e le dure condizioni di vita è ogni anno più lungo, ma è giusto non dimenticare nessuno.

Perché il più grande nemico di chi vive per strada è l'indifferenza, "la malattia del nostro tempo", come l'ha definita Papa Francesco. Basterebbe poco, fermarsi a parlare, chiedere se c'è bisogno di qualcosa, proteggere la fragilità. È ciò che è successo appena pochi giorni fa.

Durante il grande freddo è stato meno freddo per chi vive nelle vie dei centri storici delle nostre città e nelle stazioni: merito di tanti cittadini che hanno risposto a un semplice appello di Sant'Egidio alla mobilitazione portando sacchi a pelo, coperte, pasti e bevande calde alle associazioni che visitano regolarmente i senza dimora durante tutto l'anno. E molti non si sono fermati al gesto offrendosi come volontari per andare a trovare chi aveva bisogno.

Un moto di solidarietà collettiva ha percorso la Penisola, ha reso meno gelida la stagione, probabilmente ha salvato molte vite. Non era mai successo in queste dimensioni. È una novità altamente positiva. Vuol dire che in Italia c'è tanta gente che può aiutare. E se è vero che si sono allentate le reti sociali e si assiste a una difficoltà crescente di tanti itinerari esistenziali (che spesso portano alla vita per strada), il fenomeno non è irreversibile o ineluttabile: si può creare un movimento di inclusione sociale a protezione di chi ci è vicino perché vive, spesso, a pochi metri dalle nostre abitazioni, una sorta di "sindacato dei poveri".

Non è un'utopia: se ha funzionato a gennaio può funzionare sempre. Un segnale importante per l'Italia. Così come avviene per le "pietre d'inciampo" che ricordano le vittime dell'Olocausto in alcune vie delle nostre città: lì c'è il nome di chi è stato inghiottito dalla macchina infernale dei campi di concentramento e ogni volta che ce ne accorgiamo riaffiora la memoria. Allo stesso modo, invece di evitare l'"inciampo" rappresentato da uomini e donne stesi per terra, facendo finta di niente, ci si può fermare, parlare, aiutare.
Alcuni, con il nostro aiuto, hanno persino scelto, con il tempo, di abbandonare la strada. Altri hanno riacquistato dignità. Tutti con un po' di attenzione possono essere protetti. Perché, in fin dei conti, non sono tanti, qualche migliaia in Italia, un piccolo popolo che è rimasto indietro ma che non va condannato a restare disperso.

lunedì 19 dicembre 2016

Aleppo segno di ogni guerra. Nessuno vince - di Andrea Riccardi

Avvenire
Andrea Riccardi
Aleppo è stata uccisa da una guerra combattuta tra case, monumenti, ospedali. Una lunga agonia: dal luglio 2012. Il tempo è passato senza pietà, straziando la vita degli uomini e delle donne figli di questa città speciale, antichissima, e cosmopolita. Nessun attore del conflitto ha avuto la forza o l’intelligenza di trovare la strada per metter fine a questa follia. 


Tutti erano (e sono) aggrovigliati in una ragnatela d’interessi contrastanti. Il tempo è passato e ad Aleppo si è continuato a combattere. Il dramma è durato quattro lunghi e terribili anni – anzi quattro e mezzo – in cui ogni giorno ha portato la sua dose di morte, dolore, sofferenza e fame. 

Aleppo è il simbolo d’una guerra assurda, quella in Siria che ha causato più di 600mila morti e milioni e milioni di sfollati. Ricordo le obiezioni sciocche quando lanciai l’appello Save Aleppo nel 2014. La più assillante: "Perché solo questa città?". Perché Aleppo è il simbolo e la realtà più amara di questa guerra folle e, come ci ricorda incessantemente papa Francesco, di ogni follia guerresca.

Non si è fatto nulla o davvero poco e con scarsa determinazione per la pace e per Aleppo. Oggi, la città giace disfatta, sventrata, violata: un tempo abitata da quasi due milioni di abitanti (di cui 300.000 cristiani), città dell’incontro, patrimonio dell’umanità per l’Unesco, testimone di una lunghissima storia e di una grande civiltà. 

L’hanno distrutta e non ritornerà mai più quella che era. Era la città-simbolo del vivere insieme per secoli, anche nei momenti più duri della sua storia. Vivere insieme era scritto nelle sue radici ed era l’anima del suo popolo. Città della moschea, della chiesa e della sinagoga: città del suk, del mercato, dell’incontro e dello scambio.
Quale sarà il futuro? Non ricomincerà facilmente la vita insieme in Siria. Del resto, Daesh è tornato sulla scena in forma aggressiva. Mentre le truppe di Assad conquistavano Aleppo, Daesh riprendeva Palmira, lo scrigno archeologico nel deserto siriano (la cui liberazione era apparsa una svolta nella guerra). Si combatterà ancora, purtroppo. E poi ci sono abissi di diffidenza. Molti non si fidano del regime e dei suoi alleati. L’hanno detto chiaramente dalla rivolta dal marzo 2011. L’abisso si è allargato tra governo e popolo con tanti morti, scomparsi e torturati. Tanti sono fuggiti, alcuni costretti dalla guerra, ma altri rifiutando di vivere in questa Siria. I cristiani si sono sentiti rispettati e protetti solo da Assad o hanno lasciato il Paese. Questo governo oggi è meno che mai in grado di unificare il Paese, ma terrà nelle sue mani la Siria "utile", quella delle città e delle regioni che gli interessano.

D'altra parte, molti non si fidano della ribellione, così divisa. I capi dei ribelli sono stati, in buona parte, nelle mani dei burattinai internazionali. Con la caduta di Aleppo, le forze della ribellione sono state sospinte in città minori e nelle campagne. Potranno resistere, ma vincere è impossibile, anche perché il regime è sostenuto da russi, iraniani, hezbollah. E poi quale ribellione come interlocutore? Quella di al-Nusra, ex al-Qaeda? Quella dell’Esercito libero siriano? Si finirà forse con una balcanizzazione del Paese. La vittoria di Assad ad Aleppo non conclude la guerra. In tante parti si combatte ancora. La situazione dei siriani nei campi rifugiati è disperata. Nella disperazione rischiano di cadere vittima dei mercanti che, con le traversate "maledette" del Mediterraneo, promettono futuro, a caro prezzo, spesso la vita.

Non è facile trovare una via d’uscita, tanto profondi sono gli odi e tanto divisi i vari attori siriani e internazionali. Manca, innanzi tutto, la coscienza che quanto avvenuto in Siria negli ultimi cinque anni è stato uno scandalo per l’umanità, il punto più basso - o uno dei punti più bassi? - della storia dal 1945. Credere questo dovrebbe spingere a soluzioni che riportino un po’ di umanità in Siria. Il nuovo presidente americano e, con lui, tutti gli attori internazionali devono responsabilizzarsi decisamente di fronte a una guerra che rischia di perpetuarsi.

Tutti devono rinunciare alla violenza e accettare la via dell’accordo. Sembra solamente un bel pensiero, ma è la lezione di cinque anni di guerra. La lezione di Aleppo e dei suoi dolori. Con la guerra si è perso tutto. Anche i vincitori – se ci saranno – verranno travolti dalle conseguenze di anni spietati, che hanno distrutto un popolo e una terra. 

Ad Aleppo, nel secondo decennio del XXI secolo, abbiamo visto come la guerra è follia più grande, perché è – diceva Giovanni Paolo II – «un’avventura senza ritorno». Questa è la lezione del martirio di Aleppo al nostro tempo, tentato di riabilitare lo "strumento" della guerra.

sabato 17 dicembre 2016

Papa Francesco compie 80 anni - Il valore storico di questo papato - di Andrea Riccardi

Corriere della Sera
Andrea Riccardi
Il cuore del pontificato è il rapporto della Chiesa con la società e la gente. La grande forza carismatica di Bergoglio domanda una risposta. I vescovi si muoveranno con lui o incarteranno di cortese disattenzione i suoi passi? Dipenderà molto dalla coscienza del cambiamento.


Papa Francesco nell'incontro  con i profughi siriani a Lesbo
Il papato continua a far discutere. Lo mostra il successo delle dieci puntate di The Young Pope di Paolo Sorrentino. La figura del protagonista, Pio XIII, l’opposto di Francesco, è un papa imprevedibile. Conferma la sensazione che il papato non è scontato, ma potrà ancora sorprendere. E’ anche il punto centrale del recente libro di Marc Augé, noto etnologo, che racconta di un Francesco sconvolgente. Per la Pasqua 2018, il papa afferma dalla loggia vaticana: «Dio non esiste!». Così innesca un grande cambiamento con la vittoria — finale un po’ banale! — di un mondo pacificato nella fede illuministica.
Sono espressioni della sensazione diffusa che dal papato possono venire novità inattese. Le dimissioni di un papa «tradizionale», Benedetto XVI, sono state un’impensata novità. Il pontificato di Francesco è già stato una sorpresa. Il papato non è ossificato in una postura scontata e tradizionale, come ci si aspetterebbe dalla più vecchia istituzione europea. Ogni papa può sorprendere. Non si tratta solo dell’irreale Pio XIII, ma avviene con i papi contemporanei, come con il Vaticano II di Giovanni XXIII e Paolo VI, con il messianico Giovanni Paolo II…. Ogni papa, in genere, introduce cambiamenti e nuovi rapporti (o contrasti) con il mondo contemporaneo. Questo è un tratto che distingue il cattolicesimo dal mondo ortodosso, portato spesso a prescindere dalla storia.

Francesco compie 80 anni e entra nel quarto anno del pontificato: ha introdotto un nuovo rapporto con il mondo e cambiamenti nella Chiesa. Un tema caldo è la famiglia. Qui il dibattito non s’è chiuso con due sinodi e il testo papale, Amoris Laetitia. Recentemente quattro cardinali (Brandmüller, Burke, Caffarra, Meisner) hanno pubblicato i loro Dubia in proposito, chiedendo una chiarificazione dal papa. Un gesto irrituale nello stile felpato di dibattito interno alla Chiesa. Il presidente dei vescovi greci, Papamanolis, ha chiesto che i quattro rinuncino al cardinalato: «non credete — ha scritto — alla suprema autorità magisteriale del Papa, rafforzata da due Sinodi… Si vede che lo Spirito Santo ispira solo voi e non il vicario di Cristo…». Per lui, hanno compiuto uno «scandalo, dato pubblicamente al popolo cristiano».

I Dubia sono stati ripresi da ventitré studiosi, andando oltre: se il papa non chiarificasse la dottrina — affermano — , «i cardinali collettivamente gli si rivolgeranno con una forma di correzione fraterna». La Chiesa «sta entrando in un momento gravemente critico della sua storia, che presenta allarmanti somiglianze con la grande crisi ariana del IV secolo». Si prefigura un impeachment? Intanto, sui siti web fondamentalisti, si parla di deposizione del papa eretico. C’è un mondo ecclesiastico che si riconosce nei Dubia dei quattro e soprattutto che non si riconosce nel papa. Il fatto nuovo è la rottura dello stile, la «reverenza» verso il papa professata dai porporati nell’ultimo secolo. Del resto - dicono i critici — Francesco ha chiesto una discussione franca e il tema dottrinale è grave da imporre di parlare. C’è qualcosa di più profondo: si è consolidata in alcuni settori una cultura tradizionalista, per cui la difesa di talune posizioni val più dell’«obbedienza» al papa. E’ una vera rottura con la tradizione in nome del tradizionalismo. Avvenne con lo scisma di mons. Lefebvre. E il tradizionalismo è un misto di conservazione, ma anche d’innovazione, come tutti i fondamentalismi.

Non si tratta di forze che porteranno alla rottura, ma impostano il dibattito. Il Giubileo della Misericordia, con il suo messaggio, ha proposto un’altra visione, oltre questi dibattiti. Ora è finito e la Chiesa torna alla vita normale. Il papa tra poco entra nel quarto anno di pontificato. Il suo messaggio, espresso dal testo programmatico dell’Evangelii Gaudium e incarnato dalla sua azione, è quello di una Chiesa che non si riduce a minoranza di puri e duri, esce e si mischia alla vita della gente. Del resto il papa, al convegno di Firenze di un anno fa, chiese solo ai vescovi italiani che discutessero nelle loro diocesi l’Evangelii Gaudium. Qui il problema: semplice è riproporre il documento ma, nei fatti, esige una profonda riforma pastorale (che spesso non si vuole o non si sente di fare). Il messaggio di Francesco è in sostanza pastorale: passaggio obbligato è la recezione da parte dei vescovi e degli altri attori della Chiesa. Il messaggio di Giovanni XXIII, impostato sul modello del «buon pastore», fu disatteso da larga parte dei vescovi di allora. Ma l’eredità dinamica di papa Roncalli fu il Concilio.


La riforma della Curia, che il papa persegue con i cardinali del C9, non avanza a grandi passi. Viene a cadere l’architettura montiniana che presidiava vari campi della Chiesa con una serie di organismi articolati; ma una riforma non si fa accorpando qualche dicastero. Non sembra esserci un disegno teologico di riforma, ma si naviga piuttosto pragmaticamente. Anche se il papa mostra — come in una recente intervista — una qualche insofferenza: «La Corte pontificia mantiene una tradizione un po’ atavica, non lo dico in senso negativo, ma questo deve cambiare». Le riforme non sono, però, lo specifico del pontificato. Il cuore è il rapporto della Chiesa con la società e la gente. La grande forza carismatica di papa Bergoglio domanda una risposta. I vescovi si muoveranno con lui o incarteranno di silenzio e cortese disattenzione i suoi passi? Dipende molto dalla coscienza che essi hanno del valore storico di questo papato: una chance decisiva per la Chiesa o un interludio? Intanto, sulla scena internazionale si consolida una forte attenzione nei confronti del papa, come attore internazionale di rilievo. Inoltre, in un mondo dai tanti populismi, su cui si staglia la nuova presidenza Trump, Francesco costituisce un referente alternativo: dall’ecologia all’emigrazione e all’economia.