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sabato 2 novembre 2019

Consiglio d'Europa, commissario per i diritti umani dopo la visita a Lesbo, Samos e Corinto: "Situazione migranti Egeo al limite della catastrofe. Trasferire con urgenza i richiedenti asilo"

Ansamed
"La Grecia deve trasferire con urgenza i richiedenti asilo che si trovano sulle isole dell'Egeo e migliorare le condizioni di vita nei centri d'accoglienza", che sono "esplosive" e al "limite della catastrofe". Lo afferma il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, dopo essersi recata a Lesbo, Samos e Corinto.


"La situazione dei migranti, inclusi i richiedenti asilo, sulle isole egee è drammaticamente peggiorata durante l'ultimo anno, e sono necessarie misure urgenti per migliorare le disperate condizioni in cui vivono migliaia di esseri umani"
, dice Mijatovic. 


"Sono rimasta scioccata delle condizioni antigieniche in cui i migranti sono tenuti, qui non si tratta più di accoglienza ma di lotta per la sopravvivenza", continua il commissario. 

Mijatovic prende atto della decisione del governo greco di trasferire 20mila migranti dalle isole entro la fine dell'anno e sollecita le autorità a mettere in atto questo piano con urgenza, ma osserva "che se resta in vigore la 'restrizione geografica' questo piano con ogni probabilità non ridurrà il sovraffollamento sulle isole".

mercoledì 19 giugno 2019

Consiglio d'Europa, dare subito un porto a Sea Watch: "Basta con politica porti chiusi, stop a collaborazione con Libia"

AnsaMed
Strasburgo - "I migranti salvati in mare non dovrebbero mai essere sbarcati in Libia, perché i fatti dimostrano che non è un Paese sicuro". Così all'ANSA Dunja Mijatovic, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, che si dice "preoccupata per l'atteggiamento del governo italiano nei confronti delle Ong che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo". 


Il commissario chiede che alla "Sea Watch 3 (che da sei giorni è al confine delle acque territoriali italiane, a 16 miglia circa da Lampedusa, ndr) sia indicato tempestivamente un porto sicuro che possa essere raggiunto rapidamente".

"Si deve mettere fine alla politica di chiudere i porti per tutte le Ong, di proibire la navigazione in acque territoriali o in certe aree in quelle internazionali": è quanto 'raccomanda' tra l'altro Dunja Mijatovic, nel documento sulla protezione di rifugiati e migranti nel Mediterraneo reso noto oggi.

Il commissario si dice "seriamente preoccupata per l'impatto che alcune parti del decreto sicurezza bis potrebbero avere sulla vita delle persone che necessitano di essere salvate in mare". Un riferimento alle sanzioni previste dal decreto per le imbarcazioni private che potrebbero essere impegnate in operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

Gli Stati membri della Ue devono sospendere ogni collaborazione con la Libia finché non sarà provato che non sono violati i diritti umani delle persone sbarcate sulle sue coste.

È una delle 35 raccomandazioni che Mijatovic, fa agli stati membri del Consiglio d'Europa, e in particolare a quelli che sono anche membri della Ue, affinché rispettino il giusto equilibrio tra il diritto di controllare i confini e il dovere di proteggere le vite e i diritti delle persone soccorse nel Mediterraneo. 

Nelle raccomandazioni il commissario evidenzia ripetutamente che la responsabilità per le operazioni di ricerca e salvataggio, gli sbarchi e l'accoglienza delle persone soccorse deve essere condivisa tra tutti gli Stati membri della Ue e non demandata unicamente a quelli costieri.

sabato 23 marzo 2019

Romania. Il Consiglio d'Europa denuncia "abusi" e "condizioni precarie" nelle carceri

Nova
Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti disumani e degradanti del Consiglio d'Europa si è dichiarato "preoccupato" per quelli che definisce "abusi" e "condizioni precarie" esistenti nei carceri della Romania.

In un rapporto citato dall'agenzia di stampa romena "Agerpres", in seguito alla visita effettuata a febbraio 2018 in dieci centri di reclusione del paese, i membri del Comitato lmentano gli abusi commessi dal personale nei confronti dei detenuti, le violenze tra gli stessi detenuti, nonché i trattamenti degradanti applicati dalla polizia.
Il Comitato del Consiglio d'Europa raccomanda al ministero dell'Interno di Bucarest e all'Ispettorato generale della polizia romena di trasmettere un messaggio chiaro sul fatto che i trattamenti degradanti nei confronti dei detenuti sono illegali, e dimostrano mancanza di professionalità e saranno puniti su misura. 

Il Comitato approva le azioni avviate nel 2014 per una riforma del sistema penitenziario di Romania, soprattutto lo sviluppo del servizio di liberazione condizionale, la diminuzione del numero dei detenuti di circa il 30 per cento, nonché l'introduzione di misure compensatorie per i detenuti reclusi in condizioni di sovrappopolazione.

giovedì 12 ottobre 2017

Consiglio d'Europa: "L'Italia chiarisca il suo accordo con la Libia". Rischio tortura e trattamenti inumani.

HuffingtonPost
Il Consiglio d'Europa ha scritto all'Italia chiedendo chiarimenti sul suo accordo con la Libia. In una lettera del commissario dei Diritti umani, Nils Muiznieks, al ministro degli Interni Marco Minniti si legge: "Le sarei grato se potesse chiarire che tipo di sostegno operativo il suo governo prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali, e quali salvaguardie l'Italia ha messo in atto per garantire che le persone" salvate o intercettate non rischino "trattamenti e pene inumane, e la tortura".


In particolare, nella lettera inviata il 28 settembre, si chiede "quali salvaguardie l'Italia ha messo in atto per garantire che le persone eventualmente intercettate o salvate da navi italiane in acque libiche, non siano esposte al rischio di essere vittime di trattamenti e pene inumane e degradanti e alla tortura".

Nel documento si chiedono anche informazioni sul nuovo Codice di condotta per le ong coinvolte in operazioni di salvataggio in mare, una richiesta già rivolta alle autorità italiane in una lettera adottata ieri dalla Commissione migrazioni dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa e indirizzata al capo della delegazione italiana, Michele Nicoletti (Pd).

Rispetto agli accordi con la Libia il commissario evidenzia che "il fatto di condurre operazioni in acque territoriali libiche non assolve il Paese dagli obblighi derivanti dalla convenzione europea dei diritti umani".

Muiznieks ricorda che la Corte di Strasburgo ha stabilito, in varie sentenze, che gli Stati membri del Consiglio d'Europa rispondono delle loro azioni come se agissero nel proprio Paese quando hanno un controllo effettivo o esercitano l'autorità su un individuo sul territorio di un altro Stato. Secondo il commissario "questo sarebbe, a suo avviso, vero per le navi italiane che intercettano e salvano migranti nelle acque libiche".

In giornata è arrivata la risposta del ministro Minniti. "Mai navi italiane o che collaborano con la Guardia costiera italiana hanno riportato in Libia migranti tratti in salvo", scrive il ministro. L'attività delle autorità italiane è finalizzata alla formazione, equipaggiamento e supporto logistico della Guardia costiera libica, non ad attività di respingimento", aggiunge nella lettera.

giovedì 20 aprile 2017

Gran Bretagna. Il Consiglio d'Europa denuncia la violenza dilagante nelle carceri

tvsvizzera.it
Nelle prigioni britanniche la violenza dilaga ed è fuori controllo. È la critica rivolta a Londra dal comitato per la prevenzione alla tortura del Consiglio d'Europa (Cpt), contenuta in un rapporto pubblicato su una visita condotta un anno fa nelle prigioni. Il Cpt denuncia che "nessuna delle prigioni visitate può essere considerata sicura per i detenuti e le guardie carcerarie".



Il rapporto elenca violenze inferte dai carcerati su altri prigionieri e sulle guardie: episodi che vanno dall'acqua bollente gettata sulle vittime, con gravi ustioni su oltre il 10% del corpo, a ferite causate da coltelli artigianali, contusioni alla testa, nasi e denti rotti. 

Dai registri consultati dal Cpt risulta che spesso le ferite richiedono il ricovero e in un caso hanno condotto alla morte di un detenuto. L'organo del Consiglio d'Europa osserva che "mentre il numero di violenze in tutte le prigioni visitate riportate nei registri è a livelli allarmanti" il Cpt ritiene che "i dati sottovalutano il vero numero di incidenti violenti e di conseguenza non forniscono una vera immagine della gravità della situazione". 

Il Cpt raccomanda quindi a Londra di "adottare misure concrete per riportare le prigioni sotto l'effettivo controllo delle guardie" ritenendo che questo richiede "in particolare di rafforzare rapidamente il numero di guardie carcerarie".

lunedì 27 marzo 2017

Migranti: Consiglio Europa, nuova legge: rischio abusi minori in Ungheria

ANSAmed
Strasburgo - La legge ungherese sulla gestione dei confini, entrata in vigore il 24 marzo, "aumenterà le condizioni di già grande vulnerabilità dei minori migranti, aggravando in particolare il rischio per i maggiori di 14 anni di cadere vittime di abusi e sfruttamento sessuale". 


La critica è contenuta in una lettera inviata al primo ministro Victor Orban dal presidente del comitato di Lanzarote, l'organismo del Consiglio d'Europa incaricato di vegliare sulla protezione dei minori dagli abusi e lo sfruttamento sessuale da parte degli Stati. 

Nella lettera il comitato esprime "preoccupazione" nei confronti della legge perché contiene misure contrarie agli obblighi assunti dall'Ungheria con la ratifica della convenzione di Lanzarote. 

In particolare è criticato il fatto che durante le crisi d'emergenza i minori tra i 14 e 18 anni saranno considerati adulti e non potranno beneficiare delle misure di protezione, inclusa la nomina di un tutore legale. Inoltre, osserva il comitato questi minori saranno messi nelle zone di transito "con un rischio aggiunto di divenire vittime di abusi e sfruttamento sessuale". 

Il comitato domanda quindi alle autorità ungheresi di fornire entro un mese una serie di informazioni sulle azioni prese per garantire che tutti i minori non accompagnati godano delle misure di protezione, delle azioni per proteggerli dagli abusi, e sulla situazione dei minori che non richiedono asilo. 

Sulla base delle risposte "il comitato deciderà ulteriori azioni". La lettera del comitato segue alle critiche già rivolte alla legge dal commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa e alla condanna dell'Ungheria da parte della Corte di Strasburgo per la detenzione e l'espulsione in Serbia di 2 richiedenti asilo del Bangladesh.

martedì 22 dicembre 2015

Ungheria, Unhcr e Consiglio d'Europa contro Orban: alimenta xenofobia con la sua politica contro i migranti

La Repubblica
L'appello dell'Agenzia Onu, di Strasburgo e l'Ufficio per le istituzioni democratiche ed i diritti umani (ODIHR): si astenga da pratiche di odio e intolleranza nell'accoglienza dei profughi e rifugiati
Roma - L'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il Consiglio d'Europa e l'Ufficio per le istituzioni democratiche ed i diritti umani (ODIHR) hanno esortato l'Ungheria ad astenersi da politiche e pratiche che promuovono l'intolleranza, la paura e la xenofobia contro rifugiati e migranti. Le organizzazioni hanno unito le loro voci per richiedere alla leadership ungherese di adottare un sincero spirito di umanità per aiutare coloro che contro la loro volontà e la loro scelta sono stati costretti ad abbandonare i loro paesi e sono attualmente in cerca di sicurezza in Europa.

La campagna che durerà 2 mesi. Nel mese di dicembre, il governo ungherese ha lanciato una nuova campagna pubblica, nella quale coloro che fuggono da guerre e conflitti vengono ritratti come criminali, invasori e terroristi sulla base delle loro convinzioni religiose e dei loro luoghi di origine. Questa campagna, che non è la prima di questo genere nel paese, si rivolge anche ai migranti e verrà diffusa per due mesi durante il periodo natalizio e fino all’inizio del nuovo anno 2016.

L'Ungheria è chiamata a contribuire agli sforzi di tutta l'UE. Le organizzazioni sottolineano collettivamente la necessità che il governo ungherese riconosca che i rifugiati arrivano in Europa dopo aver subito traumi, tragedie e gravi perdite nella ricerca di speranza e dignità e per iniziare una nuova vita lontano dagli sconvolgimenti provocati da guerre e conflitti. Come parte del sistema comune europeo, l'Ungheria è chiamata a contribuire agli sforzi congiunti per affrontare la più grande crisi dei rifugiati del continente dalla seconda guerra mondiale e a rispettare i propri impegni giuridici internazionali in questo campo, così come sanciti sia dal diritto internazionale che dalla Convenzione europea dei diritti umani.

mercoledì 4 novembre 2015

Ucraina: dopo la guerra, è emergenza diritti umani. Gli scontri armati sono cessati, è la vita quotidiana a uccidere

Osservatorio Balcani Caucaso
Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha diffuso un nuovo rapporto sulla situazione in Ucraina. Emerge un quadro drammatico. Ora che gli scontri armati sono cessati, è la vita quotidiana a uccidere


Ci sono voluti almeno tre cessate il fuoco per mettere davvero a tacere le armi nell’est dell’Ucraina. L’ultima tregua, entrata in vigore l’1 settembre scorso, sembra essere finalmente quella definitiva. Al ritiro dell’artiglieria pesante dalla fascia demilitarizzata, è seguito quello delle armi leggere. Di fatto non si spara più lungo la linea di frizione. E gli zero nei bollettini quotidiani delle vittime parlano chiaro. Per la popolazione delle zone di guerra è una benedizione. Ma sono ora altri, giganteschi, i problemi che affiorano.

Il 3 novembre il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks ha diffuso un rapporto dettagliato sull’Ucraina. L’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di relazioni compilate dai principali organismi umanitari internazionali. Il quadro desolante tracciato racconta di 1,3 milioni di ucraini che non hanno accesso all’acqua potabile, di un sistema sanitario disintegrato, di mancanza di cure e medicinali per malati gravi, di un aumento dei malati di Aids, e di 1,5 milioni di sfollati interni con gravi limitazioni della libertà di movimento.

Senz’acqua
La mancanza di acqua pulita colpisce quasi la metà dei residenti nelle zone controllate dai separatisti filorussi, le cosiddette repubbliche di Donetsk e Luhansk. Acquedotti danneggiati dalla guerra o dalla totale mancanza di manutenzione, pompe che funzionano a singhiozzo per i frequenti blackout e difficoltà di accesso alla rete a causa di campi minati e ordigni inesplosi, rendono l’acqua potabile un lusso disponibile quasi esclusivamente nelle principali città. I numerosi villaggi, sparsi per la pianura del Donbass, vivono la situazione peggiore.

Un recente studio della Missione speciale di osservazione in Ucraina (SMM) dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha rivelato un alto rischio sanitario, con un aumento delle malattie legate all’uso di acqua contaminata, anche per il discontinuo uso di cloro e disinfettanti nella rete idrica. È chiaro che sono i soggetti più vulnerabili a risentirne maggiormente, come i bambini e i malati.
Esecuzioni sommarie e torture
L’allarme per le condizioni di vita di gran parte della popolazione del Donbass si scontra con la difficoltà per gli osservatori internazionali e per le organizzazioni anche non governative di operare su un territorio controllato da autorità non riconosciute, spesso senza chiare gerarchie e un'unica catena di comando. Molte volte, miliziani armati impediscono l’accesso degli operatori internazionali alle zone interessate. E il fondato sospetto è che dietro la mancanza di collaborazione dei separatisti ci sia l’esigenza di nascondere gravi violazioni dei diritti umani.

L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni unite (OHCHR) ha diffuso a settembre un rapporto inquietante. “Abbiamo avuto notizie di omicidi, rapimenti, torture, maltrattamenti, violenze sessuali, lavori forzati ed estorsioni di denaro nelle repubbliche di Donetsk e Luhansk”, ha detto Gianni Magazzeni, direttore del settore Americhe, Europa e Asia dell’OHCRH. “Si stima che siano tre milioni le persone che continuano ad abitare in questi territori. Tre milioni di persone che vivono senza alcuna tutela dei diritti umani”.
Ospedali distrutti
Il Donbass esce da più di un anno di guerra combattuta tra le periferie delle città, nei villaggi, tra case di legno e condomini prefabbricati di epoca sovietica. Gran parte delle 8mila vittime sono civili. Colpi di obice e mortaio hanno crivellato una delle aree più densamente popolate dell’Ucraina. Innumerevoli sono state le abitazioni colpite. Ma non sono stati risparmiati nemmeno asili, scuole e ospedali.

Secondo il rapporto dell’OHCHR, qualcosa come 150 strutture sanitarie sono state distrutte dai bombardamenti indiscriminati. Ospedali e mezzi di soccorso, chiaramente indicati e riconoscibili, sono stati bersagliati dall’artiglieria. Il governo di Kiev ha da un anno sospeso ogni finanziamento e fornitura di attrezzature e medicinali agli ospedali nelle aree fuori dal proprio controllo. Passata l’emergenza dei feriti in guerra, gli ospedali di Donetsk e Luhansk continuano la loro attività cercando di far fronte alla mancanza di attrezzature e medicinali – soprattutto per terapie specialistiche, come antiretrovirali, insulina, cure per la tubercolosi e attrezzature per la dialisi – grazie agli aiuti delle organizzazioni umanitarie.

Ma la situazione è persino più grave per i malati non ricoverati, per gli anziani e i disabili che hanno difficoltà a raggiungere gli ospedali, e per chi vive nei villaggi lontano da Donetsk e Luhansk.
Mine antiuomo
Chi è sul territorio queste cose le sa bene. Evgenij Shibalov è uno dei fondatori di Cittadini responsabili (Otvestvennje grazhdane), un’organizzazione umanitaria formata da volontari tutti di Donetsk nata durante la guerra. Per mesi, è toccato a loro fare il lavoro sporco. “Le grandi organizzazioni non vogliono correre rischi”, ha raccontato a OBC “quando si sparava ogni giorno eravamo gli unici a raggiungere le zone sotto i colpi dell’artiglieria per distribuire medicine e cibo a chi ne aveva bisogno”. Evgenij e i suoi ogni mattina raccoglievano gli aiuti nelle sedi delle organizzazioni internazionali e li portavano fin sulla prima linea, nei quartieri sotto il fuoco incrociato delle parti in guerra, nei villaggi remoti. Anche adesso che il pericolo non sono più mortai e obici ma ordigni inesplosi e campi minati, nessuno come loro raggiunge in modo capillare le zone più remote.

Ma non basta. La carenza di medicine per cure specialistiche espone i malati e i loro familiari implica un duplice rischio. A quello di un’interruzione della cura di malattie gravi, come per esempio l’Aids, si aggiunge il pericolo di andare a procurarsi i medicinali nei territori controllati dal governo, dove sono disponibili. Chi lo fa, spesso preferisce evitare i checkpoint militari e passare per strade secondarie o per i boschi, dove è altissima la possibilità di inciampare in un ordigno inesploso o una mina. Secondo gli ultimi dati disponibili, era questa la causa di almeno un quarto delle vittime nel periodo febbraio-agosto. E ora che le armi non sparano più è con tutta probabilità la principale. “Il numero delle vittime civili da mine e ordigni inesplosi resta alto”, ha dichiarato recentemente l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad al-Hussein.
Gruppi armati
A preoccupare, però, non sono solo le condizioni degli abitanti delle zone sotto controllo dei separatisti. “Abbiamo raccolto orribili testimonianze di esecuzioni sommarie compiute da gruppi armati, ma anche dall’esercito ucraino”, ha reso noto Raad al-Hussein. “Così come torture e maltrattamenti in detenzione, sia da parte di gruppi armati che della polizia ucraina”.

Anche al di fuori delle aree separatiste esiste una zona grigia per i diritti umani. L’intera regione dell’est sottoposta alle azioni militari di Kiev resta ancora in gran parte soggetta a una labilità del diritto. La Missione di monitoraggio dei diritti umani Onu in Ucraina (HRMMU) denuncia senza mezzi termini l’inattività delle autorità ucraine nell’indagare e punire i numerosissimi casi di torture e violenze commesse dalle forze armate o dai battaglioni paramilitari nella zona di operazioni militari (Ato). Segno che la strada verso una pacificazione del paese richiede uno sforzo maggiore non solo da parte dei leader separatisti ma anche da parte delle autorità di Kiev.

giovedì 22 ottobre 2015

Russia, Partito comunista a Putin: sospendere la moratoria reintrodurre la pena di morte

AskaNews
Mosca - Il Partito Comunista russo presenterà appello al leader del Cremlino Vladimir Putin per considerare di revocare la moratoria sulla pena di morte. Lo ha annunciato il vice presidente della Duma di Stato ed esponente del Partito comunista Vadim Soloviev, collegando il tutto "al recente aumento dei crimini violenti contro i funzionari pubblici, nei confronti dei deputati di diversi livelli" ha detto Soloviev.

La proposta si collega alla strage avvenuta ieri nei pressi di Mosca, a Krasnogorsk dove sono stati uccisi il vice sindaco Yuri Karaulov e altre tre persone. Il presunto assassino Amiran Giorgadze è attualmente ricercato.
Nel mese di marzo, un deputato del Partito liberal-democratico Roman Chudjakov ha presentato un'iniziativa per l'abolizione della moratoria sulla pena di morte. Secondo un sondaggio condotto dal Levada Center nello stesso mese, l'iniziativa di abolire la moratoria sulla pena di morte è sostenuta da circa la metà dei residenti in Russia. A maggio, il disegno di legge è stato respinto.

La questione della pena di morte in Russia è una tema molto complesso ed è legato all'adesione di Mosca al Consiglio d'Europa. Uno dei requisiti assoluti per tutti i membri è che la pena di morte non può essere applicata per alcun crimine. Coerentemente con questa regola, il 25 gennaio 1996, il Consiglio ha richiesto alla Russia di applicare una moratoria immediata e l'abolizione completa della pena di morte entro tre anni. In pochi mesi la Russia accettò, divenendo così membro del Consiglio. Tuttavia, dopo la crisi ucraina, i rapporti tra Mosca e il Consiglio d'Europa (e anche l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa) sono divenuti complicatissimi. All'apice della loro crisi il deputato russo Aleksey Pushkov, capo della delegazione russa nella stessa Assemblea e presidente della Commissione esteri della Duma, aveva dichiarato che a fine anno la Russia deciderà se rientrare o meno nel Consiglio d'Europa.

venerdì 21 agosto 2015

Azerbaigian: Jagland (Cons. d'Europa), condanna attivisti diritti umani sia esaminata da Corte Strasburgo

SIR
Il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, chiede alle autorità dell’Azerbaigian i dettagli della sentenza e delle prove presentate contro gli attivisti per i diritti umani, Leyla e Arit Yunus, condannati, rispettivamente, a otto anni e mezzo e a sette anni di carcere. 


Leyla e Arit Yunus
Secondo la difesa della coppia, le accuse di truffa, evasione fiscale e appropriazione indebita hanno motivazioni politiche e mirano a colpire la loro attività di difensori dei diritti umani. 

In una nota, il portavoce di Jagland, riferisce che il segretario CdE, “tenuto conto delle note carenze sistemiche nel sistema giudiziario azero e del preoccupante aumento di processi contro difensori dei diritti umani e giornalisti, che ha un effetto raggelante sulla libertà di espressione nel Paese, è del parere che la condanna dovrebbe essere eventualmente esaminata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo”. 

Yunus, 59 anni, è il capo di uno dei principali gruppi per i diritti umani in Azerbaigian, l’Istituto per la pace e la democrazia. Ha vinto diversi premi internazionali e ha lavorato con attivisti armeni per la riconciliazione tra i due Paesi. Secondo i suoi legali, la moglie è gravemente malata e potrebbe morire in carcere.

giovedì 30 aprile 2015

Immigrati: Strasburgo, ampliare mandato Triton e quote rifugiati

AGI
Bruxelles - Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza una risoluzione sull'emergenza immigrazione, al termine di un dibattito sui risultati del Consiglio europeo straordinario della scorsa settimana.
Secondo l'assemblea di Strasburgo, in questi giorni riunita in sessione plenaria, "l'Unione europea dovrebbe fare tutto il possibile per evitare ulteriori perdite di vite umane in mare, ad esempio ampliando il mandato dell'operazione Triton per includere anche le operazioni di ricerca e soccorso".

Inoltre, si chiede alla Commissione "di fissare una quota vincolante per la ripartizione dei richiedenti asilo fra tutti i paesi" e un aumento dei finanziamenti per i programmi di reinsediamento. La risoluzione, non vincolante, e' stata approvata da 449 eurodeputati, mentre i voti contrari sono stati 130 e gli astenuti 93. Fra gli altri punti della risoluzione, c'e' la messa a punto di un'operazione umanitaria europea che, come Mare Nostrum fino a novembre scorso, "sia operativa in alto mare e alla quale contribuiscano tutti gli Stati sia con risorse finanziarie che con attrezzature e mezzi"; il Parlamento auspica anche il cofinanziamento Ue.

mercoledì 17 dicembre 2014

Consiglio d'Europa in Ungheria diritti umani a rischio. Minacciata la libertà di stampa.

EuroNews
Lo stato del pluralismo e della libertà di espressione dei media ungheresi preoccupa il Consiglio d’Europa, che ha pubblicato un rapporto di 44 pagine sulla situazione nel Paese.
Nel testo l’organizzazione con sede a Strasburgo chiede a Budapest di astenersi dall’adozione di misure liberticide nei confronti della stampa

La crociata di Orban contro i media inizia nel 2010, quando forte della maggioranza di 2/3 in Parlamento il Governo adotta una controversa riforma. Criticata da opposizione, Ong e non ultimo da Bruxelles. Nel 2014 arriva la tassa sugli spazi pubblicitari che colpisce soprattutto il gruppo editoriale RTL, noto come voce indipendente.

Da Strasburgo arrivano critiche al Governo anche sulla sua azione contro la diffusione dell’antisemitismo e dell’intolleranza, crescente, verso i Rom. A preoccupare è soprattutto l’alleanza tra il partito dell’ultradestra Jobbik e alcune formazioni paramilitari protagoniste di azioni violente ai danni di Rom e immigrati.

Il Consiglio d’Europa denuncia, inoltre, la politica di asilo e quella per i rifugiati del governo Orban, che spesso ricorre a detenzioni arbitrarie dei migranti in arrivo nel Paese.

Euronews ha intervistato Nils Muiznieks, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa autore del rapporto.

Euronews
Lei è stato in Ungheria a luglio. Crede che gli ungheresi abbiano accesso a un’informazione libera e imparziale?

Nils Muižnieks
Per prima cosa va detto che la legislazione prevede pene molto severe per i giornalisti autori di violazioni, di ogni genere. E credo che questa sia la prima cosa da cambiare. Perché queste cose hanno un effetto negativo sulla libertà dei media e sulla loro capacità di espressione. Poi si dovrebbe pensare alla depenalizzazione della diffamazione, attraverso l’imposizione di pene pecuniarie proporzionate.
Esistono poi delle restrizioni che colpiscono gli spazi pubblicitari di alcuni media, alcuni dei quali vivono solo grazie a questi

Euronews
I giornalisti ungheresi sono in grado di lavorare senza pressioni politiche?

Nils Muižnieks,
Ho letto diversi rapporti che sottolineano la presenza di forti pressioni. In quei testi si parla di giornalisti fermati e rilasciati per aver scritto in modo critico del Partito al Governo. Esistono, poi, tantissimi casi di diffamazione ai danni di giornalisti autori d’inchieste.
Si, le pressioni esistono. Credo che per il Governo ungherese sia davvero urgente passare a promuovere il pluralismo dei media e risolvere in modo serio queste problematiche.

Euronews:
Crede che la cosiddetta tassa sulla pubblicità sia una questione puramente finanziaria o politica?

Nils Muižnieks
Credo che ormai sia diventata una questione soprattutto politica, considerato il contesto generale mediatico caratterizzato dalla paura di perdere il pluralismo. Il fatto, poi, che la legge leda gli introiti di media specifici, o anche di un media specifico, allora si pongono domande specifiche sul fatto che si stia agendo per colpire una particolare testata.

Euronews
Il governo ungherese condanna i contenuti razzisti e antisemiti. Ma crede che stia facendo abbastanza per fermare la discriminazione e gli estremismi?

Nils Muižnieks
Sono preoccupato dalla presenza di deputati di estrema destra, nel Parlamento ungherese. Il loro Partito, Jobbik, si è spesso espresso con toni antisemiti e discriminatori contro le popolazioni Rom. Mi spaventa anche la cooperazione tra Jobbik e formazioni paramilitari, protagonisti di azioni punitive e intimidatorie contro gruppi di nomadi.

Euronews
Come giudica la situazione dei richiedenti asilo in Ungheria?

Nils Muižnieks
La problematica piu grande dal mio punto di vista è la detenzione spesso arbitraria dei richiedenti asilo. Non è chiaro perché alcuni vengano fermati e altri no. Così come il limitato uso di altre soluzioni. Credo che l’Ungheria dovrebbe sviluppare meglio politiche di lungo termine per cercare una soluzione al problema dell’integrazione.
Altrimenti i migranti non si fermeranno, ma si sposteranno verso altri Paesi. E questo perché non vedono opportunità in Ungheria.

giovedì 10 aprile 2014

Russia: Se espulsi dal Consiglio d'Europa è possibile la sospensione della moratoria della pena di morte

Rai NewsLa moratoria sulla pena capitale era una condizione vincolante per l’adesione della Russia all'organismo consultivo europeo. Secondo gli ultimi sondaggi, più della metà dei cittadini russi vogliono la reintroduzione della pena di morte 
Il senatore russo Igor Morozov, in un’intervista alla radio L’Eco di Mosca, ha dichiarato che in caso di espulsione della Russia dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, nel Paese potrebbe essere reintrodotta la pena di morte poiché la moratoria sulla pena capitale era una condizione vincolante per l’adesione della Russia a quest’organismo consultivo europeo. Secondo il politico russo, l’annullamento dell’accordo di adesione porterebbe automaticamente all’annullamento della moratoria sulla pena di morte. Inoltre non sarebbero più valide in Russia le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo riguardanti i cittadini russi.

Indirettamente questa ipotesi è stata confermata dalla responsabile per i diritti dell’uomo presso la presidenza russa, Ella Pamfilova, che in un’intervista all’organo ufficiale, “Rossijskaya gazeta”, ha caldeggiato la speranza che “l’Assemblea Parlamentare non spingerà la Russia” all’abbandono dell’organizzazione perché ciò “danneggerebbe i diritti dei cittadini russi”.

Il presidente della Commissione Esteri della Duma, Alexei Pushkov, ha dichiarato che la Russia abbandonerà l’Assemblea Parlamentare se sarà privata dei poteri. Attualmente al vaglio dell’Assemblea Parlamentare sono due possibilità di “punizione per la Crimea” della Russia: privazione di tutti i poteri o soltanto del diritto d’intervento.
Anche se alcuni politici russi sono convinti che non ci sarà alcuna punizione per il considerevole contributo finanziario russo all’organismo internazionale, che in caso dell’abbandono della Russia dell’Assemblea Parlamentare non ci sarebbe più.

La moratoria sulla pena di morte in Russia è stata introdotta nel 1996. La pena capitale è stata sospesa, ma non abolita definitivamente. Ora al vaglio della Duma ci sono nove iniziative sia per l’abolizione definitiva della pena di morte che per la sua reintroduzione. Secondo gli ultimi sondaggi dell’opinione pubblica, più della metà dei russi vogliono la reintroduzione della pena di morte. Secondo i dati forniti da Amnesty International, nel 2013 quattro Paesi – Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam – hanno rinunciato alla moratoria e hanno reintrodotto la pena di morte.

venerdì 22 novembre 2013

Giustizia: l'Italia nel mirino di Strasburgo per maltrattamenti sui detenuti

Ansa
In Italia succede troppo spesso che persone fermate dalle forze dell'ordine o incarcerate subiscano maltrattamenti ed anche che le indagini su questi episodi, quando condotte, finiscano senza l'individuazione di precise responsabilità. Questa, in sintesi, la denuncia contenuta nei due rapporti sul Belpaese pubblicati oggi dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa dopo il via libera giunto dall'Italia.


Nei rapporti - redatti sulla base di visite condotte nel nostro Paese nel 2010 e 2012 - oltre che sui maltrattamenti, il Cpt ritorna anche sulla questione del sovraffollamento dei penitenziari, definito nel caso della prigione di Bari "inaccettabile", e sul regime del 41bis, che non deve essere eliminato ma rivisto. Ma è sui maltrattamenti subiti da persone arrestate o incarcerate e sulle misure che l'Italia deve adottare per individuare, indagare e condannare questi casi che i due rapporti si concentrano. Per dimostrare che le autorità non stanno facendo tutto ciò che dovrebbero contro i maltrattamenti il Cpt elenca nei due rapporti una serie di casi.

Dalle denunce ricevute soprattutto da persone straniere percosse nella maggior parte dei casi dalle forze dell'ordine nella zona di Milano, a quelle ricevute nella prigione di Vicenza sui maltrattamenti inflitti dalle guardie penitenziarie, o quella di un tunisino picchiato perché, per non essere rimpatriato, aveva ingoiato delle pile. Nel rapporto 2010, pur non facendo i nomi (a cui però si può risalire facilmente in base ai particolari riportati) ma riferendosi solo al "caso A" e "caso B", il Cpt analizza nel dettaglio anche le vicende di Stefano Cucchi e Mario Gugliotta.

Oltre a quella, indicata come "caso C", di un detenuto maltrattato nella prigione di Castrogno (Teramo). Attraverso tutti questi esempi il Comitato mette in luce il fatto che spesso i maltrattamenti passano inosservati. E anche quando sono oggetto di indagine, queste raramente portano a delle condanne. Per rafforzare questa sua tesi, il Cpt evidenzia che nel caso di Cucchi e Gugliotta il magistrato davanti al quale furono portati i due non verbalizzò la presenza di lesioni, ne richiese una visita medica immediata, da cui poter trarre elementi per aprire un'indagine. Il Cpt è critico pure sui risultati delle indagini che vengono condotte.

Sempre nel caso Cucchi, il Comitato domanda al governo italiano come mai sia stata scartata in fase d'inchiesta l'ipotesi che l'uomo possa essere stato maltrattato prima di arrivare al tribunale di Roma. E per il caso del carcere di Castrogno, sottolinea che l'inchiesta è stata chiusa nonostante ci fosse una registrazione che provava i maltrattamenti. Il Cpt punta poi il dito sulla mancata apertura di un'inchiesta nonostante che nel 2012, nell'arco di due mesi, al carcere di San Vittore vennero redatti ben 18 referti medici su altrettante persone che quasi certamente erano state maltrattate prima di arrivare lì. Infine il Comitato, nel rapporto 2010, critica in modo esplicito il processo sulla vicenda di Bolzaneto e della Diaz durante il G8 di Genova. Secondo il Comitato "il risultato del processo mette in dubbio l'efficacia del sistema che deve determinare le responsabilità delle forze dell'ordine e del personale penitenziario per i maltrattamenti".

lunedì 21 ottobre 2013

Bosnia: possibili sanzioni da Consiglio d´Europa su diritti delle minoranze

EUREGION.NET
L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa sta prendendo in considerazione la possibilità di prendere misure contro la Bosnia - Erzegovina: alla base del provvedimento, vi sarebbe la mancata adozione degli emendamenti alla Costituzione già più volte richiesti per il rispetto dei diritti delle minoranze in occasione delle elezioni.

La Costituzione di Bosnia - Erzegovina prevede che solo gli appartenenti alle tre etnie principali - bosniaca, serba e croata - possano essere eletti alla Presidenza della Camera del Popolo; contro tale discriminazione, è stato presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani da parte dei rappresentanti delle etnie ebrea e Roma, che la Corte ha accolto, chiedendo fin dal 2009 correzioni alla Costituzione, senza che però nulla di concreto venisse in seguito attuato.

La Commissione per l'Applicazione di Obblighi e Impegni del Consiglio d'Europa ha così richiesto all'Assemblea di procedere con l'erogazione di sanzioni. Va sottolineato come l'eventuale adempimento delle richieste da parte della Bosnia Erzegovina potrebbe avere risvolti positivi sul report della Commissione Europea sullo stato del processo d'integrazione, previsto nelle prossime settimane; trai Paesi dell'ex Jugoslavia, la Bosnia Erzegovina è quella che finora ha accumulato i maggiori ritardi nel cammino verso l'integrazione.

Marcello Berlich

venerdì 3 maggio 2013

Rapporto del Consiglio d'Europa - Carceri, Italia terza persovraffollamento in Europa


La Repubblica

Rapporto del Consiglio d'Europa. Grave anche dato sui detenuti in attesa di giudizio. Una guardia ogni due carcerati


STRASBURGO - Dopo Serbia e Grecia, è l'Italia il paese del Consiglio d'Europa con il maggior sovraffollamento nelle carceri, dove per ogni 100 posti ci sono 147 detenuti. L'Italia è anche al terzo posto per numero assoluto di detenuti in attesa di giudizio, dopo Ucraina e Turchia. Questi sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto del Consiglio d'Europa sulla popolazione carceraria nei 47 Stati membri, fotografata al settembre 2011.

Tra i 47 Stati membri del Consiglio d'Europa solo 5 hanno superato la soglia dei 130 detenuti per 100 posti disponibili: Cipro, Ungheria, Italia, Grecia e Serbia. Ma quello del sovraffollamento, come emerge dal rapporto del Consiglio d'Europa sulla popolazione carceraria, è un problema che tocca anche altri 19 Stati membri. L'Italia ha tuttavia anche un'altra maglia nera. E' infatti, dopo Ucraina e Turchia, il paese con più detenuti in attesa di un primo giudizio, 14.140 su un totale di 67.104 carcerati, cioé il 21,1%. L'Ucraina ne ha quasi 18 mila ma su un totale di oltre 158 mila detenuti, mentre in Turchia ci sono quasi 36 mila persone in attesa di giudizio su una popolazione carceraria di quasi 127 mila detenuti. Lo Stato che dopo l'Italia ha più persone in attesa di giudizio in carcere è la Francia: 12.561 persone su un totale di 72.326 detenuti. L'Italia è infine il secondo paese, dopo la Spagna, ad avere in termini assoluti il maggior numero di condannati in via definitiva per reati connessi alla droga: 14.868 su 37.622, cioé quasi il 40%. La Spagna ne ha 15.551 ma su un totale di quasi 60 mila condannati in via definitiva.

ITALIA, 1 GUARDIA PER 2 DETENUTI - In Italia, al settembre 2011, c'erano 35.458 guardie carcerarie per 67.104 detenuti, ossia una guardia carceraria ogni 1,9 detenuti. Un rapporto più favorevole di quello che si registrava nello stesso momento in Francia, Germania, Inghilterra e Galles, dove per ogni guardia c'erano tra i 2,6 e i 2,8 detenuti, anche se questi Paesi non soffrono del fenomeno del sovraffollamento carcerario come l'Italia. E' quanto emerge dal rapporto sulla popolazione carceraria pubblicato oggi dal Consiglio d'Europa, da cui risulta anche che l'Italia nel 2010 ha speso, escludendo le spese mediche, 116,68 euro al giorno per ogni detenuto. Allo stesso tempo la Francia e la Germania, che prendono in considerazione anche le spese mediche, ne hanno spesi rispettivamente 96,12 e 109,38.

DONNE DETENUTE APPENA 5,3% IN TUTTA EUROPA - Su 67.104 persone detenute in Italia le donne sono solo 2.887, cioé il 4,3%. Una percentuale che non varia di molto negli altri paesi del Consiglio d'Europa, dove in totale le donne in prigione sono il 5,3%. Secondo Marcelo Aebi, professore di criminologia all'università di Losanna, e autore del rapporto sulla popolazione carceraria pubblicato oggi dal Consiglio d'Europa, questa bassa presenza femminile si spiega principalmente col fatto che "le donne compiono meno atti violenti degli uomini". "C'é chi ritiene che sia dovuta anche a un diverso trattamento che i sistemi giudiziari riservano alle donne", dice il professor Aebi, portando ad esempio il fattore figli che giocherebbe a favore delle donne ma non degli uomini. "Io ritengo però che questo spieghi solo in minima parte la differenza", sottolinea l'autore del rapporto. Delle 2.887 donne in carcere in Italia al settembre 2011, il 40,7% era di origine straniera, a fronte di una popolazione carceraria totale proveniente da paesi terzi del 36%. Le detenute in attesa di un primo giudizio erano invece il 42,3%, una percentuale doppia rispetto a quella del totale delle persone detenute in attesa di giudizio che è del 21,1%.