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sabato 7 dicembre 2019

Il carcere? Pieno di emarginati, non di corrotti, evasori e bancarottieri. Recensione dei libri: "Liberi dentro" , "La coscienza e la legge", "Giustizia roba da ricchi"

Globalist
Tre libri inquadrano la forte ingiustizia del sistema carcerario, chi finisce dietro le sbarre e le possibilità di cambiare. Contro chi predica odio e vendetta

Non sono pochi i libri che trattano diffusamente la “centralità” della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana, sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto insieme a Raffaele Cantone, La coscienza e la legge (Laterza 2019, pp. 169, € 16.00).

Malgrado il sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente. Eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 Cost.)», definendo, inoltre, la proporzionalità della pena con il crimine compiuto. E, infine, che la pena del carcere deve esaurirsi nella privazione della libertà personale del detenuto, senza l’imposizione, come spesso accade, di misure aggiuntive, come l’assenza di qualsiasi privacy, le gravi condizioni sanitarie, la mancanza di lavoro, la privazione dell’affettività, etc.

Paglia: detenuti dimenticati e abbandonati
Occorre rispettare tali indicazioni per restituire al carcere quel “senso di umanità” di cui, appunto, parla esplicitamente la Costituzione e che permette – osserva giustamente Paglia - «di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione». Tanti detenuti – ricorda Paglia - sono per lo più dimenticati durante la loro detenzione e soprattutto sono abbandonati a loro stessi una volta usciti dal carcere. È illusorio pensare che l’inasprimento delle pene, oppure la costruzione di nuove carceri, favoriscano l’affermarsi della giustizia.
È opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi» (Matteo 25,36). Sono poche parole che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Gesù – seguendo la narrazione dei Vangeli – visse in prima persona le esperienze dei perseguitati dalla “giustizia” umana, fino alla condanna a morte pur essendo innocente, come lo stesso Pilato riconobbe pubblicamente. Ricorda Paglia: «Gesù fece esperienza della rappresaglia e dell’arresto, provò l’angoscia sino a sudare sangue, subì l’arresto, la detenzione, il processo, le false testimonianze, le false accuse, le derisioni dei carcerieri, e infine il supplizio della morte in croce. Al culmine del suo dramma seppe trovare anche le parole giuste per confortare uno dei suoi due compagni di croce».

Pazé: patrie galere per gli emarginati, meno per bancarottieri, evasori e corrotti
Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che – s’intende – di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione: per essi l’unica sanzione è la parcella dell’avvocato.
Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati «di strada», abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre – denuncia Elisa Pazénel suo volume Giustizia. Roba da ricchi (Laterza, 2017, pp. 144, € 14.), in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte ‘antisociali’ dei poveri - «debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni – aria, acqua, suolo – che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno».

Quando vanno in galera i poveri «nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la «giustizia ad orologeria», la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia».

Savasta: cambiare è possibile anche in carcere
Sull’umanità dolente del carcere, si sofferma il bel libro di Ezio Savasta Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere (Infinito Edizioni, 2019, pp. 180, € 14,00). Savasta descrive le grandi e piccole contraddizioni delle giornate nelle nostre carceri, smontando gli innumerevoli luoghi comuni che gravitano sul mondo dei detenuti. Attraverso il racconto di numerose vicende che spesso hanno dell’incredibile, l’autore conduce il lettore ad appassionarsi con le tante storie con le quali si imbattuto dopo una frequentazione ultradecennale nelle carceri, soprattutto quelle romane “Regina Coeli” e “Rebibbia”, realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, seppur, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi.

Non potevo non leggere il libro di Ezio con il quale, insieme ad altri amici della Comunità di Sant’Egidio, abbiamo condiviso tante storie e vicissitudini penitenziarie, a partire dagli inizi degli anni novanta. Ma Liberi dentro non è solo il volume di un amico. Potremmo dire che è un libro sull’amicizia, sulle amicizie di alcune delle persone detenute, quasi tutte straniere, vissute con l’autore che viene “dalla libertà”. Amicizie che attestano che, dentro le mura del carcere, c’è un enorme potenzialità umana, con una sua dignità, che aspetta di essere compresa, voluta bene, per rimettersi in gioco, per tirare fuori il meglio di sé (emblematici gli esempi di detenuti che desiderano contribuire ai progetti di solidarietà di Sant’Egidio all’esterno del carcere).
In tal senso, il libro di Savasta non è un libro “tecnico”, per addetti ai lavori, anzi. È veramente un libro per tutti, anche per coloro che non hanno mai avuto nessun contatto con il carcere. Se ne sentiva il bisogno di questo libro. Servono narrazioni dense di humana pietas. Soprattutto in un tempo in cui prevale una mentalità vendicatrice verso i colpevoli.

La conseguenza logica di questo atteggiamento porta a rendere le carceri una “discarica sociale” di coloro che sono già ai margini della società (come attestano i numeri di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). Un tempo in cui si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l’affidamento ai servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci sono ovviamente le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva. Eppure gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l’extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso.

Don Mazzolari, grande credente del secolo scorso, scrisse che Gesù entrava in paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con qualche compiacimento, commentava: «Che corteo!».
Antonio Salvati

domenica 27 settembre 2015

Ruanda: Human Rights Watch denuncia: "emarginati reclusi in modo deplorevole senza alcun processo"

thepostinternazionale.it
Un rapporto realizzato dall'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha rivelato che il governo della Repubblica del Ruanda starebbe trattenendo illegalmente all'interno di un centro di detenzione non ufficiale la parte più emarginata della popolazione che vive a Kigali, la capitale del Paese. I detenuti vivrebbero in condizioni deplorevoli e di forte disagio, sottoposti anche a maltrattamenti e abusi da parte delle autorità del posto.

Il centro, comunemente conosciuto con il nome di Kwa Kabuga, si trova a Gikondo, uno dei sobborghi della capitale. La struttura ha cominciato a essere utilizzata come centro di detenzione almeno dal 2005. Il rapporto condotto da Human Rights Watch si basa su ricerche condotte nel sobborgo di Kigali tra il 2011 e il 2015 e fa seguito a diverse ricerche realizzate dalla stessa organizzazione nel 2006.
Dal report emerge che la maggior parte delle persone trattenute all'interno del centro provengono da situazioni di povertà e emarginazione. Le politiche adottate dal governo ruandese mirano ad allontanare dagli occhi dell'opinione pubblica tutti coloro che sono considerati come scomodi ai fini dell'immagine positiva della città che il presidente del Ruanda Paul Kagame sta cercando di diffondere al mondo: poveri, senzatetto, bambini di strada, venditori ambulanti, prostitute e presunti criminali sono le principali prede delle ronde della polizia locale.

Il ministro della Giustizia Johnstone Busingye ha spesso definito la struttura come "un centro di transito", in cui le persone sarebbero trattenute "per brevi periodi prima di eventuali misure correttive a lungo termine". Ma una dichiarazione di questo tipo si scontra in pieno con i dati diffusi da Hrw, che ha documentato, invece, casi in cui le persone sono state trattenute illegalmente all'interno del centro anche per un periodo di nove mesi. In media, dalle persone intervistate risulta che siano state trattenute nella struttura per un periodo di circa 40 giorni.

Nei 57 casi documentati dall'organizzazione per i diritti umani, inoltre, risulta che le autorità ruandesi hanno bloccato queste persone violando le leggi in vigore nel Paese. Tutti i detenuti sono stati trattenuti senza un'accusa precisa e senza alcuna aspettativa di essere sottoposti a regolare processo.

Il contesto sociale all'interno delle stanze di Kwa Kabuga non appare migliore. Ex detenuti hanno raccontato di abusi quotidiani da parte della polizia o delle altre persone ospitate. Stando alle dichiarazioni di alcuni di loro basterebbe parlare a voce troppo alta o non essere in fila per andare al bagno per scatenare l'ira delle autorità lì presenti. Dal rapporto risulta che 41 dei detenuti intervistati hanno affermato di essere stati percossi, altri sette invece hanno rivelato di aver assistito ad abusi su alcuni dei loro compagni. Le autorità si difendono dalle accuse dichiarando che le condizioni di vita a Gikondo sono del tutto positive.

Ma ancora una volta dalle pagine diffuse da Human Rights Watch emerge tutt'altro. Gli intervistati parlano di condizioni deplorevoli e degradanti e di una totale insufficienza dei beni di prima necessità: fornitura di cibo e acqua potabile non adeguata e mancanza di luoghi e mezzi per un pernottamento quanto meno dignitoso. I detenuti dormivano sul pavimento, spesso senza neppure il materasso. Quando fornito erano costretti a condividerlo per necessità con altri ospiti della struttura e la maggior parte delle volte anche con pidocchi e pulci.

Il governo, dal suo canto, quando parla di Kwa Kabuga continua a descriverlo come un "centro di riabilitazione", ma, anche qui, gli intervistati sostengono che l'assistenza necessaria alla loro riabilitazione è inesistente. Per di più, anche presumendo che il centro sia rifornito di personale sanitario, risulta che l'accesso ai trattamenti medici non rispetta in alcuna maniera gli standard minimi. Questo tipo di detenzioni arbitrarie sembrano riflettere le politiche non ufficiali adottate dal governo ruandese che cerca ad ogni costo di diffondere un'immagine della città distante da quella reale. "Kigali viene spesso elogiata per la sua pulizia e il suo ordine, ma la parte più povera dei suoi abitanti sta pagando il caro prezzo di questa immagine positiva", sostiene Daniel Bekele, direttore della sezione Africa di Hrw.

Il presidente della Repubblica del Ruanda, Paul Kagame, è stato più volte celebrato per il progresso economico che il suo paese ha compiuto a partire dal genocidio del 1994, in cui furono uccise 800mila persone, ma se il prezzo da pagare dalla maggior parte della popolazione che solitamente è relegata ai confini della società di Kigali è così alto, sarebbe opportuno che il governo ruandese rivedesse gran parte delle sue politiche di risanamento in atto nella capitale. Anche perché, da quanto risulta dalle informazioni fornite da Hrw, i detenuti di Gikondo, una volta rilasciati sono spesso riabbandonati per strada e costretti dalle autorità a lasciare la capitale.

di Andrea De Pascale