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mercoledì 22 marzo 2023

La Tunisia sta diventando la "Nuova Libia - Stato vicino al default - Paese che non offre futuro ai giovani. Politiche xenofobe verso gli "africani" subsahariani.

Globalist
La “nuova Libia” si chiama Tunisia. Uno Stato in default. Una rivoluzione tradita. Un Paese giovane che non offre futuro ai suoi giovani. Globalist lo ha documentato in più articoli. Denunciando la miopia di una Europa, e dell’Italia, la cui politica ha un punto fermo, una vera, sciagurata ossessione: l’esternalizzazione delle frontiere. E la ricerca sulla sponda sud del Mediterraneo, di “gendarmi” da armare e finanziare perché facciano il lavoro sporco – i respingimenti – al posto nostro.

Migranti subsahariani in Tunisia
La “nuova Libia”
Di grande interesse sono le analisi di due giornalisti che del Mediterraneo sanno molto.
Annota Dario Prestigiacomo su EuropaToday: “Anche grazie ai finanziamenti di Ue e Italia, le partenze dalle sue coste sono state per lo più bloccate. Ma adesso, il “tappo” della Tunisia potrebbe saltare, inasprendo la pressione migratoria nel Mediterraneo in direzione dell’Europa. Non è certo solo questo aspetto a preoccupare Bruxelles, ma di sicuro è tra i fattori principali che hanno spinto finalmente Bruxelles ad affrontare il dossier tunisino e a inserirlo nell’agenda della riunione dei ministri degli Esteri in corso oggi nella capitale europea. Il Paese nordafricano si trova da tempo in una grave situazione di crisi economica e instabilità politica, e per molti analisti potrebbe essere una “nuova Libia”, non solo per quel che riguarda le rotte migratorie.
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La crisi economica
Alle tensioni politiche si sono presto aggiunte quelle sociali. In Tunisia scarseggiano da mesi beni di prima necessità come il petrolio, lo zucchero, il latte e il burro. I carichi di grano e altri alimenti sono stati spesso rispediti indietro per mancanza di risorse. Il tasso di inflazione viaggia ormai sulla doppia cifra e la disoccupazione giovanile è in sensibile crescita. 
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I migranti
Il peggio, però, è arrivato sul fronte dei migranti. Tutto il mondo è Paese, e così capita che anche in un Paese africano i migranti (africani) diventino un buon capro espiatorio. Il 21 febbraio il presidente Saied si è infatti lanciato in un discorso xenofobo in cui ha parlato di “orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” arrivati in Tunisia, portando “la violenza, i crimini e i comportamenti inaccettabili che ne sono derivati”. Il capo di Stato l’ha definita una situazione “innaturale”, parte di un disegno criminale per “cambiare la composizione demografica” e fare della Tunisia “un altro Stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”, dato che tali migranti sono spesso di religione cristiana. Parole che hanno innescato un’ondata di violenze contro i migranti subsahariani e spinto diversi Paesi dell’Africa occidentale a organizzare voli di rimpatrio per i cittadini timorosi. Molti dei circa 21 mila migranti dell’Africa subsahariana che vivono in Tunisia si sono ritrovati senza lavoro e senza casa.
[...]
La tensione cova invece sotto la cenere nei quartieri periferici della capitale e dei principali centri urbani, dove non si arriva a fine mese né si trovano generi alimentari di base nei supermercati come caffè, farina e latte. I migranti subsahariani vivono nascosti dopo pogrom e aggressioni degli ultimi giorni di febbraio. E fuggono. Come riporta l’agenzia Nova, che ha avuto accesso ai dati del Viminale, sono almeno 12mila le persone partite dalle coste tunisine dal primo gennaio al 13 marzo, più di 170 sbarchi al giorno, con un aumento del 788% rispetto ai 1.360 arrivi dello stesso periodo del 2022. La Libia è stata superata. E da queste parti i mercenari russi della Wagner non c’entrano, non si sono mai visti.

lunedì 4 novembre 2019

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

lunedì 13 agosto 2018

Allarme xenofobia in Europa - In Germania 700 attacchi nel 2018 a centri di accoglienza per rifugiati

Today
Migranti, 700 attacchi contro centri di rifugiati in Germania nel 2018: "Razzismo intollerabile"
"Aggressioni, incendi dolosi, vandalismi. Numeri in calo rispetto al 2017, ma indicano una situazione intollerabile di razzismo quotidiano e di violenza dell'estrema destra"

Germania - 29 maggio del 1993 Solingen - Incendiata ad una casa di rifugiati dove morirono 5 persone
Nei primi sei mesi del 2018 si sono registrati 627 attacchi contro centri di rifugiati e 77 contro case che li ospitano in Germania. In questi attacchi sono rimaste ferite 120 persone, secondo quanto si legge in un rapporto pubblicato dai giornali del gruppo Funke che cita la risposta del ministero dell'Interno ad interpellanza in Parlamento.

Il numero degli attacchi - che comprendono aggressioni, incendi dolosi, vandalismi ed aggressioni verbali - è inferiore a quello registrato nello stesso periodo del 2017, quando sono stati oltre 1200. Il calo conferma il trend che si era registrato già lo scorso anno in cui in totale si sono avuti 2200 attacchi contro i 3500 del 2016.

"Anche se in generale sono contenta di questo calo, questi numeri ancora indicano una situazione intollerabile di razzismo quotidiano e di violenza dell'estrema destra", ha dichiarato Ulla Jelpke del partito di sinistra Die Linke.

martedì 11 luglio 2017

Andrea Riccardi sulla legge Fiano: ''Non sottovalutare antisemitismo, xenofobia e propaganda fascista sul web''

Blog Andrea Riccardi
Andrea Riccardi interviene sulla proposta di legge Fiano, da oggi in discussione alla Camera, e invita a non sottovalutare la propaganda razzista e xenofoba attraverso internet. 
"Il web rappresenta un campo molto pericoloso per la diffusione di idee e comportamenti violenti, come dimostra la crescita di consenso, specie tra i giovani, di movimenti di estrema destra in vari paesi europei"
osserva il fondatore della Comunità di Sant'Egidio.
"In un'Europa che ha nella memoria di Auschwitz un suo elemento fondativo - continua Riccardi - è inaccettabile la propaganda antisemita e xenofoba. Ma anche la Repubblica italiana ha una storia che rappresenta l'antitesi del fascismo e del nazismo. Bene perciò che l'Italia si doti di una legge che, oltre a sanzionare in maniera circostanziata chi inneggia a queste ideologie, prevede un investimento nel campo dell'educazione per aiutare i giovani a conoscere la pagina più dolorosa della storia europea, proprio nel momento in cui si va affievolendo la voce dei sopravvissuti alla shoah". "Guardiamo al futuro - conclude Riccardi - ma per farlo, bisogna partire dalla memoria. E l'oblio non è libertà".

mercoledì 1 marzo 2017

Germania: allarme xenofobia - 3.500 attacchi ai rifugiati nel 2106 - 560 feriti di cui 43 bambini

Life Gate
In Germania i rifugiati e le strutture che li accolgono hanno subito quasi dieci attacchi al giorno nel 2016. Il bilancio è di 560 feriti.

Attentato incendiario a centro di accoglienza per rifugiati
In Germania si tra producendo un fenomeno che ha dell’incredibile, per caratteristiche e soprattutto per dimensioni. I rifugiati accolti sul territorio della nazione europea, assieme alle strutture che li ospitano, sono infatti oggetto di una quantità gigantesca di attacchi da parte di persone senza scrupoli che se la prendono con donne e uomini ai quali la vita ha già imposto enormi sofferenze e sacrifici.
Colpiti anche 43 bambini rifugiati
Secondo i dati del ministero dell’Interno di Berlino, riferiti dall’agenzia Afp, solamente nel corso del 2016 il numero di agguati nei confronti dei rifugiati e dei richiedenti asilo è stato superiore a 3.500. Il che significa una media di quasi dieci attacchi al giorno, che hanno provocato un totale di 560 feriti, tra i quali figurano anche 43 bambini.
Il ministero tedesco ha fornito le cifre in risposta all’interrogazione di un parlamentare che ha chiesto informazioni precise sul triste fenomeno. Secondo le statistiche raccolte presso la polizia, in particolare sono stati registrati 2.545 attacchi diretti a bambini, donne e uomini rifugiati, mentre in 988 casi sono state prese di mira le infrastrutture. Per queste ultime, nella maggior parte dei casi si è trattato di tentativi di incendio. L’esecutivo di Berlino ha manifestato la propria condanna contro ogni forma di violenza, sottolineando che “le persone che fuggono dai loro paesi e chiedono protezione in Germania devono poter ambire ad un rifugio sicuro”.

Le cifre potrebbero essere perfino più alte
Il governo della Germania non ha tuttavia riferito i dati relativi agli agguati contro i rifugiati registrati nel 2015, per cui non è stato possibile comprendere se le cifre siano aumentate o meno rispetto all’anno precedente. Si sa però che gli attacchi contro le infrastrutture sono sostanzialmente invariati. Ciò che è chiaro, inoltre, è che il numero già altissimo di atti violenti potrebbe essere in realtà nascondere cifre ancor più pesanti, se si considera che le statistiche ufficiali tengono conto, ovviamente, solo dei casi oggetto di intervento da parte delle forze dell’ordine.

sabato 19 novembre 2016

Grecia, attacco xenofobo contro campo di rifugiati nell'isola di Chios: migranti e operatori feriti

Il Messaggero
Un violento attacco xenofobo, con lancio di molotov, petardi e sassi ha colpito il campo di rifugiati sull'isola greca di Chios, dove da ieri ci sono proteste contro i migranti. Circa 150 migranti rifugiatisi in Grecia dalla guerra siriana, sono stati costretti a fuggire. Lo scrivono vari media internazionali, fra cui la Bbc. Nell'assalto è rimasto ferito alla testa da una pietra un rifugiato. Distrutte una cinquantina di tende e baracche.



Anche due operatori umanitari che lavorano tra i profughi sono stati feriti nel campo di Souda a Chios, che ospita circa 4.000 rifugiati. L'Unhcr, che lo gestisce, fa sapere che fra i tendoni distrutti dai teppisti - che hanno lanciato i loro oggetti contundenti dal muro che circonda il campo - ve ne era uno da 50 posti. «I volontari hanno cercato di sopperire erigendo una piccola tendopoli fuori da Souda e hanno rivolto un appello alla polizia perché sorvegli la zona.

Roland Schoenbauer, operatore dell'Unhcr ha detto alla Bbc che, malgrado ciò, non tutti migranti avranno un posto asciutto dove trascorrere la notte per il pericolo di nuovi scorribande. Secondo i media greci, dietro all'attacco c'è l'estrema destra greca di Alba Dorata, e l'episodio viene messo in relazione con un episodio in cui sono coinvolti quattro migranti (pare tre algerini e un iraniano), che ieri avrebbero svaligiato un negozio di fuochi d'artificio e lanciato petardi in giro per l'isola. Una rappresaglia, quindi. Dei migranti in cerca d'asilo ospitati a Souda, il 60% proviene dalla Sirian, il 20% dall'Iraq, il 10% dal Nord Africa e il 10% da altre parti del mondo.



giovedì 14 luglio 2016

Bauman: "La paura e l'odio si nutrono dello stesso cibo"

La Stampa
Il filosofo: la xenofobia in Europa e a Dallas figlie della cronica incertezza


Il filosofo Zygmunt Bauman
La paura è il demone più sinistro del nostro tempo», ammoniva già anni fa il filosofo polacco Zygmunt Bauman. A guardare il mondo occidentale, che dagli Usa all’acciaccata Europa, pare aver ceduto alle pulsioni più rabbiose quasi si fosse «mediorientalizzato», gli spettri evocati dal teorico della società liquida nonché una tra le menti più acute del pensiero contemporaneo assumono dimensioni epiche.

Dallas ma anche gli episodi xenofobi ripetutisi nel Regno Unito dopo la Brexit e, nell’Italia porto dei migranti, il rifugiato nigeriano ucciso a Fermo. Professor Bauman, stiamo passando dall’età della paura a quella dell’odio?
«Non c’è alcun passaggio dalle paure nate dalla nostra cronica incertezza all’esibizione di odio a Dallas o ai mini pogrom avvenuti dopo la Brexit nelle strade inglesi: sono contemporanei, solo di rado li sperimentiamo separatamente. Paura e odio hanno le stesse origini e si nutrono dello stesso cibo: ricordano i gemelli siamesi condannati a trascorrere tutta la vita in compagnia reciproca: in molti casi non solo sono nati insieme ma possono solo morire insieme. La paura deve per forza cercare, inventare e costruire gli obiettivi su cui scaricare l’odio mentre l’odio ha bisogno della spaventosità dei suoi obiettivi come ragion d’essere: si rimpallano a vicenda, possono sopravvivere solo così».

C’è consequenzialità tra la diffusione dell’«hate speech» (incitamento all’odio) e le nuove tensioni etniche e razziali?
«La loro coincidenza non è casuale ma neppure predeterminata. Come ogni alleanza è una scelta politica. Per quanto stiamo vivendo la scelta è stata dettata dalla simultaneità di due fenomeni. Il primo, individuato dal sociologo tedesco Ulrich Beck, è la stridente discrepanza tra l’essere stati assegnati a una “situazione cosmopolita” in assenza di una “consapevolezza cosmopolita” e senza gli strumenti adatti a gestirla. Il conseguente scontro tra strumenti di controllo politico territorialmente limitati e poteri extraterritoriali incontrollabili e imprevedibili ha prodotto la “deregulation” multi-direzionale delle condizioni di vita e ha saturato le nostre esistenze di paura per il futuro nostro e dei nostri figli. Quella paura era e resta una trinità avvelenata, l’incontro di tre sentimenti ossessionanti, ignoranza, impotenza e umiliazione. I poteri distanti e oscuri che ci condizionano vanno al di là del nostro sguardo e della nostra influenza, così come le nostre paure si muovono tra forze che siamo incapaci di addomesticare o contenere. Se non sappiamo respingere queste forze che minacciano tutto quanto ci è caro, non potremmo almeno tenerle a distanza, interdire loro l’accesso alle nostre case e ai luoghi di lavoro?».

Non potremmo, professore?
«L’afflusso massiccio e senza precedenti di rifugiati è il secondo fenomeno a cui accennavo e ha contribuito a dare a questa domanda una risposta credibile e “di buon senso” seppure falsa e fuorviante, una risposta elevata a rango di dogma da aspiranti politici che vi annusano la chance di un forte sostegno popolare. È balsamo per le anime tormentate: le paure senza sbocco e perciò tossiche non possono riversarsi sulle loro vere cause - forze poderose e così distanti da essere immuni al nostro risentimento - ma possono facilmente e tangibilmente rovesciarsi su chi appare e si comporta da straniero, dagli ambulanti ai mendicanti. Le aggressioni etniche e razziali sono la medicina dei poveri contro la propria miseria. La loro efficacia si misura non dal fatto che risolvano la fragilità della vita ma dal dare temporaneo sollievo al tormento psicologico dell’impotenza e dell’umiliazione».


La paura, certo. Ma non hanno responsabilità anche la diffusione delle armi in Usa, l’inanità europea sui migranti, Internet?
«Queste non sono cause: facilitano, anche molto, le azioni che quelle cause producono. Internet e i “social” possono servire altrettanto efficacemente all’inclusione come all’esclusione, al rispetto e al disprezzo, all’amicizia e all’odio. La responsabilità di scegliere ricade direttamente sulle nostre spalle di navigatori. Possiamo usare lo stesso coltello per tagliare pane o gole: a qualsiasi uso lo destini, chi lo tiene lo vuole affilato. Il web affila gli strumenti ma noi ne scegliamo l’applicazione».

È ancora «sonno della ragione»?
«Come diceva il filosofo tedesco Leo Strauss, ci sono sempre stati e ci saranno sempre degli inattesi cambiamenti di punto di vista che modificano radicalmente il sapere precedente: ogni dottrina, per quanto definitiva sembri, sarà prima o poi soppiantata da un’altra. L’hanno già detto altri, il tribalismo è la risposta al perché le differenze tra gruppi della popolazione siano sempre ridotte a un rapporto inferiore/superiore».

La reazione contrastata della Nra alle ultime uccisioni di neri da parte della polizia e alla strage dei poliziotti bianchi a Dallas ha aperto una faglia nella potente lobby. L’associazione non ha esitato a fare le condoglianze ai familiari degli agenti uccisi, ma ha glissato sulla morte dei due afroamericani Sterling e Castile limitandosi a un blando comunicato che non prendeva posizione «dal momento che c’è una indagine in corso».

Francesca Paci

domenica 17 maggio 2015

Germania: incendiato un altro alloggio destinato ai profughi

Imola Oggi
Ancora una volta un attacco incendiario ad un alloggio destinato ai rifugiati è stato commesso in Germania – questa volta a Brandeburgo. Gli autori hanno appiccato il fuoco nella notte presso Zossen, a sud di Berlino. La polizia ha arrestato due sospetti, ha detto un portavoce. Nella loro auto gli investigatori hanno trovato petardi, fiammiferi e manifesti con slogan definiti “xenofobi”.
Nessuno è rimasto ferito perché l’alloggio era ancora disabitato, ha detto un portavoce della polizia e il danno per l’edificio è di lieve entità. Gli autori avevano dato fuoco a tre contenitori per rifiuti e solo la parte frontale dell’edificio amministrativo è stata danneggiata.

Negli ultimi mesi ci sono stati ripetuti attacchi incendiari in Renania-Palatinato, Sassonia-Anhalt e Schleswig-Holstein per lo più su case disabitate, destinate ai profughi . La scorsa settimana, un responsabile finanziario è stato condannato a Lubecca per un incendio doloso in una casa per rifugiati.

Qualche tempo fa, a Vorra, un piccolo centro della Baviera vicino Norimberga, tre edifici per l’accoglienza dei richiedenti asilo, ancora in ristrutturazione, sono stati dati alle fiamme e nella zona ci sono state diverse manifestazioni di cittadini esasperati dall’immigrazione selvaggia. A peggiorare la situazione ci si mise Angela Merkel che, con un intervento inopportuno per il momento, irritò ulteriormente la popolazione.

Si moltiplicano intanto nel paese le manifestazioni anti-immigrati e contro l’islamizzazione della società. Sono organizzate da partiti e gruppi di estrema destra, ma frequentate anche da persone non impegnate politicamente che si dicono esasperate dall’eccessiva presenza di immigrati non integrati. Una situazione esplosiva che rischia di degenerare.

sabato 31 gennaio 2015

Bulgaria, protestano i rifugiati siriani senza riparo tra raid xenofobi e accoglienza disumana

La Repubblica
Un giovane è morto nel centro di Ovcha Kupel "per mancanza di cure" e altri sono stati accoltellati intorno al famigerato campo di Harmanli in attacchi razzisti, effettuati con coltelli e pietre. Lo denunciano gli stessi richiedenti asilo che hanno diffuso le immagini. La ribellione nei campi profughi tra caccia anti-immigrati e blocco delle vie di fuga. Il muro di 82 Km
Oma - Gli occhi e la bocca spalancati. Il colore freddo della morte sul volto. Il corpo adagiato direttamente sul pavimento, con un cuscino sotto la nuca e una povera coperta a nascondere il resto del corpo. È morto così Khaled Hassan, un ragazzo siriano poco più che ventenne, in un centro di accoglienza in Bulgaria. La foto scattata da altri rifugiati siriani dello stesso campo di Ovcha Kupel, nei pressi di Sofia, è stata inviata ad attivisti italiani. Quel giovane con la bocca aperta ma che non può più parlare è il simbolo della situazione drammatica che vivono i rifugiati siriani in Bulgaria, uno dei paesi più poveri dell'Unione europea. Da ormai due anni i siriani protestano, bloccano strade, fanno scioperi della fame, ma la loro voce resta inascoltata dall'Europa, patria del diritto d'asilo.
Gli attacchi dei gruppi neonazisti. Secondo quanto denunciano i profughi, Khaled Hassan è scampato alla guerra siriana e si è invece ammalato nel centro di accoglienza bulgaro, ma non avrebbe ricevuto la necessaria assistenza medica, aggravandosi fino alla morte. L'ambulanza sarebbe stata chiamata troppo tardi e sarebbe arrivata in ritardo. Negli ultimi giorni, hanno raccontato i siriani del campo dell'ex base militare di Harmanli, vicino al confine con la Turchia, in episodi differenti, un profugo somalo e uno siriano sono stati aggrediti e accoltellati in attacchi xenofobi da gruppi neonazisti e lo stesso campo è stato oggetto di un raid notturno con lanci di pietre.

Nel centro il doppio delle persone possibili. I siriani hanno anche diffuso i video delle loro proteste ad Harmanli, in cui si vedono dei cartelli in inglese che chiedono di proteggere le donne e i bambini, terrorizzati da questi assalti. Le violenze contro i richiedenti asilo avvengono nel momento in cui i migranti escono dal campo di Harmanli, un ammasso di tende e container in cui sono stipati oltre mille siriani, di cui 300 bambini, nonostante fosse stato pensato per circa 450 persone. In passato, altri siriani hanno diffuso i video delle manganellate prese dalla polizia bulgara perché si rifiutavano di essere trasferiti da un altro centro all'ormai tristemente noto Harmanli.

Senza riparo. Le famiglie siriane che si salvano dalla guerra o dalle violenze dei jihadisti e cercano rifugio in Europa trovano le vie di fuga sbarrate e un'accoglienza indegna. Dalla Grecia è sempre più difficile passare e se si tenta la via di terra, evitando i tragici viaggi nel Mediterraneo, l'altra rotta passa per la Bulgaria. Ma nei campi bulgari i siriani si trovano in condizioni di sovraffollamento, sovente senza elettricità e spesso con pochissimo cibo.

La crescente xenofobia. La carenza dei minimi standard come le cure mediche e la crescente xenofobia della società bulgara sono noti da tempo. Ad esempio, alla fine del 2013 in un campo profughi di Sofia si erano verificate proteste dopo la morte di un padre di famiglia di 35 anni per arresto cardiaco, che non sarebbe stato soccorso quando lamentava dolori nei giorni precedenti all'infarto. Le autorità bulgare sembrano più impegnate a ostacolare il passaggio dei siriani per ridurre l'immigrazione irregolare che a fare rispettare gli standard per l'asilo secondo le regole europee. Così crescono gli episodi di ribellione nei campi profughi.

L'assenza delle autorità bulgare. Le autorità bulgare continuano ad ammassare gente ad Harmanli nonostante le critiche piovute da ogni dove. Il campo è stato definito "un limbo dalle orribili condizioni" da Amnesty International che lo ha visitato nel 2013 dopo uno sciopero della fame, sottolineando che è incredibile che in Europa i rifugiati siriani si ritrovino in posti del genere, dalle "condizioni deplorabili". Le autorità Bulgare non assicurano i bisogni di base: un alloggio degno, cibo e cure mediche, secondo Amnesty che ha intervistato una donna incinta di sei mesi, la quale non aveva mangiato per due giorni e dormiva sul pavimento.

"I numeri della vergogna". Alla vigilia della conferenza delle Nazioni Unite a Ginevra, il 9 dicembre scorso Amnesty International ha denunciato "la vergognosa risposta del mondo alla crisi dei rifugiati siriani". Secondo l'Ong, i siriani sono stati "lasciati al freddo e abbandonati dalla comunità internazionale". Al centro del dossier i numeri della vergogna: sui quasi quattro milioni di rifugiati siriani, che si trovano in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto, solo all'1,7 per cento di loro, il resto del mondo ha offerto protezione dall'inizio della crisi nel 2011. L'Unione europea, eccetto la Germania, ha offerto di ospitare lo 0,17 percento dei siriani. Gli stati del Golfo, la Russia e la Cina neanche uno. Negli ultimi tre anni, appena 150mila siriani sono riusciti nell'impresa di raggiungere l'Europa. Un numero pari a quello di gente scappata da Kobane in Turchia in una settimana, sotto l'assedio del gruppo Stato Islamico.
Un muro di 82 chilometri alto 3 metri. A Gennaio 2014 l'Unhcr ha chiesto di sospendere il trasferimento verso la Bulgaria dei richiedenti asilo secondo le regole di Dublino, perché "i richiedenti asilo in Bulgaria corrono il rischio di trattamenti inumani e degradanti a causa delle carenze delle condizioni di accoglienze e delle procedure per l'asilo". Per la Bulgaria si tratta di una crisi dei rifugiati, visto che nel 2013 sono stati 9mila i richiedenti asilo nel paese contro i mille dell'anno precedente. La maggioranza sono siriani che entrano dalla Turchia. Per questo, recentemente il governo di Sofia ha annunciato che intende estendere fino a 82 chilometri il muro alto tre metri coperto di filo spinato lungo il confine turco, per dimezzare gli ingressi illegali nel paese. Un'altra via di fuga viene chiusa. Ai siriani restano solo gli scafisti e il Mediterraneo.

martedì 6 agosto 2013

Cacería de inmigrantes sin papeles en Moscú

El Pais
Varios partidos explotan el nacionalismo y la xenofobia en víspera de las elecciones a la alcaldía de la capital rusa
Centenares de extranjeros, en su mayoría vietnamitas, se hacinaban el lunes en una veintena de tiendas de campaña del ministerio de Situaciones de Emergencia (MCHS) en un polígono industrial ruinoso del barrio de Goliánovo, al noreste de Moscú. Este desolado lugar, cercado por una alta valla, se ha convertido en un improvisado centro de internamiento para los inmigrantes indocumentados pendientes de deportación tras ser capturados en la oleada de redadas que se están practicando en la capital rusa.

Los inmigrantes, la corrupción y el tráfico son temas que preocupan a los moscovitas en vísperas de las elecciones a alcalde que tendrán lugar el 8 de septiembre. El actual alcalde en funciones, Serguéi Sobianin (nombrado por el presidente Vladímir Putin) compite con varios rivales, de los cuales el más destacado es el abogado Alexéi Navalni, sobre el que gravita una sentencia (recurrida en segunda instancia) a cinco años de cárcel.

La política sobre la inmigración pone a prueba a todos los aspirantes a la alcaldía, pero la lucha contra los indocumentados va más allá de Moscú, se extiende por el Estado y aventa el nacionalismo ruso. Más de 600 sin papeles fueron detenidos en una redada en la madrugada del lunes en una base agrícola de las afueras de Moscú, según la agencia Interfax.

El Servicio Federal de Migración de Rusia (SFM) ha preparado un proyecto de ley que prevé crear 83 centros especiales para internar a los inmigrantes pendientes de deportación (por decisión judicial), según informa el periódico Kommersant. En Rusia hay ahora 21 centros de internamiento dependientes del ministerio del Interior. A partir de 2014 estos centros pasarán a ser competencia del SFM, que incrementará su plantilla en más de 4.500 personas.

El campamento de Goliánovo no tiene precedentes Moscú. La razón de su existencia es que el único centro de internamiento de indocumentados de la ciudad, capaz de acoger a 400 personas, está desbordado, según Antón Tsvetkov, vicepresidente del consejo social adscrito al ministerio del Interior de Rusia. En el origen de las redadas está un altercado ocurrido en julio en un mercado moscovita, donde un vendedor procedente de Daguestán supuestamente golpeó en la cabeza a un policía. El vendedor fue mostrado como si fuera un animal salvaje por las televisiones estatales. Daguestán está en la Federación Rusa y, al ser ciudadano ruso, el vendedor goza de los mismos derechos que sus conciudadanos de cultura rusa. El caso, no obstante, ha sido el detonante de una campaña contra los forasteros que se centra en los extranjeros sin papeles. "Vinimos aquí el viernes y había 17 personas; el sábado ya eran 200, el domingo 500 y hoy ya son más de 600", explicaba Antón Tsvetkov, que dirige la asociación Oficiales de Rusia y que, junto con representantes de otras ONG, llevó al campamento una carga de ayuda humanitaria que incluía varias toneladas de arroz, ventiladores y artículos higiénicos. Echados en literas, en cuclillas en corrillos o aseándose en las duchas de agua fría a la intemperie, los vietnamitas aguardaban su suerte. Apenas podían expresarse en ruso y una buena parte se dedicaba aparentemente a coser falsificaciones de artículos de marca en los talleres de esta zona industrial, utilizada en el pasado por los chinos que trabajaban en un mercado, ya clausurado por contrabando. En el campamento había diez ciudadanos de Tajikistán, según decía Jaquim, de 38 años, que se quedó sin cobrar su sueldo de 15.000 rublos (algo más de 300 euros) con los que alimentaba a su mujer y dos hijos residentes en Dushambé. También había dos sirios que, de no mediar imprevisto, serán deportados a su país a pesar de la guerra. Firás Alfatulu Albustani, de 35 años, dice haber venido a Moscú para establecerse aquí con ayuda de su familia política, que reside las cercanías de la capital, para traer después a su esposa, una rusa, y a sus cuatro hijos, desde Alepo. Jasán Mojammad Kasadu, de 19 años, huyó de la guerra y afirma que, por ignorancia, dejó expirar su visado sin pedir asilo.

Las autoridades planean ampliar el centro de internamiento, señalaba Svetlana Gánnushkina, de la ONG Colaboración Cívica, según la cual en Goliánovo es imposible alojar a más de 1.500 personas. La campaña contra los inmigrantes recuerda a la activista otra campaña emprendida en 2006 contra los georgianos, durante la cual por lo menos dos personas murieron por falta de ayuda médica y se llegó a deportar a ciudadanos rusos de apellido georgiano. Esta campaña, como la anterior, está "políticamente motivada", ya que "desvía el sentimiento de protesta de los moscovitas hacia la hostilidad para con los forasteros", afirma la activista.

Las estimaciones sobre el número de inmigrantes sin papeles existentes en Rusia, dispares y poco fiables, van desde los dos millones hasta los 10 millones de personas. En 2007, Rusia estableció una cuota de 6 millones de inmigrantes, pero la cifra de los se acogieron a ella fue de 1,8 millones, señala Gánnushkina.

Los grupos ultranacionalistas están prestos a enarbolar la bandera de la xenofobia. Durante el fin de semana, en Moscú y San Petersburgo, voluntarios de estas corrientes radicales intentaron dar caza a los emigrantes en los mercados. En Moscú, representantes del movimiento Russkie (Rusos), dirigidos por Nikolái Bondárik (miembro del Consejo Coordinador de la oposición), intentaron inspeccionar la documentación de los kioscos cercanos a una boca de metro, pero los agentes del orden defendieron a los vendedores. En San Petersburgo, sin embargo, los radicales lograron inspeccionar algunos puestos de frutas y no se practicaron detenciones, según Komersant. Bondárik dijo a aquel diario que estas acciones van a continuar y que espera que los cosacos se sumen a ellas en San Petersburgo.

lunedì 3 giugno 2013

Human Rights Watch: "Violenze sui migranti in Grecia, l'Europa non stia a guardare"

Amnesty International
In Europa aumentano gli episodi di razzismo contro gli immigrati, si respira un clima sempre più xenofobo che alimenta il populismo. In Francia, in Ungheria, in Grecia ma anche nei Paesi scandinavi assistiamo al successo di partiti di estrema destra o comunque anti-minoranze. Ieri a Milano, presso la sede dell’Ispi, l’allarme l’ha lanciato Human Rights Watch nel corso di una tavola rotonda dal titolo Diritti umani: le sfide sul campo. 

“E’ importante riconoscere i fattori diversi che alimentano questi trend – ha detto Judith Sunderland, ricercatrice senior per l’Europa Occidentale dell’organizzazione – sarebbe facile dare la colpa solo alla crisi economica, la verità è che ci sono timori legati alla perdita dell’identità nazionale. Questo vuol dire che se l’economia comincerà ad andare meglio il problema non sarà risolto”.
Ne è un esempio eclatante la Grecia dove i migranti e i richiedenti asilo vengono sempre più spesso attaccati da bande di greci vestite di nero e con il volto coperto. Gli episodi si registrano soprattutto nella capitale. Dagli inizi del 2000 la Grecia è diventata la principale porta d’ingresso nell’Unione Europea dei migranti irregolari provenienti da Asia e Africa. Oggi nel centro di Atene vivono in estrema povertà molti stranieri che occupano edifici abbandonati, piazze e parchi.
“L’immigrazione irregolare – dice Sunderland – viene presa come capro espiatorio per tutti i mali della città sia dalla gente comune che da alcuni partiti politici”.
Ma il problema non è solo il successo di formazioni politiche come la greca Alba Dorata ma anche il modo in cui gli Stati Europei affrontano il problema.
“La risposta di una nazione a questi crimini è metro del suo impegno per i diritti umani – spiega Sunderland – ma le autorità spesso tendono a minimizzare gli episodi e a considerarli marginali. In base a ricerche approfondite in Italia, Germania e Grecia abbiamo individuato i motivi che impediscono una lotta efficace contro la violenza xenofoba per esempio l’esistenza di leggi penali soggette ad interpretazioni troppo restrittive o la riluttanza dei pubblici ministeri ad usare la xenofobia come aggravante. Ma spesso è anche la polizia che non riconosce come tali i crimini a sfondo razziale e quindi non raccoglie le prove necessarie”.
Proprio in questi giorni in Grecia si discute di una legge anti-razzismo che è stata già presentata in Parlamento in prima lettura. Ma tra i partiti della coalizione di governo c’è disaccordo: secondo socialisti e Sinistra democratica, bisogna rendere reato l’incitamento a commettere violenze razziali e il non riconoscere i crimini di guerra nazisti. I conservatori, invece, sono più propensi a modificare leggi già esistenti piuttosto che introdurre un nuovo testo.

La violenza xenofoba in Grecia riguarda tutta l’Europa: “Le istituzioni europee e gli Stati membri – è il ragionamento di Sunderland – non possono chiudere un occhio di fronte a quello che sta succedendo ad Atene. A rischio c’è l’intera struttura europea sulla difesa dei diritti umani!“. Se cade Atene, cade pure Bruxelles.

di Monica Ricci Sargentini