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venerdì 23 ottobre 2020

Spiragli di pace per il Sud Sudan - Accordo e nuovo cessate il fuoco con la mediazione di Sant'Egidio

Riforma.it
La firma del nuovo accordo di cessate il fuoco e di una dichiarazione di principi apre alla possibilità di mettere fine a un conflitto che dura ormai dal 2013. Intervista al mediatore Paolo Impagliazzo (Sant’Egidio)

Foto: santegidio.org

Due firme per una nuova stagione in Sud Sudan. È questa la speranza con cui si è concluso a Roma la scorsa settimana il terzo round di incontri e negoziati per la pace nel più giovane Paese del mondo. Questa sessione ha portato alla firma di un accordo di cessate il fuoco e di una Dichiarazione di principi a livello politico, un risultato importante nell'avvicinare le parti in conflitto, con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio.

«Queste firme - racconta Paolo Impagliazzo, segretario di Sant’Egidio e mediatore in questi negoziati - sono quelle di coloro che avevano firmato l'accordo del 2018 tra Riek Machar e Salva Kiir, i due maggiori contendenti nel paese, ma alcuni gruppi politici e anche armati non avevano voluto firmare questo accordo».

Le nuove trattative erano cominciate a gennaio e avevano avuto una seconda fase a febbraio 2020, ma la pandemia di Sars-Cov-2 aveva interrotto il dialogo politico, portando a nuovi scontri e violenze, concentrate soprattutto nella zona dell'Equatoria, la parte meridionale del Sud Sudan.

Quali sono in questo momento, a nove anni di distanza della nascita del Paese, i punti centrali di questo conflitto?
«Dopo una lunghissima guerra di secessione dal Sudan, il 9 luglio del 2011 era stata dichiarata l’indipendenza del Paese, ma nel 2013 e nel 2016 ci sono stati due scontri molto importanti che hanno portato alla guerra civile. Questo ha significato milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, milioni di persone che sono sfollati interni e 400.000 morti, quindi un conflitto davvero sanguinoso e difficile. Il Sud Sudan è un Paese ricchissimo da un punto di vista delle risorse naturali e anche per questo i Paesi limitrofi, in particolare il Sudan e l’Uganda, sono sempre stati molto interessati. Questo fa sì che abbiano molto contribuito per esempio all’accordo di pace del 2018 e a sostenere la stabilizzazione del Paese. È un conflitto che coinvolge tutti i Paesi confinanti, quindi principalmente il Sudan, l'Uganda, ma anche l'Etiopia il Kenya».

Quali sono i prossimi passi, ma soprattutto l’orizzonte che si apre dopo questa firma?
«Prima di tutto dobbiamo far tacere le armi. Questo è un punto fondamentale, ci eravamo riusciti a febbraio firmando una risoluzione che portava le due parti, quelle al governo e quelle che non hanno firmato l’accordo del 2018, a far cessare le violenze. Il cessate il fuoco ha retto per tre mesi, salvando e risparmiando vite umane, e anche riducendo la sofferenza della popolazione civile in particolare nell'Equatoria centrale. Tutto questo si è perduto con il coronavirus, perché la mancanza di dialogo politico ha provocato nuovi scontri con nuove vittime e tantissimi rifugiati un’altra volta, quindi l’obiettivo è quello di far tacere le armi, cioè che il cessate il fuoco diventi una cessazione permanente delle ostilità. È un percorso che dovrebbe portare ai primi di novembre a un incontro tra i capi militari delle due parti. Questo è molto importante, perché i militari, a differenza dei leader politici, hanno il controllo dei propri uomini sul terreno».

In molte occasioni, soprattutto nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a una comunità internazionale sempre più impotente di fronte alle guerre civili o regionali. L’abbiamo visto in Siria, in Libia, in Yemen, solo per citare alcuni casi. In questo caso ci sono delle discontinuità rispetto agli altri conflitti di lunga durata?
«Va detto che una volta che il Sud Sudan ha acquisito l’indipendenza, la comunità internazionale si è un po’ disinteressata e la mancanza di un sostegno, soprattutto nella costruzione di una nuova nazione, ha portato questi scontri. C’è bisogno di un nuovo coinvolgimento della comunità internazionale che sostenga questo processo di riconciliazione e pacificazione. È molto evidente in diversi Paesi, anche in Africa, che questi conflitti sono lasciati un po’ a loro stessi con piccoli potentati locali che diventano molto importanti e che possono provocare molta sofferenza. L’impegno della comunità internazionale, delle Nazioni Unite, è fondamentale, anche perché crediamo che un coinvolgimento sia più che necessario e che basterebbe poco per riportare la stabilità».

Marco Magnano

Link correlati: sant'egidio.org  Riprende il processo di pace in Sud Sudan con i colloqui di Sant'Egidio: l'impegno per il dialogo tra le parti e un nuovo accordo per il cessate il fuoco

mercoledì 30 settembre 2020

Nel Sud Sudan provato dalla guerra, livelli di fame catastrofici per una serie di alluvioni

greenreport.it
Le piogge torrenziali hanno lasciato centinaia di migliaia di senzatetto e gonfiato i campi profughi di chi era fuggito dalla guerra civile

Il World food programme (Wpf) ha lanciato un nuovo terribile allarme su quanto sta accadendo in Sud Sudan, lo Stato più giovane dell’africa che non ha ancora trovato la pace. Circa 700.000 persone sono in gravissime difficoltà dopo che una serie di alluvioni hanno colpito tutto il Paese, paese, sommergendo centri abitati, coltivazioni e bestiame.

Matthew Hollingworth, direttore del Wfp in Sud Sudan ha sottolineato che «Più di 36 contee del Paese sono sott’acqua, le alluvioni hanno sommerso interi villaggi, case, fattorie, uccidendo il bestiame e mettendo fine ai mezzi di sussistenza».

La situazione sembra particolarmente grave negli Stati di Jonglei e Unity, dove sono stati sommersi centri sanitari e abitazioni, molte comunità sono isolate e gli animali «giacciono morti nei campi». Le scuole che avrebbero dovuto aprire la prossima settimana «sono piene di senzatetto». Secondo Hollingworth, «L’inondazione è probabilmente la peggiore degli ultimi 60 anni, Le piogge di quest’anno sono iniziate prima che le acque alluvionali dell’anno scorso si fossero ritirate completamente».

Il Wfp dice che circa 5,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, la metà della popolazione totale del Sud Sudan.

martedì 17 settembre 2019

Sudan e Sud Sudan alla ricerca della pace. Il nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, per 2 giorni in visita in Sud Sudan

Africa - Missione e cultura
ll nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, è volato in Sud Sudan per una visita di due giorni.
Il tour servirà per consolidare il processo di pace tra i Paesi cercando di mettere fine alle tensioni che si sono registrate negli ultimi anni. Hamdok, un ex diplomatico delle Nazioni Unite, è entrato in carica tre settimane fa in virtù di un accordo tra i partiti militari e civili in Sudan dopo mesi di manifestazioni contro i generali che hanno preso il potere dopo aver rovesciato il presidente Omar al-Bashir.

Il governo sudanese si è posto subito l’obiettivo di porre fine ai conflitti che per anni hanno coinvolto direttamente o indirettamente il Sudan e messo il Paese ai margini della comunità internazionale (va ricordato che la Corte penale internazionale ha perseguito Bashir per genocidio nella regione del Darfur).

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 dopo decenni di guerra civile. Da allora i due Paesi si sono spesso accusati di ospitare o aiutare i ribelli a combattere contro i loro governi.

«È giunto il momento di fermare la guerra nel Sudan e nel Sud Sudan», ha dichiarato Awut Deng Acuil, ministro degli Esteri del Sud Sudan. Mercoledì, i rappresentanti del Sudan hanno firmato un accordo con diverse fazioni di ribelli (tra cui quelli del Darfur nonché quello di Abdelaziz Al-Hilu, leader di un’ala della SPLM -N) che delinea una road map. Partendo da questo accordo, si dovrebbe poi riuscire a comporre le dispute anche in Sud Sudan

Buone relazioni tra le due nazioni sono fondamentali anche per garantire il flusso di petrolio dai campi nel Sud Sudan al Mar Rosso attraverso le condotte che passano per il Sudan. Per questo motivo, Hamdok avrà colloqui anche con funzionari del Sud Sudan per dirimere le controversie sui confini e la libera circolazione delle persone tra i due Paesi. «Sto cercando di raggiungere un rapporto molto strategico tra le nostre due nazioni», ha detto.

sabato 15 giugno 2019

Sud Sudan, 7 milioni soffrono la fame. La guerra civile a causato migliaia di vittime e il blocco dell'economia.

Africa - Missione e cultura
Almeno sette milioni di persone soffrono la fame in Sud Sudan, un numero mai raggiunto prima: a lanciare l’allarme, le tre agenzie Onu Fao, Unicef e World Food Program, in una nota congiunta

«Nei prossimi mesi si prevede che il 61% della popolazione dovrà affrontare livelli estremi di insicurezza alimentare – riferiscono le tre agenzie – ed entro la fine di luglio circa 6,96 milioni di sud-sudanesi dovranno affrontare livelli acuti, o addirittura peggiori, di mancanza di cibo».

Saranno circa 21.000 le persone, si stima, esposte a una catastrofica mancanza di accesso al cibo, mentre circa 1,82 milioni di persone saranno nella Fase di emergenza e altri 5,12 milioni di persone nella Fase 3 della scala delle carestie. 

Tra le cause del peggioramento della situazione, le piogge scarse e giunte in ritardo, e il prezzo elevato del cibo che ne limita l’accesso a una grande parte della popolazione, che si aggiungono alla scarsità di scorte del misero raccolto del 2018.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo. Raggiunta l’indipendenza nel 2011, è subito sprofondato in una sanguinosa guerra civile che ha causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati. L’insatbilità diffusa ha bloccato l’economia locale.

venerdì 7 dicembre 2018

Sud Sudan. Escalation di condanne a morte ed esecuzioni. 7 esecuzioni nel 2018

Corriere della Sera
Il paese più giovane del mondo ha deciso di puntare sulla pena più antica. Dal 2011, anno dell'indipendenza, i tribunali del Sud Sudan hanno emesso almeno 140 condanne a morte, 32 delle quali eseguite mediante impiccagione. 

Quest'anno le condanne eseguite sono state sette, di cui una nei confronti di un minorenne al momento del reato. Amnesty International teme che 135 prigionieri - su una popolazione complessiva nel braccio della morte di 342 condannati - siano a rischio imminente di esecuzione, tra la fine dell'anno e il prossimo.

La Direzione generale del Servizio nazionale delle prigioni ha ordinato infatti il loro trasferimento nelle carceri centrali di Wau e Giuba, dove si eseguono solitamente le condanne a morte. 

Tra coloro che rischiano l'impiccagione ci sono un ragazzo ora 16enne e una donna in fase di allattamento. Lo scorso anno erano state eseguite quattro condanne a morte, due delle quali nei confronti di minorenni al momento del reato. 

La pena di morte è prevista per un'ampia serie di reati: omicidio, terrorismo, banditismo, insurrezione, sabotaggio, falsa testimonianza che determina l'esecuzione dell'incolpato, tradimento e traffico aggravato di droga.

domenica 2 dicembre 2018

Orrore in Sud Sudan - Medici Senza Frontiere: 125 donne e bambine violentate e picchiate negli ultimi 10 giorni

Globalist
L'allarme arriva da Medici senza Frontiere: nel paese la guerra civile va avanti dal 2013 e ha provocato 400 mila morti e moltissimi sfollati.



Numeri che fanno rabbrividire: centoventicinque donne e bambine anche di meno di 10 anni sono state aggredite, picchiate e violentate in una regione del Sud Sudan negli ultimi dieci giorni.

L'allarme arriva da Medici senza Frontiere (Msf) che ha detto di aver dovuto fornire assistenza medica e psicologica alle vittime delle «brutali aggressioni», tra le quali vi sono anche donne incinte e altre di oltre 65 anni.

Secondo le testimonianze raccolte da Msf, le violenze sono avvenute mentre le donne e le bambine si dirigevano ad un centro di distribuzione di generi alimentari a Bentiu, nel nord del Paese. Gli stessi testimoni hanno detto che gli aggressori erano uomini in divisa da miliziani e in abiti borghesi di cui non si conosce l'appartenenza.

Le violenze sessuali sono una piaga largamente diffusa nella guerra civile che insanguina il Sud Sudan dal 2013, con un bilancio di 400.000 morti e circa un terzo della popolazione costretta a fuggire dalle proprie case.

venerdì 16 novembre 2018

Sud Sudan, graziati due condannati a morte, per celebrare l’accordo di pace

Presenza
Il 31 ottobre 2018, come gesto riconciliatorio a sostegno dell’accordo di pace sottoscritto il 12 settembre, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir ha graziato due condannati a morte.


Si tratta di James Gatdet Dak, già portavoce dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese – Opposizione, una delle due fazioni che hanno combattuto negli ultimi cinque anni una guerra fratricida e sanguinosa costata decine di migliaia di morti e quattro milioni di sfollati e di William Endley, un cittadino sudafricano che agiva come consulente del leader della fazione di opposizione ed ex vicepresidente del paese, Riek Machar, che è previsto rientri in carica nell’ambito dell’attuazione dell’accordo di pace.

Endley era stato condannato a morte per tentativo di rovesciare il governo, Gatdet per tradimento.

Prima di essere stato condannato a morte, Gatdet era stato vittima di una clamorosa violazione del diritto internazionale: registrato regolarmente come rifugiato in Kenya, nel novembre 2016 era stato rapito nella sua abitazione di Nairobi, trasferito nel Sud Sudan e qui immediatamente arrestato.


Riccardo Noury

mercoledì 7 novembre 2018

Rapporto ONU: Sud Sudan, diritti umani violati nel paese in guerra. Rapimenti di civili, donne violentate, bambini soldato

Osservatorio Diritti
Un report dell'Alto commissariato Onu per i Diritti umani fa luce sugli attacchi dell'esercito di liberazione popolare sudanese contro i civili in Sud Sudan. Colpiti almeno 28 villaggi, rapiti 887 civili, oltre 500 donne vittime di violenza sessuale e bambini soldato reclutati con la forza.



Attacchi in almeno 28 villaggi; 887 civili rapiti, di cui 505 donne e 63 ragazze, molte delle quali con tutta probabilità vittime di violenza sessuale o ridotte in schiavitù; uomini e ragazzi reclutati con la forza per ingrossare le file dell’esercito e prendere parte alle ostilità. 

A documentare i drammatici numeri della guerra in Sud Sudan è l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in un report che fa luce sugli attacchi perpetrati dall’esercito di liberazione popolare sudanese contro i civili negli stati di Gbudwe e Tambura, solo tra aprile e agosto 2018.

Felicia Buonomo

sabato 27 ottobre 2018

Sud Sudan - Nuovo Report sui diritti umani: rapimenti di civili, bambini soldato, bambine schiave sessuali, ...

Blog Diritti Umani - Human Rights
Rapimenti, bambini soldato reclutati a forza, schiavitù sessuale di bambine di 12 anni. Gravi violazione continuano in Sud Sudan nella regione occidentale di Equatoria


In un rapporto congiunto dell'Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e della missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan ha messo in luce la difficile situazione dei civili coinvolti nei combattimenti.

Vengono documentati gli attacchi in almeno 28 villaggi, dove sono stati rapiti quasi 900 civili, tra cui 505 donne e ragazze, evidenziando casi di abusi commessi dall'opposizione e dall'Esercito di liberazione del popolo sudanese contro i civili.

Eugene Nindorera, rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani nella Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, ha dichiarato che la relazione copre le indagini negli stati di Tambura e Gbudue nell'Equatoria occidentale. "Siamo stati in grado di documentare che l'IO, Riek Machar, ha rapito 900 persone, la maggior parte di loro sono donne e bambini. Alcuni di loro erano in reclutamento forzato ma anche un certo numero di ragazze che sono state rapite e di conseguenza violentate ".

Il rapporto osserva che sia i gruppi guidati da Riek Machar che le forze governative sono responsabili di attacchi contro i civili, che hanno portato agli spostamenti di oltre 24.000 persone.

"I rapimenti sono molto preoccupanti perché la maggior parte di loro sono ancora nelle mani dei rapitori. Ciò che è importante per noi è assicurarci che vengano rilasciati il ​​prima possibile. 
Ha detto Nindorera.

Il Sud Sudan è precipitato nella guerra civile due anni dopo l'indipendenza dal Sudan nel 2011, quando una disputa politica tra Kiir e l'allora vicepresidente Riek Machar è degenerata  in scontri armati.

ES

Fonte: Reuteur

domenica 30 settembre 2018

Sud Sudan: il presidente Salva Kiir rilascia tutti i prigionieri politici

Blog Diritti Umani - Human Rights
Due settimane dopo la firma di un accordo di pace tra i due belligeranti, il presidente 
Salva Kiir ha annunciato la liberazione di tutti i prigionieri di guerra e prigionieri politici. Una pubblicazione che ha effetto immediato, secondo un decreto letto alla televisione nazionale giovedì sera.


Il capo dello stato ha anche chiesto che il cessate il fuoco, incluso nell'accordo di pace, fosse immediatamente attuato. Per il principale partito di opposizione di Riek Machar, è davvero un gesto di buona volontà, ma è ancora troppo presto per festeggiare.

"Questa è la prima volta che il governo ha fatto un tale annuncio sui prigionieri di guerra", ha detto Puok Both, portavoce di SPLM-IO. Diamo il benvenuto e speriamo che il governo ora rispetti le sue promesse. Ma questo rimane solo un decreto finché non sarà implementato. "

Secondo i ribelli, questa decisione interesserebbe circa 400 persone, tra cui l'ex portavoce Riek Machar, James Gatdet Dak.

L'SPLM-IO aggiunge che essi stessi hanno rilasciato circa 50 detenuti l'anno scorso. E che sono pronti a liberare coloro che rimangono - una dozzina - una volta che il governo avrà mantenuto la sua promessa.

Per l'analista politico Zacharia Diing Akol, se questa versione è confermata, è un importante passo avanti.

ES

venerdì 28 settembre 2018

Guerre dimenticate - Sud Sudan «In cinque anni di guerra 400mila vittime»

Avvenire
I combattimenti hanno provocato l'esodo di un milione di profughi, all'interno del Sud Sudan e nei Paesi vicini
I cinque anni di guerra civile in Sud Sudan hanno causato direttamente "quasi 190mila" morti ma considerando anche altri fattori come le malattie la cifra sale a 382.900 vittime. 

Lo sostiene uno studio pubblicato oggi sul proprio sito dalla "London School of Hygiene & Tropical Medicine" (Lshtm)
Il conflitto, che sembra per ora terminato con un nuovo acordo di pace (il dodicesimo) firmato ad Addis Abeba una decina di giorni fa, ha causato anche "circa due milioni di sfollati all'interno del Sudan del Sud e altri 2,5 milioni di profughi nei paesi confinanti", rileva inoltre una sintesi dello studio dell'ateneo britannico.
La maggior parte delle morti è avvenuta nelle regioni del nord-est e del sud con un picco nel biennio 2016-2017, nota la ricerca precisando che le vittime sono stati soprattutto maschi adulti. 

La guerra civile, iniziata dal 2013, due anni dopo la conquista dell'indipendenza dal Sudan, è stata combattuta tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del suo ex vice Riek Machar, spaccando il Paese lungo faglie etniche a sostegno del capo di Stato (i maggioritari dinka) e del suo avversario (i nuer).

sabato 8 settembre 2018

Sud Sudan. Amnesty: "omicidi, torture e sparizioni nell'inferno delle carceri"

africa-express.info
Stroncare l'opposizione con tutti i mezzi. Questa pare essere la parola d'ordine di Salva Kiir, presidente del Sudan del Sud. "Le persone sono arrestate per le loro affiliazioni politiche e in base all'appartenenza etnica - denuncia Seif Magango, vicedirettore di Amnesty International per il Corno d'Africa e la Regione dei Grandi Laghi - Per mano delle forze di sicurezza del governo sono sottoposte a sofferenze inimmaginabili, a volte fino alla morte".


Secondo una nota dell'ong che difende i diritti umani, quattro uomini arrestati nel 2014 sono deceduti in carcere nel 2017 a causa delle torture, delle difficili condizioni carcerarie e delle inadeguate cure mediche. 

Si chiamavano Mike Tyson, Alison Mogga Tadeo, Richard Otti e Andria Baambe. Erano prigionieri nelle galere sud sudanesi per presunta appartenenza all'opposizione. Si aggiungono ad almeno altri 20 detenuti morti di stenti e torture nell'inferno delle carceri del giovane Paese africano. 

Eppure il presidente Kiir, nel marzo 2017, si era impegnato a rilasciare i prigionieri politici entro il 30 agosto dello stesso anno. Poi ha cambiato idea e spostato la data al dicembre 2017 in occasione della firma dell'accordo di cessazione delle ostilità. E l'ha rimandata ancora una volta decidendo per il mese di giugno 2018 al momento della firma della Dichiarazione dell'accordo di Khartoum tra le parti del conflitto.

Nell'ultimo report di Amnesty pubblicato oggi intitolato "A trail of broken promises" (Una scia di promesse non mantenute), si trova il terrificante racconto di ex detenuti. Obbligati a bere acqua del gabinetto o picchiati con spranghe di ferro; raramente venivano fatti uscire dalle loro celle per vedere la luce del sole ed era loro vietato parlare con altri prigionieri. Ad alcuni veniva dato il cibo una volta al giorno, ad altri qualche volta alla settimana e venivano torturati con i cavi elettrificati finché svenivano. Ex detenuti hanno raccontato che alle loro famiglie e agli avvocati difensori è stato negato l'accesso al carcere. In alcuni casi, le autorità, in modo deliberato, hanno trasferito i detenuti in altra struttura detentiva per impedire che le famiglie e gli avvocati li trovassero.

Una delle ultime vittime del regime dittatoriale di Salva Kiir è Peter Biar Ajak. Accademico laureato ad Harvard e attivista sud sudanese, è presidente del Forum dei Giovani leader del Sud Sudan. Biar Ajak è stato arrestato lo scorso 28 luglio all'aeroporto internazionale di Juba mentre stava per partire per Aweil, nel nord-ovest del Paese. Doveva partecipare a un incontro del Forum da lui organizzato. L'accademico è in carcere a Juba nel quartier generale delle forze di sicurezza sud sudanesi senza conoscere i motivi del suo arresto e gli è stato impedito incontrare il suo avvocato.

Il Sudan del Sud è il 54esimo Stato africano e il più giovane. Ha conquistato l'indipendenza da Sudan con un referendum il 9 luglio 2011 passato con oltre il 98 per cento. Dal dicembre 2013 è in atto una guerra civile tribale tra l'etnia dinka, rappresentata dal presidente Salva Kiir, e l'etnia nuer, dell'ex vicepresidente Riek Machar. Si stima che il conflitto abbia causato circa 50 mila morti e quattro milioni di sfollati. Il 29 agosto scorso è stato firmato il trattato di pace tra le parti in lotta. Reggerà?

Sandro Pintus

venerdì 31 agosto 2018

Sud Sudan: Machar firma il trattato di pace per mettere fine alla guerra civile

Africa - Missione e cultura
Il leader dei ribelli sudsudanesi Riek Machar ha infine firmato l’accordo di pace con il governo di Juba. L’annuncio è stato dato ieri, giovedì 30 agosto, a Khartoum, capitale del Sudan, Paese che sta gestendo la mediazione tra le parti. 


L’accordo di pace era già stato approvato dalle autorità sudsudanesi. L’intesa dovrebbe porre fine alla guerra civile che ha insanguinato il paese dal 2013.

Martedì, Riek Machar si era rifiutato di firmare il documento. Il leader dei ribelli sudsudanesi e altri gruppi di opposizione avevano chiesto che le loro riserve fossero incluse nel testo finale. 

Una richiesta alla quale Riek Machar alla fine ha rinunciato, ha spiegato il ministro degli Esteri sudanese Al Dir Diri Ahmed. Secondo il ministro, la firma finale dell’accordo avverrà in un vertice Igad. La data di questo summit dovrebbe essere annunciata presto, dice.

sabato 18 agosto 2018

In Sud Sudan più di 100 bambini-soldato rilasciati dai gruppi armati, oltre 900 quest’anno ma 19 mila ancora nei gruppi armati

DailyCases
Più di 100 bambini sono stati rilasciati da due gruppi armati in Sud Sudan, portando quest’anno il numero totale di minorenni liberati ad oltre 900. Questa è stata la quarta cerimonia di rilascio nel 2018 e, come i due eventi precedenti, si è svolta nella città di Yambio, nel sud del paese. Ulteriori rilasci sono previsti nei prossimi mesi.


“I progressi compiuti quest’anno ci danno motivo di sperare che un giorno tutti i 19.000 bambini ancora nelle file dei gruppi armati e delle forze armate potranno tornare alle loro famiglie”, ha dichiarato Mahimbo Mdoe, Rappresentante UNICEF in Sud Sudan. “Fino al raggiungimento di questo obiettivo, il lavoro per porre fine all’utilizzo e al reclutamento dei bambini deve continuare”.

La maggior parte dei 128 (90 maschi; 38 femmine) bambini rilasciati proviene dal South Sudan National Liberation Movement (SSNLM) – che nel 2016 ha firmato un accordo di pace con il governo e sta ora integrando i suoi ranghi nell’esercito nazionale – mentre un piccolo numero è stato rilasciato dal Sudan People’s Liberation Army-In Opposition (SPLA-IO).

Durante la cerimonia, i bambini sono stati formalmente disarmati e rivestiti con abiti civili. Ora verranno effettuati screening medici e i bambini riceveranno sostegno psicosociale nell’ambito del programma di reinserimento, attuato dall’UNICEF e dai suoi partner.

Quando i bambini rientreranno a casa, le loro famiglie riceveranno dal WFP assistenza alimentare per tre mesi per sostenerne il reinserimento iniziale. I bambini riceveranno inoltre una formazione professionale volta a migliorare il reddito familiare e la sicurezza alimentare. Non essere in grado di sostenersi economicamente può essere un fattore chiave per associare i bambini ai gruppi armati. Oltre agli aiuti di sussistenza, l’UNICEF e i suoi partner garantiranno ai bambini rilasciati l’accesso al sostegno psicosociale, a servizi educativi specifici per età nelle scuole e a centri di apprendimento accelerato.

“I rilasci sono frutto degli sforzi congiunti di UNICEF, UNMISS e i partner governativi. I negoziati con le parti in conflitto richiedono notevole energia e impegno da parte di tutti i soggetti coinvolti”, ha dichiarato Mdoe. “Sono molto grato ai nostri partner e alle nostre controparti del governo per i loro sforzi a favore dei bambini del Sud Sudan”.

L’UNICEF Sud Sudan richiede 45 milioni di dollari per sostenere il rilascio, la smobilitazione e il reintegro di 19.000 bambini nei prossimi tre anni.

giovedì 9 agosto 2018

Il Sud Sudan firma l'accordo di pace con i ribelli

La Repubblica
L'intesa è stata siglata a Kartum tra il presidente Salva Kiir e il capo dei ribelli, Riek Machar. In virtù dell'accordo, Machar entra nel governo d'unità nazionale come primo vicepresidente.
La firma dell'accordo dovrebbe mettere fine alla sanguinosa guerra civile che affligge il Paese ormai da 5 anni. "E' stato firmato un accordo sulle questioni in sospeso e questo accordo esprime l'impegno di tutte le parti a un cessate il fuoco", ha detto il ministro degli Esteri Al-Dirdiri Mohamed alla televisione di stato del Sudan. 

"Siamo tutti consapevoli del fatto che alcuni dei partiti non erano disposti a firmare e ora sono lieto di confermare che tutti i partiti politici del Sud Sudan firmeranno l'accordo davanti a voi", ha aggiunto.
Venerdì, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha detto che crede che il nuovo accordo di pace tra il suo governo e il principale gruppo ribelle non collasserà perché non è stato deciso con la forza come è accaduto in passato.

Indipendente dal 9 luglio 2011, il Paese più giovane del mondo è nato dal referendum di gennaio 2011 con la partecipazione di oltre il 96% dei cittadini, compresi i sudanesi del sud che vivevano al nord e si trasferirono per il voto. Il 30 gennaio i risultati mostrarono come la popolazione fosse nettamente a favore dell'indipendenza. A seguito dei risultati, il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato uno Stato pienamente indipendente e membro delle Nazioni Unite, nonostante controversie in sospeso con il Nord, quali la ripartizione dei proventi del petrolio i cui giacimenti si trovano all'80% nel Sud, mentre la maggior parte degli impianti di raffinazione si trova al Nord.

La guerra civile tra il nuovo governo e il gruppo di ribelli capeggiato da Riek Machar, è scoppiata due anni dopo l'indipendenza. Il conflitto ha ucciso decine di migliaia di persone e costretto alla fuga oltre 3 milioni di persone su una popolazione di 12 milioni

lunedì 9 luglio 2018

9 luglio – Indipendenza del Sud Sudan. Ma il suo dramma continua ...

Africa - Missione e cultura
2011. Dopo quarant’anni di guerra, in seguito al referendum previsto dall’accordo di pace tra esercito di liberazione (Spla/Splm) e Khartoum, viene issata la bandiera del 54° Stato d’Africa, smembrato dal Sudan, a oggi la più giovane nazione del mondo. Già nel 2013 scoppiava una feroce guerra intestina, che ancora non è conclusa.
«Il dramma continua, è diventato un dramma fratricida tra tribù dello stesso Paese, ma non solo tra le due principali, dal momento che in totale ce ne sono 64. È una lotta che ruota intorno al potere e alla gestione delle risorse, e poi tutta la comunità internazionale – dagli americani agli inglesi, passando per i russi e i cinesi – ha grandi interessi in questo Paese, perché il Sud Sudan ha grossi giacimenti di petrolio e altre risorse». 
(Padre Daniele Moschetti, missionario comboniano)

lunedì 28 maggio 2018

Sud Sudan, La lettera di un missionario la terribile condizione del paese

Avvenire
Quando la lettera mi arriva sulla scrivania, ancor prima di leggerla, già ne intuisco il contenuto e vedo lui con il cuore spezzato per il dispiacere. Guardo i francobolli del Kenya e non mi sorprende affatto che il timbro postale è del 26 febbraio. Dall'Africa a Milano più di due mesi di viaggio. 
Bambini soldato in Sud Sudan
Un po' come accade con i migranti, anche se loro di tempo ne consumano molto ma molto di più. Del resto, le parole che leggerò raccontano proprio di loro, la storia che precede la decisione che li spingerà a intraprendere il cammino della speranza. 

Perché da dove provengono queste vite, la speranza viene violentata e uccisa ogni giorno che cade sulla terra.
«Caro fratello, Gesù risorto fa miracoli... ma ha bisogno del tuo aiuto!», comincia con queste parole la lettera che padre Giacomo "Jim" Comino, da 56 anni missionario salesiano, di cui 25 passati in Africa, mi invia dal Sud Sudan. L'ho conosciuto molti anni fa a Khartoum, quando si occupava della "Scuola professionale, centro giovanile, tipografia, scuola per adulti e centro assistenza profughi Don Bosco" nella capitale del Sudan arabo musulmano. Erano gli anni della guerra che si combatteva nelle regioni equatoriali del Sudan meridionale, a prevalenza cristiano e animista. In ballo c'era l'indipendenza di quest'ultimo, siglata poi nel 2011. E soprattutto un bottino ancor più ambito: i ricchissimi giacimenti petroliferi e minerari. Ma ecco che i fratelli uniti per l'indipendenza, nel 2013, si rinnegano per soldi e potere.
«La lotta fratricida-tribale continua a mietere innumerevoli vittime. Tradirei la mia vocazione missionaria salesiana e farei un torto specialmente a 5 milioni di persone, di cui un milione sono bambini affamati, se non portassi il loro grido, ignorato, dimenticato e soffocato dai mass media – scrive un amareggiato padre "Jim" Comino –. I vescovi e noi missionari abbiamo chiesto e implorato le autorità di rispettare i valori fondamentali della vita, i diritti umani, e nel nome del signore di fermare le atrocità pazzesche, con stupri di migliaia di bambine e donne, di bambini bruciati vivi, e di orrendi crimini di guerra». 

«Dopo l'indipendenza, le speranze del Paese più giovane del mondo, ma anche del più povero e pericoloso, sono cadute con la cruenta guerra civile per il potere e la gestione delle risorse. Atrocità inumane hanno bruciato la gioia di 17mila bambini addestrati per farne dei terribili bambini soldato, il cui motto è: uccidi o sarai ucciso. Sono violentati, sfruttati, usati come scudi umani e come kamikaze. A tutto questo aggiungiamo la povertà estrema e la tremenda carestia. Una fame calcolata voluta dal governo, che sovente blocca gli aiuti alimentari che con difficoltà riusciamo ad avere, perché ci accusano di aiutare i nemici. Ma per noi sono tutti figli di Gesù risorto. La gente si nutre di radici e bacche selvatiche... Mamme con 4 o 5 bambini per mano e uno legato sulla schiena arrivano in missione sfinite dalla fame e dopo avere partorito per strada...».
La lettera, spedita dal Kenya, perché in Sud Sudan non esistono gli uffici postali, si chiude con una richiesta di aiuto: «Con il prezzo di un caffè possiamo dare un pasto a tre bambini». La lettera doveva raggiungermi per gli auguri di Pasqua. Ma anche a ricordami che tutti i giorni la speranza di un nostro prossimo è messa sulla Croce. Padre "Jim" il 29 maggio compirà 79 anni. Facciamogli un regalo.

Claudio Monici

domenica 22 aprile 2018

Più di 200 bambini soldato rilasciati in Sud Sudan.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Ganiko e Jackson di 12 e 13 anni, sono due dei 207 bambini-soldato che sono stati rilasciati il ​​17 aprile da gruppi armati nel Sud Sudan. Si prevede che, nei prossimi mesi, altri 1.000 abbandoneranno i gruppi armati che li hanno rapiti



Nel 2016, Khamisa [nome fittizio], 15 anni, stava andando a scuola quando è stata rapita insieme ai quattro amici che erano con lei. Gli uomini armati li portarono a una base dove c'erano molti altri bambini. Khamisa era responsabile della pulizia, della preparazione del cibo e della raccolta della legna da ardere, ma ha anche ricevuto un addestramento militare. Gli hanno insegnato a marciare e tenere una pistola, ma non gli è mai stato chiesto di sparare. Poco dopo essere stato rapito, suo padre morì. "Non c'è nessuno che sia responsabile per me adesso", si lamenta. "Mia madre è troppo povera per prendersi cura di noi."

I genitori di Nawai [nome fittizio] sono fuggiti nella Repubblica Democratica del Congo nel 2016 con l'ondata del conflitto, e lei è stata rapita insieme alle sue due sorelle mentre camminavano verso casa. Uno dei due minori è stato restituito al villaggio alcuni giorni dopo, non smettendo di piangere. Per due anni, Nawai, che ora ha 15 anni, ha condiviso una piccola stanza con altre ragazze del gruppo ed è stata costretta a cucinare, pulire e andare a prendere l'acqua per gli uomini armati. "Una volta mi hanno chiesto di raccogliere l'acqua, e quando sono tornata, hanno detto che mi ci è voluto troppo tempo e hanno minacciato di colpirmi", ricorda. Ora vuole tornare a scuola.

L'ultimo rilascio di minori appartenenti a gruppi armati, iniziativa sostenuta dall'Unicef ​​si è svolta nella comunità rurale di Bakiwiri, a un'ora di auto da Yambio, nello stato di Western Equatoria. Durante la cerimonia, i bambini sono stati formalmente disarmati e forniti di abiti civili. Ora verranno effettuati esami medici e i bambini riceveranno consulenza, formazione professionale e supporto psicosociale. L'assistenza alimentare sarà fornita alle loro famiglie per tre mesi.

Fonte: El Pais - Sebastian Rich / Unicef

ES

sabato 16 dicembre 2017

Guerre dimenticate - Sud Sudan, un bilancio grave dopo 4 anni di guerra

Presenza
In occasione dell’inizio del quinto anno di conflitto armato nel Sud Sudan, Amnesty International ha sollecitato un’urgente iniziativa globale per porre fine alle terribili violazioni dei diritti umani in corso nel paese africano.


Dal 15 dicembre 2013 decine di migliaia di persone sono state uccise e altre migliaia hanno subito violenza sessuale. Gli sfollati sono quasi quattro milioni.
“Un’iniziativa forte e coordinata è oggi più che mai necessaria per porre fine alla sofferenza della popolazione sudsudanese, soprattutto col passaggio dalla stagione delle piogge a quella secca, che solitamente favorisce un aumento delle ostilità”, ha dichiarato Sarah Jackson, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa orientale, il Corno d’Africa e i Grandi Laghi.

“Gli stati africani e la comunità internazionale devono lavorare insieme per trovare una soluzione definitiva alla crisi e porre fine alle violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Jackson.

Questi quattro anni di conflitto hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. Migliaia di uomini, donne e bambini sono stati sottoposti ad atti di violenza inimmaginabili, compresa la violenza sessuale, da parte sia delle forze governative che di quelle dell’opposizione, in alcuni casi equivalenti a crimini di guerra o crimini contro l’umanità.

Nella regione di Equatoria Amnesty International ha verificato che il governo e l’opposizione hanno bloccato le forniture di cibo dirette verso alcune zone, hanno sistematicamente saccheggiato il cibo dalle abitazioni e dai mercati e preso di mira chiunque attraversasse la linea del fronte portando con sé anche la minima scorta di cibo.

“Il cibo è usato come arma di guerra e l’insicurezza alimentare riguarda ormai 4.800.000 persone. La situazione peggiorerà se non saranno assunte iniziative rapide per porre fine alla crisi umanitaria”, ha sottolineato Jackson.

“Le iniziative per porre fine al conflitto dovranno comprendere l’imposizione di un embargo sulle armi rispetto a tutte le parti coinvolte e misure concrete per fornire giustizia alle vittime di gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto attivando finalmente la Corte ibrida per il Sud Sudan”, ha commentato Jackson.

Nel corso del conflitto giornalisti, difensori dei diritti umani e sostenitori dell’opposizione sono stati intimiditi, arrestati arbitrariamente e in alcuni casi torturati mentre agli operatori umanitari è stato impedito di portare avanti il loro lavoro.

“Le autorità del Sud Sudan devono consentire alle agenzie umanitarie di distribuire senza alcun ostacolo le indispensabili forniture di cibo e di medicinali e devono permettere agli attori della società civile di agire liberamente”, ha concluso Jackson.


Amnesty International

sabato 19 agosto 2017

Uganda – Sono un milione i rifugiati dal Sud Sudan

Ansa
Ha raggiunto il milione il numero dei rifugiati del Sudan meridionale in Uganda, secondo un rapporto delle Nazioni Unite diffuso oggi, una pietra miliare per quella che e’ divenuta la crisi di rifugiati a crescita piu’ veloce.


L’Acnur, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, ha comunicato che una media di 1.800 cittadini provenienti dal Sud Sudan sono arrivati ogni giorno in Uganda negli ultimi 12 mesi. 

Un altro milione o piu’ di persone del Sudan meridionale hanno trovato riparo in Sudan, Etiopia, Kenya, Congo e Repubblica Centrafricana.