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domenica 18 settembre 2022

Siria, il martirio di un popolo continua ma il mondo ha chiuso gli occhi. La guerra non e finita e il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà

Globalist
In Siria, circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.
Un obbligo morale. Un dovere professionale: non spegnere i riflettori sulla tragedia siriana. Una tragedia che continua undici anni dopo l’inizio della guerra dichiarata dal “macellaio di Damasco”, al secolo il presidente Afez al-Asad, al suo popolo, “colpevole” di essere sceso in strada per reclamare libere elezioni, giustizia, diritti. La Siria, il martirio di un popolo continua.


La testimonianza di Grandi
Una nota ufficiale dell’Unhcr : “A seguito di una visita terminata ieri (15 settembre 2022), l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha esortato ad assicurare maggiore sostegno per far fronte alle drammatiche esigenze umanitarie rilevate in Siria. La visita dell’Alto Commissario mirava ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sui 14,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria nel Paese, di cui oltre 6,9 sono sfollati interni. Circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.

“È diritto di tutti vivere al sicuro e avere accesso a cibo, mezzi essenziali di sostentamento, acqua, alloggio e calore”, ha affermato Grandi. [...]

La piaga del colera
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la prima epidemia di colera confermata da anni nella regione: è necessaria un’azione urgente per prevenire ulteriori casi e morti, dicono dal Palazzo di Vetro.

Imran Riza, che rimane per il momento il rappresentante delle Nazioni Unite e il coordinatore umanitario in Siria, ha espresso seria preoccupazione per l’epidemia. Il numero di casi confermati di colera finora è di 20 ad Aleppo, 4 a Latakia e 2 a Damasco. Le Nazioni Unite in Siria chiedono ai paesi donatori di fornire urgenti finanziamenti aggiuntivi per contenere l’epidemia e impedirne la diffusione. [...]
L’epidemia si concentra nelle province di Aleppo e Deir al Zor. Si ritiene che derivi dall’acqua contaminata del fiume Eufrate, che scorre attraverso le province, e che viene usata sui raccolti.
L’epidemia è un indicatore della grave carenza di acqua in tutta la Siria causata dai cambiamenti climatici e dal conflitto. 


I numeri dell’emergenza umanitaria
La guerra ha provocato quasi 400mila morti e 200mila dispersi, secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Su una popolazione di 21 milioni di persone prima della guerra, 6,6 milioni sono fuggite dalla Siria per cercare rifugio all’estero, principalmente negli Stati vicini. Inoltre le statistiche rivelano che il 90 per cento della popolazione rimasta nel Paese è costretta a vivere sotto la soglia della povertà. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che più di 12 milioni di siriani, ossia il 60 per cento della popolazione, vive in situazione di insicurezza alimentare. In totale sono 14,6 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario, di cui 9,6 urgente.

L’illusione della pace
Il sanguinoso conflitto in Siria, in corso da più di undici anni e che ha finora ucciso almeno mezzo milione di persone, rischia di riaccendersi dopo l’inasprimento della tensione lungo diverse linee del fronte. Lo afferma o l’ultima relazione della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulle violazioni commesse in Siria. “La Siria non può permettersi un ritorno a combattimenti su larga scala, ma questo è ciò verso cui si sta andando”, ha affermato Paulo Sergio Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta.

“A un certo punto – ha detto Pinheiro parlando ai giornalisti a Ginevra e citato dai media siriani e libanesi – credevamo che la guerra in Siria fosse completamente finita (…) le violazioni documentate hanno dimostrato che non è così”.

La relazione di 50 pagine afferma che nonostante il fatto che numerosi fronti di guerra, a lungo attivi, si siano in apparenza pacificati, negli ultimi sei mesi si sono registrate numerose e gravi violazioni dei diritti umani fondamentali.


In particolare, si legge nella relazione dell’Onu, l’inasprimento di combattimenti e raid aerei nel nord-est e nel nord-ovest della Siria hanno provocato la morte di decine di civili. Le popolazioni sono inoltre private in diverse aree di cibo e acqua potabile.

Secondo la commissione d’inchiesta, negli ultimi tre mesi si è inoltre registrato un aumento dei bombardamenti aerei russi nelle regioni nord-occidentali, dove da anni sono ammassati circa 4 milioni di persone, fuggite negli anni da altre zone del martoriato paese.

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Inferno siriano
Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore.

Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. [...]
Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”, conclude Russell.

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venerdì 31 maggio 2019

Accordo tra ministero e avvocati, la sospensione della prof Dall'Aria sarà annullata

Accordo tra ministero e avvocati, la sospensione della prof Dall'Aria sarà annullata

Palermo Today
"Abbiamo individuato una soluzione percorribile giuridicamente e che eviterà il ricorso al Tribunale del Lavoro". 

A parlare i legali della docente del Vittorio Emanuele III che presto potrà dimenticare questo capitolo della sua carriera professionale.

Presto la sospensione della prof Rosa Maria Dall’Aria potrà diventare solo un brutto ricordo che non lascerà alcuna "macchia" sulla sua carriera. I dirigenti del ministero dell’Istruzione e i legali della docente del Vittorio Emanuele III avrebbero individuato una "via d’uscita": un documento da firmare presso l'Ufficio provinciale del lavoro che dichiari illegittimo il provvedimento e che ne annulli tutte le conseguenze.

La professoressa Dall’Aria era stata sospesa su decisione del provveditorato che le ha contestato l’omesso controllo su un lavoro di gruppo eseguito dai suoi studenti, che avevano realizzato un’analisi confrontando le leggi razziali del fascismo e il Decreto sicurezza dell’attuale governo. L’episodio ha sollevato un polverone che in poco tempo è rimbalzato in tutta Italia.

L’insegnante, ormai tornata dopo la pausa forzata durata due settimane, ha incontrato il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e il ministro dell’Interno Matteo Salvini che, a margine della commemorazione per la strage di Capaci, l'hanno rassicurata sul futuro della vicenda. “Si sta lavorando tecnicamente - ha detto il titolare del Viminale - come è il mio compito, perché tutto torni a posto".

"Abbiamo individuato una soluzione percorribile giuridicamente e che eviterà il ricorso al Tribunale del Lavoro. Bisogna ancora definire i dettagli del verbale - spiega all'agenzia Dire Alessandro Luna, legale dell'insegnante - che sarà firmato da entrambe le parti e individuare la figura più adatta alla sottoscrizione, ma si tratterà di un atto formale che dovrà dichiarare illegittima la sospensione e che annullerà le conseguenze della stessa".



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martedì 24 aprile 2018

Siria: Unicef, 2,8 milioni di bambini sono senza istruzione

SIR
Nonostante gli oltre 7 anni di guerra in Siria quasi 5 milioni di bambini siriani vanno a scuola, ma altri 2,8 sono senza istruzione. 


L’allarme è dell’Unicef che, in vista della conferenza a Bruxelles sulla Siria (24-25 aprile), invita a un maggiore supporto per l’istruzione dei bambini. 

Drammatiche le cifre aggiornate dell’Unicef: dall’inizio del conflitto nel 2011, sono state attaccate 309 strutture scolastiche e una scuola su tre non può più essere utilizzata; circa il 40% dei bambini che non vanno a scuola hanno fra i 15 e i 17 anni, rendendoli vulnerabili allo sfruttamento fra cui i matrimoni precoci, reclutamento nei conflitti e lavoro infantile. 

Queste problematiche, afferma l’Unicef, si stanno diffondendo visto che le famiglie stanno facendo sempre più affidamento su misure di sopravvivenza estreme. Per quanto riguarda i bambini che vanno a scuola, il rischio di abbandono incombe mentre affrontano gli impatti del trauma. 

Tuttavia, “contro ogni aspettativa”, 4,9 milioni di bambini siriani continuano ad avere accesso all’istruzione. Circa il 90% dei bambini che hanno accesso all’istruzione frequentano le scuole pubbliche, sia in Siria, che nei paesi vicini. 

In Libano e Giordania, i bambini siriani hanno potuto unirsi ai loro coetanei locali nelle scuole pubbliche. Tuttavia, rimangono sfide enormi. A causa del conflitto che va avanti da sette anni 2,8 milioni di bambini hanno perso la scuola; alcuni di questi bambini non sono mai andati a scuola, mentre altri hanno perso fino a sette anni di istruzione, rendendo loro estremamente difficile recuperare gli anni perduti. 

“I consistenti finanziamenti da parte dei donatori, la generosità senza precedenti da parte dei governi ospitanti e le comunità, il lavoro senza sosta di insegnanti eroici e la determinazione dei bambini siriani e delle loro famiglie hanno aiutato milioni di bambini siriani a ricevere un’istruzione”, ha dichiarato Geert Cappelaere, direttore regionale dell’Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa. 

“I leader mondiali questa settimana si incontreranno a Bruxelles per la conferenza per supportare il futuro della Siria e della regione: chiediamo loro di non arrendersi con i bambini e i giovani che ne hanno già passate così tante. Finanziamenti costanti, flessibili, senza condizioni e a lungo termine per il settore dell’istruzione sono necessari per migliorare il sistema esistente e aumentare il numero di opzioni alternative per i bambini e i giovani di partecipare a un apprendimento di qualità. La protezione e i bisogni dei bambini devono essere la priorità per i decisori politici e per coloro che combattono sul campo”.

giovedì 7 settembre 2017

Rifugiati siriani in Giordania: il 41% non va a scuola, aumentano le spose bambine

Agenzia Nova
La Giordania ospita 2,8 milioni di rifugiati: 660.582 sono i rifugiati siriani registrati (51 per cento dei quali sono bambini), di cui 337.557 sono i minorenni siriani registrati. I bambini di età inferiore ai 5 anni registrati sono 102.390. 



I profughi presenti in Giordania rappresentano circa un-quarto della popolazionen locale di 9,5 milioni di persone. Il campo profughi più grande della Giordania è quello di Zaatari, dove vivono circa 80mila persone. L'altro campo profughi, quello di Azraq, ospita circa 35mila persone (dati relativi al primo trimestre del 2017).

L’impegno di Unicef Italia in Giordania riguarda in particolare l’accoglienza dei rifugiati nei due campi principali di Zaatari e Azraq e l’istruzione dei più giovani. Lo afferma oggi ad “Agenzia Nova” il direttore generale di Unicef Italia, Paolo Rozera, a margine di un incontro sui progetti dell’Unicef in Giordania, avvenuto a Roma. “Stiamo lavorando sul campo dell’istruzione che rimane l’arma principale che questi ragazzi hanno per ipotizzare di aver un futuro quando finalmente la guerra finirà”, dichiara Rozera. Il funzionario di Unicef spiega che “tutti loro vogliono ritornare. Ma il problema è che se ritornano dopo aver perso sette anni di istruzione fanno parte di quella che viene definita ‘lost generation’”. 

L'Italia, a livello governativo, è impegnata, in particolare, nell'iniziativa "No Lost Generation", contribuendo dal 2013 con una donazione di 3,1 milioni di euro verso i programmi di protezione ed istruzione dell'Unicef in Giordania. Il progetto mira alla promozione dell'accesso all'istruzione pubblica da parte di tutti i bambini che vivono in Giordania, anche di altre nazionalità, ed offrire sostegno psico-sociale per alleviare le condizioni di disagio.

Un altro aspetto su cui si concentra l’iniziativa di Unicef Italia attraverso i fondi dei privati è quello delle spose bambine, chiarisce Rozera, che auspica di poter ritornare in Giordania il prossimo ottobre per seguire da vicino il progetto. Ricordando la precedente visita nel regno hascemita, il direttore generale di Unicef Italia cita una frase che lo ha colpito che campeggia all’ingresso del più grande campo profughi della Giordania, quello di Zaatari: “Se educhi un uomo, educhi solo quell’ uomo. Se educhi una donna, educhi un’intera nazione”. Per Rozera questa affermazione è “verissima”, per questa ragione “lavorare per aiutare le donne a cambiare il loro futuro e non essere delle spose bambine, per cui la loro adolescenza viene cancellata, è una delle cose su cui ci vogliamo concentrare ed utilizzeremo testimonial italiani per cercare di ampliare i riflettori su questo fenomeno”.

L’Unicef, ricorda Rozera, segue anche tutto ciò che riguarda il settore dell’acqua e della sanità. “Fino a due anni fa c’erano dei camion che portavano le acque alle tende, mentre adesso ci sono delle tubature costruite dall’Unicef ed in tal modo si evitano anche malattie”, precisa il funzionario. I progetti finanziati con i fondi raccolti da Unicef Italia vengono individuati dall’Unicef Giordania, da Ong locali e dal governo di Amman, che ne valuta la priorità ed i costi di realizzazione. Interrogato sugli aspetti significativi della sua visita in Giordania, Rozera si è detto “molto colpito dall’ospitalità e dall’etica dell’accoglienza del popolo giordano, un paese che è il secondo per scarsità di acqua”.

Il direttore generale di Unicef Italia evidenzia che “non è soltanto il governo giordano ad accogliere, ma anche i sindaci. L’Unicef sta facendo una campagna promozionale per far capire che i ragazzi che arrivano in Giordania rappresentano un’occasione”. Come esempio di “occasione” generata dalla presenza dei profughi nel regno, Rozera cita il caso di una scuola aveva solo due aule: attraverso un progetto di Unicef sono state costruite altre due aule e sono stati risistemati i servizi igienici. Infine, Rozera evidenzia lo “spirito costruttivo” con cui i giordani affrontano “i problemi perché sentono che è doveroso aiutare chi sta fuggendo da una guerra”.

sabato 29 ottobre 2016

Guinea - Sposarsi bambine può uccidere, l'istruzione può salvare. Gli interventi di Sant'Egidio a Bissau

www.santegidio.org
La storia di Ramatulai che voleva andare a scuola

Ogni anno almeno 15 milioni di ragazze minorenni sono costrette al matrimonio, un terzo di loro ha meno di 15 anni. I dati forniti dall'Unicef in occasione della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze sono allarmanti e rivelano una realtà di abusi e violenze purtroppo ancora diffuse a livello globale. 


Se ne è parlato il 16 ottobre a Bissau in una conferenza organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio dal titolo "Sposarsi da bambine può uccidere, l'istruzione può salvare", dove sono state denunciate gravissime violazioni dei diritti delle ragazze, ed in particolare il tema del matrimonio precoce, che ruba l'infanzia e la vita di tantissime giovani in Africa, in particolare in Guinea-Bissau.

Oggi in Guinea Bissau migliaia di ragazze sono invisibili: vittime del matrimonio precoce, sono obbligate a sposarsi con uomini adulti. La pratica delle "spose-bambine", ancora molto diffusa, non solo minaccia seriamente la salute sia fisica che psicologica di queste giovani, ma anche le sottrae alla scolarizzazione, privandole dell'ambiente protettivo della famiglia di origine.

L'accesso all'istruzione può salvare la vita delle bambine e delle ragazze: quelle che arrivano all'istruzione secondaria è rilevato statisticamente che hanno meno probabilità di sposarsi precocemente di quanto non accada alle loro coetanee che non sono andate a scuola.

La scuola rappresenta quindi un luogo reale di protezione dagli abusi, dallo sfruttamento, dai matrimoni e dalle gravidanze precoci.Tuttavia in Guinea Bissau spesso l'istruzione è ancora negata a molte bambine per diversi motivi: religiosi, tradizionali o ideologici. E ancora molte vengono isolate, escluse dall'amicizia con i coetanei e con gli altri membri della società, e soffrono così di pesanti ripercussioni nella sfera affettiva, sociale e culturale.

La storia di Ramatulai
La Comunità di Sant'Egidio di Bissau ha iniziato una grande battaglia contro il fenomeno delle "spose-bambine" quando ha incontrato Ramatulai, una ragazzina di 13 anni, in un quartiere della periferia.

In famiglia sono 6 figli: i suoi cinque fratelli vanno tutti a scuola, ma lei no. I progetti su Ramatulai sono altri: sposarla con un uomo adulto amico di suo padre. Un giorno trova il coraggio di dire ai genitori che non vuole, che vuole andare a scuola anche lei. Viene picchiata e segregata dai genitori e dai fratelli, tutti concordi nell'impedire la sua "ribellione".

Alla fine Ramatulai riesce a scappare di casa. Viene accolta nella famiglia degli zii, in un altro quartiere di Bissau, frequenta la Scuola della Pace della Comunità di Sant'Egidio, è felice e ha un progetto: da grande vuole fare la maestra, insegnare alle altre ragazze a leggere e a scrivere per salvare la loro vita. Il grande sogno di Ramatulai è anche il nostro sogno per lei e per tante bambine, in Guinea e non solo.

giovedì 7 luglio 2016

Con la guerra 75 milioni di bambini in 35 paesi senza istruzione. Quale futuro?

In Terris
Le bombe non radono al suolo soltanto la struttura visibile di una nazione, le case, i palazzi, le stazioni, ma uccidono la possibilità di crescita di intere generazioni, specialmente se teatro dei conflitti sono quelle zone che Papa Francesco ha definito “le periferie del mondo”; circa un quarto dei bambini del mondo in età scolare – 462 milioni – vive in Paesi colpiti da crisi. Circa 1 bambino su 6 in età da scuola dell’infanzia fino alla secondaria superiore (3 – 18 anni) che vive in contesti di crisi umanitarie ha disperato bisogno di supporto per l’istruzione.

Una vera emergenza umanitaria, sociale e culturale, che oggi inizia ad essere al centro del dibattito internazionale, anche se non ancora con la giusta attenzione. Paesi fragili e colpiti da conflitti hanno visto crescere esponenzialmente la popolazione non scolarizzata, ma l’istruzione in situazioni umanitarie e di crisi continua a ricevere solo una piccola porzione del budget umanitaria globale. Attualmente ci sono 75 milioni di bambini in 35 Paesi che non vanno a scuola e ad oggi meno del 2 percento dei finanziamenti per l’aiuto umanitario va all’educazione in contesti di emergenza.

In tempi di conflitto e di crisi, le infrastrutture sociali ed economiche sono distrutte, e la fornitura di servizi di base, come l’istruzione, diventa difficile, frammentato o semplicemente inesistente. I bambini sono costretti ad abbandonare la scuola, e sono più vulnerabili e a rischio di violenza, il lavoro forzato e di tratta.

Secondo l’Unicef, i bambini siriani sotto i cinque anni non hanno conosciuto altro che la guerra. Dall’inizio del conflitto sono nati 3,7 milioni di bambini, un terzo della popolazione infantile del Paese. Oltre 306.000 sono nati come rifugiati nei paesi limitrofi. Il numero complessivo dei minori siriani colpiti dalle conseguenze della guerra, all’interno del Paese o negli stati dove si sono rifugiati, è di circa 8,4 milioni, oltre l’80% della popolazione infantile. Una generazione perduta.

Qualcosa si muove, dicevamo. E infatti se ne è parlato a Istanbul il World Humanitarian Summit, il primo vertice mondiale indetto per affrontare le emergenze umanitarie globali del nostro secolo. Per due giorni,a fine maggio, si sono incontrati 9mila delegati, tra i quali anche i rappresentanti di 173 governi e delle Ong.

Nell’ambito dell’educazione in contesti di emergenza e di conflitto è stata lanciata proprio dall’Unicef un’iniziativa chiamata “L’educazione non può aspettare” (Education Cannot Wait); molti paesi si sono impegnati finanziariamente per raggiungere 150 milioni di dollari. Il ripristino dei sistemi di istruzione in queste aree in grado di fornire un segno visibile di un ritorno alla normalità.

L’accesso limitato all’istruzione è uno dei modi più sicuri di trasmissione della povertà da una generazione all’altra. L’istruzione – lo ricordiamo – è un diritto umano fondamentale, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Ogni ragazza e ogni ragazzo dovrebbe avere il diritto ad un’istruzione di qualità in modo che possano avere più possibilità nella vita, tra cui le opportunità di lavoro, migliori condizioni di salute e anche di partecipare al processo politico.

Uno degli episodi più inquietanti risale allo scorso febbraio, quando almeno 50 morti furono provocati da raid aerei su 2 scuole ed 5 ospedali (tra cui quello sostenuto da Medici senza Frontiere) nel nord della Siria. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon si disse “profondamente preoccupato dalle notizie di attacchi missilistici su almeno 5 strutture mediche e due scuole tra Aleppo e Idlib, che hanno ucciso quasi 50 civili, inclusi bambini”.

L’Agenzia dell’Onu per l’infanzia ha chiesto scelte concrete perché almeno nelle scuole e negli ospedali i bambini siano protetti e al sicuro. Secondo gli ultimi dati dai teatri di guerra ogni giorno 4 scuole o ospedali sono attaccati o utilizzati da forze o gruppi armati.

Su questo fronte è impegnata anche l’organizzazione “The Global Partnership for Education”, il cui motto è “Reaching global goals through local action”, ossia raggiungere obiettivi globali attraverso azioni locali. “Un’istruzione di qualità per tutti – afferma GPE – è il fondamento di un mondo che è prospera, pacifica, equa, e pronto per il futuro“. Pochi giorni fa il Consiglio di Amministrazione della GPE ha approvato un budget di 147 milioni di dollari per migliorare l’istruzione di milioni di bambini e giovani nella Repubblica Democratica del Congo, Malawi e i quattro Stati dei Caraibi insulari Dominica, Grenada, St. Lucia e St. Vincent e Grenadine. Le sovvenzioni sosterranno e contribuire ad attuare piani di settore dell’istruzione nazionali o regionali che forniscono una stampa blu per il rafforzamento dell’istruzione dei paesi nei prossimi anni.

Sembra tanto, e per essere un’iniziativa non governativa lo è. Ma è pur sempre una goccia nel mare finché i potenti del mondo non decideranno non solo di farsi carico strutturalmente delle situazioni di crisi, ma eviteranno di alimentare i conflitti, unica vera strategia per una pace duratura.

martedì 10 novembre 2015

Turchia - Rapporto HRW: 400mila bambini e figli di rifugiati siriani senza la scuola

Askanews
Istanbul - Oltre 400mila bambini siriani che vivono in Turchia non frequentano la scuola, soprattutto per problemi economici, emergenza che potrebbe indurre un maggior numero di rifugiati a sobbarcarsi un viaggio della speranza in Europa o perfino tornare in patria malgrado la guerra civile. La denuncia è contenuta in un rapporto di Human Rights Watch.
L'ong ha sollecitato la comunità internazionale e la Turchia a intervenire con urgenza, per garantire che i siriani che sono fuggiti a causa di un conflitto iniziato quattro anni e mezzo fa abbiano un maggior accesso all'istruzione. "Non riuscire a dare un'istruzione ai bambini siriani mette un'intera generazione a rischio", ha dichiarato Stephanie Gee del programma per i diritti dei rifugiati di Hrw.

"Senza una reale speranza di un futuro migliore, rifugiati siriani in preda alla disperazione potrebbero mettere in gioco la loro vita e tornare in Siria o avventurarsi in pericolosi viaggi verso l'Europa", ha aggiunto Hrw.

L'Unhcr, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha detto di prevedere fino a 600mila migranti e rifugiati pronti a rischiare - solo nei prossimi quattro mesi - la traversata dalla Turchia alla Grecia. Le difficoltà economiche sono il principale ostacolo che impedisce ai bambini siriani di andare a scuola in Turchia, ha denunciato Hrw: i rifugiati non possono ufficialmente avere un'occupazione e spesso non sono in grado di permettersi le tasse scolastiche o le spese per i trasporti.

giovedì 3 settembre 2015

Middle East 13 million children denied education - Istruzione negata per 13 milioni di bambini

MISNA
Over 13 million children are being denied an education by conflicts across the Middle East, “leaving their hopes and futures shattered”, the United Nations Children's Fund (UNICEF) said in a report.


Bambina siriana recupera i suoi libri tra le macerie

In Syria, Iraq, Yemen and Libya nearly 9,000 schools are unable to be used for education, because used to shelter displaced families or are as bases for combatants. “It's not just the physical damage being done to schools, but the despair felt by a generation of schoolchildren who see their hopes and futures shattered”, stressed Peter Salama, regional director for UNICEF in the Middle East and North Africa.

The 13.7 million children denied the right to an education represent around 40% of the entire school population of Syria, Iraq, Yemen, Libya, Jordan, Turkey, Palestinian Territories and Sudan, and UNICEF fears the number could raise to 50 percent in coming months as conflicts intensify. In Syria, a school on four closed since March 2011, with immediate effects on over 2 million students.

The report "Education Under Fire" also denounces that “the killing, abduction and arbitrary arrest of students, teachers and education personnel have become commonplace" in the region, causing thousands of teachers to flee their countries.

[AdL/BO]

Medio Oriente - Istruzione negata per 13 milioni di bambini

Sono oltre 13 milioni i bambini che nel Medio Oriente, vengono privati dell’educazione, a causa dei conflitti che agitano la regione. Lo ha reso noto l’Unicef in un rapporto sottolineando che “le speranze di un’intera generazione vengono schiacciate”. 

In Siria, in Iraq, Yemen e Libia, circa 9000 istituti scolastici sono inutilizzabili, o perché sono stati danneggiati o distrutti o perché vengono usati come basi dalle parti in conflitti o come centri di accoglienza per i rifugiati. “Ma non si tratta solo dei danni materiali inferti alle strutture” ha sottolineato Peter Salama, direttore regionale di Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, “quanto della disperazione di un’intera generazione di bambini in età scolare che vedono le loro speranze disattese e il loro futuro cancellato”.

I 13,7 milioni di bambini privati del diritto allo studio, rappresentano circa il 40% dell’intera popolazione scolastica di Siria, Iraq, Yemen, Libia, Giordania, Turchia, Territori Palestinesi e Sudan e l’Unicef teme che la cifra possa raggiungere il 50% entro pochi mesi.

In Siria, in modo particolare, una scuola su quattro ha chiuso le porte da marzo 2011 ad oggi, con effetti immediati su oltre due milioni di studenti.

Nel rapporto ‘Education under fire’ (Istruzione sotto attacco) si denuncia inoltre che “l’uccisione, il sequestro e gli arresti arbitrari” di educatori e personale scolastico sono divenuti episodi comuni nella regione. Per questo motivo migliaia di insegnanti sono fuggiti dai paesi d’origine.

[AdL]


martedì 17 febbraio 2015

ONU Diritti Umani - In 70 paesi l'istruzione sopratutto delle bambine è attaccata. Attacchi alle scuole "crimini contro l'umanità"

OnuItalia
Roma – Non è un paese per studentesse. Anzi, sono almeno 70 i paesi nei quali il diritto allo studio, soprattutto per le bambine, non solo non è rispettato e garantito, ma è addirittura contrastato, anche violentemente.

L’allarme è dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani che in un rapporto non lascia alcun dubbio su come ciò che sta accadendo abbia come scopo dare il segnale che la scuola non è un posto sicuro per le ragazze, e che il cambiamento – che spesso corrisponde ad una crescita culturale oltre che economica – è da avversare, perché pericoloso.

I dati forniti dall’Onu hanno preso in esame 70 paesi nel quinquennio 2009-2014 e mostrano che attacchi di ogni tipo colpiscono studentesse, scuole e insegnanti minando alla base il concetto di istruzione per tutti e senza confini. Il rapporto cita molti esempi, focalizzando i più recenti, dall’attentato alla studentessa pachistana premio Nobel, Malala Yousafzai, al rapimento delle 300 studentesse nigeriane da parte degli integralisti di Boko Haram, all’attentato talebano che nel dicembre dello scorso anno ha lasciato tra le stanze di una scuola di Peshawar, in Pakistan, i corpi di 100 bambini. Una allarmante, continua, sanguinosa battaglia che colpisce la Nigeria e l’Afghanistan, ma anche il Pakistan, Haiti, la Repubblica democratica del Congo, il Mali, il Myanmar, le Filippine, la Siria, l’Indonesia, il Salvador e l’India. In tutti questi paesi si assiste, afferma il rapporto, ad una continua crescita delle violenze contro le studentesse e le loro insegnanti che vengono uccise, stuprate, relegate, frustate, sfruttate nel lavoro e come schiave sessuali, sposate a forza ai loro aguzzini, rese madri giovanissime, avvelenate e bastonate.

Questo serve, è il parere dell’Onu, non solo ad allontanare definitivamente le donne dal sapere come emancipazione, ma a formare una mentalità nelle famiglie di appartenenza che continui a considerare l’istruzione come un pericolo. Il risultato è che a 63 milioni di adolescenti viene negato il diritto all’istruzione e che la povertà rimane così una delle più potenti barriere contro l’educazione: in Nigeria, ad esempio, i due terzi dei bambini non vanno a scuola, così come il 66% in Eritrea e il 59 il Liberia (dove però sono istruiti con successo a diventare i bambini-soldato).

L'ex premier e ministro britannico Gordon Brown, che è inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Istruzione ha scritto che è in atto una ”guerra contro l’educazione” e che quindi una delle strade da percorrere è dare alle scuole lo status di ”luogo sicuro, come gli ospedali che inalberano la Croce Rossa, o i veicoli e gli edifici con il simbolo delle Nazioni Unite”. Solo così, spiega Brown , si potranno definire gli attacchi a scuole e studenti ”crimini contro l’umanità” e punirli come tali.

Subito dopo il brutale sequestro d studente nigeriane di Boko Haram Brown ha creato la prima ‘Safe Schools initiative’ raccogliendo in meno di un anno circa 30 milioni di dollari offerti da uomini da affari, amministrazioni, governo nigeriano, Onu, donatori internazionali. Con in fondi recuperati le scuole potranno essere meglio recintate e isolate, collegate alle stazioni di polizia, si potranno formare gruppi ‘i sicurezza’ composti da studenti, professori, genitori, cittadini comuni in grado di garantire intere zone sicure per le scuole. Il prossimo paese in cui l’associazione ‘premier Gb vuole intervenire è il Pakistan dove i fondamentalisti hanno provato a far tacere Malala.

Inutilmente, perché la ragazza, una volta guarita, ha provveduto subito a coniare la parola d’ordine necessaria: ”Prendiamo i libri e le penne….sono le armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una stilo possono cambiare il mondo”.
di Maria Novella Topi

giovedì 20 febbraio 2014

Malala In visita a campo profughi siriano di Zaatari: comunità internazionale aiuti istruzione bambini siriani

AFP
Amman - Malala Yusafzai, giovane militante pachistana per i diritti umani, ha chiesto alla comunità internazionale di fornire assistenza per l'istruzione dei bambini siriani: "Ci sono ancora tanti bambini e bambine che non possono andare a scuola", ha sottolineato Malala nel corso di una visita al campo profughi siriano di Zaatari, in Giordania.

"Questi bambini vogliono avere un'istruzione perché sognano di diventare medici, ingegneri e giornalisti" ha spiegato la giovane, insignita del premio Sakharov per i Diritti umani e scampata nel 2012 a un tentativo di omicidio da parte dei talebani pachistani.

domenica 15 dicembre 2013

Tre milioni di bambini siriani senza istruzione

Vita.it
Lo rivela il documento “Syria Crisis: Education Interrupted”- “L’Istruzione interrotta”, che considera drammatico il calo dei livelli di istruzione per i bambini siriani. I progressi che il Paese aveva fatto in dieci anni, sono stati annullati nel corso degli ultimi tre
Il documento, che è stato realizzato in collaborazione con Unicef , è il primo tentativo di quantificare la reale portata dello sconcertante declino in materia di istruzione in un paese dove il tasso di frequenza alla scuola primaria era pari al 97% prima del conflitto iniziato nel 2011. Prima del conflitto la Siria era leader nella regionale rispetto all’iscrizione scolastica, in meno di tre anni la riduzione più rilevante nel campo dell’istruzione, ovunque nella regione, ha avuto conseguenze disastrose per il futuro.

Più di 1.000 giorni di guerra in Siria hanno fatto perde, a milioni di bambini, istruzione, scuole, insegnanti.

Nella migliore delle ipotesi, i bambini ricevono un’istruzione discontinua. Nel peggiore dei casi, hanno abbandonato la scuola e sono costretti a lavorare per sostenere le loro famiglie 

All'interno della Siria , 1 scuola su 5 non può essere utilizzata perché danneggiata, distrutta o è diventata un riparo per sfollati. Nei paesi in cui sono ospitati i rifugiati siriani, tra i 500.000 - 600.000 bambini rifugiati siriani non vanno a scuola .

Le zone più colpite sono quelle all'interno della Siria, dove stanno avendo luogo terribili violenze - tra cui A- Raqqa, Idlib, Aleppo, Deir Ezzour, Hama, Dara'a e Damasco rurale. In alcune di queste aree i tassi di frequenza sono crollati al 6%.
Il documento elenca alcuni dei fattori che hanno contribuito a questo rapido svuotamento delle aule.
All'interno della Siria, l’intensificarsi delle violenze, i grandi spostamenti della popolazione, le uccisioni, la fuga degli insegnanti, la distruzione e l’uso improprio delle scuole hanno reso l'apprendimento più difficile per i bambini. Molti genitori riferiscono di non avere altra scelta se non tenere i propri figli a casa piuttosto che rischiare di mandarli a scuola.

Nei paesi limitrofi lingue e dialetti diversi, differenti curricula, spazi per l’apprendimento limitati o inesistenti, sicurezza fisica, povertà e le tensioni della comunità stanno tenendo i bambini lontani dalle aule. Nel frattempo, i bambini e gli insegnanti delle comunità ospitanti si trovano ad affrontare aule più affollate e un aumento della pressione sui sistemi d'istruzione.

Il documento definisce inoltre azioni critiche che - se intraprese ora - potrebbero invertire la rotta:
- Proteggere le infrastrutture scolastiche all'interno della Siria – tra cui smettere di utilizzare le scuole per scopi militari, dichiarare le scuole zone di pace, verificare che le parti in conflitto tengano conto della protezione delle scuole .
- Raddoppiare gli investimenti internazionali per l'istruzione nei paesi di accoglienza per ampliare e migliorare gli spazi per l’apprendimento; reclutare un numero maggiore di insegnanti e ridurre drasticamente i costi per mandare i bambini a scuola.
- Approcci innovativi per rispondere ai bisogni educativi dei bambini rifugiati siriani attraverso una certificazione trasferibile per gli studenti rifugiati.
- Ampliare modelli collaudati come l'apprendimento a casa, centri di apprendimento non formale e spazi a misura di bambino che forniscono supporto psicosociale ai bambini.

venerdì 8 novembre 2013

Siria, 2/3 dei bambini palestinesi rifugiati è senza istruzione. Scuole distrutte o divenute rifugi.

Nema News
Drammatici i dati pubblicati dall'UNRWA: due terzi dei bambini palestinesi profughi in Siria non va più a scuola. Istituti distrutti o trasformati in rifugi per i profughi.

Roma, Il nuovo report di Visualizing Palestine è cristallino: a pagare l'amaro prezzo della guerra civile siriana sono i bambini. Secondo i dati dell'Unicef, oltre due milioni di bambini in Siria non vanno più a scuola da due anni e mezzo. Il 40% di loro frequentava le scuole elementari.

Nelle aree più a rischio di scontri armati, solo il 14% dei bambini va regolarmente a scuola, mentre sono il 25% gli istituti distrutti, danneggiati o trasformati in rifugi per i profughi.

Tra i più colpiti dalle conseguenze della guerra civile ci sono i rifugiati palestinesi: a tracciarne l'attuale situazione è l'UNRWA, agenzia Onu per i profughi palestinesi. I dati forniti dall'agenzia sono stati ripresi da Visualizing Palestine: due terzi dei bambini palestinesi non va più a scuola per la chiusura di 118 istituti gestiti dall'UNRWA, la maggior parte dei quali distrutti o convertiti in alloggi per i profughi.

Dallo scoppio del conflitto siriano, due anni e mezzo fa, i rifugiati palestinesi hanno vissuto un secondo esilio: la metà dei circa 500mila profughi palestinesi in Siria ha lasciato le proprie case ed è fuggito in Libano e Giordania, dove l'accoglienza non è stata certo delle migliori. Molti quelli rispediti al confine o a cui è stato impedito di attraversare la frontiera. Circa 1.500 i profughi rifugiatisi a Gaza, 6mila in Egitto e 1.600 in Turchia, dove l'UNRWA non ha alcun centro. Il campo palestinese di Yarmouk a Damasco ha visto crollare il numero dei residenti: da 160mila a 20mila.

sabato 17 agosto 2013

Carcere Intervista a Toccafondi: «La scuola abbatte il tasso di recidiva»

Avvenire
Come il lavoro, anche la scuola, in carcere, è un punto cardine del percorso di educazione e reinserimento sociale dei detenuti. Lo studio in cella abbatte drasticamente il tasso di recidiva». 
Parte da qui, il programma del sottosegretario all’Istruzione, con delega all’istruzione degli adulti, Gabriele Toccafondi, per aumentare l’offerta formativa nelle carceri italiane. «Vorrei fosse chiaro – spiega – che la scuola in carcere non è un’ora d’aria, ma apprendimento vero. Che richiede applicazione e fatica agli studenti-detenuti, la cui età media supera i trent’anni».

Qual è la situazione delle scuole carcerarie?
I dati ci dicono che siamo sulla buona strada, ma che possiamo e dobbiamo assolutamente migliorare per dare a un maggior numero di detenuti la possibilità di studiare.

A che cosa pensa, in particolare?
Occorre una particolare attenzione e una volontà chiara di interventi all'interno delle carceri perché un detenuto che frequenta le lezioni con regolarità, raggiungendo la licenza media o il diploma, ma anche la licenza elementare, è una persona che vuole cambiare, che capisce che ha bisogno di studiare per poter cambiare vita, crede nelle sue possibilità e nei suoi talenti. Se studia vuole creare le basi per costruirsi un’esistenza migliore e di conseguenza l’istruzione è uno strumento per abbattere la recidiva. Chi studia, così come chi impara un mestiere all'interno di un istituto di pena, ha una possibilità reale di "ripartire" sia all'interno del carcere sia dopo avere scontato la pena».

Non da oggi, il problema principale delle carceri è il sovraffollamento: se mancano gli spazi per le persone, come si può pensare di trovarli per le aule?
Dobbiamo crederci e lavorare di conseguenza. Non servono solo aule, ma anche banchi, materiale didattico e insegnanti formati.

Chi sono i docenti in carcere?
Sono professionisti che prestano servizio sia nelle scuole “normali” che in carcere. Alcuni, quelli più motivati, lavorano, anche da decenni, soltanto in carcere. La loro è una vera vocazione. E sono questi a spingere per potenziare l’offerta. Sono i primi a poter testimoniare quanto sia utile studiare in cella. Alcuni hanno portato detenuti fino alla laurea.

Come inserire anche l’istruzione nell'agenda-carcere?
Bisogna cominciare un percorso e aprire un dibattito che, oggi, ancora non c’è. Manca la consapevolezza dell’utilità della scuola in carcere. Eppure, a pensarci bene, è un bene per tutti. Per i detenuti, che così possono rifarsi una vita, ma anche per la società, che recupera una persona che ha buone probabilità di non tornare a delinquere.

Quali sono i tempi del suo programma?
A settembre si parte con i Cpia. Questo sarà un banco di prova della volontà di potenziare l’istruzione in carcere. Credo che unendo le forze si possa tranquillamente raddoppiare i corsi oggi esistenti.

Paolo Ferrario

Studiare in carcere per tanti resta per troppi detenuti un sogno irrealizzabile

Avvenire
Studiare in carcere: un desiderio irrealizzabile per troppi detenuti. Mancano aule, materiale didattico e personale per soddisfare la domanda di istruzione che viene dalle celle. 

Le statistiche del Ministero della Giustizia, aggiornate al 30 giugno scorso, dicono che su 66.028 detenuti totali (38.795 italiani e 23.233 stranieri), il 7% è analfabeta o privo di titolo di studio, il 21,1% ha la licenza elementare, il 59,4% il diploma di scuola media, l’1,2% il diploma di scuola professionale, il 9,3% quello di scuola superiore e l’1,6% è laureato. Questi sono però dati molto parziali, visto che del 45,6% dei detenuti non si conosce il percorso scolastico, quota che sale al 61,8% per la componente straniera (40,6% per gli italiani).

C’è quindi necessità di lavorare ancora e, da settembre, l’intenzione del Ministero dell’Istruzione, in collaborazione con quello della Giustizia, ma anche con le Regioni, le Province e i Comuni è proprio quella di incrementare, dove possibile, l’offerta formativa. 

(Vedi intervista al sottosegretario all'Istruzione Toccafondi) 

L’occasione è data dall’avvio, a settembre e in nove regioni, dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) che, per un anno, affiancheranno i Centri territoriali permanenti per l’istruzione e la formazione di quella fascia di popolazione adulta uscita dalla scuola senza titolo di studio. Secondo l’Istat, in Italia oltre 28 milioni di cittadini adulti sono in possesso, al massimo, di un titolo di studio conclusivo del primo ciclo e oltre l’80% non raggiunge il livello 3, quello «necessario per garantire il pieno inserimento nella società della conoscenza».

Aggiornata all’anno scolastico 2011/2012, l’offerta formativa delle scuole carcerarie era la seguente: 19.976 i corsi attivati. Così suddivisi: 3.881 (19,4%), corsi del primo ciclo di istruzione (Cpc); 4.929 (24,7%), corsi a favore dei cittadini stranieri per l’integrazione linguistica e sociale (Cils); 8.117 (40,6%) corsi brevi modulari di alfabetizzazione (Cbm); 3.049 (15,3%), corsi del secondo ciclo di istruzione (Cp/CsII).

La metà delle 253 scuole carcerarie è attiva nelle regioni del Sud Italia. Quella che ne ha il maggior numero è la Sicilia (43), seguita dalla Campania (30) e dalla Puglia (15). Un terzo delle scuole è invece nelle regioni del Nord: 19 in Lombardia, 18 in Emilia Romagna e 13 in Piemonte. Al Centro le scuole carcerarie sono in tutto 47, di cui 19 nel Lazio e 18 in Toscana. Al Nord sono programmati in maggioranza corsi brevi modulari, della durata di 50 ore (lingue, computer, falegnameria, arte, pittura, meccanica...); al Centro e al Sud, invece, sono in prevalenza i corsi del primo ciclo di istruzione. In minoranza, infine, i corsi di integrazione linguistica per gli stranieri.

Paolo Ferrario