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giovedì 2 gennaio 2020

Sudan. Inchiesta per crimini in Darfur: Omar Al Bashir indagato

africa-express.info
Il procuratore generale del Sudan, Tagelsir el-Heber, ha aperto un'inchiesta sui crimini commessi nel Darfur da una cinquantina di vecchi dirigenti del regime ormai crollato, già indagato dalla Corte Penale Internazionale. 
Tra gli indagati spiccano i nomi dell'ex presidente, Omar Al Bashir, quello dell'ex ministro alla Difesa, Abdel-Rahim Mohamed Hussein, e del governatore del Kordofan, Ahmad Haroun, tutti e tre attualmente detenuti a Khartoum. Mentre altri due personaggi, Abdallah Banda (uno dei leader del gruppo di opposizione Justice and Equality Movement) e Ali Kushayb (ex capo delle feroci milizie tribali janjaweed), sono tutt'ora ricercati.

Nel marzo 2009 la CPI aveva spiccato un mandato d'arresto nei confronti del vecchio despota per crimini contro l'umanità (compresi gli stupri di massa) e genocidio proprio per le violenze commesse in Darfur. Malgrado ciò, mentre era al potere, è riuscito a spostarsi dal Paese senza che nessuno lo consegnasse alla giustizia. Questo perchè il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri il compito di fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura.

L'anziano dittatore sarà davvero processato per i crimini che gli sono attribuiti? Vedremo. Intanto le indagini sono in corso, come ha annunciato domenica el-Heber, che ha precisato: "Abbiamo iniziato a indagare già nel 2003". Durante il sanguinoso conflitto nel Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo" (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan - Durante la conferenza stampa di domenica, il procuratore sudanese ha spiegato che è stato spiccato un mandato d'arresto internazionale dall'Interpol nei confronti di Salah Gosh, ex capo dei servizi segreti. L'ufficio della procura generale sta anche investigando su autorità e persone che avrebbero ricevuto denaro dall'ex presidente. In altre parole sono alla ricerca di coloro che si sono lasciati corrompere dall'ex dittatore. Tra l'altro Al Bashir è sotto inchiesta, insieme ad altri islamici, per il colpo di Stato del 1989, quando, come colonnello dell'esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che rovesciò il governo civile del primo ministro Sadiq al-Mahdi.


Cornelia Toelgyes

venerdì 29 giugno 2018

Guerre dimenticate - Sudan. Aumentano gli attacchi in Darfur ma l'Onu vuole ridurre la sua missione

Corriere della Sera
Alla vigilia del voto di domani del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla possibile ristrutturazione e sul conseguente ridimensionamento dell'Unamid (la Missione congiunta Onu - Unione africana in Darfur), Amnesty International ha diffuso esclusive immagini satellitari e fotografie che mostrano le conseguenze dei recenti attacchi condotti dall'esercito sudanese e dalle milizie filo-governative nella regione.


18 villaggi dell'area del Jeben Marra sono stati saccheggiati e poi dati alle fiamme. Fino a 20.000 persone sono state costrette alla fuga e hanno trovato riparo nelle grotte e nelle caverne delle montagne del Jebel Marra senza essere state ancora raggiunte dagli aiuti umanitari. 

Dopo 15 anni dall'inizio del conflitto, oltre un milione e mezzo di darfuriani risultano sfollati e non possono ancora tornare nelle loro terre.

di Riccardo Noury

mercoledì 28 febbraio 2018

La crisi dimenticata del Sudan. Da 15 anni non c'è pace e rispetto dei diritti umani in Darfur

Corriere della Sera
Il conflitto iniziò il 26 febbraio del 2003. Con un assalto al quartier generale dell'esercito del Sudan a Golo, nel distretto del Jebel Marra, il Fronte di Liberazione del Darfur sferrava il primo attacco pianificato contro una postazione militare strategica del Governo del presidente Omar Hassan Al Bashir.

"A 15 anni dal primo atto significativo del conflitto nella regione sud-orientale del Sudan, uno dei Paesi più estesi del continente africano, il Darfur non sembra destinato a conoscere la parola pace. Quest'area, grande quattro volte l'Italia, è stata ed è tutt'ora teatro di una delle "partite" politiche più importanti del globo, un'area in cui si incontrano, ma soprattutto scontrano, gli interessi delle cosiddette potenze mondiali" scrive Antonella Napoli nel rapporto Sudan 2017-2018 presentato lunedì 26 febbraio nella sede della Fnsi a Roma.

Stati Uniti e Cina si contendono l'accesso ad una regione con grandi risorse di acqua e potenzialmente ricca di giacimenti petroliferi. La situazione umanitaria non accenna a migliorare. 

Nel 2017, secondo Ocha (l'ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari), 4,8 milioni di persone hanno richiesto assistenza umanitaria, tra cui 3,1 milioni nel Darfur. Oltre 3 milioni e mezzo di persone sono state aiutate sotto il profilo alimentare e hanno ricevuto sostegno per il sostentamento minimo quotidiano, mentre 2,2 milioni di bambini sotto i cinque anni sono a tutt'oggi malnutriti. In tanti, nelle aree inaccessibili ai cooperanti non ricevono alcun aiuto. Altri rifugiati arrivano dai Paesi limitrofi: 500mila solo dal Sud Sudan tra il dicembre 2013 e l'inizio del 2017. E c'è anche un flusso continuo di sfollati, richiedenti asilo e migranti provenienti dalla Repubblica Centrafricana, dal Ciad, dall'Eritrea, dall'Etiopia, dalla Siria e persino dallo Yemen.

La repressione della libertà di stampa - Il 2017 e i primi mesi del 2018 in Sudan sono stati caratterizzati da un'intensificazione della repressione della libertà di stampa con continui arresti di giornalisti e sequestro di copie dei giornali "responsabili" di aver pubblicato notizie avverse al Governo. Gli ultimi fermi gli scorsi 16 e 17 gennaio, quando i Servizi Segreti e di Sicurezza Nazionale (NISS) hanno prelevato separatamente sette giornalisti mentre erano in piazza per raccontare le proteste contro l'inflazione, che ha portato a un aumento esponenziale di viveri di prima necessità, nella capitale Khartoum.

La persecuzione dei cristiani - Nel 2017 e nei primi mesi del 2018 è sensibilmente aumentata la persecuzione nei confronti dei cristiani. Il Governo ha promulgato leggi di pianificazione edilizia finalizzate alla distruzione delle chiese e degli edifici di proprietà delle comunità cristiane. Oltre 20 chiese sono state chiuse nell'ultimo anno. Nello stesso periodo, secondo l'organizzazione internazionale Open Doors che opera nella difesa dei cristiani perseguitati in 60 Paesi nel Mondo, almeno tre cristiani sono stati uccisi sebbene i numeri esatti siano difficili da ottenere. Centinaia gli arresti, decine sono ancora in carcere.

La libertà negata alle donne e le violazioni dei diritti umani - Per tutto il 2017 sono stati registrati in Sudan innumerevoli arresti di attivisti per i diritti umani, di oppositori e di donne. Un inasprimento verso le libertà e i diritti dei cittadini sudanesi talmente vasto che il Parlamento Europeo a fine gennaio ha espresso una dichiarazione di condanna e ha chiesto la liberazione di tutti coloro che erano detenuti per motivi politici o per aver partecipato alle proteste contro l'aumento dei prezzi nel Paese, come per il caso di Salih Mahmoud Osman, vincitore del premio Sakharov per la libertà di pensiero. Il vicepresidente del Parlamento europeo, Heidi Hautala, e il presidente della Sottocommissione per i Diritti Umani, Pier Antonio Panzeri, hanno condannato l'arresto arbitrario di Osman, vicepresidente dell'Associazione degli Avvocati del Darfur e degli altri difensori dei diritti umani in Sudan. 

Proprio dagli avvocati nella capitale del Nord Darfur, El Fasher, è arrivata nei mesi scorsi la denuncia di una campagna delle forze di polizia militare incaricate della protezione nella regione della fustigazione arbitraria di donne e ragazze accusate di indossare abiti indecenti nei mercati e nelle strade pubbliche. 

I residenti di El Fasher hanno affermato di aver visto un centinaio di donne, per lo più universitarie e impiegate che andavano al lavoro o a scuola, frustate a sangue nella pubblica piazza. La campagna, che è durata per giorni, ha rappresentato una flagrante violazione della legge e della costituzione sudanese. L'associazione degli avvocati del Darfur ha chiesto alle autorità competenti di indagare immediatamente sugli incidenti e assicurare i colpevoli alla giustizia. 

Anche nella capitale del Sudan Khartoum non sono mancati arresti e condanne nei confronti di donne colpevoli di aver indossato abiti non conformi alle disposizioni della legge islamica, la Sharia. Molte donne sono state processate ai sensi dell'articolo 152 del codice penale del Sudan che si applica a "chiunque compia in un luogo pubblico un atto indecente o un atto contrario alla morale pubblica, indossi un vestito osceno o non conforme ai dettami della sharia e causi fastidio ai sentimenti pubblici" con la conseguente pena della fustigazione, in media quaranta frustate, a volte accompagnate da una multa.

Monica Ricci Sargentini


lunedì 4 dicembre 2017

Guerre dimenticate - Sudan - Darfur - Cresce la tensione dopo l'arresto da parte di Kartoum del leader di una milizia araba, Moussa Hilal

Globalist
Moussa Hilal era il capo delle bande a cavallo che razziavano i villaggi dei ribelli, massacrando migliaia di persone. Arrestato forse per fermarne le ambizioni personali.
L'arresto di Moussa Hilal, potente leader di una milizia araba locale del Darfour, ha permesso a Khartoum di rafforzare il suo controllo sulla regione del Darfur, ma potrebbe portare a una ondata di violenze in una regione dilaniata dal conflitto per oltre un decennio.
Hilal, ex alleato del presidente sudanese Omar al-Bashir nella lotta contro i ribelli nel Darfur, è stato arrestato la scorsa settimana vicino a Mustariaha, sua città natale nello stato del Nord Darfur, dopo un combattimento che ha registrato diverse vittime.

Il Darfur è stato tormentato dal 2003 da un conflitto tra una minoranza etnica ribelle e il potere centrale dominato dagli arabi. Questa guerra ha lasciato sul terreno oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati, secondo le Nazioni Unite.
"Arrestando Moussa Hilal, hanno messo due clan arabi del Darfur l'uno contro l'altro - ha detto Magnus Taylor, esperto del Sudan presso l'International Crisis Group - . È un momento pericoloso''.
Hilal, un influente leader del ramo Mahamid della tribù araba di Rezeigat, è stato arrestato da un'unità di Rapid Support Forces (RSF) guidata da membri della stessa tribù, la più grande del Darfur. L'arresto stato forse decisimo perché Hilal stava rafforando troppo la sua posizione, alimentando le proprie ambizioni personali.
"Non c'è dubbio che l'arresto di Hilal avrà un impatto sulla sicurezza e la stabilità del Darfur", ha commentato Ahmed Adam, ricercatore associato presso l'Università di Londra aggiunto.

Nei primi anni del conflitto, Moussa Hilal guidava la milizia araba Janjaweed, i cui famigerati uomini a cavallo razziavano villaggi, combattendo e massacrando i ribelli.
Nel 2007, nel Darfur, è stata dispiegata una forza congiunta delle Nazioni Unite e dell'Unione africana per il mantenimento della pace.

Moussa Hilal fa parte di una lista dell'Onu di persone accusate di avere commesso "atrocità" nel Darfur. Il presidente Omar al-Bashir è lui stesso accusato dalla Corte penale internazionale (CPI) di genocidio e crimini di guerra in questa regione.

lunedì 27 febbraio 2017

Sudan - Rapporto 2016-2017 "Italian for Darfur". Grave peggioramento situazione umanitaria

Italians for Darfur Onlus 
La situazione umanitaria in Sudan resta grave e complessa su gran parte del territorio, in particolare per le esigenze umanitarie acute nella regione del Darfur, ma anche negli Stati del Blue Nile e del Sud Kordofan nel Sudan orientale. La popolazione ha bisogno di assistenza prevalentemente a causa del conflitto tra gruppi ribelli e forze armate sudanesi ma anche per gli scontri inter-tribali che determinano lo spostamento e l'insicurezza alimentare di decine di migliaia di sfollati. 

Tuttavia, i bisogni umanitari sono determinati anche dalla povertà, dal sottosviluppo e dai fattori climatici. Non a caso alcuni dei più alti tassi di malnutrizione si registrano nel Sudan orientale, una zona libera da conflitti.
Nel 2016 circa 5,8 milioni di persone in Sudan hanno avuto bisogno di assistenza umanitaria, di cui 3,3 milioni in Darfur.

I fattori ambientali nell'ultimo anno hanno esacerbato la crisi umanitaria in tutto il paese: precipitazioni imprevedibili e molto abbondanti, su un versante, avanzamento della desertificazione, sull'altro, hanno influenzato negativamente la fornitura e la raccolta di cibo e coltivazioni.

L'instabilità nel Paese si è aggravata con lo scoppio del conflitto in Sud Sudan nel dicembre del 2013, che ha determinato un flusso costante di sud sudanesi. Dalla fine del 2013 al dicembre del 2016, quasi 300.000 rifugiati dal Sudan meridionale sono arrivati nello Stato confinante in fuga dai combattimenti e dall'insicurezza alimentare. Anche se i profughi sud sudanesi sono autorizzati a circolare liberamente all'interno del paese, la maggioranza si è stabilita nei campi allestiti nello Stato del Nilo Bianco mentre altri hanno cercato rifugio nel Darfur orientale. In questo contesto già estremamente destabilizzato dai conflitti interni e dall'instabilità politica, il flusso continuo di rifugiati, richiedenti asilo e migranti da Chad, Eritrea, Etiopia e Repubblica centrafricana aggravano ulteriormente la situazione.

Anche se i bisogni umanitari in Sudan sono prevalentemente causati dal conflitto armato, che non si limita alle sole zone di combattimento, l'insicurezza alimentare e la malnutrizione costituiscono l'elemento più preoccupante. Ad esserne colpiti a livello nazionale sono 11 dei 18 stati del Sudan dove la popolazione vive in condizioni globali di malnutrizione acuta con tassi pari o superiori alla soglia di emergenza del 15 per cento. Tre di questi stati, Mar Rosso, Kassala e Gedaref, non sono colpiti da conflitti.

Almeno 3,6 milioni di persone sono costantemente senza cibo e possono contare su sostentamenti alimentari sporadici.

venerdì 16 dicembre 2016

Darfur: crisi umanitaria. Le iniziative di sostegno dell'Italia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Darfur è quasi assente dai titoli dei giornali, mentre continua a provocare molti rifugiati, sfollati interni, terreni agricoli inutilizzati, e disordini politici. L'Italia ne sta prendendo atto, fornendo aiuti di emergenza in risposta alla crisi umanitaria che affligge il Sudan, in particolare in quella regione in cui gravi problemi di salute e malnutrizione colpiscono le popolazioni sfollate. 


Sono stati approvati sotto forma di contributi di emergenza a organizzazioni internazionali come l'OIM e la Croce Rossa Internazionale. Il Vice Ministro agli Affari Esteri Mario Giro ha autorizzato due impegni per un importo totale di 600.000 euro.

Il finanziamento italiano sosterrà il programma "di assistenza di emergenza alle popolazioni sfollate in Darfur centrale e orientale, in Sudan" della IFRC, a favore di circa 15.000 persone (3.000 famiglie). I prodotti di prima necessità, alloggi d'emergenza e assistenza nel trasporto di merci da Port Sudan a Khartoum e in seguito alle aree di intervento sono incluse nel programma che contribuirà anche a migliorare le strutture di stoccaggio della organizzazione locale della Mezzaluna Rossa.

Il contributo di IOM mira a sostenere il governo sudanese nella gestione della crisi migratoria: controlli alle frontiere migliori, far rispettare la lotta contro l'immigrazione irregolare e la tratta illegale di esseri umani sono tra gli obiettivi del progetto. L'iniziativa prevede attività di formazione del personale di frontiera presso l'aeroporto di Port Sudan, così come l'organizzazione di una visita al centro IOM in Tanzania e ad un posto di passaggio di frontiera tra il Kenya e la Tanzania.

Fonte: OnuItalia

mercoledì 5 ottobre 2016

Sudan. Le prove dell'uso delle armi chimiche in Darfur - Stupri e uccisioni di massa commessi da militari

Ansa
Più di 200 persone, tra le quali decine di bambini, sono state uccise in Darfur da armi chimiche utilizzate dal governo sudanese per stroncare la rivolta dei ribelli e venire a capo, a suo modo, di quella guerra dimenticata che dal 2003 ha provocato 300.000 morti e due milioni di sfollati. 
Lo rivela Amnesty International denunciando "stupri e uccisioni di massa" e l'uso di armi chimiche "30 volte" nel corso dell'offensiva lanciata da Khartoum in gennaio nella zona di Jebel Marra.

Il governo di Omar al Bashir nega, e attraverso l'ambasciatore all'Onu Omer Dahab Fadl Mohamed, fa sapere che "le accuse di uso di armi chimiche da parte delle forze armate sudanesi è privo di senso e inventato". Ma la documentazione fornita da Amnesty non lascia grandi spazi a dubbi: foto, video, e testimonianze dei sopravvissuti. "La scala e la brutalità di questi attacchi è difficile da esprimere a parole", afferma Tirana Hassan, direttore dell'Ufficio per la ricerca sulle crisi dell'Organizzazione

Il Darfur dal 2003 e' teatro di un conflitto tra la maggioranza nera della popolazione, composta da tribu' stanziali, e la minoranza nomade originaria della Penisola arabica, maggioritaria invece nel resto del Sudan. Ribelli sono insorti contro il governo di Khartoum accusandolo di discriminare e abbandonare la popolazione del Darfur: in seguito alla risposta armata del Sudan, finora vi sono stati circa 300 mila morti e due milioni di sfollati. A gennaio, le forze sudanesi hanno lanciato una nuova offensiva contro le roccaforti dei ribelli guidati da Abdul Wahid, nella zona di Jebel Marra dove ci sono stati pesanti bombardamenti che di fatto colpiscono la popolazione civile.

mercoledì 2 marzo 2016

Sudan, nel Darfur in guerra da 13 anni: 124 villaggi bruciati e centinaia di morti in ultimi 30 giorni

La Repubblica
Rapporto 2016 di "Italians for Darfur": 124 villaggi bruciati, centinaia di morti e 120mila sfollati solo nelle ultime quattro settimane. Un massacro dimenticato

Roma - Decine di bombardamenti, 120mila nuovi sfollati, centinaia di vittime in poco più di venti giorni. E ancora: la ripresa degli stupri di massa in Darfur, usati come arma di guerra e l'aumento della repressione contro la libertà di stampa in tutto il Sudan.
Questi i principali punti contenuti nell'annuale rapporto sul Sudan di Italians for Darfur che riferisce sulle violenze e l'aggravamento della crisi umanitaria nella regione occidentale sudanese nell'ultimo anno. Una crisi ormai dimenticata dalla cosiddetta "comunità internazionale", come ignorate sono le altre aree di conflitto del paese africano.

Un anno di violenze che proseguono nel 2016. Il resoconto di un anno di violenze e di violazioni di diritti umani è stato illustrato il 25 febbraio in Senato dalla presidente dell'associazione Italians for Darfur, la giornalista e attivista Antonella Napoli, con la testimonianza di Niemat Ahmadi, una donna sopravvissuta al genocidio, ascoltata in audizione dalla Commissione Diritti Umani, presieduta dal senatore Luigi Manconi. All'incontro sono intervenuti il senatore del Partito democratico Roberto Cociancich, responsabile Europa Pd; il presidente della Federazione nazionale della stampa Beppe Giulietti; il rappresentante della Chiesa evangelica italiana, Leonardo De Chirico ed Elisa Marincola, portavoce di Articolo 21.

"E' in atto una soluzione finale". Fuggita dal Sudan dopo aver ricevuto due volte minacce di morte, Niemat Ahmadi, che negli Stati Uniti ha fondato un'organizzazione internazionale per i diritti umani, Darfur women action ha dichiarato in Commissione con fermezza, "il governo sudanese sta attuando la soluzione finale". Durante l'audizione in Parlamento la Ahmadi ha denunciato le nuove violenze perpetrate nei confronti della popolazione e ha rivolto un appello al governo italiano e all'Europa, che la scorsa settimana ha previsto lo stanziamento di 100 milioni di euro per arginare i nuovi flussi migratori dall'Africa sub - sahariana, a pretendere che Khartoum sospenda i bombardamenti.

La crisi più lunga del secolo. "Siamo di fronte alla crisi umanitaria più lunga del secolo - ha evidenziato la Napoli da anni impegnata nella campagna di sensibilizzazione sul Darfur - grazie a Niemat è stato possibile illustrare in Parlamento in modo diretto e crudo la situazione nel paese africano su cui, paradossalmente, l'Europa punta per controllare le migrazioni dall'Africa sub - sahariana. E per questo ci chiediamo: quali garanzie sono state fornite sul rispetto dei diritti umani nella gestione dei flussi migratori? Sono previste forme di monitoraggio per garantire che non siano commessi abusi? L’esperienza di quanto avvenuto in passato, nelle oasi della Libia, grazie agli accordi del governo Berlusconi con Gheddafi, è ancora vivida nella memoria di tutti noi".

Parlamentari chiedono che Europa pretendi rispetto diriti umani. "A fronte della decisione della Commissione europea di questo importante stanziamento di fondi per controllare i profughi che fuggono dal Corno d’Africa - ha aggiunto il senatore Roberto Cociancich, responsabile Europa del Partito democratico - chiedo che l'Ue, che attraverso l'alto rappresentante della Politica estera europea Federica Mogherini aveva espresso preoccupazione per i conflitti in corso in Sudan, pretenda l'impegno di Khartoum per la ripresa dei colloqui di pace per cercare di raggiungere un accordo che ponga fine alle crisi nel Sud Kordofan, nel Blue Nile e in Darfur e garantisca la fine delle violazioni dei diritti umani. L'Ue, ma anche l'Italia, forti degli aiuti già stanziati per rafforzare la cooperazione nella aree di comune interesse, possono avere un ruolo importante per la pacifacazione nel paese" ha concluso il senatore.

I dati salienti del Rapporto. A distanza di 13 anni dall'inizio del conflitto, la situazione nella regione occidentale del Sudan rimane in uno stato di grande instabilità. Al momento gli sfollati interni hanno superato i due milioni. Nonostante il conflitto su larga scala sia stato circoscritto, sacche di resistenza della ribellione in Darfur continuano a contrapporsi alle Forze armate del Governo sudanese che prosegue la campagna di bombardamenti e di attacchi contro le roccaforti dei ribelli del Sudan Liberation Movement guidato da Wahid al Nur. I nuovi sfollati, fuggiti dai bombardamenti e dai combattimenti tra le forze governative e i ribelli asserragliati nell'area di Jebel Marra, sono in una situazione umanitaria ‘disperata’. Le vittime, secondo le fonti darfuriane, sarebbero almeno 3 mila, ma al momento non è possibile avere stime certe perché i 'caschi blu' non riescono a raggiungere le zone montuose colpite dai raid aerei. Gli unici a poter fornire notizie sono i sopravvissuti.

mercoledì 6 gennaio 2016

Guerre dimenticate - Sudan, un altro anno senza pace per il Darfur

Articolo 21
Un altro anno è finito, un altro anno senza pace in Darfur. In questa regione del Sudan dimenticata da tutti si continua a vivere nella paura e nella miseria.
A quasi 13 anni dall’inizio del conflitto le stime Onu parlano di oltre 300mila vittime e di circa 6 milioni di persone che affrontano la quotidianità solo grazie agli aiuti umanitari, di cui oltre il 30% ospitate nei campi gestiti dall’agenzia dell’Onu Ocha
(Office for the Coordination of Humanitarian Affairs).
Famiglia di profughi nel Darfut

Negli ultimi sei mesi del 2015 il numero dei nuovi profughi a causa della recrudescenza del conflitto, che ha registrato in molte aree il flusso di sfollati più consistente dal 2006 a oggi, è salito a 600mila rispetto ai 385mila del primo semestre.
La possibilità di assistenza delle centinaia di migliaia di nuovi profughi, per lo più donne e bambini, è a rischio in tutto il Darfur.
Le minacce sono sempre le stesse: insufficiente disponibilità d’acqua e di cibo, condizioni igienico sanitarie e sicurezza inadeguate. La mortalità continua a essere molto alta. In pochi superano i 50 anni mentre tra i bambini molti non raggiungono il sesto anno di vita. Malnutrizione e infezioni le principali cause di morte per i più piccoli.
Il settore sanità è quello che registra la maggiore criticità ed è considerato addirittura cronico dagli operatori umanitari sul campo che continuano a operare in un contesto difficile come testimoniano le continue espulsioni.
La protezione e la sicurezza sono del tutto insufficienti. Continuano a registrarsi scontri armati che coinvolgono i civili soprattutto nel Nord Darfur ed episodi di crimini di massa, in particolare stupri, usati come arma di guerra.
Da quando nel 2003 i Janjaweed (milizie arabe delle tribù nomadi, per lo più Baggara) hanno iniziato a seminare il terrore in tutta la regione, è stato un crescendo di violenze e orrori.
Gli Stati Uniti nel 2004 hanno denunciato che in Sudan si stava compiendo un “genocidio” e nel 2009 la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il presidente Omar Al-Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nell’aprile di quest’anno Al-Bashir (sempre a piede libero) ha rivinto le elezioni con il 94,5% dei voti, consolidando il suo potere.
In un tale contesto le conseguenze per le popolazioni civili sudanesi sono devastanti.
La situazione umanitaria rimane precaria, l’esistenza al limite della sopravvivenza.
Le presidenziali del 2015 hanno conosciuto diffuse restrizioni imposte ai diritti politici, particolarmente alle libertà d’espressione, riunione e associazione, che hanno colpito le attività delle organizzazioni della società civile.
I conflitti armati e la mancanza di sicurezza continuano a provocare numerose violazioni dei diritti umani in molte zone. In Darfur, Southern Kordofan e Blue Nile, l’impatto devastante dei conflitti ricorrenti tra le forze governative ed i gruppi armati ribelli, degli scontri intertribali e del banditismo armato ha causato lo sfollamento su larga scala delle popolazioni civili ed una grave crisi umanitaria. Più di un milione di sfollati è rimasto intrappolato in aree inaccessibili dove non giunge alcuna assistenza umanitaria.

A fronte di questo quadro sconfortante, è chiaro che la situazione dei diritti umani in Sudan possa migliorare solo se sarà applicato il Documento di Doha per la Pace in Darfur, che costituisce un quadro normativo capace di favorire una pace durevole e la riconciliazione in quello Stato. Occorre un sostegno tecnico e finanziario della UE e dello stesso governo italiano alle istituzioni nazionali per la difesa dei diritti umani e alla società civile, per costruire la capacità del Paese di proteggere i diritti dei propri cittadini. Infine, è necessario continuare a sostenere il dialogo nazionale per facilitare la ricerca della pace, della sicurezza, della stabilità e della riconciliazione in Sudan.

martedì 15 settembre 2015

Sudan: il nuovo rapporto di Human Rights Watch riaccende i riflettori sul conflitto “dimenticato” del Darfur

Agenzia Nova
Roma - Il governo di Khartoum non ha ancora risposto alle accuse dell’organizzazione, secondo cui "il governo sudanese deve immediatamente disarmare e sciogliere le Forze di sostegno rapido (Rsf) ed indagare e perseguire i comandanti e funzionari responsabili di questi terribili crimini". 


Le Rsf sono state istituite nel 2013 inizialmente per intervenire in Sud Kordofan prima di essere dislocate in Darfur nel 2014. Tra le atrocità più cruente denunciate nel rapporto, l’uccisione di 21 persone avvenuta nel gennaio 2015 nella città di Golo, nell’area di Jebel Marra, dove Hrw si sono verificate violenze ed abusi diffusi, tra cui lo stupro di decine di donne in un ospedale della città.

venerdì 11 settembre 2015

Sudan - Violati i diritti umani in Darfur - ONU: scontri hanno causato 300mila morti e 2,5 milioni di sfollati

Il Post InternazionaleHuman Rights Watch accusa le milizie del governo sudanese di aver ucciso e violentato migliaia di civili nella provincia del Darfur
L'organizzazione internazionale Human Rights Watch (HRW) accusa le milizie del governo sudanese di aver ucciso e violentato migliaia di civili nella provincia di Darfur, situata nella parte occidentale del Paese.

Un rapporto pubblicato il 9 settembre 2015 da HRW - impegnata nella difesa dei diritti umani nel mondo - mette in luce gli abusi commessi sistematicamente dalle forze armate del governo nei confronti dei civili nel Darfur e sostiene che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità.

Jonathan Loeb di HRW ha riferito ad Al Jazeera che sono state commesse diverse violenze contro la popolazione civile da parte dei Rapid Support Forces - forze paramilitari gestite dal governo sudanese - e da altre milizie fedeli al governo.

Tra le violenze commesse ci sarebbero omicidi, torture, saccheggi, distruzione di villaggi e abusi sessuali.

Il conflitto sudanese nel Darfur è iniziato nel febbraio 2003, quando i janjawid - un gruppo di miliziani arabi detti “demoni a cavallo” - hanno dato il via a un genocidio contro la popolazione originaria della regione.

Il governo del presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir è stato accusato di sostenere i janjawid, fornendogli armi e appoggiando gli attacchi contro i cittadini della regione in questione.

Dall'inizio del conflitto nel Darfur, l'Onu sostiene che gli scontri avrebbero causato più di 300mila morti, soprattutto a causa di malattie e carenze di cibo, e circa 2,5 milioni di sfollati.

domenica 23 agosto 2015

UN: 411 cases of human rights violations went unpunished in Darfur in 2014

Sudan Tribune
Khartoum - A new report by the UN Human Rights Office claimed that serious human rights violations and abuses that occurred in Darfur in 2014, including killings and sexual violence, have largely gone uninvestigated and unpunished.
An internally displaced woman waits at a healthcare center at
El Sereif IDPs camp in the South Darfur town of Nyala
May 29, 2010 (Reuters)
The report, based on information provided by the hybrid peacekeeping mission in Darfur (UNAMID), states that out of the 411 cases documented by the mission of alleged violations and abuses of the right to physical integrity, by all parties to the conflict, very few were investigated or resulted in arrests.

“Of these, 127 involved the use of sexual violence. These 411 cases are illustrative of a much broader pattern of violence,” it adds.

It details incidents where Sudanese police and security forces were allegedly involved in physical attacks against civilians, including shooting and killing, as well as abductions, robberies and extortion.

“Such cases are underreported due to fears of reprisals and a general lack of trust in the authorities,” the report reads.

The report points out that in some cases, the work of UN human rights staff was impeded by difficulties in gaining access, “including the refusal of government authorities and armed opposition groups to allow staff to reach areas where serious abuses were alleged to have taken place”.

UN High Commissioner for Human Rights Zeid Ra’ad al-Hussein said the report paints a very grim picture of the systemic failure, or outright refusal, by the authorities to take human rights violations seriously.

“The casual manner in which inquiries by UN human rights staff have been dismissed by local police is deeply disturbing and indicates the extent to which State officials feel they are above the law. The authorities must bring an end to the endemic impunity in Darfur,” he pointed out.

The report also documents violations of international humanitarian law by all parties to the conflict, including indiscriminate aerial bombardment of civilian areas resulting in deaths and injuries, burning of villages, and destruction of other civilian property.

“In these cases, the state has also failed to establish effective legal or judicial mechanisms to hold perpetrators of such crimes accountable,” it said.

According to the report, earlier initiatives by the Sudanese government to address the situation, including the creation of the special court for crimes in Darfur in 2003, national commissions of inquiry, judicial investigation mechanisms and the revision of the 1991 criminal code, “have so far been ineffective – reflecting a lack of will to address impunity”.

Al-Hussein urged the Sudanese government and the armed opposition groups to take the findings of this report very seriously and to prioritize the fight against impunity, “including through prompt, thorough, effective, independent and impartial investigations, and prosecutions, in line with international norms and standards”.

He also urged both parties to cooperate with the investigation and prosecution of violations and abuses of international human rights and humanitarian law, including with the International Criminal Court (ICC).

Darfur has been a flashpoint for lawlessness and violence since rebel movements took up arms against the Khartoum government in 2003.

According to the UN Human Rights Council, 400,000 people have been killed and 2.5 million displaced.


lunedì 1 giugno 2015

Sudan - Darfur - I ribelli aderisco a progetto di protezione dei bambini nelle zone di conflitto

MISNA
Le principali sigle della ribellione armata in Darfur hanno aderito ad un programma per la salvaguardia e la protezione dei bambini nelle zone di conflitto. Gibril Ibrahim del Movimento giustizia e l’uguaglianza (Jem), Abdel Wahid al Nur dell’Slm/AW e Minni Minnawi dell’Slm/MM hanno affermato il loro impegno al termine di un incontro organizzato dal Centro studi austriaco per la pace e la risoluzione di conflitti.
“Come parte attiva del conflitto, riconosciamo di avere delle responsabilità nella protezione dei bambini del Darfur. Ci impegniamo quindi a fare tutto quanto in nostro potere per prevenire violazioni gravi ai loro danni” si legge nella dichiarazione resa dai tre capofila della ribellione, che si sono impegnati inoltre a osservare le risoluzioni dell’Onu per la protezione dei bambini nei conflitti armati.

L’incontro è stato organizzato con il patrocinio della Missione congiunta Onu-Unione Africana in Darfur (Unamid) e il rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini nei conflitti armati (Srsg-Caac).

[AdL]

mercoledì 11 febbraio 2015

Rapporto HRW - Sudan - Darfur, gli stupri di massa commessi da militari dell'esercito regolare a 220 donne e persino ragazzine di 11 anni

La Repubblica
Gli attacchi organizzati nel nord Darfur, nella città di Tabit. A denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) diffuso oggi. "Le Nazioni Unite e dell'Unione africana (UA) - dice il dossier - dovrebbero adottare misure per proteggere i civili da ulteriori abusi. Il rapporto di 48 pagine documenta attacchi delle forze armate alle donne sudanesi che sarebbero state violentate nell'arco di 36 ore
New York - Le forze armate sudanesi avrebbero violentato circa 220 donne e ragazze in un attacco organizzato nel nord Darfur, nella città di Tabit. Il fatto sarebbe accaduto nell'ottobre scorso e a denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch(Hrw) diffuso oggi. 

Le Nazioni Unite e dell'Unione africana (UA) dovrebbero adottare misure urgenti per proteggere i civili in città da ulteriori abusi. Il rapporto di 48 pagine, che porta il titolo "Stupri di massa in Darfur: sudanesi attacchi dell'esercito contro i civili in Tabit," documenta attacchi delle forze armate sudanesi nel corso dei quali almeno 221 donne e ragazze sarebbero state violentate nell'arco di 36 ore. Le violenze di massa sono equiparate ai crimini contro l'umanità, se viene provata la pratica estesa e sistematica di questo genere di attacchi contro la popolazione civile, ha sottolineato Human Rights Watch. "L'attacco deliberato a Tabit e gli stupri di donne e ragazze non sono altro che un nuovo capitolo delle atrocità commesse nel Darfur", ha detto Daniel Bekele, direttore per l'Africa di Hrw. "Il governo sudanese - ha aggiunto - dovrebbe smetterla di rifiutare l'accesso a Tabit di peacekeeper e di investigatori internazionali".

Le accuse partite da una radio. Le accuse di stupro di massa sono state diffuse per prima da Radio Dabanga, una stazione con sede in Olanda. Il governo sudanese, dal canto suo, ha smentito la notizia ed ha rifiutato ai peacekeeper l'accesso alla città. Successivamente è stato concesso il permesso alle forze di pase, ma le forze di sicurezza hanno impedito loro di svolgere un'indagine credibile, ha denunciato Human Rights Watch. Nel mese di novembre e di dicembre scorsi, l'organizzazione umanitaria per la difesa dei diritti umani ha interpellato per telefono una cinquantina di residenti ed ex residenti di Tabit, proprio a causa delle restrizioni nell'accesso. Altri intervistati sono stati i funzionari di governo e il personale della missione mista UA-ONU nel Darfur (UNAMID). Nonostante la mancanza di accesso, Human Rights Watch è stato in grado di incrociare riferimenti e verificare come molte accuse fossero fondate.

Le hanno prese casa per casa. Le forze armate sudanesi hanno effettuato tre operazioni militari distinte durante la quale i soldati andavano di casa in casa a sequestrare donne e ragazze, oltre che a depredare beni, ad arrestare uomini, ad uccidere chi faceva resistenza. Human Rights Watch ha documentato 27 stupri diversi ed ha ottenuto informazioni attendibili su ulteriori 194 casi. Due disertori dell'esercito hanno detto separatamente a Hrw che i loro ufficiali superiori avevano ordinato di catturare "donne da stupro." Tabit è in gran parte abitata dal gruppo etnico dei Fur, sotto il controllo di bande armate di ribelli negli ultimi anni. Ma Human Rights Watch non ha trovato alcuna prova che i combattenti ribelli erano nella zona di Tabit al momento degli attentati. Una donna ha descritto l'attacco su di lei e sulle sue tre figlie, due delle quali sotto gli 11 anni. "Subito dopo sono entrati nella stanza - ha raccontato la donna - stiamo per mostrarvi il vero inferno, poi hanno cominciato a picchiarci. Hanno violentato le mie figlie e poi me. Uno dopo l'altro".

Le minacce per avere il silenzio. Dopo gli attacchi, il governo sudanese ha vietato gli investigatori delle Nazioni Unite di entrare in città per cercare di evitare che si diffondessero informazioni sui crimini. Ma vittime e testimoni hanno riferito che i funzionari del governo hanno minacciato di imprigionare o uccidere chiunque avesse parlato degli attacchi. Le autorità hanno anche arrestato e torturato alcuni residenti di Tabit, che avevano evidentemente manifestato l'intenzione di riferire ciò che era accaduto. Un uomo, che aveva sentito tentato di parlare e denunciare l'accaduto è stato denunciato da un parente e quindi portato in un carcere. "Mi hanno preso a calci.. poi m'hanno legato una corda al collo come per impiccarmi. Poi mi hanno picchiato con le fruste e fili elettrici".

giovedì 9 ottobre 2014

Emergenza - Darfur, lo stillicidio che sta annientando un'intera popolazione

La Repubblica
La testimonianza di uno psicologo di Medici senza Frontiere. Prosegue il conflitto tra la minoranza araba detentrice del potere a Khartoum opposta ai gruppi indipendentisti (Slm, Sla, Jem) delle etnie "nere". Si contano ormai 400 mila morti, più di 2 milioni di sfollati interni e 300 mila rifugiati all'estero, su 6 milioni di abitanti
Milano - Dieci anni di guerra, metà popolazione tra sfollati, rifugiati e morti. Dopo la tregua del 2011, in Darfur sono ricominciati gli scontri tra l'esercito sudanese, le milizie paramilitari alleate e i gruppi indipendentisti "neri": dall'inizio del 2014, sono 385mila i civili che hanno perso la casa, raggiungendo i due milioni di profughi già nei campi. La testimonianza di uno psicologo di Medici senza Frontiere. Prosegue il conflitto in Darfur, dove la minoranza araba detentrice del potere a Khartoum è opposta ai gruppi indipendentisti (Slm, Sla, Jem) delle etnie "nere" di questa zona occidentale del Sudan. L'ultimo scontro, il 6 ottobre, quando sono stati uccisi 16 militari in un attacco dei ribelli alla guarnigione di Guldo. Nel frattempo, nel Nord Darfur è stato proclamato lo Stato di Emergenza, vietando tra l'altro il kadamool, il turbante locale che copre gran parte della faccia. 

Sfollati, rifugiati e morti: metà popolazione. Ma lo stillicidio è costante e quotidiano: secondo le Nazioni Unite, solo dall'inizio dell'anno 385mila civili hanno dovuto lasciare le loro case, soprattutto per gli attacchi delle forze paramilitari nella zona di Nyala. In un paese di 6 milioni di abitanti, dal 2003, anno in cui iniziò la guerra civile, si contano 400mila morti, più di 2 milioni di sfollati interni e 300mila rifugiati all'estero. In Darfur, oggi tutta la popolazione è divisa in sfollati, comunità di accoglienza e popolazioni rurali tagliate fuori dagli aiuti. Non ci sono alternative a queste tre categorie di vita. È una sorta di prigione a cielo aperto, perché è vietata la libertà di movimento al di fuori della propria area di insediamento.

L'inefficacia della forza di peacekeeping. Così fa il punto Fabio Gianfortuna, psicologo di Medici senza Frontiere che ha coordinato un progetto di salute mentale nel campo di Shanguil Tobaya: "In Darfur, la situazione è sempre incerta, si alternano tregue più o meno ufficiali a periodi di conflitto aperto. Dopo la firma del trattato di Doha del 2011 e la costituzione del Comitato misto Nazioni Unite/Unione Africana per il cessate il fuoco, la situazione sembrava più calma, ma nel 2013 il Governo ha intensificato i bombardamenti e le milizie arabe (Janjaweed) hanno ripreso ad attaccare campi di sfollati e villaggi, proteste pacifiche sono state soppresse nel sangue e sono ripresi gli arresti sistematici, mentre i vari gruppi ribelli si son nuovamente mobilitati". Human Rights Watch e un report di Foreign Policy hanno recentemente accusato di totale inefficacia la missione internazionale di peacekeeping, forte di 20mila soldati. Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon si è detto "preoccupato" e ha aperto un'inchiesta. In ogni caso, oggi la situazione non è quella del 2004, con centinaia di migliaia di morti, ma le speranze del 2011 sono tornate a essere solo speranze.

La vita nei campi profughi. Gianfortuna racconta come gli abitanti del Darfur vivano da un decennio in uno stato di pericolo costante e di violazione dei diritti umani. Shanguil Tobaya, nel pieno del Sahara, è solo uno delle decine di campi sorti nel Paese: "È vicino all'incrocio tra le due principali strade del Nord; dieci anni fa, la popolazione in fuga si è fermata lì per stanchezza, dopo un cammino di settimane. E negli anni successivi i profughi sono continuati ad arrivare, con alle spalle storie di violenza nei villaggi di origine e lungo il cammino". Tutto dipende da aiuti esterni: il Pam delle Nazioni Unite per il cibo, Oxfam per l'acqua, Medici senza Frontiere per la salute. Shanguil è stato completamente distrutto tre volte. Racconta Gianfortuna, che era là durante un bombardamento: "Le milizie girano intorno al campo, uccidendo gli uomini che escono e violentando le donne che cercano di raggiungere una misera fonte d'acqua distante un chilometro".

Tra bambini senza scuola e donne violentate. A fine settembre, nel campo di Nierteti e Nyala, piogge torrenziali hanno distrutto 3.700 abitazioni di fortuna e bloccato le strade. Gli sfollati, senza più nulla, si proteggono ora da pioggia e sole con sacchi di plastica. Nei campi, la stragrande maggioranza dei profughi sono bambini e ragazzi di meno di 12 anni, talvolta separati dalle loro famiglie. Non ci sono scuole, né spazi di incontro, niente che possa aiutarli a crescere. Spiega lo psicologo di Msf: "I genitori, se ci sono, sono spesso bloccati psicologicamente". Molte donne sono vittime di violenza, in Darfur lo stupro è usato come arma di guerra.

Una bambina che non riesce a dormire ma solo a urlare. Nei campi, dove la salute non è un diritto, Medici senza Frontiere ha costruito dei presidi sanitari. Gianfortuna si è occupato dell'aspetto psicologico, tentare di alleviare i traumi e disturbi derivanti dallo stress e dalle violenze subite da un lato, provare a salvaguardare un minimo di strutture comunitarie e familiari dall'altro. "Mi ricordo - racconta - una bambina di sette anni che non dormiva da mesi perché il suo villaggio era stato attaccato da truppe appartenenti ad un'altra etnia che parlavano un dialetto estremamente riconoscibile. Nel campo c'erano molti appartenenti alla stessa etnia e lei, ogni volta che sentiva il dialetto degli assalitori, cominciava a piangere e gridare di paura. Purtroppo questo succedeva di continuo, di giorno e di notte, e la bambina era veramente allo stremo delle sue energie psichiche. Sei mesi di lavoro quotidiano con lei, sono stati premiati da un sorriso e da un pupazzetto costruito con la sabbia che ho ancora in camera mia".

Il conflitto costa 23 volte in più delle spese sanitarie. Accanto alla sofferenza delle persone, c'è anche un dato economico che spiega l'assurdità di questa guerra. Secondo Hamed El Tijani, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell'Università americana del Cairo, il conflitto in Darfur costa 23 volte di più rispetto alle spese sanitarie dell'intero Sudan. Il professore ha calcolato che la guerra decennale è costata 50 miliardi di dollari, 5 all'anno, cioè il 23% del Pil a fronte dell'1% rappresentato dagli investimenti nella sanità.

di Stefano Pasta

martedì 28 gennaio 2014

Sudan, blogger e attivista del Darfur rischia la tortura. Liberiamolo!

Amnesty International - Corriere della Sera

Tajeldin Ahmed Arja, uno studente di 26 anni, è stato arrestato lo scorso 24 dicembre mentre stava prendendo parte a una conferenza organizzata nella capitale sudanese, Khartoum, sulla situazione dei diritti umani nella regione del Darfur, devastata da un conflitto iniziato nel 2003.

Tajeldin è stato costretto a lasciare il Darfur, con tutta la sua famiglia, alle prime violenze. Ha iniziato a pubblicare un blog sulle violazioni dei diritti umani nella sua terra d’origine.

All’inizio della conferenza, Tajeldin ha preso la parola per dare un messaggio semplice e chiaro: i crimini commessi negli ultimi 10 anni in Darfur chiamano in causa il presidente del Sudan, Omar al Bashir, e quello del Ciad, Idriss Déby. I due sono buoni amici e ottimi alleati. Nel 2010 il presidente ciadiano ospitò il suo collega, sul quale pende un mandato d’arresto da parte della Corte penale internazionale.

Ha avuto un grande coraggio, Tajeldin: al Bashir e Déby erano presenti alla conferenza. Nel giro di pochi secondi, otto agenti della guardia presidenziale sudanese lo hanno trascinato fuori dall’aula e arrestato.

Da un mese, Tajeldin è detenuto in isolamento in una prigione alla periferia di Khartoum. Non può incontrare avvocati né familiari e rischia la tortura.

Non sarebbe il primo caso. In Sudan la tortura è frequente e ne fanno le spese manifestanti, attivisti, difensori dei diritti umani e oppositori politici: i detenuti vengono presi a calci, pugni e bastonate, colpiti con tubi di gomma, obbligati a stare in piedi per giorni sotto un caldo torrido o ad assumere posizioni scomode e dolorose, privati di cibo, acqua e sonno.

Amnesty International ha lanciato un appello per la scarcerazione di Tajeldin, che invito le lettrici e i lettori di questo blog a firmare.

giovedì 9 gennaio 2014

Sud Sudan: Onu accogliera' 10mila rifugiati in Darfur

AGI
Khartoum, - L'Onu si prepara ad accogliere in Darfur, nel Sudan, 10mila rifugiati dal Sud Sudan. 

Lo ha reso noto l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) nel suo bollettino. La stessa Onu stima che siano 120mila le persone sfollate a causa del conflitto scoppiato in Sud Sudan il 15 dicembre. 

Dal 2003 il Darfur e' stato teatro di una rivolta armata contro il governo sudanese dominato dagli arabi che ha fatto almeno 300.000 morti .

mercoledì 26 giugno 2013

Ciad, condizioni umanitarie inaccettabili per i rifugiati e i rimpatriati

Medici Senza Frontiere
Decine di migliaia di rifugiati e rimpatriati in Ciad, fuggiti dai violenti scontri nel vicino Darfur dall’inizio di gennaio, hanno ancora disperato bisogno di acqua pulita, ripari adeguati e accesso all’assistenza sanitaria
Prima dell’arrivo di Medici Senza Frontiere (MSF), agli inizi di aprile, Tissi non aveva nessun ospedale operativo. MSF ora gestisce un centro di salute a Tissi, un presidio sanitario a Dukkum Um e una clinica mobile a Gadar e Ab Gadam. A oggi, le équipe di MSF hanno visitato 4.700 pazienti, inclusi i rifugiati, i rimpatriati e la popolazione locale in tutte e tre le sedi, e più di 200 bambini sono stati curati per malnutrizione negli ambulatoriali e nei centri nutrizionali terapeutici. Da quando MSF ha iniziato a supportare l’ospedale di Tissi, il 24% di tutti i ricoveri è legato alla violenza.

“Siamo preoccupati per le persone che non sono in grado di raggiungere i campi nel Ciad e sono esposte alle violenze in corso o non hanno accesso all'assistenza umanitaria”, afferma Tom Roth, responsabile delle operazioni di MSF in Ciad.

MSF è preoccupata anche per il peggioramento delle condizioni di oltre 22.000 ciadiani che avevano trovato rifugio in Darfur, per sfuggire alle violenze in Ciad. Possono ricevere solo aiuti limitati. La maggior parte dei rimpatriati e rifugiati sono donne con un gran numero di giovani e bambini sotto i cinque anni, i quali sono particolarmente vulnerabili.

MSF ha aumentato la distribuzione di generi non alimentari, con una recente distribuzione di 2.500 kit ai rimpatriati in diversi luoghi e sta sostenendo direttamente il campo rifugiati Ab Gadam con la costruzione di 200 latrine, fornendo anche un servizio di trasporto di acqua. La situazione nel campo rimane critica, con 10 litri di acqua distribuiti ogni giorno per ogni persona, la metà della quantità minima raccomandata, universalmente riconosciuta per coprire le esigenze di base.

“Con l’inizio della stagione delle piogge, siamo preoccupati che lo scarso accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari possa far scoppiare un’epidemia, come il colera”, afferma Jason Mills, capo missione di MSF in Ciad. “Stiamo anche assistendo a crescenti livelli di malnutrizione e temiamo che la limitata assistenza alimentare ai rimpatriati possa aggravare la situazione.”

In seguito al trasferimento dei rifugiati da Tissi a Ab Gadam, a 30 chilometri di distanza, MSF ha diviso la sua équipe per rispondere ai bisogni urgenti sul campo, e rimarrà nella zona per fornire interventi di emergenza fino alla fine della stagione delle piogge, nel mese di novembre.

domenica 17 marzo 2013

Thousands of Darfur refugees flee to Chad

The Australians News
- Around 12,500 Sudanese refugees fleeing inter-ethnic violence in the troubled Darfur region have crossed into Chad over the last four weeks, the UN refugee agency says.
"For around a month (the border town of) Tissi has registered a huge influx of Sudanese refugees from the Darfur region" said Aminata Gueye, the representative for the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) in Chad, on Saturday.
A joint UN-government mission sent to Tissi had registered some 12,500 people, which UNHCR was unprepared for, Gueye said.
"We were not expecting this. It is an urgent situation that worries us," she said.
Refugees arriving in Chad said they were escaping violence between different ethnicities competing for control of Darfur's gold mines.
At least 300,000 people have been killed in Darfur since non-Arab rebels first rose up against Sudan's Arab-dominated regime in 2003, the UN says.
Though the violence has lessened, fighting between soldiers and rebels, as well as tribal violence, is still an everyday occurrence.