Pagine

Visualizzazione post con etichetta Bahrein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bahrein. Mostra tutti i post

lunedì 27 agosto 2018

Reporter senza frontiere: liberare Nabil Rajab e 16 giornalisti detenuti in Bahrein

Reuters
L'organizzazione internazionale ha chiesto il rilascio dell'attivista per i diritti umani Nabil Rajab e di 16 giornalisti detenuti dal regime del Bahrein. 

Nabil Rajab
L'organizzazione internazionale "Reporters without borders" ha chiesto il rilascio dell'attivista per i diritti umani Nabil Rajab e di altri 16 giornalisti detenuti dal regime del Bahrein.

Reporter senza frontiere condannando l'arresto di Nabil Rajab,tramite un comunicato pubblicato sul proprio account Twitter,ha dichiarato: "Nabil Rajab è stato arrestato 6 mesi fa e condannato a cinque anni di prigione per il solo motivo di aver pubblicato dei post su Twitter,dopo che aveva appena finito di scontare un'altra pena di due anni".

L'ente internazionale ricordando anche la condanna da parte dell'Onu circa l'arresto di Rajab, ha chiesto l'immediato rilascio dell'attivista per i diritti umani. Nabil Rajab è stato condannato quest'estate a cinque anni di prigionia con l'accusa di aver criticato l'atteggiamento delle autorità del Bahrein circa la guerra in Yemen e la situazione dei diritti umani nel paese. Nel 2016 Rajab aveva subito un'altra condanna di due anni.

sabato 14 aprile 2018

Bahrein - Violazione dei diritti umani e fucilazioni ma in occidente se ne parla solo per la Formula Uno

Il Manifesto
Di Bahrein si parla quando corre la Formula Uno, meno quando si tratta di violazioni dei diritti umani e di condanne a morte per fucilazione. È un piccolo arcipelago di un milione e 400mila abitanti situato nel Golfo persico, di fronte all'Iran, collegato all'Arabia saudita con un'autostrada sul mare che per decenni è servita a farne la destinazione di turisti interessati alla prostituzione e al consumo di alcol.


Di fatto, questo arcipelago è uno stato di polizia: nel 2017 il partito d'opposizione al-Waqaf è stato messo fuori legge dal tribunale di Manama, e lo stesso vale per il suo organo di stampa, il quotidiano al-Wasat. Tutti i gruppi organizzati di matrice sciita sono stati chiusi, giornalisti stranieri e operatori delle ong come Amnesty International non possono atterrare a Manama. 

Tantissime le persone arrestate, molti attivisti politici di spicco tra cui la famiglia Al Khawaja e Nabeel Rajab. Per evitare le torture più pesanti, i giovani attivisti sciiti ricorrono alla cerimonia di fidanzamento: "Secondo la sharia, questo escamotage impedisce ai carcerieri di sottoporli alle sevizie ai genitali che potrebbero impedire loro di procreare", spiega la giornalista Adriana Fara, autrice del volume Dimentica. Never Mind (Ranieri Vivaldelli Editore) in cui offre numerose testimonianze raccolte in Bahrein, dove ha vissuto a lungo, finendo in carcere per alcuni giorni con alcune tra le più note attiviste.

Come reagisce l'Occidente? Oltre alla Formula Uno, il Bahrein ospita la quinta flotta americana con diecimila uomini, ovvero la seconda in ordine di importanza dopo quella di stanza a Djibuti. Recentemente, a far base a Manama sono anche i militari britannici, che hanno costruito una nuova base a Porta al-Khalifa con 500 uomini. Con Sheikh Ahmad, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato contratti per oltre 4 miliardi di dollari e rimosso i limiti per la vendita degli F-16, a suo tempo imposti da Obama dopo la repressione di regime. Ottimi motivi, questi, per far scendere il silenzio sulla repressione in atto e le tante condanne a morte per fucilazione e all'ergastolo.

Con Washington, non tutto fila però liscio: l'aumento dell'amministrazione Trump dei dazi doganali del 10% sull'alluminio mette in difficoltà l'economia del Bahrein, già in bilico per l'alto debito pubblico, anche perché gli Usa rappresentano il mercato principale. Resta da vedere dove saranno convogliati i profitti della scoperta di nuovi giacimenti di petrolio e gas: 80 milioni di barili, a cui si aggiungono 20 trilioni di metri cubi di gas naturale. Se anche i costi di estrazione non sono certi, resta da vedere se i proventi andranno a diversificare l'economia e quindi a espandere il settore privato di cui sarebbero protagonisti proprio i mercanti sciiti.

domenica 21 gennaio 2018

Hrw: gravi violazioni dei diritti umani in Bahrain. 14 condannati a morte.

Corriere della Sera
L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha accusato il Bahrain di gravi violazioni a danno di attivisti e dei loro familiari. La notizia viene riportata dal quotidiano di Doha, Gulf Times.


“La tolleranza del Bahrain verso i dissidenti sta raggiungendo il punto di non ritorno, cancellando qualsiasi progresso fatto dopo aver promesso di introdurre delle riforme dopo le proteste del 2011”, ha dichiarato Sarah Leah Whitson, direttore di HRW per il Medio Oriente.

Nel suo ultimo rapporto di 643 pagine, HRW denuncia che il Bahrain starebbe perseguitando, intimidendo e imprigionando coloro che difendono i diritti umani e i loro familiari. La denuncia di HRW arriva poco dopo la conferma della sentenza di condanna a 15 anni di carcere per Nabeel Rajab, direttore del Centro per i Diritti Umani del Bahrain. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, ha anche lui condannato “gli arresti, intimidazioni, divieto di viaggio e ordine di arresto e l’aumento dei rapporti sulla tortura” in Bahrein.

Secondo quanto riportato da Gulf Times, sarebbero 20 gli attivisti per i diritti umani in Bahrain a cui è stato imposto il divieto di viaggiare, a 156 sarebbe stata tolta la nazionalità bahreinita e altri 14 sarebbero stati condannati a morte per attività terroristiche.

Monica Ricci Sargentini

mercoledì 6 dicembre 2017

Bahrain - Amnesty e HRW: "repressione politica e religiosa contro gli sciiti", con il via libera di Trump

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International e di Human Rights Watch. La piccola monarchia, governata da una famiglia sunnita, in un Paese con il 65% di sciiti.
Beirut - In Bahrain continua la repressione contro l’opposizione politica e religiosa. Il leader del principale partito di opposizione sciita, lo sceicco Ali Salmane, è stato recentemente incriminato dalla procura di Manama per spionaggio con il Qatar. È accusato di avere legami con “un Paese straniero... e di agire per sovvertire l’ordine costituito in Bahrain e danneggiare i gli interessi nazionali”. E' accusato inoltre di “aver rivelato a un Paese straniero informazioni che possono danneggiare lo Stato e la reputazione del Bahrain”. Negli stessi giorni altri dieci esponenti sciiti sono stati condannati a dieci anni di carcere e privati della nazionalità per “complotto terroristico”. Mentre altre 19 persone sono state condannate per “collaborazione con l’Iran per rovesciare il governo.”

Una famiglia sunnita controlla un Paese con il 65% di sciiti. Il piccolo regno, una monarchia costituzionale ereditaria, è guidata dalla famiglia sunnita Khalifa, anche se la popolazione musulmana è per il 65% sciita. La repressione è iniziata nel febbraio 2001 quando, sull’onda delle cosiddette ‘primavere arabe’, anche in Bahrain iniziarono le rivolte. Al centro delle proteste, la denuncia delle discriminazioni contro la comunità sciita. Le dimostrazioni furono represse dal regime con l’aiuto di forze inviate dall’Arabia Saudita. Nel luglio 2016, il partito guidato da Ali Salmane, “al-Wefaq” era stato sciolto dal tribunale del Bahrain. Ali Salmane era stato già arrestato dalle autorità nel dicembre 2014 ed era stato condannato a nove anni di carcere.

Fuorilegge anche leader sunnita di Waad. Poche settimane fa è stato messo fuorilegge anche il “Waad”, movimento alleato di “al-Wefaq”. Il religioso Issa Qassim, massima autorità spirituale sciita del Paese, è stato privato della sua nazionalità, nel 2016, su richiesta del Ministero degli Interni. La repressione del regime non riguarda solo la comunità sciita. Il leader sunnita di Waad, Ibrahim Charif, è stato arrestato nel 2016, con l’accusa di “incitamento all’odio”, per la sua continua richiesta di maggiore democrazia nel Paese. 

A maggio Amnesty International ha denunciato lo scioglimento dei principali partiti politici di opposizione. “Il Bahrain si sta muovendo verso una repressione totale dei diritti umani”, ha detto Lynn Maalouf, direttore presso l’ufficio regionale di Amnesty International a Beirut. “Lo scioglimento di “Waad” è un attacco alla libertà di espressione e associazione. Dimostra ancora una volta che le autorità non hanno intenzione di mantenere gli impegni presi a favore del progresso dei diritti umani.”

Denunciate organizzazioni per i diritti umani. Nella stessa direzione vanno le denunce di altre associazioni per i diritti umani. “Per anni le autorità del Bahrein hanno soffocato la società civile, ma nel 2016 hanno deciso di ridurla al silenzio”, ha dichiarato Joe Stork, vice direttore della divisione Medio Oriente di “Human Rights Watch”. “La stabilità a lungo termine del Bahrain dipende da un processo di riforma politica che rispetta i diritti umani fondamentali, ma per il momento purtroppo sta avvenendo il contrario.”
Anche la mancanza di risposta internazionale alla repressione nel paese è stata ripetutamente denunciata dalle organizzazioni umanitarie.

Il via libera di Donald Trump. Nel marzo 2017, il presidente USA Donald Trump aveva detto al re Hamad del Bahrain; “Non ci sarà alcuna pressione sul Paese con la mia amministrazione”. La piccola monarchia sembra aver interpretato questa dichiarazione come una luce verde per continuare la sua politica di repressione. C’è un chiaro segnale che quella di re Hamad sia l’interpretazione corretta. Nonostante il piccolo regno ospiti la “Quinta Flotta” statunitense, Barack Obama aveva congelato la vendita degli aerei militari F-16, considerando che Manama non aveva fatto abbastanza progressi nel campo dei diritti umani. L’amministrazione Trump a settembre è tornata su questa decisione per autorizzare la vendita.

lunedì 6 novembre 2017

Bahrein, diritti umani mai così in basso: la monarchia condanna i familiari di Sayed Ahmed Alwadaei in esilio.

Il Fatto Quotidiano
Sayed Ahmed Alwadaei è il direttore dei programmi di sensibilizzazione dell’Istituto per i diritti e la democrazia in Bahrein. Dalla Gran Bretagna, dove vive, promuove iniziative per informare l’opinione pubblica e i governi sulla situazione dei diritti umani nel regno del Golfo persico, di cui spesso si è scritto in questo blog.

Sayed Ahmed Alwadaei
Nell’ottobre 2016 ha organizzato una manifestazione pacifica di fronte a Downing Street, la residenza del primo ministro britannico, dove stava arrivando per colloqui il re Hamad al Khalifa. Da quel momento è iniziata la persecuzione dei suoi familiari. Poche ore dopo la manifestazione la moglie di Alwadaei, Duaa, è stata bloccata all’aeroporto internazionale del Bahrein, mentre stava salendo a bordo di un aereo diretto a Londra. È stata rilasciata dopo sette ore di duri interrogatori e minacce.

Nel marzo di quest’anno sono stati arrestati la suocera e il cognato di Alwadaei, Hajer Mansoor e Sayed Nizar Alwadaei. Sono stati interrogati a lungo sulle attività del loro parente in Gran Bretagna e, dopo alcuni giorni, rinviati a processo per terrorismo con l’accusa di aver inscenato un falso attentato. Una settimana fa, sono stati condannati a tre anni di carcere. Un terzo imputato, Mahmoud Marzooq, cugino di Alwadaei, è stato assolto per il falso attentato ma condannato a un mese e mezzo in carcere per aver acquistato un pugnale.

Sul procedimento giudiziario erano già intervenuti sei esperti delle Nazioni Unite e lo stesso Comitato Onu contro la tortura, esprimendo preoccupazione per l’arbitrarietà degli arresti nonché per le minacce di morte e le torture che gli imputati avevano denunciato di aver subito nel corso degli interrogatori.
Riccardo Noury

venerdì 29 settembre 2017

L'accanimento del Bahrein contro Nabil Rajab, difensore dei diritti umani

Corriere della Sera
Nabil Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, si è visto rinviare ancora una volta, e sono ormai quasi 20, il processo. Da mesi ricoverato in un ospedale gestito dal ministero dell'Interno, Rajab sta già scontando una condanna a due anni, emessa il 10 luglio per "pubblicazione e diffusione di voci e notizie false relative alla situazione interna del paese", a causa di due interviste rilasciate nel 2015 e nel 2016.

Non si conosce ancora la data dell'appello. 
Il processo rinviato oggi riguarda invece due tweet con cui Rajab aveva criticato l'intervento militare in Yemen e aveva denunciato, le torture compiute nel 2015 nella prigione di Jaw a seguito di una rivolta. 

Rischia 15 anni di carcere per "diffusione di notizie false in tempo di guerra", "offesa a un pubblico ufficiale" (il ministro dell'Interno) e "offesa a un paese straniero". La prossima udienza per Rajab è prevista il 19 novembre. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere il suo rilascio immediato e incondizionato.

di Riccardo Noury

lunedì 10 luglio 2017

Bahrein. Arrestata Ebtisam al-Saegh, attivista per i diritti umani rischia stupro e tortura

Corriere della Sera
La mattina del 3 luglio Ebtisam al-Saegh, una delle figure più note tra i difensori dei diritti umani del Bahrein, aveva pubblicato un tweet sui maltrattamenti inflitti alle detenute da parte dell'Agenzia per la sicurezza nazionale, chiamando in causa la responsabilità del re Hamad bin Isa Al Khalifa quale garante dell'impunità nei confronti delle violazioni dei diritti umani. 

Ebtisam al-Saegh
Un quarto d'ora prima della mezzanotte è scattata la rappresaglia. Le forse di sicurezza si sono presentate in forze (cinque vetture e un furgone) a casa sua. L'hanno arrestata, senza mandato e senza darle alcuna spiegazione, sequestrandole il cellulare e la carta d'identità.
Nelle prime ore del mattino del 4 luglio, Ebtisalam al-Saegh è stata notata all'interno del carcere femminile di Issa Town. La mattina successiva ha fatto una rapida telefonata ai familiari, chiedendo di farle arrivare denaro ed effetti personali. 

Ebtisalam al-Saegh ha 48 anni e da tempo si occupa di diritti umani nel suo paese, intrattenendo relazioni con organizzazioni non governative e con gli organismi delle Nazioni Unite. Quest'anno a marzo ha preso parte, a Ginevra, alla 34esima sessione del Consiglio Onu dei diritti umani.

Proprio per questo motivo, il 26 maggio era stata arrestata una prima volta e interrogata per sette ore, durante le quali era stata picchiata su ogni parte del corpo, presa a pugni sul naso (dove aveva appena subito un'operazione) e allo stomaco, stuprata e minacciata di gravi conseguenze ai danni di suo marito e dei loro figli se non avesse cessato di occuparsi di diritti umani. 

Uscita da quelle sette ore di incubo in stato di shock e incapace di reggersi in piedi, era stata ricoverata in ospedale. Amnesty International teme che Ebtisalam al-Saegh possa essere nuovamente sottoposta a violenza sessuale a torture, una prassi purtroppo consueta per le coraggiose attiviste del Bahrein così come per le donne arrestate per reati comuni.

Riccardo Noury

giovedì 16 febbraio 2017

Bahrein, sola contro la polizia: una donna simbolo degli scontri di San Valentino

La Repubblica
In piedi, da sola, davanti a un mezzo blindato della polizia. Così è stata immortala una manifestante durante gli scontri scoppiati il 14 febbraio alle porte di Manama, capitale del Bahrein, tra autorità e dimostranti sciiti. 

La donna stava partecipando a un corteo per celebrare il sesto anniversario dall'inizio delle proteste contro il governo di orientamento sunnita, quando la polizia ha lanciato lacrimogeni e granate assordanti per impedire ai dimostranti di raggiungere la capitale. 

Dal 2011 il piccolo Stato del Golfo è agitato da continue sommosse. Motore del dissenso è la maggioranza sciita della popolazione (circa il 70%) che accusa l'élite governativa di discriminazioni interconfessionali. Al governo, e alla famiglia reale Al-Khalifa, si continuano a chiedere maggiori diritti e libertà, ma in sei anni di battaglie ogni tentativo di protesta è stato brutalmente soffocato. Ciò che non sono riusciti a contenere è la volontà dei cittadini di ribellarsi. 

La donna in mano ha un volantino con il volto dell'Ayatollah Sheikh Isa Ahmed Qassim, leader religioso sciita del Paese, e guida spirituale di Al Wefaq: il partito d'opposizione più grande del Bahrein

venerdì 30 dicembre 2016

Bahrein: Nabeel Rajab scarcerato e riarrestato, il 23 gennaio si processano le sue idee

Articolo 21
Nell’udienza del 28 dicembre , il giudice ha disposto la scarcerazione in attesa del processo di Nabeel Rajab, il più noto difensore dei diritti umani del Bahrein, la monarchia del Golfo persico che dalla “primavera araba” del 2011 ha scatenato la repressione contro il dissenso. Immediatamente, la procura ha presentato nuove accuse e Rajab è rientrato in carcere in attesa della prossima udienza del processo, prevista il 23 gennaio. 


Rajab, 52 anni, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, è agli arresti dal 13 giugno. Accusato di aver diffuso “notizie false in tempo di guerra” e “voci allo scopo di screditare lo stato” via Twitter, rischia fino a 13 anni di carcere, cui potrebbero aggiungersene altri per un articolo pubblicato a settembre sul New York Times e per un altro, uscito su Le Monde alla vigilia di Natale, critici nei confronti del governo.

La “guerra” su cui Nabeel Rajab avrebbe diffuso notizie false è quella che si svolge dal marzo 2015 in Yemen, dove una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e di cui fa parte anche il Bahrein sta portando avanti un’incessante campagna di bombardamenti aerei, molti dei quali costituiscono crimini di guerra. Le “voci” riguardano invece la situazione dei diritti umani nel paese, in particolare la tortura nelle carceri, e i rapporti tra il Bahrein e lo Stato islamico, nel quale secondo Rajab sarebbero finiti a militare vari funzionari del regno.

Rajab è nel mirino degli al-Khalifa, la famiglia reale sostenuta, armata e protetta dai governi di Washington e Londra, sin dal 2012. Questi i suoi precedenti: due anni di carcere tra il 2012 e il 2014 per aver promosso e preso parte a manifestazioni pacifiche ma non autorizzate e aver in quel modo arrecato “disturbo all’ordine pubblico”; divieto di espatrio emesso nei suoi confronti nel novembre 2014 e tuttora in vigore; sei mesi di carcere nel 2015, poi ridotti a due per motivi di salute, per aver diffuso “un messaggio che potrebbe istigare l’opinione pubblica e mettere in pericolo la pace”.

Le organizzazioni per i diritti umani considerano Rajab un prigioniero di coscienza e continuano a sollecitare le autorità del Bahrein a proscioglierlo da ogni accusa e a rilasciarlo.

Riccardo Noury

martedì 13 dicembre 2016

Bahrein - 9 anni al leader dell’opposizione. Difensore dei diritti umani rischia 12 anni

Amnesty International
Una corte d’appello del Bahrein ha confermato la condanna a nove anni nei confronti dello sceicco Ali Salman, segretario generale del principale partito d’opposizione del Bahrein, la Società nazionale islamica, conosciuto con la denominazione “al-Wefaq”.

Lo sceicco 
Ali Salman era stato condannato in primo grado nel 2015 a quattro anni di carcere. In appello, la condanna era stata più che raddoppiata. Nell’ottobre 2016 la Corte di cassazione aveva annullato la sentenza rinviando nuovamente il giudizio alla corte d’appello, che il 12 dicembre ha confermato i nove anni di carcere. Per Amnesty International, Ali Salman è un prigioniero di coscienza, condannato unicamente per aver chiesto riforme e candidato il suo partito alla direzione del governo del Bahrein. Il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie si è associato alla richiesta di scarcerazione. 

Nabil Rajab
Il 15 dicembre è previsto il processo nei confronti di Nabil Rajab, il più noto difensore dei diritti umani del Bahrein, che rischia fino a 12 anni di carcere per aver denunciato via Twitter le torture nelle carceri del paese e aver condannato l’intervento militare dell’Arabia Saudita in Yemen.

giovedì 18 agosto 2016

Bahrein: esperti Onu diritti umani, no a persecuzioni sciiti

ANSAmed
Denunciano intensificari 'ondata' arresti, detenzioni e accuse
Roma - Un gruppo di esperti Onu dei diritti umani esprime oggi preoccupazione per l'intensificarsi dell'ondata di "arresti, detenzioni, convocazioni (di polizia ndr.), interrogatori e contestazioni penali nei confronti di numerosi leader religiosi e cantanti, difensori dei diritti umani e dissidenti pacifici", sottolineando che essa che danneggia i diritti umani essenziali. 

Lo si legge in una nota pubblicato oggi sul sito dell'Ufficio per i diritti umani dell'Alto commissario Onu di Ginevra. "Gli sciiti sono chiaramente presi di mira in base alla loro religione", scrivono gli esperti. Aggiungendo che "di recente abbiamo assistito alla dissoluzione dell'Al-Wefaq National Islamic Society (principale partito dell'opposizione sciita, ndr), alla chiusura di organizzazioni religiose" oltre che a restrizioni del culto, del movimento e dell'accesso ad internet, ed al divieto di tenere sermoni per leader religiosi sciiti. 

Di recente la repressione dell'opposizione sciita, da parte della monarchia sunnita al potere, ha visto tra l'altro la condanna a nove anni di carcere per lo Sheikh Ali Salman, segretario del partito Al-Wefaq; un nuovo arresto per Nabeel Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrain e noto attivista, il cui processo - segnala lo stesso centro - è stato rinviato due volte; la revoca della cittadinanza per Isa Qassim, principale leader religioso sciita.

martedì 14 giugno 2016

Bahrein - Arrestato Nabeel Rajab, attivista per i diritti umani

Internazionale
Nabeel Rajab, figura di spicco del movimento per i diritti umani e presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein è stato arrestato dalla polizia mentre si trovava nella sua casa, i motivi dell’arresto non sono ancora chiari. 

A cinque anni dalle primavere arabe gli attivisti del paese del Golfo sono sottoposti a continui arresti e pressioni da parte delle forze di polizia.

domenica 14 febbraio 2016

Bahrein - Cinque anni dopo la rivolta sono frequenti il ricorso alla tortura e violazioni diritti umani

ANSA
Manama - Cinque anni dopo un'ondata di proteste che chiedeva ampie riforme e che sconvolse il Bahrein, le speranze di un riconoscimento delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani passate e presenti sono svanite. 

Lo ha denunciato Amnesty International alla vigilia del quinto anniversario delle proteste di massa iniziate nel, alle quali le forze di sicurezza del Bahrein risposero con estrema violenza, causando morti e feriti tra i manifestanti. 

Altre persone morirono in carcere dopo essere state torturate. "Cinque anni dopo la rivolta, in Bahrein si continua a torturare, a eseguire arresti arbitrari e a reprimere con violenza gli attivisti pacifici e chiunque osi criticare il governo - ha dichiarato James Lynch, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International - Nonostante le autorità si fossero impegnate a processare i membri delle forze di sicurezza responsabili delle violazioni dei diritti umani nel 2011, la popolazione del Bahrein attende ancora giustizia".

giovedì 16 luglio 2015

Bahrein - E' stato liberato l'attivista per i diritti umani Nabeel Rajab

Il Post Internazionale
Il re del Bahrein ha concesso la grazia all'attivista Nabeel Rajab, imprigionato da oltre due mesi a causa della sua opposizione al governo
Nabeel Rajab, dissidente politico e attivista per i diritti umani del Bahrein, è stato liberato. Rajab era stato imprigionato nel maggio del 2015, con l'accusa di aver offeso e insultato le autorità del Paese. L'agenzia giornalistica Bahrain News Agency ha riferito che il re Hamad ha deciso di concedergli la grazia, perché l'attivista soffre di problemi di salute.

Rajab è il presidente dell'organizzazione no-profit Bahrain Centre for Human Rights (Bchr), da lui fondata nel 2002. Sin dagli anni Novanta, è stato una delle voci più critiche nel Bahrein, e nel mondo arabo in generale. Ha denunciato con coraggio gli abusi da parte del governo e, a causa del suo lavoro e delle sue campagne, ha subìto arresti, minacce e intimidazioni fisiche.

Il 14 maggio del 2015 una corte del Bahrein ha confermato in appello la condanna per Rajab a sei mesi di carcere, per alcuni messaggi su Twitter e un articolo pubblicati nel settembre del 2014. Le parole di Rajab erano state considerate offensive perché accusavano il governo di essere "l'incubatore ideologico" del terrorismo, e avevano insinuato che alcuni soldati delle forze governative si fossero uniti all'Isis.

mercoledì 1 luglio 2015

Bahrein: i difensori dei diritti umani imprigionati, torturati, privati della cittadinanza

Il Fatto Quotidiano
Un rapporto dell’Osservatorio sulla protezione dei diritti umani fornisce un’inquietante descrizione della realtà che affronta quotidianamente chi prova a difendere i diritti umani nel Bahrein, lo Stato-isola governato dalla famiglia reale al-Khalifa che ha ordinato una pesante repressioneall’indomani dello scoppio della “rivolta di San Valentino” del febbraio 2011. 

Negli ultimi quattro anni, secondo il Centro per i diritti umani del Bahrein, la violenza politica ha causato almeno 97 morti. Contro i manifestanti, è stato fatto un uso spropositato di gas lacrimogeni. Le autorità hanno adottato una serie di provvedimenti in tema di libertà di manifestazione, criminalizzazione del dissenso e ritiro della cittadinanza.
Il rapporto dell’Osservatorio descrive oltre una decina di casi di difensori dei diritti umani processati, condannati, sottoposti a maltrattamenti e torture o privati arbitrariamente della cittadinanza.

Alcuni di questi casi – come quelli di Nabeel Rajab, di Ghada Jamsheer, di Abdulhadi al-Khawaja e sua figlia Zainab – sono noti ai lettori e alle lettrici di questo blog. Altri casi li potrete scoprire leggendo il rapporto dell’Osservatorio:

Mahdi Abu Deeb, presidente dell’Associazione degli insegnanti del Bahrein, arrestato il 6 aprile 2011 e condannato a cinque anni di carcere per “incitamento all’odio” e “tentativo di rovesciare il sistema con la forza”;
Naji Fateel, blogger e cofondatore della Società dei giovani del Bahrein per i diritti umani, arrestato il 2 maggio 2013 e condannato a 15 anni di carcere per “fondazione di un gruppo avente lo scopo di sovvertire la costituzione”;
Taïmoor Karimi, avvocato, accusato di “diffusione di notizie false” e “partecipazione a riunione illegale” e per questo privato della cittadinanza. Sta attualmente ricorrendo contro un decreto di espulsione dal paese.

Della sorte di queste persone continuano a occuparsi unicamente le organizzazioni per i diritti umani e qualche parlamentare occidentale di buona volontà. Per gli Usa e la Gran Bretagna, la posizione geografica del Bahrein e la possibilità di usarlo come base navale è più importante.

Riccardo Noury

lunedì 1 giugno 2015

Bahrein: torture ai detenuti, sei agenti di polizia condannati a cinque anni di carcere

Reuters
Un tribunale del Bahrein ha condannato sei agenti di polizia a cinque anni di carcere con l'accusa di aver torturato dei detenuti, uno dei quali è morto. 

Lo ha dichiarato una fonte giudiziaria. Gli ufficiali hanno picchiato tre prigionieri nel tentativo di costringerli ad ammettere di essere coinvolti in traffico di droga e telefoni cellulari in carcere. "Li hanno picchiati e presi a calci in testa e in altre parti del corpo", ha detto la fonte. Gli imputati avevano anche convocato il fratello di uno dei detenuti, torturando anche lui per ottenere una confessione.

sabato 4 aprile 2015

Bahrein: arrestato attivista , denuncia pratiche di tortura utilizzate contro i prigionieri.

www.contropiano.org
L'attivista per i diritti umani Nabeel Rajab è stato arrestato ieri in Bahrein - paese alleato dell'Arabia Saudita - per aver pubblicato alcuni tweet nei quali denunciava le pratiche di tortura utilizzate contro i prigionieri reclusi nelle carceri della piccola petro-monarchia. La moglie di Nabeel, Sumaya Rajab, ha dichiarato che venti auto della polizia si sono presentate davanti alla loro abitazione per portare l'attivista in carcere.
Rajab, che ha fondato il centro per i diritti umani del Bahrein nel 2002, era stato arrestato già a settembre quando aveva descritto su Twitter i servizi di sicurezza nel paese come "incubatore ideologico" per jihadisti. L'attivista, accusato di aver insultato le istituzioni pubbliche e l'esercito, era stato rilasciato su cauzione in attesa del processo previsto per il 14 aprile.

giovedì 4 dicembre 2014

L'attivista Maryam al Khawaja condannata a un anno di carcere in Bahrein

AFP
L’attivista sciita del Bahrein Maryam al Khawaja è stata condannata da un tribunale di Manama a un anno di prigione per aver aggredito una poliziotta. 

Lo ha reso noto Mohamed al Jishy, uno dei suoi avvocati. Il verdetto è stato emesso in assenza dell’imputata che, ha precisato il legale, si trova a Londra dal 1 ottobre, quando le autorità del Bahrein hanno ritirato il divieto che le impediva di lasciare il paese.

Di doppia nazionalità, danese e bahreinita, Maryam al Khawaja, 27 anni, era stata arrestata il 30 agosto all’aeroporto di Manama, dopo essere rientrata nel paese per visitare il padre, l’oppositore Abdulhadi al Khawaja, condannato all’ergastolo per complotto contro lo stato.

Sul sito dell’organizzazione internazionale Index on Censorship, al Khawaja spiega di aver boicottato il processo a causa della mancanza di indipendenza del sistema giudiziario del Bahrein.

martedì 21 ottobre 2014

Bahrein. Intervista a Nabeel Rajab “Continue violazioni dei diritti umani. Massicce proteste ignorate dalla comunità internazionale

LIMES
Il presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, arrestato quattro volte, denuncia il silenzio internazionale sulle violazioni dei diritti umani da parte di Manama. La minaccia dell'Is e l'ombra di Riyad.

"Ieri in piazza a protestare c’era il 20% della popolazione del Bahrein e non ne ha parlato nessuno". È arrabbiato Nabeel Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, finito in carcere quattro volte, l’ultima il 2 ottobre scorso quando è stato arrestato per aver scritto in un tweet “che molti bahreiniti che si sono uniti all’Isis [Stato Islamico, Is, ndr] venivano da istituzioni per la sicurezza”.


"Negli ultimi 3 anni, il 7% della popolazione del Bahrein è stata arrestata e 4 mila persone sono ancora in prigione. Parliamo nell’80% dei casi di persone punite per aver manifestato pacificamente o per aver espresso su Internet opinioni contro il regime. Secondo i giudici sono tutti terroristi che rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale. Ogni settimana tra le 25 e le 30 persone finiscono in carcere così”.

Rajab racconta il suo paese attraverso questi dati. Il Bahrein ha poco più di un milione di abitanti, riserve di petrolio per oltre 124 milioni di barili, un pil pro capite che l’anno scorso ha superato quello italiano, ma la ricchezza non ha protetto l’isola dalle proteste della "primavera araba", come è invece avvenuto in altri paesi del Golfo. Le mobilitazioni continuano nonostante la repressione.

Secondo quanto riportato dall’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, "le forze di sicurezza (in Bahrein) hanno continuato ad arrestare arbitrariamente persone in cittadine dove le proteste anti-governative avvengono con regolarità. I critici del governo di alto profilo rimangono in carcere con accuse legate unicamente al fatto di aver esercitato il diritto di libertà di espressione e di assemblea.

Il sistema giudiziario, presieduto da membri della famiglia regnante, non ha ancora processato nessuno degli ufficiali per le violazioni dei diritti umani accadute dal 2011, tra cui anche la morte - avvenuta in seguito a tortura - di persone che si trovavano in stato detentivo".

"I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno mandato l’esercito in Bahrein per fermare le proteste durante la primavera araba. La stampa internazionale non ne ha parlato per niente, neanche i giornali inglesi che in genere sono molto attenti”, Rajab spiega in un’intervista per Limes.

I giornalisti stranieri non hanno più facile accesso all’isola, così come i membri di organizzazioni per i diritti umani. Anche per i fotografi è sempre più difficile non essere arrestati. Nonostante le oggettive difficoltà, Rajab crede che il silenzio dei media sia voluto: “Il Regno Unito ha un legame speciale con la famiglia regnante del Bahrein; non a caso i media inglesi seguono con grande attenzione le violazioni dei diritti umani in Qatar, ma ignorano quelle in Bahrein. 

Londra ha dei legami militari con il Bahrein e vende le armi a diversi paesi del Golfo. Rapporti di questo tipo dipendono dai regnanti: se il regnante salta, saltano anche questi accordi, quindi la Gran Bretagna ha interesse a mantenere lo status quo in Bahrein”.

Nel documentario del 2011 di Aljazeera, Bahrain: Shouting in the Dark, vincitore anche dell’Amnesty International Media Award, vengono raccontate le violenze subite dalla popolazione a maggioranza sciita nell’isola in cui regna la famiglia sunnita Al Khalifa. 

Rajab crede che sia riduttivo spiegare il conflitto interno come una lotta tra sciiti e sunniti. La protesta dei bahreiniti è politica, non religiosa, e mira a ottenere un sistema democratico in cui vengano rispettati i diritti umani.

"Molti credono che l’introduzione di un sistema democratico in Bahrein andrebbe a rafforzare l’Iran perché la maggioranza della popolazione in Bahrein è sciita come in Iran, non sunnita come negli altri Stati del Golfo" spiega Rajab, scosso dal caos che vi è nel Paese e dalla presenza sempre più egemonica dell’Arabia Saudita. 

"Il Bahrein sta diventando una colonia saudita, ma noi non siamo una società tribale come loro, noi abbiamo una storia diversa, una società più evoluta con un sistema scolastico dagli anni Venti, chiese e sinagoghe” afferma Rajab. 

Nonostante le differenze, un paese appare sempre più come il prolungamento dell’altro, anche grazie al ponte intitolato a re Fahd, su cui fino a poco tempo fa passavano i carri armati del Peninsula Shield Force inviati dai paesi del Golfo per soffocare le proteste a Manama.

Le minacce arrivano anche da altre direzioni: il Bahrein è uno dei cinque alleati arabi a partecipare ai raid aerei contro lo Stato Islamico organizzati da una coalizione che al fianco degli Stati Uniti vede Arabia Saudita, Qatar, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. “Noi siamo contro l’Is e abbiamo paura” ammette Rajab.

Il califfato ha dichiarato in passato l’intenzione di attaccare i paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita che ospita Mecca e Medina, i due luoghi santi più importanti per i musulmani, dove in migliaia si dirigono ogni anno per l’hajj, il pellegrinaggio che rappresenta il quinto pilastro dell’Islam.

A luglio di quest’anno il re saudita Abdullah ha ordinato di prendere tutte le misure necessarie per fermare l’avanzata dell’Is, schierando 30 mila soldati al confine con l’Iraq. Se è vero ciò che ha twittato Rajab, ossia che cittadini dei servizi di sicurezza del Bahrein si sono uniti allo Stato Islamico, informazioni sensibili sull’isola potrebbero già essere nelle mani del califfato, dando a Manama ragioni per aver paura.
di Francesca Astorri

domenica 5 ottobre 2014

Bahrein nuovamente arrestato Nabeel Rajab leader dei diritti umani

Corriere della Sera - Blog
Appena rientrato da una serie di conferenze in Europa, Nabeel Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein e direttore del Centro per i diritti umani del Golfo, è stato arrestato il 1° ottobre e, il giorno dopo, posto in stato di detenzione per una settimana in attesa del processo. Qui, l’appello di Amnesty International per la sua immediata scarcerazione.
La sera del 28 settembre, Rajab aveva commentato in un tweet la notizia che membri delle forze di sicurezza del Bahrein si erano aggregati allo Stato islamico, il gruppo estremista sunnita responsabile di efferati crimini in Siria e Iraq.

Questo è il testo per cui Rajab rischia fino a tre anni di carcere per “offesa al ministro dell’Interno”:

“Molti uomini del #Bahrein che si sono aggregati al #terrorismo e all’#Isis provengono dalle istituzioni di sicurezza. Queste istituzioni sono state la prima incubatrice ideologica”.

La ragione del suo arresto, come spiega la sua avvocata, risiede nell’articolo del codice penale del Bahrein che punisce “le offese alle autorità, alle istituzioni e alle agenzie del governo”, che Amnesty International ha chiesto ripetutamente di abrogare poiché costituisce una violazione del diritto alla libertà d’espressione.

Rajab era stato rilasciato nel maggio 2014, dopo aver scontato una condanna a due anni per “riunione illegale”, “disturbo all’ordine pubblico” e “convocazione e partecipazione a manifestazioni non autorizzate”. Appena libero, aveva ripreso a fare conferenze e rilasciare interviste per denunciare le violazioni dei diritti umani in Bahrein, generosamente coperte dal governo di Londra (nella foto di John Nielsen, è con Trine Christensen, vicesegretaria generale di Amnesty International Danimarca).

Altri attivisti sono nel mirino delle autorità del regno del Golfo persico. Tra questi, Maryam Al-Khawaja, recentemente rilasciata ma in attesa del processo per “aggressione a pubblici ufficiali”.

In carcere è invece Nader Abdulemam, autore di un tweet giudicato offensivo nei confronti di Khalid bin al-Waleed, un compagno del profeta Maometto e noto comandante islamico. È accusato di aver “offeso pubblicamente una figura religiosa di culto”.


di Riccardo Noury