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domenica 17 gennaio 2021

Human Rights Watch individua in Bolsonaro il profilo peggiore nella violazione dei diritti umani

Globalist
Discriminazione delle minoranze etniche e delle popolazioni native, delle donne e dei disabili.

Bolsonaro si è reso protagonista di violazioni su più fronti: discriminazione delle minoranze etniche e delle popolazioni native, delle donne e dei disabili. Ha ripetutamente attaccato i giornalisti, riducendo la libertà di stampa. 

Ha favorito le attività illegali di deforestazione dell'Amazzonia, sorvolando sulle intimidazioni e le violenze contro i difensori della foresta, mentre ha addossato alle comunità native e ai piccoli agricoltori la responsabilità degli incendi che hanno devastato decine di migliaia di ettari con un conseguente danno ambientale praticamente incalcolabile. 

Ma ciò che ha segnato particolarmente i mesi passati, nel terzo Paese al mondo dopo Stati Uniti ed India per numero di contagi da Covid e secondo per numero di morti, è stato l'atteggiamento sprezzante nei confronti delle raccomandazioni dell'OMS per prevenire la diffusione del virus. 

Bolsonaro ha minimizzato la gravità del contagio, mettendo a rischio il diritto alla salute dei cittadini.

Human rights Watch ha stilato e pubblicato il rapporto mondiale sul rispetto dei diritti umani nel mondo e uno dei ritratti peggiori è quello che emerge dal profilo proprio del presidente brasiliano.

martedì 11 febbraio 2020

Brasile. Bolsonaro non si ferma più: miniere nelle terre dei nativi. Le comunità indigene insorgono

Avvenire
Le comunità indigene insorgono contro il progetto che apre a impianti di scavo e a pozzi petroliferi nelle aree remote dell’Amazzonia, dove vivono le tribù «incontattate», tutelate dalla Costituzione
Un «sogno», l’ha definito il presidente Jair Bolsonaro. Una «legge storica», al pari di quella che ha liberato gli schiavi nel 1888, ha aggiunto il capo di gabinetto, Onyx Lorenzoni. Con queste premesse, non sorprende che il capo dello Stato abbia scelto una data simbolica – i primi quattrocento giorni di mandato – per presentare al Parlamento il progetto numero 191. Il testo apre alla possibilità di realizzare attività economiche – minerarie, estrazione di idrocarburi o gas, impianti idrici per creare energia elettrica – all’interno delle «terre indigene » dell’Amazzonia.

Aree di proprietà dello Stato nazionale che, però, in base alla Costituzione del 1988, quest’ultimo dà in usufrutto permanente ai 305 popoli nativi brasiliani. Ad essi, viene riconosciuto un diritto originario sui terreni da loro abitati da tempo immemorabile e progressivamente sottratti, durante e dopo la colonia. In realtà, negli ultimi 32 anni, restituito meno di un terzo – 436 – dei 1.296 appezzamenti indicati è stato restituito ai legittimi usufruttuari. Almeno, però, finora, la riconsegna o «demarcazione» delle terre – come viene definita – li aveva messi al riparo da interessi economici esterni, garantendo ai soli indigeni la possibilità di utilizzarne le risorse. Con il disegno di legge 191 – che ufficialmente dovrebbe dare attuazione al dettato costituzionale – Bolsonaro, come più volte promesso, ha cominciato a far cadere il “muro legale” eretto a protezione degli indios e dell’Amazzonia. Là, il governo potrà autorizzare la realizzazione di impianti idro e termoelettrici, pozzi petroliferi o altri mega progetti. I nativi colpiti saranno «ascoltati» ma niente di più: solo in caso di attività mineraria è concesso loro il potere di veto. Per il resto, dovranno adeguarsi. Il presidente non ha dubbi che lo faranno volentieri. «Sono esseri umani come noi», ha detto candidamente, «hanno i nostri stessi desideri e necessità».

Le critiche – ha ironizzato – «verranno dagli ambientalisti che, se potessi, manderei al confino in Amazzonia, tanto loro amano l’ambiente». Il movimento indigeno, in realtà, è deciso a ostacolarne in ogni modo l’approvazione. «Il sogno di Bolsonaro è quello di rispondere agli interessi economici che lo hanno eletto e appoggiano il suo governo, a costo di violare le leggi nazionali e internazionale», ha tuonato l’Associazione dei popoli indigeni.Forti critiche sono state espresse anche dal Consiglio indigenista missionario (Cimi) della Chiesa brasiliana. La discussione in Parlamento si profila rovente, anche per la contrarietà dell’86 per cento della popolazione. Bolsonaro, che non ha la maggioranza, spera nel sostegno della “bancada ruralista”, il gruppo trasversale di rappresentanti dei latifondisti, in gran parte appartenenti alle sette evangelicali. Queste ultime sostengono da anni la necessità di «incorporare» gli indigeni al resto della società, nonostante la Costituzione riconosca loro il diritto alla differenza. Per questo preoccupa e non poco, la recente nomina dell’ex missionario evangelicale Ricardo Lopes Dias alla guida del settore della Fondazione nazionale per i nativi (Funai) che si occupa di indios in isolamento volontario. «Popoli non contattabili» per legge. Almeno finora. Perché la designazione di Lopes Dias rischia – per il Cimi – di modificare la situazione.


Lucia Capuzzi

mercoledì 1 gennaio 2020

Anno nero del Brasile di Bolsonaro, diritti umani e territori devastati, macabro record di indigeni assassinati

Remo Contro
2019 anno nero del Brasile col nero Bolsonaro presidente. Aumento delle diseguaglianze, negazionismo climatico e mano libera alle violenze della polizia mentre ‘l’Amazzonia è mia e la gestisco io’.


Peggio di quanto temuto

Bolsonaro fascista e forse oltre, l’ex capitano delle forze speciali che rimpiange i generali al potere ed esalta Pinochet. Qualcosa si sapeva, molto si temeva, ma il primo anno di potere si rivela peggio del temuto.
«Se la prima misura varata dall’ex capitano aveva riguardato il taglio del salario minimo a milioni di lavoratori, l’ultimo atto si è compiuto a metà dicembre alla Conferenza sul clima di Madrid. Nella capitale spagnola il presidente brasiliano si è posto alla testa di quella ‘coalizione fossile’ che non vuole fissare regole per una cooperazione climatica, e l’Amazzonia è stata utilizzata come arma di ricatto nei confronti degli organismi internazionali e dei paesi che perseguono gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi», l’amara ma puntale sintesi di Francesco Bilotta sul Manifesto.
Il Trump latino dell’America a sud
Un Bolsonaro reazionario politicamente incontinente che a livello internazionale, «pur con tutto il discredito che lo circonda, è favorito dalla stretta alleanza con Trump con cui condivide una visione ultraliberista condita di sovranismo in campo economico e una posizione negazionista in campo ambientale». Il ‘braccio violento (e sbragato) della reazione’ il ruolo che qualcuno gli ha chiesto di interpretare sul piano internazionale. Ma in casa è peggio. « Sul piano interno le politiche economiche, sociali e ambientali perseguite Bolsonaro stanno producendo effetti disastrosi su vasti strati della popolazione brasiliana. Le disuguaglianze sociali si sono approfondite come conseguenza della riduzione dei sussidi destinati ai più poveri».
L’Amazzonia è mia e la gestisco io
Ormai storica la provocazione di Bolsonaro all’assemblea Onu di fronte al dramma degli incendi che hanno devastato la foresta amazzonica. «L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, e nemmeno il polmone del mondo. Tutte frottole». Le parole di Bolsonaro accolte da un silenzio incredulo e sguardi straniti di capi di Stato. Bolsonaro che attacca senza citarlo il francese Macron ed elogia apertamente Trump. «L’Amazzonia non è del mondo ma nostra e gli indios non sono rappresentati da quei pochi soggetti ‘manipolati dai governi stranieri’ nella guerra per far avanzare i propri interessi sulla foresta». Il resto del discorso dedicato alle ossessioni del duce brasiliano, sopratutto l’ideologia marxista che si è infiltrata nelle scuole e «vuole distruggere l’innocenza dei nostri bambini, pervertendo la loro identità più basica ed elementare, quella biologica».
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Terre indigene e genocidio
Ferma anche la ‘demarcazione delle terre indigene’, la definizione delle zone protette dei popoli nativi. Governo Bolsonaro fermo a zero demarcazioni rispetto alle 500 richieste in corso. «Per questo, invasioni, attacchi alle comunità indigene, incendi, all’ordine del giorno. La Commissione pastorale della Terra indica che il numero di indigeni assassinati nel 2019 è il più alto degli ultimi 11 anni». Dall’organizzazione dei popoli indigeni del Brasile, dopo gli assassini di queste settimane dei rappresentanti indigeni nello Stato del Maranhao: «Siamo in un campo di battaglia e sono forze politiche conservatrici, autoritarie e razziste a disseminare l’odio, con un governo fascista che sta superando ogni limite».
Tribunale internazionale
A fine novembre un gruppo di giuristi brasiliani ha presentato al Tribunale penale internazionale dell’Aia una denuncia contro Bolsonaro per istigazione al genocidio degli indigeni brasiliani, ci informa sempre Bilotta. Denuncia a documenti sullo smantellamento degli organismi di controllo, l’omesso intervento di fronte ai crimini ambientali, l’attacco ai difensori dei diritti. «Intanto, in nome della lotta alla criminalità, la polizia opera in forma sempre più estesa e violenta nei quartieri poveri e degradati dei centri urbani». La precedente denuncia di Remocontro: https://www.remocontro.it/2019/12/27/brasile-impunita-agli-sbirri-assassini-dono-natalizio-di-bolsonaro/. 

Il governo Bolsonaro teme che le forti tensioni sociali che si sono manifestate in Cile, Bolivia e Colombia possano propagarsi anche al Brasile a causa delle misure antipopolari che sono state varate.
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martedì 8 gennaio 2019

Brasile. Bolsonaro non perde tempo: guerra agli indios

Avvenire
Come primo atto il governo ha tolto i poteri all’ente di tutela dei nativi. E li ha assegnati a una ministra che è stata leader dei latifondisti. La Chiesa: «Attacco grave e incostituzionale».
«Signor presidente, le nostre terre non sono zoo, come lei ha detto, sono la nostra casa. Occupano il 14 per cento del Brasile e a lei sembra tanto. Come giudica il fatto che i latifondisti possiedano oltre il 60 per cento del territorio?». 

A rivolgere lo scomodo interrogativo al nuovo presidente, Jair Bolsonaro, sono le comunità amazzoniche Aruak Baniwa e Apuriña in una lettera aperta diffusa ieri.

I 305 popoli indigeni brasiliani sono in allarme per il debutto del governo che a Capodanno si è insediato al Palazzo di Planalto. Terminata la cerimonia del giuramento, come primo atto, Bolsonaro ha trasferito la competenza sul processo di restituzione delle terre ai nativi dalla Fondazionale nazionale dell’indio (Funai) al ministero dell’Agricoltura. Non si tratta di una mera questione amministrativa. Il “passaggio di consegne” è uno dei cavalli di battaglia dei proprietari terrieri, a cui fanno riferimento circa un terzo dei parlamentari nazionali, riuniti nella cosiddetta “Bancada ruralista”.

Una lobby potente e combattiva, che ha tra i suoi principali obiettivi l’espansione della frontiera agricola a spese della foresta e dei suoi abitanti. A guidare il gruppo era, fino a poco fa, Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, ora neoministro dell’Agricoltura. A lei, dunque, toccherà decidere ora quali e quante territori saranno assegnati agli indios in usufrutto permanente. E dei quali sono questi ultimi hanno facoltà di utilizzare le risorse. Questo sistema – delineato dalla Costituzione, trentuno anni fa, al termine della dittatura militare – cerca di risarcire i nativi per gli abusi subiti. In particolare, durante la politica di “integrazione forzata” del regime che aveva causato lo sterminio dei nativi, ridotti a meno di 100mila. 
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sabato 24 novembre 2018

Brasile - Con Bolsonaro a rischio i diritti dei discendenti degli schiavi della comunità quilombola

Globalist
La storia della comunità quilombola, legata a quella del colonialismo, è fatta di lotte per la terra e per il riconoscimento della propria identità.

La storia di Maria de Lourdes, 76 anni, e di suo marito Severino, 73, come quella della loro comunità “Grilo”, nello stato del Paraíba, è quella di tanti quilombolas, ossia discendenti degli schiavi deportati dall’Africa al Brasile. 

Un racconto costellato di lotte per la terra e per il riconoscimento della propria identità. Battaglie concluse a volte con vittorie, altre con soprusi e violenze. Un cammino per il rispetto dei diritti che non si è ancora concluso e che rischia di fare pericolosi passi indietro con la vittoria di Jair Messiah Bolsonaro alle ultime presidenziali.
La storia dei quilombo si intreccia con quella del colonialismo, che in tre secoli ha portato quasi 4 milioni di schiavi africani in Brasile. Queste comunità, infatti, sono state fondate proprio da questi ex schiavi, che col tempo riuscivano a scappare dai loro padroni e a riunirsi per difendere cultura, tradizione e religione.

Il legame con la terra. Gli afrodiscendenti brasiliani chiedono il rispetto del diritto a un territorio. "Il quilombo per sopravvivere ha bisogno del territorio, che non significa soltanto sostentamento economico, ma fa riferimento a un patrimonio di storia, antropologia, cultura, radici, consapevolezza", dice Luigi Zadra, ex missionario comboniano, oggi volontario laico a Grilo.

Quanti sono. Secondo una stima della Coordinazione nazionale di articolazione delle comunità nere rurali quilombolas (Conaq), oggi ci sono circa 2.847 comunità ufficialmente riconosciute. Inoltre, ci sono altri 1.533 processi che devono ancora essere definiti. E il riconoscimento è condizione per l’accesso ai programmi sociali.

In lotta per i diritti. La prima grande conquista di questo popolo risale alla Costituzione brasiliana del 1988, che ha riconosciuto il diritto alla proprietà territoriale collettiva. Ma da allora è successo di tutto. A cominciare dal 2001, quando l’esecutivo Cardoso aveva imposto alle comunità di dare prove della loro esistenza dal 1888, ossia da quando era stata abolita la schiavitù, fino al 1988. Passando poi per il primo governo Lula, che nel 2003 aveva cancellato questa richiesta e l’anno dopo aveva avviato un programma in loro favore.

Razzismo, violenza e l’arrivo di Bolsonaro. Gli ultimi dati mostrano che il razzismo e la violenza sono in crescita (il numero di quilombolas uccisi tra il 2016 e il 2017 è aumentato del 350%). Il governo uscente di Michel Temer, inoltre, ha fermato il riconoscimento di nuove comunità. E la vittoria dell’ex militare populista di estrema destra Bolsonaro preoccupa. Ad aprile 2017, tra l’altro, aveva dichiarato: "Sono stato in un quilombo. Non fanno niente. Penso che gli afrodiscendenti non servano più nemmeno per procreare".