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giovedì 13 febbraio 2020

Rapporto ONU - Nel mondo 300 mila bambini soldato in 20 conflitti armati, 12.000 bambini uccisi o mutilati nel 2018

Redattore SocialeNel rapporto ONU del 2019, contenente dati relativi alla situazione nel 2018, risulta che le violazioni a danno di minore siano state 24 mila, in almeno venti conflitti armati, i bambini uccisi o mutilati erano più di 12 mila, mentre quelli arruolati superavano le 7 mila unità. I bambini soldato operativi nel mondo, invece, risultano ancora moltissimi, si stima tra le 250 mila e le 300 mila unità. 

L’Unicef ha dichiarato il 12 febbraio la giornata internazionale contro l’uso dei bambini sodato, un fenomeno che a lungo si è tentato di combattere, ma che purtroppo è ancora diffuso in diverse parti del mondo. “Se in passato i bambini venivano rapiti per essere impiegati nei conflitti, oggi si assiste a veri e propri reclutamenti volontari, frutto di un indottrinamento e di un generale deterioramento delle condizioni economiche tale per cui la vita sotto le armi è paradossalmente meglio di quella civile”. 

A scrivere una nuova pagina sul fenomeno è una ricerca pubblicata in Iriad Review, il periodico online dell’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, con un articolo a firma di Serena Doro.

“A livello giuridico arruolare minori è vietato da diverse convenzioni e trattati internazionali (come la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, lo statuto della Corte Penale Internazionale, i Principi di Parigi del 2007 o la Carta Africana sui Diritti e il Benessere del Bambino), ma a livello pratico, purtroppo, sono ancora moltissime le organizzazioni nel mondo che ricorrono a manodopera infantile per svolgere compiti direttamente legati ai conflitti armati si legge -. Non esiste a livello internazionale nessuno strumento che sanzioni chi si macchia di tali crimini senza aver ratificato le sopracitate Carte di Diritti, essendo quest’ultime, espressione del diritto pattizio e pertanto vincolanti solo per i contraenti”.


mercoledì 13 febbraio 2019

Giornata mondiale contro i bambini soldato - In Sud Sudan sono 19mila

Roma Sette
La denuncia arriva dall’Unicef, nella Giornata internazionale di contrasto al fenomeno, il 12 febbraio, insieme a un video-animazione. Il tweet di Papa Francesco: «Fermiamo questo crimine abominevole»



Oltre 19mila. Nella Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato, l’Unicef ricorda i tanti minori ancora utilizzati come soldati soltanto nel Sud Sudan. In seguito allo scoppio della guerra civile nel 2013, evidenziano, migliaia di piccoli sono stati coinvolti nel conflitto. 


Da allora, l’organismo delle Nazioni Unite ha supportato nel Paese il rilascio di oltre 3mila bambini da parte di forze e gruppi armati. Solo nel 2018, ne sono stati rilasciati 955, fra cui 265 ragazze. Da ottobre 2014 a giugno 2018, il meccanismo di monitoraggio e segnalazione (Mrm) ha registrato 2.894 incidenti verificati di sei tipi di gravi violazioni: uccisioni o mutilazioni; reclutamento da forze e gruppi armati; stupri o altre forme di violenza sessuale, rapimenti, attacchi su scuole e ospedali e negazione di assistenza umanitaria. Colpiti in tutto 9.268 bambini: 7.201 ragazzi e 1.966 ragazze e 101 non riconosciuti. Altri 965 incidenti, che le Nazioni Unite non hanno potuto verificare, si stima abbiano colpito oltre 9.500 bambini.

Per ricordare questa giornata, l’Unicef ha lanciato un nuovo video-animazione che racconta la vera storia di James, bambino rapito da un gruppo armato in Sud Sudan e costretto a combattere, rilasciato nel luglio 2017. L’animazione mostra solo alcune delle tante odissee che bambini utilizzati da forze e gruppi armati hanno affrontato.



I bambini rilasciati nel 2018 da gruppi nelle vicinanze di Juba, Bentiu, Pibor e Western Equatoria, sono stati inseriti in un programma di reintegrazione guidato dall’Unicef e i suoi partner. A loro sono state fornite cure mediche, supporto psicosociale, istruzione formale e formazione professionale. L’Unicef, rivendicano dall’organismo delle Nazioni Unite, fin dallo scoppio della guerra civile nel 2013, ha chiesto a tutte le parti in conflitto in Sud Sudan di rispettare i diritti e la protezione dei bambini secondo la legge nazionale e internazionale, tener fede ai loro impegni e smobilitare migliaia di bambini nei gruppi e forze armate.

Sul tema del contrasto all’uso dei bambini soldati è intervenuto oggi anche Papa Francesco, che ha affidato a un tweet il suo commento: «Migliaia di bambini, costretti a combattere nei conflitti armati, sono derubati della loro infanzia. Fermiamo questo crimine abominevole. #ChildrenNotSoldiers».

mercoledì 7 novembre 2018

Rapporto ONU: Sud Sudan, diritti umani violati nel paese in guerra. Rapimenti di civili, donne violentate, bambini soldato

Osservatorio Diritti
Un report dell'Alto commissariato Onu per i Diritti umani fa luce sugli attacchi dell'esercito di liberazione popolare sudanese contro i civili in Sud Sudan. Colpiti almeno 28 villaggi, rapiti 887 civili, oltre 500 donne vittime di violenza sessuale e bambini soldato reclutati con la forza.



Attacchi in almeno 28 villaggi; 887 civili rapiti, di cui 505 donne e 63 ragazze, molte delle quali con tutta probabilità vittime di violenza sessuale o ridotte in schiavitù; uomini e ragazzi reclutati con la forza per ingrossare le file dell’esercito e prendere parte alle ostilità. 

A documentare i drammatici numeri della guerra in Sud Sudan è l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in un report che fa luce sugli attacchi perpetrati dall’esercito di liberazione popolare sudanese contro i civili negli stati di Gbudwe e Tambura, solo tra aprile e agosto 2018.

Felicia Buonomo

sabato 27 ottobre 2018

Sud Sudan - Nuovo Report sui diritti umani: rapimenti di civili, bambini soldato, bambine schiave sessuali, ...

Blog Diritti Umani - Human Rights
Rapimenti, bambini soldato reclutati a forza, schiavitù sessuale di bambine di 12 anni. Gravi violazione continuano in Sud Sudan nella regione occidentale di Equatoria


In un rapporto congiunto dell'Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e della missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan ha messo in luce la difficile situazione dei civili coinvolti nei combattimenti.

Vengono documentati gli attacchi in almeno 28 villaggi, dove sono stati rapiti quasi 900 civili, tra cui 505 donne e ragazze, evidenziando casi di abusi commessi dall'opposizione e dall'Esercito di liberazione del popolo sudanese contro i civili.

Eugene Nindorera, rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani nella Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, ha dichiarato che la relazione copre le indagini negli stati di Tambura e Gbudue nell'Equatoria occidentale. "Siamo stati in grado di documentare che l'IO, Riek Machar, ha rapito 900 persone, la maggior parte di loro sono donne e bambini. Alcuni di loro erano in reclutamento forzato ma anche un certo numero di ragazze che sono state rapite e di conseguenza violentate ".

Il rapporto osserva che sia i gruppi guidati da Riek Machar che le forze governative sono responsabili di attacchi contro i civili, che hanno portato agli spostamenti di oltre 24.000 persone.

"I rapimenti sono molto preoccupanti perché la maggior parte di loro sono ancora nelle mani dei rapitori. Ciò che è importante per noi è assicurarci che vengano rilasciati il ​​prima possibile. 
Ha detto Nindorera.

Il Sud Sudan è precipitato nella guerra civile due anni dopo l'indipendenza dal Sudan nel 2011, quando una disputa politica tra Kiir e l'allora vicepresidente Riek Machar è degenerata  in scontri armati.

ES

Fonte: Reuteur

sabato 18 agosto 2018

In Sud Sudan più di 100 bambini-soldato rilasciati dai gruppi armati, oltre 900 quest’anno ma 19 mila ancora nei gruppi armati

DailyCases
Più di 100 bambini sono stati rilasciati da due gruppi armati in Sud Sudan, portando quest’anno il numero totale di minorenni liberati ad oltre 900. Questa è stata la quarta cerimonia di rilascio nel 2018 e, come i due eventi precedenti, si è svolta nella città di Yambio, nel sud del paese. Ulteriori rilasci sono previsti nei prossimi mesi.


“I progressi compiuti quest’anno ci danno motivo di sperare che un giorno tutti i 19.000 bambini ancora nelle file dei gruppi armati e delle forze armate potranno tornare alle loro famiglie”, ha dichiarato Mahimbo Mdoe, Rappresentante UNICEF in Sud Sudan. “Fino al raggiungimento di questo obiettivo, il lavoro per porre fine all’utilizzo e al reclutamento dei bambini deve continuare”.

La maggior parte dei 128 (90 maschi; 38 femmine) bambini rilasciati proviene dal South Sudan National Liberation Movement (SSNLM) – che nel 2016 ha firmato un accordo di pace con il governo e sta ora integrando i suoi ranghi nell’esercito nazionale – mentre un piccolo numero è stato rilasciato dal Sudan People’s Liberation Army-In Opposition (SPLA-IO).

Durante la cerimonia, i bambini sono stati formalmente disarmati e rivestiti con abiti civili. Ora verranno effettuati screening medici e i bambini riceveranno sostegno psicosociale nell’ambito del programma di reinserimento, attuato dall’UNICEF e dai suoi partner.

Quando i bambini rientreranno a casa, le loro famiglie riceveranno dal WFP assistenza alimentare per tre mesi per sostenerne il reinserimento iniziale. I bambini riceveranno inoltre una formazione professionale volta a migliorare il reddito familiare e la sicurezza alimentare. Non essere in grado di sostenersi economicamente può essere un fattore chiave per associare i bambini ai gruppi armati. Oltre agli aiuti di sussistenza, l’UNICEF e i suoi partner garantiranno ai bambini rilasciati l’accesso al sostegno psicosociale, a servizi educativi specifici per età nelle scuole e a centri di apprendimento accelerato.

“I rilasci sono frutto degli sforzi congiunti di UNICEF, UNMISS e i partner governativi. I negoziati con le parti in conflitto richiedono notevole energia e impegno da parte di tutti i soggetti coinvolti”, ha dichiarato Mdoe. “Sono molto grato ai nostri partner e alle nostre controparti del governo per i loro sforzi a favore dei bambini del Sud Sudan”.

L’UNICEF Sud Sudan richiede 45 milioni di dollari per sostenere il rilascio, la smobilitazione e il reintegro di 19.000 bambini nei prossimi tre anni.

martedì 7 agosto 2018

Appello Amnesty - Stop bambini soldato in Congo

Amnesty.it
Nel 2016 nel Kasai, regione centrale della Repubblica democratica del Congo, è scoppia una terribile guerra civile a causa della quale centinaia di bambini sono esposti a orrende violenze. Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel maggio 2018, il 60% dei membri dei gruppi armati sono bambini.


Migliaia di bambini sono stati reclutati con la forza o ingannati per combattere nel conflitto da gruppi armati come il Kamuen Nsapu.
I bambini che hanno parlato con i nostri ricercatori nel 2017, hanno raccontato di essere stati costretti a partecipare al combattimento, a sostenere ferite da proiettili e stupri.

Il governo della Repubblica democratica del Congo deve adottare misure efficaci per proteggere i minori dal reclutamento forzato o volontario o dall’uso nelle forze armate e altri abusi da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto in questa regione; e assicurare che gli ex bambini soldato abbiano accesso a programmi di sostegno a lungo termine funzionali al loro reinserimento nella comunità.

domenica 22 aprile 2018

Più di 200 bambini soldato rilasciati in Sud Sudan.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Ganiko e Jackson di 12 e 13 anni, sono due dei 207 bambini-soldato che sono stati rilasciati il ​​17 aprile da gruppi armati nel Sud Sudan. Si prevede che, nei prossimi mesi, altri 1.000 abbandoneranno i gruppi armati che li hanno rapiti



Nel 2016, Khamisa [nome fittizio], 15 anni, stava andando a scuola quando è stata rapita insieme ai quattro amici che erano con lei. Gli uomini armati li portarono a una base dove c'erano molti altri bambini. Khamisa era responsabile della pulizia, della preparazione del cibo e della raccolta della legna da ardere, ma ha anche ricevuto un addestramento militare. Gli hanno insegnato a marciare e tenere una pistola, ma non gli è mai stato chiesto di sparare. Poco dopo essere stato rapito, suo padre morì. "Non c'è nessuno che sia responsabile per me adesso", si lamenta. "Mia madre è troppo povera per prendersi cura di noi."

I genitori di Nawai [nome fittizio] sono fuggiti nella Repubblica Democratica del Congo nel 2016 con l'ondata del conflitto, e lei è stata rapita insieme alle sue due sorelle mentre camminavano verso casa. Uno dei due minori è stato restituito al villaggio alcuni giorni dopo, non smettendo di piangere. Per due anni, Nawai, che ora ha 15 anni, ha condiviso una piccola stanza con altre ragazze del gruppo ed è stata costretta a cucinare, pulire e andare a prendere l'acqua per gli uomini armati. "Una volta mi hanno chiesto di raccogliere l'acqua, e quando sono tornata, hanno detto che mi ci è voluto troppo tempo e hanno minacciato di colpirmi", ricorda. Ora vuole tornare a scuola.

L'ultimo rilascio di minori appartenenti a gruppi armati, iniziativa sostenuta dall'Unicef ​​si è svolta nella comunità rurale di Bakiwiri, a un'ora di auto da Yambio, nello stato di Western Equatoria. Durante la cerimonia, i bambini sono stati formalmente disarmati e forniti di abiti civili. Ora verranno effettuati esami medici e i bambini riceveranno consulenza, formazione professionale e supporto psicosociale. L'assistenza alimentare sarà fornita alle loro famiglie per tre mesi.

Fonte: El Pais - Sebastian Rich / Unicef

ES

mercoledì 21 marzo 2018

La Caritas: bimbi soldati in Siria, costretti a tutto per sopravvivere

Avvenire
Il rapporto denuncia le sofferenze quotidiane della popolazione scampata ai combattimenti ma che è esposta ai peggiori tipi di sfruttamento

E dopo la guerra, «costretti a tutto per sopravvivere». E' la sorte dei sopravvissuti alla guerra civile siriana che, costretti a una quotidianità di sofferenza continua, finiscono per essere vittime dei peggiori tipi di sfruttamento. Lo denuncia il rapporto di Caritas italiana intitolato: "Sulla loro pelle. Costretti a tutto per sopravvivere".
Un recente report delle Nazioni Unite ha mappato più di 4mila villaggi e quartieri in tutta la Siria, ma anche in Giordania e Turchia per registrare i fenomeni più gravi. «Nelle aree in cui si registra una riduzione delle ostilità - afferma il rapporto Onu - i civili soffrono gli effetti di sette anni di conflitto: disintegrazione delle strutture sociali, delle reti di protezione e del rispetto delle regole e della legge, prolificazione di armi, continuo deterioramento delle risorse e alto livello di traumi e stress psicologici». Una violenza pervasiva che si somma all’abbandono forzato dei propri contesti abitativi e la frequente separazione delle famiglie creano «un ambiente sociale molto rischioso per i più vulnerabili».

Il rapporto di Caritas italiana individua così 13 situazioni tipo a cui le persone maggiormente vulnerabili sono esposte in Siria. Situazioni che innescano nelle stesse vittime delle risposte nel lungo periodo ancora più dannose in un circolo vizioso capace di condurre anche alla morte. Le 13 situazioni analizzate sono il lavoro minorile che impedisce la frequenza scolastica, i bambini soldato, le violenze domestiche, i matrimoni precoci, lo sfruttamento economico, i rischi causati da ordigni inesplosi, la separazione familiare, molestie, problemi legati alle proprietà immobiliari, rapimenti, perdita o assenza di documenti personali, molestie e violenze sessuali.

Una società siriana, fra i sopravvissuti alla guerra, fortemente provata se il 97% delle comunità intervistate dichiara la presenza di almeno una di queste 13 voci e tutte le situazioni di rischio presentano un’alta frequenza. Le due voci più frequenti, con una percentuale che supera l’80%, sono «la perdita, o l’assenza, della documentazione relativa all’identità personale, del nucleo familiare o dei beni di proprietà» e «il lavoro minorile che impedisce la frequenza scolastica». Percentuali molto alte sono pure registrate per i matrimoni precoci (riportati dal 69% delle comunità intervistate), le violenze domestiche (51% del totale), il reclutamento di bambini soldato (47%), la violenza sessuale (27%) e i rapimenti (24%). Alcuni fenomeni, come ad esempio le violenze domestiche e i matrimoni precoci, si incrociano disegnando un quadro di ulteriore vulnerabilità. Le strategie di risposta a queste situazioni di gravissimo bisogno, osserva il rapporto di Caritas italiana, possono essere risposte sane - come rivolgersi a strutture o servizi comunitari - oppure non sane - come mandare i bambini a lavorare o intraprendere attività illegali. Nelle risposte positive si evidenzia una forte dipendenza dagli aiuti umanitari mentre si fa poco ricorso a forme di aiuto interne alle comunità stesse (famiglia,vicinato, istituzioni pubbliche). Nelle risposte negative, si evidenziano le situazioni che colpiscono direttamente i bambini o gliadolescenti, come l’abbandono scolastico in favore di attività lavorative, segnalato dall’82% delle comunità intervistate, e i matrimoni precoci dal 57%.
«Bambino soldato nei combattimenti o schiavi sessuali»

Un’altra terribile forma di sfruttamento dei minori è quella dell’arruolamento nelle fila dei gruppi combattenti. Molto spesso gli adolescenti maschi sono impiegati in attività belliche vere e proprie, subendo un addestramento militare e partecipando alle battaglie sulle varie linee del fronte. Sono pure stati segnalati bambini-kamikaze oppure impiegati come scudi umani. Più spesso sono utilizzati in attività di supporto alle truppe combattenti, come nelle cucine da campo, in ruoli di portantini o corrieri. 

Spesso, soprattutto le bambine ma anche i maschi, diventano schiavi sessuali delle truppe. Molti referti ospedalieri parlano di bambini feriti o mutilati in battaglia, ma anche a causa delle torture subite dopo essere caduti nelle mani delle fazioni sia governative che dell'opposizione. Un numero, conclude il rapporto Caritas, impossibile da stimare, ma il 47% delle comunità intervistate indica questo fenomeno come presente. I più colpiti sono ragazzini tra i 12 e i 17 anni (47%) seguiti dalle ragazze della stessa fascia di età (25%) e infine ragazzi e ragazze più piccoli di 12 anni. Tutte situazioni che, se anche i combattimenti finissero immediatamente, continueranno a provocare danni per anni.

Luca Geronico

venerdì 20 ottobre 2017

Guerre dimenticate Yemen - I bambini: 450mila malnutriti, 1500 soldati, 785 uccisi

La Repubblica
Beirut - “Nello Yemen i bisogni sono immensi e diffusi ovunque – ha detto Saara Bouhouche, responsabile di ‘Solidarités International’ - Siamo di fronte a un’intera popolazione che si sta spegnendo in tutto il Paese. Non ci sono aree senza emergenze ed è difficile rispondere a tutte le necessità, perché le possibilità delle organizzazioni umanitarie non sono proporzionate alle dimensioni della crisi”. 


Il conflitto yemenita, iniziato due anni e mezzo fa, contrappone i ribelli Houthi (sciiti) alle forze del sunnita Abd Rabbo Hadi, ma sono i civili a pagare il prezzo più elevato. “Nello Yemen si sta vivendo la peggiore crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale”, ha detto Stephen O'Brien, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari. “Tutte le parti in conflitto negano arbitrariamente l'accesso sicuro agli aiuti umanitari e lo strumentalizzano per scopi politici.

I numeri parlano da soli. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), 20,7 milioni di yemeniti hanno bisogno di aiuti per sopravvivere. Sette milioni di persone sono denutrite o malnutrite e quasi 16 milioni non hanno accesso all'acqua potabile sicura. I bambini e gli anziani sono le prime vittime. 
Nel Paese un bambino al di sotto dei cinque anni muore ogni dieci minuti per cause legate alla crisi e, secondo OCHA, almeno 450.000 bambini soffrono di grave malnutrizione. A questo si aggiunge l’epidemia di colera dilagante in tutto il Paese. Ogni minuto si ammala un bambino, ad oggi sono 700.000 le persone colpite ed entro la fine dell’anno, secondo la Croce Rossa, i casi potrebbero superare il milione. Nello Yemen 50% delle strutture sanitarie non è più in funzione. mancano i medicinali e il personale medico è insufficiente.
Molti minorenni sono parte attiva nella guerra. Oltre la crisi umanitaria, i bambini sono colpiti dai continui bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, alleata con il governo Hadi. 

Secondo la relazione annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti nel 2016 almeno 785 bambini in Yemen sono stati uccisi e 1.168 sono rimasti feriti, Il 60% colpiti dalla coalizione filogovernativa. Inoltre, molti minori sono anche coinvolti direttamente nella guerra. 

A febbraio l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha affermato che sono almeno 1.500 i bambini soldato in Yemen. Per OCHA la situazione umanitaria si deteriorerà ulteriormente. Al momento 5,9 milioni di persone hanno ricevuto aiuti umanitari nei 22 governatorati del Paese, ma se questo non è ancora sufficiente. Purtroppo, per quanto riguarda i più piccoli la priorità non è data all'educazione o al supporto per aiutarli a superare i traumi che stanno vivendo. “I piccoli dello Yemen devono scampare per le bombe, affrontare le loro paure e le loro perdite, ma anche combattere e lavorare per sostenere la famiglia.” Ha detto ancora Saara Bouhouche. “I bambini di questa guerra dimenticata sembrano condannati a essere una generazione persa.”

Mauro Pompili

domenica 20 agosto 2017

Sant'Egidio con i ragazzi di strada di Goma che fuggono dalle milizie: ''Non vogliamo essere bambini soldato''

Vivono ai bordi delle strade, cercano cibo e un riparo, alcuni raccolgono la spazzatura nella speranza di trovare qualcosa di utile, altri girano la città chiedendo l'elemosina. Sono i bambini di strada di Goma, in Congo. 


Giovani provenienti dalle campagne del nord Kivu, fuggiti dagli scontri armati sempre più frequenti e soprattutto da chi vuole arruolarli con la forza nelle milizie per farne bambini soldato. Hanno paura della guerra, fuggono in cerca di pace.

Quello dei bambini di strada è un dramma che si ripete da molti anni e che in diverse città del Congo va peggiorando. Ne è testimone la Comunità di Sant'Egidio di Goma, che da anni svolge un servizio dedicato proprio a loro: tutte le settimane i volontari della Comunità coinvolgono negozianti e diversi cittadini per raccogliere e preparare il cibo per i bambini. 

Il loro numero aumenta, le età vanno dai 4 ai 18 anni, tra loro ci sono anche bambine. Hanno bisogno di protezione, e per loro la Comunità è impegnata anche nella ricerca di ospitalità, di una casa, di un luogo sicuro dove vivere.

L'amicizia con i bambini di strada è iniziata con Floribert Bwana Chui, giovane di Sant'Egidio impegnato nel servizio ai più piccoli, fino al giorno in cui è stato ucciso per non essersi piegato a un tentativo di corruzione. A dieci anni dalla sua morte, la Comunità di Goma continua con passione l'opera di Floribert per i poveri e la pace.

sabato 13 maggio 2017

Dal Marocco 333 bambini soldato e 284 donne tra le fila dell'Isis

Il Gazzettino
Ragazzini e jihadisti. Un quinto del contingente marocchino finito tra le fila dei jihadisti è rappresentato da minori. Su 1.631 arruolati per la causa dello Stato islamico, 333 sarebbero poco più che bambini. Le donne non sono da meno: in 284 hanno risposto all'appello. 


È il ministro dell'Interno Abdelouafi Laftit che svela i dati in un rapporto presentato in Parlamento a margine della richiesta di finanziamento sul progetto di legge antiterrorismo. La commissione era chiusa al pubblico, ma il rapporto è stato pubblicato dal quotidiano arabofono Hespress.

Secondo i dati del ministero tra i marocchini accolti dall'Isis, 558 sarebbero già morti in combattimento e 864 avrebbero raggiunto i luoghi di addestramento o di combattimento fuori dal paese. Nel 2016, in Marocco, sono state smantellate 16 cellule di presunti terroristi; un numero che corregge al ribasso le cifre del 2015, quando 23 gruppi di jihadisti erano stati consegnati alla giustizia.

giovedì 13 aprile 2017

Unicef, Boko Haram: escalation di bambini kamikaze, drogati prima di farsi esplodere

Globalist
117 minori usati come ordigni esplosivi da Boko Haram negli ultimi quattro anni. Direttore Unicef, Poirier: Sono vittime non colpevoli

Bambini soldato di Boko Haram
Il rapporto Unicef - Silent Shame - è spaventoso e fotografa un quadro della situazione allarmante: Il gruppo radicale islamico Boko Haram si serve sempre più spesso di bambini per realizzare i propri attacchi con ordigni esplosivi.
Secondo l’organizzazione umanitaria il numero di attentati messi a segno dall'inizio dell'anno già supera il totale del 2016. 27 bambini utilizzati come bombe da Boko Haram nei primi tre mesi di quest’anno, il triplo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: 117 minori si sono fatti esplodere su ordine di Boko Haram, negli ultimi quattro anni, tra Niger, Camerun, Ciad e soprattutto Nigeria, l’epicentro del conflitto che in otto anni ha causato 20.000 morti e oltre due milioni e mezzo di rifugiati. In circa l'80% dei casi le bombe erano legate ai corpi di bambine che a volte venivano drogate prima della missione.

Oggigiorno, ha commentato il direttore regionale dell'Unicef per l'Africa centrale e occidentale, Marie-Pierre Poirier, la sola presenza di bambini vicino a mercati e posti di blocco è sufficiente per fare scattare l'allarme. Risultato: l'anno scorso circa 1.500 bambini sono stati fermati tra Nigeria, Cameroon, Niger e Ciad. "Questi bambini sono vittime, non colpevoli", ha detto Poirier: "Forzarli o ingannarli per commettere questi atti orribili è deplorevole".

Il rapporto, lanciato tre anni dopo il rapimento di oltre 200 studentesse a Chibok, fornisce racconti preoccupanti di bambini cresciuti in cattività per mano di Boko Haram e su come questi bambini siano guardati con sospetto quando tornano nelle proprie comunità. Nelle interviste, molti bambini che sono stati associati a Boko Haram hanno dichiarato di non parlare con nessuno della loro esperienza perché hanno paura sia di essere stigmatizzati sia di possibili rappresaglie violente da parte delle loro comunità. Molti di loro sono costretti a sopportare gli orrori subiti in silenzio e si allontanano da altri gruppi per paura di essere banditi o stigmatizzati.

Tre anni fa, nell’aprile del 2014, furono in tanti nel mondo a reagire al sequestro da parte di Boko Haram di duecento ragazzine. Poche sono riuscite a fuggire, alcune sono state liberate dopo un paio d’anni, delle altre non s‘è saputo più niente.

lunedì 10 aprile 2017

In Congo, il Paese delle bambine soldato. Sono decine di migliaia.

Corriere della Sera
Rapite, violentate, costrette a combattere: il terribile racconto delle ragazzine-soldato in una delle guerre più feroci al mondo. Almeno 60.000 bambini nel solo Congo (ma c’è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine.

Goma (Congo) - Fuggita di casa quattordicenne «perché non c’era nulla da mangiare e nessuna speranza per il futuro» attirata dalle milizie armate che offrono «pane e dignità» tra i loro campi di capanne nel folto della giungla. Ma poi subito violentata dai suoi comandanti, trattata da «Kubaka», schiava sessuale, per lunghi mesi, sino a che, dopo il periodo di addestramento militare, non si affranca e assume un ruolo più autonomo. Quindi, fortunosamente liberata assieme al figlio di un anno dai militari congolesi in cooperazione con il contingente Onu e inserita nei programmi di riabilitazione per le ragazze-soldato. A 18 anni appena compiuti Esperance Francine non nasconde il desiderio di tornare nella foresta con le milizie, «dove almeno posso cibarmi ogni giorno, c’è chi mi dà aiuto e trovo la solidarietà del gruppo».

>>> Video Corriere TV

Diverso è il racconto di Solange Zawadi, anche lei da poco maggiorenne, a sua volta rapita neppure quindicenne da un gruppo di banditi, violentata ripetutamente, spesso da più uomini la stessa notte, utilizzata per trasportare le merci rubate, affidata quindi al «capitano Sambambi», 45 anni, suo «padrone» con diritto di vita e di morte. Oggi lei si dice «felicissima» di essere stata liberata assieme al suo bambino di ormai tre anni nato tra i suoi persecutori.

Come del resto è del tutto particolare la vicenda di Emakilè, arrivata a Goma da meno di una settimana e ancora visibilmente traumatizzata. Tre anni fa era andata con un’amica della zona di Katala, nel nord Kivu, con l’intenzione di unirsi ai Mai Mai, i gruppi di auto-difesa dei villaggi nelle regioni della guerriglia. Le due invece cadono nelle mani delle Fdlr (le milizie di guerriglieri del Ruanda), che subito le inquadrano nei loro programmi di addestramento. «Abbiamo imparato a sparare, a smontare e pulire i fucili, a tirare le granate e compiere imboscate», ricorda. Un anno di lavoro duro, durante il quale però entrambe sono «bambole da gioco» per i soldati. Di giorno soldatesse a tutti gli effetti e di notte oggetti di piacere.

«Ci prendevano a turno. Prima i comandanti, quindi i loro sottoposti. Noi non potevamo opporci, saremmo state picchiate e poi prese con maggior durezza. Alfrede, una mia amica sedicenne, ha provato a scappare ed è stata uccisa. Uno dei momenti più rilassati era dopo la colazione della mattina. Gli uomini, oltre trecento, partivano per le razzie nei villaggi, oppure per le battaglie contro le altre milizie e noi settanta donne, in maggioranza tra i quindici e diciassette anni, ci riunivamo lungo il ruscello per preparare il pranzo collettivo», spiega. Alla fine dell’addestramento ottiene maggior rispetto. S’innamora di un soldato ruandese 22enne di nome Bosco. «Ci siamo voluti bene, stavamo sotto lo stesso tetto come marito e moglie. Ma ben sette dei suoi superiori hanno ripreso a violentarmi. Bosco ne soffriva, ma non poteva reagire. Mi sono ammalata, sono infetta, ho l’Aids. Così, è stato lui stesso a consegnarmi di nascosto dai suoi capi agli ispettori del Monusco (il contingente Onu, ndr.). Mi ha accompagnato fuori dalla foresta e mi ha dato il suo mitra affinché potessi dimostrare che ero combattente».

Le loro storie sono l’eco drammatico delle infinite tragedie che ammorbano l’Africa profonda. Bambini soldato, Kadogo nei dialetti locali: almeno 60.000 nel solo Congo (ma c’è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine, in grande maggioranza concentrati tra i circa 400 gruppi armati delle regioni nord-orientali del Kivu, quelle affacciate ai grandi laghi, alle foreste verso il Ruwenzori, alla giungla impenetrabile resa celebre dall’epopea di Livingstone e Stanley, alle ingiustizie della colonizzazione più cinica e le sue conseguenze tutt’ora alimentate dalle violenze e la corruzione endemica dei governi locali. «Il fenomeno è destinato a peggiorare. In genere i minorenni sono ottimi soldati. 

Obbediscono docili, sparano, uccidono, rubano senza fare troppe domande. In Congo è normale utilizzarli nella difesa dei villaggi. Bambine e bambini, senza differenze», spiega a Goma il 42enne John Muhindokalemeko, responsabile alla sicurezza dell’Avsi (Associazione Volontari Servizi Internazionali), una delle organizzazioni non governative italiane che dai primi anni Settanta lavora anche in Africa con il contributo dei finanziamenti Unicef. Grazie a loro abbiamo potuto parlare con le ex ragazze-soldato maggiorenni. I minori li abbiamo contatti invece in modo indipendente. Il grido d’allarme lanciato da John coinvolge anche noi europei. «Tra novembre e gennaio prossimi dovrebbero tenersi le elezioni in Congo. Ma tanto lascia credere che il presidente Josef Kabila per l’ennesima volta proverà a rinviarle. Così, sono inevitabili nuovi rivolte e conflitti. Crescerà il ruolo delle milizie e ciò incrementerà il numero dei profughi. Sono ormai già decine di migliaia ogni anno, anche se nessuno li censisce, non esistono dati ufficiali a Kinshasa. E sempre di più si uniranno ai flussi di persone che dai Paesi sub-sahariani mirano alle coste della Libia verso l’Italia», aggiunge lui.

Un nuovo enigma anche per i nuovi piani italiani (ed europei) per il controllo dei migranti. Come potremo insediare i centri per selezionare le richieste di asilo nei Paesi di partenza instabili e violenti? Le generazioni di minori-soldato vanno inserite nella categoria di «migranti economici», oppure sono altro? A complicare le cose per i diretti interessati sono le ingerenze dei Paesi vicini come il Ruanda, sempre motivato a sfruttare le risorse naturali e minerarie del Congo, oltre al proliferare del fondamentalismo islamico, specie dall’Uganda. «Quando i soldati con la lunga barba nera ci hanno portato nella giungla subito siamo stati costretti a pregare per Allah in una piccola moschea fatta di tronchi e fango. Noi bambini cristiani siamo stati convertiti. Chi non pregava veniva picchiato, non poteva mangiare», testimonia a proposito David, 9 anni. Rapito con la famiglia nel 2013 dal loro villaggio nel nord del Kivu, subisce ben presto l’indottrinamento dei suoi guardiani, tutti militanti nella Adf/Nalu, nota milizia di jihadisti ugandesi. Due anni fa è stato liberato dai soldati di Kabila durante uno scontro a fuoco in cui è morto anche il padre, che nel frattempo si era islamizzato e alleato ai suoi rapitori.

David da pochi mesi ha iniziato a disegnare la sua odissea come se fosse un fumetto. Sono ritratti i serpenti che incontra nella giungla, disegna in rosso il sangue delle mani tagliate ai bambini accusati di rubare cibo dai jihadisti e persino la scena finale della morte del padre con lui accanto che gli prende l’arma (a sette anni!) e si mette a sparare a sua volta contro i soldati sino a che non è ferito ai piedi da un paio di proiettili. Disegnare per lui è come una terapia liberatoria. Apre il foglio bianco sul tavolo, prende le matite e sorride. Non così Shakira, un’undicenne musulmana ugandese trovata assieme a 54 minori (tra cui 24 bambine) abbandonati e quasi morti di fame dopo uno scontro a fuoco con le Adf/Nalu. Le sue parole sono continuamente interrotte dai singhiozzi. Sussurra e piange Shakira: ha perso mamma, papà, fratelli, non sa dove sia la sua casa, non ricorda il nome del suo villaggio ed è rimasta sola.

Lorenzo Cremonesi - Inviato a Goma

giovedì 9 febbraio 2017

Somalia, l’infanzia rubata dalla guerra. Migliaia di bambini arruolati da Al-Shabab

Africa - Missione e Cultura 
Che i jihadisti somali di al Shabaab arruolassero ragazzini non è e non era un mistero. Ma che più della metà dei suoi miliziani fosse minorenne, nessuno lo immaginava. La denuncia arriva da un rapporto redatto dalle Nazioni Unite e reso pubblico nel fine settimana.



Secondo la relazione, elaborata da un gruppo di di esperti Onu, al Shabaab non si farebbe scrupolo di far combattere bambini di nove anni ai quali verrebbe insegnato a sparare e a utilizzare gli esplosivi. Molti minorenni sarebbero impiegati anche per trasporto materiali (cibo, munizioni, armi, ecc.), per eseguire le faccende domestiche e, talvolta, come spie.

Molti di questi piccoli vengono avvicinati con la promessa di un lavoro retribuito e con la garanzia di poter continuare a studiare. In realtà, per loro si apre una spirale di violenza e sopraffazione.

La task foce delle Nazioni Unite che ha lavorato a questo rapporto ha potuto accertare l’arruolamento di 6.163 bambini (5.993 ragazzi e 230 ragazze) nel periodo che va dal 1° aprile 2010 al 31 luglio 2016, con oltre il 30% dei casi nel 2012. Al-Shabab è responsabile per oltre il 70% degli arruolamenti (4.213 casi accertati). L’esercito somalo e le milizie a esso collegato non sono però immuni da questo fenomeno. L’Onu avrebbe accertato 920 casi di bambini nelle file delle forze armate che sostengono il Governo di Mogadiscio.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres si è detto «profondamente turbato dalla dimensione e dalla natura delle gravi violazioni contro i bambini in Somalia». Egli ha esortato tutte le parti coinvolte nel conflitto a fermare il reclutamento di bambini e a rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani. Il suo appello sarà ascoltato?

venerdì 9 settembre 2016

Colombia: la pace in comincia con la resa dei bambini-soldato

La Stampa
Un accordo fra il governo e la Farc stabilisce che li accolga la Croce Rossa. Sarà un viaggio fuori dal tempo e dalla paura, quello che s'inizia oggi per migliaia di bimbi e di ragazzi nell'intrico fitto della giungla colombiana. In una guerra, questa delle Farc, che dopo 52 anni ora finisce e consegna le armi alla pace, saranno infatti i bambini - i guerriglieri bambini - i primi ad andar via dai campi mimetizzati e inaccessibili dove hanno vissuto i loro anni d'una infanzia senza giochi.

L'accordo firmato all'Avana tra il governo di Bogotá e i rappresentanti della Farc fissa che entro sabato 10 "tutti i minorenni" dovranno essere trasferiti nei campi di raccolta gestiti dall'Unicef, consegnandosi ai delegati della Croce Rossa Internazionale. 

La pace era stata firmata il 24 agosto, sempre a Cuba. Ma era soltanto un impegno di buona volontà. Erano 297 pagine, con un'ampia articolazione dei tempi e dei modi di attuazione dell'impegno; restavano da fissare le forme minute, dettagliate, di questo calendario, e sono quelle che da oggi cominciano a diventare una realtà con questo viaggio dei bimbi-guerriglieri fuori dalla giungla.
È un viaggio della speranza: cambiare la loro vita sarà un processo lungo, che comporta l'intervento di centinaia di psicologi ed educatori che dovranno aiutare questi ragazzi a imparare a vivere giorni e costumi profondamente diversi dagli anni passati nella geografia della guerra. Nei 52 anni della loro ribellione al governo, le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) avevano saputo creare una sorta di Stato nello Stato, controllando un territorio dove amministravano potere e giustizia al di fuori delle istituzioni legali.
Questa "autonomia" è costata alla Colombia 260 mila morti (177.307 erano gente travolta dalla violenza della guerra senza volerne esser parte) e più di 60 mila desaparecidos, e ha costretto quasi 7 milioni di contadini e di abitanti di piccoli villaggi ad abbandonare le case e le terre e farsi profughi privi di risorse. Era una vera guerra, durante la quale le Farc hanno manovrato un esercito che è arrivato a schierare 28 mila uomini; ma negli ultimi anni, durante la passata presidenza di Alvaro Uribe, il governo di Bogotá - con l'aiuto determinante dei marines e delle forze speciali americane - era riuscito a contenere l'azione della guerriglia, e a disseccarne molte delle fonti di mantenimento, a cominciare dal traffico della droga.

Tra le migliaia di bimbi-soldato che in questo ore vengono raccolti dai delegati della Cri, molti, e anzi la gran parte, sono vissuti sempre nel territorio di San Vicente del Caguán, dove la guerra era la legge quotidiana che segnava i giorni della loro difficile infanzia. 

Figli di guerriglieri, o di contadini arruolati nella guerriglia, saranno ora aiutati a inserirsi in un mondo che nemmeno conoscono, con la frequentazione di scuole, per i più piccoli, e con l'avvio a una pratica professionale, per gli adolescenti. "Non sarà affatto facile", diceva ieri all'Avana Humberto de la Calle, delegato del governo di Bogotá, e intendeva dire che non soltanto dovrà essere realizzato un programma che, per dimensioni e progettualità, ha ben pochi modelli di riferimento, ma anche che ci sono tuttora molti ostacoli, e ben seri, per la realizzazione dell'accordo di pace.
In un Paese che da più di mezzo secolo ha dovuto convivere con la violenza della guerra, le forze contrarie a questo accordo hanno inevitabilmente un peso politico e sociale di gran rilievo, a cominciare dalla leadership che si è assunta lo stesso ex presidente Uribe. La sua opposizione sostiene che i guerriglieri ricavano da questo accordo vantaggi "troppo generosi", sottraendoli di fatto al verdetto della giustizia e guadagnandogli per 2 legislature 10 seggi nel parlamento di Bogotá. 

Il presidente in carica, Juan Manuel Santos, che firmerà ufficialmente l'accordo il 26 nella città di Cartagena, offre invece al voto del suo Paese (il 2 ottobre la Colombia sceglierà con un referendum se confermare quella firma) una speranza che cambierà "totalmente", come egli dice, il corso della storia nazionale.

Dice Santos: "Per la prima volta da un tempo immemorabile, l'intera America, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, non avrà più cronache di guerra nelle sue terre". È un risultato storico, ma per farlo in realtà passeranno molti anni. Un sondaggio di questi giorni assegna il 32% di consenso all'accordo, contro un 30%; ma intanto, dal 13 al 19, nella giungla di San Vicente del Caguán si riunirà il comando generale delle Farc, con la presenza di 200 delegati, che dovranno accettare di consegnare le loro armi al governo entro 6 mesi. Anche tra i guerriglieri ci sono forti resistenze, un precedente accordo era finito con l'uccisione di 3 mila di loro ch'erano passati alla vita civile. Non è una memoria incoraggiante.

giovedì 3 marzo 2016

Sud Sudan, 12 mila bambini soldato mandati al massacro della guerra

Africa ExPress
La denuncia di Human Rights Watch è chiara, precisa e circostanziata: in Sud Sudan sia il governo sia i ribelli stanno reclutando bambini, anche sui 13 anni, per farli combattere nella guerra civile che insanguina il Paese dal dicembre 2013. 


lI rapporto è stato respinto dal governo che cita una legge in vigore dal 2008 secondo cui è vietato l’impiego di bambini soldato. Già, ma le leggi spesso vengono violate e calpestate, specie in casi dove la guerra infuria senza quartiere. Reclutare minori sotto i 15 anni viene considerato dalle leggi internazionali crimine di guerra. Comunque la coscrizione sotto i 18 anni è vietata, specie poi se è forzata.

Daniel Bekele, il direttore dell’ufficio Africa di HRW è stato molto categorico: “Entrambi i contendenti hanno più volte promesso che avrebbero bloccato la pratica di reclutare ragazzini ma non hanno mantenuto la parola. Usano regolarmente i minori in combattimento”.
[...]
Un ragazzino sedicenne intervistato a Bantiu ha raccontato il suo terrore quando il giorno dopo essere stato reclutato con la forza gli è stato messo in mano un mitra da un comandante ribelle e spedito in prima linea a combattere.

Ma i reclutamenti non sono solamente forzati. HRW ha documentato a Malakal che in alcuni casi, i ragazzini hanno lasciato volontariamente il campo profughi protetto dalle Nazioni Unite per entrare nella milizia di Olony, il capo di una milizia che prima era schierato con i ribelli e ora è passato nel campo dei filogovernativi. Una mamma ha raccontato come i suoi figli, uno di 13 anni e l’altro di 14, si siano arruolati con Olony nel dicembre 2014. Un’altra donna ha raggiunto il figlio nelle baracche del capo ribelle per convincerlo a tornare a casa, ma non c’è riuscita.

Secondo l’UNICEF (il fondo dell’ONU per l’infanzia) l’anno scorso sono stati arruolati oltre 12 mila bambini, la maggior parte maschi, sia da parte del governo sia da quella dell’opposizione. Dall’inizio del 2015 l’agenzia ha negoziato il rilascio di 3000 ragazzini da parte del gruppo ribelle comandato da David Yau Yau nella regione di Pibor nello Stato di Jonglei: “Non abbiamo potuto portarli via tutti e molti continuano a combattere”, ha raccontato un portavoce dell’organizzazione.

sabato 20 febbraio 2016

Rapporto Caritas Internazionale: Bambini soldato o spose bambine: così si diventa “merce” nei paesi in guerra

Redattore Sociale
Un rapporto della Caritas internazionale analizza le diverse forme di sfruttamento nei contesti bellici e post-conflitto. A essere oggetto di tratta sono soprattutto i soggetti più deboli. Al via due progetti di sperimentazione in Libano e Armenia


Roma – Bambini soldato, matrimoni forzati, abusi sui minori, traffico di migranti. Sono queste soltanto alcune delle forme di sfruttamento legate alla tratta di esseri umani in contesti bellici e post-conflitto. Un fenomeno poco conosciuto che è stato al centro di un’indagine internazionale promossa dal Secours Catholique, con il contributo di Caritas Albania, Armenia, Bosnia – Erzegovina, Bulgaria, Kosovo, Libano, Turchia e presentata da Caritas italiana nel corso del convegno CNI, che si sta svolgendo in questi giorni a Caserta (15-17 febbraio).

La ricerca è stata realizzata con l’obiettivo di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti a portare avanti le soluzioni più adatte alle differenti situazioni presenti sul campo. Secondo il dossier, nonostante alcune forme di sfruttamento esaminate siano peculiari di quei contesti direttamente coinvolti nei conflitti armati (vedi i bambini soldato o il traffico d’organi per curare i combattenti feriti), tuttavia presentano molte somiglianze alle altre forme di tratta e sfruttamento registrate in contesti differenti da quelli collegati a situazioni di conflitto o post conflitto. Infatti le modalità di reclutamento, le tecniche di controllo psicologico e le forme di sfruttamento molto spesso ricorrono indipendentemente dalla situazione o dalla collocazione geografica.

Matrimoni precoci e forzati a scopo di sfruttamento. Tra i fenomeni studiati quello delle ragazze oggetto di rapimenti da parte dei gruppi armati, giovani donne strappate dalle loro famiglie o prelevate da zone di confine, costrette, con violenza, a diventare schiave sessuali. Il report sottolinea che nei paesi analizzati le modalità di reclutamento e lo sfruttamento femminile ruotano attorno ai matrimoni combinati dove le future spose e le loro famiglie raramente sembrano coscienti dei rischi legati a tale pratica. Indipendentemente dalla religione di appartenenza, il sistema delle doti è infatti regolarmente impiegato come moneta sonante per l’acquisto e la mercificazione della donna. Questi “matrimoni” sono usati per diversi tipi di sfruttamento femminile, abusi che sfociano nella sfera domestica, sessuale, nella prostituzione forzata, in matrimoni temporanei o in vere e proprie forme di schiavitù; tutti aspetti che implicano l’uso indiscriminato della violenza.

Sfruttamento economico dei rifugiati. Questo tipo di sfruttamento è presente, con varie sfumature, in tutti i paesi esaminati nella ricerca. La quasi impossibilità per i rifugiati di accedere legalmente al mercato del lavoro a causa del limitato riconoscimento dei loro diritti o all’assenza di uno status, favorisce su larga scala lo sfruttamento economico. Sebbene ci siano possibilità remote di modificare le legislazioni nazionali, la nostra ricerca ha mostrato che quello economico può generare altre forme di sfruttamento come il traffico di droga, la prostituzione, la riduzione in schiavitù come saldo di un debito precedentemente contratto.

Abusi sui bambini. Nei paesi con elevato numero di rifugiati, il lavoro minorile è presente in tutti quei settori in cui è richiesta manodopera non qualificata: i bambini infatti vengono spesso usati come braccianti, venditori ambulanti, lustrascarpe, commessi in piccoli market, oppure impiegatinel settore edile. In particolare, per quanto riguarda i minori iracheni rifugiati in Libano secondo la ricerca lo sfruttamento minorile era meno comune prima della guerra in Iraq. Il 92 per cento dei bambini non aveva mai lavorato nel paese d’origine e il 59 per cento aveva completato almeno la scuola elementare. Nonostante questo genere di sfruttamento (che a volte sfocia in sfruttamento sessuale, o in attività di piccola criminalità organizzata) sia dettato dalle difficoltà economiche delle famiglie rifugiate, forte è il rischio che possa trasformarsi in una pratica istituzionalizzata. Un preoccupante esempio è rappresentato dalle famiglie rifugiate che vivono nelle tendopoli informali situate su terreni privati nella Valle della Bekaa o nel nord del Libano: spesso, per poter pagare l’affitto della tenda, sono infatti costrette a mandare i loro figli a lavorare nei campi del proprietario della terra su cui hanno stabilito l’accampamento. Sempre più spesso le organizzazioni umanitarie lavorano assegnandogli il compito di distribuire regolarmente aiuti (cibo, coperte, etc.) in modo da rendere più sostenibile e organizzata la vita nei campi.

Minoranze ostracizzate. I contesti postbellici analizzati nella ricerca mostrano che le guerre civili, passate e presenti, portano determinate minoranze a essere costantemente ostracizzate, per motivi etnici o religiosi, da parte di tutti gli attori in un conflitto. Nel periodo successivo a una guerra, infatti, il naturale spazio sociale accordato a questi gruppi continua ad essere minacciato: discriminati e marginalizzati, rappresentano, di conseguenza, un ricco bacino di potenziali vittime di tratta per molte generazioni a venire. E non solo: l’esclusione dalle istituzioni sociali nei loro paesi di origine li condanna a vivere isolati, rafforzando la mentalità da clan autoreferenziale e la criminalità organizzata. L’esempio della Bosnia Herzegovina e del Kosovo dimostra come dopo oltre 15 anni dalla fine del conflitto, la mancanza di protezione alle minoranze discriminate, nei loro territori o nei paesi ospitanti, abbia generato una struttura interna di cosiddette ‘attività grigie’ che possono facilmente degenerare in varie forme di criminalità e, in particolare, nella tratta di esseri umani.

Traffico di migranti e tratta di esseri umani. Secondo molte ricerche c’è una differenza tra traffico di migranti e tratta di esseri umani. “La nostra ricerca prova invece a dimostrare il contrario: il traffico di migranti, cioè, può essere il trampolino di lancio per la tratta di esseri umani – spiega Caritas – Spesso le persone che non sono in grado di pagare i trafficanti sul posto, sono ridotte in schiavitù per avere contratto un debito. Alcune famiglie costringono le figlie al matrimonio per recuperare i soldi della dote; altri migranti,specialmente nell’Europa occidentale, invece, finiscono intrappolati nelle maglie della criminalità o dello sfruttamento economico.

Le raccomandazioni delle Caritas. Le organizzazioni, riunitesi ad Istanbul, hanno lanciato anche alcune raccomandazioni. Una fase di sperimentazione inizierà a breve in alcuni paesi come il Libano. Qui si punta a sensibilizzare le forze di polizia sulla tratta di minori rifugiati. Alcuni bambini siriani sono usati, infatti, per la prostituzione nei parchi in alcuni distretti di Istanbul. Per combattere questa situazione, Caritas Libano propone un aggiornamento delle diverse forme di tratta per enfatizzare il bisogno di identificare le vittime o potenziali tali tra rifugiati, soprattutto bambini, in contesti di conflitto o post conflitto. Questo aggiornamento è condotto regolarmente con lo staff delle diverse agenzie di polizia. Caritas Libano coordinerà il dipartimento di formazione all’interno delle Forze di Sicurezza Interne per l’aggiornamento. Un secondo progetto si concentrerà sulla prevenzione dello sfruttamento lavorativo degli armeni siriani.

sabato 19 dicembre 2015

Sud Sudan il destino terribile dei bambini soldato nel dossier denuncia di Human Right Watch

Euro News
A due anni esatti dall’inizio del conflitto civile in Sud Sudan, Human Rights Watch chiede alle autorità di mettere fino al reclutamento massiccio di bambini soldato. Il rapporto di 65 pagine intitolato “Possiamo anche morire”, si basa su interviste fatte a 101 minori reclutati con la forza, rimasti per mesi senza un’adeguata alimentazione, tornati a casa feriti con negli occhi le immagini dei loro amici uccisi.
Per conoscere la morte vengono portati via dalle scuole usate spesso per scopi militari, come in un edificio scolastico di Pibor: “Entrano in classe quando vogliono e bevono alcol, wisky”, racconta una bambina.

Human Rights Watch punta il dito sia contro l’Esercito governativo di Liberazione del Popolo del Sudan che contro le forze ribelli di opposizione (SPLA) che hanno fatto ricorso sistematico ai bambini soldato.

“L’esercito del Sud Sudan ha emesso un ordine militare che vieta ai soldati di utilizzare le scuole per scopi militari. La nostra inchiesta dimostra purtroppo che questa disposizione è raramente rispettata. L’esercito dovrebbe garantire il rispetto di questo divieto e far rispondere i comandanti che lo violano”, dice Dede Sheppard, vice direttore della divisione dei diritti dei bambini di Human Rights Watch.

giovedì 16 luglio 2015

Decine di bambini soldato uccisi nella guerra in Siria

Internazionale
Decine di bambini soldato sono stati uccisi in Siria nel 2015. Lo rivela L’Osservatorio siriano per i diritti umani, un’organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito.

Cinquantadue bambini sotto i sedici anni di età sono morti in esplosioni, scontri a fuoco e raid aerei in Siria nel 2015. Solo a luglio il bilancio è di trentuno vittime. Tutti facevano parte del gruppo Stato islamico. L’Osservatorio dichiara inoltre di avere raccolto notizie che riguardano la morte di decine di altri bambini soldato, ma di non essere riuscito a raccogliere informazioni sufficienti per confermarle.

I bambini soldato sono usati per sorvegliare i checkpoint e raccogliere informazioni nelle zone fuori dal controllo dei jihadisti. Ma lo Stato islamico starebbe impiegando un numero sempre maggiore di bambini soldato per uccidere i prigionieri e per condurre attacchi suicidi. Dall’inizio del 2015 otto bambini sono morti in attacchi suicidi contro le milizie curde nel nordest della Siria. Secondo quanto dichiarato dal presidente dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman, lo Stato islamico “sta sfruttando la sofferenza del popolo siriano”. Rahman spiega inoltre che il fatto che un bambino accetti di diventare un attentatore è prova del “lavaggio del cervello” a cui i militanti lo hanno sottoposto. Oltre mille bambini sono stati arruolati dallo Stato islamico dall’inizio del 2015.

Il problema dei bambini soldato non riguarda però soltanto lo Stato islamico. L’organizzazione internazionale Human Rights Watch denuncia infatti l‘arruolamento di bambini soldato anche da parte dei combattenti curdi nel nordest della Siria. Secondo l’organizzazione, dal 2014 gli arruolamenti di minori anni da parte delle Unità di protezione popolare curde sarebbero diminuiti, ma il problema rimane. “Le Unità di protezione popolare avevano promesso che avrebbero smesso di mandare bambini in guerra e dovrebbero mantenere fede al loro impegno”, ha dichiarato Fred Abrahams consigliere speciale di Human Rights Watch.

sabato 6 giugno 2015

Nigeria: l’Onu denuncia gravi violazioni dei diritti umani

Radio Vaticana
Ennesimo attentato la notte scorsa in Nigeria. Due kamikaze si sono fatti esplodere in un mercato della città di Yola, nell’est del Paese, provocando almeno 30 morti. Le autorità locali puntano il dito contro gli estremisti islamici di Boko Haram. Intanto, l’Onu denuncia gravi violazioni dei diritti umani anche da parte delle forze regolari, come l’uccisione di migliaia di persone detenute. Eugenio Bonanata ne ha parlato con Massimo Alberizzi, storico corrispondente del Corriere della Sera e direttore del quotidiano on line "www.africa-express.info":
R. – Il rispetto dei diritti umani anche da parte delle autorità, quindi della polizia e dell’esercito, è abbastanza precario. In questa situazione drammatica, oserei dire ci sono intere zone che sono sotto il controllo di Boko Haram in Nigeria. E’ ovvio che quando arrivano le Forze dell’ordine, compreso l’esercito, prendono chiunque: o in qualità di guerrigliero oppure come sostenitore e favoreggiatore dei miliziani. Non c’è molta differenza. L’ulteriore dramma di questa situazione – direi il dramma nel dramma – riguarda la condizione dei minori che vengono anche torturati per estorcere informazioni sui miliziani. Però questo non giustifica assolutamente le torture.

D. – Fonti dell’Onu parlano di almeno 15 mila bambini usati da Boko Haram in Camerun…

R. – Sì, i bambini vengono utilizzati come bambini soldato. Vengono addestrati brevemente a sparare, ma non c’è un vero e proprio addestramento. Mettono nelle loro mani un mitra e gli dicono: “Guarda che se tu non spari da quella parte e spari contro di noi, noi ti ammazziamo subito”. Le bambine, invece, vengono utilizzate come schiave di sesso, diventando magari mogli dei comandanti… Forse, devo dire che la situazione delle bambine è ancora più drammatica di quella dei maschi.

D. – Cosa dire delle migliaia di persone morte in regime di detenzione?

R. – Si tratta soprattutto di scomparsi, nel senso che non ci sono neanche le prove che siano stati uccisi: cioè spesso non ci sono neanche i cadaveri, perché li fanno scomparire. Però, è gente che viene prelevata soprattutto dall’esercito più che dalla polizia e viene portata da qualche parte. Dove non si sa: scompaiono, si danno per morti anche perché qualcuno è scomparso da qualche anno. Quindi, questa è una situazione più difficile da affrontare anche da parte dei difensori dei diritti umani visto che,, appunto, non ci sono neanche i cadaveri di queste persone. E stiamo parlando delle azioni dell’esercito e della polizia. Però, è la stessa cosa da parte dei militanti di Boko Haram. Boko Haram arriva in un villaggio e dice: “Ah, voi siete sostenitori del governo”, prende tutti, li porta via e anche questa gente scompare, ovviamente. Come al solito i neutrali, chi non sta da una parte e dall’altra, sono quelli che ne fanno le spese perché poi non sono protetti né dagli uni né dagli altri.

R. – Quale può essere la risposta della nuova presidenza nigeriana?

R. – La nuova presidenza della Nigeria si presenta benissimo con grandi promesse. Ma questo accade dappertutto nel mondo della politica: si promette, tanto poi una volta eletti si può anche non mantenere. E’ il suo entourage che è un dramma: personaggi che non possono andare in America perché sono inquisiti dal Senato americano per riciclaggio di denaro, per corruzione, per distrazione dei fondi pubblici. Questa è la Nigeria, un Paese ricchissimo dove la gente, anche se sono tanti ed è il Paese più popoloso dell’Africa, potrebbe vivere non dico a livello scandinavo però a livello europeo. E invece vive al di sotto della soglia di povertà, mentre solo alcune famiglie vivono al di sopra delle ricchezze dei nostri considerati ricchi.

D. – Secondo te, è inutile pensare che ci saranno inchieste indipendenti su queste violazioni dei diritti umani?

R. – No, è inutile sperarlo. Le indagini indipendenti dovrebbero farle i governi e comunque i Paesi che sono connessi in qualche modo con la Nigeria e che garantiscono questa ricchezza enorme, spropositata, a poche famiglie nigeriane. Ma a parte gli Stai Uniti d’America e un pochino la Francia gli altri, compresa l’Italia, non si muovono in questo senso.