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domenica 17 gennaio 2021

Human Rights Watch individua in Bolsonaro il profilo peggiore nella violazione dei diritti umani

Globalist
Discriminazione delle minoranze etniche e delle popolazioni native, delle donne e dei disabili.

Bolsonaro si è reso protagonista di violazioni su più fronti: discriminazione delle minoranze etniche e delle popolazioni native, delle donne e dei disabili. Ha ripetutamente attaccato i giornalisti, riducendo la libertà di stampa. 

Ha favorito le attività illegali di deforestazione dell'Amazzonia, sorvolando sulle intimidazioni e le violenze contro i difensori della foresta, mentre ha addossato alle comunità native e ai piccoli agricoltori la responsabilità degli incendi che hanno devastato decine di migliaia di ettari con un conseguente danno ambientale praticamente incalcolabile. 

Ma ciò che ha segnato particolarmente i mesi passati, nel terzo Paese al mondo dopo Stati Uniti ed India per numero di contagi da Covid e secondo per numero di morti, è stato l'atteggiamento sprezzante nei confronti delle raccomandazioni dell'OMS per prevenire la diffusione del virus. 

Bolsonaro ha minimizzato la gravità del contagio, mettendo a rischio il diritto alla salute dei cittadini.

Human rights Watch ha stilato e pubblicato il rapporto mondiale sul rispetto dei diritti umani nel mondo e uno dei ritratti peggiori è quello che emerge dal profilo proprio del presidente brasiliano.

mercoledì 6 maggio 2020

Coronavirus - Kenya, Uganda, Nigeria, Ghana, Malawi: "In Africa la lotta al Covid diventa repressione: metodi brutali per imporre le restrizioni, attacco a oppositori e giornalisti"

Il Manifesto
Censure e violenze. Il rapporto di Human Rights Watch e la denuncia di Michelle Bachelet: dal Kenya all'Uganda, dalla Nigeria al Ghana polizia e governo usano le misure di contenimento per attaccare giornalisti, cittadini e opposizioni. Armati di pistole, con fruste, bastoni e gas lacrimogeni, gli agenti di sicurezza di diversi paesi africani hanno picchiato, arrestato e in alcuni casi ucciso persone mentre applicavano misure volte a prevenire la diffusione di Covid-19".


È il quadro evidenziato da Human Rights Watch sul comportamento di forze di polizia e militari in numerosi paesi in Africa. Riguardo alla denuncia di Hrw, Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani (Ohchr), ha dichiarato che le misure di emergenza imposte durante la pandemia "non devono diventare strumento di repressione".

"I poteri straordinari non dovrebbero diventare un'arma che i governi possono usare per reprimere il dissenso, controllare la popolazione, mantenere il potere o censurare la stampa, ma dovrebbero essere usati per affrontare efficacemente la pandemia, in maniera non discriminatoria e con una durata limitata", ha detto Bachelet. 

Forte la condanna in merito alle numerose uccisioni di questo periodo che rischiano di trasformare "la pandemia in una catastrofe peggiore, con l'ampliarsi di crisi, rivolte e tensioni sociali, pericolose e nocive quanto il virus".

In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d"arma da fuoco dopo essere stato colpito da quello che la polizia ha descritto come un "proiettile vagante". Come "casuali" sono le morti di almeno altre otto persone, tra cui un motociclista deceduto dopo essere stato violentemente picchiato dai militari.

Almeno 25 le vittime delle forze di sicurezza in Nigeria, dove sono stati rilevati dalla Nigerian Human Rights Center (Nhrc) oltre 500 episodi di violenze nei confronti della popolazione, tra i quali venditori ambulanti e tassisti di auto e motociclette.

Nel vicino Uganda, Hrw ha accusato la polizia di aver usato "forza eccessiva" verso la popolazione e di aver effettuato raid e persecuzioni contro "giovani senzatetto, lesbiche, gay e transgender accusandoli di negligenza nella diffusione del virus". Le indagini hanno portato all'imputazione di 10 ufficiali accusati anche di "torture e violenze nei confronti di donne".

Alla stessa maniera vengono condannate le centinaia di arresti per la violazione delle norme di restrizione, visto che le carceri sono un "ambiente ad alto rischio e bisognerebbe concentrarsi piuttosto sul rilascio delle persone in sicurezza, come i prigionieri politici e d'opinione", ha affermato Bachelet. 

Perplessità anche per quanto riguarda le restrizioni e il loro utilizzo politico. I gruppi di opposizione in Ghana sono preoccupati per una nuova legge che conferisce al presidente ampi poteri: "Volevamo che il presidente facesse uso di poteri di emergenza venendo in parlamento per valutare la loro necessità, ma non è avvenuto e ci preoccupa il nostro futuro democratico" ha dichiarato alla Bbc Ras Mubarak, deputato del Congresso nazionale democratico, all'opposizione.

Critiche ancora più forti nei confronti del presidente del Malawi, Peter Mutharika, che sta usando il coronavirus per "risolvere i suoi problemi politici" schierando l'esercito nelle strade e "annientando le proteste e gli oppositori". 

Ultimo aspetto analizzato da Hrw è "il targeting di giornalisti" in riferimento alla giornata mondiale della libera stampa del 3 maggio, "con la libertà di espressione e informazione sempre più a rischio nel mondo".

In Tanzania, Ghana, Kenya e Somalia le autorità governative hanno sanzionato e oscurato alcune emittenti televisive per aver trasmesso contenuti "fuorvianti e non veritieri" sulla strategia dei governi nella lotta contro il coronavirus, mentre sono decine ormai i giornalisti arrestati o picchiati dagli agenti di sicurezza in numerosi paesi dell'Africa occidentale (Mali, Senegal, Camerun, Costa d'Avorio) e del Maghreb (Algeria, Marocco ed Egitto) secondo Reporters sans Frontières. 

"Mentre la pandemia di Covid-19 si diffonde, ha anche dato origine a una seconda pandemia di disinformazione, dai consigli sulla salute dannosi, alle teorie della cospirazione fino alla censura. La stampa fornisce l'antidoto: notizie e analisi verificate, scientifiche e basate sui fatti", ha affermato ieri il segretario generale Onu, Antonio Guterres.

Stefano Mauro

domenica 8 dicembre 2019

Ungheria - Il bavaglio di Orban. La censura si abbatte su Amnesty e Human Right Watch e somiglia a quella del periodo comunista

Huffpost
Il governo ungherese silenzia le voci delle Ong. Amnesty: "Sistema mediatico da regime comunista, non da Paese Ue". Come funziona la macchina della propaganda.
“Siamo diventati il nemico pubblico numero uno”. Mentre i telefoni non smettono di squillare nel suo ufficio a Budapest, lo chiosa con certezza netta Demeter Aron, rappresentante di Amnesty International Ungheria, organizzazione finita insieme a Human Right Watch, ancora una volta, nell’inesorabile mirino censorio del governo Orban. 

Il quotidiano ungherese Nepszava pochi giorni fa ha riportato che alla MTVA, agenzia sotto controllo governativo, con una comunicazione interna è stato vietato ai giornalisti di pubblicare o citare report delle due organizzazioni riguardo le violazioni dei diritti umani nel Paese.

Un argomento dopo l’altro, lo spazio per il libero dibattito in Ungheria “si restringe dal 2016, anno della crisi migratoria. Gli spazi di critica al potere si stanno definitivamente contraendo. Non siamo in una situazione paragonabile a quella vissuta nel Paese di Putin o Erdogan, ma la nostra attività è impedita in molti modi: è veramente dura per noi lavorare qui se consideriamo che stiamo parlando di uno Stato europeo”, continua Aron parlando all’HuffPost. Una notizia alla volta, tutte le informazioni avverse al partito di Orban, Fidesz, vengono obliate, secretate o cancellate, insieme a quelle negative in arrivo da Mosca o Istanbul, Paesi alleati.

Aron non vede alcun miglioramento immediato all’orizzonte: “Il super potere del Governo sulla stampa non cambierà a breve”. L’ecosistema mediatico magiaro, mai così stretto nella morsa della sorveglianza governativa dagli anni ’90 e dalla caduta dell’Unione Sovietica, ormai “assomiglia a quello comunista, per il livello di controllo esercitato” ha detto Zselyke Csaky, analista della Freedom House Europa e Eurasia.

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lunedì 8 luglio 2019

Iraq - Human Rights Watch: “Detenuti in condizioni degradanti”

Nema News
L’ong statunitense ha ieri accusato il sistema carcerario iracheno di non rispettare gli standard internazionali basilari. Tra i principali problemi il sovraffollamento senza poi dimenticare che in non pochi casi le confessioni sono state estorte tramite tortura. Protesta a Bassora (sud Iraq) per mancanza di lavoro, acqua e le ripetute interruzioni di corrente


Le autorità irachene stanno detenendo migliaia di persone in condizioni “degradanti” e in luoghi sovraffollati. A lanciare la pesante accusa al governo di Baghdad è stata ieri la ong per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw).
L’organizzazione non governativa statunitense ha mostrato alcune fotografie della prigione di Tal Keif nella provincia di Nineve (nord est del Paese) affermando come in questo carcere, insieme a quello vicino di Tasfirat, non vengano rispettati gli standard internazionali basilari.

In una delle fotografie (ad esempio quella che abbiamo utilizzato per questo articolo, ndr), si vedono infatti decine di ragazzi ammassati in un centro di detenzione per giovani. Alcuni sono in posizione fetale. Si può notare, inoltre, come non si veda il pavimento perché interamente ricoperto dai corpi dei detenuti. Un’altra foto mostra una stanza piena di donne e bambini molto magri con vestiti e prodotti per la casa appesi alle pareti. “Due anni fa abbiamo documentato le morti in carcere a causa del sovraffollamento – ha detto all’Associated Press la ricercatrice irachena di Hrw Belkis Wille – vedere che le condizioni [di detenzione] restino così, vuol dire che la popolazione carceraria è ancora minacciata. Tutto ciò è davvero frustrante”.

Secondo infatti Human Rights Watch, nelle prigioni di Tal Keif, Tasfirat e Faisaliyah sono rinchiuse circa 4.500 persone, quasi il doppio della capienza prevista. I detenuti sono per lo più accusati di terrorismo e circa un terzo di loro è già stato condannato e attende di essere trasferito a Baghdad. Ai carcerati, inoltre, non viene accordato il permesso d’incontrare i loro avvocati perché le prigioni non prevedono spazi per incontri.

Le autorità irachene, che hanno dichiarato la vittoria sull’autoproclamato “Califfato islamico” (Isis) nel dicembre del 2017, non forniscono dati ufficiali sui detenuti presenti nelle loro carceri. Secondo alcuni studi indipendenti, il numero dovrebbe aggirarsi intorno alle 20.000 unità e la maggior parte di loro è dietro le sbarre per legami con l’Is. Ma a preoccupare non è solo il sovraffollamento: il sistema carcerario locale è stato accusato dalle ong internazionali e locali di estorcere le confessioni degli imputati con la tortura. Oltre ad essere moralmente inaccettabile, il ricorso alla violenza, sottolineano gli esperti, porterà alla radicalizzazione dei detenuti più vulnerabili. “Le autorità irachene dovrebbero assicurare condizioni all’’interno delle carceri che non alimentino nuovi torti in futuro” ha dichiarato Lama Fakih, responsabile di Hrw per il Medio Oriente. Da qui l’invito della ong statunitense per migliorare le condizioni carcerarie secondo gli standard internazionali e garantire agli imputati processi giusti.

domenica 7 aprile 2019

Camerun, rapporto Human Rights Watch: uccisi 170 civili in 6 mesi nelle regioni anglofone da forze governative

Nema News
Secondo il nuovo rapporto di Human Rights Watch, le forze governative nelle regioni anglofone del Camerun hanno ucciso almeno 170 civili negli ultimi sei mesi. Anche se a causa delle continue violenze e delle difficoltà di accesso a zone remote, il numero di decessi tra i civili potrebbe probabilmente essere superiore. I disordini in corso hanno determinato lo spostamento di più di mezzo milione di persone.


Il conflitto armato è scoppiato nel 2017 nelle regioni anglofone nord-occidentali e sud-occidentali del Paese dopo che il governo ha represso violentemente le proteste pacifiche iniziate l’anno prima contro l’emarginazione percepita della popolazione di lingua inglese.


Nel rapporto di Human Rights Watch si descrive l’uso della forza indiscriminata da parte delle unità speciali dell’esercito. Distrutte centinaia di case e edifici pubblici nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali.

Naturalmente il governo Biya ha negato che le forze di sicurezza dello Stato abbiano effettuato abusi ai danni dei civili.

Almeno 30 casi sono pendenti nei tribunali militari di Bamenda e Buea per crimini quali tortura, distruzione di proprietà, violazione di ordini e furti.

Federica Iezzi

giovedì 10 gennaio 2019

Human Rights Watch accusa le autorità venezuelane di torture a prigionieri politici

Sputnik
Gli attivisti dei diritti umani venezuelani e stranieri sostengono che le forze di sicurezza di Caracas hanno arrestato e torturato militari sospettati di sovversione, si legge in un comunicato pubblicato sul sito di Human Rights Watch (HRW).


Secondo Human Rights Watch e l'organizzazione venezuelana per i diritti umani Foro Penal, le autorità locali hanno anche arrestato e torturato i familiari dei sospettati per farsi dire dove si trovassero. 

Allo stesso tempo secondo gli attivisti per i diritti umani gli arresti sono stati effettuati principalmente dagli agenti del dipartimento di controspionaggio militare (DGCIM) e del servizio di intelligence nazionale bolivariano (SEBIN).
"Il governo venezuelano ha condotto una dura repressione contro i rappresentanti delle forze armate accusati di sovversione: gli agenti dei servizi segreti non solo torturano i militari, ma in alcuni casi perseguono i loro familiari ed altri civili quando non riescono a trovare i sospetti", dichiara il direttore della divisione America di Human Rights Watch 
Jose Miguel Vivanco.
Si riporta che gli attivisti per i diritti umani hanno analizzato le informazioni su casi riguardanti 32 persone, tra cui ufficiali di vario grado e civili accusati di collaborare con il poliziotto ribelle Oscar Perez, ucciso durante un'operazione speciale nel gennaio 2018.

Come notato sul sito web di Human Rights Watch, molti detenuti non hanno potuto mettersi in contatto con le loro famiglie e gli avvocati, inoltre non hanno avuto accesso alle cure mediche necessarie. 

Molti sono stati sottoposti a torture psicologiche e fisiche, tra cui percosse, soffocamento, elettroshock e minacce di morte. 

Gli avvocati che difendono gli arrestati hanno dichiarato che le accuse contro di loro sono state fabbricate e non sono supportate da prove reali.

sabato 12 maggio 2018

Israele espelle il direttore di Human Rights Watch, Omar Shakir.

Sicurezza Internazionale
Il Ministero degli Interni israeliano ha dato al rappresentante di Human Rights Watch, Omar Shakir, due settimane di tempo per lasciare il Paese dopo l’accusa di boicottaggio contro lo Stato. L’ONG ha denunciato che il provvedimento sarebbe volto a sopprimere le critiche al governo israeliano sul rispetto dei diritti umani e ha annunciato che impugnerà la decisione presso la Corte.

Il direttore di Human Rights Watch, Omar Shakir
Shakir, cittadino americano di origini irachene, aveva ricevuto il permesso di lavorare in Israele nell’aprile 2017, dopo che il Paese si era rifiutato di riconoscergli il visto lavorativo l’anno prima. 

L’uomo, intervistato da Reuters, ha ammesso di non aver partecipato a nessuna iniziativa di boicottaggio nei confronti dello Stato d’Israele durante il suo soggiorno come rappresentante di Human Rights Watch sul territorio. 

Tuttavia, il ministro degli Interni israeliano, Aryeh Deri, ha fatto sapere di aver agito su raccomandazione del ministro per gli Affari Strategici, Gilad Erdan, il quale avrebbe raccolto diverse prove sulla collaborazione di Shakir con alcuni movimenti d’opposizione attivi nel Paese. 

Deri ha accusato il direttore dell’ONG di essere un sostenitore delle proteste antigovernative e di partecipare al movimento “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (BDS), nato nel 2005 come forma di pressione non violenta su Israele. Il ministro degli interni ha affermato: “È inaccettabile riconoscere il permesso di rimanere nel Paese a un attivista che sostiene il boicottaggio e agisce contro lo Stato. Userò tutti i mezzi in mio potere per espellere queste persone da Israele”. Il Ministero per gli Affari Strategici israeliano ha stanziato circa 36 milioni di dollari per combattere BDS.

Human Rights Watch ha condotto diversi report sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Il governo attuale, considerato uno dei più conservatori nella storia del Paese, è stato accusato più volte dall’ONG di esercitare pressione sulle organizzazioni umanitarie locali e internazionali e porre restrizioni al loro operato. 

Shakir ha sottolineato: “È la prima volta nella storia di Human Rights Watch che un operatore viene espulso da uno Stato. L’obiettivo delle autorità israeliane è mettere a tacere il dissenso”. Anche il vicedirettore esecutivo dell’organizzazione, Iain Levine, ha sostenuto che “non si tratta di Shakir, ma di colpire Human Rights Watch e spegnere le critiche sui dati raccolti in Israele in merito ai diritti umani”.

Nel gennaio di quest’anno, Israele aveva pubblicato una lista di 20 organizzazioni ai cui attivisti veniva bloccato l’ingresso nel territorio. I membri di questi gruppi, accusati di supportare iniziative di boicottaggio, si erano visti negati il visto d’ingresso e il diritto di residenza. 

Nel marzo 2017, il presidente della Campagna di Solidarietà per la Palestina, Hugh Lanning, è stato il primo cittadino inglese cui venne vietato l’ingresso nel Paese, mentre, un mese dopo, al professore universitario anglo-palestinese, Kamel Hawwash, fu negato di entrare a Gerusalemme est per incontrare la sua famiglia.

mercoledì 6 dicembre 2017

Bahrain - Amnesty e HRW: "repressione politica e religiosa contro gli sciiti", con il via libera di Trump

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International e di Human Rights Watch. La piccola monarchia, governata da una famiglia sunnita, in un Paese con il 65% di sciiti.
Beirut - In Bahrain continua la repressione contro l’opposizione politica e religiosa. Il leader del principale partito di opposizione sciita, lo sceicco Ali Salmane, è stato recentemente incriminato dalla procura di Manama per spionaggio con il Qatar. È accusato di avere legami con “un Paese straniero... e di agire per sovvertire l’ordine costituito in Bahrain e danneggiare i gli interessi nazionali”. E' accusato inoltre di “aver rivelato a un Paese straniero informazioni che possono danneggiare lo Stato e la reputazione del Bahrain”. Negli stessi giorni altri dieci esponenti sciiti sono stati condannati a dieci anni di carcere e privati della nazionalità per “complotto terroristico”. Mentre altre 19 persone sono state condannate per “collaborazione con l’Iran per rovesciare il governo.”

Una famiglia sunnita controlla un Paese con il 65% di sciiti. Il piccolo regno, una monarchia costituzionale ereditaria, è guidata dalla famiglia sunnita Khalifa, anche se la popolazione musulmana è per il 65% sciita. La repressione è iniziata nel febbraio 2001 quando, sull’onda delle cosiddette ‘primavere arabe’, anche in Bahrain iniziarono le rivolte. Al centro delle proteste, la denuncia delle discriminazioni contro la comunità sciita. Le dimostrazioni furono represse dal regime con l’aiuto di forze inviate dall’Arabia Saudita. Nel luglio 2016, il partito guidato da Ali Salmane, “al-Wefaq” era stato sciolto dal tribunale del Bahrain. Ali Salmane era stato già arrestato dalle autorità nel dicembre 2014 ed era stato condannato a nove anni di carcere.

Fuorilegge anche leader sunnita di Waad. Poche settimane fa è stato messo fuorilegge anche il “Waad”, movimento alleato di “al-Wefaq”. Il religioso Issa Qassim, massima autorità spirituale sciita del Paese, è stato privato della sua nazionalità, nel 2016, su richiesta del Ministero degli Interni. La repressione del regime non riguarda solo la comunità sciita. Il leader sunnita di Waad, Ibrahim Charif, è stato arrestato nel 2016, con l’accusa di “incitamento all’odio”, per la sua continua richiesta di maggiore democrazia nel Paese. 

A maggio Amnesty International ha denunciato lo scioglimento dei principali partiti politici di opposizione. “Il Bahrain si sta muovendo verso una repressione totale dei diritti umani”, ha detto Lynn Maalouf, direttore presso l’ufficio regionale di Amnesty International a Beirut. “Lo scioglimento di “Waad” è un attacco alla libertà di espressione e associazione. Dimostra ancora una volta che le autorità non hanno intenzione di mantenere gli impegni presi a favore del progresso dei diritti umani.”

Denunciate organizzazioni per i diritti umani. Nella stessa direzione vanno le denunce di altre associazioni per i diritti umani. “Per anni le autorità del Bahrein hanno soffocato la società civile, ma nel 2016 hanno deciso di ridurla al silenzio”, ha dichiarato Joe Stork, vice direttore della divisione Medio Oriente di “Human Rights Watch”. “La stabilità a lungo termine del Bahrain dipende da un processo di riforma politica che rispetta i diritti umani fondamentali, ma per il momento purtroppo sta avvenendo il contrario.”
Anche la mancanza di risposta internazionale alla repressione nel paese è stata ripetutamente denunciata dalle organizzazioni umanitarie.

Il via libera di Donald Trump. Nel marzo 2017, il presidente USA Donald Trump aveva detto al re Hamad del Bahrain; “Non ci sarà alcuna pressione sul Paese con la mia amministrazione”. La piccola monarchia sembra aver interpretato questa dichiarazione come una luce verde per continuare la sua politica di repressione. C’è un chiaro segnale che quella di re Hamad sia l’interpretazione corretta. Nonostante il piccolo regno ospiti la “Quinta Flotta” statunitense, Barack Obama aveva congelato la vendita degli aerei militari F-16, considerando che Manama non aveva fatto abbastanza progressi nel campo dei diritti umani. L’amministrazione Trump a settembre è tornata su questa decisione per autorizzare la vendita.

domenica 10 settembre 2017

Egitto. Hrw denuncia le torture nelle carceri, le autorità le chiudono il sito

Reuters
Il 7 settembre, l'Egitto ha bloccato il sito di Human Rights Watch, dopo che l'organizzazione ha pubblicato una relazione sulla tortura sistematica nelle carceri del Paese. 


"Le autorità egiziane continuano a insistere sul fatto che le torture siano crimini isolati perpetrate da cattivi funzionari che agiscono da soli, ma il rapporto Human Rights Watch dimostra una realtà diversa", ha detto Giovedi Stork, vice direttore del Medio Oriente di Human Rights Watch. 

La relazione, basata sui racconti di 19 ex detenuti e della famiglia di un altro, sostiene che le autorità egiziane continuano a fare ricorso ad arresti arbitrari e torture.

domenica 29 gennaio 2017

Human Rights Watch: pubblicato il World Report 2017

Blog Diritti Umani - Human Rights
La ONG Human Rights Watch ha pubblicato il suo ultimo rapporto riguardante la situazione dei diritti umani a livello globale. Il World Report 2017 fa riferimento ad avvenimenti e dati statistici del 2016 relativi a più di 90 paesi e territori di tutto il mondo.

Nella sezione riguardante l’Unione Europea si trova anche un intero paragrafo dedicato all’Italia. I punti sull’Italia che vengono toccati nel report riguardano le seguenti questioni: migranti e richiedenti asilo; bambini non accompagnati che arrivano in Italia; uso della forza, sovraffollamento e mancanza di protezione per i minori non accompagnati presso i centri di accoglienza; negoziati con paesi africani per controllare l’immigrazione e agevolare le espulsioni; la legge sulla tortura, che nel periodo di stesura del report, si trovava ferma al Senato; espulsioni dei sospettati di terrorismo; medici “obiettori di coscienza” e le unioni civili, che riconoscono l’unione a coppie omosessuali ma non il diritto di adozione.

Il Report completo può essere consultato al link sottostante.


giovedì 19 gennaio 2017

Report di Human Rights Watch: “È in atto un attacco globale contro i diritti umani: in guardia contro i populismi"

La Repubblica 
Il report di Human Rights Watch. L’elezione di Trump negli Stati Uniti, le continue violazioni perpetrate da Russia e Cina e l’insorgere di partiti xenofobi in tutta Europa. Sono questi i pericoli che mettono a rischio il sistema internazionale postbellico basato sui diritti umani

Roma – La politica sta mettendo in pericolo il sistema che dalla dichiarazione dei diritti umani in poi ha contribuito a creare. E per farlo sempre più leader eletti fanno ricadere proprio sui diritti la colpa della crisi economica, della mancanza di lavoro o delle eccessive tassazioni. Il nemico dunque sono quei diritti che ostacolano la volontà della maggioranza per tutelare le minoranze. 

E’ questo quanto emerge dal rapporto annuale di Human rights watch che attraverso una lettera da parte del direttore Kenneth Roth mette in guardia dal pericolo che l’insorgere dei populismi rappresenta per l’assetto mondiale.

Pericolo Trump. Esempio lampante del dilagare della demagogia è la vittoria i Donald Trump negli Stati Uniti dopo una campagna elettorale fatta di provocazioni e slogan inneggianti all’intolleranza e alla violenza. 
La retorica e i luoghi comuni usati dal neoeletto presidente a stelle e strisce non sono molto distanti da quelli impiegati da diversi leader europei per fare presa su un’opinione pubblica sempre più sfiduciata e lontana dalla classe politica. 
Così negli ultimi anni sono fioriti movimenti apertamente xenofobi che fanno leva sul senso di insicurezza comune per alimentare l’odio. “Trump e alcuni europei - ha detto Roth - cercano il potere fomentando razzismo, xenofobia, misoginia e nativismo. Tutti sostengono che sia necessario violare i diritti umani per garantire posti di lavoro, evitare un cambiamento culturale o prevenire gli attacchi terroristici. In realtà la violazione dei diritti umani è la strada che più facilmente porta alla tirannia”.

La politica degli zar e le frontiere chiuse. Uno dei tratti peculiari della campagna elettorale del tycoon statunitense è stato l’elogio della politica di Putin e la promessa di un riavvicinamento tra i due stati dopo il gelo di Mosca verso l’amministrazione Obama. Il governo di Vladimir Putin non si caratterizza per il rispetto di alcuni dei diritti umani basilari basti pensare al giro di vite sui media russi e le leggi a dir poco draconiane sulla libertà di parola e di riunione. Ma Mosca non è sola. Nel mirino di Hrw è finito anche il presidente Bashar al –Assad che in Siria, con il sostegno di Russia e Iran, si è reso responsabile di una serie infinita di violazioni del diritto di guerra. Il conflitto ha costretto alla fuga circa 5 milioni di siriani. Pochi paesi soprattutto europei hanno saputo sviluppare una politica di accoglienza che rendesse un’opportunità e non un peso la loro presenza.

Il coraggio di ribellarsi. Al contrario proprio su questi flussi migratori si è concentrata la retorica populista che ha fatto ricadere sulle persone in fuga le colpe di governi presenti e passati. In alcuni stati dell’Africa invece diversi leader hanno esteso o in alcuni casi direttamente rimosso il limite dei mandati governativi. In altri invece le proteste sono state represse con il sangue e tre leader hanno deciso di ritirare i propri paesi dalla Corte Penale internazionale temendone il giudizio. Il vento del populismo dunque ha preso tratti globali, una tendenza che mette in pericolo la stabilità del sistema e il rispetto dei diritti fondamentali per cui tanto si è combattuto in passato. “Ci dimentichiamo a nostro rischio - conclude Roth - i demagoghi del passato: i fascisti, comunisti e i loro simili che sostenevano una visione privilegiata degli interessi della maggioranza, ma che hanno finito per schiacciare l'individuo”.

di Chiara Nardinocchi

venerdì 29 gennaio 2016

Rapporto 2016 - Human Rights Watch descrive un mondo dove la paura mina i diritti umani

Euro News
"L'islamofobia è esattamente ciò che l'Isil vuole"
È un mondo dominato dalla paura, dove i diritti umani indietreggiano in nome della sicurezza quello che Human Rights Watch descrive nel suo tradizionale rapporto annuale
.
Radiografata dall’organismo internazionale la situazione in oltre 90 paesi. L’allarme terrorismo e la crescente xenofobia in Europa, sono fra i punti principali della relazione presentata dal direttore esecutivo di Hrw Kenneth Roth:

La crescente paura del terrorismo ha portato all’esplosione del fenomeno dell’islamofobia di cui i rifugiati e i migranti diventano il capro espiatorio. L’islamofobia è la peggiore misura anti terrorismo che si possa immaginare. È naturalmente sbagliata in sé ma è anche esattamente ciò che l’Isil vuole. Se si chiedesse all’Isil di indicare le circostanze migliori per fargli reclutare il numero massimo di volontari, ebbene la risposta sarebbe quella di dividere l’Europa, suscitando l’islamofobia e facendo sentire la popolazione islamica europea sempre più isolata.

Il direttore esecutivo dell’organismo internazionale per la difesa dei diritti umani ha fatto la sua conferenza stampa da Istanbul e non ha potuto non esprimere preoccupazione per la deriva autoritaria del governo turco, che, secondo Roth, sta soffocando l’opposizione, imbavagliando la stampa e minando l’indipendenza della magistratura.

Di Lilia Rotoloni

domenica 17 gennaio 2016

US: Press Uzbekistan on Political Prisoners, Prison Death

Human Right Wath
In Washington Talks, Raise Enforced Disappearances

Washington, DC – United States officials should publicly press Uzbekistan to free political prisoners during Annual Bilateral Consultations on January 19, 2016, Human Rights Watch and the Association for Human Rights in Central Asia said today. The Uzbek foreign minister, Abdulaziz Komilov, is scheduled to meet with high-level officials at the US Department of State at a time of continuing US military engagement with Uzbekistan over its role in a global coalition to fight the Islamic State (also known as ISIS) and ongoing US military operations in Afghanistan.

Akram Yuldashev
Human Rights Watch learned on January 11 that a prominent religious figure, 52-year-old Akram Yuldashev, one of Uzbekistan’s longest held political prisoners, died in prison in 2010 of tuberculosis. He had been due for release in February 2016, but no one knew of his fate because the authorities forcibly disappeared him in prison, denying anyone information about his whereabouts or fate since 2009.

“Akram Yuldashev should have walked out of prison next month a free man but instead he died over five years ago in a cell, hidden from his loved ones and the entire world,” said Steve Swerdlow, Central Asia researcher at Human Rights Watch. “The terrible end met by of one of Uzbekistan’s most prominent and longest held religious figures demands a strong, public response from US officials.”

Despite numerous calls by Human Rights Watch and other organizations to confirm Yuldashev’s fate, authorities refused to reveal his whereabouts or allow him any contact with his family since 2009. The refusal to provide, or concealment of, information on the fate or whereabouts of a person deprived of their liberty constitutes an enforced disappearance, a crime under international law, and is prohibited in all circumstances.

Yuldashev, a former mathematics teacher turned religious philosopher, gained a large following in Uzbekistan’s Fergana Valley in the 1990s after publishing a tract about how to live a moral life under Islam. Many of his followers started small businesses, operating them in accordance with his teachings. The authorities repeatedly interrogated him, and imprisoned him on an apparently trumped-up drug charge in 1998 and then again following a series of bombings in Tashkent in 1999 that the government attributed to Islamic “extremists.” While imprisoned in 2005, authorities accused him of being the mastermind behind an extremist group Akromiya, which authorities said was responsible for extremist attacks in Andijan, although there was no evidence linking him to any crimes.

The annual bilateral consultations are one of the most prominent meetings between the two governments. While human rights issues are regularly raised by some US officials, the quiet approach has done nothing to give Uzbekistan an incentive to address its woeful record on torture, the ongoing imprisonment of government critics and religious believers, and the widespread use of forced labor, the groups said.

The US administration should make clear during next week’s bilateral meetings that if there isn’t an improvement in the status quo they will be prepared to impose targeted restrictive measures such as visa bans and asset freezes on officials found responsible for egregious human rights abuses, including in detention. The US should also consider re-implementing the restrictions on military assistance that were in place until 2009.

In the Yuldashev case, the US administration should publicly press the Uzbek authorities to carry out a meaningful investigation and bring those responsible for his imprisonment and the concealment of his whereabouts to justice. The Uzbek government should inform Yuldashev’s family about the circumstances of his death and previous custody and allow them access to his remains.

There was no discernible improvement in Uzbekistan’s rights record in 2015. The Uzbek government, led by authoritarian president Islam Karimov, has imprisoned thousands of people on politically motivated charges, including human rights and opposition activists, journalists, religious believers, artists, and other perceived critics. Many are in serious ill-health and have been tortured, and their sentences have been arbitrarily extended in prison.

Among those imprisoned for no reason other than peacefully exercising their right to freedom of expression are 14 human rights activists: Azam Farmonov, Mehriniso Hamdamova, Zulhumor Hamdamova, Isroiljon Kholdorov, Gaybullo Jalilov, Nuriddin Jumaniyazov, Matluba Kamilova, Ganikhon Mamatkhanov, Chuyan Mamatkulov, Zafarjon Rahimov, Yuldash Rasulov, Bobomurod Razzokov, Fahriddin Tillaev, and Akzam Turgunov.

The Uzbek government has refused to disclose the whereabouts of Nuriddin Jumaniyazov or provide his lawyer with access to him since October 2014.

Five more prisoners are journalists: Solijon Abdurakhmanov, Muhammad Bekjanov, Gayrat Mikhliboev, Yusuf Ruzimuradov, and Dilmurod Saidov. Three are opposition activists: Samandar Kukanov, Kudratbek Rasulov, and Rustam Usmanov. Seven others are independent religious figures and perceived government critics: Ruhiddin Fahriddinov, Botirbek Eshkuziev, Bahrom Ibragimov, Davron Kabilov, Erkin Musaev, Davron Tojiev, and Ravshanbek Vafoev, and one, Dilorom Abdukodirova, was a witness to the May 13, 2005 Andijan massacre, when Uzbek government forces shot and killed hundreds of mainly peaceful protesters.

The US State Department’s annual country report on Uzbekistan recognizes a wide spectrum of human rights abuses by the government. But the US administration has preferred a policy of private dialogue, without any serious policy consequences for the abuses.

For a decade, the State Department has designated Uzbekistan a “country of particular concern” due to its crackdown on religious freedom. But the White House has not imposed sanctions, citing national security grounds. While the designation itself is significant, it has not kept pace with the scope and severity of the abuses in Uzbekistan. Nor has the full spectrum of diplomatic opportunities and tools been tapped to raise concerns or press for redress.

“US officials should make clear to the Uzbek Foreign Minister that his government’s continuing repression will result in meaningful, and if need be, punitive policy consequences,” said Nadejda Atayeva, president of the Association for Human Rights in Central Asia. “Knowing they’ll be held to account for abusive conduct might make Uzbek authorities think twice.”

The US should also seek to establish a special rapporteur devoted to Uzbekistan’s human rights record at the United Nations Human Rights Council, the groups said.

The US should press Uzbekistan to:
Immediately and unconditionally release all human rights defenders, journalists, political opponents, and other activists held on politically motivated charges;
End the crackdown on activists and allow domestic and international human rights organizations to operate without government interference, including promptly re-registering international human rights groups such as Human Rights Watch that have been forced to cease operating in Uzbekistan;
Take meaningful measures to end torture and ill-treatment and the accompanying culture of impunity, including by implementing in full the recommendations of the UN special rapporteur on torture, the Committee Against Torture, and the Human Rights Committee;
Ensure genuine media freedom, stop harassment of journalists, and allow domestic and international media outlets, including those that have been forced to stop operating to resume their work; grant accreditation to foreign journalists;
Allow unhindered access for independent monitors, including 13 UN monitors who have been refused permission to visit, and implement recommendations by independent UN monitoring bodies;
End forced labor in the cotton sector, and allow independent organizations and activists to conduct their own monitoring without harassment;
End religious persecution, including decriminalizing peaceful religious activity, and ending the imprisonment of thousands of people for their nonviolent religious expression.

venerdì 8 gennaio 2016

Human Rights Watch Dispatches: Arrest of Respected Politician Escalating Crisis in Ethiopia

Human Rights Watch
Over the past eight weeks, Ethiopia’s largest region, Oromia, has been hit by a wave of mass protests over the expansion of the municipal boundary of the capital, Addis Ababa. The generally peaceful protests were sparked by fears the expansion will displace ethnic Oromo farmers from their land, the latest in a long list of Oromo grievances against the government.
Security forces have killed at least 140 protesters and injured many more, according to activists, in what may be the biggest crisis to hit Ethiopia since the 2005 election violence.

The crisis has taken another worrying turn: on December 23, the authorities arrested Bekele Gerba, deputy chairman of the Oromo Federalist Congress (OFC), Oromia’s largest legally registered political party. There had been fears he would be re-arrested as the government targets prominent Oromo intellectuals who they feel have influence over the population. He was first taken to the notorious Maekalawi prison, where torture and other ill-treatment are routine. The 54-year-old foreign language professor was reportedly hospitalized shortly after his arrest but his whereabouts are now unknown, raising concerns of an enforced disappearance. Other senior OFC leaders have been arbitrarily arrested in recent weeks or are said to be under virtual house arrest.
This is not the first time Bekele has been arrested. In 2011, he was convicted under Ethiopia’s draconian counterterrorism law of being a member of the banned Oromo Liberation Front – a charge often used to silence politically engaged ethnic Oromos who oppose the ruling Ethiopian Peoples’ Revolutionary Democratic Front (EPRDF). He spent four years in prison and was only released shortly before the elections last May. The OFC ran candidates but the EPRDF coalition won all 547 parliamentary seats, a stark reflection of the unfair electoral playing field.
Bekele is deeply committed to nonviolence and has consistently advocated that the OFC participate in future elections, despite the EPRDF’s stranglehold on the political landscape.
By treating both opposition politicians and peaceful protesters with an iron fist, the government is closing off ways for Ethiopians to nonviolently express legitimate grievances. This is a dangerous trajectory that could put Ethiopia’s long-term stability at risk.

The Ethiopian government should release unjustly detained opposition figures including Bekele and rein in the excessive use of lethal force by the security forces. They should also allow people to peacefully protest and to express dissent and ensure that farmers and pastoralists are protected from arbitrary or forced displacement without consultation and adequate compensation.

These steps would be an important way to show Oromo protesters that the government is changing tack and is genuinely committed to respecting rights. Without this kind of policy shift, desperate citizens will widen their search for other options for addressing grievances.

sabato 19 dicembre 2015

Sud Sudan il destino terribile dei bambini soldato nel dossier denuncia di Human Right Watch

Euro News
A due anni esatti dall’inizio del conflitto civile in Sud Sudan, Human Rights Watch chiede alle autorità di mettere fino al reclutamento massiccio di bambini soldato. Il rapporto di 65 pagine intitolato “Possiamo anche morire”, si basa su interviste fatte a 101 minori reclutati con la forza, rimasti per mesi senza un’adeguata alimentazione, tornati a casa feriti con negli occhi le immagini dei loro amici uccisi.
Per conoscere la morte vengono portati via dalle scuole usate spesso per scopi militari, come in un edificio scolastico di Pibor: “Entrano in classe quando vogliono e bevono alcol, wisky”, racconta una bambina.

Human Rights Watch punta il dito sia contro l’Esercito governativo di Liberazione del Popolo del Sudan che contro le forze ribelli di opposizione (SPLA) che hanno fatto ricorso sistematico ai bambini soldato.

“L’esercito del Sud Sudan ha emesso un ordine militare che vieta ai soldati di utilizzare le scuole per scopi militari. La nostra inchiesta dimostra purtroppo che questa disposizione è raramente rispettata. L’esercito dovrebbe garantire il rispetto di questo divieto e far rispondere i comandanti che lo violano”, dice Dede Sheppard, vice direttore della divisione dei diritti dei bambini di Human Rights Watch.

venerdì 4 dicembre 2015

Libia: Human Rights Watch denuncia tortura in carcere di Tripoli e Misurata

Ansa
Human Rights Watch (Hrw) denuncia in un nuovo rapporto "detenzioni arbitrarie prolungate e casi di tortura nelle carceri gestite da Tripoli nell'ovest della Libia". 

Maltrattamenti che "per il loro carattere generalizzato e sistematico possono definirsi crimini contro l'umanità". Tra il 16 ed il 20 settembre Hrw si è recata in 4 penitenziari - Ain Zara e al-Baraka a Tripoli e al-Jawiyyah e al-Huda a Misurata - e ha intervistato 120 detenuti, 96 dei quali hanno affermato di essere in prigione senza un capo di accusa.

"Cinque sono sotto processo, 19 sono stati condannati, tra cui 5 alla pena capitale. Tra loro in 79 affermano di avere subito dei trattamenti equivalenti alla tortura - malmenati con tubi di plastica, cavi elettrici, bastoni e a mani nude -, altri ancora affermano di essere stati appesi al soffitto per ore o di essere stati tenuti in celle di isolamento per diverso tempo". L'organizzazione ha chiesto alle "autorità che controllano l'ovest della Libia di porre fine a questa ingiustizia".

martedì 10 novembre 2015

Turchia - Rapporto HRW: 400mila bambini e figli di rifugiati siriani senza la scuola

Askanews
Istanbul - Oltre 400mila bambini siriani che vivono in Turchia non frequentano la scuola, soprattutto per problemi economici, emergenza che potrebbe indurre un maggior numero di rifugiati a sobbarcarsi un viaggio della speranza in Europa o perfino tornare in patria malgrado la guerra civile. La denuncia è contenuta in un rapporto di Human Rights Watch.
L'ong ha sollecitato la comunità internazionale e la Turchia a intervenire con urgenza, per garantire che i siriani che sono fuggiti a causa di un conflitto iniziato quattro anni e mezzo fa abbiano un maggior accesso all'istruzione. "Non riuscire a dare un'istruzione ai bambini siriani mette un'intera generazione a rischio", ha dichiarato Stephanie Gee del programma per i diritti dei rifugiati di Hrw.

"Senza una reale speranza di un futuro migliore, rifugiati siriani in preda alla disperazione potrebbero mettere in gioco la loro vita e tornare in Siria o avventurarsi in pericolosi viaggi verso l'Europa", ha aggiunto Hrw.

L'Unhcr, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha detto di prevedere fino a 600mila migranti e rifugiati pronti a rischiare - solo nei prossimi quattro mesi - la traversata dalla Turchia alla Grecia. Le difficoltà economiche sono il principale ostacolo che impedisce ai bambini siriani di andare a scuola in Turchia, ha denunciato Hrw: i rifugiati non possono ufficialmente avere un'occupazione e spesso non sono in grado di permettersi le tasse scolastiche o le spese per i trasporti.

domenica 27 settembre 2015

Ruanda: Human Rights Watch denuncia: "emarginati reclusi in modo deplorevole senza alcun processo"

thepostinternazionale.it
Un rapporto realizzato dall'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha rivelato che il governo della Repubblica del Ruanda starebbe trattenendo illegalmente all'interno di un centro di detenzione non ufficiale la parte più emarginata della popolazione che vive a Kigali, la capitale del Paese. I detenuti vivrebbero in condizioni deplorevoli e di forte disagio, sottoposti anche a maltrattamenti e abusi da parte delle autorità del posto.

Il centro, comunemente conosciuto con il nome di Kwa Kabuga, si trova a Gikondo, uno dei sobborghi della capitale. La struttura ha cominciato a essere utilizzata come centro di detenzione almeno dal 2005. Il rapporto condotto da Human Rights Watch si basa su ricerche condotte nel sobborgo di Kigali tra il 2011 e il 2015 e fa seguito a diverse ricerche realizzate dalla stessa organizzazione nel 2006.
Dal report emerge che la maggior parte delle persone trattenute all'interno del centro provengono da situazioni di povertà e emarginazione. Le politiche adottate dal governo ruandese mirano ad allontanare dagli occhi dell'opinione pubblica tutti coloro che sono considerati come scomodi ai fini dell'immagine positiva della città che il presidente del Ruanda Paul Kagame sta cercando di diffondere al mondo: poveri, senzatetto, bambini di strada, venditori ambulanti, prostitute e presunti criminali sono le principali prede delle ronde della polizia locale.

Il ministro della Giustizia Johnstone Busingye ha spesso definito la struttura come "un centro di transito", in cui le persone sarebbero trattenute "per brevi periodi prima di eventuali misure correttive a lungo termine". Ma una dichiarazione di questo tipo si scontra in pieno con i dati diffusi da Hrw, che ha documentato, invece, casi in cui le persone sono state trattenute illegalmente all'interno del centro anche per un periodo di nove mesi. In media, dalle persone intervistate risulta che siano state trattenute nella struttura per un periodo di circa 40 giorni.

Nei 57 casi documentati dall'organizzazione per i diritti umani, inoltre, risulta che le autorità ruandesi hanno bloccato queste persone violando le leggi in vigore nel Paese. Tutti i detenuti sono stati trattenuti senza un'accusa precisa e senza alcuna aspettativa di essere sottoposti a regolare processo.

Il contesto sociale all'interno delle stanze di Kwa Kabuga non appare migliore. Ex detenuti hanno raccontato di abusi quotidiani da parte della polizia o delle altre persone ospitate. Stando alle dichiarazioni di alcuni di loro basterebbe parlare a voce troppo alta o non essere in fila per andare al bagno per scatenare l'ira delle autorità lì presenti. Dal rapporto risulta che 41 dei detenuti intervistati hanno affermato di essere stati percossi, altri sette invece hanno rivelato di aver assistito ad abusi su alcuni dei loro compagni. Le autorità si difendono dalle accuse dichiarando che le condizioni di vita a Gikondo sono del tutto positive.

Ma ancora una volta dalle pagine diffuse da Human Rights Watch emerge tutt'altro. Gli intervistati parlano di condizioni deplorevoli e degradanti e di una totale insufficienza dei beni di prima necessità: fornitura di cibo e acqua potabile non adeguata e mancanza di luoghi e mezzi per un pernottamento quanto meno dignitoso. I detenuti dormivano sul pavimento, spesso senza neppure il materasso. Quando fornito erano costretti a condividerlo per necessità con altri ospiti della struttura e la maggior parte delle volte anche con pidocchi e pulci.

Il governo, dal suo canto, quando parla di Kwa Kabuga continua a descriverlo come un "centro di riabilitazione", ma, anche qui, gli intervistati sostengono che l'assistenza necessaria alla loro riabilitazione è inesistente. Per di più, anche presumendo che il centro sia rifornito di personale sanitario, risulta che l'accesso ai trattamenti medici non rispetta in alcuna maniera gli standard minimi. Questo tipo di detenzioni arbitrarie sembrano riflettere le politiche non ufficiali adottate dal governo ruandese che cerca ad ogni costo di diffondere un'immagine della città distante da quella reale. "Kigali viene spesso elogiata per la sua pulizia e il suo ordine, ma la parte più povera dei suoi abitanti sta pagando il caro prezzo di questa immagine positiva", sostiene Daniel Bekele, direttore della sezione Africa di Hrw.

Il presidente della Repubblica del Ruanda, Paul Kagame, è stato più volte celebrato per il progresso economico che il suo paese ha compiuto a partire dal genocidio del 1994, in cui furono uccise 800mila persone, ma se il prezzo da pagare dalla maggior parte della popolazione che solitamente è relegata ai confini della società di Kigali è così alto, sarebbe opportuno che il governo ruandese rivedesse gran parte delle sue politiche di risanamento in atto nella capitale. Anche perché, da quanto risulta dalle informazioni fornite da Hrw, i detenuti di Gikondo, una volta rilasciati sono spesso riabbandonati per strada e costretti dalle autorità a lasciare la capitale.

di Andrea De Pascale

martedì 15 settembre 2015

Sudan: il nuovo rapporto di Human Rights Watch riaccende i riflettori sul conflitto “dimenticato” del Darfur

Agenzia Nova
Roma - Il governo di Khartoum non ha ancora risposto alle accuse dell’organizzazione, secondo cui "il governo sudanese deve immediatamente disarmare e sciogliere le Forze di sostegno rapido (Rsf) ed indagare e perseguire i comandanti e funzionari responsabili di questi terribili crimini". 


Le Rsf sono state istituite nel 2013 inizialmente per intervenire in Sud Kordofan prima di essere dislocate in Darfur nel 2014. Tra le atrocità più cruente denunciate nel rapporto, l’uccisione di 21 persone avvenuta nel gennaio 2015 nella città di Golo, nell’area di Jebel Marra, dove Hrw si sono verificate violenze ed abusi diffusi, tra cui lo stupro di decine di donne in un ospedale della città.

sabato 13 giugno 2015

Human Right Watch - Bambini sfruttati nelle miniere d’oro del Ghana

Pressenza
“Migliaia di bambini” lavorano nelle miniere d’oro del Ghana, in impianti per lo più “senza licenza o sfruttati in maniera artigianale”. La denuncia arriva dall’organizzazione non governativa Human Rights Watch che in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile ha reso noti i risultati di una sua indagine.


Ragazzi che spesso non hanno più di 15-17 anni vengono, in particolare, impiegati per il trasporto di pesanti carichi nelle gallerie delle miniere e sono a rischio di sviluppare malattie respiratorie o di essere avvelenati dal mercurio, che altri di loro usano per la lavorazione del minerale.

Ad arrestare il problema – nota Human Rights Watch – non bastano i controlli che sono effettuati regolarmente da 5 delle 6 aziende che si occupano di raffinare l’oro ghanese. In molte di queste ispezioni, infatti, ha spiegato la ricercatrice di HRW Juliane Kippenberg, si riscontrano carenze.

A mancare, in particolare è un monitoraggio costante e anche al governo ghanese, in questo senso, sono state attribuite responsabilità. Il locale ministero del lavoro, tuttavia, ha ribadito di non potere affrontare efficacemente il fenomeno “per un problema di risorse”.

Il dossier, presentato ad Accra, è il risultato di indagini condotte nelle regioni di Western, Central e Ashanti, intervistando decine di bambini-lavoratori nelle miniere d’oro. Questo minerale, dopo il petrolio, è la più importante fonte di reddito per il Ghana, che ne è il secondo produttore africano alle spalle del Sudafrica.