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domenica 24 aprile 2022

I due confini polacchi: uno aperto ai profughi dall'Ucraina, nell'altro un muro, con respingimenti e arresti, per gli altri rifugiati dalla Bielorussia

Europa Today
Varsavia sta accogliendo milioni di persone in fuga dalla guerra, ma non ha fatto lo stesso con i profughi mediorientali che arrivavano dalla Bielorussia
Rifugiati respinti al confine tra Polonia e Bielorussia 
La Polonia è uno Stato di frontiera dell’Unione europea, nel senso che parte dei suoi confini terrestri “affacciano” su Paesi non-membri. Nella fattispecie, il confine orientale è condiviso con Ucraina e Bielorussia. 
E queste due frontiere sono lo specchio della politica dell'accoglienza di Varsavia. Mentre uno e aperto e i rifugiati ucraini sono accolti calorosamente, nell'altro c'è un muro per bloccare i profughi (in larga parte mediorientali) che arrivano dalle foreste bielorusse.

Infatti, il governo polacco ha avviato la costruzione di una barriera con tanto di filo spinato per tenerli fuori.
Rifugiati ucraini accolti e assistiti al confine tra Polonia e Ucraina
Sono già oltre 2 milioni e mezzo gli ucraini che hanno attraversato il confine polacco per scappare dalla guerra. Varsavia si è dimostrata estremamente disponibile nell’accoglienza di questa massa di rifugiati, al punto che alcuni analisti stanno iniziando a domandarsi se la Polonia abbia le risorse necessarie per mantenere nel proprio territorio tutte queste persone per un periodo di tempo indefinito.

Si è trattata di una pulsione di solidarietà inusuale, per uno dei governi da sempre più restio all'accoglienza di chi scappa da fame o guerre. Anche i cittadini a migliaia si sono recati al confine con l’Ucraina per portare cibo e altri aiuti, caricandosi personalmente nei veicoli i profughi. Le autorità di Varsavia hanno incentivato l’atteggiamento accogliente dei polacchi, incassando i dividendi politici di una mossa che le ha messe sotto una luce migliore a Bruxelles (dove il Pnrr polacco è ancora bloccato a causa delle violazioni degli standard democratici Ue).

E, nel quadro della risposta europea all’emergenza della guerra, i profughi ucraini possono rimanere in Polonia e lavorare fino a 18 mesi (prorogabili), possono usare gratuitamente i mezzi pubblici e hanno accesso al sistema sanitario e a sussidi per i minori. L’Ue ha garantito ai rifugiati dall’Ucraina uno status di protezione speciale per 3 anni.
Ma il trattamento riservato ad altri profughi, sull’altro confine esterno della Polonia, è diametralmente opposto. La frontiera è sorvegliata da migliaia di guardie di confine, agenti di polizia e militari. Ed il governo sta accelerando i lavori per completare una recinzione di metallo e filo spinato lunga oltre 186 chilometri, avviata lo scorso ottobre e che deve diventare “impenetrabile”.
Quando lo scorso autunno il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha invitato decine di migliaia di profughi mediorientali nel proprio Paese per poi spingerli verso i confini Ue, gli Stati membri limitrofi (Polonia, Lettonia e Lituania) hanno risposto chiudendo le frontiere. E non sono mancati i respingimenti illegali, con le autorità polacche che spesso non prendevano neanche in carico le richieste di asilo. Ora la tensione si è allentata e la maggior parte dei migranti sono stati rimpatriati da Minsk, ma ce ne sono ancora lungo il confine, dove hanno passato l’inverno.

Qual è la differenza? Per Stanislaw Zaryn, portavoce del ministero dei Servizi speciali, quello che arriva dalla Bielorussia è “un movimento migratorio artificiale creato dal regime di Lukashenko e orchestrato dai servizi bielorussi”, che è “diverso dal movimento di coloro che fuggono dalla guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina”.

Una spiegazione che però non convince l’opposizione. Janina Ochojska, eurodeputata del Partito popolare europeo (che osteggia il partito di governo polacco, l’ultra-nazionalista PiS, che siede con Fratelli d’Italia nel gruppo dei Conservatori e riformisti), ha parlato di una “grossolana ipocrisia”. Secondo lei, la differenza sta nel fatto che gli ucraini sono “bianchi, cristiani e parlano una lingua simile”, al contrario dei profughi iracheni, siriani, afgani e yemeniti che arrivavano dalla Bielorussia.

Le autorità di Varsavia negano anche le pratiche illegali di respingimento: “Se troviamo dei migranti li aiutiamo, non ci sono respingimenti. Se qualcuno vuole chiedere di rimanere in Polonia, lo accettiamo”, ha dichiarato Anna Michalska, portavoce della guardia di frontiera polacca. “Ma la maggior parte di queste persone vuole solo andare in Germania. Vogliono i benefici che ci sono lì. Non siamo un servizio di taxi”.

Ochojska ha smentito anche questa versione. “Abbiamo visto tre siriani respinti otto volte dalle guardie di frontiera polacche”, ha detto. “Stavano chiedendo, in dichiarazioni scritte in polacco, asilo in Polonia. Abbiamo chiamato le guardie di confine e loro sono venuti, ci hanno spinto da una parte, hanno preso i passaporti di quelle persone e le hanno portate via in un camion”, ha aggiunto. “Il giorno dopo il portavoce della guardia di frontiera ha negato che avessero avuto i documenti”.
La guardia di frontiera ha detto che l’anno scorso ha arrestato 2.744 immigrati illegali e ha impedito 33.776 tentativi di attraversare il confine bielorusso. Secondo gli attivisti, oltre 20 persone sono morte tentando la traversata. Droni, telecamere a infrarossi, elicotteri e circa 13mila soldati pattugliano il muro.
Dall’altra parte del filo spinato, chi aiuta i migranti mediorientali a varcare la frontiera viene arrestato e rischia diversi anni di reclusione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (con l’area chiusa a giornalisti e gruppi per la tutela dei diritti umani). E continuano i respingimenti verso un Paese che la Russia usa come base per gli attacchi in Ucraina. Mentre, sull’altro confine, i volontari che aiutano gli ucraini a fare lo stesso sono lodati dal governo, e i militari polacchi forniscono aiuto e materiale ai rifugiati.

Francesco Bortoletto

martedì 16 novembre 2021

Confine Bielorussia-Polonia - Per soccorrere i profughi, sfidando i divieti, una "lanterna verde" indica le case dove trovare accoglienza

Avvenire
Nelle città di confine si moltiplicano le iniziative di solidarietà spontanea. Alcuni residenti accendono una luce verde davanti alle case per segnalare che lì si può ottenere aiuto


I ribelli restano chiusi in casa. Non per timore, ma perché è proprio questo il modo con cui hanno scelto di aiutare i migranti sfidando i divieti imposti da Varsavia. Un sì spontaneo agli appelli alla solidarietà che arrivano da organizzazioni internazionali come dai vescovi del Paese.


Restano chiusi in casa e lasciano sull’uscio, nei villaggi sul confine, una luce verde sempre accesa. È il segnale convenuto per indicare a chi riuscisse ad attraversare la frontiera che in quella casa troverà un pasto caldo, coperte, braccia aperte e nessuno spione pronto a chiamare la polizia. 

Non hanno nulla da nascondere e perciò hanno aperto anche una pagina sui social network. «Nella casa contrassegnata dal “semaforo verde” dalla sera in poi troverai un aiuto d’emergenza». Oltre all’inglese, la pagina offre informazioni in arabo, curdo, francese e naturalmente polacco.

Uno dei promotori, l’avvocato Kamil Syller, ha rivolto un appello cominciando dai suoi vicini nel villaggio di Dubicze Cerkiewne, nel nord-est della Polonia. 

Un po’ alla volta le “green light” si stanno moltiplicando. La legge polacca vieta di accompagnare i migranti lungo il tragitto o di farli soggiornare per più giorni. In questi casi si va incontro a un processo per favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Allo stesso tempo è vietato avvicinarsi al confine per lanciare viveri, sacchi a pelo, coperte in territorio bielorusso.

Gli attivisti delle "lanterne verdi", offrendo ospitalità per la notte e aiuti d’emergenza non sono perseguibili. Secondo l’avvocato Syller, molti migranti per timore di venire denunciati si nascondono nella foresta, sul lato polacco, anziché chiedere aiuto alla gente del posto. 

«Non ti aiuteremo a nasconderti o a viaggiare oltre – è il messaggio – . Ti aiuteremo solo a sopravvivere, come parte della solidarietà con una persona bisognosa».

I volontari non forniscono dati sulle persone fino ad ora accolte. Ma attaccano il governo, che emana «norme draconiane che presto legalizzeranno i respingimenti, pur sapendo che provocherà la morte delle persone. E noi abitanti della terra di confine, che vediamo il dramma e la sofferenza umana, non facciamo calcoli. Dobbiamo restare umani».

Nello Scavo

lunedì 14 gennaio 2019

Polonia - È morto accoltellato il sindaco di Danziaca, Pawel Adamowicz, oppositore del governo nazionalconservatore polacco e simbolo della difesa dei diritti

La Repubblica
Varsavia - Non ce l'ha fatta Pawel Adamowicz, 53 anni, i sindaco di Danzica accoltellato la sera del 13 gennaio durante un concerto di beneficienza di fronte a migliaia di persone. 

Pawel Adamowicz
Il popolare uomo politico, tra gli esponenti più in vista dell'opposizione al governo sovranista e conservatore di Jaroslaw Kaczynski, era stato trasportato in ospedale in gravissime condizioni e sottoposto a intervento chirurgico che è durato cinque ore.

È morto nella tarda mattinata di lunedì nell'ospedale dove era stato ricoverato e dove decine di cittadini si erano messi in fila per donare il sangue e aiutare il loro sindaco.

L'uomo che ha accoltellato il sindaco si chiama Stefan W. , ha 27 anni e secondo il vice ministro dell'Interno, Jaroslaw Zielinsk, avrebbe sofferto in passato di disturbi mentali. Le indagini stanno cercando di spiegare come l'uomo, che era appena uscito dal carcere dopo aver scontato una condanna per rapina a mano armata in una banca, sia entrato in possesso di un pass per la stampa che ha usato per accedere al palco.

Salito sul palco l'uomo ha colpito più volte il sindaco con un coltello gridando "Adamowicz è morto". Il ventisettenne ha urlato di essere stato sbattuto in carcere e torturato pur essendo innocente negli anni in cui l'ex partito di Adamowicz, Piattaforma civica, era al potere, tra il 2007 e il 2015.

Il primo cittadino di Danzica stava partecipando al concerto conclusivo della raccolta nazionale di fondi organizzata dalla fondazione Wosp (Grande orchestra caritatevole di Natale) che ogni anno mette insieme milioni di euro da destinare all'acquisto di attrezzature ospedaliere.

Adamowicz è sindaco della città culla di Solidarnosc dal 1998. E l'anno scorso è stato rieletto come indipendente con il 65 per cento dei consensi. Nell'amministrazione cittadina ha sempre avuto posizioni progressiste, a sostegno dei diritti delle minoranze e della comunità lgbt, diventando uno dei volti più noti del movimento dei sindaci polacchi che si oppone all'autoritarismo della destra euroscettica.

venerdì 2 marzo 2018

Polonia - In vigore la legge che punisce chi parla del coinvolgimento polacco nell'Olocausto

La Repubblica
Il provvedimento punisce chi parla di coinvolgimento polacco nei crimini della Germania nazista e ha provocato una crisi con Israele. La Polonia della maggioranza nazional-conservatrice ed euroscettica ha definitivamente passato il Rubicone.
Il cancello del campo di concentramento 

tedesco di Auschwitz, in Polonia
È entrata oggi in vigore la controversa legge sull´Olocausto. Cioè la legge votata dal Sejm (camera bassa) e poi ratificata dal giovane presidente Andrzej Duda, legge la quale punisce con condanne fino a tre anni di reclusione non solo chiunque assurdamente definisce "campi polacchi" i Lager costruiti e gestiti dagli allora occupanti nazisti tedeschi per attuare l´Olocausto, cioè il genocidio del popolo ebraico, bensì sanziona con la stessa pena anche chi citando magari gli studi documentati di autorevoli storici come Jan Gross e altri ricorda che ci furono anche complicità di singoli polacchi nell´esecuzione della Shoah, e che alcuni pogrom (massacri di ebrei), segnatamente a Jedwabne durante la guerra e a Kielce dopo la fine del conflitto, condotti per antisemitismo da cittadini ebrei.

Firmando la legge, il capo dello Stato l´aveva anche inviata alla Corte costituzionale per chiederle di pronunciarsi quanto prima sui dubbi di costituzionalità. Ma intanto la legge, che appunto entra oggi in vigore, ha causato una gravissima crisi politica tra la Polonia da un lato e dall´altro non solo lo Stato d´Israele bensí anche le comunità ebraiche di tutto il mondo, l´Unione Europea, e gli Stati Uniti.

Nei giorni scorsi, il premier Mateusz Morawiecki aveva annunciato una apparente marcia indietro sulla legge, e inviato una delegazione in Israele per aprire trattative in merito a livello intergovernativo. Ciò non ha bloccato appunto l´entrata in vigore del testo. Invano, settimane fa, in una lettera aperta pubblicata in esclusiva per l´Italia dall´edizione cartacea di Repubblica, i massimi esponenti della comunità ebraica polacca e altri illustri intellettuali polacchi avevano chiesto al governo un ripensamento e l´apertura di un dialogo sul tema.

Secondo quanto detto oggi dal governo, la legge è conforme al quadro istituzionale polacco e dunque non c'è motivo di un suo congelamento in attesa della presa di posizione della Corte costituzionale. Nelle stesse ore il Parlamento europeo affermava che i diritti fondamentali sono a rischio in Polonia, chiedendo alla Commissione di andare avanti con sanzioni severe. L´Ungheria ha promesso dall´inizio di bloccare con il veto ogni decisione Ue contro Varsavia.

Andrea Tarquini

lunedì 22 gennaio 2018

Migranti, la Chiesa polacca denuncia le "dottrine terroristiche dello Stato"

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Chiesa polacca, che ha buoni rapporti con il governo conservatore, denuncia la politica nei confronti dei migranti, sulla scia di papa Francesco. 

30 città della Polonia unite nella preghiera per i rifugiati (ottobre 2017) - www.santegidio.org
Il presidente dell'episcopato polacco ha respinto lunedì 15 gennaio l'argomento della sicurezza nazionale utilizzato dal governo conservatore di Varsavia per giustificare il suo rifiuto di ospitare rifugiati, assimilando questi argomenti alle "dottrine terroristiche dello stato".

"Il riferimento più importante non può essere l'interesse dello stato alla sicurezza nazionale, ma all'uomo", ha affermato l'arcivescovo Stanislaw Gadecki in una conferenza stampa che segue la Giornata mondiale dei migranti.

L'Arcivescovo Gadecki ha chiesto che ai rifugiati sia garantita la loro sicurezza e l'accesso ai servizi di base e che ci siano "soluzioni alternative" alla detenzione di coloro che attraversano le frontiere illegalmente, citando la richiesta di ospitalità lanciato domenica 14 gennaio da papa Francesco dal Vaticano.

In linea con gran parte della società e del clero, il governo conservatore polacco, che generalmente si allinea con posizioni episcopali in materia di dottrina sociale della Chiesa, invoca la sicurezza nazionale per spiegare il suo rifiuto di ospitare i rifugiati, compreso il rifiuto delle quote che la Commissione europea aveva cercato di introdurre.

"I rapporti tra il governo e la Chiesa sono stati piuttosto buoni da quando i conservatori sono saliti al potere", ha detto il teologo Pawel Kostecki dell'Istituto Tertio Millenio di Cracovia. È soprattutto sulla questione dei migranti che l'opposizione si è cristallizzata, i vescovi chiedono dei corridoi umanitari come si è fatto in Italia con l'aiuto della Comunità di Sant'Egidio.

Il 14 gennaio, laici sostenuti dall'episcopato hanno preso l'iniziativa di leggere un'intenzione speciale per i migranti di fronte alle assemblee domenicali. A ottobre, il primate della Polonia, l'arcivescovo di Gniezno, mons. Wojciech Polak, ha persino minacciato di sospendere qualsiasi prete che partecipasse a una manifestazione contro l'accoglienza dei rifugiati.

Tuttavia, di fronte alla realtà dell'immigrazione, l'opinione cattolica è divisa. Lo scorso ottobre è stata organizzata un'azione di preghiera sui confini della Polonia su richiesta del gruppo cattolico più conservatore, guidato dalla potente Radio Maryja, che ha suscitato forti reazioni nel paese. 

Secondo diversi sondaggi, più della metà dei polacchi sono contrari all'accoglienza dei rifugiati nel loro paese, una posizione condivisa dal partito di governo conservatore. Quest'ultimo ha respinto il sistema di quote per la distribuzione dei rifugiati proposto dalla Commissione europea.

ES

Fonte: La Croix: Migrants, l’Église polonaise dénonce les «doctrines terroristes de l’État»

venerdì 8 dicembre 2017

Rifugiati - Giudici di Lussemburgo si avviano a deferire, Ungheria, Polonia e Cechia per il mancato rispetto dei piani di ricollocamento

Il ManifestoLa Commissione Ue deferisce Ungheria, Polonia e Cechia ai giudici di Lussemburgo. "Mi auguro che negli ultimi minuti che rimangono questi tre Paesi cambino posizione. Se sarà così ne terremo conto", dice Dimitri Avramopoulos al termine del Consiglio Affari interni di ieri. 


Le speranze del commissario europeo per l'immigrazione sembrano però destinate a rimanere tali. Le reazioni che arrivano da Polonia, Repubblica ceca e Ungheria alla decisione della Commissione Ue di deferire i tre Paesi dell'Est alla Corte di giustizia europea perché si rifiutano di accogliere richiedenti asilo da Italia e Grecia, non lasciano infatti pensare a un possibile passo indietro. 

"Per noi la migrazione illegale è una minaccia e nessuna pressione ci farà cambiare idea" ha subito fatto sapere il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto. Appena più conciliante il neo premier ceco Andrej Babis, che ha annunciato di voler proporre al Consiglio europeo del 14 dicembre soluzioni alternative per risolvere la crisi dei migranti. La sostanza, però, non cambia.

La decisione di ricorrere alla Corte di Lussemburgo è l'ultimo passo della procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea contro Ungheria, Polonia e Cechia per la chiusura dimostrata al piano di ricollocamenti deciso nel 2015 dal Consiglio europeo. 

Un meccanismo che prevede la distribuzione automatica dei rifugiati tra gli Stati membri e la cui validità è stata confermata il 6 settembre scorso proprio dalla Corte di giustizia europea.

A Bruxelles si sperava in una cambio di passo da parte dei tre Paesi che con la Slovacchia formano il blocco di Visegrad. Invece niente. "Mentre gli altri Stati membri hanno ricollocato e preso impegni nei mesi passati - spiegava ieri una nota della Commissione - l'Ungheria non ha intrapreso nessuna azione", "la Polonia non ha ricollocato nessuno e non ha preso impegni dal dicembre 2015" e "la Repubblica ceca non ha redistribuito nessuno dall'agosto 2016 e non ha preso alcun impegno per oltre un anno". Insomma chiusura totale, è la conclusione amara.

Adesso il deferimento alla Corte di Lussemburgo è destinato a complicare ulteriormente i già difficili rapporti tra le istituzioni europee e i paesi dell'Est. Per quanto riguarda l'Ungheria, in particolare, ieri la Commissione ha anche deciso di ricorrere al parere della Corte di giustizia per quanto riguarda la legge anti-Ong approvata da Budapest, ma anche di procedere con la procedura di infrazione in relazione alla sua legislazione in materia di diritto d'asilo. 

"Una cosa deve essere molto chiara: non possono esserci soluzioni alla free-rider" ha spiegato il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, lasciando intendere che nessun Paese può decidere da solo come agire. "Se uno Stato membro si trova ad affrontare una crisi, deve poter contare sulla solidarietà di ciascun altro Stato membro. Non ci si può sfilare dalla solidarietà perché non ci si sente a proprio agio".

Seppure indirettamente, la risposta a Timmermans è arrivata da Varsavia. Le quote - spiega una nota del ministero degli Esteri polacco - non solo non hanno contribuito a migliorare la situazione della migrazione né la sicurezza europea", ma "hanno approfondito in modo significativo le divisioni tra gli Stati membri". Una situazione a quanto pare destinata a proseguire.

Carlo Lania

lunedì 13 novembre 2017

Orrore a Varsavia nel paese che ha ospitato Auschwitz: in 60 mila fascisti contro 'negri' e ebrei

Globalist
Fascisti, antisemiti, razzisti e xenofobi. Purtroppo tanti, una vergogna che dovrebbe far riflettere molti, mentre i fascisti 'in camicia bianca' sia in Europa che in Italia fanno finta di nulla e lasciano fare, convinti di poterne ricavare qualcosa in termini di consenso elettorale: oltre 60 mila persone hanno partecipato a Varsavia a una marcia indetta dall'estrema destra in occasione del giorno dell'Indipendenza della Polonia.

La manifestazione ha richiamato attivisti fascisti e razzisti da tutta Europa, compresi Tommy Robison, ex leader della England Defence League e Roberto Fiore di Forza Nuova che ha postato sul Facebook dell'organizzazione la foto della piazza con un commento trionfante: " Più buia la notte, più luminosi i fuochi!
Roberto Fiore, a capo di una delegazione di forzanovisti, ha parlato davanti ad un oceano di patrioti alla Marsz Niepodległości di #Varsavia.
È l'ora della riscossa dei popoli europei!

L'iniziativa nella quale non sono mancati slogan xenofobi, antisemiti e inneggianti alla supremazia bianca, quindi contro i neri e gli arabi, ha 'oscurato' le celebrazioni ufficiali della giornata, ossia l'anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, che ridiede sovranità alla Polonia cancellata per più di un secolo (123 anni) dalle carte geografiche.

Nel corteo sventolava anche una bandiera con la scritta: "Europa bianca di nazioni fraterne". Un partecipante, che è stato intervistato dalla televisione statale Tvp, ha detto che stava partecipando "per eliminare l'ebraismo dal potere".
Parliamo della nazione che ha ospitato il campo di concentramento di Auschwitz. C'è davvero da avere i brividi.

giovedì 19 ottobre 2017

Polonia, il primate Wojciech Polak: "Sospenderò preti anti-profughi"

La Repubblica
Le parole dell'arcivescovo metropolita di Gniezno, monsignor Wojciech Polak dopo la manifestazione dell'ultradestra cattolica che ha presidiato i confini del Paese


La Polonia preoccupa la Chiesa. La manifestazione che ha presidiato i confini del Paese con rosari e processioni per "salvare l'Europa dall'islamizzazione" è apparsa dissonante dalla linea di papa Francesco oltre che pericolosamente vicina alle posizioni dell'ultradestra, in una fase in cui la Polonia si è rifiutata di accogliere - come impongono le regole Ue - una quota dei profughi sbarcati in Italia e Grecia. 

Il primate polacco, l'arcivescovo metropolita di Gniezno, Wojciech Polak, ora interviene per ammonire che sospenderà 'a divinis' qualunque prete che parteciperà a iniziative contro i migranti: 
"Se dovessi avere notizia di una protesta contro i profughi alla quale i miei preti dovessero aver partecipato, la mia risposta sarà rapida: ogni sacerdote che si unisce a queste manifestazioni sarà sospeso. Non ho alcuna alternativa in quanto responsabile della mia diocesi. In una situazione in cui ci sono preti che esplicitamente sostengono una parte in conflitto, debbo agire immediatamente".
Le sue parole arrivano dopo quelle molto più diplomatiche pronunciate dalla Conferenza episcopale polacca, che ha sdrammatizzato i toni anti-migranti della manifestazione affermando che si trattava di un evento religioso legato alla ricorrenza della Madonna del Rosario. Il 7 ottobre, però, come hanno ricordato esplicitamente gli organizzatori dell'evento religioso, è anche l'anniversario della battaglia di Lepanto che nel 1571 ha visto la coalizione cristiana promossa da papa Pio V sconfiggere l'avanzata ottomana sull'occidente. In quel giorno, si legge sul sito dei promotori, "la flotta cristiana ha battuto la flotta musulmana, salvando così l'Europa dall'islamizzazione".

L'arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski - che siede sulla cattedra che fu di Karol Wojtyla e poi del suo segretario Stanislaw Dziwisz - nel mettersi alla guida della lunga cordata di rosario aveva invitato a "pregare perché l'Europa ha bisogno di restare cristiana per salvare la sua cultura". Secondo Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, si trattava di parole "a favore della pace, dell’amata nazione polacca, dell’Europa perché non dimentichi il ricco patrimonio di fede e di umanità imparato alla scuola del Vangelo". 

E per commentare l'evento il giornale ha rilanciato le espressioni del presidente della Conferenza episcopale polacca Stanislaw Gadecki, che ha parlato della "più grande iniziativa di preghiera in Europa". Toni entusiasti che però non hanno trovato sponda in Vaticano, tanto che l'Osservatore romano non ha dedicato una riga al raduno. Anche perché, come ha fatto rilevare Alberto Bobbio in un tagliente commento su Famiglia Cristiana, il "muro di protezione" invocato dagli organizzatori contrastava con l'invito ad "abbattere i muri" ricorrente negli appelli di papa Francesco.

Andrea Gualtieri

martedì 11 luglio 2017

La Polonia respinge i richiedenti asilo provenienti dalla Bielorussia

Corriere della Sera
Mentre l'attenzione generale si concentra sulla gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale, nel cuore dell'Europa c'è una situazione che è vista con grande preoccupazione dalle organizzazioni per i diritti umani e anche dalla Corte europea. 


Dal 2016, in violazione del diritto internazionale dei rifugiati e della legislazione europea, la Polonia sta bloccando l'ingresso alla maggior parte dei richiedenti asilo provenienti dalla Bielorussia. Li ferma sui treni alla frontiera Brest-Terespol e li costringe, nella stessa giornata, a intraprendere il percorso inverso.

In Bielorussia manca un sistema d'asilo funzionante ed è elevato il rischio che richiedenti asilo provenienti dalla Cecenia o da paesi asiatici possano essere rimandati nei luoghi di partenza, dove potrebbero subire torture. 

Nel giugno di quest'anno la Corte europea dei diritti umani ha adottato un "provvedimento ad interim" riguardante sei richiedenti asilo provenienti dalla Cecenia: non avrebbero dovuto essere rimandati in Bielorussia fino a quando la corte non avesse esaminato a fondo la vicenda e le autorità polacche avrebbero dovuto esaminare la loro richiesta d'asilo.
Le autorità di frontiera polacche hanno rifiutato di rispettare il provvedimento e hanno respinto le sei persone. Uno dei sei richiedenti asilo respinti ha fatto ricorso alla Corte europea chiedendo questa volta un provvedimento definitivo contro il respingimento in Bielorussia, paese dove si trova tuttora e da cui rischia di essere rimandato in Russia da un giorno all'altro.

Riccardo Noury

mercoledì 14 giugno 2017

UE - Infrazione contro Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca perché non accettano rifugiati

EUNews
I tre Paesi non partecipano al programma di ricollocamento dei migranti da trasferire da Italia e Grecia. La Commissione: “Troppi ritardi, è il momento dell’azione”


Bruxelles – Nel programma di ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia ci sono “troppi ritardi”, mentre ora “è il momento dell’azione”, per questo al Commissione ha deciso di aprire una procedura di infrazione contro Ungheria, Repubblica Ceca e Polnia che “nonostante i ripetuti richiami non hanno preso i provvedimenti necessari” per ospitare i rifugiati come prescritto dal programma europeo. 

Dopo mesi di tolleranza, il commissario all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, ha annunciato che l’esecutivo ha deciso di usare le maniere forti, anche se all’ultimo momento visto che il programma terminerà il prossimo 27 settembre.

In totale, finora, in Grecia 27.208 persone hanno aderito al programma e 13.973 sono state ricollocate in un altro Paese membro. L’Italia ha registrato 8.600 migranti di cui 6.896 sono stati trasferiti. Altre persone 700 sono in attesa di essere registrate, ma sulle nostre coste sono sbarcati quest’anno altri 2.500 eritrei, una delle nazionalità che insieme a siriani e iracheni rientrano nel programma, e che potrebbero presto essere inclusi nel piano di ricollocamento. 

Dopo le insistenze di Bruxelles, il ritmo dei trasferimenti è cresciuto arrivando a 1.300 al mese, nel 2017 sono stati in tutto 10.300, il quintuplo rispetto allo stesso periodo del 2016. Secondo le stime della Commissione dovrebbe essere possibile ricollocare tutti gli aventi diritto, attualmente circa 11.000 registrati in Grecia e circa 2.000 in Italia, entro settembre ma bisogna considerare che gli arrivi del 2016 e 2017 sono in attesa di registrazione e che il programma lanciato nell’estate del 2015 proponeva un obiettivo finale di 160mila. In ogni caso, l’obbligo giuridico di ricollocazione per gli Stati membri non terminerà dopo settembre perché le decisioni del Consiglio sono applicabili a tutti coloro che sono arrivati sulle coste dei due Paesi fino al 26 settembre 2017.

“Europa significa anche condividere i momenti difficili e le sfide”, ha affermato Avramopoulos in conferenza stampa a Strasburgo ricordando che al programma di resettlement partecipano solo migranti “in chiara necessità di protezione internazionale, identificate e registrate tramite impronte digitali” e che quindi “non facilitando il ricollocamento si contribuisce ai movimenti secondari di migranti, agli ingressi irregolari e questo contribuisce a sua vola a creare rischi alla sicurezza”.

Ungheria e Polonia sono gli unici Stati membri che non hanno accettato di ospitare un solo migrante dall’inizio del programma anche se Varsavia aveva preso un impegno nel dicembre scorso che però poi non ha mai rispettato. La Repubblica Ceca aveva invece accettato alcuni trasferimenti ma dall’agosto scorso non ha più accettato nessuno. Secondo il programma gli impegni dovrebbero essere presi almeno ogni tre mesi.

Ungheria e Slovacchia hanno addirittura portato il piano europeo alla Corte di giustizia dell’Ue, ma questo non sembra intimidire la Commissione. “Le decisioni prese dal Consiglio sono leggi europee e sono obbligatorie per tutti gli Stati membri e contestare il meccanismo portandolo alla Corte non ha effetti sospensivi e resta vincolante a meno che la Corte non decida altrimenti”, ha spiegato il commissario.

Migliore la situazione per quanto riguarda i reinsediamenti, ovvero i trasferimenti dei migranti dai Paesi terzi direttamente in Europa, con quasi tre quarti (16.419) dei 22.504 concordati nel giugno 2015 già effettuati.

“Non possiamo permettere agli Stati membri di sottrarsi alle proprie responsabilità comune nei confronti dei rifugiati. La Commissione ha ascoltato il Parlamento europeo e ha diritto di agire contro gli Stati che stanno boicottando la loro ricollocazione”, ha commentato Ska Keller, presidente del gruppo Verdi-ALE al Parlamento europeo. 

“Mentre l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca hanno rifiutato di accettare i rifugiati, i campi in Grecia e in Italia sono sempre più sovraffollati. Questo è inaccettabile. Abbiamo bisogno di lavorare sulla solidarietà tra i Paesi – ha concluso Keller – nella nostra politica europea nei confronti dei rifugiati. ”

Alfonso Bianchi

venerdì 19 maggio 2017

Amnesty accusa Polonia e Ungheria: violazioni continue dei diritti umani

Il Dubbio
Amnesty International lancia una nuova campagna globale, si tratta di “Brave”, un’iniziativa globale per sollecitare misure di protezione nei confronti di tutti coloro che difendono i diritti umani. 


Sotto la lente d’ingrandimento di Amnesty c’è principalmente l’Europa, mai come negli ultimi tempi si è assistito ad una restrizione di spazi della società civile. In particolar modo, così come si è discusso questa settimana in sede Ue, ci sono due paesi indiziati per le loro misure repressive: Polonia ed Ungheria.

«Campagne di attacco e diffamazione contro gli attivisti per i diritti umani stanno avvenendo in tutto il mondo, e l’Europa non fa eccezione. L’UE ei suoi paesi membri devono intervenire per fermare questa situazione – sia in patria che all’estero», ha dichiarato Iverna McGowan, direttore dell’Ufficio delle istituzioni europee di Amnesty International.

Nel mirino ci sono avvocati, attivisti e sempre di più giornalisti. Il lavoro di denuncia e documentazione viene colpito duramente attraverso diverse modalità. Si va dalle campagne di discredito fino all’incarcerazione, inoltre si introducono legislazioni fortemente restrittive che minano le libertà civili.

In Polonia Amnesty ha documentato negli ultimi anni diversi casi di violazioni dei diritti umani, in misura tale che si chiede al Consiglio degli affari generali di ripristinare lo stato di diritto (rule of law) notevolmente compromesso. A questo proposito si possono citare gli emendamenti alla legge sul Tribunale costituzionale, il Police act o la legge sui media che mina l’indipendenza dell’informazione e accentua il controllo governativo su di essa.

In questo senso la Polonia deve tornare in linea con i principi fondamentali della legislazione Ue arrivando anche all’applicazione dell’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea (Tue) che comprende la possibilità di sanzioni oppure la sospensione del diritto di voto per la Polonia all’interno dello stesso Consiglio Ue.

A preoccupare molto è quello che si sta verificando in Ungheria, il 30 maggio il parlamento di Budapest è chiamato a votare un provvedimento di legge sulla trasparenza delle organizzazioni finanziate dall’estero. Se andasse in vigore, il pericolo per la stessa esistenza delle organizzazioni non governative sarebbe grande.

La legge infatti le obbligherebbe a ricevere non più di 24000 euro di finanziamenti provenienti dall’estero. Cosa che dovrebbe essere poi dichiarata in qualsiasi pubblicazione. Quello che si vuole adombrare è il sospetto che queste organizzazioni rispondano ad interessi stranieri, un modo per etichettarle e screditarle oltre a limitarne l’operatività.

La misura ungherese risponde al clima che si respira in Ungheria dove il partito nazionalista che è al governo sta mettendo in campo diverse misure che ledono i diritti umani, non ultima la costruzione del muro che separa l’Ungheria dalla Serbia.

Una situazione che ricorda ciò che è successo a Mosca nel 2012 quando è stata introdotta una norma di legge denominata “agenti stranieri”, gli effetti di ciò sono ben visibili attualmente nella Russia di Vladimir Putin. Sono stati gli stessi attivisti russi in visita a Bruxelles ad illustrare cosa sta succedendo alla società civile del loro paese..

«Nonostante la persecuzione, i tentativi di fermarci nel fare il nostro lavoro, e anche di farci emigrare dal nostro paese, non ci consideriamo vittime. Siamo attori per il cambiamento e la nostra motivazione principale è il rispetto dei diritti umani delle persone», ha detto Valentina Cherevatenko, fondatrice e presidente delle Donne dell’Unione Don.

Alessandro Fioroni

martedì 13 dicembre 2016

La Polonia si ritira dalla Convenzione europea sulla violenza contro le donne?

Corriere della Sera
Negli ultimi giorni, alcuni rappresentanti di primo piano del governo polacco hanno annunciato l'intenzione di ritirarsi dalla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e la violenza domestica. Sarebbe un passo indietro senza precedenti, dato che nessuno stato si è mai ritirato dalla Convenzione.



Mobilitazione delle donne polacche ad ottobre 2016
La "Convenzione di Istanbul", che prende il nome dalla città in cui venne adottata da tutti gli stati membri del Consiglio d'Europa l'11 maggio 2011, è entrata in vigore il 1° agosto 2014. Firmato da 43 stati e ratificata da 22, è il primo trattato europeo che riguarda specificamente la violenza contro le donne. 

La Polonia ha ratificato la Convenzione nell'aprile 2015, dopo una massiccia campagna delle organizzazioni non governative (Ong) locali, ma con una riserva: la Convenzione sarebbe stata applicata solo se e quando non in contrasto con la costituzione del paese. 

Una riserva che molti stati parte hanno valutato incompatibile con gli obiettivi stessi della Convenzione.
La Convenzione di Istanbul stabilisce standard minimi sulla protezione e la protezione delle donne, sui procedimenti giudiziari e sullo sviluppo di politiche integrate per contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica. 

Gli stati che l'hanno ratificata sono obbligati a proteggere e a sostenere le sopravvissute alla violenza e ad istituire servizi fondamentali come linee telefoniche gratuite, rifugi, ambulatori e centri di assistenza e aiuto legale.
Il ritiro dalla Convenzione potrebbe avere conseguenze disastrose per milioni di donne e ragazze e per le organizzazioni che offrono un sostegno determinante alle sopravvissute alla violenza sessuale e alla violenza domestica. 
Secondo dati ufficiali, solo nel 2015 in Polonia più di 69.000 donne adulte e 17.000 minorenni hanno subito violenza domestica. Nello stesso anno sono state aperte indagini su solo 2140 casi di stupro. Secondo le Ong polacche, non più del 30 per cento degli stupri viene denunciato.
Dopo che a ottobre le donne polacche hanno dato vita a una mobilitazione senza precedenti (nella foto) che ha costretto il parlamento a ritirare una proposta di legge che avrebbe vietato quasi completamente l'aborto, il governo di Varsavia ha ripetutamente dichiarato che le sue politiche sono dirette a proteggere e a migliorare la vita delle donne. E allora perché minacciare il ritiro dalla Convenzione di Istanbul?

di Riccardo Noury

domenica 12 giugno 2016

Il modello dei corridoi umanitari si fa spazio in Europa - Ok della Chiesa in Polonia che ne affida la realizzazione alla Caritas polacca

www.santegidio.org
 La Comunità di Sant'Egidio accoglie con grande interesse la scelta della Conferenza Episcopale Polacca di affidare alla Caritas nazionale la realizzazione di corridoi umanitari in Polonia per profughi provenienti dalla Siria, come è stato reso noto in un comunicato.

E’ un segno importante di come in Europa si stia facendo strada un modello che, coniugando umanità e sicurezza, ha già permesso l’arrivo nel nostro Paese di oltre 200 rifugiati siriani e iracheni, grazie ad un’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, insieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche e alla Tavola Valdese, in accordo con il governo italiano.
Si sta rivelando sempre più la via maestra che consente di salvare vite umane sottraendole ai viaggi della disperazione nel Mare Mediterraneo e permette, per chi fugge dalla guerra, l’arrivo in Europa con regolari voli di linea. Quindi, in tutta sicurezza. Per chi è accolto, ma anche per tutti, grazie ai controlli che in questo caso sono effettuati prima di partire.
Sant’Egidio si augura che la proposta della Chiesa polacca possa realizzarsi al più presto attraverso accordi con le istituzioni statali e rinnova il suo appello a tutti i Paesi europei perché facciano proprio questo modello di civiltà che favorisce anche una più facile integrazione nelle nostre società.

giovedì 14 gennaio 2016

Bruxelles chiede alla Polonia di rispettare lo stato di diritto. Rischi per indipendenza magistratura e libertà espressione

Internazionale
Il 13 gennaio l’Unione europea ha avviato un’indagine per accertare se il nuovo governo ultraconservatore della Polonia abbia infranto o meno i principi democraticicomunitari aumentando il controllo su stampa e magistratura.
Jarosław Kaczyński
“Oggi la commissione ha deciso di effettuare una valutazione preliminare della questione secondo quanto previsto dalla procedura di salvaguardia dello stato di diritto”, ha dichiarato a a Bruxelles il primo vicepresidente della commissione europea, Frans Timmermans.

Secondo alcuni funzionari europei, la commissione avrebbe preferito rimandare l’apertura di una procedura formale come quella avviata due anni fa, quand’era stata criticata per non aver contrastato con sufficiente forza la deriva autoritaria intrapresa dal primo ministro ungherese Viktor Orbán.

Tuttavia, Timmermans ha insistito nel dire che è proprio la nuova procedura comunitaria di salvaguardia dello stato di diritto – un meccanismo legale di cui l’Unione si è dotata nel 2014 e di cui egli stesso è stato uno degli artefici, quando era ministro degli esteri del governo olandese di centrosinistra – a prevedere la possibilità di un “dialogo preliminare” con Varsavia.

Timmermans e la commissione dovrebbero esaminare le risposte della Polonia entro metà di marzo, in collaborazione con il consiglio d’Europa, l’osservatorio europeo sui diritti umani.

Gli oppositori di Jarosław Kaczyński, capo del partito Diritto e giustizia (Pis) cui appartiene anche la prima ministra Beata Szydło, lo accusano di voler cancellare l’indipendenza della magistratura e la libertà di espressione. I suoi sostenitori affermano invece che il governo ha il diritto di difendere i valori cattolici e nazionali e di dimostrare la propria indipendenza da Bruxelles. Un portavoce del governo di Varsavia ha minimizzato l’apertura dell’inchiesta, definendola una “procedura standard”.

Da quando ha vinto le elezioni lo scorso ottobre, il governo ha ignorato le leggi, pensando solo a far insediare dei giudici di suo gradimento nella corte costituzionale e modificandone il sistema di votazione per arginare la sua giurisdizione nello stabilire la costituzionalità delle leggi emanate dal parlamento. Inoltre, è stata approvata una legge che permette al governo di nominare i direttori della radio e della televisione di stato.

L’Unione europea è divisa
La procedura contrappone la Commissione europea – organo esecutivo dell’Unione europea composto da 28 commissari, uno per ciascuno degli stati membri – a quello che è di gran lunga il più grande dei paesi excomunisti dell’Europa dell’est ad avervi aderito. Il commissario che rappresenta la Polonia faceva parte del precedente governo polacco, conservatore ma europeista.

La procedura cade in uno dei momenti di maggior divisione degli ultimi sessant’anni: nonostante le storiche contrapposizioni tra stati orientali e occidentali, o tra stati ricchi e poveri, l’unione europea non era forse mai stata divisa come oggi su così tanti fronti.

In una lettera inviata al ministro della giustizia polacco Zbigniew Ziobro, Timmermans (che in qualità di vicepresidente dell’organo esecutivo dell’Unione europea ha responsabilità in materia di diritti umani) ha affermato che “la commissione europea non intende mettere in discussione le scelte democratiche compiute dai cittadini polacchi (…) Tuttavia, l’Unione europea è fondata su un insieme di valori condivisi (…) che comprendono in particolare il rispetto dello stato di diritto”.

Il presidente della commissione Jean-Claude Juncker ha ribadito che l’esecutivo non intende “attaccare la Polonia”, mentre alcuni diplomatici hanno avvertito che, se Bruxelles criticasse in modo troppo aspro il Pis e il governo polacco potrebbe rafforzarne il consenso interno.

A differenza di quanto successo con Orbán in Ungheria, le iniziative di Varsavia sono già state oggetto di critiche significative (tra cui diverse manifestazioni) sul fronte interno, suggerendo che una simile opposizione potrebbe rendere più moderato il programma di Kaczyński.

Il 19 gennaio il presidente del consiglio europeo, Donald Tusk, ex primo ministro conservatore della Polonia, ha dichiarato che spera che i legislatori europei chiamino Kaczyński, il suo ex grande rivale nell’arena politica nazionale, a rispondere delle proprie azioni, senza tuttavia penalizzare i cittadini polacchi.

Gabriela Baczynska  Jan Strupczewski - Reuteur

Traduzione di Alberto Frigo

giovedì 5 dicembre 2013

Polonia: Corte Strasburgo valuta caso di "extraordinary rendition" in prigione segreta Cia

La Presse
Inizia oggi davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo la valutazione del caso di due detenuti di Guantánamo che accusano la Polonia di violazione dei diritti umani in relazione alle prigioni segrete della Cia situate nel Paese. 

Si tratta del saudita Abd al-Rahim al-Nashiri e del palestinese Abu Zubaydah. I due affermano di essere stati vittime della pratica della Cia nota come extraordinary rendition, che consisteva nel sequestrare presunti terroristi e trasferirli clandestinamente in Paesi terzi. I due sostengono di essere stati portati a dicembre del 2002 in un carcere situato a Stare Kiejkuty, un villaggio nel nordest della Polonia, e di essere stati torturati nella struttura. 

Affermano di essere stati sottoposti al cosiddetto water boarding, nonché di essere stati costretti a restare per ore in posizioni scomode. Al-Nashiri e Abu Zubaydah hanno chiesto alla Corte di condannare la Polonia per abusi dei diritti garantiti dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. È la prima volta che la Corte di Strasburgo valuterà il ruolo di un Paese europeo nel programma delle carceri segrete della Cia.

Secondo i gruppi per i diritti umani, il carcere della Cia fu attivo in Polonia tra il dicembre 2002 e l'autunno del 2003. Vi sarebbero stati detenuti otto presunti terroristi, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, accusato per gli attentati dell'11 settembre del 2001. L'allora presidente polacco Aleksander Kwasniewski e il primo ministro Leszek Miller smentirono l'esistenza della prigione. 

Tutte le carceri segrete della Cia furono chiuse entro il maggio del 2006. Al-Nashiri è stato accusato di aver organizzato l'attacco contro la Uss Cole nel 2000, un attentato avvenuto nel porto yemenita di Aden che provocò la morte di 17 marinai e il ferimento di altri 37, mentre nei confronti di Zubaydah non sono state formulate accuse.

lunedì 28 ottobre 2013

Immigrazione: “Rifugiati alle porte della Polonia”

PressEurop
“Un numero record di immigrati senza visti, documenti e denaro si presenta ai confini della Polonia”, scrive Rzeczpospolita. Secondo i dati della Guardia di confine nella prima metà dell’anno la Polonia ha respinto 52.000 persone provenienti dall’est, in gran parte russi di origine cecena, ucraini, e georgiani.

L’Ufficio per gli stranieri ha ricevuto una valanga di richieste d’asilo, 14.000 soltanto a ottobre. “Il doppio rispetto all’anno scorso, un record storico”, spiega il capo dell’Ufficio per gli stranieri Rafał Rogala sottolineando i “fattori economici” come causa principale dell’afflusso. Secondo il quotidiano

"la Polonia è soltanto un paese di transito per la maggior parte degli immigrati, diretti in Germania"

lunedì 2 settembre 2013

Polonia - Abolita definitivamente la pena di morte

Ticinonline
La Polonia era uno dei pochi paesi appartenenti al Consiglio d'Europa in cui era ancora ammessa la pena di morte nei confronti dei condannati in caso di guerra

VARSAVIA - Il presidente della Polonia, Bronislaw Komorowski, ha sottoscritto la legge di ratifica delle norme che prevedono l'abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza come stabilito dal protocollo 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. La Polonia era uno dei pochi paesi appartenenti al Consiglio d'Europa in cui era ancora ammessa la pena di morte nei confronti dei condannati in caso di guerra.

Lo scorso mese di ottobre il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa aveva convocato i paesi che non avevano ancora aderito al protocollo 13, approvato nel 2002, per sollecitarli alla firma (Russia e Azerbaigian) o alla ratifica (Polonia e Armenia).

Il presidente polacco ha anche firmato la legge di ratifica del Secondo Protocollo facoltativo al Patto Internazionale sui diritti civili e politici sull'abolizione della pena di morte adottato dall'Onu nel 1989 e sottoscritto dalla Polonia nel 2000.

L'ultima esecuzione è avvenuta 25 anni fa, per impiccagione, ai danni di un giovane di 29 anni che aveva stuprato e ucciso una donna: successivamente, fino al 1996, i tribunali avevano emesso altre nove sentenze che prevedevano la pena capitale ma grazie all'amnistia approvata nel 1989 dopo le prime elezioni libere, le condanne furono commutate in 25 anni di carcere. Nel 1997 la pena di morte è stata sostituita nel codice penale polacco dall'ergastolo.

giovedì 13 giugno 2013

Polonia: Amnesty sollecita governo a rivelare verità su Centro detenzione segreto della Cia

Agenparl
“In un rapporto pubblicato oggi, Amnesty International ha chiesto che l’indagine sul coinvolgimento della Polonia nei programmi di rendition e detenzione segreta gestiti dagli Stati Uniti d’America, che dura ormai da cinque anni, sia completata immediatamente e i responsabili di violazioni dei diritti umani siano sottoposti a giudizio in processi equi. 

Il governo polacco è accusato di collusione con la Central Intelligence Agency (Cia) americana nella creazione di una prigione segreta a Stare Kiejkuty, una località a 180 km a nord di Varsavia, dove, tra il 2002 e il 2005, persone sospettate di legami con il terrorismo furono vittime di sparizione forzata e tortura”. 

Lo comunica in una nota Amnesty International. “L’indagine sul ‘sito nerò della Cia si sta trascinando dal 2008 ed è stata largamente condotta in segreto. I pubblici ministeri polacchi finora si sono rifiutati di rivelare essenzialmente qualunque informazione relativa all’indagine o di pubblicarne i risultati. “Il segreto e il ritardo non possono essere una tattica per evitare di rendere conto. 

Il governo polacco deve ammettere le proprie colpe su un periodo della storia del paese in cui quelle autorità appaiono colluse con gli Usa e altri stati nell’arresto illegale di persone e nel loro trasferimento in luoghi in cui sono state torturate e sottoposte a sparizione forzata” - ha dichiarato Julia Hall, esperta di Amnesty International su controterrorismo e diritti umani. 

“È ormai impossibile tornare indietro: esiste una marea di rapporti attendibili di stampa, organizzazioni intergovernative e non governative, senza dimenticare i dati ufficiali delle agenzie governative polacche, che lascia pochi dubbi sul fatto che la Polonia abbia ospitato un sito segreto di detenzione gestito dalla Cia.

 Se vi sono prove sufficienti a incriminare ex funzionari e agenti dell’intelligence per la partecipazione in queste attività illegali, è giunto il momento che essi siano portati in giudizio” - ha affermato Hall. Dopo l’11 settembre 2001, persone sospettate di atti legati al terrorismo furono arrestate illegalmente o rapite e trasferite in paesi in cui rischiavano tortura o altre forme di maltrattamento e processi iniqui, oppure furono rinchiuse in prigioni segrete della Cia in cui vennero interrogate con tecniche equivalenti a tortura o altri maltrattamenti. Il 23 maggio 2013, in un importante discorso sulla politica americana contro il terrorismo, il presidente 

Barack Obama ha riconosciuto l’esistenza di tali pratiche, ammettendo che “… in alcuni casi, ritengo che abbiamo compromesso i nostri valori fondamentali - usando la tortura per interrogare i nostri nemici e detenendo individui in un modo che era contrario allo stato di diritto”. 

Questa ammissione è stata accolta con favore, ma non va dimenticato che nei tribunali statunitensi l’amministrazione Obama ha ostacolato ogni sforzo perché si chiamasse a rendere conto i responsabili di tali violazioni dei diritti umani. “Gli Usa hanno confessato che i propri agenti hanno torturato e detenuto illegalmente delle persone” - ha commentato Hall. “Se la Polonia si è resa complice di tali violazioni, deve anch’essa riconoscere il ruolo svolto e chiamare a rispondere i responsabili. Sono la gravità e la natura sistematica di questi crimini a pretenderlo”. La Polonia è al centro della scena fin dal 2005, quando fu identificata per la prima volta come paese che aveva ospitato una struttura detentiva segreta della Cia. Nel marzo 2008, le autorità polacche hanno avviato un’inchiesta penale che è stata ripetutamente differita a causa della sostituzione del personale inquirente, del trasferimento della sua sede da Varsavia a Cracovia e dell’asserita scarsa collaborazione del governo americano. La sicurezza nazionale è regolarmente invocata come giustificazione per la segretezza che avvolge l’indagine. Durante l’inchiesta, due uomini hanno ottenuto lo status di parte lesa. Il primo è Abd al-Rahim al-Nashiri, un cittadino saudita ritenuto l’ideatore dell’attentato esplosivo contro il cacciatorpediniere americano USS Cole sulle coste dello Yemen nel 2000. Ha dichiarato di essere stato interrogato in una struttura segreta in Polonia e sottoposto a tecniche rinforzate d’interrogatorio e altre violazioni dei diritti umani, come finte esecuzioni con una pistola e minacce di violenza sessuale nei confronti dei familiari. Si ritiene che anche il secondo uomo, Zayn al-Abidin Muhammad Husayn, conosciuto come Abu Zubaydah, un palestinese apolide nato in Arabia Saudita, sia stato detenuto in Polonia dove, in base alle sue dichiarazioni, venne sottoposto a estremo dolore fisico e pressioni psicologiche. L’ex presidente americano George W. Bush ammise, nelle memorie pubblicate nel 2010, che Abu Zubaydah era stato sottoposto alla tecnica del water boarding (semi annegamento) durante la detenzione segreta della Cia. Abu Zubaydah e al-Nashiri sono attualmente trattenuti nel centro detentivo statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba, dove al-Nashiri è sotto processo di fronte a una commissione militare. Entrambi gli uomini hanno anche sporto denuncia alla Corte europea dei diritti umani nel 2011 e nel 2013. Nel caso di al-Nashiri, il governo polacco si è rifiutato di fornire alla Corte le informazioni che aveva richiesto. Il nuovo rapporto di Amnesty International contiene anche il profilo di un terzo uomo che ha denunciato di essere stato detenuto in un sito segreto in Polonia nel 2003. Walid bin Attash, cittadino yemenita, è attualmente detenuto a Guantánamo Bay in attesa di essere processato da una commissione militare. “Le vittime di violazioni dei diritti umani hanno il diritto a un rimedio efficace, che comprende il diritto di conoscere la verità su quanto è loro accaduto” - ha sottolineato Hall. “Il popolo polacco ha anche il diritto di sapere cosa i suoi governanti hanno fatto nel suo nome, incluso qualsiasi coinvolgimento del territorio o delle autorità polacche in violazioni dei diritti umani e in crimini di diritto internazionale quali la tortura e la sparizione forzata. Se la Polonia rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, le sue autorità devono avere il coraggio politico di dire la verità sul sito segreto della Cia e su ciò che vi accadde. L’inchiesta penale deve essere veramente indipendente ed efficace e chiunque sia responsabile di tortura e sparizione forzata deve essere portato in giudizio”.