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mercoledì 15 giugno 2022

Inghilterra - Corte europea dei diritti dell’uomo blocca in extremis il volo che stava deportando i primi 7 rifugiati in Rwanda

Corriere dalla Sera
Sette richiedenti asilo erano già a bordo del Boeing che stava per trasferirli in Africa quando Strasburgo ha comunicato la decisione. Il piano di Boris Johnson per «delocalizzare» i migranti e le proteste.


La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha bloccato questa sera in extremis un aereo che doveva trasferire dal Regno Unito al Ruanda un gruppo di richiedenti asilo, in base a un piano da tempo annunciato dal governo di Boris Johnson

Quest’ultimo intende «delocalizzare» nel Paese africano la gestione dei rifugiati che approdano al di là della Manica; ma le organizzazioni umanitarie si sono sempre opposte a questo piano. Strappando all’ultimo istante una vittoria legale che ora potrebbe avere forti conseguenze. Il volo, al momento sarebbe comunque solo «sospeso».

Lo stop da parte dei giudici di Strasburgo è arrivata quando già il gruppo di migranti (sette in tutto, di varie nazionalità) era già a bordo del Boeing che stava per decollare da una base militare di Boscombe nei pressi di Salisbury. La partenza era prevista perle 22.30 (ora locale) e le speranze di chi stava per subire il trasferimento forzato in Africa sembravano ormai evaporate: la Corte poche ore prima aveva respinto il ricorso di alcuni richiedenti asilo. Inutili anche le proteste del movimento «Stop Deportations» che avevano bloccato alcune uscite all’aeroporto londinese di Heathrow per impedire ad altri migranti di essere imbarcati. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia britannica. Il ministro degli Esteri Liz Truss ha insistito sul fatto che lo schema è legale e ha un «ottimo rapporto qualità-prezzo».

Poi all’improvviso la situazione si è capovolta. La Cedu ha accolto il ricorso di un cittadino iracheno di 54 anni che aveva chiesto asilo politico a Londra e destinato a essere trasferito in Ruanda: una commissione medica, dopo averlo visitato, aveva confermato che l’uomo aveva subito torture in patria. L’iracheno era arrivato in Gran Bretagna il 17 maggio scorso. La Cedu ha rilevato che è trascorso troppo poco tempo per l’esame della domanda di protezione internazionale .

«Il nostro team legale sta esaminando ogni decisione presa su questo volo e la preparazione per il prossimo volo inizia ora», ha detto il ministro dell’Interno britannico, Priti Patel, Secondo quanto riporta la Bbc, ha definito «sorprendente» che la Corte europea sia intervenuta «nonostante i ripetuti successi ottenuti in precedenza nei tribunali nazionali». «Ho sempre detto che questa politica non sarà facile da attuare e sono delusa dal fatto che i ricorsi legali e le richieste dell’ultimo minuto abbiano impedito al volo di oggi di partire», ha aggiunto il ministro.

Tutti i passeggeri che erano sul volo sono subito stati fatti scendere dopo che la Corte ha notificato la sua decisione. Tra i sette dovrebbero esserci anche persone fuggite da Iran e Vietnam. Il governo di Boris Johnson non sembra però intenzionato ad arrendersi. Lo ha affermato la ministra dell’Interno, Priti Patel, sottolineando che Londra va avanti «imperterrita» sul proprio piano. A questo punto è prevedibile una lunga battaglia legale tra Londra e Strasburgo.

Boris Johnson aveva annunciato il 14 aprile scorso l’accordo sottoscritto con il Ruanda per spedire lì tutti gli immigrati entrati illegalmente nel Regno Unito. «Il Ruanda è uno dei paesi più sicuri e dinamici dell’Africa» aveva dichiarato il premier nell’occasione, proprio mentre il suo governo sottoscriveva con quello di Kigali un piano di cooperazione da 120 milioni di sterline. Quella che attraversa la Manica è diventata d’altra parte una delle rotte più trafficate da parte dei migranti: secondo i dati di Frontex nei primi quattro mesi del 2022 oltre 12.700 sono state le persone sbarcate fuori dalle vie legali, numero di gran lunga superiore a quello registrato su tutte le altre «direttrici» del Mediterraneo.

Claudio Del Frate

mercoledì 9 ottobre 2019

Strasburgo. La Corte europea dei diritti: l'ergastolo ostativo viola i diritti umani. Unione delle Camere penali: "notizia slplendida"!

Avvenire
L'Italia bocciata definitivamente: dovrà rivedere la legge che nega benefici sulla pena ai condannati per mafia o terrorismo che non collaborano con lo Stato.



Non ci sarà un’ulteriore decisione. All’Italia, la Corte Europea dei diritti dell’uomo chiede di riformare la legge sul cosiddetto "ergastolo ostativo", che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia.


La Cedu, ieri, ha rifiutato infatti la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal governo italiano dopo la condanna del 13 giugno scorso. Con quella sentenza, che ora diventa definitiva, la Corte di Strasburgo ha stabilito come la norma sull’ergastolo ostativo violi il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Ma l’esecutivo e buona parte del Parlamento italiano criticano la decisione e non paiono propensi a modificare la legge, sulla quale comunque entro ottobre è chiamata a pronunciarsi la Corte costituzionale.

Le argomentazioni della Cedu.
In concreto, la Cedu si è pronunciata sul ricorso del detenuto Marcello Viola, all’ergastolo dagli anni ’90 per associazione mafiosa, omicidi plurimi, sequestro di persona e altri reati. Viola (che in carcere ha conseguito due lauree) finora non ha mai collaborato con la giustizia e perciò gli sono stati rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. 

Ma la Corte afferma che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della decisione di non collaborare. I giudici ritengono che «la non collaborazione» non implichi necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, o che sia ancora in contatto con gruppi criminali o ancora che perciò costituisca un pericolo per la società.
Nell’interpretazione della Corte, la scelta di collaborare con la giustizia non è totalmente libera (come invece ritiene l’esecutivo italiano), ma può dipendere da altri fattori, come il timore di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Così come, argomenta la Cedu, non è detto che collaborare comporti sempre un pentimento e la fine dei rapporti con altri criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola debba essere liberato, ma che l’Italia debba cambiare la legge, in modo che la collaborazione non sia l’unico elemento che impedisce di avere sconti di pena.

Il no del Guardasigilli.
Il verdetto di Strasburgo viene accolto da governo e Parlamento con un misto di contrarietà e scetticismo. Se il premier-avvocato Giuseppe Conte non commenta, protestano invece il Guardasigilli Alfonso Bonafede («Non condividiamo nella maniera più assoluta la decisione, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano») e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto».

Duri anche i commenti di diversi esponenti di maggioranza e di opposizione: «La sentenza permetterà a tanti altri ergastolani di poter adire le vie legali, ma non c’è solo la questione dei risarcimenti milionari – lamenta il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra (M5s) –. C’è soprattutto l’offesa che è stata fatta alla memoria di Falcone, Borsellino e tante altre vittime della mafia». 

Si dice «preoccupato» anche il senatore Pietro Grasso (Leu), mentre la leader di Fdi Giorgia Meloni ritiene la decisione «scandalosa, è evidente che a Strasburgo non hanno alcuna idea dell’enorme tributo di sangue versato dall’Italia. Il carcere a vita per i mafiosi non si tocca».

I ricorsi alla Consulta.
Secondo i dati dell’associazione "Nessuno Tocchi Caino" (che ritiene la sentenza Cedu una «pietra miliare») attualmente gli ergastolani ostativi sono 1.250, i due terzi dei 1.790 condannati a vita. L’avvocato Antonella Mascia, difensore del detenuto Viola, annuncia l’intenzione di avvalersi subito della pronuncia: «Andremo al Tribunale di sorveglianza dell’Aquila per farla eseguire». 
Esulta pure il presidente dell’Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza: «È una notizia splendida, speriamo faccia da apripista alla decisione della Corte costituzionale».
Il 22 ottobre, infatti, la questione sarà sul tavolo della Consulta, investita da alcuni ricorsi. Secondo Valerio Onida, presidente emerito della Corte e componente del collegio difensivo di Viola, l’ergastolo ostativo è «incostituzionale» e, qualora il legislatore non intendesse modificarlo, rischierebbe «nuove condanne». A suo parere, tuttavia, «il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale».


Vincenzo R. Spagnolo

mercoledì 20 febbraio 2019

Il caso Diciotti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'Italia rischia la condanna.

La Repubblica
Il ricorso nell'interesse di due migranti trattenuti sulla nave. Se fosse ritenuto ammissibile, l'Italia dovrà rispondere di violazione dei principi della convenzione.


Il caso della nave Diciotti approda alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'associazione italo-tedesca "Bordeline" ha presentato un ricorso, nell'interesse di due migranti "trattenuti" a bordo, chiedendo la condanna dell'Italia per avere violato alcuni articoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. 


Nel ricorso, firmato dagli avvocati Antonella Mascia, Leonardo Marino e Sebastiano Papandrea, viene denunciata la violazione degli articoli che sanciscono "il diritto a un trattamento umano e non degradante" e quello che "assicura la facoltà di conferire con i propri difensori per tutelare i propri diritti". 

Secondo i legali, l'avere trattenuto i migranti, "in condizioni fisiche e psicologiche precarie", a bordo della Diciotti, dal 15 al 25 agosto, ha rappresentato un trattamento equiparato a "tortura e trattamento degradante".

L'associazione sottolinea che i migranti "sono stati privati della libertà personale nonostante le torture fisiche subite prima dello sbarco". I tre avvocati dell'associazione aggiungono: "I diritti garantiti dalla convenzione sono stati violati anche perché non è stato consentito ai migranti di contestare la loro posizione davanti all'autorità giudiziaria". 

Se il ricorso dovesse superare il "filtro" dell'ammissibilità, la Cedu dovrà decidere se condannare l'Italia per avere violato i principi sanciti dalla convenzione.

mercoledì 25 luglio 2018

Roma - Camping River, la Corte Europea ferma lo sgombero dei Rom. Salvini: «Ci mancava il buonismo della Corte europea».

Corriere della Sera
Entro le 12 il Comune deve presentare i documenti che dimostrino quali alternative sono state offerte agli abitanti del campo. Dal Campidoglio si dicono sereni, mentre il ministro dell’Interno attacca Strasburgo: «Ci mancava il buonismo della Corte europea».


Sul camping River interviene Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo accoglie il ricorso presentato da tre abitanti e chiede al governo italiano di sospendere fino al 27 luglio le espulsioni (evictions) programmate: per allora è attesa la risposta di Palazzo Chigi sulle soluzioni alternative al campo.


Sarà il Comune, che finora ha gestito l’iter, a produrre la documentazione richiesta entro le 12 di oggi. Ieri scadevano le 48 ore, notificate alle famiglie dall’ordinanza della sindaca, per lasciare l’insediamento sulla Tiberina, ma lo sgombero è slittato: secondo il Campidoglio, per l’aumento di adesioni alle proposte di integrazione, ovvero «la terza via» della giunta M5S. Versione in contrasto con quella dell’associazione «21 luglio», attiva all’interno del campo: «Nei tre casi che abbiamo segnalato alla Corte di Strasburgo, ma non sono gli unici, il Comune non ha offerto alcuna alternativa - insiste il presidente della onlus, Carlo Stasolla - . Ci siamo rivolti all’Europa perché era l’unica strada percorribile in tempi così stretti». Più tardi, mentre consegna alla segreteria di Palazzo Senatorio le 630 firme raccolte tra i cittadini romani contrari allo sgombero, Stasolla picchia duro: «All’incontro di domani (oggi, ndr) con Salvini Raggi voleva portare lo scalpo del camping River, invece si presenterà con una grave sconfitta politica».

Dal Comune ostentano serenità e controbattono: «A tutti è stato proposto di accedere alle misure di inclusione, a chi si è rifiutato di entrare nel circuito di accoglienza dei servizi sociali: stiamo anche offrendo posti che non dividono le famiglie». 

Affermazioni documentabili attraverso i verbali dei colloqui, le registrazioni e i filmati. Se l’Europa si è mossa, però, avrà avuto le sue ragioni. «Stiamo raccogliendo una mole di materiale che testimonia la correttezza del nostro operato - ribadiscono dal dipartimento Politiche sociali - . Lì si sta creando un’emergenza igienico-sanitaria: quella, sì, sarebbe una grave violazione dei diritti umani».

Nel frattempo, dopo la bordata del vice premier sul «casino dei campi rom a Roma», Raggi in vista del colloquio al Viminale (i due dovrebbero incontrarsi all’ora di pranzo)si allinea: «Condivido l’analisi di Salvini. I campi rom sono un caos dal 2008, da quando sostanzialmente esistono in maniera ufficiale, e drenano 25 milioni di euro l’anno. Il nostro obiettivo è chiuderli favorendo l’integrazione. Quindi, diritti e doveri». 

Se non fosse che il segretario federale della Lega lancia un’altra frecciata, stavolta ai giudici di Strasburgo: «Ci mancava il buonismo della Corte europea per i diritti dei rom», è il tweet polemico che la prima cittadina non raccoglie. Al tavolo con il ministro dell’Interno la sindaca non si soffermerà soltanto sul problema dei campi nomadi: «Uno dei primi temi che affronterò è quello della carta di identità elettronica, che di fatto è gestita dal ministero, le cui procedure però si svolgono all’interno dell’Anagrafe del Comune: ci sono problemi di dialogo tra software e questo sta creando parecchie file». 

Si parlerà anche di migranti «fantasma» e roghi tossici, argomento che offre a Raggi l’assist per rilanciare: «Sono ormai due anni che chiedo al governo di darci supporto e continuerò a chiedere il superamento dei limiti alle assunzioni per la polizia locale, che è in gravissimo sotto organico». Dopo il rapporto conflittuale con il precedente esecutivo a guida Pd, adesso la sindaca confida di trovare sponda nell’interlocutore leghista alleato dei Cinque stelle a Palazzo Chigi. 

E mentre infuria il dibattito sul camping River, la Comunità di Sant’Egidio denuncia lo sgombero di otto famiglie dall’ex Fiera di Roma (tra loro 20 minori, due disabili e quattro donne incinte). Replicano dal Comune: «La Sala operativa sociale ha proposto assistenza a tutti i nuclei familiari, ma le proposte sono state tutte rifiutate».

sabato 19 maggio 2018

"Contratto di governo" M5S-Lega - Più manette per tutti e quindi problemi irrisolti con la CEDU per violazione diritti umani nelle carceri

Corriere della Sera
Nel "contratto di governo" M5S-Lega pene più dure, nuove carceri e tempi più lunghi per la prescrizione. Le critiche delle Camere penali: incoerenti. Più manette per tutti e "carcere vero per i grandi evasori". Pene più dure per i reati ambientali e per quelli contro la Pubblica amministrazione. Costruzione di nuove carceri



"Agenti provocatori" per combattere la corruzione e Daspo (anche perpetuo) per corrotti e corruttori. Stop ai riti alternativi. Tempi più lunghi per la prescrizione dei reati. Età della punibilità più bassa per i minorenni. Legittima difesa sempre presunta per chi subisce una rapina armata in casa o in ufficio. E, infine, conflitto d'interessi ad ampio spettro: attivo per parlamentari, ministri e sottosegretari anche in assenza di un vantaggio patrimoniale.

Con questo "contratto di governo" sui temi della giustizia, anche gli avvocati eletti con il M5S e con la Lega (al "tavolo" giallo verde c'erano Alfonso Bonafede e Nicola Molteni) non si sono fatti vedere al convegno organizzato al Senato dalle Camere penali dove ieri è stata ricordata - alla presenza del presidente Elisabetta Alberti Casellati - la figura di Enzo Tortora morto 30 anni fa al termine di un lungo calvario giudiziario.

Oggi l'aria è decisamente cambiata: "E sulla giustizia il "contratto" tra M5S e Lega va in senso totalmente opposto a percorsi coerenti e conformi ai principi costituzionali", è il giudizio del presidente dell'Unione delle camere penali, Beniamino Migliucci.

Il "contratto" M5S-Lega si occupa anche di magistrati e uffici giudiziari. Proponendo la revisione del sistema di elezione dei consiglieri (togati e laici) del Csm "tale da rimuovere le attuali logiche spartitorie e correntizie", il divieto per le toghe di tornare indietro se si candidano in politica nonché il ripristino dei Tribunali minori cancellati dal governo Monti. La legittima difesa sempre presunta in casa e nei luoghi di lavoro apre il capitolo dell'area penale: la proposta della Lega, accettata a scatola chiusa dal M5S, è quella di eliminare la discrezionalità del giudice in merito alla "proporzionalità tra difesa e offesa".

L'intenzione, poi, è quella di far saltare le leggi deflattive (riti alternativi, depenalizzazione dei reati, non punibilità per tenuità del fatto e per condotte riparatorie) che il centrosinistra ha messo in campo per allentare il sovraffollamento nelle carceri, causa per altro di condanne per l'Italia in sede di Corte europea per i diritti dell'uomo. M5S e Lega hanno anche trovato l'accordo per inasprire le pene.
Più carcere per i reati ambientali e per quelli contro la Pubblica amministrazione: per combattere la corruzione servono non solo gli agenti sotto copertura (che già esistono per la droga) ma anche gli agenti provocatori che commettono un reato per provare a innescarne un altro.

Pene più dure anche per i furti in abitazione, furti aggravati, scippi e truffe agli anziani. Nel processo civile, viene tolto ogni ostacolo all'esercizio della class action. Mentre nel capitolo sulla lotta alle mafie (sette righe in tutto) si fa un "particolare riferimento alle condotte caratterizzate dallo scambio politico mafioso". Inoltre, si annuncia "effettivo rigore nel funzionamento del carcere duro previsto dal 41bis".

David Ermini (Pd) parla di contratto "securitario e giustizialista". Mentre gli avvocati di Silvio Berlusconi, tra cui i parlamentari Niccolò Ghedini e Francesco Paolo Sisto, notano che tutto questo l'aveva anticipato il pm Nino Di Matteo al convegno organizzato da Davide Casaleggio a Ivrea.

giovedì 12 aprile 2018

Il primo effetto dell'intesa tra M5s e Lega? Affossata la riforma penitenziaria dimenticando le condanne della CEDU

Left
"Il Parlamento sembra aver dimenticato del tutto che lo Stato italiano sia stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) per sistematici trattamenti inumani e degradanti", questa la dura accusa lanciata dall'ex deputata del Partito radicale Rita Bernardini, in seguito alla mancata inclusione della riforma carceraria tra i temi da trattare nelle commissioni speciali di Camera e Senato per gli atti urgenti di governo. 

A votare contro la discussione dei decreti della riforma sono stati M5s, Lega, Fi e Fdi.

Il compito delle commissioni speciali è quello di occuparsi degli atti del governo, in attesa che si chiarisca la composizione di maggioranza e opposizione parlamentari, e possano dunque insediarsi le commissioni permanenti. Al Senato, l'organo è presieduto da Vito Crimi, senatore M5s, mentre per la carica omologa alla Camera i pentastellati avevano espresso la volontà di convergere su un nome della Lega nord, e le indiscrezioni danno come favorito il leghista Nicola Molteni (fino a martedì, il favorito era Giancarlo Giorgetti).

Le commissioni si sarebbero dovute limitare a fornire un parere obbligatorio ma non vincolante sulla riforma, che sarebbe poi tornata in mano al governo, che avrebbe potuto approvare definitivamente il testo, esercitando così la delega fornita dal Parlamento.

"Ai fautori di "più gogna per tutti" - continua Bernardini - in nome della "sicurezza", ricordo che la pena da infliggere ai colpevoli non deve essere esclusivamente il carcere che crea recidiva; si possono prevedere altre misure. Misure alternative che sono più efficaci per un futuro reinserimento sociale". 

Bernardini sottolinea come la necessità dell'introduzione di pene alternative, come previsto dalla riforma, sia supportata da diversi studi e raccomandata anche dal comitato dei ministri del Consiglio d'Europa (un'organizzazione sovranazionale separata dall'Ue, ndr) che "in un pronunciamento del 2017, prevedeva espressamente che il diritto interno di ogni Paese comunitario persegua la riduzione del ricorso alle pene detentive in carcere, attraverso la disciplina di sanzioni e misure che non privino il soggetto della libertà personale".

Ma per Bernardini, e per tutti coloro che hanno manifestato il proprio impegno per l'approvazione della riforma, come l'Unione delle camere penali italiane, giuristi, associazioni e gran parte della comunità penitenziaria, la battaglia non finisce qui. La promessa, lanciata da Bernardini, è quella di continuare a presentare ricorsi e dossier alle corti italiane ed europee, per denunciare la sistematica violazione dei diritti umani nelle carceri italiane.

Anche il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, è intervenuto sulla questione: "Negare un passaggio meramente consultivo finale - ha detto - che non prevede possibilità di intervento di merito denota una disattenzione grave rispetto all'ampio mondo di coloro che tale provvedimento da tempo attendono".

Il garante esprime amarezza per la decisione della commissione, e fa notare come anche l'Europa avesse lodato l'iniziativa della riforma: "L'Europa, pur partendo da una prospettiva di sanzione nel 2013 per condizioni detentive irrispettose della dignità della persona, è giunta a riconoscere i passi che l'Italia ha compiuto per sanare tale grave criticità". Ma, con tale decisione, il Parlamento esprime la volontà di interrompere questo percorso, col rischio che la riforma finisca nel dimenticatoio.

Daniela Ruzza

venerdì 12 gennaio 2018

Migranti - Sudanesi espulsi, la Cedu ammette i ricorsi contro l'Italia

Il Manifesto
Il governo italiano ha tempo fino al 30 marzo per spiegare le motivazioni che il 24 agosto del 2016 portarono all'espulsione forzata di 43 cittadini sudanesi dopo che questi erano stati fermati a Ventimiglia. 



A deciderlo è stata la Corte europea per i diritti dell'uomo (Cedu) che nei giorni scorsi ha dichiarato ammissibili i ricorsi presentati da cinque dei migranti rimpatriati. "I sudanesi furono vittime di un vero e proprio rimpatrio collettivo, del tutto illegittimo anche perché verso un Paese nel quale non è garantito il rispetto dei diritti umani fondamentali", ha spiegato ieri l'avvocato Salvatore Fachile dell'Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione che insieme all'Arci segue l'azione giudiziaria.

La vicenda risale al periodo in cui la frontiera di Ventimiglia era affollata da diverse decine di migranti che speravano di entrare in Francia, e segue di poco la firma di un accordo per i rimpatri tra la polizia italiana e quella sudanese. Dopo il fermo i migranti furono sottoposti a un lungo ed estenuante viaggio in giro per l'Italia che li portò prima a Taranto e poi all'aeroporto di Torino per essere imbarcati su un aereo diretto a Khartoum. Sette di loro fecero però resistenza e per motivi di sicurezza vennero fatti scendere a terra dove riuscirono a presentare domanda di asilo e a vedersi riconosciuto lo status di rifugiato. Possibilità che invece, denuncia l'Asgi, "non venne offerta ai loro compagni".

Il capo della polizia Franco Gabrielli - che firmò l'accordo con i corrispettivo sudanese - ha sempre sostenuto come le procedure adottate rispettino quanto previsto dal diritto internazionale, affermazione che però non trova d'accordo gli avvocati che assistono i ricorrenti, convinti invece che oltre a essere stato violato l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che vieta trattamenti inumani e degradanti, ai migranti sia stato negato anche il diritto alla difesa e la possibilità di presentare domanda di asilo.

Secondo Sara Prestianni dell'Arci, l'accordo italiano è servito da modello per altri simili in Europa. Dopo l'Italia, infatti, anche Francia e Belgio hanno siglato intese analoghe con il Sudan. Proprio in questi giorni un caso come quello italiano rischia di provocare una crisi di governo in Belgio. Il ministro per l'Asilo e l'Immigrazione Theo Francken, appartenente ai nazionalisti fiamminghi del N-Va e autore di un accordo per i rimpatri con il Sudan, è finito nella bufera da quando un'organizzazione ha raccolto le testimonianze di alcuni dei sudanesi espulsi che hanno denunciato di aver subito torture una volta rientrati nel Paese. Per il vicepresidente dell'Arci Filippo Miraglia a preoccupare è soprattutto la politica di esternalizzazione delle frontiere messa in atto dall'Italia e dall'Unione europea. "Si delega a Paesi spesso riconosciuti come non rispettosi dei diritti umani il compito di fermare i migranti", ha spiegato Miraglia. "Questa scelta rappresenta l'opposto di quanto dice il ministro degli Interni Marco Minniti e sta producendo solo più morti".

Un altro esempio di questa politica riguarda l'uso fatto dei finanziamenti inseriti nel Fondo Africa. Su questo l'Asgi ha presento un ricorso al Tar riguardante 2,5 milioni di euro impiegati per ammodernare alcune motovedette fornite alla Guardia costiera libica. "Ai giudici amministrativi abbiamo chiesto se i finanziamenti del Fondo, 200 milioni di euro destinati alla cooperazione, possono essere usati per il controllo delle frontiere", ha spiegato l'avvocato Giulia Crescini.

di Leo Lancari