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lunedì 19 febbraio 2018

Tortura in Uzbekistan, forse qualcosa si muove. Da marzo non più valide testimonianze estorte.

Presenza
In una situazione disperata dal punto di vista dei diritti umani come quella dell’Uzbekistan, le autorità sembrano finalmente intenzionate a fare qualcosa per arginare l’epidemia della tortura.
Detenuti in un carcere uzbeko 
Il 30 novembre scorso il presidente Shavkat Mirziyoyed aveva firmato un decreto in cui si proibivano l’uso in tribunale di prove estorte mediante tortura e l’emissione di sentenze basate su prove non confermate durante il processo e si obbligavano i pubblici ministeri ad accertare che l’imputato o i suoi familiari non fossero stati sottoposti a pressioni fisiche o psicologiche. Il decreto entrerà in vigore a marzo.

Nel frattempo il 31 gennaio il governo ha annunciato le dimissioni di Rustam Inoyatov, capo dell’SNB (i famigerati servizi per la sicurezza nazionale). Per 22 anni ha presieduto a migliaia di casi di tortura e ha consentito che l’impunità dilagasse.

Dopo i rapporti, le denunce e le pressioni del Relatore speciale Onu contro la tortura, del Comitato Onu contro la tortura, del Comitato Onu per i diritti umani, della Corte europea dei diritti umani e persino del Dipartimento di stato Usa, forse qualcosa in Uzbekistan si sta muovendo.

Riccardo Noury

venerdì 30 giugno 2017

Uzbekistan - Human Right Watch: la Banca mondiale finanzia progetti legati al lavoro forzato e minorile

Riforma.it
La denuncia lanciata da Human Right Watch che ieri ha pubblicato un rapporto nel quale si registrano sistematiche violazioni soprattutto nel settore del cotone.


Le immagini di uomini, donne, bambini africani costretti dai negrieri al lavoro forzato nelle piantagioni di cotone americane sembravano ormai archiviate in un triste e lontano passato. 

Invece nel XXI secolo in Uzbekistan, stato dell’Asia centrale, un numero enorme di persone, a volte bambini fino ai 10/11 anni, sono costretti a lavorare lunghe ore nei campi di cotone in condizioni difficili. Ancor più grave è che tale lavoro forzato e minorile riceva ingenti risorse dalla Banca Mondiale: circa mezzo miliardo di dollari che va a finanziare progetti soprattutto nel settore dell’agricoltura.

È la denuncia lanciata da Human Rights Watch (Hrw) e dal Forum per i diritti umani uzbeco-tedeschi in un rapporto presentato ufficialmente ieri, intitolato «Non possiamo rifiutarci di raccogliere il cotone: il lavoro forzato e minorile legato agli investimenti del Gruppo della Banca Mondiale in Uzbekistan».

Il rapporto di 115 pagine evidenzia nel dettaglio come il governo uzbeko abbia costretto studenti, insegnanti, operatori sanitari, dipendenti del settore privato, e talvolta anche bambini, a raccogliere il cotone nel 2015 e nel 2016, oltre a piantarlo nella primavera del 2016. Il governo avrebbe anche minacciato di dar fuoco alle persone, di interrompere i pagamenti sociali e sospendere o espellere gli studenti qualora si fossero rifiutati di lavorare nei campi di cotone.

«La Banca Mondiale dà copertura all’Uzbekistan per mantenere un sistema di lavoro abusivo nell’industria del cotone», ha dichiarato Umida Niyazova, direttrice del Forum uzbeco-tedesco per i diritti umani. «La Banca Mondiale deve chiarire al governo uzbeco e ai potenziali investitori che non vuole far parte di un sistema che dipende dal lavoro minorile e dal lavoro forzato, sospendendo i finanziamenti fino a quando questi problemi non saranno risolti».

Il rapporto si basa su 257 interviste dettagliate e circa 700 brevi conversazioni con le vittime di lavoro forzato e minorile, agricoltori e attori chiave del sistema del lavoro forzato; su alcuni documenti governativi e su dichiarazioni di funzionari governativi. A partire da queste fonti e documenti, Human Rights Watch e il Forum uzbeco-tedesco sostengono che è altamente probabile che i progetti agricoli e irrigui sostenuti dalla Banca Mondiale, così come gli investimenti nel campo dell’istruzione, siano legati al lavoro forzato e, in alcuni casi, a quello minorile.

L’Uzbekistan è il quinto produttore di cotone più grande al mondo. Esporta circa il 60% del suo cotone grezzo verso la Cina, il Bangladesh, la Turchia e l’Iran. L’industria uzbeca del cotone genera più di 1 miliardo di dollari in fatturato annuo, ovvero circa un quarto del prodotto interno lordo del paese. I ricavi della produzione del cotone vanno in un conto «opaco» extra ministeriale delle Finanze che non è aperto al controllo pubblico ma gestito da funzionari governativi di alto livello.

Gruppi indipendenti, tra cui il Forum uzbeko-tedesco, hanno presentato le prove del lavoro forzato e minorile alla Banca mondiale durante e dopo il raccolto autunnale 2015, nonché prove sulle violenze, intimidazioni, detenzioni arbitrarie subite da attivisti indipendenti e giornalisti impegnati in attività di monitoraggio dei diritti umani e dei diritti del lavoro nel 2015 e nel 2016.

Invece di sospendere il prestito al governo uzbeco, in linea con gli accordi del 2014, la Banca mondiale ha aumentato i propri investimenti nell’industria agricola dell’Uzbekistan attraverso il suo settore di prestito privato, la IFC (International Finance Corporation).

Finora un totale di 274 aziende si sono impegnate a non acquistare cotone dall’Uzbekistan a causa dell’utilizzo del lavoro forzato e minorile nel settore, ma c’è ancora molta strada da fare.

Human Rights Watch e il Forum uzbeko-tedesco chiedono alla Banca Mondiale e all’IFC di sospendere il finanziamento nei settori dell’agricoltura e dell’irrigazione in Uzbekistan finché non sia provata l’assenza di utilizzo di lavoro forzato e minorile; di adottare tutte le misure necessarie per prevenire le repressioni contro i difensori dei diritti umani; infine, di rispondere rapidamente qualora si dovessero verificare degli abusi.

«La missione della Banca Mondiale è combattere la povertà, ma le persone che vivono in condizioni di povertà sono le più esposte al lavoro forzato e minorile in Uzbekistan», ha dichiarato Jessica Evans, ricercatrice senior dei diritti umani per Human Rights Watch e coautrice del rapporto. «La Banca Mondiale dovrebbe smettere di finanziare progetti che rafforzano il sistema di lavoro forzato del Paese, favorendo invece le iniziative che rispondono alle esigenze sociali ed economiche delle persone che vivono in povertà».

sabato 1 aprile 2017

Uzbekistan, dissidenti e difensori dei diritti umani sorvegliati anche all'estero

Corriere della Sera
In un nuovo rapporto diffuso ieri, Amnesty International ha accusato il governo dell’Uzbekistan di sorvegliare illegalmente i suoi cittadini e di alimentare un clima di paura e incertezza tra gli uzbechi che si trovano in Europa.

Le autorità del paese centro-asiatico hanno dato vita a un clima di sospetto in cui la sorveglianza o la percezione di essere sorvegliati sono un aspetto costante della vita dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e degli attivisti politici.

L’effetto della sorveglianza si avverte fortemente anche all’estero. La paura provoca separazione tra le famiglie: i rifugiati hanno il terrore di contattare i loro parenti in patria a causa del terribile pericolo in cui potrebbero metterli.

Dilshod (non è il suo vero nome), un rifugiato che vive in Svezia, non è più in contatto coi suoi familiari da quando, a seguito di una breve telefonata, questi hanno ricevuto visite da parte della polizia. Una zia di Dilshod, quasi in punto di morte, è stata persino interrogata dai servizi segreti.

Alla fine del 2014 l’account di posta elettronica di Galima Bukharbaeva, responsabile del portale indipendente UzNews.net con sede a Berlino, è stato hackerato e i contenuti delle sue mail sono stati pubblicati su siti uzbechi mettendo in pericolo i colleghi che le fornivano informazioni dal paese.

Una di loro, Gulasal Kamolova, è stata costretta a lasciare l’Uzbekistan nel 2015, dopo aver ricevuto una serie di minacce. Prima della fuga, un funzionario dei servizi segreti l’aveva avvisata: “Ovunque sarai, ti troveremo. Ovunque…”. Da allora vive in Francia e non ha mai più contattato la famiglia.

Alla fine, il sito UzNews.net è stato costretto alla chiusura.

Un difensore dei diritti umani, Dmitry Tikhonov, ha dovuto a sua volta lasciare l’Uzbekistan dopo che i suoi dati personali, hackerati e resi pubblici, erano stati usati per minacciarlo di aprire un’inchiesta penale nei suoi confronti.

Il sistema normativo creato dal governo uzbeco in materia di sorveglianza serve solo a facilitarne l’uso massiccio, in contrasto con gli standard e le norme internazionali. Il governo può avere accesso diretto ai dati delle telecomunicazioni e non ha bisogno di autorizzazioni per applicare tutta una serie di metodi di sorveglianza. Dunque, ogni telefonata, ogni mail e ogni messaggio di testo può non restare privato. Ne derivano restrizioni sulla vita e sulla libertà delle persone che sono insopportabili e inaccettabili.

In Uzbekistan, la sorveglianza aggrava una situazione già difficile per i difensori dei diritti umani, i giornalisti, gli attivisti politici e ulteriori persone. Negli ultimi anni, Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti umani tra cui detenzioni arbitrarie e diffuse torture ad opera di agenti di polizia e di funzionari dei servizi segreti.
Difensori dei diritti umani, persone che avevano espresso critiche nei confronti del governo e giornalisti indipendenti sono stati costretti a lasciare il paese per evitare gli arresti, le minacce e le intimidazioni da parte dei servizi segreti e delle autorità locali.

I pochi che rimangono nei paese sono costantemente sorvegliati da agenti in borghese. I difensori dei diritti umani e i giornalisti vengono regolarmente convocati per interrogatori nelle stazioni locali di polizia, posti agli arresti domiciliari o impediti in altro modo dal prendere parte a incontri con diplomatici stranieri o a manifestazioni pacifiche. Vengono spesso arrestati e picchiati, da agenti in divisa o da persone in borghese sospettate di lavorare per i servizi segreti.

Riccardo Noury

mercoledì 7 settembre 2016

In Uzbekistan Muhammad Bekzhanov il giornalista in carcere da più anni al mondo, detenuto dal 1999

Corriere della Sera - Blog
Lavoro forzato nei campi di cotone; stragi di massa, come ad Andizhan nel 2005; prigionieri bolliti vivi come le aragoste; decine di metodi efferati di tortura. Oltre un quarto di secolo di dittatura dell'appena deceduto presidente Islam Karimov hanno accreditato all'Uzbekistan una serie di tragici record nel campo dei diritti umani.
Muhammad Bekzhanov
Ce n'è anche un altro: il giornalista in carcere da più anni al mondo. Muhammad Bekzhanov, all'epoca capo redattore di Erk, l'organo d'informazione dell'omonimo partito di opposizione bandito dalle autorità uzbeche, è in carcere dal 1999. Bekzhanov era stato rimpatriato dall'Ucraina il 18 marzo di quell'anno. Un mese prima la capitale Tashkent era stata sconvolta da una serie di attentati. In un mese di interrogatori in isolamento e sotto tortura, mediante pestaggi, soffocamenti e uso della corrente elettrica, gli inquirenti lo "convinsero" ad ammettere di aver collaborato col leader in esilio di Erk, Muhammad Salih, a organizzare gli attentati di febbraio. Così, Il 18 agosto di quell'anno, fu condannato a 15 anni di carcere.
Bekzhanov avrebbe dovuto essere rilasciato nel 2014 ma poco prima della scadenza della pena è stato nuovamente processato e condannato a quattro anni e otto mesi per una presunta violazione del regolamento interno della colonia penale di Kasan, dove è tuttora detenuto. 

Cina e Russia considerano l'Uzbekistan un alleato importante nella lotta contro la penetrazione del terrorismo di matrice islamista. Affittando le sue basi alla Nato nella guerra in Afghanistan, Karimov ha anche ottenuto il silenzio dell'occidente, spingendo il dipartimento di Stato Usa persino a coniare l'infelicissimo concetto di "pazienza strategica" per giustificare l'assenza di proteste per le violazioni dei diritti umani.
Speriamo che, morto il dittatore, non gli sopravviva la dittatura. E che Bekzhanov possa tornare libero al più presto.

di Riccardo Noury

domenica 17 gennaio 2016

US: Press Uzbekistan on Political Prisoners, Prison Death

Human Right Wath
In Washington Talks, Raise Enforced Disappearances

Washington, DC – United States officials should publicly press Uzbekistan to free political prisoners during Annual Bilateral Consultations on January 19, 2016, Human Rights Watch and the Association for Human Rights in Central Asia said today. The Uzbek foreign minister, Abdulaziz Komilov, is scheduled to meet with high-level officials at the US Department of State at a time of continuing US military engagement with Uzbekistan over its role in a global coalition to fight the Islamic State (also known as ISIS) and ongoing US military operations in Afghanistan.

Akram Yuldashev
Human Rights Watch learned on January 11 that a prominent religious figure, 52-year-old Akram Yuldashev, one of Uzbekistan’s longest held political prisoners, died in prison in 2010 of tuberculosis. He had been due for release in February 2016, but no one knew of his fate because the authorities forcibly disappeared him in prison, denying anyone information about his whereabouts or fate since 2009.

“Akram Yuldashev should have walked out of prison next month a free man but instead he died over five years ago in a cell, hidden from his loved ones and the entire world,” said Steve Swerdlow, Central Asia researcher at Human Rights Watch. “The terrible end met by of one of Uzbekistan’s most prominent and longest held religious figures demands a strong, public response from US officials.”

Despite numerous calls by Human Rights Watch and other organizations to confirm Yuldashev’s fate, authorities refused to reveal his whereabouts or allow him any contact with his family since 2009. The refusal to provide, or concealment of, information on the fate or whereabouts of a person deprived of their liberty constitutes an enforced disappearance, a crime under international law, and is prohibited in all circumstances.

Yuldashev, a former mathematics teacher turned religious philosopher, gained a large following in Uzbekistan’s Fergana Valley in the 1990s after publishing a tract about how to live a moral life under Islam. Many of his followers started small businesses, operating them in accordance with his teachings. The authorities repeatedly interrogated him, and imprisoned him on an apparently trumped-up drug charge in 1998 and then again following a series of bombings in Tashkent in 1999 that the government attributed to Islamic “extremists.” While imprisoned in 2005, authorities accused him of being the mastermind behind an extremist group Akromiya, which authorities said was responsible for extremist attacks in Andijan, although there was no evidence linking him to any crimes.

The annual bilateral consultations are one of the most prominent meetings between the two governments. While human rights issues are regularly raised by some US officials, the quiet approach has done nothing to give Uzbekistan an incentive to address its woeful record on torture, the ongoing imprisonment of government critics and religious believers, and the widespread use of forced labor, the groups said.

The US administration should make clear during next week’s bilateral meetings that if there isn’t an improvement in the status quo they will be prepared to impose targeted restrictive measures such as visa bans and asset freezes on officials found responsible for egregious human rights abuses, including in detention. The US should also consider re-implementing the restrictions on military assistance that were in place until 2009.

In the Yuldashev case, the US administration should publicly press the Uzbek authorities to carry out a meaningful investigation and bring those responsible for his imprisonment and the concealment of his whereabouts to justice. The Uzbek government should inform Yuldashev’s family about the circumstances of his death and previous custody and allow them access to his remains.

There was no discernible improvement in Uzbekistan’s rights record in 2015. The Uzbek government, led by authoritarian president Islam Karimov, has imprisoned thousands of people on politically motivated charges, including human rights and opposition activists, journalists, religious believers, artists, and other perceived critics. Many are in serious ill-health and have been tortured, and their sentences have been arbitrarily extended in prison.

Among those imprisoned for no reason other than peacefully exercising their right to freedom of expression are 14 human rights activists: Azam Farmonov, Mehriniso Hamdamova, Zulhumor Hamdamova, Isroiljon Kholdorov, Gaybullo Jalilov, Nuriddin Jumaniyazov, Matluba Kamilova, Ganikhon Mamatkhanov, Chuyan Mamatkulov, Zafarjon Rahimov, Yuldash Rasulov, Bobomurod Razzokov, Fahriddin Tillaev, and Akzam Turgunov.

The Uzbek government has refused to disclose the whereabouts of Nuriddin Jumaniyazov or provide his lawyer with access to him since October 2014.

Five more prisoners are journalists: Solijon Abdurakhmanov, Muhammad Bekjanov, Gayrat Mikhliboev, Yusuf Ruzimuradov, and Dilmurod Saidov. Three are opposition activists: Samandar Kukanov, Kudratbek Rasulov, and Rustam Usmanov. Seven others are independent religious figures and perceived government critics: Ruhiddin Fahriddinov, Botirbek Eshkuziev, Bahrom Ibragimov, Davron Kabilov, Erkin Musaev, Davron Tojiev, and Ravshanbek Vafoev, and one, Dilorom Abdukodirova, was a witness to the May 13, 2005 Andijan massacre, when Uzbek government forces shot and killed hundreds of mainly peaceful protesters.

The US State Department’s annual country report on Uzbekistan recognizes a wide spectrum of human rights abuses by the government. But the US administration has preferred a policy of private dialogue, without any serious policy consequences for the abuses.

For a decade, the State Department has designated Uzbekistan a “country of particular concern” due to its crackdown on religious freedom. But the White House has not imposed sanctions, citing national security grounds. While the designation itself is significant, it has not kept pace with the scope and severity of the abuses in Uzbekistan. Nor has the full spectrum of diplomatic opportunities and tools been tapped to raise concerns or press for redress.

“US officials should make clear to the Uzbek Foreign Minister that his government’s continuing repression will result in meaningful, and if need be, punitive policy consequences,” said Nadejda Atayeva, president of the Association for Human Rights in Central Asia. “Knowing they’ll be held to account for abusive conduct might make Uzbek authorities think twice.”

The US should also seek to establish a special rapporteur devoted to Uzbekistan’s human rights record at the United Nations Human Rights Council, the groups said.

The US should press Uzbekistan to:
Immediately and unconditionally release all human rights defenders, journalists, political opponents, and other activists held on politically motivated charges;
End the crackdown on activists and allow domestic and international human rights organizations to operate without government interference, including promptly re-registering international human rights groups such as Human Rights Watch that have been forced to cease operating in Uzbekistan;
Take meaningful measures to end torture and ill-treatment and the accompanying culture of impunity, including by implementing in full the recommendations of the UN special rapporteur on torture, the Committee Against Torture, and the Human Rights Committee;
Ensure genuine media freedom, stop harassment of journalists, and allow domestic and international media outlets, including those that have been forced to stop operating to resume their work; grant accreditation to foreign journalists;
Allow unhindered access for independent monitors, including 13 UN monitors who have been refused permission to visit, and implement recommendations by independent UN monitoring bodies;
End forced labor in the cotton sector, and allow independent organizations and activists to conduct their own monitoring without harassment;
End religious persecution, including decriminalizing peaceful religious activity, and ending the imprisonment of thousands of people for their nonviolent religious expression.

giovedì 16 aprile 2015

Uzbekistan: la denuncia di Amnesty "Usa ed Europa chiudono un occhio sulla tortura"

Agenparl
Un rapporto diffuso ieri da Amnesty International ha accusato Usa, Germania e altri paesi dell'Unione europea (Ue) che continuano a ignorare la tortura dilagante in Uzbekistan, di permettere che orrendi abusi si perpetuino indisturbati. 


Il rapporto di Amnesty International, intitolato "Segreti e Bugie: confessioni forzate sotto tortura in Uzbekistan", rivela come la tortura e i maltrattamenti sistematici abbiano un ruolo centrale nel sistema giudiziario dell'Uzbekistan e nelle misure repressive del governo nei confronti di ogni gruppo percepito come minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo Amnesty International, la polizia e le forze di sicurezza ricorrono con frequenza alla tortura per estorcere confessioni, intimidire intere famiglie od ottenere tangenti.

"In Uzbekistan, non è un mistero che chiunque non ricada nei favori delle autorità possa essere arrestato e torturato. Nessuno si sottrae alla morsa dello stato" - ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International, lanciando il rapporto a Berlino. "È vergognoso che molti governi, incluso quello degli Usa, chiudano gli occhi di fronte al dilagare della tortura, probabilmente per paura di turbare un alleato nella 'guerra al terrorè. Altri governi, come la Germania, sembrano essere più preoccupati di portare avanti gli interessi economici che di sollevare l'argomento".

A ridosso del maggio 2015, decimo anniversario dell'uccisione di massa di centinaia di oppositori ad Andijan, il rapporto di Amnesty International evidenzia come Usa e stati membri dell'Ue, inclusa la Germania, abbiano segretamente posto la sicurezza e gli interessi politici, militari ed economici davanti a ogni significativa azione per persuadere le autorità uzbeke a rispettare a pieno i diritti umani e fermare la tortura.

Le sanzioni imposte dall'Europa all'Uzbekistan dopo il massacro del 2005 ad Andijan sono state annullate nel 2008 e nel 2009, con la revoca del divieto di viaggio e la ripresa della vendita di armi, nonostante nessuno sia stato punito per quelle uccisioni. L'ultima volta che i ministri degli Affari esteri dell'Ue si sono occupati della situazione dei diritti umani in Uzbekistan risale all'ottobre 2010.

[...]
"L'atteggiamento dei partner internazionali dell'Uzbekistan verso il suo ricorso abituale alla tortura sembra essere, nel miglior dei casi, ambiguo e, nel peggiore, tollerante fino al punto da risultarne complice. Gli Stati Uniti descrivono le relazioni con l'Uzbekistan come una politica di pazienza strategica, ma sarebbe meglio chiamarla 'indulgenza strategicà. Gli Usa, la Germania e l'Ue dovrebbero immediatamente chiedere all'Uzbekistan di far luce sulle sue azioni e fermare la tortura" - ha sottolineato John Dalhuisen.

"Il divieto internazionale di tortura è assoluto e immediato. Tuttavia, mentre Germania e Stati Uniti rafforzano i legami con l'Uzbekistan, in questo paese le persone sono arrestate dalla polizia, torturate fino a rendere confessioni false e sottoposte a processi iniqui. Continuando a fare affidamento sulle confessioni forzate, l'Uzbekistan rimarrà un partner screditato" - ha commentato Dalhuisen.

Il rapporto di Amnesty International, basato su più di 60 interviste condotte tra il 2013 e il 2015 e da prove raccolte in 23 anni, rivela l'esistenza di camere di tortura con pareti rivestite di gomma e isolate acusticamente a disposizione dal Servizio di sicurezza nazionale (Snb, la polizia segreta dell'Uzbekistan) e documenta il continuo uso di celle di tortura sotterranee nelle stazioni di polizia.

Polizia e agenti dell'Snb impiegano tecniche brutali, tra cui soffocamento, stupro, scosse elettriche, esposizione a temperature estreme, privazione di sonno, cibo e acqua. Il rapporto descrive anche pestaggi prolungati da parte di gruppi di persone, inclusi altri detenuti. Un uomo, che non ha mai rivelato il motivo del suo arresto, ha raccontato cosa è successo dopo essere stato condotto nel sotterraneo di una stazione di polizia, nelle prime ore del mattino:

"Ero in manette con le mani dietro la schiena... C'erano due agenti di polizia che mi picchiavano, mi davano calci, usando bastoni, ho perso conoscenza. Mi picchiavano ogni giorno, sulla testa, sui reni... Quando ho perso i sensi, mi hanno versato addosso dell'acqua per svegliarmi e continuare a picchiarmi". Il rapporto di Amnesty International documenta il ricorso diffuso alla tortura e altri maltrattamenti nei confronti di oppositori politici, gruppi religiosi, lavoratori migranti e imprenditori. A volte le autorità prendono di mira le famiglie delle vittime.

Zuhra, un'ex detenuta, ha raccontato ad Amnesty International che gli agenti di sicurezza se la sono presa con tutti i suoi parenti, molti dei quali oggi restano ancora in prigione. Lei doveva presentarsi regolarmente al commissariato locale, dove veniva trattenuta e picchiata in quanto componente di una "famiglia estremista" e costretta a denunciare e incriminare i suoi parenti di sesso maschile: "Nella nostra casa non c'è pace. Quando ci svegliamo al mattino, se vediamo un'auto ferma davanti alla porta di casa, i nostri cuori battono più velocemente. In casa non ci sono più uomini. Nemmeno i miei nipotini".

Una nuova testimonianza ricevuta da Amnesty International segnala l'impiego istituzionalizzato della tortura e dei maltrattamenti per estorcere confessioni e prove incriminanti su altri sospettati. Gli imputati sono spesso processati sulla base di prove estorte con la tortura. I giudici chiedono tangenti in cambio di sentenze clementi e la polizia e gli agenti dell'Snb minacciano o usano la tortura per ottenere elevate tangenti dalle persone arrestate o condannate.

L'imprenditore turco Vahit Gunes è stato accusato di reati economici, tra cui l'evasione fiscale, e di essere in rapporti con un movimento islamico fuorilegge, accuse che egli ha respinto. È rimasto 10 mesi in un centro di detenzione dell'Snb, dove ha detto di essere stato torturato fino a firmare una confessione falsa. È stato di nuovo torturato quando la polizia segreta ha cercato di estorcere diversi milioni di dollari statunitensi alla sua famiglia in cambio del suo rilascio.

La risposta ricevuta dopo aver chiesto di avere un avvocato illustra l'ingiusta e arbitraria natura del sistema penale uzbeko: "Uno dei procuratori mi ha detto: "Vahit Gunes, nell'intera storia dell'Snb nessuno è mai stato portato qui, dichiarato innocente e rilasciato. Tutti quelli che vengono portati qui sono colpevoli. Devono dichiararsi colpevoli".

Vahit Gunes ha descritto le condizioni inumane, le intimidazioni psicologiche, i pestaggi e l'umiliazione sessuale subiti durante il periodo di detenzione: "Lì non sei più un essere umano. Ti danno un numero. Il tuo nome non è più valido. Ad esempio, il mio numero era 79. Non ero più Vahit Gunes, ero il 79. Non sei un essere umano. Sei diventato un numero".

Messa fuorilegge nel 1992, la tortura in Uzbekistan è raramente punita. Persino i dati del governo mostrano gli alti livelli di impunità, con soli 11 agenti di polizia incriminati dal 2010 al 2013. Durante questo periodo, sono state registrate ufficialmente 336 denunce di tortura, delle quali solo 23 sono state indagate e sei portate a processo. Come se non bastasse, i casi sono spesso affidati alle stesse autorità accusate di tortura e le probabilità che le vittime ricevano giustizia e risarcimenti sono estremamente basse.

Amnesty International chiede al presidente Islam Karimov di condannare pubblicamente il ricorso alla tortura. Le autorità dovrebbero inoltre istituire un sistema indipendente di ispezioni nei centri di detenzione e assicurare che confessioni e ulteriori prove ottenute con la tortura non siano mai usate in giudizio. Dopo quelli su Messico, Nigeria e Filippine, questo è il quarto di una serie di rapporti realizzati nell'ambito della campagna globale di Amnesty International "Stop alla tortura", lanciata nel maggio 2014. Solo negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha documentato tortura e altri maltrattamenti in 141 paesi.

Muhammad Bekzhanov è il redattore capo del quotidiano Erk, rivista di un partito di opposizione politica messo fuorilegge. Bekzhanov è anche uno tra i giornalisti ad aver trascorso più tempo in carcere al mondo, ben 16 anni.

Nell'agosto 1999 un tribunale di Tashkent lo ha condannato a 15 anni dopo un processo iniquo, sulla base di una confessione estortagli sotto tortura. Poco prima della scadenza della pena, ha ricevuto una nuova condanna a quattro anni e otto mesi di carcere per una presunta violazione delle regole carcerarie. Bekzhanov è stato picchiato, soffocato e sottoposto a scariche elettriche ma non è mai stata aperta alcuna indagine sulle sue denunce di tortura.

domenica 30 novembre 2014

Uzbekistan - Marat testimone di "Cities for Life": "I miei dieci anni nel braccio della morte"

La Repubblica - Genova
Oggi a Palazzo Ducale la testimonianza di un ex condannato uzbeko nell'ambito di "Cities for Life" l'iniziativa contro la pena capitale
Marat Rachmanov che non sapeva di essere condannato a morte mise in moto l’auto – e il destino – una sera a Samarcanda, dopo una cena abbondante. Avevano mangiato e bevuto parecchio, a casa della sorella che non vedeva da un po’, da quando si era trasferito a Mosca e aveva trovato un lavoro nel ristorante dell’aeroporto. Così, quando l’amica di sua sorella gli ha chiesto un passaggio a casa per lei e suo figlio, gli sembrò scortese rispondere di no. La sua vita di prima è finita quella sera d’inverno, nel 1999, salutando la donna e il bambino che rientravano a casa. Il giorno dopo è l’inizio di un incubo macabro che non lo lascia nemmeno oggi che Marat ha 42 anni, ed è sopravvissuto a 13 mesi nel braccio della morte e a dieci anni di carcere uzbeko, in una cella di cinque passi per cinque: “Ho ricominciato tutto da zero, sono un miracolato – racconta lui, che oggi alle 17.45 sarà a Palazzo Ducale, nella Sala del Maggior Consiglio, per Cities for Life, la giornata promossa della Comunità di Sant’Egidio contro la pena di morte – eppure, è un ricordo che non si cancella. Per questo esco di casa presto e lavoro anche fino alle due di notte, in un forno industriale. Perché se ti fermi a pensare, anche un istante, torni lì dentro. In quella cella”.

L’incubo è iniziato quel mattino, con gli agenti davanti alla porta: perché la donna e il bambino che Marat aveva accompagnato a casa erano stati trovati morti, e la polizia uzbeka aveva già il suo colpevole. Lui. Condannato alla fucilazione. “Mi hanno picchiato, isolato, volevano che firmassi una confessione – racconta Marat, che oggi al Ducale parlerà della sua storia davanti al sindaco Marco Doria, a Luca Borzani, con Simona Merlo della Comunità di Sant’Egidio e Tamara Chikunova, fondatrice dell’associazione “Madri contro la pena di morte e la tortura” dopo aver perso suo figlio Dmitrij, di soli 20 anni – hanno anche arrestato mia sorella, rinchiusa in una cella accanto alla mia con suo figlio di un anno e mezzo: hanno minacciato di ritorcersi su di loro”.

I ricorsi dell’Ambasciata Russa in sua difesa (Marat aveva preso la cittadinanza di Mosca) sono stati respinti uno dopo l’altro. La condanna era già scritta: la cella pronta. Cinque passi per cinque, sottoterra, il pavimento di cemento. “Non potevamo lavarci, e non possiamo definire cibo quello che ci davano – ricorda Marat – quando c’era troppo sovraffollamento, acceleravano con le fucilazioni. Ti picchiano, ma il vero obiettivo è spezzarti dentro. Ma al tempo stesso fanno di tutto perché tu non ti uccida. Ti riducono a uno stato tale che non hai più volontà: all’inizio hai paura di morire, poi diventa indifferente. Poi lo desideri”. Fino a quando, nella vita di Marat entra Tamara Chikunova, contattata dalla sorella. Che insieme alla Comunità di Sant’Egidio inizia la sua battaglia, che ha portato alla cancellazione della pena di morte in Uzbekistan il primo gennaio del 2008 e alla salvezza di più di 90 condannati a morte. Tra questi c’era Marat Rachmanov. La pena viene commutata in dieci anni nel carcere di Namangan. “Quando sono uscito, la prima cosa che ho fatto è stata dormire. Ho dormito per due giorni di fila”. Oggi, Marat si è laureato. Ha due bambini, una femmina di due anni e un maschio di cinque. Una vita. E incubi che non lo lasciano mai. Non è mai più tornato in Uzbekistan.

mercoledì 22 ottobre 2014

Uzbekistan, dove la tortura è la regola. Ne sono vittime centinaia di persone ogni anno

Corriere della Sera
Pestaggi con bastoni, aste di ferro e bottiglie piene d'acqua, detenuti ammanettati ai termosifoni o appesi al soffitto con ganci, asfissiati con buste di plastica o maschere antigas senza areazione; aghi infilati sotto le unghie delle dita di mani e piedi; scariche elettriche; getti d'acqua gelida; stupri e altre forme di violenza sessuale contro donne e uomini.


Questa è la tortura, dilagante e incontrollata, praticata in Uzbekistan contro centinaia di persone ogni anno, al momento dell'arresto, durante i trasferimenti, quando sono in attesa del processo e nei centri di detenzione. L'aveva già denunciata, 10 anni fa, l'ambasciatore britannico in quel paese, che per questo perse il posto.

Gli ex detenuti descrivono un quadro straziante delle condizioni di isolamento carcerario. Nelle piccole celle di cemento spesso non ci sono finestre né areazione. D'inverno, quando le temperature scendono sotto lo zero, non c'è riscaldamento. D'estate le celle sono soffocanti. Spesso non c'è spazio per il letto quindi ai detenuti viene portata una brandina stretta solo per la notte che viene poi tolta il mattino seguente. Durante il giorno, quindi, i detenuti devono accovacciarsi o sedersi sul pavimento di cemento.

Ieri, nell'ambito della campagna mondiale "Stop alla tortura" gli attivisti di Amnesty International in Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lettonia, Polonia, Regno Unito, Spagna e Svizzera hanno manifestato di fronte alle ambasciate dell'Uzbekistan (e a Roma anche al Circo Massimo) innalzando cartelloni con le scritte "Basta segreti e bugie. Stop alla tortura in Uzbekistan" e per chiedere il rilascio di Dilorom Abdukadirova, una prigioniera di coscienza condannata a 18 anni, in carcere nel 2010 per aver preso parte, cinque anni prima, alle proteste di Andijan in favore di migliori condizioni economiche, che le forze di sicurezza repressero con centinaia di morti, per lo più manifestanti pacifici.

L'Uzbekistan – un paese retto da una piccola élite, con al centro la famiglia presidenziale, che controlla le importanti riserve di oro, uranio e rame del paese e presiede l'industria miliardaria di cotone – non dispone di un meccanismo indipendente di controllo delle carceri e le organizzazioni internazionali per i diritti umani non possono entrare nel paese.

I difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti della società civile sono costantemente vessati e controllati dai funzionari di sicurezza. Le comunicazioni sono intercettate, le manifestazioni pacifiche e gli incontri con i diplomatici vengono ostacolati. Gli attivisti vengono picchiati dalla polizia e dagli agenti dei servizi segreti. I loro familiari e conoscenti sono costantemente minacciati di rappresaglie.

Per denunciare l'uso della tortura in Uzbekistan e chiedere all'Italia e all'Europa di sollevare il problema nelle relazioni bilaterali col paese centroasiatico, è in questi giorni a Roma Nadejda Atayeva, in esilio in Francia, presidente dell'associazione Human Rigths for Central Asia.

Oggi, Nadejda Atayeva sarà ospite a partire dalle 18 di una video-chat di Amnesty International, mentre venerdi 24 alle 17.30 prenderà parte a una conferenza sulla tortura alla libreria Fandango Incontro in via dei Prefetti 22.

di Riccardo Noury

sabato 27 settembre 2014

Uzbekistan, attivisti e giornalisti "nemici dello stato" in carcere per decenni

La Repubblica
La denuncia di Human rights watch. Trentaquattro interviste raccolte nel rapporto Fino alla fine dell'organizzazioni umanitaria raccontano gli arresti, le pessime condizioni di prigionia e le torture subite per anni da sostenitori dei diritti umani, giornalisti e politici lasciati per decenni dietro le sbarre

Roma - La libertà d'espressione è un "lusso" per pochi in Uzbekistan. Arresti per motivi politici e condizioni di prigionia inumane sono solo alcune delle ombre che velano il governo di Tashkent, già noto per la violazione sistematica dei diritti umani. In un rapporto di 121 pagine intitolato "Fino alla fine: arresti politici in Uzbekistan",Human rights watch ha raccolto le testimonianze di coloro che hanno provato sulla loro pelle l'intransigenza dello stato centrasiatico.

Volti noti dietro le sbarre. Come prova delle violazioni, Hrw ha intervistato 34 persone, tra le più note in Uzbekistan, recluse per reati politici. Tra gli intervistati ci sono anche i due giornalisti più a lungo imprigionati nel mondo. "Il governo uzbeko - afferma Steve Swerdlow, ricercatore Hrw per l'Asia Centrale - cerca di nascondere al mondo gli abusi nelle sue carceri e la loro stessa esistenza. Ma adesso, viste le prove raccolte, Tashkent non può più far finta che in Uzbekistan non esista la detenzione politica". 


Nelle prigioni sono stati reclusi esponenti di spicco della cultura uzbeka, persone che hanno denunciato la corruzione del governo e sostenitori della democrazia. Alcuni, definiti "nemici dello stato", sono stati arrestati senza una vera e propria accusa. Mentre altri sono stati accusati di attività anti-costituzionali o di estremismo religioso.

Oltre alla prigione, la tortura. Almeno 29 dei 34 prigionieri intervistati da Hrw , hanno denunciato maltrattamenti e atti di tortura. Sono stati picchiati con manganelli di gomma o bottiglie di plastica piene d'acqua e torturati con scosse elettriche, appesi per i polsi e le caviglie, quasi soffocati con sacchetti di plastica e maschere antigas e minacciati di danni fisici ai parenti. Azam Farmonov, un attivista per i diritti dietro le sbarre dal 2006, sostiene che la polizia, per estorcergli una falsa testimonianza, gli abbia messo una maschera sigillata in testa come per soffocarlo e lo abbia picchiato su gambe e piedi. Inoltre ha raccontato che durante la custodia cautelare, è stato malmenato con bottiglie di plastica piene d'acqua e che i servizi segreti uzbeki hanno minacciato di inchiodargli mani e piedi e di ritorsioni sulla sua famiglia.

Morire in carcere. Oltre all'immotivato prolungamento della prigionia, le prove raccolte documentano cinque casi di prigionieri rapiti all'estero dai servizi di sicurezza uzbeki e forzatamente ricondotti in Uzbekistan nonostante l'assenza di un procedimento giudiziario a loro carico. Il governo di Tashkent resta indifferente anche davanti alla malattia di alcuni detenuti politici lasciati in isolamento per lunghi periodi senza un'adeguata assistenza sanitaria. Abdurasul Khudoynazarov, un attivista per i diritti, è morto 26 giorni dopo il suo rilascio nel maggio 2014. Prima della sua morte ha riferito ad alcune associazioni umanitarie che, nonostante le sue richieste, i carcerieri gli avevano negato le cure mediche per tutta la durata, otto anni, della sua prigionia. "Torture - continua Swerdlow - rapimenti, detenzioni in isolamento e l'estensione delle pene sono abusi indicibili che nessuno dovrebbe soffrire. Per vent'anni o per periodi più brevi, queste persone sono state imprigionate ingiustamente e non devono spendere neanche un altro giorno dietro le sbarre".

L'indifferenza. Il rifiuto di Tashkent di rilasciare i detenuti politici non ha influito sui rapporti con le potenze straniere. Europa e Stati Uniti hanno deciso di chiudere un occhio in previsione dell'importanza strategica del paese in vista del ritiro delle truppe dall'Afghanistan. L'Uzbekistan non ha neanche pagato la sua mancanza di cooperazione con le Nazioni Unite che negli ultimi dodici anni hanno visto rifiutare l'ingresso nel paese a undici esperti di diritti umani. "Gli Stati Uniti, l'Unione europea e altri sono consapevoli dell'utilizzo da parte del presidente Islam Karimov di carcere e abusi per stroncare il dissenso interno. I partner internazionali dell'Uzbekistan devono far presente a Karimov che se non fermerà gli abusi e le torture, ci sarà un prezzo da pagare".

sabato 12 luglio 2014

Uzbekistan - Dilorom, in carcere per aver protestato: storie di persone in pericolo

TODAY
Con la presidenza italiana dell'Ue, Amnesty si appella al governo per ricordare come l'Europa da sempre promuova il rispetto dei diritti umani. Undici storie di persone in pericolo, che potrebbero essere salvate con un intervento del governo. 

La storia di Dilorom Abdukadirova, prigioniera di coscienza
Dilorom, in carcere per aver protestato: storie di persone in pericolo
Il 13 maggio 2005, Dilorom Abdukadirova si è unita alla protesta di migliaia di persone nella città di Andijan, per esprimere preoccupazioni sulla situazione economica del suo Paese, l'Uzbekistan. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti e hanno ucciso centinaia di persone, tra cui donne e bambiniDopo la mobilitazione Dilorom è fuggita nel vicino Kirghizistan e ha ottenuto la residenza permanente come rifugiata in Australia.

LA STORIA DI DILOROM - Nel 2010 è tornata nel suo paese per riunirsi con la famiglia ma al suo arrivo ad attenderla c'erano le forze di sicurezza, che l'hanno arrestata con l'accusa di essere uscita illegalmente dall'Uzbekistan. Poco dopo è stata emessa la condanna: dieci anni e due mesi di reclusione e diverse accuse tra cui anche diffamazione e tentativo di sovversione dell'ordine costituzionale. Il processo si è svolto a porte chiuse nel carcere femminile di Tashkent e poco dopo la sentenza la sua condanna è stata aumentata di otto anni perché Dilorom è stata anche accusata di aver violato alcune norme carcerarie.

UN PAESE SENZA LIBERTA' - L'Uzbekistan è un paese con una storia travagliata, dove molte sono le limitazioni delle libertà di espressione e associazione. Spesso i detenuti hanno denunciato diversi episodi di maltrattamenti e torture e migliaia sono i prigionieri condannati a seguito di processi irregolari, spesso basati su confessione estorte tramite tortura.

In Uzbekistan vigono pesanti limitazioni ai diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione. La tortura e il maltrattamento di detenuti e prigionieri da parte delle forze di sicurezza sono sistematici. Migliaia di prigionieri sono stati condannati dopo processi iniqui per le loro presunte convinzioni islamiche estremiste, con condanne basate esclusivamente su "confessioni" estorte sotto tortura.

COSA FARE - Tante sono le convenzioni internazionali sulla tortura, la maggior parte rettificati da molti paesi dell'Unione europea, tra cui il nostro. L'Italia, come presidente di turno dell'Unione dovrebbe fare pressione sulle autorità uzbeke per modificare il codice penale inserendo una disposizione per una più efficace protezione contro l'uso di prove e confessioni probabilmente estorte con tortura e maltrattamenti. Solo così sarebbe possibile un'indagine efficace che possa trovare i responsabili delle torture subite da Dilorom. Su questo è possibile firmare un appello sul sito di Amnesty International.

lunedì 9 giugno 2014

Uzbekistan scarcerato dopo otto anni di carcere e tortura - Ma è in fin di vita

Le persone e la dignità di Corriere 
Il 31 maggio un tribunale ha ordinato la scarcerazione per motivi di salute di uno dei più noti difensori dei diritti umani dell’Uzbekistan, Abdulrasul Khudoynazarov, dopo otto dei nove anni e mezzo di carcere cui era stato condannato a causa delle sue attività in favore dei diritti umani.


Presidente di Ezgulik (Compassione), l’unica organizzazione indipendente per i diritti umani che aveva ottenuto la registrazione ufficiale, Khudoynazarov – già nel mirino del governo per le sue denunce sulla corruzione e le violenze della polizia – era stato arrestato nel luglio 2005, due mesi dopo la “Tiananmen dell’Uzbekistan”.

Ad Andijan, il 13 maggio 2005, le forze di sicurezza aprirono il fuoco dai blindati nei confronti di una manifestazione per lo più pacifica,uccidendo centinaia di persone e costringendone migliaia alla fuga per poi procedere, nei giorni successivi, a una caccia all’oppositore che porto a decine e decine di arresti.

Vennero presi di mira anche i difensori dei diritti umani, i cui tentativi di mobilitare la comunità internazionale attraverso la diffusione dei resoconti del massacro di Andijan risultarono vani. In quegli anni, l’Uzbekistan era un partner indispensabile della “guerra al terrorismo”, non solo per la sua posizione strategica (ospitava anche una base statunitense) ma anche per la spietata predisposizione alla tortura.

Ne sa qualcosa l’ambasciatore britannico dell’epoca, Craig Murray, che 10 anni fa vide la sua carriera brutalmente interrotta dopo aver riferito al suo governo che i prigionieri venivano buttati nelle vasche e bolliti fino alla morte.

Nel gennaio 2006, al termine di un processo irregolare e celebrato a porte chiuse, Khudoynazarov fu condannato a nove anni e mezzo per estorsione, frode, abuso di potere e falsificazione di documenti.

Khudoynazarov ha scontato i primi sei anni della condanna nella colonia penale di Bekobod, subendo regolari torture. Nel 2008, ammalato e fiaccato dalla tortura, ha tentato il suicidio.

Non sappiamo per quanto tempo, dopo otto anni di calvario, Khudoynazarov potrà godere della ritrovata libertà. Ha un cancro al fegato di quarto livello e un linfoma e ha contratto una grave forma di tubercolosi. La tortura lo ha annichilito, la mancanza di cure mediche in carcere ha fatto il resto.

mercoledì 4 giugno 2014

Uzbekistan - Amnistia per 70.000 detenuti per celebrare Costituzione, in 3000 escono dal carcere

Tm News
L'Uzbekistan ha liberato dalle sue carceri più di 3.000 prigionieri sulla base di un'amnistia che ha riguardato quasi 70mila persone. 

Lo ha annunciato la procura generale dello stato più popoloso dell'Asia centrale. L'amnistia si è applicata a 69.497 persone, ha precisato la procura. Di queste 43.082 si sono viste cancellare le condanne, di cui 3.237 sono state liberate dalle prigioni e dai centri di detenzione. Il resto è ancora in attesa di processo.

L'amnistia viene annunciata ogni dicembre per celebrare l'anniversario della Costituzione del 1992 dell'ex repubblica sovietica e si applica solitamente alle donne, ai condannati minorenni e di età superiore a 60 anni, agli stranieri. 

L'Uzbekistan, paese laico a maggioranza musulmana di 30 milioni di abitanti, non ha mai rivelati l'ampiezza della sua popolazione carceraria. Lo scorso anno la Croce rossa internazionale ha smesso le visite ai prigionieri uzbeki perché non in condizione di seguire le procedure di lavoro standard.

giovedì 19 settembre 2013

Uzbekistan, processo farsa contro un attivista

Il Referendum
In Uzbekistan si avvia verso la conclusione il processo contro Bobomurad Razzakov, attivista di spicco della regione di Bukhara, incarcerato dalle autorità il 10 luglio. Human Rights Watchha denunciato l’irregolarità del processo e ha chiesto a Stati Uniti e all’Unione Europea di far pressioni sull’Uzbekistan affinché rilasci Razzakov e gli altri attivisti.

Razzakov è accusato di traffico di essere umani e il processo è iniziato il 26 agosto nella corte criminale della regione di Bukhara. HRW è convinta che le accuse sia finte e che si tratti di una vendetta per il lavoro di Razzakov in difesa dei diritti umani.

Razzakov è il presidente del ramo regionale diEzgulik (Compassione), l’unica ONG indipendente legalmente registrata in Uzbekistan. È anche un membro del partito di opposizion Erk (Libertà). Lavora come corrispondente locale di numerosi giornali esteri e ha spesso aiutato gli agricoltori locali a difendersi dalla corruzione e dagli abusi di potere.

L’accusa deriva dalla denuncia di una donna che sostiene che Razzakov l’ha spinta a fidarsi e ad andare ad abitare nella casa di una persona che poi l’ha costretta a prostituirsi. Razzakov, prima dell’arresto, aveva detto ai colleghi che la vittima l’aveva contattata chiedendogli aiuto per trovare un parente scomparso in Russia. L’avvocato d’ufficio ritiene che la donna sia stata costretta a fornire una testimonianza falsa dalle autorità uzbeke. La pena massima per Razzakov è di 8 anni.

Nel mese precedente al suo arresto, Razzakov aveva subito molte pressioni per via del suo operato. Il 10 giugno era stato convocato per un interrogatorio da parte di Alisher Andaev, il capo dell’anti-terrorismo nella regione, che gli aveva intimato di dimettersi da Ezgulik e di interrompere i rapporti con i media stranieri, altrimenti lui e la sua famiglia ne avrebbero subito le conseguenze.

Gli attivisti per i diritti umani sono spesso stati incriminati con le accuse di frode, estorsione, ma anche traffico di esseri umani, rapimento e stupro. Solitamente una persona del posto contatta l’operatore ONG in cerca d’aiuto per poi testimoniare contro di lui in tribunale.

Così Steve Swerdlow, ricercatore nell’Asia Centrale per HRW: «Razzakov si è battuto a lungo contro la corruzione e gli abusi di potere in una regione dell’Uzbekistan dove molti hanno paura a denunciare. La sua incriminazione rientra nello schema tipico di accuse artificiose create ad arte per zittire gli attivisti. Se le autorità uzbeke hanno un problema con le denunce di corruzione e altri abusi dovrebbero discuterne in pubblico invece che rinchiuderlo con accuse false».

Bambini lavorano dei campi di cotone, una delle violazioni a lungo combattute da Razzakov e Ezgulik (fonte Cotton Campaign)

Ezgulik è costantemente sotto pressione e nel 2012 ha dovuto chiudere uno dei suoi uffici regionali. Sono più di una dozzina gli attivisti in prigione per il loro lavoro e le critiche al governo, senza contare i giornalisti indipendenti e i membri dell’opposizione. Molti sono stati maltrattati e torturati in carcere e viene negato loro un giusto processo.

Conclude Swerdlow: «Siamo molto preoccupati per il destino di Razzakov qualora venisse condannato. L’Uzbekistan dovrebbe rispettare le leggi internazionali che proteggono gli attivisti per i diritti umani e i suoi partner stranieri dovrebbe spingere Tashkent a mantenere i patti».
di Enrico Passarella

domenica 26 maggio 2013

Uzbekistan - Cristiana uzbeka condannata per il possesso di Bibbie e materiale religioso

Asia News
Per 18 mesi dovrà svolgere lavori “correttivi” e versare parte dello stipendio allo Stato come multa. Il timore è che nei prossimi mesi venga spedita nei campi di cotone per la raccolta, un lavoro massacrante. Nella capitale un gruppo di fedeli è stato punito con “pesanti multe” per essersi riunito in una casa a leggere “materiale cristiano”.

Tashkent - Le autorità uzbeke hanno condannato a 18 mesi di "lavoro correttivo" una cristiana protestante di Urgench, nel nord-ovest del Paese, perché colpevole di "produzione illegale, archiviazione, importazione o distribuzione di materiale religioso". Il giudice Makhmud Makhmudov ha sentenziato che la donna dovrà prestare lavori umili al completo servizio dello Stato, mentre una buona parte dello stipendio verrà requisito per il pagamento della multa. Inoltre, per i prossimi mesi potrà viaggiare solo all'interno dello Stato.

In un secondo episodio di violazione alla libertà religiosa, un gruppo di persone della capitale è stato condannato a pesanti multe per "essersi riunito" a pregare e leggere materiale cristiano (leggi Bibbia) all'interno di una abitazione privata.

Fonti locali raccontano che la polizia segreta avrebbe montato ad arte prove fasulle per inchiodare Sharofat Allamova, che è stata quindi condannata durante un processo farsa. In una nazione in cui il possesso di materiale religioso è controllato con rigore dallo Stato, con una pesantissima censura del Comitato per gli affari religiosi, spesso si ripetono fenomeni coercitivi ai danni della minoranza cristiana.

Il doppio raid nella sua abitazione è avvenuto nel gennaio scorso e di recente il giudice ha stabilito la pesante condanna, in base all'articolo 244-3 del Codice penale. Già nel maggio 2012 aveva subito punizioni analoghe, sempre per il possesso di materiale religioso. Oltre alla confisca della Bibbia e altri testi, il timore più grande è che la donna possa essere spedita in autunno nei campi di cotone per la raccolta. Come denunciato più volte da organizzazioni e attivisti, lo Stato sfrutta il lavoro di minori e condannati per un compito massacrante a livello fisico.

L'88% delle popolazione uzbeka è di fede musulmana sunnita mentre i cristiani costituiscono l'8%. Nel Paese, la libertà confessionale è soggetta a forte limitazione da parte del governo. Il rapporto annuale della Commissione statunitense per la libertà religiosa, pubblicato lo scorso 30 aprile, alla voce "Paesi oggetto di particolare attenzione" ha stilato una lista di 15 governi tra i quali quello di Tashkent.

lunedì 13 maggio 2013

Uzbekistan, vietato pregare in cella

Vatican Insider
La severità del governo in materia religiosa si estende anche alla vita dietro le sbarre. Aumentano le testimonianze dei detenuti
In cella scatta il divieto di preghiera. In Uzbekistan la libertà religiosa è negata anche in carcere. Come all'epoca infausta delle purghe staliniane e delle detenzioni da incubo raccontate nello storico libro-denucia “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler, nell'ex repubblica sovietica la severità del governo in materia religiosa si estende anche alla vita dietro le sbarre. Aumentano le testimonianze da parte di detenuti, o persone a loro vicine, riguardo il divieto di pregare e leggere volumi sacri. I parenti di alcuni prigionieri di coscienza musulmani hanno rivelato che nelle carceri dell'Uzbekistan non è possibile pregare. Secondo fonti dell'agenzia missionaria AsiaNews rimaste anonime per timore di ritorsioni, "i detenuti non possono professare il proprio credo o leggere il Corano".

Human Rights Watch ha definito la situazione dei diritti nel Paese «spaventosa», citando l’uso endemico della tortura e le severe restrizioni applicate agli attivisti dei diritti umani, ai membri dell'opposizione al Governo, ai giornalisti, ai leaders religiosi e ai credenti. Dopo che questa ONG ha dichiarato che le libertà continuano ad essere gravemente limitate, nel marzo 2011, la Corte Suprema ha ordinato la chiusura della sua Sede nella capitale Tashkent e l’espulsione del suo team di attivisti, evidentemente «indesiderati». Mukhammadakmal Shakirov, responsabile del Dipartimento statale per il controllo della fede islamica, ha negato il problema, dichiarando che "nelle carceri del Paese, ogni detenuto è libero di pregare o leggere volumi religiosi". Numerose testimonianze, da gruppi confessionali differenti, riportano però come anche nelle prigioni uzbeke la libertà religiosa sia sottoposta a ferreo controllo. Lo scorso aprile, Andrei Serin, della Chiesa battista di Tashkent, ha dichiarato che "a un detenuto membro della comunità è stata sequestrata la propria Bibbia".

L'88% delle popolazione uzbeka è di fede musulmana sunnita mentre i cristiani costituiscono l'8%. Nel Paese, la libertà confessionale è soggetta a forte limitazione da parte del governo. Il rapporto annuale della Commissione statunitense per la libertà religiosa, pubblicato lo scorso 30 aprile, alla voce "Paesi oggetto di particolare attenzione" ha stilato una lista di 15 governi tra i quali quello di Tashkent. La violazione del diritto alla libertà di religione «rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani e una minaccia il futuro del Paese», ha documentato l’uzbeko Sukhrobjon Ismoilov, direttore di un gruppo di esperti al meeting annuale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) tenutosi in Polonia.

Il controllo statale oggi è paragonabile a quello esercitato ai tempi dell’Unione Sovietica: il governo cerca di controllare la crescita e il livello di religiosità nella società, imponendo una «secolarizzazione forzata della coscienza pubblica». Come risultato nelle carceri sono detenuti, a causa delle loro convinzioni religiose, oltre 7mila prigionieri di coscienza. Una delle motivazioni addotte dal governo per giustificare le restrizioni della libertà religiosa è la necessità di combattere l’estremismo religioso e il terrorismo: applicando le rigide leggi in materia, negli ultimi 10 anni, il Governo ha arrestato e imprigionato, con pene previste fino a 20 anni, migliaia di credenti che rifiutano il controllo dello Stato sulla pratica religiosa. Ma secondo Martin Scheinin, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e la lotta al terrorismo, «la definizione di terrorismo (e di estremismo violento) viene applicata dal Governo in modo selettivo, politico o abusivo, come strumento per stigmatizzare chi non risulta gradito, come le minoranze, i sindacati, i movimenti religiosi».

La situazione delle comunità cristiane, attesta il rapporto Acs, risente di controlli stringenti (irruzioni durante gli incontri, perquisizioni, intimidazioni) che giungono spesso all’arresto di membri delle comunità. Rifondata con una missione sui iuris nel 1997, la Chiesa cattolica ha attualmente un'amministrazione apostolica che comprende l’intero territorio del Paese (le parrocchie sono 5) e, affidata ai frati minori conventuali, è direttamente assoggettata alla Santa Sede. Pur essendo riconosciuta ufficialmente, l’evangelizzazione, secondo il vescovo francescano Jerzy Maculewicz, è un problema, perché la legge vieta ogni attività missionaria: "Siamo costretti a rimanere circoscritti ad agire all'interno delle nostre chiese. Accogliamo e catechizziamo la gente che viene da noi, ma non possiamo annunciare il Vangelo".
Giacomo Galeazzi

mercoledì 17 aprile 2013

Ukbekistan: maxi-multa a due protestanti per possesso di libri cristiani - Possedere una Bibbia è reato

Asia News
Si inasprisce la persecuzione ai danni delle minoranze confessionali. La coppia protestante è stata punita con una pesante sanzione per detenzione illegale di libri religiosi. La comunità: “Ci vogliono indebolire”.


Tashkent - Le autorità locali hanno punito Ashraf e Nargisa Ashurov, due membri della comunità protestante uzbeka, con una multa pari a cento volte il salario minimo mensile. La sanzione, inflitta senza processo preliminare, è giunta in seguito al ritrovamento in casa della coppia di alcuni volumi religiosi illegali.
Il 18 marzo scorso, la polizia antiterrorismo responsabile dell'indagine ha fatto irruzione nell'abitazione, sequestrando alcuni volumi di letteratura cristiana. La baby sitter, presente nell'appartamento al momento del controllo, è stata punita con una multa della stessa entità nonostante fonti locali sostengano che essa non sia nemmeno credente.
Ashraf e Nargisa hanno tentato invano di sostenere che i volumi erano presenti nell'abitazione da prima che loro ne diventassero gli affittuari, ma ogni tentativo di difesa è stato ignorato. Un membro della comunità protestante, che conosce personalmente la coppia, ha poi riferito a Forum18 che "facendo irruzione nelle loro abitazioni le autorità perseguitano i credenti e li puniscono con multe elevatissime".
Fonti locali informano che l'episodio ha avuto alcuni precedenti nei mesi di febbraio e marzo, quando altri membri della comunità cristiana sono stati multati nelle città di Samarcanda e Nukus.
Le legge ritiene colpevoli i due membri della comunità protestante per detenzione di volumi illegali. In Uzbekistan, anche possedere una Bibbia è considerato reato e la legge sulla libertà religiosa limita severamente ai credenti la possibilità di riunirsi e pregare. La comunità internazionale ha di recente definito "consueti" gli episodi di minaccia, violenza o persecuzione da parte delle autorità uzbeke ai danni delle minoranze religiose.